Trade Deadline piccante, ma per i veri botti aspettare la prossima estate

Trade deadline 2019

Il grande botto di febbraio alla fine non è scoppiato: Anthony Davis è rimasto a New Orleans, con buona pace dei Los Angeles Lakers che tenteranno una nuova sortita ad inizio luglio. Il duo Pelinka-Johnson ha messo sul piatto tutto il giovane core della squadra più i contratti di Rondo e Stephenson, ma la dirigenza dei Pelicans, nonostante l’esplicita richiesta di essere ceduto, non ha voluto sentir ragioni. Non si sono mossi nemmeno Mike Conley, a lungo conteso dagli Utah Jazz, e Nikola Vucevic, al centro di discussioni a poche ore dalla trade deadline. Questa breve sessione di mercato ha comunque offerto una serie di scambi intriganti, alcuni volti ad avere un impatto immediato nella corsa ai playoff, altri in ottica lungimirante. Ecco qui un riassunto dei principali affari conclusi questa settimana.

Alla conquista del Canada

Si parte dal Colpo per antonomasia di questa trade deadline. Marc Gasol ai Toronto Raptors, Jonas Valanciunas, Delon Wright, C.J. Miles e una seconda scelta 2024 ai Memphis Grizzlies. Il catalano non ha bisogno di presentazioni: centro versatile, abile nel tiro da fuori, elegante nel gioco in post e dotato di una visione di gioco pari a quella di Jokic. I lunghi di scuola europea hanno sempre detto la loro in NBA e il fratello di Pau non fa eccezione. I Raptors puntano al bottino grosso e considerati i contratti in scadenza di Leonard, Green e Siakam, questa potrebbe essere la loro unica occasione. Memphis invece dà inizio a un rebuilding troppo a lungo rimandato, l’era Grizz & Grind è ufficialmente giunta al termine e la cessione di Conley è stata solo posticipata a luglio. Il presente e soprattutto il futuro dei Grizzlies risponde al nome di Jaren Jackson Jr.

Marc Gasol non dovrebbe cambiare casacca prima della trade deadline.
Trade deadline: Gasol ai Raptors

New York si gioca tutto in estate, Dallas sempre più europea

Un infortunio al ginocchio ha impedito a Kristaps Porzingis di essere protagonista sul parquet ma non nelle vicende extra-cestistiche : la settimana scorsa ha chiesto la cessione e qualche ora dopo è stato ceduto ai Dallas Mavericks in cambio di Dennis Smith Jr, DeAndre Jordan e Wesley Matthews (immediatamente rilasciato). Alla corte di Carlisle sono arrivati insieme al lettone Courtney Lee, Trey Burke e Tim Hardaway Jr. New York punta tutto sulla free agency 2019, con il rischio di rimanere a bocca asciutta ma anche con la possibilità di pescare due All-Star del calibro di Durant e Irving. Molto dipenderà da quanti zeri sottoscriveranno nel contratto e dal rookie che approderà nella Grande Mela (Zion?). Il gioco vale la candela. La franchigia di Cuban, reduce dall’esperienza Nowitzki, affida le chiavi della squadra nelle mani di due giovani europei destinati alla grandezza. Qualora Porzingis tornasse l’anno prossimo al 100% in coppia con Doncic potrebbe seriamente rendere Dallas una mina vagante della Western Conference. Se poi dovessero sbarcare in estate dei talentuosi role-players, si potrebbero nutrire ben altre ambizioni.

Trade deadline: Porzingis ai Mavericks

L’era dei big-four

Quando si fa riferimento ai giocatori più sottovalutati della NBA, impossibile non citare Tobias Harris. Le stats annuali recitano 20.9 punti, 7.9 rimbalzi e 2.7 assist tirando con il 49% dal campo e con il 43% da tre. Avesse giocato subito ad Est sarebbe stato chiamato all’All-Star Game. E invece il trasferimento si è consumato qualche settimana dopo le nomination: I Philadelphia 76ers hanno scambiato Wilson Chandler,  Landry Shamet, Mike Muscala (subito girato ai Lakers) e un pacchetto di prime scelte in cambio di Tobias Harris e Boban Marjanovic. I Clippers si rifanno il look in vista dei playoff, perdendo il loro top scorer ma allungando le rotazioni, Philadelphia invece rinnova le sue ambizioni da titolo: solo il quintetto base (Simmons-Redick-Butler-Harris-Embiid) è in grado di garantire una produttività offensiva da almeno 90 punti a partita. Basterà per vincere la conference? Forse. Nel frattempo le altre contender dell’Est si sono rinforzate.

Trade deadline: Harris ai 76ers

Mirotic-Bucks: l’ennesimo tiratore alla corte di Budenholzer

Che i Bucks siano la rivelazione di questa stagione non fa più notizia. Antetokounmpo sta giocando da MVP, Bledsoe ha messo la testa a posto e Middleton sta proseguendo una impetuosa crescita che lo ha portato al primo All-Star Game in carriera. Il vero segreto dell’attuale capolista però siede in panchina: Mike Budenholzer ha tirato fuori il massimo dai suoi giocatori e orchestrato un sistema di gioco affine con il roster a disposizione. Antetokoumpo è libero di gestire i possessi, penetrare ogni qualvolta ce ne fosse l’occasione per poi concludere in lay-up o scaricare per uno degli altri 4 tiratori presenti sul parquet (i due lunghi, Lopez e Ilyasova stanno tirando con il 40% da oltre l’arco). Milwaukee ha il secondo miglior attacco ed è la franchigia che ha realizzato più triple in stagione. Ecco perciò spiegata la trade per Nikola Mirotic scambiato con Stanley Johnson, Thon Maker, Jason Smith e tre seconde scelte. Lo spagnolo allunga le rotazioni e garantisce ulteriore pericolosità da oltre l’arco (17 punti di media con il 37% da tre). Una potenza di fuoco che rende questi  Bucks i principali Anti-Warriors.

Trade deadline: Mirotic ai Bucks

Step-by-step Kings

A proposito di rivelazioni, nemmeno il tifoso più ottimista avrebbe mai pensato di trovare i Sacramento Kings in zona playoff a questo punto della stagione. Eppure Fox e compagni, giocando un corale basket champagne, si sono presi lo scalpo delle squadre più accreditate e occupano il nono posto della Western Conference. Il passo successivo è stato inserire in questo solido meccanismo un giocatore quale Harrison Barnes, campione NBA con i Warriors, difensore roccioso e tiratore impeccabile. Tralasciando le modalità con cui è stato comunicato, l’acquisto di Barnes rappresenta un colpo interessante in ottica lungimirante. Prossimo passo, raggiungere quella postseason che manca da ormai 13 anni. La strada è ancora lunga e in salita, ma questi giovani Kings hanno ampi margini di miglioramento e, passo dopo passo, ritorneranno in vetta alla classifica.

Trade deadline: Barnes ai Kings

Provaci ancora Fultz

Tra Philly e Markelle Fultz non è mai scoccata la scintilla. Selezionato con la first pick al draft 2017, negli ultimi due anni ha passato più tempo in infermeria che sul campo a causa di un problema alla spalla che continua a tormentarlo ancora oggi. 33 partite giocate, 7.7 punti, 3.4 rimbalzi e 3.4 assist in media con il solo merito di essere diventato il più giovane di sempre ad aver realizzato una tripla doppia in regular season. Ancora più impetuose le percentuali al tiro: 41.9% dal campo, 26.7% da tre e 53.4% ai liberi. Il rischio di essere ricordato come il peggior bust della NBA è alto, i 76ers lo hanno aspettato e coccolato ma alla fine hanno perso la pazienza. Nel ultimo giorno della trade deadline è stato spedito agli Orlando Magic per Jonathon Simmons, una prima e una seconda scelta al prossimo draft. Orlando mette le basi per un rebuilding prossimo ed inevitabile, la scelta di Fultz potrebbe essere stata un azzardo ma, se dovesse tornare lo splendido diamante ammirato a Washington State, allora il presidente Weltman si troverebbe fra le mani una sicura All-Star in futuro.

Trade deadline: Fultz ai Magic

Dalle stelle alle stalle

Non ce ne voglia Mike Muscala, ma i tifosi Lakers si aspettavano ben altro alla fine della trade deadline. Anthony Davis, malgrado le estenuanti trattative di Magic, è rimasto a New Orleans ed i Lakers hanno perciò virato sull’ex power forward dei 76ers, spedendo all’altro lato della città Micheal Beasley e Ivan Zubac. La caccia alle All-Star riprenderà in estate, per il momento coach Walton potrà comunque disporre di un giocatore versatile, capace di garantire pericolosità nel pitturato e oltre l’arco. Negli ultimi anni molti semplici role-player hanno superato i loro limiti stando al fianco di LeBron James. Che Muscala possa ripercorrere le loro orme? I “delusi” tifosi purple-gold se lo augurano.

Mike Muscala
Trade deadline: Muscala ai Lakers

È tutta una questione di soldi: i 5 Paperoni della NBA

I soldi non fanno la felicità, figuriamoci la miseria“, cosi recita un noto proverbio popolare. Lo sanno bene gli atleti professionisti che a prescindere dallo sport di loro competenza guadagnano cifre da capogiro fra stipendi e sponsor. Tuttavia gli Sportman più ricchi al mondo potrebbero non corrispondere totalmente con quelli più conosciuti. Tra i più pagati del 2018 si riscontrano numerose sorprese in testa alla classifica mentre alcuni degli atleti più famosi non rientrano nella top five. Roger Federer, per esempio, si classifica al settimo posto nonostante sia acclamato come il miglior tennista di sempre. Gli sportivi più pagati sono ovviamente i calciatori: ben 3 esponenti occupano le zone alte della classifica (Lionel Messi, Cristiano Ronaldo e Neymar). A guardare tutti dall’alto è però un pugile di 41 anni con all’attivo 50 vittorie e 0 sconfitte. Parliamo ovviamente Floyd Mayweather che ha incassato in un anno 242 milioni di dollari. E la NBA? Quanto guadagnano i giocatori che militano nella lega di basket più famosa del mondo? Andiamo ad analizzare quelli che sono i 5 Paperon de Paperoni della pallacanestro.

