I segreti dei Denver Nuggets? Uno in particolare, Paul Millsap

Manuale Denver Nuggets: sarà ancora chiave l'esperienza di Paul Millsap?

Siamo ad aprile 2018 ed i Denver Nuggets di coach Mike Malone hanno appena perso lo scontro diretto da dentro o fuori valevole per la qualificazione alla post-season contro i  Minnesota Timberwolves dell’ormai ex Jimmy Butler, dalla sconfitta del Target Center Denver ne esce con le ossa rotte dal momento che, il giocatore firmato in estate ossia Paul Millsap, dal quale ci si aspettava il definitivo salto di qualità, aveva deluso le aspettative sia in questa partita fondamentale ma anche nell’arco di tutta la stagione.

Il prodotto di Lousiana Tech veniva da stagioni esaltanti con la casacca degli Atlanta Hawks che gli erano valse la ricca offerta contrattuale da parte della franchigia del Colorado, proposta che ovviamente non poteva rifiutare: 90 milioni di dollari in tre anni con la team option valida per l’ultima annata. Tutti pensavano che questo colpo fosse un ulteriore passo avanti per Denver che mirava ad una qualificazione ai playoffs mancante ormai da troppo tempo.

Tim Connelly.

Ecco che allora la delusione era tanta dopo il mancato raggiungimento di tale obbiettivo e il GM dei Nuggets, Tim Conelly, affiancato dalla fondamentale presenza di Arturas Karnisovas, si trovava davanti ad un bivio che presentava due strade diverse: la prima, più attendista era quella di continuare a portare pazienza ed aspettare che Millsap trovasse la giusta chimica con i suoi compagni di squadra; la seconda opzione, molto radicale, riguardava l’esplorazione del mercato delle trade coinvolgenti il numero 4 che, dall’alto dei suoi 33 anni vedeva il suo valore diminuire sempre di più. Conelly ha correttamente scelto la prima opzione e quest’anno si sono visti i risultati dal momento che ad oggi, 4 aprile 2019, i Nuggets si trovano al secondo posto di una temibilissima Western Conference con un discreto distacca sulle terza piazza occupata momentaneamente dagli Houston Rockets.

L’IMPATTO DI PAUL MILLSAP NEL SISTEMA DEI DENVER NUGGETS

Il sistema ideato da Mike Malone risulta essere perfetto per sfruttare al meglio giocatori come Jokic, Harris, Barton, Murray ed infine Millsap. Il contributo di quest’ultimo si fa sentire sotto tutti i punti di vista infatti, analizzando le statistiche dell’ex Hawks noteremo come in nessun aspetto egli emerga, però una stat-line composta da 12.6 punti, 7.3 rimbalzi conditi da 1.2 palle rubate, il tutto con il 48.4 % dal campo va assolutamente tenuta in considerazione quando si pensa ai segreti del successo di Denver.

Millsap è bravo nel dare il suo apporto sotto i tabelloni con un’ottima presenza a rimbalzo ed è inoltre abile nel sfruttare i possessi in the clutch dove è richiesta freddezza non indifferente. Talvolta decide di affrontare il suo diretto avversario spalle a canestro. Al di là del prodotto di Louisiana Tech, i Nuggets hanno la loro miglior arma offensiva nel pick and roll tra Jokic e Murray il quale è un vero rompi-capo per le difese avversarie.

 

La presenza di Paul Millsap nel pitturato è fondamentale per i Nuggets.

Inoltre, forse il vero punto di forza di Denver è l’apporto che viene fornito dalla panchina che può vantare la presenza di giocatori del calibro di Plumlee, Morris, Beasley ed anche Hernangomez. Il backcourt del secondo quintetto di Malone formato dai già citati Morris e Beasley è una combinazione di punti veloci e difesa che risulta essere fondamentale nelle gerarchie del coach ex Kings. Entrambi i due giocatori stanno avendo la loro miglior stagione dal loro ingresso nella lega e sono in grado di dare energia extra ogni volta che calcano un parquet di gioco.

QUALCHE DUBBIO IN VISTA DEI PLAYOFF

Ovviamente come sempre bisogna analizzare entrambe le facce della medaglia e bisogna dire che, se tutte le squadre con il biglietto per la postseason farebbero carte false per incontrare i Nuggets anziché Rockets, Thunder ecc. un motivo ci sarà. Questo motivo è la difesa dei ragazzi di coach Malone che nonostante in regular season abbia mantenuto numeri positivi, sembra essere alquanto vulnerabile soprattutto grazie alla presenza della star offensiva Nikola Jokic. Anche offensivamente si nutre delle riserve su Denver dal momento che il loro sistema viene ritenuto inadatto alla pallacanestro di maggio.
Non ci resta che aspettare e vedere se la franchigia che gioca un miglio sopra il livello del mare riuscirà ad eliminare i dubbi di tutti gli insider o fallirà al contatto con la post season NBA.

