Sixers-Nets: una questione d’equilibrio

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Chi aveva pronosticato un’agevole vittoria Sixers è stato costretto a ricredersi. Nei primi due atti della serie Philadelphia e Brooklyn hanno racimolato una W a testa. Gli attacchi l’hanno fatta da padrona come mostrano gli ampi risultati. Le difese invece dovranno essere più accurate, soprattutto quella dei Nets, capace di subire 145 punti in gara 2. In casa Sixers preoccupano le condizioni di Embiid, non al meglio per una dolorosa tendinite. Finora ha giocato 20 minuti in media, tenendo medie di tutto rispetto (22 punti e ). Ma ora che la serie si sposta al Barclays Center Philly non potrà fare a meno del suo numero 21.

SIXERS-NETS: IL GIOCO DI SQUADRA DI BROOKLYN

Borsino playoff.
D’Angelo Russell.

14 minuti per ambientarsi, 34 per dominare. In gara 1 Brooklyn ha condotto le danze dal primo all’ultimo quarto chiudendo con 6 giocatori in doppia cifra. D’Angelo Russell ha giocato con personalità malgrado questi siano i primi playoff della sua carriera. 26 punti, 4 assist e una leadership che conferma la maturità sviluppata durante l’anno. La panchina ha mostrato le solite garanzie con Spencer Dinwiddie e Caris LeVert sugli scudi. Una lode in particolare spetta a Ed Davis, sempre presente sotto le plance (16 rimbalzi) e autore di una prova mostruosa in difesa. Non è infatti un caso che Embiid abbia chiuso con 5/15 dal campo. È stata la difesa l’arma vincente di questi Nets, asfissiante per tutti i 48 minuti. I Sixers hanno tirato col 40% dal campo e solo l’11% da tre. Tobias Harris e JJ Redick hanno sparato a salve per tutta la partita. Soprattutto il primo a cui probabilmente l’emozione per l’esordio ha giocato un brutto scherzo. Simmons non ha mai tirato, benché gli avversari gli lasciassero tre metri di spazio abbondanti. La difesa di Brooklyn ha bloccato tutte le transizioni offensive impedendogli così di distribuire assist e segnare in contropiede. Embiid invece è uscito in condizioni fisiche disarmanti ed è perciò difficile giudicare la sua prova. L’unico a salvarsi è stato Jimmy Butler, e non solo per i 36 punti realizzati: ha tenuto in piedi la partita segnando in ogni modo e in ogni situazione. Ma, come già detto nella preview, ai playoff più che il talento conta il teamwork e i Nets lo hanno dimostrato.

SIXERS-NETS: LA REAZIONE TARGATA SIMMONS

Ben Simmons.

In gara 2 Philadelphia ha cambiato registro e rifilato 17 punti di scarto alla squadra di Kenny Atkinson. Ben Simmons, contestato in gara 1 dai suoi tifosi, ha sfoderato una prestazione maiuscola: 18 punti, 10 rimbalzi e 12 assist tirando col 66.7% dal campo. Seconda tripla doppia in postseason per il sophomore. Ma in realtà è stato tutto lo starting five a girare. Màrjanovic, Harris e Redick questa volta hanno chiuso in doppia cifra mentre Embiid si è dimostrato valido anche se a mezzo servizio (23 punti in 21 minuti con 8/12 al tiro). La difesa ha disinnescato tutte le sortite offensive degli avversari, la squadra ha corso in contropiede, aumentato i tiri puliti e le percentuali di conseguenza si sono alzate. Se i Sixers giocano uniti c’è ben poco da fare per Brooklyn. Russell e compagni hanno chiuso comunque con il 47% dal campo e il 41% da tre, ma in questo tipo di gare si sente la mancanza di un giocatore alla “Butler” in grado di trascinare i compagni. D’Angelo ha litigato col ferro, Joe Harris e DeMarre Carroll non hanno punito da oltre l’arco, e la sola panchina non è bastata a ribaltare il risultato.

 

La speranza dei Nets ora sta nel fattore campo di cui già sabato dovranno approfittare per infliggere il colpo di grazia a Phila. Su 31 sconfitte totali i Sixers ne hanno subite 21 in trasferta, segno che lontano dal Wells Fargo Center la squadra di Brown è tutt’altro che imbattibile.

Inside the duel: Sixers-Nets

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Tra le agguerrite sfide che caratterizzano questo primo turno di playoff non può mancare quella tra i Philadelphia Sixers e i Brooklyn Nets. Due modelli di rinascita differenti, reduci da annate buie, e oggi nuovamente tra le prime otto della Eastern Conference. I Sixers hanno raggiunto l’apice del loro Process, come confermato anche dal GM Elton Brand. Gli arrivi in corso d’opera di  Jimmy Butler e Tobias Harris (entrambi free agent a luglio) confermano le alte ambizioni della franchigia, che quest’anno punta almeno alle finali di conference. Philly ha chiuso la regular season al terzo posto, ma senza mai dare l’impressione di avere quel ‘quid’ in più rispetto ai Bucks o Raptors. Non a caso detiene record negativi contro le prime della conference (1-3 vs Toronto, 1-2 vs Milwaukee e  1-3 vs Boston). Non un bel segnale in vista di eventuali semifinali. Desta preoccupazione anche l’alchimia di squadra non proprio idilliaca che in post-season avrà un’importanza capitale.

 

A sfidarli una franchigia che mancava ai playoff da cinque anni. Allora avevano a roster Pierce, Garnett, Williams, Johnson e Lopez, con il monte salari più alto della lega e avendo perso scelte su scelte a causa della trade con Boston. Quella mossa però si rivelò un flop senza precedenti. Tra le macerie lasciate da quei pesanti contratti i Nets ripartono da coach Kenny Atkinson e da quella testa calda di D’Angelo Russell. In pochi anni risalgono la china, scoprono degli insospettabili talenti come Caris LeVert, Jarrett Allen e Spencer Dinwiddie. I Brooklyn Nets sono una delle più belle favole di questa stagione. Un piccolo capolavoro partito dall’addio dei Big Three. Il segreto di questi Nets sta nella cultura, nella competenza, nella fiducia che hanno sempre nutrito verso i loro giocatori, senza aggravare il cap con costosi contratti e senza sbandierare alcun Process.

LO SCORE IN REGULAR SEASON

Philadelphia 76ers

  • Record: 51-31 (#3, Eastern Conference)
  • Offensive rating: 112.7
  • Defensive rating: 109.9
  • Team leaders: Joel Embiid (27.5 PTS), Joel Embiid (13.6 REB), Ben Simmons (7.8 AST)

Brooklyn Nets

  • Record: 42-40 (#6, Eastern Conference)
  • Offensive rating: 108.6
  • Defensive rating: 108.9
  • Team leaders: D’Angelo Russell (21.1 PTS) Ed Davis (8.6 REB), D’Angelo Russell (7 AST)

 

SIXERS-NETS: IL DUELLO

Cose aspettarci da questa serie? Sicuramente tanto dinamismo, difesa e contropiede. I Sixers in queste partite tendono a metterla sul piano fisico ed emotivo per innervosire gli avversari. Joel Embiid è un professionista a tal proposito. Il peso dell’attacco verterà sulle spalle del centro camerunese, praticamente immarcabile sotto le plance. La maggior parte dei punti della squadra sono infatti confezionati nel pitturato. I Nets dovranno costantemente raddoppiarlo o, se non fosse possibile, mandarlo a sinistra dove detiene una percentuale di realizzazione non eccellente. Ma attenzione a non lasciare troppo spazio per il tiro da tre punti. JJ Redick ed Harris si sono rivelati cecchini infallibili oltre l’arco e anche Butler ha preso maggior confidenza nel tiro da fuori. L’ex Bulls sarà l’ago della bilancia di questa serie, tanto in difesa quanto in attacco. Se riuscirà a limitare Russell e al contempo spalleggiare Embiid nell’altro lato del campo, i Sixers avranno già messo un piede nelle semifinali di conference. Tobias Harris è uno scorer di primo pelo, capace di segnare in ogni contesto e in ogni modo. Saranno però i suoi primi playoff in carriera e l’emozione talvolta può giocare brutti scherzi. Capitolo Ben Simmons: il ROY in carica è diventato un giocatore prevedibile per gli avversari, non avendo migliorato la sua tecnica di tiro o comunque evoluto il suo sistema di gioco. Occhio comunque ai pick and roll con Embiid, che tanti grattacapi ha causato alle difese avversarie, e alle transizioni offensive che l’australiano gestisce come pochi nella lega.

Simmons guida velocemente la transizione offensiva, la difesa non fa in tempo a schierarsi. Palla deliziosa a Redick che completamente libero mette a bersaglio una semplice tripla.

Philadelphia è dunque una compagine solida e talentuosa, ma non per questo povera di difetti: a causa del costante via vai in sede di mercato, il roster si è assemblato solo ad inizio febbraio. Una squadra nuova ha bisogno di mesi per imparare a convivere sul parquet e sviluppare la giusta chimica. Coach Brett Brown ha invece avuto solo qualche allenamento per inserire i nuovi arrivati. Se i Nets vogliono strappare questa insperata qualificazione, dovranno approfittare della scarsa intesa dei loro avversari. Inoltre malgrado gli arrivi di due All-Star affermate come Harris e Butler, la città dell’amore fraterno ha salutato Dario Saric, Wilson Chandler, Landry Shamet e Robert Covington. Nomi che non scalderanno i cuori dei tifosi ma che hanno degnamente contribuito alla rinascita dei Sixers, portando energia e punti in uscita dalla panchina. La second unit di Philly è infatti la peggiore della lega per produttività offensiva, spesso nessun panchinaro supera la doppia cifra. Il sesto uomo della squadra, Boban Marjanovic, ha una media di 8.6 punti a partita. In casa Nets invece l’imperativo è difendere. Jarrett Allen avrà il compito di limitare Embiid. Il classe 98′ ha mostrato una buona propensione difensiva come mostrano le 1.5 stoppate di media a partita (tra le vittime anche LeBron, Antetokoumpo e Davis), ma potrebbe non bastare. Gli esterni infatti dovranno sacrificarsi moltissimo in queste partite con costanti aiuti e recuperi. Sarà anche fondamentale bloccare tutti i tagli, sia quelli a canestro, sia quelli fuori area. Attenzione particolare a J.J. Redick che tira con il 37% nelle situazioni catch and shot. Per quanto concerne la tattica offensiva molto dipenderà da D’Angelo Russell. L’ex Lakers deve confermare in postseason quanto di buono fatto finora ed ottenere cosi la tanto aspettata consacrazione. La difesa avversaria tenderà spesso a raddoppiarlo, dovrà quindi evitare di incaponirsi come suo solito e giocare di squadra. L’arma letale di questi Nets è il tiro da fuori: 5 giocatori tirano con oltre il 35% e il fresco vincitore della gara da tre punti, Joe Harris, detiene il 47.4% con 6 tentativi di media a partita.

