Los Angeles Clippers: un vento favorevole sospinge i velieri

Montrezl Harrell Los Angeles Clippers

I velieri buoni sono quelli che sanno resistere alla tempesta senza subire grossi danni. I velieri più efficienti sono quelli che, passato il peggio, sanno sfruttare il vento in poppa per viaggiare rapidamente verso la loro meta. Nomen omen direbbero i latini: i Los Angeles Clippers hanno attraversato le intemperie della cessione della loro prima punta, Tobias Harris, hanno puntato sui giovani, hanno proseguito sulle loro convinzioni, hanno insignito Danilo Gallinari di un rinnovato ruolo da leader e, ora, potrebbero avere di fronte uno dei futuri prossimi più brillanti della NBA. Perché il vento favorevole lo porta la fortuna, ma i bravi naviganti la fortuna sanno anche meritarsela. Doc Rivers, Steve Ballmer e il front office dei Los Angeles Clippers sono naviganti bravissimi.

LA FORZA DELLE GERARCHIE…

Se ci si mette davanti a una partita dei Clippers la prima osservazione che viene spontanea è: questi hanno delle gerarchie chiare, dei meccanismi ben oliati, nonostante i numerosi cambiamenti in corso d’opera. Si parte da un quintetto con idee molto precise: tre giovani che, a poco prezzo, in futuro potranno essere “pezzi importanti” di una squadra vincente. Shai Gilgeous-Alexander è un playmaker molto ordinato, dotato di leve lunghe preziose in difesa; ama far giocare i compagni ed alzare il ritmo. Tira poco (8.3 tentativi dal campo), ma lo fa con efficienza notevole alla sua età (47% dal campo). La stessa efficienza che appartiene all’altro rookie, l’ex-76ers Landry Shamet, un tiratore da oltre 40% dall’arco, con un’incredibile capacità di scegliersi i tiri migliori. Infine c’è Ivica Zubac: sicuramente non sarà mai un fenomeno, ma un lungo così bravo a rollare dopo aver bloccato e dotato di un’insospettata esplosività e prontezza non può che far comodo.

Shai Gilgeous-Alexander è una delle ottime scoperte della stagione dei Los Angeles Clippers
Shai Gilgeous-Alexander è una delle ottime scoperte della stagione dei Los Angeles Clippers

E poi due veterani ad accompagnare il processo di crescita di questi giovani. Patrick Beverley sta decisamente cambiando la stagione dei Los Angeles Clippers. L’ex-Olympiacos in questa stagione è forse il miglior difensore della Lega, che ha ben poco da invidiare a un artista della materia come Kawhi Leonard. La sua capacità di togliere dai giochi l’avversario più forte crea una sicurezza molto salda nelle retroguardia di coach Rivers. E infine il leader designato, un Danilo Gallinari finalmente continuo dal punto di vista fisico. Non ferma troppo il pallone, prende un numero di tiri tutto sommato limitato (12.8) e comunque produce 19.3 punti, anche grazie alla capacità di andare tanto in lunetta (quasi 6 liberi a partita con il 90.3%), una caratteristica che sta facendo la fortuna di tutta la squadra, la migliore nel lucrare gite alla linea della carità in questa stagione (circa 28 per match).

…E DELLA PANCHINA

E poi i Los Angeles Clippers sono una squadra davvero lunga. Badate bene, non si tratta tanto di un discorso quantitativo quanto qualitativo. La panchina di Doc Rivers è la prima per punti segnati (la bellezza di circa 50 a partita) e dà l’impressione di non andare sotto contro nessuno; anzi, spesso sono le riserve stesse a dare uno strappo decisivo alla partita (vedere il parziale tra terzo e quarto periodo contro i Celtics). Una panchina che porta grande solidità difensiva in uomini come JaMychal Green e Garrett Temple, ma anche tanto talento. Lou Williams e Montrezl Harrell producono rispettivamente 20.3 e 16.2 punti e dai loro giochi a due nascono spazi e praterie anche per tutti gli altri, in questo modo alleggeriti e agevolati nei loro compiti offensivi. Siamo quindi davanti alla forza di una squadra che sa distribuire molto bene il proprio talento e a quella di un allenatore che ha avuto il coraggio di fare scelte nette e di proseguire il proprio percorso, contro ogni più malevola aspettativa. Chapeau, coach Doc Rivers.

Uno dei letali giochi a due tra Williams e Harrell

LOS ANGELES CLIPPERS: PRESTO UNA CONTENDER?

Le mosse dei Los Angeles Clippers durante la trade deadline non hanno solo una valenza tecnica, ma anche “economica”. Hanno permesso infatti di liberarsi di alcuni contratti importanti, di prendere alcuni giovani interessanti ancora con contratto da rookie e di ottenere altri contratti in scadenza. Insomma, per non annoiare i lettori con dati finanziari poco allettanti, la sostanza è che, in estate, i Clippers potranno aggiungere al cuore pulsante del roster attuale due superstar, di quelle da contratti al massimo salariale. Un nome su tutti, al momento, è quello di Kawhi Leonard, ma non sarà il solo che sentiremo nei prossimi mesi.

Piove. Il gatto è morto. La fidanzata mi ha lasciato…e io tifo Clippers

Un haiku firmato Federico Buffa che lascia intendere quanto i Velieri siano sempre vissuti nell’ombra della NBA, spesso derisi. Quest’anno, pur solidissimi, difficilmente supereranno il primo turno di playoff, ma l’anno prossimo potrebbero avere una rosa di primissima fascia. I Golden State Warriors presto si sfalderanno, il fascino dei Lakers è in calo, tante stelle saranno free agent e i Los Angeles Clippers, per quanto Clippers, stanno pur sempre in una città come Los Angeles. Forse l’anno prossimo si smetterà di deriderli; i Clippers, per allora, potrebbero essere anche i più forti.

Difesa sul pick and roll: alcune strategie da Eurolega

difesa sul pick and roll shved

Senza avere una decente difesa sul pick and roll nell’Eurolega di oggi diventa difficile sopravvivere o, quantomeno, concedere meno di 90 punti a partita. Il più utilizzato gioco a due della pallacanestro pone dubbi e costringe a prendere decisioni, soprattutto quando si giovi del coinvolgimento dei tre attaccanti restanti. E allora i difensori hanno una necessità: cercare di mantenere il pick and roll nei confini del due contro due, in spazi che siano il più stretti possibile. Eppure, a volte, condizioni particolari richiedono l’attenzione anche dei tre difendenti non direttamente chiamati in causa. E’ una questione di scelte. Noi vogliamo analizzarne tre, prese da alcune delle maggiori forze della competizione, per vedere cosa comporti ogni diversa difesa sul pick and roll.

IL CAMBIO SISTEMATICO: LA STRATEGIA DELLE GRANDISSIME

Nel basket contemporaneo le più grandi difese di Eurolega sul pick and roll cambiano in maniera sistematica, a prescindere dall’avversario che si trovino davanti. In cosa consiste il cambio difensivo? Semplice: i due difensori coinvolti direttamente nell’azione si “scambiano” sostanzialmente le marcature. E’ la difesa tipica del CSKA e del Fenerbahce, a cui è resa possibile dalla presenza di lunghi dai piedi incredibilmente veloci (Vesely, Hunter e soprattutto Kyle Hines, il miglior lungo di sempre sui cambi difensivi), ma anche dall’organizzazione di un sistema che copre il missed-match a cui è costretto l’esterno contro il lungo avversario.