IL CONTRATTO DI PAUL MILLSAP

Denver Nuggets Jokic e Millsap
Nikola Jokic e Paul Millsap.

Nonostante l’ottima stagione di Paul Millsap, difficilmente la dirigenza dei Nuggets deciderà di esercitare la team option che farebbe intascare a Paul la modica cifra di 30 milioni di dollari nella stagione 2019/2020. Tale ammonto di denaro è riservato solo all’èlite della lega, della quale il nativo di Monroe non sembra più fare parte. Nel caso probabile che questa opzione venga declinata non è comunque da escludere che lo scenario che vedrebbe Millsap rifirmare con Denver ad una cifra più contenuta per far sì di avere spazio salariale libero con lo scopo di portare in Colorado un altro giocatore di livello.

Portland Trail Blazers: che sia finalmente l’anno buono?

Ogni anno che passa la Western Conference si fa sempre più agguerrita con le superstars NBA che tendono a muoversi in squadre appunto della costa ovest e puntualmente i bookmakers snobbano Portland preferendo a loro franchigie che magari in estate si sono mosse bene ma che non hanno la stessa solidità e compatezza che quella di Terry Stotts può vantare.
Ad essere sinceri, tutti noi pensavamo che dopo la batosta bella e buona che Lillard e company avevano subito dai Pelicans privi di Cousins nei playoffs 2018, la squadra dell’Oregon fosse destinata a “morire” piano piano per poi iniziare un inevitabile processo di rebuilding.
Al contrario, nello stupore generale, i Blazers forti di un Nurkic che al fianco di Lillard e McCollum sembra aver sprigionato il suo intero potenziale fino all’anno scorso mai espresso, si trovano ora al quarto posto nella Western Conference, piazzamento che consentirebbe loro di avere il fattore campo a favore perlomeno nel primo turno di post-season.
In questo articolo cercheremo di rispondere alla fatidica domanda: sono i Blazers solo un fuoco di paglia oppure è la volta buona per Dame di fare scintille anche nel basket di aprile e possibilmente maggio?
Inizialmente specifichiamo che nonostante sir Charles Barkley abbia pronosticato i Blazers alle NBA Finals,difficilmente la franchigia dell’Oregon si spingerà tanto avanti però si chiede a Portland quantomeno un po’ di lotta al primo turno cosa che l’anno scorso non c’è stata nella già citata sconfitta contro i Pelicans.
Molto dipenderà a mio parere dal loro posizionamento e dal conseguente accoppiamento al primo round, poichè infatti se la stagione finisse oggi Lillard e co. affronterebbero i temibili Thunder di Westbrook e Paul George in versione MVP. Questo scontro almeno sulla carta penderebbe inesorabilmente verso l’Oklahoma dal momento che la squadra di Billy Donovan sembra aver trovato la quadra che da anni ricercava dopo l’addio di KD.
Per fare degli esempi concreti di matchups che i Blazers potrebbero vincere potremmo citare i Jazz o gli Spurs che, nonostante siano entrambe due compagini rognose potrebbero patire non poco la bravura dei ragazzi di Stotts nell’eseguire giochi di alto livello.
Analizziamo ora i punti di forza dei Blazers. Come detto nelle righe precedenti il fattore che permette ai tifosi di Portland di sognare è Jusuf Nurkic il quale sta fornendo delle prestazioni finalmente all’altezza delle pretese che tutti gli insiders avevano sul centro bosniaco.
Statisticamente Nurk sta avendo la sua migliore stagione con 15 punti 10 rimbalzi e 3 assist di media con in più 1.4 stoppate a partita, ma quello che impressiona di più è come abbia trovato una chimica di gioco con in particolare Lillard e McCollum. L’esempio più lampante di questa alchimia sono i numerosi tagli back-door che in ogni partita riescono a sorprendere gli avversari nonostante questi nel loro scout pre-partita cerchino di evitarli e contrastarli. Tutto ciò è anche possibile grazie all’affidabile tiro da fuori che Nurkic ha sviluppato, infatti ora non è più battezzabile ed il difensore di turno è costretto a stare più vicino al centro bosniaco e, se aggiungiamo la pericolosità di Lillard e McCollum nelle uscite dai blocchi, ecco che il taglio back-door diventa un’arma in più nell’arsenale di Terry Stotts.
Inoltre la franchigia di Rip City ha fatto delle aggiunte importanti a roster rispetto all’anno scorso inserendo a roster tiratori come Hood, Seth Curry e Layman e sopperendo al problema rimbalzi con uno specialista come Kanter.
Insomma, che sia l’anno buono per Portland per dimostrare il proprio valore? lo scopriremo solo andando avanti a seguire la lega più divertente del mondo.