L’alta percentuale di realizzazione è frutto di un fluido giro palla atto a trovare il tiro più comodo libero possibile, scuola Spurs.

Al contrario di Philadelphia, la second unit di Brooklyn è tra le più fruttuose della lega: Spencer Dinwiddie e Caris LeVert sono i due migliori realizzatori del team dopo Russell ed entrambi subentrano a gara in corso. Il fattore inesperienza è sopperito dalla presenza di tre veterani come Dudley, Carroll e Crabbe che,  oltre a segnare triple, stanno facendo da chioccia al core di giovani presente a roster. Il vero tallone d’Achille non sta in quello che hanno ma in quello che non hanno: una superstar. Un giocatore dominante con Embiid o Butler, capace di caricarsi i compagni sulle spalle nei momenti di difficoltà. Molto spesso in RS Brooklyn ha peccato di discontinuità e di errori banali sul finale di partita che hanno compromesso la vittoria. È proprio per questa differenza di potenziale che l’ago pende dalla parte dei Sixers. Ci vorrà la serie perfetta per ribaltare il pronostico. Un’impresa difficile ma comunque non impossibile per la cenerentola della NBA.

 

SIXERS: ROSTER E ROTAZIONI

  • Ben Simmons, #25
  • JJ Redick, #17
  • Jimmy Butler, #23
  • Tobias Harris, #33
  • Joel Embiid, #21
  • Boban Marjanovic, #51
  • Jonathon Simmons, #14
  • T.J. McConnell, #12
  • Mike Scott, #1
  • Furkan Korkmaz, #30
  • Greg Monroe, #55
  • Zhaire Smit, #8
  • Amir Johnson, #5
  • James Ennis III, #11
  • Haywood Highsmith, #7
  • Shake Milton, #18
NETS: ROSTER E ROTAZIONI
  • D’Angelo Russell, #1
  • Joe Harris, #12
  • Caris LeVert, #22
  • Jared Dudley, #6
  • Jarrett Allen, #31
  • DeMarre Carroll, #9
  • Spencer Dinwiddie, #8
  • Ed Davis, #17
  • Rondae Hollis-Jefferson, #24
  • Rodions Kurucs, #00
  • Dzanan Musa, #30
  • Alan Williams, #15
  • Shabazz Napier, #13
  • Tahjere McCall, #0
  • Theo Pinson, #10
  • Treveon Graham, #21

 

SIXERS-NETS STREAMING

Le gare tra i Philadelphia Sixers e i Brooklyn Nets saranno visibili in tre modi diversi:

  • Sixers-Nets sul decoder Sky, canale 206 (Sky Sport NBA)
  • Sixers-Nets streaming su Sky Go
  • Sixers-Nets streaming su NBA League Pass

Per i primi due basta abbonarsi a Sky e acquistare il pacchetto sport. Sarà cosi possibile assistere ai match comodamente sul proprio divano sia in diretta che in differita. Per  coloro che saranno fuori casa, la visione dei match non sarà comunque preclusa: Sky mette a disposizione dei propri abbonati anche servizi streaming per tablet, PC e smartphone ma solo per i live in diretta. Per il terzo metodo invece basta abbonarsi sul sito web NBA League Pass, selezionare il pacchetto desiderato e vedere cosi tutte le gare in streaming, anche in contemporanea su PC, tablet e cellulare. Bisogna però affrettarsi, i playoff stanno per cominciare.

D'Angelo Russell, Los Angeles Lakers vs Brooklyn Nets at Staples Center
D’Angelo Russell.

Ci sono tutti i requisiti per assistere ad una serie divertente e spettacolare. I Sixers per portare a compimento The Process, i Nets per consolidare la rinascita ed attrarre talentuosi free agent in estate. La vincente affronterà in semifinale una tra i Toronto Raptors e gli Orlando Magic. Due squadre diverse ma accomunate da un solo obiettivo, vincere.

 

Giannis Antetokoumpo, un dio greco tra le All-Star

Giannis Antetokounmpo

Da qualche mese ormai al Fiserv Forum risuona un motivetto incessante dagli spalti: MVP, MVP, MVP. Il destinatario, senza troppe sorprese, è Giannis Antetokoumpo. Il greco sta giocando la miglior stagione della sua carriera. Le stats non mentono: 27.4 punti, 6 assist e 12.5 rimbalzi tirando con il 58% da due e il 25 da tre (nell’ultimo mese questa percentuale è però salita al 37%). Ha inoltre infranto il record di schiacciate realizzate in una regular season, 169. Milwaukee è in testa alla Eastern Conference (record 57-20) forte della miglior difesa e del terzo miglior attacco della NBA.  Merito del collettivo, di coach Budenholzer ma anche, se non soprattutto, del numero 34, oggi più che mai in formato Superstar.

 

NON SOLO L’ATTACCO…

Lo aveva per primo scoperto Jason Kidd e lo ha ripetuto anche Mike Budenholzer: Giannis Antetokoumpo deve avere il pallone in mano. La tattica applicata dall’ex coach degli Hawks è tanto semplice quanto efficace. Antetokoumpo porta palla fino in punta dove ingaggia l’uno contro uno con il suo avversario. La mole e la velocità di cui è dotato lo rendono praticamente immarcabile anche per i migliori difensori della lega. In caso di mancato aiuto è libero di appoggiare, o meglio dire schiacciare, a canestro. Se invece si ritrova raddoppiato, scarica per i suoi compagni per un wide open da oltre l’arco. Poco importa se poi il tiro non va a bersaglio, ci pensa il solito Giannis a correggere da dentro l’area l’errore degli altri (2.2 rimbalzi offensivi di media a gara). Non è un caso che Budenholzer abbia chiesto solo tiratori nella scorsa free agency, anche nel reparto lunghi. Brook Lopez, Ersan Ilyasova e Nikola Mirotic stanno infatti segnando con eccellenti percentuali da tre punti.

Il ‘penetra e scarica’ è ormai diventato un mezzo utile per concludere l’azione.

Nel corso degli anni è diventato anche un assistman di prima categoria, capace di mettere in ritmo anche giocatori del calibro di Tony Snell o Pat Connaughton.

 

….MA ANCHE LA DIFESA

Tuttavia è nell’altra metà campo che si riscontrano notevoli miglioramenti: The Greek Freak viaggia a 1.3 rubate (meglio di specialisti come Draymond Green o Kawhi Leonard) e 1.5 stoppate di media a partita, career high in entrambe le stats. Le sue lunghe leve di certo lo aiutano in questo ambito, ma senza la voglia di buttarsi a terra e scattare per anticipare l’avversario non avrebbe raggiunto tali risultati. Oltre all’MVP guai ad escluderlo a priori dalla corsa al Defensive Player of the Year.

Gli aiuti in area di sicuro non mancano da parte sua.

La duttilità difensiva di Giannis Antetokoumpo permette ai Bucks di  cambiare in situazione di pick and roll e a Brook Lopez, mai stato un temibile rim protector, di non presiedere costantemente l’area

 

QUALE FUTURO PER GIANNIS ANTETOKOUNMPO?

 

“Il titolo di MVP? Non mi importa… Ho obiettivi più grandi. Voglio finalmente superare il primo turno dei playoff. Voglio giocare le prime finali di conference. Voglio arrivare alle Finals. In ballo c’è molto più dell’MVP.

Queste le parole rilasciate in un’intervista dallo stesso Giannis Antetokoumpo, più affamato di titoli che di premi individuali. Per l’MVP ci sarà tempo in futuro, oggi quel che conta è solo il Larry O’Brien (Warriors permettendo).

I New York Knicks e la free agency: un’estate per tornare grandi

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Si avvicinano i playoff e come succede da 6 anni a questa parte, i New York Knicks non ne prenderanno parte. Quindicesimo posto della Eastern Conference, ultimo attacco e terzultima difesa della NBA. Durante la deadline inoltre si sono anche liberati della loro All-Star, Kristaps Porzingis, volata con Tim Hardaway Jr. a Dallas in cambio di Dennis Smith Jr. e DeAndre Jordan. Dalla cessione di Carmelo Anthony la franchigia della Grande Mela ha avviato una rebuilding che non sembra avere fine e che con la cessione del lettone si è fatta ancora più tortuosa. Quali scenari futuri si profilano per i New York Knicks?

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NEW YORK KNICKS: LO SCENARIO MIGLIORE

Con la cessione di Porzingis New York si è liberata della sua punta di diamante, ma anche del pesante contratto di Tim Hardaway Jr. Dennis Smith sarà il playmaker del futuro, mentre DeAndre Jordan con ogni probabilità non verrà rifirmato al termine della stagione. I Knicks si preparano ad un estate particolarmente calda in sede di mercato, forti di un’alta scelta al draft (quasi sicuramente tra le prime 3) e di un immenso spazio salariale. L’obiettivo è mettere sotto contratto due All-Star affermate che rispondono al nome di Kevin Durant e Kyrie Irving. Se tutto andrà a buon fine e i giovani come Kevin Knox proseguiranno il loro regolare percorso di crescita, i New York Knicks potranno presto tornare a competere per il titolo.