La difesa sul pick and roll del Fener alle Final Four 2017

Nel caso particolare della squadra turca la difesa sul pick and roll può farsi anche più complessa, appunto per evitare che venga sfruttato il vantaggio del lungo avversario contro il cambio. Già dal video si nota come Vesely cambi in modo molto aggressivo, facendo perdere al palleggiatore il momento buono per far uscire il pallone. Spesso è in questo momento che la squadra di Obradovic coinvolge un terzo difensore: una delle due ali cambia a sua volta con il piccolo che si trova in missed-match, ristabilendo una situazione più sostenibile per la difesa, grazie a quello che è diventato un cambio a tre. Arte.

DIFESA SUL PICK AND ROLL: L’INTELLIGENZA DEL CONTENIMENTO

Non tutte le situazioni permettono di attuare sistematicamente il cambio difensivo, soprattutto quando si abbiano lunghi di grande stazza e, quindi, più lenti con i piedi. Lo sa benissimo Pablo Laso, che ha a roster un centro di 222 centimetri, rispondente al nome di Walter Tavares. E allora esiste un’altra soluzione: tenere il proprio lungo a protezione dell’area, senza costringerlo a compiti che non possono appartenergli.

Una difesa sul pick and roll di contenimento mal riuscita

Ovviamente questo tipo di difesa può essere coniugato in due modi diversi dall’esterno: può passare sopra il blocco (grazie allo spazio lasciato dal lungo che resta in area) o può passarvi sotto. La soluzione scelta dipende in genere dalla capacità del ball-handler di realizzare da tre punti; se questa è notevole, si sceglie la prima opzione. Ovviamente non esiste difesa migliore per confinare il pick and roll nel due contro due, ma si pone un grosso problema, come si nota dal video. Contro Spanoulis la scelta deve essere quella di passare sopra; quando questo non avvenga, l’esterno si trova a inseguire e il lungo rimane uno contro due, una situazione terminale nella maggior parte dei casi. E’ chiaro che lo scopo principale di questo tipo di difesa sia costringere l’attacco a un poco pregiato (e ci sarebbe da discutere su questo) tiro dal mid-range, ma per ottenere il risultato sperato bisogna sapersi assumere le proprie responsabilità individuali, cosa che in questa situazione particolare Causeur non riesce a fare.

IL GRANDE RISCHIO DELLO “SHOW” DIFENSIVO

A volte l’idea della difesa sul pick and roll è quella di togliere a tutti i costi la palla dalle mani del ball-handler avversario, perché lo si ritiene l’elemento più pericoloso della squadra e si vuole costringere i suoi compagni a prendere decisioni al posto suo. Per far questo, ovviamente, bisogna estremizzare. Da qui deriva lo “show” difensivo, in cui il lungo fa uno o due passi in uscita per ostacolare la visuale del palleggiatore e rallentare l’uscita della palla dal pick and roll. Ovviamente questo genere di difesa coinvolge fortemente il lato debole e presuppone che chi difende sulla palla recuperi rapidamente dopo aver subito il blocco. Il rischio è quello di esagerare, e a saperlo molto bene è l’Olimpia Milano.

Il rischio estremo dello show difensivo milanese

Il video ci illustra chiaramente quanto sia rischioso praticare questa scelta difensiva. Il primo rischio nasce dal lavoro del lungo Arturas Gudaitis, che in questo caso si espone troppo per negare una linea di passaggio in realtà già chiusa (alla sinistra del palleggiatore) e rientra tardivamente sul suo uomo (proprio nel rientro sta la differenza con il cambio o il raddoppio). Mike James, che difende sul palleggiatore, è poi chiaramente troppo pigro e non mette pressione, lasciando che Campazzo veda facilmente tre quarti di campo. Infine il lato debole: Daris Bertans avrebbe il compito di riempire l’area completamente sguarnita, ma per fare questo deve lasciare il libero un grande tiratore come Jaycee Carroll; la sua esitazione costa due punti facili. La soluzione migliore? Portare l’aiuto in area nel momento in cui il lungo sta ricevendo, in modo da costringerlo ai passi o comunque all’indecisione, senza permettergli un facile scarico in angolo. D’altronde questa difesa vorrebbe proprio creare indecisione nei compagni del palleggiatore, ma per eseguirla bene ci vuole un’incredibile preparazione, tecnica e mentale.

DeMarcus Cousins e la difficile scalata dell’Olimpo

Persino un eroe come Ercole, per assurgere al grado di divinità olimpica, al momento della morte ha necessitato della grazia della sua matrigna Giunone. Altrimenti sarebbe morto come un comune mortale, come una figura qualsiasi del mito, senza mai raggiungere le vette olimpiche per collocarsi di fianco al padre Giove. E parliamo dell’eroe più famoso del mondo antico. Pensate come si deve trovare DeMarcus Cousins, che cerca di adeguarsi al divino Olimpo dei Golden State Warriors, un sistema quasi perfetto e onnipotente, per essere al livello del quale non basta un curriculum da autentica star della NBA. Quella di DeMarcus Cousins è una scalata complessa, decisamente impervia e la sua accettazione al simposio divino della Baia è ancora un processo lungo e laborioso, a livello tecnico e non solo.

 

DeMarcus Cousins si sta davvero inserendo nel quintetto divino dei Warriors?
DeMarcus Cousins si sta davvero inserendo nel quintetto divino dei Warriors?

Il curioso caso dello stile di gioco

 

Come si inserirà un centro di peso, bisognoso di tanti minuti, nel sistema Warriors, fatto di tanta transizione e non meno small-ball? Come riusciranno a servire adeguatamente un giocatore con caratteristiche mai viste prima nel roster di Steve Kerr? Tutte domande legittime nella loro origine e forse anche nel loro svolgimento; tutti dubbi sui quali era stata calata una certezza: DeMarcus Cousins è un giocatore poliedrico, capace di giocare tanto spalle quanto fronte al canestro, fisico ma agile, un efficientissimo rimbalzista e, soprattutto, un buon tiratore da tre punti. Può inserirsi perfettamente. L’elemento più strano in tutto questo? Parametrando le statistiche sui 36 minuti, DMC tenta 4.4 triple a partita a fronte delle ben 6.1 dello scorso anno. Non solo, la percentuale di realizzazione è drasticamente calata: si passa dal 35.4% al 26.1% attuale, e non può essere una mera questione di ruggine fisica. La necessità pare quella di servire il centro ex-Kings vicino al ferro, quasi a cercare una pericolosità inedita nel sistema Warriors. L’idea produce buone cifre personali (oltre 15 punti in circa 25 minuti), ma non gli spazi sul perimetro che probabilmente coach Kerr si sarebbe auspicato: il dato degli assist dice 3.4, il minimo dalla stagione (disgraziata a livello di squadra) 2015-2016. Il problema quindi qual è? E’ un problema offensivo, testimoniato dal fatto che l’offensive rating dei Warriors è di 115.6, mentre è di 108.3 con Cousins in campo. Forse l’adattamento offensivo di Cousins non procede così bene.

 

L'impressione che Cousins faccia fatica nel sistema Warriors è testimoniata dai numeri
L’impressione che Cousins faccia fatica nel sistema Warriors è testimoniata dai numeri

Il rovescio della medaglia ci parla di un defensive rating che invece migliora quando in campo c’è DeMarcus Cousins, abbassandosi da quasi 110 a 108.1. Questo in ragione di una presenza fisica in mezzo all’area che nello stile Warriors è elemento di novità e sicuramente di ulteriore pericolosità. Chiariamoci, non basta questo a pensare che al momento Cousins sia un aggiunta davvero significativa nel sistema di Golden State; anzi, i dubbi rimangono tuttora vivi e pienamente giustificati. Un campione di 15 partite non basta a esprimere una sentenza, ma una cosa è certa: se Kerr capisce come mediare tra le tendenze offensive di DMC e quelle della propria squadra, quest’anno più che mai i playoff saranno solo formalità, in caso contrario…

 

Ma ci siamo davvero accorti di DeMarcus Cousins?