Rapporto franchigie giocatori: chi è la preda e chi il predatore?

harrison barnes-rapporti franchigie giocatori

Rapporto franchigie giocatori molto tesi soprattutto in casa New Orleans Pelicans e  Dallas Mavericks dopo gli ultimi rumors e le notizie riguardanti Anthony Davis ed Harrison Barnes, due situazioni differenti ovviamente. Ora che la trade deadline è passata e noi amanti dell’NBA abbiamo un po’ di respiro rispetto al periodo frenetico nel quale ogni ora usciva uno scambio importante, possiamo soffermarci di più su una questione che sta facendo discutere tutti coloro che sono affezzionati al mondo del basket a stelle e striscie. Torniamo al 7 febbraio quando, con un post su Instagram abbastanza inaspettato, LeBron James ha commentato la trade riguardante Harrison Barnes, evidenziando come i giocatori siano alla mercè delle proprie squadre dal momento che, come successo allo stesso Barnes, vengono talvolta scambiati mentre stanno addirittura disputando una partita. Il nativo di Akron ha inoltre spiegato che va bene il business, ma le franchigie dovrebbero avere più rispetto per i giocatori. Ovviamente da questa presa di posizione di LeBron, si è scatenato un putiferio mediatico nel quale la maggior parte dei suoi follower ma non solo, si sono schierati a favore di King James ribadendo come la politica delle società risulti essere “crudele” nei confronti dei giocatori. Personalmente, sostengo che dare ragione a LeBron in questo caso sia abbastanza difficile per tre motivi che approfondiremo nelle seguenti righe.

Rapporto franchigie giocatori: che cosa è successo? 

Per prima cosa, occorre specificare come Barnes fosse a conoscienza del fatto che avrebbe dovuto prepare le valigie dopo la partita, ma ha comunque voluto dare il suo apporto per un’ultima volta alla franchigia texana. La fonte di tale informazione è l’insider Marc Stein che tende a non dire fandonie solitamente…

Il secondo motivo, che è anche applicabile anche se non soprattutto all’infuori del “caso Barnes”, è che ormai, secondo la mia modesta opinione, sono i giocatori ad avere il coltello dalla parte del manico e non le franchigie come sostiene il caro LeBron. Basti pensare a tutti quei giocatori di calibro mondiale ( vedi Kawhi, Butler, Anthony Davis, Irving ecc. )che, scontenti delle prestazioni della loro attuale franchigia, hanno richiesto la tanto famigerata trade, scombussolando ogni piano delle società.

Il terzo motivo è il più scontato ma anche il più importante, perchè, parliamoci chiaro, i giocatori sono sì costretti a viaggiare ogni notte da un capo all’altra dell’America, spingendosi talvolta anche al di là dell’oceano (London Game ecc.), ma non guadagnano proprio due spicciolini… Ad esempio “il povero” Barnes di cui tutti si sono preoccupati per i suoi sentimenti, guadagna la bellezza di 25 mln annui, Il contatto del prodotto di North Carolina è infatti coniderato come uno dei più pesanti all’interno della lega, nonostante il numero 40 non sia il tipo di giocatore in grado di cambiare da solo le sorti di un’intera oraganizzazione.
Detto ciò occorre specificare che se il sottoscritto giocasse in NBA e fosse costretto ripetutamente a dover cambiare città, sarebbe il primo ad essere contrariato o quanto meno dispiaciuto, però con questo breve ma intenso articolo ho provato a mettervi la pulce nell’orecchio dal momento che a mio parere veniva analizzata solo una faccia della medaglia… E voi cosa ne pensate? Chi è realmente il predatore e chi la preda?

 

Tobias Harris-76ers il matrimonio giusto al momento giusto

Tobias Harris-76ers.

Tobias Harris-76ers... chi vince la trade andata in scena prima della deadline con i Los Angeles Clippers? La sessione di mercato NBA del 2019 verrà ricordata come una delle più movimentate dell’ultimo decennio infatti, abbiamo già assistito al cambio di maglia di un giocatore del calibro di Porzingis, passato dai Knicks ai Mavericks, alla richiesta di trade da parte di Anthony Davis e last but not least, come si direbbe dall’altra parte dell’oceano, allo scambio che manderà a Philadelphia Tobias Harris, Boban Marjanovic e Mike Scott in cambio di Landry Shamet, Wilson Chandler, Mike Muscala, 2 scelte future al primo giro ( 2020 via 76ers e 2021 via Miami Heat) e 2 scelte al secondo giro ( 2021 e 2023) ai Los Angeles Clippers. In questo articolo, si analizzerà inizialmente ogni asset facente parte di questo accordo e successivamente, dopo aver delineato le situazioni delle due franchigie alla luce di questa trade, cercheremo di trarre delle conclusioni specificando chi, a mio modesto parere, ha avuto i maggiori benefici dallo scambio.