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Kevin Durant e Kyrie Irinvg, i sogni probiti dei New York Knicks

 

NEW YORK KNICKS: LO SCENARIO PEGGIORE

Non va però trascurata l’altra faccia della medaglia. C’è infatti il forte rischio che New York rimanga a bocca asciutta nella prossima free agency: Il futuro di Durant è ancora un mistero, Irving potrebbe rimanere a Boston o volare verso altri lidi (Lakers?); Kawhi Leonard piace e non poco ai Clippers, mentre Klay Thompson vorrebbe continuare la sua avventura nella Baia. Molto dipenderà dall’entità della sua prima scelta e da chi sarà selezionato (Zion Williamson?). In caso alla fine non dovesse arrivare nessuno dei sopracitati, i New York Knicks sarebbero costretti ad affrontare l’ennesima fallimentare stagione nella speranza di ottenere un giovane portento al draft. Si punterebbe su Knox e gli altri giovani (Dotson, Trier…) seguendo il modello dei Philadelphia 76ers.

 

 

È l’ora della verità per i Knicks, c’è tutta un’estate davanti per tornare ad essere grandi.

 

 

Phoenix Suns, aspettative deluse. Cosa è andato, cosa no

Phoenix Suns

Ultimi nella Western Conferencequartultimo attacco e penultima difesa della lega. Anche quest’anno i Phoenix Suns sperano di giocare i playoff la prossima stagione. Tuttavia non c’è da sorprendersi: la franchigia dell’Arizona nelle ultime annate ha iniziato un lento processo di rebuilding che l’ha portata a sbarazzarsi nel tempo delle sue punte di diamante (Goran Dragic, Eric Bledsoe…) e puntare tutto sul draft. Gli arrivi di Devin Booker e DeAndre Ayton fanno ben sperare per il futuro, ma il presente non è certo dei migliori. Ripercorriamo allora la regular season dei Suns, analizzandone le debolezze e i punti di forza.

PHOENIX SUNS: COSA HA FUNZIONATO

Devin Booker in azione.

A giudicare dai risultati, molto poco. Tra i pochi a salvarsi DeAndre Ayton e Devin Booker. La prima scelta al draft ha dimostrato di essere fisicamente e tecnicamente pronto per la NBA, al netto di qualche uscita a vuoto. I 16.6 punti, 10.3 rimbalzi e 1.9 assist di media fanno ben sperare per il futuro, del quale farà sicuramente parte Booker: il prodotto di Kentucky ha confermato quanto di buono visto negli ultimi 4 anni. In preseason Ayton ha detto che sarebbero diventati i nuovi Kobe e Shaq. Chissà che un giorno non ripercorrano le loro orme, ma per il momento il paragone sembra azzardato. Gli innesti tardivi di Kelly Oubre Jr. e Tyler Johnson segnano un punto a favore per la dirigenza, finalmente attiva sul mercato. In particolare l’ex Wizards, che si è ben integrato nel sistema di Phoenix, rilevandosi uno straordinario scorer in uscita dalla panchina. I Phoenix Suns inoltre nelle ultime gare si sono anche tolti la soddisfazione di battere i Warriors e due volte i Bucks, le capolista delle rispettive conference. Che qualcosa inizi finalmente a girare in vista della prossima stagione?

 

PHOENIX SUNS: COSA NON HA FUNZIONATO

deandre ayton sulla sua difesa
DeAndre Ayton.

Essere penultimi nella lega significa che molte cose sono andate storte sia a livello corale che individuale. I Phoenix Suns hanno segnato in media 104.9 punti a partita, pochi per aspirare alla postseason. L’attacco poggia esclusivamente sulle spalle di Booker che ha sempre dato il suo contributo quando chiamato in causa. Il numero 1 però ha saltato finora 17 gare manifestando una preoccupante attitudine agli infortuni. Il roster giovane e talentuoso si è rivelato troppo discontinuo e ancora acerbo per i parquet NBA. Josh Jackson, Dragan Bender e Mikal Bridges ne sono la prova. Manca forse la giusta dose di esperienza per incentivare la crescita di questi ragazzi. Trevor Ariza è infatti tornato nella capitale e il solo Jamal Crawford non può bastare. C’è poi il caso Ayton che, come detto in precedenza, ha alternato partite monumentali a prestazioni insufficienti. DeAndre dovrà soprattutto migliorare il rendimento difensivo, in quanto è apparso per nulla temibile sotto le plance, malgrado la sua grande mole (0.7 stoppate a partita, il peggiore tra i lunghi titolari). Proprio la difesa è il principale tallone di Achille di questa squadra: 113.4 punti di media subiti, peggio di loro solo i bistrattati Cleveland Cavaliers.

Urge quindi una ripetizione ai ragazzi dell’Arizona e anche in fretta. Booker è desideroso di giocare una posteseason a cui i Phoenix Suns però non partecipano da 9 anni. Se dovessero proseguire nel loro declino, sarà dura convincerlo a restare per le prossime annate.

Houston Rockets, abbiamo tre problemi

Houston Rockets record

Si è appena conclusa gara 7 delle finali di conference: i Golden State Warriors si sono imposti al Toyota Center ai danni degli Houston Rockets, privi di Chris Paul. Una sconfitta dolorosa che però certifica la crescita di una squadra capace di impensierire una corazzata ritenuta invincibile. Paul e Harden costituiscono il miglior backcourt della lega, il sistema D’Antoniano funziona e la panchina fornisce garanzie in zona d’attacco. Ci sono tutti i presupposti per prendersi la rivincita e battagliare per il titolo nella successiva stagione. Sono passati solo 9 mesi da allora ma la situazione sembra essersi capovolta: gli Houston Rockets occupano il quinto posto della Western Conference anche se a 3 gare di distanza dall’ottavo . Hanno il terzo miglior attacco ma la quinta peggior difesa. E pensare che l’anno scorso erano settimi nel rating difensivo e primi in quello offensivo. Come si spiega questa inversione di rotta? proviamo ad analizzarlo nel dettaglio.

PESSIME SCELTE DI MERCATO DEGLI HOUSTON ROCKETS

Rifirmare Capela e Paul era un dovere da adempiere ma non a quelle cifre: un quinquennale da 90 milioni di dollari per il primo, 160 milioni di dollari in quattro anni per il secondo. I due non stanno tenendo lo stesso rendimento dell’anno scorso, complice qualche infortunio di troppo. In particolare l’ex Clippers che però nelle ultime gare sta ritrovando lo smalto dei giorni migliori. Il dispendio economico versato dalla dirigenza limiterà le manovre di mercato dei Rockets nelle successive edizioni ed è costato il sacrificio di Trevor Ariza. L’attuale giocatore dei Wizards era il perfetto 3&D dello scacchiere di D’Antoni, segnando valanghe di triple e difendendo egregiamente sulle ali avversarie. La sua cessione risulta ancora più dolorosa se si considera che il suo sostituto, Carmelo Anthony, si è rivelato un pesce fuor d’acqua, tanto da costringerlo al buyout dopo solo mezza stagione. Inutile dire che si poteva (doveva) fare di più.

Carmelo Anthony.

 

HARDEN-DIPENDENZA

Mentre la scorsa stagione James Harden era solo il fiore all’occhiello di una collettivo che funzionava, quest’anno sembra un uomo solo al comando. Houston offensivamente dipende dalle lune del suo numero 13 che si sta prendendo più di 25 tiri di media a partita. Le percentuali dal campo non sono ottimali (44% da due e il 36.4% da tre) ma i numeri non mentono: 36.6 punti. 6.6 rimbalzi e 7.7 assist ad allacciata di scarpe. 6 cinquantelli, svariati quarantelli e due gare da 60 o più punti. Stats del genere non li aveva nemmeno Shaq nel suo annus domini. Poi però c’è l’altra faccia della medaglia: ovvero i 29.036 palleggi registrati finora (Curry, Durant e Thompson ne hanno fatti insieme 26 mila) che detonano una scarsa fluidità di gioco a livello offensivo. Su 76 canestri consecutivi realizzati a fine gennaio, nessuno è arrivato da assist. The Beard è sicuramente il miglior attaccante one on one della lega, ma gli Houston Rockets non possono prescindere dalle sue mani sopratutto quando ai playoff il gioco si farà duro. Se gli altri suoi compagni non entreranno in ritmo il rischio di una prematura uscita al primo turno non sarebbe più cosi improbabile.

 

L’ASSENZA DI GIOCO 

Uno stile, quello di Harden, che può piacere e o non piacere ma che è motivato dall’assenza di un solido sistema di gioco corale. Il 7 second or less sembra un lontano ricordo, D’Antoni al di la dei risultati non è ancora infatti riuscito a dare un impronta alla sua squadra. L’attacco è incentrato su Harden o Paul che, dopo una serie di palleggi sul posto, ingaggiano l’uno contro uno. Harden predilige lo step back da tre punti anche se non disdegna la penetrazione per poi chiudere in lay-up o scaricare per un compagno in angolo pronto a tirare. Paul invece tende a smarcare l’avversario e chiudere col suo solito jumper dalla media. Se finora la strategia ha funzionato il merito è tutto di Harden, mai cosi dominante come quest’anno. Ma, come detto nel punto precedente, potrebbe non bastare in pieno clima playoff. Lo hanno dimostrato i Thunder nella scorsa stagione e lo ha sempre rammentato Micheal Jordan: “l’individualismo fa vincere le partite, il gioco di squadra fa vincere i campionati”.

Borsino playoff della Eastern Conference: sei squadre per tre posti

Borsino playoff.