 

…lo spogliatoio potrebbe diventare una polveriera. D’altronde è inutile negare che esistano delle perplessità latenti sulla convivenza di personalità come quella esuberante di Draymond Green, quella incandescente di DeMarcus Cousins e quella a volte piccante di Kevin Durant. Il fatto incredibile è che al momento non ci siamo neanche accorti dell’inserimento di una testa calda come Cousins in uno spogliatoio non sempre sereno. E’ possibile che l’amicizia che lo lega a KD stia agendo da fattore di moderazione, così come l’intenzione di provare a vincere qualcosa, che è necessità comune a tutti prima del probabile smantellamento (più per motivi economici che tecnici) della dinastia Warriors. Di sicuro l’ambiente vincente e la cultura sportiva della Baia stanno facendo molto bene a Boogie, almeno per il momento. Steve Kerr deve solo augurarsi che non intervengano questioni tecniche a turbare un clima al momento molto mite. In effetti scalare l’Olimpo con un plus/minus di -0.3 nella squadra che siede sul trono degli dei non è semplice e, anzi, la caduta pare la soluzione più probabile. Ai Dubs serve solo che DeMarcus Cousins rimanga avvinghiato alla roccia, perché la possibilità di vincere insieme è concreta, ma viaggia su un filo sottile, sottilissimo.

 

 

Tiratori d’Eurolega: un playbook per una categoria “speciale”

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Quella dei tiratori è una specie protetta, e non dal WWF (anche perché tutto ci sembrano fuorché in via d’estinzione), ma dal basket moderno. I tiratori sono protetti dai compagni, dagli arbitri, dai coach e dai loro “giochi” o, se preferite, schemi offensivi. La quantità e la qualità delle strategie per arrivare a far tirare da fuori i migliori interpreti della specialità sono in continuo aumento nei playbook degli allenatori di Eurolega. Si parte spesso da una base comune, che poi si diversifica nelle diverse menti, a seconda di dettagli che vanno dalla tattica e dalla tecnica individuale del tiratore in questione fino alle caratteristiche della squadra cui appartiene. Noi abbiamo deciso di analizzare tre diversi schemi pensati per un tiratore e li abbiamo presi dal playbook dell’Olimpia Milano. Infatti Simone Pianigiani non poteva non avere alcuni giochi dedicati al secondo miglior tiratore d’Europa (54% dall’arco con 37/69), Dairis Bertans.

La classicità: il gioco “giro” dell’Olimpia Milano

Le uscite dai blocchi sono il più vecchio stratagemma per liberare i tiratori da fuori. Ovviamente, l’aumento di complessità e di preparazione delle difese europee ha fatto sì che un singolo “banale” blocco il più delle volte non sia sufficiente per raggiungere lo scopo prefissato. Inevitabile conseguenza di ciò è stata l’aggiunta di un secondo blocco, come ben vediamo dal gioco “giro” di Milano.

 

Un’uscita da un doppio blocco per Dairis Bertans

La situazione si presenta così: il playmaker porta la palla in posizione di punta, mentre il tiratore si posiziona su una delle due ali. Il primo blocco viene preso subito dal numero “4” per creare un primo vantaggio, che viene poi ampliato da un secondo blocco del centro sul post-basso opposto. Nel frattempo, il terzo esterno parte dal centro dell’area e si apre per creare uno “specchietto per le allodole” che può anche trasformarsi in una seconda alternativa, sempre per un buon tiro. La scelta del lato da cui il tiratore parte è data dalle sue caratteristiche: nel caso di un tiratore destrimano, sarà più conveniente una partenza dall’ala destra (come nel video). Infatti, in questo modo, il tiratore arriva a concludere con un arresto a due tempi sinistro-destro, notoriamente più naturale per un destro.

La modernità: i tiratori che bloccano

Sicuramente i tiratori sono la categoria di giocatori maggiormente attenzionata dalle difese. A volte, perciò, non basta nemmeno un’uscita da un doppio blocco per creare il famoso buon tiro. Negli ultimi anni si è quindi diffusa la tendenza a cercare vantaggi per i tiratori facendo bloccare loro altri compagni, che si tratti del palleggiatore o meno. Nel primo caso, il playbook di Pianigiani ci viene in soccorso con lo schema “corna lato”.

 

Bertans gioca un pick and pop per poi muoversi in flair

L’idea è questa: la guardia va a bloccare per il playmaker che arriva in palleggio. A differenza del pick and roll, dopo aver bloccato si apre, ed esegue quindi un “pop”, generando un primo vantaggio. Anche in questo caso ad ampliare ulteriormente la situazione favorevole è un secondo blocco. Il lungo gioca infatti un blocco per il bloccante, per farlo andare in allontanamento (conosciuto come “flair” nel gergo tecnico), per arrivare a un tiro da tre punti molto aperto sul lato lasciato completamente libero dai compagni.

Il senso comune del gioco “Bamberg”

L’idea di far bloccare un tiratore prima di bloccare per lui deriva dalla constatazione che per la difesa sia più difficile seguire un movimento complesso che genera un maggior numero di soluzioni rispetto a un gioco pensato esclusivamente per un unico obiettivo. Su questo si fonda l’efficacia dello schema “Bamberg”, utilizzato tanto in Eurolega quanto nella NBA, capace di creare una situazione di estrema indecisione nella difesa.

Bertans liberato al tiro nel gioco Bamberg

L’ala piccola e l’ala forte partono negli angoli per aprire il campo e lasciare più spazio possibile ai tre giocatori maggiormente coinvolti nello schema. Il tiratore parte in mezzo all’area e aspetta che il lungo giochi un classico pick and roll centrale con il playmaker. La guardia blocca quindi l’uomo del centro che sta rollando e, dopo aver fatto ciò, si apre sul lato opposto rispetto a quello scelto dal palleggiatore. La pericolosità di questa disposizione sta nel fatto che ha tre possibili sviluppi: un tiro aperto da fuori, una penetrazione del palleggiatore o un passaggio per il rollante, con tutti gli sviluppi che possono derivarne.

Wesley Matthews è arrivato in Indiana: cosa porta nel bagaglio (tecnico)?

Wesley Matthews

Si dice che si debbafar di necessità virtù. Se in NBA c’è una squadra esperta in questo, risponde al nome di Indiana Pacers. La squadra di coach McMillan ha perso poche settimane fa la propria stella Victor Oladipo per un grave infortunio al ginocchio, e nonostante questo riesce ancora ad assestarsi nei piani alti della Eastern Conference . Urgeva comunque sostituire ‘Dipo infortunato e per questo è arrivato Wesley Matthews, un giocatore esperto e dai chiari lineamenti tecnici, non una stella, ma un role-player che ogni coach vorrebbe avere nella propria squadra.

Wesley Matthews è arrivato ai Pacers con il difficile compito di sopperire all'assenza della stella Oladipo
Wesley Matthews è arrivato ai Pacers con il difficile compito di sopperire all’assenza della stella Oladipo

WESLEY MATTHEWS: PRIMA DI TUTTO UN GRAN DIFENSORE

Una cosa certa su Wesley Matthews è che ha fatto bene ovunque sia andato. In ogni squadra è stato apprezzato in primo luogo perché è un difensore molto al di sopra della media degli esterni in NBA. Anzi, qualche anno fa probabilmente era tra i migliori in circolazione. Nella fase di non possesso Matthews non ha certo l’atletismo di Oladipo, ma la mobilità laterale, la velocità di piedi e l’intelligenza lo rendono un difensore di spessore sia vicino sia lontano dalla palla. Da questo punto di vista può adattarsi anche a giocare con compagni di reparto (perdonate il termine calcistico) più vulnerabili nelle retrovie e può sprecarsi sui migliori attaccanti avversari.