God does not give us overcoming life. He gives us life as we overcome. #33 #TTP

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Tobias Harris-76ers: che innesto è il ragazzo ex Clippers?

 

I 76ers, con l’innesto di un’ala come Tobias Harris saranno in grado di schierare un quintetto da paura composto da: Simmons, Redick, Butler, Harris ed Embiid. Per quanto riguarda invece la panchina, coach Brett Brown grazie a Mike Scott, stretch four con molti punti nelle mani, e Boban Marjanovic, centro di “soli” 222 cm (!!), potrà vantare una bench unit più completa rispetto a prima che, con le consolidate presenze di McConnell,Bolden,Korkmaz e Amir Johnson oltre al fantasma di Zhaire Smith, ed il nuovo arrivato Simmons con l’ex Rockets James Ennis, sarà in grado di dare un apporto migliore.

 

Questa mossa ci fa capire la mentalità dei Sixers che, integrano ai loro Big 3 un altro giocatore che secondo il parere generale avrebbe meritato la presenza all’All Star Game di Charlotte. Prima di essere scambiato, Harris stava viaggiando con una true shooting percentage intorno al 60%, questo tipo di dato, che sta diventando uno dei più analizzati e rilevanti per gli scout, tiene conto delle percentuali di un giocatore sia per quanto riguarda il tiro da 3, il tiro da 2 ed i tiri liberi, attribuendo ovviamente maggior importanza al tiro dalla lunga distanza. Per dare un termine di paragone, possiamo confrontare le statistiche del prodotto dell’University of Tennessee con quelle registrate da LeBron James nella sua miglior annata statistica con la casacca dei Miami Heat, dal momento che The King aveva una true shooting percentage intorno al 65%, testimoniando come l’annata di Tobias sia one to remember, altro termine preso in prestito dal gergo americano. Dal punto di vista contrattuale invece, Phila scambia dei contratti in scadenza come quelli di Chandler e Muscala e si priva di un sostanziale minimo salariale di Shamet acquisendone altri 3 che termineranno quest’estate, inoltre la dirigenza 76ers da quanto trapela, ha intenzione di rifirmare sia Butler che Tobias, in modo da avere 4 giocatori di riferimento per i prossimi anni.

 

Passando alla squadra angelena invece, bisogna notare come il GM Jerry West non sia mai banale nei suoi movimenti, anche perchè nell’anno e mezzo in cui ha avuto il controllo delle operazioni di mercato dei Clippers si è “liberato” di giocatori come Griffin, DeAndre Jordan e lo stesso Tobias Harris, senza dimenticare Chris Paul. Ancora una volta mr. The Logo ( soprannome di West dal momento che è sua la sagoma raffigurata nel logo dell’NBA), ha compiuto una mossa scaltra, poichè se è vero che i Clippers si stanno preparando ad una free agency 2019 scintillante, il povero Harris non sarebbe stato rifirmato alle cifre da lui richieste e , pur di perderlo a zero, Los Angeles si è assicurata un buon giovane quale Shamet e ben 4 scelte future che non fanno mai male.

 

La chiave di lettura secondo me è la seguente: i 76ers si assicurano un ottimo giocatore integrandolo ad una squadra già ben strutturata che , una volta rifirmato, entrerà a far parte definitivamente del Process di Philadelphia, dall’altra parte i Clippers si privano a malincuore di quello che stava mostrando a tutti gli effetti di essere il loro miglior giocatore, col solo obbiettivo di liberare ulteriore spazio salariale in modo da poter provare a firmare stelle del calibro di Leonard, Durant e compagnia ed ottengono scelte ottime per provare anche qualche trade interessante in estate. Niente male

 

Se volessimo cercare a tutti i costi una vincitrice, pesando lo scambio pound per pound (prometto che è l’ultima espressione presa dal vocabolario a stelle e strisce), alla luice del fatto che con tutta probabilità i Sixers estenderanno il contartto di Harris è palese che ne traggano loro i  maggiori vantaggi, però è anche vero che i Clippers non potranno essere definiti quali perdenti della trade qualora riuscissero ad accaparrarsi le prestazioni di Leonard piuttosto che di Thompson o altri giocatori di quello spessore.