Archiviato l’All-Star Weekend è tempo di analisi e bilanci in ottica playoff. Se l’attenzione di fan e media ad inizio anno era tutta centrata sulla Western Conference, oggi si parla solo dell’avvincente lotta nel Selvaggio Est: Mentre infatti CelticsRaptors, PacersSixers e Bucks sono pressoché certi di un posto alla prossima postseason, 6 franchigie si stanno contendendo gli ultimi tre slot: Nets, Hornets, Pistons, Magic, Heat e Wizards; troppo lontani gli Hawks per tentare una rimonta tanto eroica quanto inverosimile. La sesta dista solo 6 gare dall’undicesima e questo quando mancano 2 mesi e 22 partite (a testa) al termine della regular season. La NBA degli ultimi anni ci ha regalato vari cambiamenti di fronte, rimonte epiche e cedimenti imprevedibili. Chissà che anche quest’anno non si possa assistere a niente del genere. Le premesse del resto ci sono tutte. Ecco a voi il borsino playoff della Eastern Conference.

 

BROOKLYN NETS

Record: 30-30

 Brooklyn Nets.

Iniziamo il borsino playoff dalla rivelazione della corrente stagione. I Brooklyn Nets hanno trascorso gli ultimi anni sul fondo della conference, spedendo le loro prime scelte ai Celtics per l’affare Pierce-Garnett. La dirigenza si è allora sbarazzata dei suoi contratti pesanti e ha scambiato i suoi ultimi pezzi pregiati con un core di giovani di belle speranze che quest’anno hanno iniziato a mostrare il loro reale valore: D’Angelo Russell sta giocando la miglior pallacanestro della sua carriera, tanto da essersi guadagnato un posto nell’ASG, Caris LeVert se non si fosse infortunato avrebbe vinto il MIP, Joe Allen al di la delle stoppate inferte ai migliori centri della lega è diventato un rim protector di prima fascia, mentre Spancer Dinwiddie è il classico “sesto uomo” che ogni allenatore desidererebbe. Nelle ultime gare, a causa anche di vari infortuni, i Nets hanno registrato un calo che tuttavia non è costato loro il sesto posto. Il calendario, per nulla benevolo, gli riserva vari scontri diretti con Heat e Hornets, oltre alle potenze dell’est che nelle ultime partite potrebbero non giovare agli uomini di Atkinson.

 

CHARLOTTE HORNETS

Record: 28-30

Kemba Walker, Marvin Williams, Nicolas Batum
Charlotte Hornets.

A Charlotte è scoppiata la Kemba-mania. Come Kobe “solo sull’isola”, Walker sta trascinando gli Hornets a suon di prestazioni fenomenali: 24.9 punti, 4.4 rimbalzi e 5.6 assist di media, con il picco raggiunto nella sconfitta contro i 76ers in cui ha comunque messo a referto 60 punti (miglior prestazione stagionale sinora). La convocazione all’ASG è solo il giusto riconoscimento verso un giocatore che meriterebbe una chance in una contender. Nel frattempo a fargli da spalla è Jeremy Lamb, la cui crescita non sembra arrestarsi. Per il resto poco da aggiungere: Malik Monk e Miles Bridges sono troppo discontinui, Parker, Batum e Zeller dei semplici comprimari ma nulla di più. E il calendario non è dei migliori, dagli scontri diretti contro Wizards, Nets e Heat, fino alla doppia sfida contro i Warriors e Rockets.

 

DETROIT PISTONS

Record: 27-30

Detroit Pistons

Detroit Pistons.Ci si aspettava ben altro alla vigilia della regular season: la temibile coppia Griffin-Drummond e l’arrivo del COY Dwayne Casey giustificava le alte ambizioni della tifoseria di Detroit. Ma dopo 56 partite i Pistons occupano l’ottavo posto, più per demeriti altrui che meriti propri. Il sistema di gioco è macchinoso e troppo dipendente dalle giocate individuali. L’attacco è sterile, i Pistons hanno la peggior percentuale da tre punti della lega. L’unico tiratore, Reggie Bullock, è partito mentre il resto del roster sta deludendo le aspettative: infatti, eccezion fatta per Blake Griffin (stagione sublime finora), Andre Drummond non riesce ad essere costante in attacco, Reggie Jackson si è rivelato un giocatore sopravvalutato mentre agli altri comprimari non si può chiedere più di quanto stanno producendo. Il solo Griffin non basterà nelle restanti gare dove Detroit se la vedrà con Pacers, Spurs e Raptors. Anche se sulla carta il calendario è piuttosto agevole, la palla è sempre rotonda.

 

ORLANDO MAGIC

Orlando Magic.

Record: 27-33

La rinascita dei Magic ha un nome e cognome: Nikola Vucevic. 20.5 punti, 12.1 rimbalzi e 3.8 assist di media, career-high in tutte e tre le voci segnate, convocazione All-Star Game e Orlando che per la prima volta da diverse stagioni è in orbita playoff. La dirigenza lo ha nominato uomo franchigia ai danni di Aaron Gordon, che continua a tardare la sua esplosione, e di Mo Bamba, chiamato a sostituirlo in caso di partenza e ora out per infortunio. I Magic hanno vinto le ultime sei partite e si preparano a proseguire la striscia contro i Raptors. Tanti scontri diretti nelle prossime settimane e qualche insidia che potrebbe rivelarsi determinante al termine della regular season.

 

MIAMI HEAT

Miami Heat.

Record: 26-31

One last dance“. Più che una stagione per gli Heat quest’anno è stato un tour d’addio del loro idolo, Dwayne Wade, prossimo ad appendere le scarpette al chiodo. Miami vorrebbe regalargli un ultimo ballo anche nella postseason, ma la decima posizione e il calendario ostico che li aspetta (2 volte Celtics, Warriors, Sixers e Bucks tanto per citarne alcuni) sembrerebbero presagire il contrario. Gli Heat non sono sicuramente la franchigia più in forma della lega: Goran Dragic fuori a tempo indeterminato, Hassan Whiteside l’ombra del rim protector di due anni fa, Justin Winslow discontinuo come sempre, e Dion Waters fuori forma a causa di un grave infortunio smaltito da pochi giorni. le speranze per la postseason sono riposte proprio in Dwayne Wade e Josh Richardson, autentica rivelazione tra le file di Spoelstra. Miami saprà ripercorrere la strada che due anni fa, dalla dodicesima posizione, l’ha portata ad una qualificazione persa solo all’ultima giornata? I tifosi se lo augurano, almeno per Wade.

 

WASHINGTON WIZARDS

Record: 24-35

Wizards-Suns
Washigton Wizards

Chiudiamo il borsino playoff con la franchigia della capitale, rimasta orfana di John Wall e Dwight Howard (fuori per tutta la stagione). Gli acquisti invernali di Bobby Portis e Jabari Parker si sono però rivelati azzeccati: dalla deadline i Wizards hanno totalizzato un record di 3-3 rimanendo agganciati alla zona playoff. il calendario di Washington è il più favorevole di questo lotto e, malgrado l’undicesimo posto, l’ultimo slot dista appena 3 gare. Guai a sottovalutare i Wizards nella corsa alla postseason, nulla è impossibile con questo Bradley Beal in versione All-Star.

Trade Deadline piccante, ma per i veri botti aspettare la prossima estate

Los Angeles Lakers playoffs

Il grande botto di febbraio alla fine non è scoppiato: Anthony Davis è rimasto a New Orleans, con buona pace dei Los Angeles Lakers che tenteranno una nuova sortita ad inizio luglio. Il duo Pelinka-Johnson ha messo sul piatto tutto il giovane core della squadra più i contratti di Rondo e Stephenson, ma la dirigenza dei Pelicans, nonostante l’esplicita richiesta di essere ceduto, non ha voluto sentir ragioni. Non si sono mossi nemmeno Mike Conley, a lungo conteso dagli Utah Jazz, e Nikola Vucevic, al centro di discussioni a poche ore dalla trade deadline. Questa breve sessione di mercato ha comunque offerto una serie di scambi intriganti, alcuni volti ad avere un impatto immediato nella corsa ai playoff, altri in ottica lungimirante. Ecco qui un riassunto dei principali affari conclusi questa settimana.

Alla conquista del Canada

Si parte dal Colpo per antonomasia di questa trade deadline. Marc Gasol ai Toronto Raptors, Jonas Valanciunas, Delon Wright, C.J. Miles e una seconda scelta 2024 ai Memphis Grizzlies. Il catalano non ha bisogno di presentazioni: centro versatile, abile nel tiro da fuori, elegante nel gioco in post e dotato di una visione di gioco pari a quella di Jokic. I lunghi di scuola europea hanno sempre detto la loro in NBA e il fratello di Pau non fa eccezione. I Raptors puntano al bottino grosso e considerati i contratti in scadenza di Leonard, Green e Siakam, questa potrebbe essere la loro unica occasione. Memphis invece dà inizio a un rebuilding troppo a lungo rimandato, l’era Grizz & Grind è ufficialmente giunta al termine e la cessione di Conley è stata solo posticipata a luglio. Il presente e soprattutto il futuro dei Grizzlies risponde al nome di Jaren Jackson Jr.

Marc Gasol non dovrebbe cambiare casacca prima della trade deadline.
Trade deadline: Gasol ai Raptors

New York si gioca tutto in estate, Dallas sempre più europea

Un infortunio al ginocchio ha impedito a Kristaps Porzingis di essere protagonista sul parquet ma non nelle vicende extra-cestistiche : la settimana scorsa ha chiesto la cessione e qualche ora dopo è stato ceduto ai Dallas Mavericks in cambio di Dennis Smith Jr, DeAndre Jordan e Wesley Matthews (immediatamente rilasciato). Alla corte di Carlisle sono arrivati insieme al lettone Courtney Lee, Trey Burke e Tim Hardaway Jr. New York punta tutto sulla free agency 2019, con il rischio di rimanere a bocca asciutta ma anche con la possibilità di pescare due All-Star del calibro di Durant e Irving. Molto dipenderà da quanti zeri sottoscriveranno nel contratto e dal rookie che approderà nella Grande Mela (Zion?). Il gioco vale la candela. La franchigia di Cuban, reduce dall’esperienza Nowitzki, affida le chiavi della squadra nelle mani di due giovani europei destinati alla grandezza. Qualora Porzingis tornasse l’anno prossimo al 100% in coppia con Doncic potrebbe seriamente rendere Dallas una mina vagante della Western Conference. Se poi dovessero sbarcare in estate dei talentuosi role-players, si potrebbero nutrire ben altre ambizioni.