Blake Griffin

Salary: 31.8 milioni di dollari.

Carrer Stats: 21.9 punti, 9.2 rimbalzi e 4.4 assist.

Fosse più continuo e meno sgarbato varrebbe ogni centesimo riportato sul suo contratto. Griffin è un’ala forte fisicamente possente, abile nel gioco in post e amante delle schiacciate con le quali chiude la maggior parte dei suoi 1 vs 1. Negli ultimi anni è anche esponenzialmente migliorato nel computo degli assist e nel tiro dalla lunga distanza (38% in questa stagione). A volte però scende in campo svogliato e nervoso, attacca briga con tutti, sia avversari che compagni; alterna performance opache a partite in cui chiude in tripla doppia con oltre 30 punti segnati. I Clippers, consapevoli della sua poca leadership, lo hanno spedito a Detroit alla prima occasione ricevendo in cambio Avery Bradley, Tobias Harris e Boban Marjanovic. Il suo contratto scadrà al termine della regular season, sta a lui ora dimostrare in questi mesi che gli rimangono di che pasta è fatto.

LeBron James

Salary: 35.6 milioni di dollari

Carrer Stats: 27.2 punti, 7.4 rimbalzi e 7.2 assist

LeBron è il miglior giocatore della lega, detentore di molti record storici ma è “solo” quarto nella classifica dei Paperoni NBA, in virtù del quinquennale siglato in estate con i Lakers. All’età di 34 anni, il Re si è messo a capo di una squadra di ragazzi giovani (Ball, Hart, Ingram e Kuzma) accompagnata da un nucleo di veterani (Stephenson, Rondo, McGee e Beasley) con cui spera di tornare a competere per le Finals quanto prima. Attualmente i Los Angeles Lakers occupano il quarto posto della Western Conference e James sta giocando la miglior stagione della carriera se comparata con il minutaggio che gli viene concesso, appena 30 minuti a partita. Il prossimo anno la dirigenza giallo-viola disporrà del più alto spazio salariale della NBA, il fascino “reale” di Los Angeles potrebbe portare in dote i pezzi grossi della free agency.

LeBron James non poteva che essere tra i Paperoni della NBA
LeBron James non poteva che essere tra i Paperoni della NBA

Chris Paul

Salary: 35.6 milioni di dollari

Carrer Stats: 18.6 punti, 4.5 rimbalzi e 9.7 assist.

Tanto talentuoso quanto sfortunato. Il feeling tra Paul e la fortuna non è mai stato idilliaco, come testimoniano i tanti infortuni subiti in carriera e nei momenti cruciali della stagione. L’ultimo, occorso nella gara contro gli Heat, lo terrà ai box per qualche mese. In estate ha firmato un ricco contratto con i Rockets con cui è diventato il terzo giocatore più pagato della NBA. Malgrado sia considerato uno dei migliori playmaker della lega, dominante in cabina di regia quanto nella metà campo offensiva, la sua propensione agli infortuni avrebbe dovuto far tentennare la franchigia di Houston: ora con il salary cap intasato, il G.M Morley avrà pochissimo margine di manovra nella prossima Free Agency, a meno di improvvise e “pericolose” trade.

Russell Westbrook

Salary: 35.7 milioni di dollari

Carrer Stats: 22.9 punti, 6.8 rimbalzi e 8.2 assist

Amato e allo stesso tempo detestato, Russell Westbrook rimane un giocatore straordinario, un all-around player con una cattiveria agonistica e un atletismo superiori agli altri playmaker. La scelta di rimanere a Oklahoma dopo l’addio di Durant ha ridotto le sue chance di vittoria (anche se con questo Paul George mai dire mai…), ma almeno ha pagato sul piano economico: lo scorso settembre ha firmato un rinnovo faraonico da 205 milioni complessivi che lo legherà ai Thunder fino al 2023. Ha sempre diviso l’opinione pubblica per il suo modo di giocare e per la sua personalità, a detta di molti egoista e arrogante, tanto da essersi inimicato perfino i compagni di squadra. Il giocatore più discusso della lega, ma anche il secondo più pagato.

Stephen Curry

Salary: 37.5 milioni di dollari

Carrer Stats: 23.3 punti, 4.5 rimbalzi e 6.7 assist

3 titoli NBA negli ultimi 4 anni, 2 MVP di cui uno assegnatogli all’unanimità, record di triple segnate in regular season e uno dei pochi eletti capace di chiudere una stagione con il 50% dal campo, 40% da tre e 90% ai liberi. Bastano questi numeri per giustificare il ricco stipendio che percepisce Steph Curry, il Paperon de’ Paperoni della NBA. Il figlio di Dell è il motore di Golden State, il fondamento su cui poggia una delle squadre più forti di sempre. Nell’era Kerr i Warriros hanno finora totalizzato il record 265-50 con Curry in campo, 23-20 senza. A dimostrazione del fatto che c’è solo un uomo al comando della Baia.

Il re dei Paperoni NBA altri non è che il miglior tiratore di sempre: Stephen Curry
Il re dei Paperoni NBA altri non è che il miglior tiratore di sempre: Stephen Curry

 

Chi è Derrick Rose? Il più grande “What If” della recente storia NBA

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La parola “resilienza” deriva dal latino resalio ed indica la capacità di far fronte in maniera positiva ad un evento traumatico o un periodo di difficoltà, un termine abusato dai giovani di oggi che ancora non hanno affrontato le vere intemperie della vita: Derrick Rose, ex All-Star NBA, non ha ancora raggiunto la fase degli “anta” ma ha provato sulla sua pelle molte esperienze dolorose: 15 infortuni da quando è entrato nella lega, tra cui 2 rotture del crociato che ne hanno frenato l’ascesa all’olimpo del basket. “Too big, too strong, too fast” ma anche “too fragile”. Il suo corpo non ha supportato tutto lo sforzo a cui ogni sera veniva sottoposto e in quella notte contro Philadelphia ha totalmente ceduto. Da allora una lunga serie di acciacchi, contestazioni e malesseri psico-fisici che lo avevano convinto anche ad appendere le scarpe al chiodo. Minnesota era diventata l’ultima spiaggia; Thibodeau non aveva mai smesso di credere nel suo pupillo e lo ha voluto con se a tutti i costi. Nessuno però sembrava credere nella sua rinascita, almeno non prima di questa annata. Ma andiamo con ordine: ripercorriamo tutte le principali tappe della carriera dell’ex Bulls, dalla High School fino ai giorni nostri, cercando nel frattempo di rispondere alla fatidica domanda: “Chi è Derrick Rose?”.

Chi è Derrick Rose? Storia personale

Derrick Rose nasce in uno dei quartieri più malfamati di Chicago dove le gang criminali la fanno da padrone. La madre Brenda cresce quattro figli senza un marito che le stia accanto, è pertanto lei che si occupa della loro educazione. Derrick si appassiona immediatamente al basket: è un gran tifoso dei Bulls e trascorre interi pomeriggi al campetto vicino casa cercando di emulare il suo scontato idolo, Micheal Jordan. Viene selezionato dalla Simeon Carrer High School, nota per la sua fama cestistica ma non certo la più tranquilla delle scuole. Qui ha giocato Ben Wilson, il classico predestinato pronto a dominare la NBA. Se nessuno ha mai sentito parlare di lui è perchè in NBA non c’è mai arrivato, ucciso da un coetaneo per una occhiataccia. Rose rimane talmente colpito da questa storia da scegliere  in suo onore la maglia numero 25 e giurare di esaudire il sogno di Wilson. Trascina la sua squadra a due titoli statali consecutivi attirando l’attenzione di molti college. Ormai è una celebrità, tutti i suoi cittadini, comprese le gang, lo ammirano e vengono ad assistere alle sue straordinarie performance. Un clamore del genere nella città del vento non si vedeva dai tempi di Jordan.

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Primo Step: Memphis University

Indiana lo corteggia a lungo senza però affondare il colpo decisivo, cosi Derrick sceglie la Memphis University, dove allena John Calipari. Lascia Chicago, lascia il ghetto, per iniziare una vita da studente universitario. Con lui i Tigers fanno il salto di qualità: 33 vittorie e una sconfitta nella prima stagione. La squadra di Rose si fa valere anche ai Playoff fino ad arrivare alla finalissima contro i Kansas Jayhawks. Rose chiude a 17 punti, 6 assist e 6 rimbalzi ma sbaglia il tiro libero decisivo. Non basta la tripla miracolosa di Chalmers, Kansas dilaga all’Overtime e condanna i Tigers ad una dolorosa sconfitta.

 

Lo sbarco nella lega: Draft 2008

Al termine della stagione, dopo solo un anno di apprendistato, si dichiara eleggibile al Draft. Quella selezione regalò al mondo qualche All-Star (Russell Westbrook, Kevin Love, Serge Ibaka), un paio di buoni gregari (Danilo Gallinari, Eric Gordon, Brook Lopez), delle promesse mancate (Micheal Beasley e O.J. Mayo su tutti) e tanti giovani finiti oggi nel dimenticatoio (Joe Alexander, Jason Thompson e Brandon Rush, tutti selezionati prima della quindicesima scelta). Rose viene chiamato con la first pick dalla sua squadra del cuore, la franchigia della sua città natale, i Chicago Bulls.