 

Un’incredibile difesa di Wesley Matthews su Russell Westbrook

Prendiamo come campione quella che è stata la miglior stagione per la nuova guardia dei Pacers, sia individualmente sia a livello di squadra. Parliamo dell’annata 2014/2015, quando il Nostro si trovava a giocare a Portland, a fianco di giocatori come Lillard, Batum, Aldridge e McCollum. In questo quintetto gli unici veri difensori di livello erano Matthews e Batum. Risultato? Un defensive rating (punti subiti su 100 possessi) di 98.5 con Wesley sul terreno di gioco, sostanzialmente una miseria per gli standard della Lega più celebre a livello cestistico. Non importa chi abbia intorno, Wesley Matthews rimane un grandissimo difensore e in un sistema difensivo collaudato come quello dei Pacers è un’aggiunta di livello.

IL TIRO DA TRE

Si parla spesso di 3&D, ovvero di giocatori che siano abili nella metà campo difensiva e in attacco si rendano utili aprendo il campo con il loro tiro da tre punti. La definizione in realtà calza a pennello per ben pochi giocatori (maestro su tutti è Klay Thompson) e l’ex Mavericks merita di essere enumerato in questo ristrettissimo club. Coach McMillan chiederà proprio questo a Matthews nella fase offensiva: generare spazi con la propria pericolosità dall’arco, in modo da rendere più fluido e arioso un attacco che, comunque, ha perso la propria arma principale.

 

Un assaggio della precisione dall’arco di Wesley Matthews

Parliamo d’altronde di un giocatore che ha già segnato 1506 triple in carriera con oltre il 38% di realizzazione e con quasi 7 tentativi per partita nella suddetta specialità. Una sicurezza insomma, che arriva ad Indianapolis portandosi in valigia voglia di difendere e una mano molto educata dalla distanza. Può sostituire Victor Oladipo? La risposta è no, ma Wesley Matthews è giocatore che rende bene in sistemi ben congegnati e quello dell’Indiana Pacers è un sistema più che funzionale da questo punto di vista. Non chiedetegli di sostituire, chiedetegli di integrarsi e sopperire, rimarrete affascinati dalle straordinarie doti di lavoratore di Wesley Joel Matthews.

Davis-Celtics: Boston e NOLA discutono su Jayson Tatum

Davis-Celtics

L’asse Anthony Davis-Celtics potrebbe essere ancora caldo, nonostante Boston non sembrasse tra le mete gradite al giocatore. Al centro della questione potrebbe trovarsi il giovane talento bianco-verde Jayson Tatum, soprattutto se AD non dovesse lasciare New Orleans prima della deadline.

Davis-Celtics: Jayson Tatum per smuovere la situazione?

I Pelicans sarebbero disposti ad attendere la offseason per trattare la cessione di Davis a Boston, ma vogliono delle garanzie dalla dirigenza Celtics, che, dal canto suo, non è molto disposta a fare promesse difficili da mantenere. Secondo Adam Himmelsbach, i Celtics avrebbero garantito a NOLA un “pacchetto esplosivo” per arrivare al loro All-Star, senza porre il veto su alcun giocatore in particolare, quindi neanche sul gioiellino Tatum.

Davis-Celtics: Jayson Tatum possibile pedina di scambio in estate?
Davis-Celtics: Jayson Tatum possibile pedina di scambio in estate?

Al contempo bisogna valutare la situazione Kyrie Irving, il cui eventuale massimo salariale in estate non potrebbe essere compatibile, nel medesimo roster, con il contratto di Anthony Davis. In questo caso, l’arrivo in estate del numero ventitré  dei Pelicans sarebbe possibile solo alla luce della firma di Uncle Drew per qualche altra franchigia. In tutto questo, i Celtics hanno pregato il front office di New Orleans di non cedere il giocatore ai Los Angeles Lakers, la meta più gradita, e di attendere la free agency per ricevere l’offerta da Boston. Non a caso, mentre la pista Davis-Celtics tende a riaprirsi, la strada della superstar verso la città degli angeli è resa più complessa dalle elevatissime richieste dei Pelicans.

 

 

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Anti-Warriors? Cinque possibili trade per ostacolare il three-peat

Power Ranking NBA-NBA-finals-2019-warriors-festeggiano-Golden State Warriors 2018/2019

Alla ricerca dell’Anti-Warriors: mission impossible?

Con il rientro di DeMarcus Cousins, sembra che individuare una credibile Anti-Warriors sia diventata, come si temeva, un’impresa titanica. Parliamoci chiaro: al momento, probabilmente, nessuna franchigia ha un roster tale da poter battere i Dubs per quattro volte (Celtics, battete un colpo?). Ma, per fortuna, la mutevolezza è propria del nostro mondo, dello sport, della pallacanestro, della NBA, soprattutto quando la trade dead-line si avvicina. E allora chissà mai che qualche team voglia battere un colpo importante attraverso gli scambi. Non aspettatevi grandi botti, ma noi abbiamo pensato cinque possibili aggiustamenti che potrebbero rendere più competitive alcune delle squadre già più accreditate.

Trovare un'Anti-Warriors con questo quintetto? E' davvero possibile?
Trovare un’Anti-Warriors con questo quintetto? E’ davvero possibile?

Anthony Davis, è ora di competere?

Lakers ricevono: Anthony Davis

Pelicans ricevono: Brandon Ingram, Kyle Kuzma, Lonzo Ball, Rajon Rondo, prima scelta 2019, prima scelta 2021

Gli ammiccamenti tra Anthony Davis e LeBron James, o i Lakers più in generale, non sono più un segreto per nessuno. Purtroppo per i Losangelini, il prezzo da pagare sarebbe davvero altissimo, costringendo Magic Johnson a sacrificare diversi giovani promettenti e anche un paio di prime scelte future. E’ vero che il risultato sarebbe quello di avere due dei migliori giocatori in circolazione sullo stesso parquet, ma a quel punto le rotazioni si farebbero inquietantemente corte, e il futuro sarebbe tutt’altro che assicurato. La sensazione è che, a queste condizioni, l’affare Davis non converrebbe davvero per travestirsi da Anti-Warriors. Forse l’operazione potrebbe essere ripensata con l’inserimento di una terza squadra, in modo da alleggerire il prezzo da pagare per i gialloviola.

LeBron James-Anthony Davis il possibile duo Anti-Warriors?
LeBron James-Anthony Davis il possibile duo Anti-Warriors?

E se i Thunder allungassero la panchina?

Thunder ricevono: Terrence Ross

Magic ricevono: Alex Abrines, Patrick Patterson, seconda scelta 2020

E’ un segreto di Pulcinella che la panchina dei Thunder, aldilà di Schroeder, stia dando un contributo al di sotto della sufficienza. La squadra sta dimostrando di poter essere un’autentica mina vagante, soprattutto grazie a una difesa estremamente efficace, capace di supplire alla difficile stagione al tiro di Russell Westbrook. Proprio questa solidità potrebbe rendere la truppa di Donovan un avversario ostico per Golden State. L’arrivo di Ross, per due pedine sacrificabili come Abrines e Patterson, porterebbe un’importante dote di talento e atletismo in uscita dalla panchina, alleggerendo anche il minutaggio del fin qui superlativo Paul George. Che questo basti per essere la vera Anti-Warriors a Ovest sarebbe da verificarsi, ma sicuramente alzerebbe le chance di Oklahoma.