 

Non ci resta che aspettare il 1 luglio 2019 per vedere come si svilupperà questa vicenda e, in attesa di quella data, godiamoci lo spettacolo che l’NBA è in grado di offrirci ogni giorno

Il Limbo NBA: la teoria del Triangolo delle Bermuda applicata al basket a stelle e strisce

Limbo NBA

Limbo NBA, praticamente la dura verità che alcune squadre devono affrontare: restare a metà strada tra diventare grandi e ripartire da zero. In questo articolo, andremo ad analizzare la situazione critica di alcune squadre che, per una serie di errori di management fatti in passato sono cadute in una sorta di limbo dalla quale fanno fatica ad uscire. Nella concezione religiosa, il limbo è un termine usato per indicare il luogo privo di pena ma anche della visione di Dio. Applicando questo concetto al basket potremmo dire che il limbo è raggruppamento di squadre che non sono nè cosi scarse da tankare, nè così forti da poter puntare al titolo. Ovviamente questa è una definizione abbastanza approssimativa, che però ci aiuterà ad esporre la condizione di certe franchigie che necessitano di un profondo cambiamento se non vogliono disperdersi come appunto se fossero nel Triangolo delle Bermuda. Numerose sono le squadre in tale situazione, ma in particolare analizzeremo le seguenti 4:

  • Indiana Pacers,
  • Memphis Grizzlies,
  • Detroit Pistons
  • Washington Wizards.

La particolarità di queste 4 squadre è il fatto che siano, a mio parere, tanto uguali quanto diverse.

 

Limbo la situazione dei Pacers e non solo

Partendo dai Pacers, bisogna riconoscere loro che prima dell’infortunio di Oladipo che li ha totalmente ridimensionati, erano una squadra che in prospettiva di playoffs nessuno avrebbe voluto incontrare per via della loro buona organizzazione e del loro fattore campo, infatti alla Bankers Life FieldHouse di Indianapolis il loro record recita un 18-7 che comprende vittorie di un certo spessore come quelle contro Bucks, Celtics e Raptors che sarebbero sulla carta le prime 3 squadre ad est se escludiamo gli imprevedibili 76ers.

Queste sono tutte testimonianze di come la squadra di McMillan avesse le potenzialità per quantomeno infastidire le squadre top dell propria conference.

La domanda sorge spontanea allora… come mai hai deciso di inserirli in questo limbo accumunandoli a squadre che faticano molto di più come ad esempio i Grizzlies ? Beh, poichè dal momento che difficilmente una superstar del calibro di Durant, Leonard o Davis deciderà di vestire la casacca gialloblù che anni fa è appartenuta a Reggie Miller, i Pacers sono destinati ad arrivare sempre ai playoffs,per poi essere eliminati ai primi turni da squadre più competitive a meno di exploits vivendo perennemente una sorta di dejàvu per ogni stagione che passa.

Urge specificare che questo è un punto di vista molto pessimistico e la svolta può essere sempre dietro l’angolo, chiedere ad esempio ai Nuggets che fino a qualche anno fa sembrano essere finiti irrimediabilmente in questa situazione ma poi hanno pescato con la 41esima scelta del draft 2014 un tale Nikola Jokic.

Per analizzare la posizione dei Grizzlies e dei Pistons,invece, partiremo da una serie di presupposti che valgono per entrambe, ma evidenzieremo in conclusione una sostanziale presa di posizione di una delle due franchigie che può far capire le mosse da compiere per provare ad uscire da questo fatidico limbo.

Sia la squadra di Detroit che quella di Memphis possono vantare la presenza di due stelle nelle loro fila, Griffin e Drummond da una parte e Gasol e Conley dall’altra, inoltre entrambe, cosiccome i sopracitati Pacers, non sono piazze in grado di cogliere attenzione da parte dell’elite della lega.

La differenza che ho messo in risalto nell’introduzione di queste due franchigie risale ad una notizia fresca di pochi giorni, secondo la quale il GM di Memphis, Chris Wallace, di comune accordo con il coach JB Bickerstaff, ha deciso di rendere disponibili sul mercato proprio i due giocatori cardine vale a dire Gasol e Conley. Questo sta a manifestare che molto intelligentemente, secondo la mia opinione, le due parti ( dirigenza e giocatori) hanno capito che insieme non sarebbero arrivati a vincere ed hanno deciso di prendere strade differenti facendo si che le due stelle possano accasarsi in un’altra organizzazione e che i Grizzlies invece rifondino, partendo dal loro talentuoso rookie Jaren Jackson Jr.