Chi è Derrick Rose (per il momento) sul parquet

 

Rose non ha mai palesato problemi di ambientamento, al college cosi come nella NBA. Diventa il primo rookie dei Bulls a realizzare più di 10 punti nelle prime gare stagionali, viene selezionato per il Rookie Challenge all’ASG e al termine della regular season alza il premio “Matricola dell’anno”, anche detto Rookie of The Year. Grazie alle sue prestazioni Chicago torna a respirare l’aria dei playoff dove al primo turno si scontra con i Boston Celtics. Il debutto di Rose nella postseason non poteva che essere memorabile: Con 36 punti, 11 assist e 4 rimbalzi eguaglia il record di punti stabilito da Kareem Abdul-Jabbar per un esordiente. Poco importa che la serie sarà vinta dai nero-verdi, nemmeno MJ aveva siglato 20 punti di media alla sua prima stagione. Le annata successivi sono un continuo crescendo per il nuovo idolo di Chicago che, malgrado qualche infortunio alla caviglia, partecipa più volte all’All-Star Game e conduce i suoi ai playoff pur non raggiungendo mai le tanto agognate Finals. Il 2011 coincide con la sua definitiva consacrazione: D-Rose chiude la RS con 24.6 punti, 8 assist, 4.6 rimbalzi tirando con il 38% da oltre l’arco. I Bulls finiscono in vetta alla NBA forti di un record da 62 vittorie vittorie e 20 sconfitte. Tutto ciò gli vale il titolo di MVP della regular season, il più giovane di sempre a ricevere tale riconoscimento. Chicago si sbarazza agevolmente di Indiana e Atlanta ma si arrende alla Miami dei Big-Three dopo cinque partite. Nonostante il mancato appuntamento con le Finals, la sensazione è che l’anello, che manca dai tempi di Jordan, sia vicino. I Bulls hanno il giocatore più forte del pianeta a cui fa seguito un roster giovane e di talento. Ma Rose non aveva ancora fatto i conti con quella maledetta sfortuna che lo accompagnerà per il resto della carriera: ai playoff della stagione successiva riporta contro i Sixers la rottura del legamento crociato anteriore sinistro.

Derrick rimane ai box per più di un anno. Nonostante i medici gli avessero dato l’ok a scendere i campo, non si sente in forma e si tira indietro. Torna nel 2013  ma gioca solo 10 partite. A novembre infatti si infortuna gravemente al menisco mediale del ginocchio destro. La terapia da seguire, operarsi o meno, tiene i fan di Chicago col fiato sospeso. Alla fine Rose opta per l’intervento chirurgico saltando però un’altra intera stagione. I Bulls nel frattempo scoprono il talento di Jimmy Butler e uniscono al roster il veterano Pau Gasol. L’anno dopo hanno anche loro un Big-Three con cui accendere la scalata al titolo. Dopo un’ottima regular season, si qualificano ai playoff dove si sbarazzano dei Bucks al primo turno. Rose sembra giocare con paura, predilige il jumper, raramente scatta in penetrazione, ma continua a rivelarsi un fattore per la sua franchigia. Il buzzer beater con cui affonda i Cavs in gara 3 assomiglia ad un trampolino di rilancio, la rivincita di un uomo a cui la fortuna ha voltato le spalle troppo presto.

 

E invece si rivela un fuoco di paglia: LeBron vince le successive tre partite confermandosi la bestia nera dei Bulls. Rose entra in un vortice nero apparentemente senza fine. La stagione 2015-16 si apre con un infortunio all’occhio e si chiude con un nuovo infortunio alla gamba destra. I fan cominciano a voltargli le spalle cosi come la dirigenza, che nomina Butler “uomo-franchigia” e cede il suo numero 1 ai New York Knicks. Nella Grande Mela però, dopo un incoraggiante inizio, l’ennesimo problema al menisco lo costringe sotto i ferri per la terza volta. In estate firma un contratto al minimo salariale con i Cleveland Cavaliers con cui però si distacca a febbraio tramite buyout. Rose, falcidiato dagli infortuni e con il morale sotto le scarpe, medita a neanche trent’anni un ritiro anticipato su cui però il suo vecchio mentore Thibodeau riesce a farlo dissuadere. I Timberwolves infatti gli offrono un posto nel roster fino al termine della stagione che poi viene prolungato per quella successiva. Quest’anno D-Rose sembra tornato la giovane stella del passato, quella dell’MVP, quella che destabilizzava gli avversari a suon di crossover  e rapidi cambi di direzione. I 50 punti segnati nella notte di Halloween sono stati il più bello “scherzo” che potesse regalare a se e ai suoi tifosi. Riuscirà a stabilizzarsi su tali standard? lo scopriremo solo vivendo.

 

Chi è Derrick Rose? Vita familiare

Vita movimentata dentro e fuori dal campo per Rose. Sposato con Mieka Reese, con cui ha dato alla luce Derrick Rose Jr., l’ex Bulls ha divorziato nel corso del 2017 per poi fidanzarsi nel giro di qualche mese con la modella Alaina Anderson. I due ancora oggi convivono a Minneapolis e lo scorso Aprile hanno dato il benvenuto alla loro primogenita Layla Rose.

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D-Rose & his girlfriend #drose #derrickrose

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Caratteristiche tecniche

Prima che subentrassero Westbrook e Wall, era D-Rose il playmaker più veloce della lega. Quei cambi di mano solo apparentemente semplici, ma comunque bilanciati, sembravano inarrestabili per ogni difensore avversario. I due infortuni al crociato hanno stroncato il suo atletismo ma non certo il suo animo: Rose, dopo anni di duro allenamento, ha affinato la sua tecnica di tiro e migliorato le percentuali dal campo: in questa regular seadon sta tirando con il 41.3% da oltre l’arco, secondo in NBA dietro solo a Stephen Curry. Durante l’anno dell’MVP non ha mai superato il 31% . Come diceva la somma cantante Madonna: “Non importa chi sei, non importa quello che hai fatto, non importa da dove sei venuto, si può sempre cambiare, diventare una versione migliore di te stesso”.

Caratteristiche fisiche di D-Rose

Il tempo degli onori è ormai alle spalle, Rose non tornerà mai più quel concentrato velocità e atletismo ammirato nelle sue prime stagioni. E’ stato comunque uno dei primi play sotto i due metri capaci di volare al ferro e schiacciare in testa agli avversari. Ne sa qualcosa Goran Dragic.

 

Fisico ai raggi x:

  • Altezza: 190 centimetri
  • Peso: 86 chili

Premi e riconoscimenti

Fosse rimasto sano, chissà quanti altri premi avrebbe affisso in bacheca.

  • MVP della regular season
  • Rookie of the Year
  • 1 volta inserito nell’NBA All-Rookie first team
  • 1 volta inserito nell’All-NBA first team

Carrer-high

Chi è Derrick Rose? Forse i suoi massimi in carriera possono renderci l’idea.

  • Massimo di punti: 50 contro gli Utah Jazz (31 ottobre 2018)
  • Massimo di rimbalzi: 12 contro i New York Knicks (10 aprile 2011)
  • Massimo di assist: 17 contro i Milwaukee Bucks (26 marzo 2011)
  • Massimo di recuperare: 6 contro i New York Knicks (25 dicembre 2010)
  • Massimo di stoppate: 3 contro i Dallas Mavericks (15 gennaio 2015)

 

Ecco chi è Derrick Rose in un video da brividi

Quanto guadagna Derrick Rose?

2.1 milioni di dollari, in virtù del contratto annuale che lo legherà ai Timberwolves sino al termine della stagione. Se fino a 6 mesi fa nessuno avrebbe puntato sull’ex Bulls, ora non sono poche le franchigie pronte a firmarlo la prossima free agency. Magari una contender più “credibile” di Minnesota, con cui potrà finalmente competere per il titolo. Oppure la sua squadra natale, Chicago, per chiudere romanticamente un cerchio cominciato 11 anni fa.

Chi è Derrick Rose quindi? O meglio, chi sarebbe potuto diventare? Forse avrebbe riportato Chicago alle Finals, forse sarebbe caduto comunque. In casi del genere si dice che una volta toccato il fondo non puoi che risalire. L’esperienza fallimentare ai Cavs e il timore di un ritiro annunciato hanno rappresentato il punto più basso della sua carriera da cui però Rose ha trovato la forza per rilanciarsi e tornare in cima. Oggi infatti sembra essere tornato (parzialmente) quello di un tempo, ma più completo e maturo. Di fronte al recente, inatteso ritorno di fiamma tra Rose e la dea bendata, è difficile per chiunque rimanere distaccati, a maggior ragione se si considera l’immane carico di sfortuna che ne ha falcidiato la carriera. Anche perché in tutti questi anni, al netto dei parecchi errori commessi dentro e fuori dal campo, l’ex-Bulls ha comunque dimostrato un amore genuino e viscerale nei confronti del gioco. Il premio come “sesto uomo dell’anno” sarebbe la degna conclusione di una delle storie più romantiche e travagliate della recente storia NBA. Derrick fallen, Derrick Rose.

derrick rose

 

Draft 2018, un primo bilancio: Se son rose fioriranno

NBA Draft 2018

Che il Draft 2018 potesse essere il più talentuoso del nuovo millennio era risaputo da tempo, ma nessuno si sarebbe aspettato un impatto simile dai rookie di quest’anno. La maggior parte dei diretti interessati viaggia ad oltre dieci punti di media e mostra una sicurezza nei propri mezzi da veterano. La carta d’identità non mente, la loro avventura nella massima lega è solo agli albori, ma come dice un noto proverbio: “chi ben comincia è a metà dell’opera”. Andiamo ad analizzare allora le prime dieci scelte del Draft 2018, esaminando il loro finora breve percorso nella NBA.