Un’ala per gli Houston Rockets?

Rockets ricevono: Kent Bazemore

Hawks ricevono: Brandon Knight, prima scelta 2019,

Rispetto all’anno scorso, i Rockets hanno abbondantemente perso i gradi di Anti-Warriors. I tempi della quasi impresa della scorsa stagione sembrano lontani anni luce. James Harden, al momento, è il più forte attaccante della NBA, ma da solo non può andare lontano. Perché non fare un pensierino a un esterno attento in difesa e dalle discrete capacità offensive come Kent Bazemore? Il prezzo è di quelli che si possono pagare a cuor leggero, data la continua perdita di valore di Brandon Knight. La scommessa Anthony è stata persa, Chris Paul è più in infermeria che in campo, tentar non nuoce. L’unica certezza è che Morey dovrà smuovere le acque affinché i razzi possano ancora decollare.

Kent Bazemore potrebbe essere una buona pedina per far riavere ai Rockets il ruolo di Anti-Warriors?
Kent Bazemore potrebbe essere una buona pedina per far riavere ai Rockets il ruolo di Anti-Warriors?

Uno specialista per i Raptors?

Raptors ricevono: Courtney Lee

Knicks ricevono: Norman Powell, Malachi Richardson, seconda scelta 2019

Uno specialista del 3&D a Toronto c’è già e si chiama Danny Green. Ma non ce n’è una controfigura che esca dalla panchina. Il sacrificio di Powell potrebbe essere preso in considerazione per arrivare a un giocatore solido come Courtney Lee. I Raptors sono abbastanza inefficienti nel tiro da tre punti e un altro esecutore dello spot-up shooting dietro l’arco non potrebbe che giovare ai Canadesi. Inoltre, l’aggiunta di un altro ottimo difensore perimetrale trasformerebbe il backcourt dei Raptors in un possibile incubo per Golden State. D’altronde un incrocio alle Finals pare tutt’altro che improbabile…

Un po’ di fisicità per i Bucks?

Bucks ricevono: Dewayne Dedmon

Hawks ricevono: Jason Smith, seconda scelta 2020 e 2021

Coach Budenholzer ha trasformato i Bucks in una splendida macchina da ritmi alti e tiro perimetrale, un po’ sul modello Warriors. L’aspetto più impressionante è la trasformazione di Brook Lopez in un lungo tiratore di altissimo livello. Però, soprattutto dopo l’addio a Henson, un po’ di fisicità in area non guasterebbe, soprattutto in difesa. E allora il profilo di Dewayne Dedmon potrebbe ben rispondere a questa necessità e legittimare la dichiarazione di guerra dei Bucks al resto della Eastern Conference. L’unico dubbio: Dedmon non tira da tre punti, piacerebbe davvero al coach dei Bucks?

In tutto questo, un’opinione, importante, ma pur sempre opinione. Aldilà di ogni possibile trade e di qualsiasi altro movimento, c’è una squadra che pare già attrezzata per competere con i Warriors. Quella squadra si chiama Boston Celtics. Per talento, profondità, storia, i biancoverdi non possono non essere considerati la principale Anti-Warriors. Se coach Brad Stevens saprà ritrovare la quadra, la strada dal Massachusetts alle Finals si spianerà, sulle spalle di un vincente come Kyrie Irving.

La vera Anti-Warriors? La squadra più talentuosa guidata da uno dei pochi che sa come si batte Golden State
La vera Anti-Warriors? La squadra più talentuosa guidata da uno dei pochi che sa come si batte Golden State

 

Spencer Dinwiddie: emergere, crescere, dominare

Emergere: la storia d’amore tra Spencer Dinwiddie e il duro lavoro

Quanto spesso nel mondo dello sport si sente dire che il solo talento non basta per mettersi in luce? Quante volte conosciamo storie di sportivi venuti dal nulla solo grazie alla dedizione e al lavoro in palestra? Diciamolo pure, è vero che “il duro lavoro batte il talento quando il talento non lavora duro”, ma talvolta questa rimane solo una dichiarazione di circostanza. Alla fine vanno avanti quelli forti, per dirla brutalmente. Ma quelli forti si possono palesare come tali subito o emergere successivamente, mostrando al mondo cui appartengono che si era sbagliato sul loro conto. Nella NBA questa è la storia di Spencer Dinwiddie. A Detroit e a Chicago il tempo passato più in D-League (pardon, G-League) che in NBA testimonia di una fiducia verso il giocatore mai sbocciata. Nel 2016 i ricostruenti Brooklyn Nets gli hanno dato una nuova occasione e ora Spencer Dinwiddie, bisogna dirlo, è in corsa per il Sesto Uomo dell’Anno.

Spencer Dinwiddie ha avuto la sua occasione di emergere grazie ai Brooklyn Nets
Spencer Dinwiddie ha avuto la sua occasione di emergere grazie ai Brooklyn Nets

Crescere: diventare un (ottimo) attaccante

Non si era visto poi questo grande talento in Spencer Dinwiddie fino alla stagione scorsa, eppure c’era e ci deve essere sempre stato, senza sbocciare dal nulla. Dopo l’ultimo anno, che ne ha segnato l’emersione definitiva, l’annata corrente vuol significare un processo di veemente crescita. Una crescita che parte dalla capacità di Dinwiddie di diventare un efficiente attaccante, in grado di passare dal 38.7% dal campo dello scorso anno al 46.6% di quest’anno, pur tirando quasi due volte in più a partita (da 10.5 conclusioni a 12.4). Gli assist sono scesi da 6.6 a 5.3, ma i suoi miglioramenti offensivi gli impongono di essere prima di tutto un realizzatore micidiale dalla panchina, e solo in un secondo momento di essere creatore di gioco, una metamorfosi possibile anche grazie a una rinnovata convivenza con D’Angelo Russell.

La nuova convivenza con D'Angelo Russell ha permesso la metamorfosi di Spencer Dinwiddie in un grande realizzatore
La nuova convivenza con D’Angelo Russell ha permesso la metamorfosi di Spencer Dinwiddie in un grande realizzatore

L’abilità del numero otto dei Nets di crearsi tiri da solo, con l’uno contro uno, è l’elemento più incredibile: quest’anno quasi il 70% dei suoi punti arriva senza un assist. Una pericolosità data dall’imprevedibilità di chi può tirare e segnare tanto da due quanto da tre punti (rispettivamente il 54.9% e il 45.1% dei suoi punti), compiendo scelte che alla critica odierna piace definire “moderne” (solo il 3.3% dei punti arriva dal mid-range). Una vera e propria stella della second-unit, passata dal 20% di usage dell’ultima annata all’oltre 24% attuale. Un giocatore che parte dalla panchina per poi giocare anche i minuti decisivi. Perché non conta mai chi comincia la gara, ma sempre chi la finisce. E Spencer Dinwiddie allora conta, e conta davvero molto.

Dominare: duello con D-Rose per il Sixth Man Of The Year?

Dopo aver scavato in profondità, torniamo in superficie per la chiosa finale. 17.5 punti, 5.3 assist e 2.3 rimbalzi in 29 minuti uscendo dalla panchina sono numeri da Sixth Man Of The Year, questo è indubbio. Certo è che di Dinwiddie in questa prospettiva si sta parlando anche troppo poco. La resurrezione di Derrick Rose in quel di Minnesota, con tutto il (giustificato) romanticismo che le aleggia attorno, non poteva che oscurare le prestazioni di un ragazzo che è di fatto un novellino tra “quelli forti” di cui sopra. Le cifre di D-Rose non si distanziano di molto: 18.9 punti, 4.8 assist e 2.8 rimbalzi in quasi 30 minuti. Un duello che è simbolo di metamorfosi e di consacrazione: un debuttante tra le stelle che sfida il più giovane MVP della storia NBA, quasi a chiedergli il permesso di diventare anch’egli una superstar. Ma è pur sempre un duello ed è giusto che tutto il mondo NBA non si dimentichi e racconti la storia di dedizione di Spencer Dinwiddie. Una parabola degna della Bibbia cestistica: emergere, crescere, dominare.