Trade deadline: Porzingis ai Mavericks

L’era dei big-four

Quando si fa riferimento ai giocatori più sottovalutati della NBA, impossibile non citare Tobias Harris. Le stats annuali recitano 20.9 punti, 7.9 rimbalzi e 2.7 assist tirando con il 49% dal campo e con il 43% da tre. Avesse giocato subito ad Est sarebbe stato chiamato all’All-Star Game. E invece il trasferimento si è consumato qualche settimana dopo le nomination: I Philadelphia 76ers hanno scambiato Wilson Chandler,  Landry Shamet, Mike Muscala (subito girato ai Lakers) e un pacchetto di prime scelte in cambio di Tobias Harris e Boban Marjanovic. I Clippers si rifanno il look in vista dei playoff, perdendo il loro top scorer ma allungando le rotazioni, Philadelphia invece rinnova le sue ambizioni da titolo: solo il quintetto base (Simmons-Redick-Butler-Harris-Embiid) è in grado di garantire una produttività offensiva da almeno 90 punti a partita. Basterà per vincere la conference? Forse. Nel frattempo le altre contender dell’Est si sono rinforzate.

Trade deadline: Harris ai 76ers

Mirotic-Bucks: l’ennesimo tiratore alla corte di Budenholzer

Che i Bucks siano la rivelazione di questa stagione non fa più notizia. Antetokounmpo sta giocando da MVP, Bledsoe ha messo la testa a posto e Middleton sta proseguendo una impetuosa crescita che lo ha portato al primo All-Star Game in carriera. Il vero segreto dell’attuale capolista però siede in panchina: Mike Budenholzer ha tirato fuori il massimo dai suoi giocatori e orchestrato un sistema di gioco affine con il roster a disposizione. Antetokoumpo è libero di gestire i possessi, penetrare ogni qualvolta ce ne fosse l’occasione per poi concludere in lay-up o scaricare per uno degli altri 4 tiratori presenti sul parquet (i due lunghi, Lopez e Ilyasova stanno tirando con il 40% da oltre l’arco). Milwaukee ha il secondo miglior attacco ed è la franchigia che ha realizzato più triple in stagione. Ecco perciò spiegata la trade per Nikola Mirotic scambiato con Stanley Johnson, Thon Maker, Jason Smith e tre seconde scelte. Lo spagnolo allunga le rotazioni e garantisce ulteriore pericolosità da oltre l’arco (17 punti di media con il 37% da tre). Una potenza di fuoco che rende questi  Bucks i principali Anti-Warriors.

Trade deadline: Mirotic ai Bucks

Step-by-step Kings

A proposito di rivelazioni, nemmeno il tifoso più ottimista avrebbe mai pensato di trovare i Sacramento Kings in zona playoff a questo punto della stagione. Eppure Fox e compagni, giocando un corale basket champagne, si sono presi lo scalpo delle squadre più accreditate e occupano il nono posto della Western Conference. Il passo successivo è stato inserire in questo solido meccanismo un giocatore quale Harrison Barnes, campione NBA con i Warriors, difensore roccioso e tiratore impeccabile. Tralasciando le modalità con cui è stato comunicato, l’acquisto di Barnes rappresenta un colpo interessante in ottica lungimirante. Prossimo passo, raggiungere quella postseason che manca da ormai 13 anni. La strada è ancora lunga e in salita, ma questi giovani Kings hanno ampi margini di miglioramento e, passo dopo passo, ritorneranno in vetta alla classifica.

Trade deadline: Barnes ai Kings

Provaci ancora Fultz

Tra Philly e Markelle Fultz non è mai scoccata la scintilla. Selezionato con la first pick al draft 2017, negli ultimi due anni ha passato più tempo in infermeria che sul campo a causa di un problema alla spalla che continua a tormentarlo ancora oggi. 33 partite giocate, 7.7 punti, 3.4 rimbalzi e 3.4 assist in media con il solo merito di essere diventato il più giovane di sempre ad aver realizzato una tripla doppia in regular season. Ancora più impetuose le percentuali al tiro: 41.9% dal campo, 26.7% da tre e 53.4% ai liberi. Il rischio di essere ricordato come il peggior bust della NBA è alto, i 76ers lo hanno aspettato e coccolato ma alla fine hanno perso la pazienza. Nel ultimo giorno della trade deadline è stato spedito agli Orlando Magic per Jonathon Simmons, una prima e una seconda scelta al prossimo draft. Orlando mette le basi per un rebuilding prossimo ed inevitabile, la scelta di Fultz potrebbe essere stata un azzardo ma, se dovesse tornare lo splendido diamante ammirato a Washington State, allora il presidente Weltman si troverebbe fra le mani una sicura All-Star in futuro.

Trade deadline: Fultz ai Magic

Dalle stelle alle stalle

Non ce ne voglia Mike Muscala, ma i tifosi Lakers si aspettavano ben altro alla fine della trade deadline. Anthony Davis, malgrado le estenuanti trattative di Magic, è rimasto a New Orleans ed i Lakers hanno perciò virato sull’ex power forward dei 76ers, spedendo all’altro lato della città Micheal Beasley e Ivan Zubac. La caccia alle All-Star riprenderà in estate, per il momento coach Walton potrà comunque disporre di un giocatore versatile, capace di garantire pericolosità nel pitturato e oltre l’arco. Negli ultimi anni molti semplici role-player hanno superato i loro limiti stando al fianco di LeBron James. Che Muscala possa ripercorrere le loro orme? I “delusi” tifosi purple-gold se lo augurano.

Mike Muscala
Trade deadline: Muscala ai Lakers

È tutta una questione di soldi: i 5 Paperoni della NBA

I soldi non fanno la felicità, figuriamoci la miseria“, cosi recita un noto proverbio popolare. Lo sanno bene gli atleti professionisti che a prescindere dallo sport di loro competenza guadagnano cifre da capogiro fra stipendi e sponsor. Tuttavia gli Sportman più ricchi al mondo potrebbero non corrispondere totalmente con quelli più conosciuti. Tra i più pagati del 2018 si riscontrano numerose sorprese in testa alla classifica mentre alcuni degli atleti più famosi non rientrano nella top five. Roger Federer, per esempio, si classifica al settimo posto nonostante sia acclamato come il miglior tennista di sempre. Gli sportivi più pagati sono ovviamente i calciatori: ben 3 esponenti occupano le zone alte della classifica (Lionel Messi, Cristiano Ronaldo e Neymar). A guardare tutti dall’alto è però un pugile di 41 anni con all’attivo 50 vittorie e 0 sconfitte. Parliamo ovviamente Floyd Mayweather che ha incassato in un anno 242 milioni di dollari. E la NBA? Quanto guadagnano i giocatori che militano nella lega di basket più famosa del mondo? Andiamo ad analizzare quelli che sono i 5 Paperon de Paperoni della pallacanestro.

Blake Griffin

Salary: 31.8 milioni di dollari.

Carrer Stats: 21.9 punti, 9.2 rimbalzi e 4.4 assist.

Fosse più continuo e meno sgarbato varrebbe ogni centesimo riportato sul suo contratto. Griffin è un’ala forte fisicamente possente, abile nel gioco in post e amante delle schiacciate con le quali chiude la maggior parte dei suoi 1 vs 1. Negli ultimi anni è anche esponenzialmente migliorato nel computo degli assist e nel tiro dalla lunga distanza (38% in questa stagione). A volte però scende in campo svogliato e nervoso, attacca briga con tutti, sia avversari che compagni; alterna performance opache a partite in cui chiude in tripla doppia con oltre 30 punti segnati. I Clippers, consapevoli della sua poca leadership, lo hanno spedito a Detroit alla prima occasione ricevendo in cambio Avery Bradley, Tobias Harris e Boban Marjanovic. Il suo contratto scadrà al termine della regular season, sta a lui ora dimostrare in questi mesi che gli rimangono di che pasta è fatto.

LeBron James

Salary: 35.6 milioni di dollari

Carrer Stats: 27.2 punti, 7.4 rimbalzi e 7.2 assist

LeBron è il miglior giocatore della lega, detentore di molti record storici ma è “solo” quarto nella classifica dei Paperoni NBA, in virtù del quinquennale siglato in estate con i Lakers. All’età di 34 anni, il Re si è messo a capo di una squadra di ragazzi giovani (Ball, Hart, Ingram e Kuzma) accompagnata da un nucleo di veterani (Stephenson, Rondo, McGee e Beasley) con cui spera di tornare a competere per le Finals quanto prima. Attualmente i Los Angeles Lakers occupano il quarto posto della Western Conference e James sta giocando la miglior stagione della carriera se comparata con il minutaggio che gli viene concesso, appena 30 minuti a partita. Il prossimo anno la dirigenza giallo-viola disporrà del più alto spazio salariale della NBA, il fascino “reale” di Los Angeles potrebbe portare in dote i pezzi grossi della free agency.

LeBron James non poteva che essere tra i Paperoni della NBA
LeBron James non poteva che essere tra i Paperoni della NBA

Chris Paul

Salary: 35.6 milioni di dollari

Carrer Stats: 18.6 punti, 4.5 rimbalzi e 9.7 assist.