DeAndre Ayton

Ruolo: Centro

Stats: 16.2 punti, 10.2 rimbalzi, 0.8 stoppate

I Phoenix Suns con ogni probabilità termineranno la stagione nei bassifondi della Western Conference, ma per lo meno si sono assicurati il centro del futuro: Ayton è un forte lungo di oltre due metri, dotato di un ottimo jumper dal mid-range e un sublime gioco in post. Chiude spesso in doppia doppia anche se in fase difensiva ha ancora molto da lavorare. Le 0.8 stoppate lo rendono il giocatore meno “temibile” tra i centri. Spesso inoltre risulta incostante perché tende a staccare la spina prima della fine della gara. Tuttavia medie del genere nelle ultime stagioni le ha tenute solo Shaq e non tirando col il 64% dal campo. Se guadagnerà maggior sicurezza, Ayton diventerà una superstar.

Chi è DeAndre Ayton?

Marvin Bagley

Ruolo: Ala grande

Stats: 13 punti, 6.8 rimbalzi, 1.2 stoppate

Si parla erroneamente poco del prodotto di Duke. Bagley sta infatti guidando la second unit dei promettenti Sacramento Kings a suon di schiacciate tonanti. Ricorda per certi versi il Chris Bosh di Toronto, anche se non ha ancora sviluppato un tiro da tre affidabile. Sulla fase difensiva ha poco da invidiare ai suoi colleghi più assodati mentre in attacco usa indistintamente la mano sinistra e la mano destra nel gioco in post. Avevano ragione i suoi estimatori al Draft 2018 a ritenerlo il più “pronto” per calcare i parquet NBA; se oggi i Kings si giocano l’accesso ai playoff il merito è anche di Marvin Bagley.

Sacramento Kings 2018/2019

Luka Doncic

Ruolo: Guardia

Stats: 18.5 punti, 6.5 rimbalzi, 4.3 assist

Solo 3 giocatori nella storia NBA hanno registrato numeri del genere alla loro prima stagione in carriera, Micheal Jordan, Larry Bird e Oscar Robertson. Guida la classifica marcatori dei rookie ed è stato il terzo più giovane di sempre a realizzare un trentello in un gara di Regular Season. Sopperisce alla mancanza di un fisico possente ed agile con una tecnica sopraffina ed una leadership innata. Sta tirando con il 46% dal campo e con il 41% da tre, la maggior parte dei quali segnati in step back. Dallas nell’ultima stagione ha chiuso 21 partite con oltre 100 punti segnati, quest’anno è già a quota 25 con ancora mezza stagione da giocare. Si è preso lo scalpo dei Rockets e dei Warriors, ed è quanto mai determinato a riportare i Mavericks in zona playoff.  Il 99% di chi  lo definiva “non pronto” o “non in grado di fare la differenza” in NBA, non aveva mai visto più di 5 minuti del Real Madrid in Eurolega. Effetto Luka Doncic.

Luka Doncic.

Jaren Jackson Jr.

Ruolo: Ala grande

Stats: 13.9 punti, 4.5 rimbalzi, 2 stoppate

L’uomo giusto al posto giusto. Nessun prospetto del Draft 2018 poteva risultare più idoneo al contesto Grizzlies: un’ala forte moderna, abile in difesa quanto letale in attacco. Malgrado un range di tiro rivedibile, Jackson sta tirando con il 33.9% da oltre l’arco. L’intesa con Marc Gasol migliora giorno dopo giorno, cosi come la sua confidenza con il nuovo mondo NBA. Memphis, dopo un anno di purgatorio, è tornata ai vertici della Western Conference, trascinata anche dal suo nuovo baby-prodigio.

Grizzlies-Raptors

Trae Young

Ruolo: Playmaker

Stats: 15.8 punti, 2.8 rimbalzi, 8.4 assist

“Provo ad essere più Steve Nash che Steph Curry”, queste le parole di Young qualche mese fa. Gli 8.4 assist di media lo rendono il quarto miglior passatore della lega, Nash ha raggiunto quella soglia soltanto alla sesta stagione in carriera. Young alterna serate dominanti a gare disastrose, certamente molto meno efficiente al tiro (per ora) dei due sopracitati ma risulta essere un passatore di elite ed uno scorer già di buon livello. Capisce con mezzo secondo di anticipo il comportamento delle difese avversarie e sa mettere i compagni in condizione di fare canestro con facilità. E’ inoltre il secondo giocatore più giovane di sempre con una gara da 35 punti e 10 assist, e il quinto rookie dopo Iverson, LeBron, Kidd e Curry. Il destino degli Hawks passerà con ogni probabilità dalle mani di Trae Young.

Mohamed Bamba

Ruolo: Centro

Stats: 6.7 punti, 4.5 rimbalzi, 1.6 stoppate

La curiosità di vederlo all’opera durante il Draft 2018 era tanta e c’era addirittura chi lo considerava prossimo al premio ROY, ma viste le prestazioni sul campo per ora pare un abbaglio. Mo Bamba è una delle poche delusioni del Draft 2018, almeno per ora. Complice la consacrazione di Vucevic è scivolato in panchina e non ha ancora esordito in quintetto base. Bamba ha mostrato solo in parte il suo esponenziale talento, soprattutto in fase difensiva; è infatti il miglior stoppatore tra i rookie di quest’anno. Il problema semmai è di natura psicologica: a detta del suo coach non ha ancora fatto quel salto di qualità mentale richiesto a tutti gli esordienti per ambientarsi al nuovo mondo NBA. Per sua fortuna le pretese dei Magic non sono molto alte.

mo bamba

Wendell Carter Jr.

Ruolo: Centro

Stats: 11.4 punti, 7.4 rimbalzi, 1.5 stoppate

Forse non diventerà un All-Star, ma di certo un solido giocatore NBA. Wendell Carter è il classico centro difensivo, incaricato di stoppare tutti i palloni che passano nel pitturato. Un giocatore alla Chandler per intenderci, quello che non riempie gli highlights stagionali ma che si sporca le mani per i compagni. Piccoli particolari che possono segnare la differenza tra la vittoria e la sconfitta. Se poi incrementasse la produzione offensiva…

wendell carter jr

Collin Sexton

Ruolo: Playmaker

Stats: 14.5 punti, 3.2 rimbalzi, 2.5 assist

Non è facile giocare in una franchigia rimasta orfana del miglior giocatore del mondo, in particolare se lo spogliatoio nel periodo di massima crisi ti seleziona come capro espiatorio. Eppure Sexton, dopo un inizio in sordina, nell’ultimo mese si è caricato la squadra sulle spalle trascinandola nelle (rare) vittorie stagionali. L’ingresso in quintetto è coinciso con la sua improvvisa crescita. I Cavs grazie al Draft 2018 hanno trovato il loro playmaker del futuro, una discreta macchina da punti che ha ancora ampi margini di miglioramento. Tende ad accumulare infatti molte palle perse, niente però a cui l’esperienza non possa porre rimedio. In estate Cleveland disporrà probabilmente di un’alta scelta, allora potranno essere gettate le basi del post-LeBron, nel quale Sexton ricoprirà un ruolo importante.

Kevin Knox

Ruolo: Guardia

Stats: 8.6 punti, 3.2 rimbalzi, 0.8 assist

Non ingannino le stats soprastanti, nelle ultime due settimane il rookie dei Knicks sta viaggiando ad oltre 17 punti di media con il picco raggiunto nella gara di Milwaukee: 26 punti segnando la tripla del definitivo sorpasso. Il suo infortunio alla caviglia è coinciso con un periodo negativo della franchigia, a dimostrazione del fatto che è già diventato un perno della squadra, anche se in uscita dalla panchina. Dopo un’ottima Summer League Kevin Knox si sta superando anche in stagione regolare.

Mikal Bridges

Ruolo: Ala piccola

Stats: 6.8 punti, 2 rimbalzi, 1.1 assist

Malgrado il poco minutaggio concesso, Mikal Bridges contribuisce degnamente alla produzione offensiva dei Suns. Le sue capacità lo rendono un fattore in uscita dalla panchina. In difesa deve ancora trovare la sua dimensione ma come già detto per gli altri, il tempo è dalla sua parte. Anche se i riflettori sono tutti puntati su Ayton, sarà meglio tenere d’occhio anche il buon Bridges per la ricostruzione futura.

Mikal Bridges

Butler-Minnesota: tra i due litiganti, i Chicago Bulls godono

Butler-Minnesota-Butler-76ers, Andrew Wiggins: "Mancherà il suo apporto qui a Minnesota"

Jimmy Butler Butler-Minnesota il bilancio per i TWolve è totalmente negativo? E’ trascorso più di un anno da quel 22 giugno 2017, data in cui i Chicago Bulls e i Minnesota Timberwolves ufficializzarono la prima trade di quella off-season: Jimmy Butler a Minnesota, Kris Dunn, Zach Lavine e la settima scelta del draft, Lauri Markkanen, nella Windy City. I T-Wolves erano pronti a dare battaglia ai Warriors per il trono della Western Conference mentre Chicago si preparava ad una lenta rebulding dopo aver fallito l’esperimento dei big-three (Rondo-Wade-Butler). L’opinione pubblica si schierò allora con i T-Wolves idolatrando il G.M Layden per l’eccelso mercato condotto quell’estate, ma oggi è ancora cosi?