Questo tipo di ragionamento non è stato fatto invece dai piani alti dei Pistons, poichè, dal momento che la nuova arena costruita nel centro di Detroit viene anche considerata come un modo di dare un sostegno alla comunità della Motor City, scambiare gli unici giocatori in grado di fare vincere qualche partita alla franchigia locale sarebbe un suicidio economico visto anche che i dati di affluenza alla nuova Little Caesars Arena non sono del tutto esaltanti anzi…

Per quanto riguarda i Washington Wizards, sono stati inseriti nell’articolo per mettere in luce un’altra tipologia di squadra persa nella “terra di nessuno”, infatti quest’ultimi sono il caso che più avvalora la tesi iniziale secondo la quale quelle scelte di management discutibili alla lunga si pagano. Le premesse per i Wizards erano ottime dal momento che, dopo l’avvincente semifinale di conference persa 4 a 3 contro i Celtics di Isaiah Thomas, sembrava che finalmente Beal e Wall avessero unito i loro intenti e grazie a un supporting cast di un buon livello composto da Otto Porter, Morris e Gortat potessero ambire a un posto al sole nella non irresistibile Eastern Conference per usare un eufemismo. Alla lunga tutto ciò si è rivelato solo un’illusione e dopo la rifirma di Porter a cifre astronomiche la franchigia capitolina si ritrova con un salary cap intasato e con una squadra disunita e martoriata da infortuni (vero John Wall ? ). Nonostante ciò il GM dei Wizards ( Ernie Grunfeld) ha voluto insistere su questo core di giocatori, rifiutando l’opzione trade per Beal che a quanto pare sembra essere l’unico con un discreto valore sul mercato. Ecco che si è creata una situazione dalla quale difficilmente si otterrà qualcosa di buono per Washington che al momento della stesura di questo articolo risulterebbe fuori dai playoffs ad est (!!).

Queste erano le 4 analisi di squadre che, per sforuna e cattive decisioni sono accumunate da un non florido futuro…E voi cosa ne pensate ? Cosa suggerireste ai rispettivi GM per migliorare le sorti delle loro squadre?

 

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Moving on.

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Superstars NBA: quanti realmente degni di tale nominativo?

Superstars NBA-lebron-lakers-foto

Le Superstars NBA, chi sono? Oggi si parla troppo spesso di super star nell’ambito di tanti tantissimi giocatori. Nell’ NBA odierna non siamo in grado di avere molte certezze: continue trade, infortuni e fattori che dall’altra parte dell’oceano vengono definiti untangibles fanno­ si che le sorti di giocatori e franchigie cambino totalmente in un brevissimo lasso temporale.

 

Una delle poche certezze sopracitate è la seguente: !Per provare a vincere, servono almeno due superstar”, poichè difficilmente si ripeteranno episodi come quello che vide i Dallas Mavs di Dirk Nowitzki trionfare da underdog nelle NBA Finals contro i Miami Heat di LeBron James, Dwyane Wade e Chris Bosh. Lo stesso LeBron, da molti considerato come G.O.A.T ( Greatest Of All Time), l’anno passato non è stato in grado di portare i Cleveland Cavaliers oltre una finale NBA, nella quale la squadra dell’Ohio è stata letteralmente annientata da dei Golden State Warriors che dal canto loro potevano vantare la presenza di 4 All Stars, dimostrando come neppure il migliore giocatore al mondo posso condurre da solo una squadra al Larry O’Brien Trophy ( titolo NBA ndr).

 

 

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Welcome back Big Dawg!!! @boogiecousins

Un post condiviso da Draymond Green (@money23green) in data: Gen 18, 2019 at 11:08 PST

Superstars NBA: chi sono? Indicazioni per l’uso

In questo articolo andremo ad analizzare quindi ciò che si intende per superstar e che cosa differenzia questi ultimi dagli ottimi giocatori che invece non possiedono questo status di Superstars NBA. Il concetto di superstar non è per tutti gli appassionati di NBA lo stesso, infatti alcuni ritengono tali gli All Stars, altri riconducono l’appellativo solamente ai giocatori in grado di vincere premi personali e qualcuno pensa che gli individui degni di questo nome si possano contare sulle dita di una mano. A mio parere una superstar è un giocatore che, innanzitutto è in grado di portare il suo contributo in qualsiasi contesto di gioco e che inoltre, riesca a prendere per mano la propria squadra nei possessi delicati, non necessariamente segnando, ma facendo la giocata giusta. Per fare degli esempi concreti, nelle prossime righe lancerò una provocazione che per molti risulterà come blasfemia cestistica.

 