 

La grande capacità di Spencer Dinwiddie si segnare in uno contro uno

Western Conference 2017-18: chi sono stati i migliori giocatori?

La Western Conference NBA è ricca di talenti, star, superstar varie, da qualche stagione a questa parte anche più rispetto a quanto non offra l’Est. Con l’approdo di Sua Maestà LeBron James ad Occidente il trono di miglior giocatore della Conference è inevitabilmente già preso. Allora abbiamo pensato di scegliere quelli che, secondo noi, sono stati i migliori giocatori della Western Conference 2017-2018, creando una specialissima (e talentuosissima) Top Ten.

10. KARL ANTHONY TOWNS

Il ritorno di Minnesota ai playoff è gran parte merito di Towns e dei suoi incredibili istinti offensivi. Il centro dei Timberwolves è stato capace di chiudere la stagione con ben 64 doppie doppie, nettamente il miglior dato della Lega, e di riscrivere il proprio career-high di punti (56), facendo notare continui e notevoli progressi anche nel tiro da dietro l’arco dei tre punti. Il tutto gli è valso una stagione da 21.2 punti e 12.3 rimbalzi, che lo ha consacrato come uno dei primissimi centri non solo della Western Conference, ma anche di tutta la NBA.

La stagione 2017-18 ha indicato Karl-Anthony Towns come uno dei centro offensivamente più forti della Western Conference
La stagione 2017-18 ha indicato Karl-Anthony Towns come uno dei centro offensivamente più forti della Western Conference

9. LAMARCUS ALDRIDGE

I San Antonio Spurs non saranno più una delle migliori squadre del campionato né una contender credibile, tuttavia la scorsa stagione Aldridge ha continuato imperterrito a mostrare il proprio immenso valore in attacco, approfittando della perpetua assenza di Kawhi Leonard. Il suo gioco d’altri tempi è diventato ancor più “anacronistico” sull’Alamo, dove LaMarcus ha smesso sostanzialmente di tirare da tre punti, per dedicarsi al gioco in post-up e alle sue tanto amate conclusioni dal mid-range. Il lavoro di Popovich lo ha portato anche a una maggiore abnegazione in difesa, per una stagione da 23.3 punti e 8.4 rimbalzi. 

8. CHRIS PAUL

Chi avesse avuto dubbi sulla convivenza di Paul con James Harden si è dovuto ricredere quasi subito nel corso della stagione. Guidati dal Barba e dal playmaker ex Clippers gli Houston Rockets sono stati dominatori assoluti della Western Conference e sono arrivati a una sola vittoria dalle Finals. Il peso di CP3 si è notato tanto in fase difensiva (1.7 rubate) quanto in quella di costruzione, dove è riuscito a togliere un po’ di pressione dalle spalle di Harden (7.7 assist). A questo va aggiunta la capacità di trovare punti (18.8), insieme a una presenza notevole a rimbalzo per la stazza (5.5).

7. DEMARCUS COUSINS

Un’altra coppia che pensavamo non potesse funzionare, quella composta da Anthony Davis e DeMarcus Cousins. E invece i due hanno trascinato New Orleans a un’eccellente stagione, fermata solo dalla corazzata Warriors e dal fatto che, a gennaio, la stagione dell’ex Kings si sia chiusa anticipatamente per un gravissimo infortunio (rottura del tendine d’Achille). Cousins aveva fin lì giocato il miglior basket della sua carriera, producendo punti e gioco per i compagni, con una certa propensione al tiro dal perimetro (25.2 punti e 5.4 assist). E il lavoro fatto si esprimeva anche nella metà campo difensiva (12.3 rimbalzi, 1.6 rubate, 1.6 stoppate), all’interno di una difesa fra le migliori della passata stagione.

6. STEPHEN CURRY

Se non fosse stato per i continui problemi fisici alle caviglie Stephen Curry sarebbe ora molto più in alto in questa classifica. Certo è che quando è stato presente e sano il suo peso si è fatto sentire sull’attacco dei Warriors, che possono godere di uno dei pochissimi giocatori capaci di creare spazi nelle difese solo con la loro esistenza. Nonostante le grandi attenzioni sempre riservategli dalle difese, il miglior tiratore della Western Conference (anzi, di tutti i tempi) ha chiuso la regular season 26.4 punti, 5.1 rimbalzi e 6.1 assist. 

Stephen Curry è e rimarrà a lungo il miglior tiratore della Western Conference
Stephen Curry è e rimarrà a lungo il miglior tiratore della Western Conference

5. RUSSELL WESTBROOK

Basterebbe fermarsi a dire che ha chiuso la seconda stagione consecutiva in tripla doppia di media (25.6 punti, 10 rimbalzi, 10.1 assist), dopo aver vinto il titolo di MVP. Purtroppo per lui, a penalizzarlo è la stagione assolutamente insufficiente dei Thunder, costellata dal fallimento dell’esperimento Carmelo Anthony. Ma il presente sta mostrando che Westbrook può convivere alla grande con Paul George e che, dunque, sta raggiungendo quella maturità necessaria per dividere il campo con altre stelle, conditio sine qua non per puntare veramente al bersaglio grosso.

4. DAMIAN LILLARD

Le dimenticanze della NBA e di chi le sta attorno rispetto a Damian Lillard sono qualcosa di scandaloso. E’ come se i Greci avessero dimenticato di raccontare le imprese di un Eracle o di un Achille. Le sue medie (26.7 punti e 6.6 assist) lo rendono certamente uno dei migliori attaccanti della Western Conference, oltre che uno dei giocatori più freddi nei momenti clutch, ma questa non è una novità. I miglioramenti più significativi sono quelli in fase difensiva, fondamentali nel condurre Portland al terzo posto ad Ovest.

3. ANTHONY DAVIS

La sua strada per la consacrazione è proseguita a pie’ sospinto anche nella stagione 2017-18, che lo ha visto come serissimo candidato al titolo di MVP, anche per i grandi risultati cui ha condotto i Pelicans, nonostante l’infortunio di Cousins. I 29.1 punti con 11.1 rimbalzi e 2.5 stoppate ne fanno un lungo dominante, sia sotto il proprio ferro, sia sotto il ferro avversario. Le movenze da guardia e una rara dolcezza di tocco, espressa nel tiro da lontano, lo rendono il centro più forte della NBA anche a livello difensivo.

2. KEVIN DURANT

Forse, fino all’anno scorso, era da considerarsi il giocatore più forte della Western Conference, eppure noi abbiamo deciso di assegnarlo alla seconda posizione per motivi che poi saranno meglio chiariti. I problemi fisici di Curry gli hanno permesso di evidenziarsi come capace di guidare i Warriors privi del proprio leader, trasformandosi in un’arma totale. E se dell’immenso talento offensivo non c’è nemmeno da discutere, a impressionare è la prepotenza con cui si è fatto vedere in difesa. In contumacia Kawhi Leonard, il miglior difensore a Ovest nella stagione 2017-2018, come se gli servisse.