Butler-Minnesota: Timberwolves e l’Eterno Ritorno

Nella passata stagione i Minnesota Timberwolves hanno centrato per il rotto della cuffia la postseason dopo 14 anni di astinenza. La loro corsa al titolo però si è arrestata al primo turno per mano degli Houston Rockets. Il bilancio finale non può certo dirsi soddisfacente viste le alte aspettative nutrite da fan e dirigenza. La difesa, marco di fabbrica delle squadre di Thibodeau, non è mai pervenuta, come mostra anche la pessima efficienza difensiva  (111.9 punti in media subiti a partita, terz’ultima franchigia della lega). Il sistema di gioco, per nulla solido e poco efficace, ha sortito poi un attacco sterile, finalizzato quasi esclusivamente dalle principali bocche di fuoco della squadra. A gettare ulteriore benzina su fuoco ci hanno pensato i malumori e dissidi interni, come quello che ha visto contrapporsi Wiggins e Butler, incapaci di coesistere sul rettangolo di gioco. In estate l’ex Bulls ha chiesto la cessione mandando in fumo i già precari equilibri dello spogliatoio. Butler è stato accontentato e spedito a Philadelphia mentre i T-Wolves hanno dovuto ricominciare l’ennesimo ciclo con gli innesti di Dario Saric e Robert Covington. Friedrich Nietzsche sosteneva con l’Eterno Ritorno che il tempo è circolare e che quindi ogni azione è destinata a tornare al punto di partenza. Considerati i continui spostamenti degli ultimi anni, si direbbe che nessuno avrebbe potuto interpretare questa dottrina meglio di Minnesota.

Quintetto Twolves Pronostici NBA spurs-timberwolves

Butler-Minnesota, i Chicago Bulls si godono LaVine

Al grido di “perdere e perderemo” i Chicago Bulls hanno iniziato la passata stagione con 9 sconfitte consecutive. Il fondo della Eastern Conference è stato evitato grazie ai rientri di Nikola Mirotic e Bobby Portis, ma i playoff non sono mai stati realmente alla loro portata. Malgrado ciò i nuovi innesti non hanno tradito le attese: Khris Dunn e Zach Lavine, una volta superati i rispettivi infortuni, si sono rivelati leader emotivi e tecnici della squadra, Lauri Markkanen invece si è guadagnato un posto nell’All-Rookie Team a suon di prestazioni fenomenali. L’estate scorsa ha portato in dote Jabari Parker e la sesta scelta Wendell Carter Jr., rendendo Chicago una delle franchigie più futuribili della lega. Una tempesta di infortuni si è pero abbattuta sulla Windy City: Dunn, Markkanen, Portis e Valentine non sono mai scesi in campo dall’inizio della regular season e ne avranno ancora per qualche settimana. In compenso è nata la stella di LaVine. 26.5 punti, 5.2 rimbalzi e 4.1 assist bastano a testimoniare una crescita superlativa del numero 8 che si è definitivamente tolto l’etichetta di “semplice schiacciatore”. LaVine ha perfezionato il suo tiro da fuori (34% da oltre l’arco) e alzato il livello difensivo, come dimostrano le 1.2 steals a partita. Nelle passate stagioni non aveva mai superato quota 0.8. Inoltre è diventato il primo Bulls dai tempi di Micheal Jordan a segnare almeno 20 punti nelle prime 15 gare. Se la stagione dovesse finire oggi, avrebbe la 12° miglior media punti nella storia della franchigia (le altre 11 appartengono ad His Airness). Nella speranza che i lungodegenti tornino più forti di prima, i Chicago Bulls si coccolano il loro nuovo franchise-player.

In conclusione i T-Wolves hanno perso tre giovani di belle speranze, portando a casa un’All-Star tanto forte quanto capricciosa che ha tolto il disturbo dopo solo una stagione. I Chicago Bulls invece hanno guadagnato una futura All-Star e hanno messo in piedi un core di giovani che, infortuni a parte, nei prossimi anni potrebbe occupare i vertici della lega.

Chi è DeMar DeRozan? Un supereroe poco super

Chi è DeMar DeRozan

 Non importa quanto possiamo sembrare indistruttibili… siamo esseri umani, alla fine. Ma talvolta i sentimenti ci prendono la mano, ci affliggono specie quando tutto il mondo ci sta addosso.

Basterebbero queste parole per capire chi è DeMar DeRozan. L’ex Raptors ha recentemente rilasciato un’intervista in cui ha dichiarato di essere depresso e di lottare tutti i giorni con le sue emozioni. Le sue bellissime parole hanno incoraggiato molti altri giocatori, che soffrono dello stesso male (tra cui Kevin Love), a manifestare pubblicamente le loro difficoltà. Non chiamateli supereroi. Per quanto infatti possano sembrare onnipotenti sul campo, in realtà sono esseri umani tali e quali a noi.

Chi è DeMar DeRozan? Storia personale

La storia di DeRozan ha inizio a Compton, una contea losangelina nota per lo spaccio e l’alto tasso di criminalità. La madre Diane viene colpita da una rara malattia che in pochissimo tempo le toglie la vita, lasciando cosi orfano il figlio di due anni. DeRozan non accetta il lutto, cresce schivo e introverso nei confronti degli altri, diffidente verso ogni relazione extra-familiare. Questo atteggiamento comporta l’alienazione dei suoi compagni e perfino dei suoi stessi professori. L’unica valvola di sfogo è rappresentata da una palla a spicchi, l’unica amica, con cui trascorre tutti i pomeriggi al campetto vicino casa. Il ragazzo ha talento, lo sanno tutti, anche il padre che lo iscrive alla squadra liceale di Compton. DeRozan guida la sua compagine alla vittoria finale del torneo e inizia a farsi notare per le strade della contea: per tutti è diventato un beniamino, le gang addirittura non osano sfioralo in segno di rispetto. La fama lo ha reso un intoccabile.

Primo step: University of Southern California

La scelta collegiale ricade su USC, università che ha lanciato in NBA gente del calibro di Taj Gibson e Nikola Vucevic. DeMar gioca tutte le 35 partite di regular season, chiude per 28 volte in doppia cifra e stabilisce un nuovo record di doppie-doppie realizzate nella storia dell’USC. I suoi Trojans si qualificano al torneo NCAA dove però vengono eliminati al secondo turno da Michigan State. Poco importa, perché DeRozan ha ormai preso consapevolezza dei propri mezzi tecnici e si sente pronto ad approdare nella lega dei grandi.

Chi è DeMar DeRozan?

Lo sbarco nella lega: il draft 2009

Si dichiara infatti eleggibile al draft 2009. I New York Knicks lo scartano preferendogli Jordan HIll, e cosi i Toronto Raptors lo selezionano alla 9° pick. Tra le All-Star di oggi scelte quella notte figurano anche Steph Curry, Blake Griffin (prima scelta assoluta), James Harden e Jrue Holiday. Unica pecca, la decisione dei Memphis Grizllies di sfruttare la seconda pick per chiamare Hasheem Thabeet, lungo tanto alto quanto carente sul piano tecnico-tattico.

Chi è DeMar DeRozan (per il momento) sul parquet

Gli inizi non sono dei migliori. DeMar infatti fatica molto sul piano tecnico non essendo munito di un valido jumper, e l’unica fonte di notizia sono le sue mirabolanti schiacciate che riempiono gli highlights serali. La stagione 2012-13 segna però un punto di svolta: Il numero 10 dei Raptors inizia a segnare con maggiore frequenza e da diverse posizioni sul campo, anche se il tiro da 3 necessita ancora di molto lavoro. A gennaio realizza il suo primo quarantello contro i Dallas Mavericks e a febbraio ne rifila 36, conditi da 12 assist, agli Utah Jazz. Guida Toronto ai playoff per la prima volta dal 2008 e, malgrado l’eliminazione al primo turno contro i Nets, diventa il primo giocatore dai tempi di Vince Carter a segnare almeno 30 punti in più gare di postseason. La stagione successiva si rivela la fotocopia di quella precedente: discreta regular season, approdo ai playoff ed eliminazione al primo turno, stavolta contro i Washigton Wizards con un perentorio 4-0. I Raptors sono stanchi di perdere e DeRozan più di tutti. Dopo un’estate trascorsa in piena crisi d’identità, Toronto torna sul campo più agguerrita che mai. 12-2 nel primo mese, miglior partenza nella storia della franchigia. DeRozan e Lowry per la prima volta in carriera giocano con e per la squadra, contribuendo sia nella metà campo offensiva sia su quella difensiva. In postseason, dopo aver superato la maledizione del primo turno, approdano alle finali di conference dove però non possono nulla contro i Cleveland Cavaliers di LeBron. notevole fu la prestazione di DeRozan da 32 punti in gara 4 che riportò per l’ultima volta in parità la serie. La dirigenza decide di nominarlo franchise player offrendogli un ricco contratto da 139 milioni di dollari dalla durata quinquiennale. DeRozan dimostra la sua gratitudine sul campo, diventando il primo giocatore NBA dai tempi di Micheal Jordan a mettere a referto almeno 30 punti nelle prime 5 gare di una regular season e il miglior realizzatore nella storia della franchigia davanti a Chris Bosh.