Un giocatore alla Draymond Green che risulta essere uno dei più antipatici della lega, in una franchigia che ha l’obbiettivo di vincere adesso senza guardare al futuro potrebbe da molti insiders essere preferito rispetto ad un giocatore dallo sconfinato talento e potenziale come Karl Anthony Towns. Vi chiederete, perchè proprio questo confronto così particolare tra questi giocatori tanto differenti? Beh, ora argomenterò con i fatti questa suggestione. Partiamo dal prodotto di Kentucky, giocatore cardine dei Minnesota Timberwolves; KAT se si analizzano le statistiche personali fin dal suo ingresso nella lega potrebbe risultare uno dei giocatori d’elite della lega tanto che con la recente nomina , può vantare già due presenze all’All Star Game nelle sue prime 4 stagioni in NBA. Quello che si discute al giocatore originario della Repubblica Dominicana, è l’impegno nella metà campo difensiva e non solo, poichè l’anno scorso nella sua prima esperienza di playoffs non è stato in grado di dare un grande contributo neppure offensivamente, mettendo a referto cifre “normali” e venendo oscurato da un centro come Clint Capela a cui madre natura ha dato forse un decimo del talento cestistico di Towns. Come è possibile tutto ciò?Ovviamente è ingeneroso verso il numero 23 dei T-Wolves fare questo tipo di processo così spietato nei suoi confronti perchè come detto prima era il suo esordio nella post season, però in pochi avrebbero pronosticato questo scarso impatto del prodotto di Kentucky. Lo stesso tipo di ragionamento è stato evidentemente effettuato però anche da Jimmy Butler, il quale ha chiesto una trade ritenendo che Towns e Wiggins non avrebbero potuto aiutarlo a vincere in quelli che sono gli anni di picco fisico e mentale della sua carriera, essendo lui del 1989 ( a settembre compierà 30 anni ). Fatico chiaramente a credere che KAT nelle sue prossime apparizioni nel basket di aprile, maggio e chissà se giugno ( periodo di Finals) avrà le stesse difficoltà riscontrate nella passata stagione, però, rimanendo fedeli alla precedente premessa, ecco che iniziano ad insediarsi più dubbi su Towns.

 

Dall’altra parte, parlando di Draymond Green, bisogna specificare che non rientra nella tipologia di giocatori valutabili in base al loro apporto statistico, essendo lui un giocatore bravo a fare un po’ di tutto sul parquet che però è in grado di dare un impatto emotivo alla partita difficilmente replicabile.

Il prodotto dell’University of Michigan, ha vinto 3 titoli NBA con i suoi Golden State Warriors e in ognuno di essi ha portato alla causa un grosso contributo. Ci soffermeremo però sulle finali NBA del 2016 che, hanno visto i Cleveland Cavaliers vincere proprio contro i Warriors una serie dove si erano trovati sotto per 1-3, ribaltando questo tipo di risultato per la prima volta nella storia a livello di Finals. Tale serie è stata piena di capovolgimenti di fronte senza esclusione di momenti ad alta tensione. Green arrivò a questa finale con sul groppone un alto numero di falli tecnici e flagrant che, se avesse raggiunto un tale limite, avrebbe costretto Draymond a saltare una partita. In gara 4, i Warriors ottennero una fondamentale vittoria in quel di Cleveland che li proiettò appunto sul 3 a 1, però Green, si lasciò andare e reo di aver tirato un calcetto nelle parti intime di LeBron James, venne squalificato in gara 5 dal momento che la NBA rubricò tale fallo come flagrant, facendo si che si raggiungesse il numero limite prima citato.

 

Game 5, senza il prodotto di Michigan, diede inizio alla rimonta della franchigia al tempo guidata da LeBron, Irving e Love, con una vittoria di quest’ultimi che rimise tutto in discussione. La franchigia dell’Ohio, vinse in casa anche gara 6, assicurandosi il biglietto per la fatidica gara 7, scontro da dentro o fuori, che avrebbe assegnato il Larry O’Brien Trophy. E’ in questo caso che secondo me Green mostrò la sua grandezza, poichè nonostante la sconfitta lui mise a referto una prova da vero leader, diventando il migliore della sua squadra per punti, rimbalzi e assist compiendo una partita da 32, 15 e 9 che per un assist mancante non diventò una paurosa tripla doppia.

 

In questo modo Draymond dimostrò, non che ce ne fosse bisogno, che oltre al suo clamoroso impatto difensivo ( ha fatto parte del miglior quintetto difensivo nelle stagioni 2015, 2016, 2017) è in grado di fornire prove di spicco anche a livello statistico non in una partita qualsiasi.

Detto ciò ovviamente questo è un parere personale argomentato da una serie di provocazioni che sono mirate a far riflettere sul concetto di superstar.

E tu, cosa ne pensi? Cosa è per te una superstar?

 

Anthony Davis ed una situazione che si risolverà presto…

padre Anthony Davis

Anthony Davis è al centro dei rumors in NBA, inutile girarci tanto attorno. In questi giorni, all’interno del mondo NBA, si è scatenata una bufera che ha tutte le potenzialità per essere ricordata in futuro come il momento che ha cambiato le sorti della lega.

Geograficamente possiamo ricondurre l’avvenimento in Louisiana, più precisamente in quel di New Orleans dove la franchigia locale, i Pelicans, è alle prese con una richiesta di trade da parte del suo giocatore più rappresentativo, Anthony Davis.

 

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Cosa è successo in questi ultimi tempi per Anthony Davis?