Tanto talentuoso quanto sfortunato. Il feeling tra Paul e la fortuna non è mai stato idilliaco, come testimoniano i tanti infortuni subiti in carriera e nei momenti cruciali della stagione. L’ultimo, occorso nella gara contro gli Heat, lo terrà ai box per qualche mese. In estate ha firmato un ricco contratto con i Rockets con cui è diventato il terzo giocatore più pagato della NBA. Malgrado sia considerato uno dei migliori playmaker della lega, dominante in cabina di regia quanto nella metà campo offensiva, la sua propensione agli infortuni avrebbe dovuto far tentennare la franchigia di Houston: ora con il salary cap intasato, il G.M Morley avrà pochissimo margine di manovra nella prossima Free Agency, a meno di improvvise e “pericolose” trade.

Russell Westbrook

Salary: 35.7 milioni di dollari

Carrer Stats: 22.9 punti, 6.8 rimbalzi e 8.2 assist

Amato e allo stesso tempo detestato, Russell Westbrook rimane un giocatore straordinario, un all-around player con una cattiveria agonistica e un atletismo superiori agli altri playmaker. La scelta di rimanere a Oklahoma dopo l’addio di Durant ha ridotto le sue chance di vittoria (anche se con questo Paul George mai dire mai…), ma almeno ha pagato sul piano economico: lo scorso settembre ha firmato un rinnovo faraonico da 205 milioni complessivi che lo legherà ai Thunder fino al 2023. Ha sempre diviso l’opinione pubblica per il suo modo di giocare e per la sua personalità, a detta di molti egoista e arrogante, tanto da essersi inimicato perfino i compagni di squadra. Il giocatore più discusso della lega, ma anche il secondo più pagato.

Stephen Curry

Salary: 37.5 milioni di dollari

Carrer Stats: 23.3 punti, 4.5 rimbalzi e 6.7 assist

3 titoli NBA negli ultimi 4 anni, 2 MVP di cui uno assegnatogli all’unanimità, record di triple segnate in regular season e uno dei pochi eletti capace di chiudere una stagione con il 50% dal campo, 40% da tre e 90% ai liberi. Bastano questi numeri per giustificare il ricco stipendio che percepisce Steph Curry, il Paperon de’ Paperoni della NBA. Il figlio di Dell è il motore di Golden State, il fondamento su cui poggia una delle squadre più forti di sempre. Nell’era Kerr i Warriros hanno finora totalizzato il record 265-50 con Curry in campo, 23-20 senza. A dimostrazione del fatto che c’è solo un uomo al comando della Baia.

Il re dei Paperoni NBA altri non è che il miglior tiratore di sempre: Stephen Curry
Il re dei Paperoni NBA altri non è che il miglior tiratore di sempre: Stephen Curry

 

Chi è Derrick Rose? Il più grande “What If” della recente storia NBA

chi-è-derrick-rose

La parola “resilienza” deriva dal latino resalio ed indica la capacità di far fronte in maniera positiva ad un evento traumatico o un periodo di difficoltà, un termine abusato dai giovani di oggi che ancora non hanno affrontato le vere intemperie della vita: Derrick Rose, ex All-Star NBA, non ha ancora raggiunto la fase degli “anta” ma ha provato sulla sua pelle molte esperienze dolorose: 15 infortuni da quando è entrato nella lega, tra cui 2 rotture del crociato che ne hanno frenato l’ascesa all’olimpo del basket. “Too big, too strong, too fast” ma anche “too fragile”. Il suo corpo non ha supportato tutto lo sforzo a cui ogni sera veniva sottoposto e in quella notte contro Philadelphia ha totalmente ceduto. Da allora una lunga serie di acciacchi, contestazioni e malesseri psico-fisici che lo avevano convinto anche ad appendere le scarpe al chiodo. Minnesota era diventata l’ultima spiaggia; Thibodeau non aveva mai smesso di credere nel suo pupillo e lo ha voluto con se a tutti i costi. Nessuno però sembrava credere nella sua rinascita, almeno non prima di questa annata. Ma andiamo con ordine: ripercorriamo tutte le principali tappe della carriera dell’ex Bulls, dalla High School fino ai giorni nostri, cercando nel frattempo di rispondere alla fatidica domanda: “Chi è Derrick Rose?”.

Chi è Derrick Rose? Storia personale

Derrick Rose nasce in uno dei quartieri più malfamati di Chicago dove le gang criminali la fanno da padrone. La madre Brenda cresce quattro figli senza un marito che le stia accanto, è pertanto lei che si occupa della loro educazione. Derrick si appassiona immediatamente al basket: è un gran tifoso dei Bulls e trascorre interi pomeriggi al campetto vicino casa cercando di emulare il suo scontato idolo, Micheal Jordan. Viene selezionato dalla Simeon Carrer High School, nota per la sua fama cestistica ma non certo la più tranquilla delle scuole. Qui ha giocato Ben Wilson, il classico predestinato pronto a dominare la NBA. Se nessuno ha mai sentito parlare di lui è perchè in NBA non c’è mai arrivato, ucciso da un coetaneo per una occhiataccia. Rose rimane talmente colpito da questa storia da scegliere  in suo onore la maglia numero 25 e giurare di esaudire il sogno di Wilson. Trascina la sua squadra a due titoli statali consecutivi attirando l’attenzione di molti college. Ormai è una celebrità, tutti i suoi cittadini, comprese le gang, lo ammirano e vengono ad assistere alle sue straordinarie performance. Un clamore del genere nella città del vento non si vedeva dai tempi di Jordan.

Derrick-rose-all-star-game

Primo Step: Memphis University

Indiana lo corteggia a lungo senza però affondare il colpo decisivo, cosi Derrick sceglie la Memphis University, dove allena John Calipari. Lascia Chicago, lascia il ghetto, per iniziare una vita da studente universitario. Con lui i Tigers fanno il salto di qualità: 33 vittorie e una sconfitta nella prima stagione. La squadra di Rose si fa valere anche ai Playoff fino ad arrivare alla finalissima contro i Kansas Jayhawks. Rose chiude a 17 punti, 6 assist e 6 rimbalzi ma sbaglia il tiro libero decisivo. Non basta la tripla miracolosa di Chalmers, Kansas dilaga all’Overtime e condanna i Tigers ad una dolorosa sconfitta.

 

Lo sbarco nella lega: Draft 2008

Al termine della stagione, dopo solo un anno di apprendistato, si dichiara eleggibile al Draft. Quella selezione regalò al mondo qualche All-Star (Russell Westbrook, Kevin Love, Serge Ibaka), un paio di buoni gregari (Danilo Gallinari, Eric Gordon, Brook Lopez), delle promesse mancate (Micheal Beasley e O.J. Mayo su tutti) e tanti giovani finiti oggi nel dimenticatoio (Joe Alexander, Jason Thompson e Brandon Rush, tutti selezionati prima della quindicesima scelta). Rose viene chiamato con la first pick dalla sua squadra del cuore, la franchigia della sua città natale, i Chicago Bulls.

Chi è Derrick Rose (per il momento) sul parquet

 

Rose non ha mai palesato problemi di ambientamento, al college cosi come nella NBA. Diventa il primo rookie dei Bulls a realizzare più di 10 punti nelle prime gare stagionali, viene selezionato per il Rookie Challenge all’ASG e al termine della regular season alza il premio “Matricola dell’anno”, anche detto Rookie of The Year. Grazie alle sue prestazioni Chicago torna a respirare l’aria dei playoff dove al primo turno si scontra con i Boston Celtics. Il debutto di Rose nella postseason non poteva che essere memorabile: Con 36 punti, 11 assist e 4 rimbalzi eguaglia il record di punti stabilito da Kareem Abdul-Jabbar per un esordiente. Poco importa che la serie sarà vinta dai nero-verdi, nemmeno MJ aveva siglato 20 punti di media alla sua prima stagione. Le annata successivi sono un continuo crescendo per il nuovo idolo di Chicago che, malgrado qualche infortunio alla caviglia, partecipa più volte all’All-Star Game e conduce i suoi ai playoff pur non raggiungendo mai le tanto agognate Finals. Il 2011 coincide con la sua definitiva consacrazione: D-Rose chiude la RS con 24.6 punti, 8 assist, 4.6 rimbalzi tirando con il 38% da oltre l’arco. I Bulls finiscono in vetta alla NBA forti di un record da 62 vittorie vittorie e 20 sconfitte. Tutto ciò gli vale il titolo di MVP della regular season, il più giovane di sempre a ricevere tale riconoscimento. Chicago si sbarazza agevolmente di Indiana e Atlanta ma si arrende alla Miami dei Big-Three dopo cinque partite. Nonostante il mancato appuntamento con le Finals, la sensazione è che l’anello, che manca dai tempi di Jordan, sia vicino. I Bulls hanno il giocatore più forte del pianeta a cui fa seguito un roster giovane e di talento. Ma Rose non aveva ancora fatto i conti con quella maledetta sfortuna che lo accompagnerà per il resto della carriera: ai playoff della stagione successiva riporta contro i Sixers la rottura del legamento crociato anteriore sinistro.

Derrick rimane ai box per più di un anno. Nonostante i medici gli avessero dato l’ok a scendere i campo, non si sente in forma e si tira indietro. Torna nel 2013  ma gioca solo 10 partite. A novembre infatti si infortuna gravemente al menisco mediale del ginocchio destro. La terapia da seguire, operarsi o meno, tiene i fan di Chicago col fiato sospeso. Alla fine Rose opta per l’intervento chirurgico saltando però un’altra intera stagione. I Bulls nel frattempo scoprono il talento di Jimmy Butler e uniscono al roster il veterano Pau Gasol. L’anno dopo hanno anche loro un Big-Three con cui accendere la scalata al titolo. Dopo un’ottima regular season, si qualificano ai playoff dove si sbarazzano dei Bucks al primo turno. Rose sembra giocare con paura, predilige il jumper, raramente scatta in penetrazione, ma continua a rivelarsi un fattore per la sua franchigia. Il buzzer beater con cui affonda i Cavs in gara 3 assomiglia ad un trampolino di rilancio, la rivincita di un uomo a cui la fortuna ha voltato le spalle troppo presto.