 

Ancora una volta però il destino di Toronto si scontra con quello di LeBron e, ancora una volta, “The Chosen One” ha la meglio; i Cavs “sweppano” i canadesi alle semifinali di conference. Durante l’off-season lavora duramente sul tiro da tre punti apportando notevoli migliorie. Nelle prime gare di stagione segna in media 2 triple a partita e il 21 dicembre registra il suo carrer-high con 6 triple su 9 tentativi. Viaggia in regular season a 23 punti, 3.9 rimbalzi e 5.5 assist, tirando con il 48% dal campo. Toronto chiude al primo posto della Eastern Conference, ma dopo aver surclassato i Wizards incontra ancora LeBron. Cambiano gli addenti ma non il risultato; 4-0 per i Cavaliers, i Raptors per l’ennesima volta fuori dalla corsa al titolo. La recente free agency ha portato in dote il trasferimento di James a Los Angeles per la gioia di tutti i tifosi Raptors. Ma proprio quando il suo fantasma sembrava essersi dileguato, le strade di DeMar e di Toronto si separano. Il numero 10 viene ceduto ai San Antonio Spurs nell’affare Leonard. Sotto la guida di Pop sta vivendo una stagione eclatante e ricca di successi. Chissà se riuscirà a raggiungere i playoff anche quest’anno, nella speranza però che non si incontrino i Los Angeles Lakers…

Ecco chi è DeMar DeRozan sui social

Vita familiare

Oltre ad essere un talentuoso cestista, DeMar DeRozan è marito e padre di due figli, Diar (nato nel 2015) e Mari (nata nel 2016). La tragedia della madre lo ha costernato al punto da renderlo oggi il più grande esponente della campagna canadese contro le rare malattie, contribuendo con cospicue donazioni annuali.

Caratteristiche tecniche

Un tempo DeRozan era considerato un ottimo atleta caparbio in difesa ma discontinuo in attacco. Nelle prime 7 stagioni NBA non ha mai superato il 33% da oltre l’arco e si è sempre limitato ad attaccare il ferro, schiacciando, ad onor del vero, spesso in testa ai suoi avversari. Ma nella lega moderna, dove il tiro è diventato un must per i centri, (figuriamoci per gli esterni) non basta saper saltare per finire nell’olimpo del basket. DeMar ha lavorato duramente in palestra per colmare le sue lacune e oggi sta tirando con il 43% dai 6.75 m. Il mid-range jumper rimane la sua soluzione prediletta, specialmente dopo aver ricevuto un blocco dal compagno. Il suo talento viene poi messo in risalto anche nelle situazioni di post-up, in cui non sono molti a potersi opporre con la stessa forza ed agilità con cui arriva al ferro o tira dal palleggio. DeRozan è inoltre più alto rispetto ai pari ruolo, ciò lo facilita nel gioco in post che spesso chiude con un fade away di Jordaniana memoria. Tende a perdere molti palloni e a giocare troppo in isolamento, ma con l’aiuto di Popovich riuscirà ad aumentare il suo numero di assist e a giocare più in funzione del collettivo.

Ecco chi è DeMar DeRozan

Caratteristiche fisiche

Chi è DeMar DeRozan? sicuramente un grande atleta munito di un fisico possente con cui spesso e volentieri schiaccia a canestro. Le sue gambe da centometrista gli consentono salti di notevole altezza e non è un caso che abbia partecipato a tre dunk contest consecutivi durante le sue prime stagioni NBA.

 

Fisico ai raggi x

  • Altezza: 2.01 metri
  • Peso: 100 chilogrammi

Palmarés

La carriera di DeRozan non è stata certo costellata di successi, almeno non ancora. La sua bacheca, sprovvista di anelli, conserva comunque qualche soddisfazione personale.

  • Una volta inserito nel secondo quintetto NBA
  • Una volta inserito nel terzo quintetto NBA
  • 4 volte nominato NBA All-Star

Carrer High

Chi è DeMar DeRozan? Forse i suoi massimi in carriera possono renderci l’idea.

  • Massimo di punti: 52 vs Milwaukee Bucks (1 gennaio 2018)
  • Massimo di rimbalzi: 13 vs Boston Celtics (11 gennaio 2017
  • Massimo di assist: 14 vs Los Angeles Lakers (22 ottobre 2018)
  • Massimo di stoppate: 6 vs Atlanta Hawks (29 ottobre 2014
  • Massimo di rubate: 4 vs Sacramento Kings (5 dicembre 2012)

 

Quanto guadagna DeMar DeRozan?

Al momento 26 milioni all’anno in virtù di quel contratto siglato cinque anni fa con i Raptors. Da giugno però diventerà free agent. Ciò significa che potrà lasciare gli Spurs oppure firmare un nuovo accordo con la dirigenza texana a cifre superiori. San Antonio avrebbe cosi il suo nuovo franchise-player e potrebbe costruire un nuovo ciclo proprio dal numero 10. Difficile tuttavia che DeRozan valuti questa scelta. La casella dei titoli vinti è ferma a 0 e le primavere ormai sono 29. Ergo, se vorrà tentare di dare l’assalto al titolo con una contender, la prossima estate potrebbe rivelarsi l’ultima opportunità della sua carriera.

Quindi chi è DeMar DeRozan? Una superstar NBA ma prima di tutto un uomo semplice che ha avuto il coraggio di palesare le sue personali difficoltà al mondo intero senza paura di incorrere in sconcertanti giudizi. Soldi e fama dovrebbero essere apparentemente la ricetta della felicità, ma non è sempre cosi. DeRozan ce lo ha dimostrato.

 

Chi è DeMarcus Cousins? Uno, nessuno e centomila

Chi è DeMarcus Cousins

Chi è DeMarcus Cousins? Forse il centro più dominante della lega e al contempo uno dei più testardi. Un giocatore dai mille volti, come direbbe Luigi Pirandello: “Uno, nessuno e centomila”. Questo perché l’opinione pubblica non è mai stata univoca sul suo conto: alcuni lo contestano per il suo comportamento irascibile, altri invece lo elogiano il suo smisurato talento cestistico. La scelta di “portare i suoi talenti” nella Baia ha però fatto ricredere questi ultimi che adesso lo considerano un perdente privo di personalità. Ma lasciamo stare queste mere speculazioni, l’unica cosa che conta sono i fatti perché non è tanto ciò che sei, ma è quello che fai che ti qualifica.

Chi è DeMarcus Cousins? Storia personale

La storia di Cousins ha inizio nello stato dell’Alabama, il 13 agosto 1991. I genitori regalano al figlio un infanzia serena e tranquilla. DeMarcus però è un tipo molto irascibile e per questo si scontra quotidianamente con i compagni di classe. L’unica fonte di sfogo è rappresentato dal basket, per cui si rivela particolarmente dotato: durante la sua esperienza alla John L. LeFlore High School ha tenuto una media di 24.1 punti, 13.2 rimbalzi, 4.6 assist, 5 palle recuperate e 3.2 stoppate a partita. Numeri stratosferici dovuti ad uno smisurato talento e soprattutto ad un fisico superiore a quello dei suoi coetanei. Viene convocato nel 2009 all’evento del McDonald’s All-American Team dove realizza 14 punti in 17 minuti di impiego. In quella stessa estate partecipa anche ad alcuni meeting di basket giovanile, tra cui il Jordan Brand Classic al Madison Square Garden, il tempio del basket americano. Arriva il momento del college e le pretendenti di certo non mancano, ma la scelta di Cousins alla fine ricade su Kentucky per poter essere allenato da John Calipari.

DeMarcus Cousins

Primo step: Kentucky University

DMC è il faro della squadra insieme a John Wall ed è molto stimato da staff e compagni. Lo stesso Calipari non avrà timore di considerarlo “il miglior lungo che abbia mai allenato“, malgrado sotto la sua guida siano cresciute diverse superstar NBA. I Wildcats raggiungono i quarti del torneo NCAA, ma vengono eliminati dalla squadra del West Virginia . Cousins registra 15 punti e 10 rimbalzi di media dimostrando una pazzesca sicurezza nei propri mezzi. I tempi ormai sono maturi: prossimo passo, la National Basketball Association.

Lo sbarco nella lega: Draft 2010

DeMarcus Cousins si dichiara eleggibile per il draft 2010, selezione che si è rivelata discreta a distanza di anni: Tra le All-Star di oggi scelte quella notte figurano Paul George, John Wall (prima scelta assoluta), Gordon Hayward e lo stesso Cousins che viene preso dai Kings, ma è bene ricordare anche flop come Wesley Johnson alla quarta e Ekpe Udoh alla sesta. È facile parlare con il senno di poi, però all’epoca era lecito fare di meglio.

 

Chi è DeMarcus Cousins (per il momento) sul parquet

L’inizio non è dei migliori, non tanto per il talento (quello è sotto gli occhi di tutti), quanto per il comportamento: in uno dei primi allenamenti litiga con lo staff dei Kings, venendo addirittura cacciato dal coach dopo un diverbio piuttosto acceso. Realizza comunque in media 14.3 punti e 8 rimbazi ad allacciata di scarpe. Numeri che non gli valgono il Rookie of the Year, ma che almeno convincono i Kings a rinnovargli subito il contratto. I ringraziamenti di Cousins non tardano a presentarsi: a gennaio registra 14 doppie-doppie consecutive (record di franchigia) e diventa il terzo più giovane di sempre a superare quota 5000 punti in carriera. Un infortunio alla caviglia lo costringe ai box per qualche mese, giusto il tempo per fargli saltare l’All-Star Game e vedere Sacramento uscire dalla lotta per la postseason. Poco importa, perché all’ASG prenderà parte la stagione seguente totalizzando 18 punti e 7 rimbalzi. Nello stesso periodo gioca una mostruosa partita da 39 punti e 24 rimbalzi, e mette a referto tre triple doppie consecutive. Al contrario di Boogie però il resto della squadra non gira e i playoff sono più una chimera che un reale obiettivo. La stagione 2015-16 è quella della definitiva consacrazione: diventa il primo giocatore dopo 30 anni ad aver conseguito almeno due gare da 40 punti e 10 rimbalzi in regular season, realizza il nuovo carrer-high di punti (56 contro gli Charlotte Hornets) e vince per due volte il titolo di miglior giocatore della settimana.