Il prodotto di Kentucky, selezionato con la prima scelta assoluta nel draft 2012 da quelli che al tempo erano i New Orleans Hornets, nella sua breve ma intensa carriera è stato nominato: tre volte nel All NBA Team (2015/2017/2018), tre volte nel NBA All Defensive Team negli stessi anni, una volta MVP dell’All Star Game 2017 tenutosi proprio a New Orleans ed infine una volta nel NBA All Rookie Team ed è considerato come un giocatore destinato a dominare i parquet per i prossimi dieci anni. La sua richiesta si è verificata per una serie di problematiche che, Davis ed il suo agente Rich Paul (lo stesso di un certo LeBron James) hanno ritenuto tali da richiedere uno scambio al fine di migrare verso lidi più prestigiosi della Louisiana.

Il principale intoppo pare che sia dovuto al poco appeal dei Pelicans e più in generale di New Orleans, non sufficiente ad attirare Superstars degne di questo nome. Le altre 29 squadre NBA hanno compreso che questa è una di quelle opportunità che non bisogna farsi scappare e si sono subito fiondate sul mercato, volenterose di accaparrarsi le prestazioni del numero 23 nativo di Chicago. Prima di analizzare le sue possibili destinazioni però, occorre parlare della situazione salariale di Davis, dal momento che quest’ultimo ha, nel 2015, firmato un contratto che a partire  dalla stagione 2016/17 lo ha portato a guadagnare  25 milioni di dollari nel solo 2018. Tale contratto prevede un altro anno garantito per 27 milioni a libro paga con successivamente una player option che permetterà al giocatore di decidere se rimanere nel corrente accordo o diventare free agent nell’estate 2020. Qualore, come sembra ormai impossibile, Davis scegliesse di restare nella città del jazz, sarebbe eleggibile per un’estensione contrattuale che diventerebbe la più onerosa della storia NBA (!!) facendo sì che l’ala grande allenata da Coach Calipari a Kentucky guadagni 230 milioni nei prossimi 5 anni. Tornando alle possibili mete per il nativo dell’Illinois, le più gettonate parrebbero essere Los Angeles sponda Lakers e Boston Celtics. Questi ultimi sono considerati da tutti come la franchigia in grado di proporre il miglior scambio ai Pelicans, avendo un core molto giovane che viene considerato sacrificabile pur di arrivare ad un giocatore del calibro di Anthony Davis capace di trascinare letteralmente una squadra. Fanno parte di questo gruppo elementi come Rozier, Brown, Smart, Tatum (nonostante sia improbabile che Danny Ainge si privi del sophomore proveniente da Duke), senza contare inoltre le numerose scelte che i Celtics possono mettere sul tavolo. Basti pensare che solamente quest’anno la franchigia biancoverde dispone delle seguenti scelte:  Kings (a meno che non sia la prima assoluta),   Grizzlies se fuori dalle prime 8 e quella dei Clippers se esclusa dalla lotteria.

 

A questo punto sembra scontato che Anthony Davis vada a Boston, ma ecco che entra in scena la “Rose rule”, una condizione contrattuale che permette ai giocatori che, nel loro rookie contract sono stati in grado di vincere MVP, essere nominati due volte All-NBA, oppure aver preso parte al quintetto iniziale di un All Star Game di poter guadagnare fino al 30% dal monte ingaggi dell’intera squadra anzichè il 25%. La peculiarità è che non ci possono essere due giocatori all’interno della stessa franchigia che godano di questa regola. Qui si complica l’assunto poichè oltre a Davis questa Rosa rule è presente anche nel contratto di Kyrie Irving, point guard e superstar globale dei Celtics, quindi a meno che Danny Ainge (GM Celtics) non si privi clamorosamente di Irving lo scambio non è al momento fattibile; la domanda è: chi può essere in grado di offrire a New Orleans degli asset interessanti e che abbia anche il gradimento di Anthony Davis? Questa cerchia di nomi comprende a meno di colpi di scena Knicks, Raptors, Lakers e Bucks, con la squadra angelena in prima fila.

 

I Pelicans non vorrebbero scambiarlo alla franchigia di Magic Johnson, però Los Angeles è in grado di offire giovani promettenti come Ball, Ingram, Hart e Kuzma. Per quanto riguarda Bucks e Raptors ci sono delle affinità, poichè entrambe sono ai vertici della Eastern Conference ed entrambe cercano un altro giocatore di livello assoluto da affiancare alle rispettive star, Antetokounmpo e Leonard. I Knicks invece, nonostante non abbiano molto da dare,  potrebbero convincere AD, promettentdo una free  agency 2019 fatta di grandi nomi. Insomma, siamo ancora lontani dalla soluzione del caso, che potrebbe sconvolgere le gerarchie di questa lega. Non ci rimane che aspettare per vedere come si concluderà.