 

E invece si rivela un fuoco di paglia: LeBron vince le successive tre partite confermandosi la bestia nera dei Bulls. Rose entra in un vortice nero apparentemente senza fine. La stagione 2015-16 si apre con un infortunio all’occhio e si chiude con un nuovo infortunio alla gamba destra. I fan cominciano a voltargli le spalle cosi come la dirigenza, che nomina Butler “uomo-franchigia” e cede il suo numero 1 ai New York Knicks. Nella Grande Mela però, dopo un incoraggiante inizio, l’ennesimo problema al menisco lo costringe sotto i ferri per la terza volta. In estate firma un contratto al minimo salariale con i Cleveland Cavaliers con cui però si distacca a febbraio tramite buyout. Rose, falcidiato dagli infortuni e con il morale sotto le scarpe, medita a neanche trent’anni un ritiro anticipato su cui però il suo vecchio mentore Thibodeau riesce a farlo dissuadere. I Timberwolves infatti gli offrono un posto nel roster fino al termine della stagione che poi viene prolungato per quella successiva. Quest’anno D-Rose sembra tornato la giovane stella del passato, quella dell’MVP, quella che destabilizzava gli avversari a suon di crossover  e rapidi cambi di direzione. I 50 punti segnati nella notte di Halloween sono stati il più bello “scherzo” che potesse regalare a se e ai suoi tifosi. Riuscirà a stabilizzarsi su tali standard? lo scopriremo solo vivendo.

 

Chi è Derrick Rose? Vita familiare

Vita movimentata dentro e fuori dal campo per Rose. Sposato con Mieka Reese, con cui ha dato alla luce Derrick Rose Jr., l’ex Bulls ha divorziato nel corso del 2017 per poi fidanzarsi nel giro di qualche mese con la modella Alaina Anderson. I due ancora oggi convivono a Minneapolis e lo scorso Aprile hanno dato il benvenuto alla loro primogenita Layla Rose.

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D-Rose & his girlfriend #drose #derrickrose

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Chi è Derrick Rose su instagram

Caratteristiche tecniche

Prima che subentrassero Westbrook e Wall, era D-Rose il playmaker più veloce della lega. Quei cambi di mano solo apparentemente semplici, ma comunque bilanciati, sembravano inarrestabili per ogni difensore avversario. I due infortuni al crociato hanno stroncato il suo atletismo ma non certo il suo animo: Rose, dopo anni di duro allenamento, ha affinato la sua tecnica di tiro e migliorato le percentuali dal campo: in questa regular seadon sta tirando con il 41.3% da oltre l’arco, secondo in NBA dietro solo a Stephen Curry. Durante l’anno dell’MVP non ha mai superato il 31% . Come diceva la somma cantante Madonna: “Non importa chi sei, non importa quello che hai fatto, non importa da dove sei venuto, si può sempre cambiare, diventare una versione migliore di te stesso”.

Caratteristiche fisiche di D-Rose

Il tempo degli onori è ormai alle spalle, Rose non tornerà mai più quel concentrato velocità e atletismo ammirato nelle sue prime stagioni. E’ stato comunque uno dei primi play sotto i due metri capaci di volare al ferro e schiacciare in testa agli avversari. Ne sa qualcosa Goran Dragic.

 

Fisico ai raggi x:

  • Altezza: 190 centimetri
  • Peso: 86 chili

Premi e riconoscimenti

Fosse rimasto sano, chissà quanti altri premi avrebbe affisso in bacheca.

  • MVP della regular season
  • Rookie of the Year
  • 1 volta inserito nell’NBA All-Rookie first team
  • 1 volta inserito nell’All-NBA first team

Carrer-high

Chi è Derrick Rose? Forse i suoi massimi in carriera possono renderci l’idea.

  • Massimo di punti: 50 contro gli Utah Jazz (31 ottobre 2018)
  • Massimo di rimbalzi: 12 contro i New York Knicks (10 aprile 2011)
  • Massimo di assist: 17 contro i Milwaukee Bucks (26 marzo 2011)
  • Massimo di recuperare: 6 contro i New York Knicks (25 dicembre 2010)
  • Massimo di stoppate: 3 contro i Dallas Mavericks (15 gennaio 2015)

 

Ecco chi è Derrick Rose in un video da brividi

Quanto guadagna Derrick Rose?

2.1 milioni di dollari, in virtù del contratto annuale che lo legherà ai Timberwolves sino al termine della stagione. Se fino a 6 mesi fa nessuno avrebbe puntato sull’ex Bulls, ora non sono poche le franchigie pronte a firmarlo la prossima free agency. Magari una contender più “credibile” di Minnesota, con cui potrà finalmente competere per il titolo. Oppure la sua squadra natale, Chicago, per chiudere romanticamente un cerchio cominciato 11 anni fa.

Chi è Derrick Rose quindi? O meglio, chi sarebbe potuto diventare? Forse avrebbe riportato Chicago alle Finals, forse sarebbe caduto comunque. In casi del genere si dice che una volta toccato il fondo non puoi che risalire. L’esperienza fallimentare ai Cavs e il timore di un ritiro annunciato hanno rappresentato il punto più basso della sua carriera da cui però Rose ha trovato la forza per rilanciarsi e tornare in cima. Oggi infatti sembra essere tornato (parzialmente) quello di un tempo, ma più completo e maturo. Di fronte al recente, inatteso ritorno di fiamma tra Rose e la dea bendata, è difficile per chiunque rimanere distaccati, a maggior ragione se si considera l’immane carico di sfortuna che ne ha falcidiato la carriera. Anche perché in tutti questi anni, al netto dei parecchi errori commessi dentro e fuori dal campo, l’ex-Bulls ha comunque dimostrato un amore genuino e viscerale nei confronti del gioco. Il premio come “sesto uomo dell’anno” sarebbe la degna conclusione di una delle storie più romantiche e travagliate della recente storia NBA. Derrick fallen, Derrick Rose.

derrick rose

 

Draft 2018, un primo bilancio: Se son rose fioriranno

NBA Draft 2018

Che il Draft 2018 potesse essere il più talentuoso del nuovo millennio era risaputo da tempo, ma nessuno si sarebbe aspettato un impatto simile dai rookie di quest’anno. La maggior parte dei diretti interessati viaggia ad oltre dieci punti di media e mostra una sicurezza nei propri mezzi da veterano. La carta d’identità non mente, la loro avventura nella massima lega è solo agli albori, ma come dice un noto proverbio: “chi ben comincia è a metà dell’opera”. Andiamo ad analizzare allora le prime dieci scelte del Draft 2018, esaminando il loro finora breve percorso nella NBA.

DeAndre Ayton

Ruolo: Centro

Stats: 16.2 punti, 10.2 rimbalzi, 0.8 stoppate

I Phoenix Suns con ogni probabilità termineranno la stagione nei bassifondi della Western Conference, ma per lo meno si sono assicurati il centro del futuro: Ayton è un forte lungo di oltre due metri, dotato di un ottimo jumper dal mid-range e un sublime gioco in post. Chiude spesso in doppia doppia anche se in fase difensiva ha ancora molto da lavorare. Le 0.8 stoppate lo rendono il giocatore meno “temibile” tra i centri. Spesso inoltre risulta incostante perché tende a staccare la spina prima della fine della gara. Tuttavia medie del genere nelle ultime stagioni le ha tenute solo Shaq e non tirando col il 64% dal campo. Se guadagnerà maggior sicurezza, Ayton diventerà una superstar.

Chi è DeAndre Ayton?

Marvin Bagley

Ruolo: Ala grande

Stats: 13 punti, 6.8 rimbalzi, 1.2 stoppate

Si parla erroneamente poco del prodotto di Duke. Bagley sta infatti guidando la second unit dei promettenti Sacramento Kings a suon di schiacciate tonanti. Ricorda per certi versi il Chris Bosh di Toronto, anche se non ha ancora sviluppato un tiro da tre affidabile. Sulla fase difensiva ha poco da invidiare ai suoi colleghi più assodati mentre in attacco usa indistintamente la mano sinistra e la mano destra nel gioco in post. Avevano ragione i suoi estimatori al Draft 2018 a ritenerlo il più “pronto” per calcare i parquet NBA; se oggi i Kings si giocano l’accesso ai playoff il merito è anche di Marvin Bagley.

Sacramento Kings 2018/2019

Luka Doncic

Ruolo: Guardia

Stats: 18.5 punti, 6.5 rimbalzi, 4.3 assist

Solo 3 giocatori nella storia NBA hanno registrato numeri del genere alla loro prima stagione in carriera, Micheal Jordan, Larry Bird e Oscar Robertson. Guida la classifica marcatori dei rookie ed è stato il terzo più giovane di sempre a realizzare un trentello in un gara di Regular Season. Sopperisce alla mancanza di un fisico possente ed agile con una tecnica sopraffina ed una leadership innata. Sta tirando con il 46% dal campo e con il 41% da tre, la maggior parte dei quali segnati in step back. Dallas nell’ultima stagione ha chiuso 21 partite con oltre 100 punti segnati, quest’anno è già a quota 25 con ancora mezza stagione da giocare. Si è preso lo scalpo dei Rockets e dei Warriors, ed è quanto mai determinato a riportare i Mavericks in zona playoff.  Il 99% di chi  lo definiva “non pronto” o “non in grado di fare la differenza” in NBA, non aveva mai visto più di 5 minuti del Real Madrid in Eurolega. Effetto Luka Doncic.

Luka Doncic.

Jaren Jackson Jr.

Ruolo: Ala grande

Stats: 13.9 punti, 4.5 rimbalzi, 2 stoppate

L’uomo giusto al posto giusto. Nessun prospetto del Draft 2018 poteva risultare più idoneo al contesto Grizzlies: un’ala forte moderna, abile in difesa quanto letale in attacco. Malgrado un range di tiro rivedibile, Jackson sta tirando con il 33.9% da oltre l’arco. L’intesa con Marc Gasol migliora giorno dopo giorno, cosi come la sua confidenza con il nuovo mondo NBA. Memphis, dopo un anno di purgatorio, è tornata ai vertici della Western Conference, trascinata anche dal suo nuovo baby-prodigio.