 

Cousins è ormai il miglior lungo della lega ma con il rimpianto di non aver ancora disputato una partita di postseason. La rabbia è tanta e la ragione inizia a venir meno: è spesso nervoso in campo e polemico con gli arbitri (i falli tecnici accumulati in carriera sono a dir poco tanti). A ciò bisogna aggiungere una denuncia per rissa in un night club di New York. Sacramento non riesce a controllarlo, ma al contempo non può rinunciare alle sue brillanti prestazioni. DMC infatti supera Chris Webber per doppie-doppie e partire da 30 punti realizzate nella storia della franchigia. I Kings tuttavia alla fine optano per la separazione. Nel febbraio 2017, poche ore dopo la partita dell’All-Star Game, viene spedito ai New Orleans Pelicans in cambio di Lanston Galloway, Tyreke Evans, Buddy Hield (il nuovo Steph Curry a sentire il patron dei Kings) e una prima scelta del Draft. Per i Kings si aprono le porte della rebulding, per i Pelicans invece quelle del paradiso. Davis e Cousins sono potenzialmente il miglior duo della lega in grado di far compiere il definitivo salto di qualità alla franchigia della Louisiana. Nell’ultima stagione i due hanno letteralmente dominato sotto le plance, sia nella metà campo difensiva sia in quella offensiva. 28.1 punti, 11 rimbalzi e 2.3 stoppate per “Unibrow”, 26.8 punti, 10.3 rimbalzi e 1.6 stoppate invece per Boogie.

 

Dopo anni trascorsi in purgatorio New Orleans finalmente era tornata ai vertici della Western Conference, ma non aveva ancora fatto i conti con la sfortuna: durante una gara di regular season, a pochi secondi dalla fine dell’ultimo quarto, Cousins riporta la rottura totale del tendine d’Achille sinistro, terminando anzitempo la stagione. In genere giocatori di questa stazza faticano a recuperare la piena mobilità fisica dopo aver subito gravi infortuni. Forse è stata questa la causa che lo ha spinto in estate ad uscire dal contratto con i Pelicans per firmare al minimo salariale con i Golden State Warriors. Una scelta definita da molti codarda, ma che almeno gli permetterà di disputare i primi playoff della carriera e magari vincere anche un titolo.

 

Chi è DeMarcus Cousins? Vita familiare

DeMarcus è sempre stato un ragazzo riservato anche se dal campo si direbbe tutto il contrario. Non ha mai fatto trapelare nulla riguardo le sue private relazioni, ne rilasciato interviste riguardo la sua infanzia. Ad oggi comunque risulta sposato e padre di due figli, Jessie e Amir Cousins.

Ecco chi è DeMarcus Cousins su Instagram

 

Caratteristiche Tecniche

Sono nella pallacanestro da tanto tempo e devo ammettere che è il lungo più talentuoso che abbia mai visto. Shaq non era talentuoso, era solo forte fisicamente. Io ero talentuoso, ma non forte fisicamente. Lui invece può fare tutto

Come dare torto al buon Vlade Divac: Non esistono nella lega centri come Cousins, capaci di mettere palla a terra e penetrate a canestro con tanta facilità, avendo allo stesso tempo la visione di gioco e la facoltà di segnare il piazzato. A livello di assistenze solo Jokic è superiore tra i pari ruolo, ma il serbo non ha lo stesso potenziale a rimbalzo e nel gioco in post. Cousins, con la rapidità di piedi che si ritrova, può battere facilmente il suo avversario e concludere al ferro; oppure, sfruttando le sue mani educate, ricorrere al jumper o al tiro da tre (fondamentale su cui viaggia con il 36% in carriera). Non è mai stato un eccellente difensore nell’uno contro uno e probabilmente non vincerà il Defense Player of the Year, ma nel corso degli anni è diventato un discreto rim protector: gli avversari hanno il 47% di possibilità di segnate con lui davanti. Un bel risultato considerando che lo specialista in questo settore, Rudy Gobert, vanta una percentuale del 40%.

Ecco chi è DeMacus Cousins sul parquet

Caratteristiche fisiche

Una delle cose che sorprende guardando Cousins in campo è il rapporto tra stazza e controllo del corpo. Malgrado i 122 chili di pesantezza si muove sul parquet come un ballerino, riuscendo anche a destabilizzare i lunghi avversari.

 

Nelle ultime stagioni è stato tirato a lucido sul piano della “linea” e sembrano lontani i tempi in cui si scherzava sul fisico di Boogie.

Fisico ai raggi x:

  • Altezza: 211 centimetri
  • Peso: 122 chili

 

Premi e riconoscimenti

Ancora a secco nel computo di anelli conquistati, DeMarcus Cousins ha comunque conseguito qualche personale riconoscimento in carriera:

  • 1 volta inserito nell’NBA All-Rookie First Team
  • 4 volte nominato un NBA All-Star
  • 2 volte inserito nel secondo quintetto NBA,

 

Career High

Chi è DeMarcus Cousins? Forse i suoi massimi in carriera possono renderci l’idea.

  • Massimo di punti: 56 contro gli Charlotte Hornets (25 gennaio 2016)
  • Massimo di rimbalzi: 24 contro i San Antonio Spurs (3 marzo 2017)
  • Massimo di assist: 13 contro i New Orleans Pelicans (4 marzo 2015)
  • Massimo di stoppate: 7 contro i Memphis Grizzlies (18 ottobre 2017)
  • Massimo di rubate: 7 contro i New York Knicks (14 gennaio 2018)

Chi è DeMarcus Cousins? Un centro che sa come schiacciare:

 

 

Quanto guadagna DeMarcus Cousins?

Al momento poco, troppo poco visto il suo immenso talento. Il contratto al minimo salariale firmato con i Warriors avrà durata di un anno e porterà nelle sue tasche 5,4 milioni (Hassan Whiteside guadagna il doppio). Una scelta dovuta alla sua sete di vittoria, unita ad una preoccupazione sulle sue condizioni fisiche non indifferente, che ha preso il sopravvento sull’avidità. Il prossimo anno sarà comunque free agent e, se in questa stagione tornerà ad essere dominante come in passato, potrà ambire a salari più altisonanti.

StagioneSquadraStipendioBonus firma
Incentivi KickerGuadagno
2010-11Player Cash Earnings$3,374,640$3,374,640
2011-12Player Cash Earnings$2,919,872$2,919,872
2012-13Player Cash Earnings$3,880,800$3,880,800
2013-14Player Cash Earnings$4,916,974$4,916,974
2014-15Player Cash Earnings$14,746,000$14,746,000
2015-16Player Cash Earnings$15,851,950$15,851,950
2016-17Player Cash Earnings$5,785,636$5,785,636
2016-17Player Cash Earnings$11,172,264$11,172,264
2017-18Player Cash Earnings$18,063,850$18,063,850
2018-19Player Cash Earnings$5,337,000$5,337,000
Totale guadagni in 9 stagioni$86,048,986$86,048,986

 

Quindi chi è DeMarcus Cousins? Un uomo dai mille volti spesso oggetto della critica ma dotato anche di un talento cestistico esponenziale. Chissà, con un’altra mentalità forse avrebbe vinto di più in carriera ma non sarebbe mai diventato quel giocatore egocentrico e bizzarro che tutti noi ammiriamo e adoriamo.

 

 

 

Denver Nuggets: se il buongiorno si vede dal mattino…

Denver Nuggets Paul Millsap e Nikola Jokic, le due torri dei Denver Nuggets.

4 vittorie e 1 sconfitta, alzi la mano chi si aspettava questa partenza a razzo: eppure i Denver Nuggets, eccezion fatta per la nefasta trasferta a Los Angeles, hanno sempre vinto dall’inizio della regular season, issandosi al primo posto della Western Conference. La bruciante sconfitta della passata stagione deve aver smosso l’orgoglio dei Nuggets che mai come quest’anno possono centrare obiettivo playoff. La strada è ancora lunga e tortuosa, specialmente in un ovest ultra competitivo, ma come recita il famoso proverbio: “chi ben comincia è a metà dell’opera“.

Denver Nuggets: la difesa è il miglior attacco

Scontato, ma mai banale. Tutte le grandi squadre costruiscono le loro fortune in difesa e i Denver Nuggets non sembrano da meno: seconda miglior difesa a livello statistico della lega assieme ai Boston Celtics. Poco male per una compagine che aveva chiuso la scorsa annata, per l’ennesima volta, nei quartieri bassi (23° posto) del defense rating. Il roster di Mike Malone vanta un mix di validi difensori perimetrali e temibili stoppatori, uno su tutti Paul Millsap, cresciuto moltissimo nel computo delle stoppate. Durante la fase del pick’n roll Denver predilige la soluzione “contenimento“: il giocatore bloccato tenta di spezzare il blocco per inseguire il portatore di palla, al contrario il difensore del rollante si stacca dal suo avversario per contenere il portatore in attesa del rientro del compagno. Un metodo di certo stancante ma efficace. In queste quattro partite infatti hanno mantenuto gli avversari sotto i 100 punti. Perfino i Warriors di Curry, Thompson e Durant hanno faticato a trovare la via del canestro contro il fortino del Colorado.