1. JAMES HARDEN: IL RE DELLA WESTERN CONFERENCE 2017-18

Nel caso i 30.6 punti, 5.4 rimbalzi e 8.7 assist non bastassero, a testimoniare in favore del Barba interviene il meritato titolo di MVP, già più volte sfiorato nelle stagioni precedenti. Con l’aiuto di Paul, ha portato i Rockets a un inaspettato primo posto nella Western Conference e la vittoria del titolo gli è stata preclusa solo dalle rotazioni troppo corte e dalla stanchezza. La stagione 2017-2018 è stata certamente quella della consacrazione definitiva, quella che lo ha visto come miglior giocatore della metà occidentale della NBA.

Il titolo di MVP fa di James Harden il miglior giocatore della Western Conference 2017-2018
Il titolo di MVP fa di James Harden il miglior giocatore della Western Conference 2017-2018

Nikola Jokic: la bellezza tutta slava dei fondamentali

Jokic

Quando ero giovane, ho dovuto imparare i fondamentali del basket. Puoi avere tutte le capacità fisiche del mondo, ma devi sempre conoscere i fondamentali.

E quando una dichiarazione del genere esce dalla bocca di uno come His Airness Michael Jordan, si può stare certi che non siano vane parole di circostanza date da una sensazione di obbligo quasi moralista verso i giovani che provano ammirazione per un campione del genere. Non possiamo sapere se Nikola Jokic conosca questa frase, la cosa certa è che ci si rispecchia perfettamente. Senza avere un atletismo importante sta dominando nella Lega cestistica dei grandissimi atleti, capaci di andare con la testa al ferro o di fare il campo in palleggio in tre secondi. A Jokic questo non serve, a lui basta avere fra le mani un pallone e avere intorno quattro compagni che si muovano negli spazi. Poi, grazie ai fondamentali perfettamente appresi, crea, per se stesso o per gli altri, poco cambia. D’altronde la scuola slava non ha pari nell’insegnare le basi tecniche del gioco e Nikola Jokic ne è esponente massimo: un centro di 2.13 metri capace di usare le mani in quella maniera passa raramente. E ora è arrivato il momento di ottenere dei risultati. L’inizio di stagione dei Nuggets (17-8) è una conferma inequivocabile. Il centro serbo ora è tra i più forti della NBA, almeno nella metà campo offensiva.

Nikola Jokic: un trattato umano di tecnica individuale
Nikola Jokic: un trattato umano di tecnica individuale

Nikola Jokic e l’arte “lebroniana” del tuttofare

Dire tuttofare, nella NBA, vuol dire parlare di LeBron James. Questo è vero ovunque, ma non a Denver. Sui monti del Colorado la figura del tuttofare ha la faccia di Nikola Jokic. Partiamo dai numeri: 16.5 punti, 9.6 rimbalzi, 7.7 assist. Questi sono numeri “lebroniani”, senza nessun dubbio. La crescita del lungo serbo si è verificata prima di tutto nella capacità di creare per i compagni: al suo primo anno nella Lega (2015-16) gli assist erano 2.4, ora sono oltre 5 in più. Il luogo di professione prioritario è il post-basso, habitat e humus naturale per il Joker, che vi domina con forza fisica e, soprattutto, secchiate di tecnica individuale. E i suoi sono assist di diverso tipo: possono essere passaggi per i tiratori sul perimetro, ma anche spettacolari assistenze per compagni che tagliano al ferro, a volte anche no-look, un’abilità che non hanno molti lunghi in tutto il globo. E naturalmente dal post-basso arrivano anche canestri, frutto perlopiù di morbidi semiganci, di lavori fatti di finte e movimenti sul perno, ma anche di giri e tiri e conclusioni in allontanamento. Nelle ultime due stagioni ha aggiunto al proprio repertorio anche un interessante propensione al tiro da tre punti dopo il pick and pop. Le percentuali della stagione in corso in realtà lo penalizzano rispetto all’annata precedente (29% contro 39%), ma le tante partite ancora da disputare potrebbero permettergli di aggiustare la mira, rendendolo ancor più letale. La mano dalla lunetta naturalmente neanche si discute: segna con l’82% su oltre 4 tentativi a partita, possibili grazie alla finte su cui saltano spesso gli avversari.

 

L’abilità da passatore di Nikola Jokic

Ma attenzione, la mancanza di atletismo non è indice di assenza a rimbalzo, come è stato per molti ottimi lunghi europei nella Lega (un certo Andrea Bargnani potrebbe dirvi qualcosa). Lo abbiamo detto, i rimbalzi sono 9.6 per allacciata di scarpe. Contro i prestanti atleti che girano per i pitturati NBA, Nikola Jokic se la cava abilmente grazie all’uso del fisico per efficienti tagliafuori. Un lavoro di posizione, che gli permette di non lanciarsi in impari lotte dinamiche, che sicuramente lo vedrebbero soccombere. Un ennesimo indizio che ci porta all’identificazione di un QI cestistico decisamente sopra la media.

La sindrome della difesa

Tanti lunghi europei in NBA sono stati ottimi attaccanti. Una parte di loro si è distinta anche per essere piuttosto rivedibile nella metà campo di difesa. Basti pensare a nomi come Bargnani, Pau Gasol, Dirk Nowitzki. Una specie di sindrome della difesa che affligge molti lunghi dalle mani educati e che affligge anche il Joker. Diciamolo pure: Nikola Jokic è un pessimo difensore. La sua poca velocità di piedi, naturalmente gli impedisce di seguire sul perimetro i lunghi tiratori o, tantomeno, di cambiare contro gli esterni avversari. L’unica scelta possibile nel suo caso è quella di proteggere l’area. Ma qui si pongono due problemi: il fatto che in NBA esista la regola dei tre secondi difensivi e, soprattutto, l’incapacità di Jokic di creare il corretto angolo di aiuto contro le penetrazioni. Il suo defensive rating non è neanche malvagio (103.2), ma è chiaro che qui stia la chiave del suo salto di qualità. Il lungo a lui più simile, Marc Gasol, prima di essere un ottimo tuttofare in attacco, è un grande difensore, senza avere grandi mezzi atletici. Starà all’intelligenza e alla disponibilità del serbo cercare in tutti i modi di rendersi quantomeno non dannoso in fase di non possesso. Quando questo accadrà, allora sì che Nikola Jokic avrà pochissimi paragoni nella NBA. Intanto aspettiamo e godiamo, il Joker sta arrivando.

 

 

 

 

Memphis Grizzlies: gli orsi stanno tornando a graffiare

Trade Marc Gasol-Grizzlies-Raptors-marc-gasol-conley

Un anno di letargo. Una stagione di tanking. Un anno di riposo. Una stagione per ricostruire. Un anno nella tana. Una stagione lontano dai grandi palcoscenici. Ora gli orsi stanno tornando a graffiare, cacciare, sbranare. I Memphis Grizzlies sono di nuovo sulla strada per essere una delle squadre protagoniste nella Western Conference. Merito di coach Bickerstaff, capace di attuare quel “ritorno al futuro” di cui vi avevamo raccontato con fare (per ora) profetico. Merito dei veterani, capaci di inculcare nei giovani e nei nuovi arrivi la vecchia logica del Grit&Grind. Merito dei giovani, talentuosi e pronti a recepire i messaggi tecnici e tattici, ma anche ad abituarsi in fretta all’atmosfera. Merito dei nuovi comprimari, acquisiti azzeccati e ben inseriti nell’ingranaggio.