Grizzlies-Raptors

Trae Young

Ruolo: Playmaker

Stats: 15.8 punti, 2.8 rimbalzi, 8.4 assist

“Provo ad essere più Steve Nash che Steph Curry”, queste le parole di Young qualche mese fa. Gli 8.4 assist di media lo rendono il quarto miglior passatore della lega, Nash ha raggiunto quella soglia soltanto alla sesta stagione in carriera. Young alterna serate dominanti a gare disastrose, certamente molto meno efficiente al tiro (per ora) dei due sopracitati ma risulta essere un passatore di elite ed uno scorer già di buon livello. Capisce con mezzo secondo di anticipo il comportamento delle difese avversarie e sa mettere i compagni in condizione di fare canestro con facilità. E’ inoltre il secondo giocatore più giovane di sempre con una gara da 35 punti e 10 assist, e il quinto rookie dopo Iverson, LeBron, Kidd e Curry. Il destino degli Hawks passerà con ogni probabilità dalle mani di Trae Young.

Mohamed Bamba

Ruolo: Centro

Stats: 6.7 punti, 4.5 rimbalzi, 1.6 stoppate

La curiosità di vederlo all’opera durante il Draft 2018 era tanta e c’era addirittura chi lo considerava prossimo al premio ROY, ma viste le prestazioni sul campo per ora pare un abbaglio. Mo Bamba è una delle poche delusioni del Draft 2018, almeno per ora. Complice la consacrazione di Vucevic è scivolato in panchina e non ha ancora esordito in quintetto base. Bamba ha mostrato solo in parte il suo esponenziale talento, soprattutto in fase difensiva; è infatti il miglior stoppatore tra i rookie di quest’anno. Il problema semmai è di natura psicologica: a detta del suo coach non ha ancora fatto quel salto di qualità mentale richiesto a tutti gli esordienti per ambientarsi al nuovo mondo NBA. Per sua fortuna le pretese dei Magic non sono molto alte.

mo bamba

Wendell Carter Jr.

Ruolo: Centro

Stats: 11.4 punti, 7.4 rimbalzi, 1.5 stoppate

Forse non diventerà un All-Star, ma di certo un solido giocatore NBA. Wendell Carter è il classico centro difensivo, incaricato di stoppare tutti i palloni che passano nel pitturato. Un giocatore alla Chandler per intenderci, quello che non riempie gli highlights stagionali ma che si sporca le mani per i compagni. Piccoli particolari che possono segnare la differenza tra la vittoria e la sconfitta. Se poi incrementasse la produzione offensiva…

wendell carter jr

Collin Sexton

Ruolo: Playmaker

Stats: 14.5 punti, 3.2 rimbalzi, 2.5 assist

Non è facile giocare in una franchigia rimasta orfana del miglior giocatore del mondo, in particolare se lo spogliatoio nel periodo di massima crisi ti seleziona come capro espiatorio. Eppure Sexton, dopo un inizio in sordina, nell’ultimo mese si è caricato la squadra sulle spalle trascinandola nelle (rare) vittorie stagionali. L’ingresso in quintetto è coinciso con la sua improvvisa crescita. I Cavs grazie al Draft 2018 hanno trovato il loro playmaker del futuro, una discreta macchina da punti che ha ancora ampi margini di miglioramento. Tende ad accumulare infatti molte palle perse, niente però a cui l’esperienza non possa porre rimedio. In estate Cleveland disporrà probabilmente di un’alta scelta, allora potranno essere gettate le basi del post-LeBron, nel quale Sexton ricoprirà un ruolo importante.

Kevin Knox

Ruolo: Guardia

Stats: 8.6 punti, 3.2 rimbalzi, 0.8 assist

Non ingannino le stats soprastanti, nelle ultime due settimane il rookie dei Knicks sta viaggiando ad oltre 17 punti di media con il picco raggiunto nella gara di Milwaukee: 26 punti segnando la tripla del definitivo sorpasso. Il suo infortunio alla caviglia è coinciso con un periodo negativo della franchigia, a dimostrazione del fatto che è già diventato un perno della squadra, anche se in uscita dalla panchina. Dopo un’ottima Summer League Kevin Knox si sta superando anche in stagione regolare.

Mikal Bridges

Ruolo: Ala piccola

Stats: 6.8 punti, 2 rimbalzi, 1.1 assist

Malgrado il poco minutaggio concesso, Mikal Bridges contribuisce degnamente alla produzione offensiva dei Suns. Le sue capacità lo rendono un fattore in uscita dalla panchina. In difesa deve ancora trovare la sua dimensione ma come già detto per gli altri, il tempo è dalla sua parte. Anche se i riflettori sono tutti puntati su Ayton, sarà meglio tenere d’occhio anche il buon Bridges per la ricostruzione futura.

Mikal Bridges

Butler-Minnesota: tra i due litiganti, i Chicago Bulls godono

Butler-Minnesota-Butler-76ers, Andrew Wiggins: "Mancherà il suo apporto qui a Minnesota"

Jimmy Butler Butler-Minnesota il bilancio per i TWolve è totalmente negativo? E’ trascorso più di un anno da quel 22 giugno 2017, data in cui i Chicago Bulls e i Minnesota Timberwolves ufficializzarono la prima trade di quella off-season: Jimmy Butler a Minnesota, Kris Dunn, Zach Lavine e la settima scelta del draft, Lauri Markkanen, nella Windy City. I T-Wolves erano pronti a dare battaglia ai Warriors per il trono della Western Conference mentre Chicago si preparava ad una lenta rebulding dopo aver fallito l’esperimento dei big-three (Rondo-Wade-Butler). L’opinione pubblica si schierò allora con i T-Wolves idolatrando il G.M Layden per l’eccelso mercato condotto quell’estate, ma oggi è ancora cosi?

Butler-Minnesota: Timberwolves e l’Eterno Ritorno

Nella passata stagione i Minnesota Timberwolves hanno centrato per il rotto della cuffia la postseason dopo 14 anni di astinenza. La loro corsa al titolo però si è arrestata al primo turno per mano degli Houston Rockets. Il bilancio finale non può certo dirsi soddisfacente viste le alte aspettative nutrite da fan e dirigenza. La difesa, marco di fabbrica delle squadre di Thibodeau, non è mai pervenuta, come mostra anche la pessima efficienza difensiva  (111.9 punti in media subiti a partita, terz’ultima franchigia della lega). Il sistema di gioco, per nulla solido e poco efficace, ha sortito poi un attacco sterile, finalizzato quasi esclusivamente dalle principali bocche di fuoco della squadra. A gettare ulteriore benzina su fuoco ci hanno pensato i malumori e dissidi interni, come quello che ha visto contrapporsi Wiggins e Butler, incapaci di coesistere sul rettangolo di gioco. In estate l’ex Bulls ha chiesto la cessione mandando in fumo i già precari equilibri dello spogliatoio. Butler è stato accontentato e spedito a Philadelphia mentre i T-Wolves hanno dovuto ricominciare l’ennesimo ciclo con gli innesti di Dario Saric e Robert Covington. Friedrich Nietzsche sosteneva con l’Eterno Ritorno che il tempo è circolare e che quindi ogni azione è destinata a tornare al punto di partenza. Considerati i continui spostamenti degli ultimi anni, si direbbe che nessuno avrebbe potuto interpretare questa dottrina meglio di Minnesota.

Quintetto Twolves Pronostici NBA spurs-timberwolves

Butler-Minnesota, i Chicago Bulls si godono LaVine

Al grido di “perdere e perderemo” i Chicago Bulls hanno iniziato la passata stagione con 9 sconfitte consecutive. Il fondo della Eastern Conference è stato evitato grazie ai rientri di Nikola Mirotic e Bobby Portis, ma i playoff non sono mai stati realmente alla loro portata. Malgrado ciò i nuovi innesti non hanno tradito le attese: Khris Dunn e Zach Lavine, una volta superati i rispettivi infortuni, si sono rivelati leader emotivi e tecnici della squadra, Lauri Markkanen invece si è guadagnato un posto nell’All-Rookie Team a suon di prestazioni fenomenali. L’estate scorsa ha portato in dote Jabari Parker e la sesta scelta Wendell Carter Jr., rendendo Chicago una delle franchigie più futuribili della lega. Una tempesta di infortuni si è pero abbattuta sulla Windy City: Dunn, Markkanen, Portis e Valentine non sono mai scesi in campo dall’inizio della regular season e ne avranno ancora per qualche settimana. In compenso è nata la stella di LaVine. 26.5 punti, 5.2 rimbalzi e 4.1 assist bastano a testimoniare una crescita superlativa del numero 8 che si è definitivamente tolto l’etichetta di “semplice schiacciatore”. LaVine ha perfezionato il suo tiro da fuori (34% da oltre l’arco) e alzato il livello difensivo, come dimostrano le 1.2 steals a partita. Nelle passate stagioni non aveva mai superato quota 0.8. Inoltre è diventato il primo Bulls dai tempi di Micheal Jordan a segnare almeno 20 punti nelle prime 15 gare. Se la stagione dovesse finire oggi, avrebbe la 12° miglior media punti nella storia della franchigia (le altre 11 appartengono ad His Airness). Nella speranza che i lungodegenti tornino più forti di prima, i Chicago Bulls si coccolano il loro nuovo franchise-player.

In conclusione i T-Wolves hanno perso tre giovani di belle speranze, portando a casa un’All-Star tanto forte quanto capricciosa che ha tolto il disturbo dopo solo una stagione. I Chicago Bulls invece hanno guadagnato una futura All-Star e hanno messo in piedi un core di giovani che, infortuni a parte, nei prossimi anni potrebbe occupare i vertici della lega.