Coach Bickerstaff ha cominciato al meglio la propria avventura ai Memphis Grizzlies
Coach Bickerstaff ha cominciato al meglio la propria avventura ai Memphis Grizzlies

Difesa, difesa e ancora difesa

Il record dei Memphis Grizzlies dice 12-5, i punti subito per 100 possessi appena 103.3. Guarda che strana coincidenza. Quello su cui i Grizzlies, tra il 2011 e il 2017, avevano costruito i loro successi ora torna a essere un fattore primario e imprescindibile. Gli avversari della squadra del Tennessee tirano con appena il 44.9% dal campo. E se la protezione dell’area grazie alla stazza di Gasol e alle leve lunghe di Jackson è punto di forza evidente, anche la difesa del perimetro funziona in maniera più che sufficiente, concedendo alle squadre avversarie appena il 34.6% da tre punti. Merito degli esterni, la cui asfissiante pressione parte già dal leader Mike Conley, che è sempre un segnale importante. I Grizzlies riescono a forzare gli avversari a ben 18 palle perse a match, un’infinità, limitando gli assist ad appena 23.2.

Mike Conley è leader dei Memphis Grizzlies prima di tutto in difesa
Mike Conley è leader dei Memphis Grizzlies prima di tutto in difesa

In tutto questo, il Fedex Forum sta tornando un autentico fortino. Il record casalingo per ora parla di 7 vittorie in 8 gare. E, altra curiosa (o forse no) casualità, in casa la difesa dei Grizzlies sale ulteriormente di livello. I punti subiti su 100 possessi sono appena 100.3, gli avversari tirano con il 43.6% dal campo e con il 32.6% da tre punti. In pratica le squadre ospitate in quel di Memphis sono costrette a spadellare, dovendo tentare circa 33 triple ad ogni uscita, grazie soprattutto all’area costantemente intasata, come testimoniato anche dalle 5.5 stoppate rifilate mediamente ai penetratori avversari. Su queste basi, la pericolosità dei Memphis Grizzlies per le concorrenti non può che continuare a crescere. Gli orsi saranno squadra tignosa e fastidiosa anche per i team più attrezzati della Western Conference.

L’attacco dei Memphis Grizzlies intorno a Conley e Gasol

Conley e Gasol. Gasol e Conley. I pilastri su cui si regge l’attacco dei Memphis Grizzlies sono ancora loro. Dalle loro giocate, in isolamento o inserite in giochi a due, si sviluppa il più delle volte la trama delle azioni offensive. I due segnano oltre 37 punti a partita in coppia, raccolgono 13.2 rimbalzi e distribuiscono 10 assist. Il loro esser fattori prima di tutto in difesa fa seguire l’assoluta fiducia dei compagni, che quest’anno stanno rispondendo presente. Emblematico il caso di un sorprendente Garett Temple da 11.5 punti e quello di un Shelvin Mack in doppia cifra. E intorno a loro cresce anche il talento di Jaren Jackson (12.6 punti), capace di usare il proprio atletismo come di colpire dal perimetro (pur dovendo migliorare il 27% dall’arco). Un attacco finalmente vario in cui il tiro da tre punti finalmente funziona (36.9%) e che rende i Grizzlies una squadra moderna, pur costruita sui suoi vecchi fondamenti di cattiveria agonistica e aggressività difensiva. Una vera autentica mina vagante.

 

 

Una sequenza di attacco e difesa dei Memphis Grizzlies

Sacramento Kings: avere (finalmente) un piano

Errare humanum, perseverare autem diabolicum est

“Errare è umano, perseverare diabolico” diceva Sant’Agostino oltre 1600 anni fa. Su questa base, non si può che individuare i Sacramento Kings come il “demonio” delle ultime stagioni NBA. Hanno sbagliato, non hanno progettato (e, badate bene, non usiamo questo verbo fuori contesto), hanno preso decisioni fuori da ogni logica umanamente comprensibile. E hanno insistito a farlo per diverso tempo, tanto da rendersi lo zimbello della Lega. Tutti, dallo staff ai giocatori, fino alla dirigenza. Una confusione tale che aveva portato DeMarcus Cousins ad essere ceduto e che è andata avanti fino all’ultima infausta annata. Poi, l’estate della svolta, la scorsa. Anzi che fare uno slalom tra mille impervie strade, il front office ha deciso di percorrere una sola, per quanto lunga, via, la retta via avrebbe detto Agostino.

I Sacramento Kings hanno deciso: spazio alla gioventù

La scelta è stata chiara: nessun veterano a roster, con due sole eccezioni. Infatti, Iman Shumpert e Kosta Koufos, funzionali al gioco di coach Joerger, sono gli unici con più di 5 anni di esperienza professionistica. Lo stesso Zach Randolph, per quanto scudiero affidabilissimo dell’allenatore, è stato messo fuori rosa, in modo da diventare, con il suo importante contratto, carne da macello sullo spietato banco delle trade. Alle tante giovani promesse si affiancano giocatori di grande spessore europeo come Bogdan Bogdanovic e Nemanja Bjelica, capaci di essere chioccia grazie alla loro esperienza di finali e all’abitudine a giocare per vincere. Una bella idea, che soddisfa anche le tendenze “europeiste” di Vlade Divac.

Con la sua esperienza Bogdan Bogdanovic dovrà essere faro e maestro dei nuovi e giovani Sacramento Kings
Con la sua esperienza Bogdan Bogdanovic dovrà essere faro e maestro dei nuovi e giovani Sacramento Kings

E poi il Draft. Dopo tanto tanto tempo, a occhio dal 2010 con la scelta di Cousins, i Kings hanno pescato prospetti davvero interessanti. Primo fra tutti, ovviamente, Marvin Bagley da Duke. La seconda scelta assoluta ha già cominciato a mostrare di cosa sia capace (12.8 punti) e, nonostante sia ancora molto grezzo tecnicamente, il suo atletismo fuori dal comune non potrà che portarlo lontano nel futuro e renderlo un difensore molto credibile già nel presente. Insieme a lui ci sarebbe Harry Giles, che, se sano e con minuti di rilievo, è dotato di un talento puro davvero raro. Ma se c’è un posto in cui risolvere dubbi di questo genere quello è (finalmente) il campo dei Sacramento Kings, una squadra che lavora per il futuro.

La liberazione di David Joerger

Diciamoci la verità, fino a questa estate David Joerger a Sacramento è stato prigioniero, non di stesso, essendo allenatore di mente e idee straordinariamente flessibili, ma delle idee confuse della franchigia. Ora, sapendo quali siano gli obiettivi, uno dei coach più capaci della NBA può plasmare la propria squadra. Al momento i risultati sono già sorprendenti e magari caleranno, ma quel che conta è iniziare a dare un’impronta di gioco che rispecchi le idee del capo allenatore sul proprio roster e sul materiale umano a disposizione. I Kings potrebbero aver fatto un grosso colpo, liberando dalla prigionia un gran cervello come quello di Joerger.

Dave Joerger è un grande allenatore e ora può portare la sua impronta anche ai Sacramento Kings
Dave Joerger è un grande allenatore e ora può portare la sua impronta anche ai Sacramento Kings

Anche dal punto di vista tecnico-tattico la strada che Sacramento vuole percorrere si è ormai palesata: difendere e correre, correre il più possibile. La squadra, oltre a essere giovane, è estremamente atletica e ha leve mediamente lunghe. Gli uomini più esperti sono ottimi difensori e saranno esempio per gli apprendisti più giovani. In attacco poi la transizione sarà punto forte, almeno nei casi di difesa efficace. A metà campo, sarà l’intelligenza tattica di Bogdanovic e Bjelica a farla da padrona, in modo da incanalare l’atletismo, la voglia e l’energia del resto del roster. Forse possiamo dirlo davvero, i Sacramento Kings hanno deciso di restituirsi alla NBA, col cartello “work in progress” per il presente e con l’etichetta di protagonisti per il futuro.