Emblematiche le parole del coach nell’ultima gara:

L’anno scorso eravamo una squadra che vinceva solo grazie al suo attacco,ora e’ diverso. Puoi parlare di tattica quanto vuoi ma io penso che alla fine è l’atteggiamento e la voglia della squadra a fare la differenza a livello difensivo

Parole prese alla lettera da Jokic e compagni.

 

Poche All-Star ma ottimi comprimari

 

5 giocatori di media in doppia cifra, di cui due che sfiorano i 20 punti. Il loro equilibrato sistema di gioco prevede il coinvolgimento di tutti i giocatori, dal primo starter all’ultimo panchinaro. I giocatori si passano il pallone con fiducia e mettono tutte le loro qualità al servizio del collettivo. Gary Harris è in rampa di lancio per diventare un All-Star, Jamal Murray un role player stabilmente in doppia cifra (al netto di qualche uscita a vuoto), Paul Millsap aggiunge difesa ed esperienza, mentre Nikola Jokic è il leader tecnico della franchigia. Dalla panchina onesti mestieranti uniti ad un core di giovani talentuosi ancora da scoprire: Juan Hernangomez, dopo due stagioni poco eclatanti, sembra in netta ripresa (la stoppata decisiva contro Golden State ne è la prova), Trey Lyles ha mostrato un gran talento offensivo e Mason Plumlee si è rivelato buon centro di riserva. Mancano all’appello ancora Micheal Porter Jr., Isaiah Thomas e Will Barton, al momento out per infortunio.

Nikola Jokic, dai balcani con furore per i Denver Nuggets

Ci si aspetta la stagione della definitiva consacrazione per Jokic, e i presupposti ci sono tutti: 23.4 punti, 10.6 rimbalzi e 6.2 assist. È diventato anche il primo giocatore dai tempi di Wilt Chamberlain a far registrare una tripla doppia da 35 punti con il 100% dal campo. Ma aldilà dei meri dati statistici ciò che sorprende sono la leadership e i miglioramenti difensivi ostentati sul campo. Sul talento non si discute: le sue doti da passatore, unite ad un gioco in post e una meccanica di tiro sublime, lo rendono un centro unico, semplicemente immancabile. Se riuscirà a tenere queste medie nell’arco della regular season sarà difficile escluderlo dalla lista dei papabili MVP. Per il momento si accontenta del premio “Giocatore della Settimana“, il primo in carriera.

 

Il franchise-player dei Denver Nuggets

Difficile stabilire dove potranno stanziarsi questi Denver Nuggets a fine anno, di sicuro covano ambizioni importanti e sono convinti di poter dire la loro nella competitiva Western Conference. E se il buongiorno si vede dal mattino le soddisfazioni non tarderanno a farsi presentare.

Manuale San Antonio Spurs 2018/2019: the end of an era

Manuale San Antonio Spurs.

C’erano una volta un caraibico, un argentino e un francese, che in un decennio ricco di titoli e successi rivoluzionarono il mondo della pallacanestro. Di quel formidabile trio oggi non ne è rimasto che un dolce ricordo: Tim Duncan e Manu Ginobili hanno appeso le scarpe al chiodo mentre Tony Parker si è accasato agli Charlotte Hornets. Anche Kawhi Leonard se ne è andato, dopo una serie di querelle con la dirigenza neroargento. Da paladino indiscusso a traditore della patria, il passo può essere piuttosto breve. È rimasto invece Gregg Popovich, l’ultimo baluardo della dinastia più lungimirante e allo stesso tempo vincente del nuovo millennio. È la fine di un era e di una franchigia che è prossima ricostruire da zero. Ecco a voi il Manuale San Antonio Spurs, edizione 2018/2019.

MANUALE SAN ANTONIO SPURS: L’ANNATA PRECEDENTE

  • Record: 47-35, settimo posto nella Western Conference
  • Piazzamento finale: primo turno playoff (sconfitta per 4-1, vs Golden State Warriors)
  • Offensive Rating: 105.5
  • Defensive rating: 102.4
  • Team Leader: LaMarcus Aldridge (23.1 PTS), LaMarcus Aldridge (8.5 REB), Tony Parker (3.5 AST).

MANUALE SAN ANTONIO SPURS: I MOVIMENTI ESTIVI

Marco Belinelli è tornato a San Antonio.

È stata un’estate rovente per i San Antonio Spurs e non nel senso positivo del termine. La colpa è stata di Kawhi Leonard che a giugno, come un fulmine a ciel sereno, ha chiesto di essere ceduto ai Los Angeles Lakers. Ma le richieste eccessive degli Spurs (Lonzo Ball, Brandon Ingram e Kyle Kuzma) hanno convinto Magic Johnson a bloccare le trattative e a posticipare, forse, l’arrivo di The Glaw per la prossima stagione. Si sono cosi fatti sotto i Cavaliers, i Sixers e infine i Raptors, che alla fine hanno avuto la meglio sulle concorrenti: via DeMar DeRozan e Jakob Pöltl, dentro Kawhi Leonard e Danny Green (altro scudiero di Pop). La scelta di puntare su DeRozan testimonia la volontà di rimandare una rebulding inevitabile e puntare ancora una volta alla postseason. Un obiettivo difficile ma non impossibile. Per il resto, Kyle Anderson, giovane di belle speranze, è volato a Memphis mentre Quincy Pondexter e Dante Cunningham hanno fatto il percorso inverso. Il ritorno di Marco Belinelli potrà rivelarsi prezioso, ma difficilmente sposterà gli equilibri, cosi come la conferma di Rudy Gay che ha rinnovato per un’altra stagione, probabilmente l’ultima in Texas. Gli Spurs hanno anche aggiunto il rookie Lonnie Walker IV, un prospetto interessante che sotto l’attenta guida di Pop avrà modo di ritagliarsi il suo spazio nella lega. Peccato per l’infortunio occorso nelle ultime ore a Dejounte Murray: il nativo di Seattle ha rimediato una rottura del crociato anteriore che con ogni probabilità lo terrà ai box per tutta la stagione. Un problema non da poco per gli Spurs, visto e considerato che ora l’unico play presente a roster è Patty Mills (30 anni compiuti ad agosto). Trade in vista?. Un probabile starting five per la stagione ventura potrebbe essere il seguente: Patty Mills, DeMar DeRozan, Rudy Gay, LaMarcus Aldridge e Pau Gasol.

 

MANUALE SAN ANTONIO SPURS: L’ANALISI

Gregg Popovich è uno dei migliori coach della lega e, malgrado i suoi maggiori scudieri siano partiti, anche quest’anno non muterà il suo sistema di gioco. Gli Spurs tendono a muoversi molto senza palla, smarcarsi attraverso una fitta serie di blocchi e sfruttare tutti i 24 secondi per crearsi la miglior conclusione possibile. Anche se non mancano episodi di isolamento (soprattutto con Aldridge spalle a canestro), la coralità è la principale caratteristica di questa squadra. in questo senso l’innesto di DeMar DeRozan potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio: l’ex Raptors aumenterà la produzione offensiva ma al tempo stesso, vista la sua attitudine a tenere la palla in mano, potrebbe anche rallentare i meccanismi della squadra.

Difficilmente DeRozan potrà permettersi tiri del genere a San Antonio.

Nelle situazioni di pick and roll, il play di turno predilige il lob per il rollante, mentre nel pick and pop  LaMarcus Aldridge o Pau Gasol, dopo aver portato il blocco, si aprono per il tiro da fuori. Soluzione, quest’ultima, che si è rivelata molto efficiente nella passata stagione (lo spagnolo ha infatti chiuso con il 40% da oltre l’arco).

Gasol, dopo aver bloccato, riceve da Ginobili per il tiro da tre punti.

Per quanto concerne la difesa invece, basta ribadire che gli Spurs hanno la quarta miglior efficienza difensiva della lega, alle spalle dei Boston Celtics, Golden State Warriors e Philadelphia 76ers. La retroguardia texana è solita difendere a tutto campo e pressare il portatore di palla avversario. Il roster di Pop conta molti validi elementi difensivi, temibili stoppatori e abili nell’anticipo. Durante la fase del pick and roll usano la soluzione contenimento: il giocatore bloccato tenta di spezzare il blocco per inseguire il portatore di palla, al contrario il difensore del rollante si stacca dal suo avversario per contenere il portatore in attesa del rientro del compagno. Un metodo piuttosto stancante ma che, se ben fatto, mette in difficoltà qualsiasi avversario. Il segreto di questa squadra risiede nella mentalità e quella, a differenza di Leonard, non potrà mai essere scambiata.

Contenimento.

CONCLUSIONE

L’obiettivo della prossima stagione sono i playoff, come da 20 anni a questa parte. Stavolta però non sarà facile, visto il pessimo mercato condotto in estate e il contemporaneo rafforzamento delle altre contendenti. Ad oggi infatti squadre come Warriors, Rockets, Thunder, Lakers o Jazz sono superiori alla franchigia texana. Probabile che lotteranno per gli ultimi posti disponibili fino alla fine della regular season. La solita magia Spurs potrebbe verificarsi anche a questo giro, ma sicuramente i fattori intrinsechi non sono dalla loro parte. Un’ultima grande stagione prima del passaggio del testimone.

Manuale Portland Trail Blazers 2018/2019: niente di nuovo sotto al sole

Portland Trail Blazers 2018/2019

L’ultima stagione non si è conclusa nel migliore dei modi per i Portland Trail Blazers, eliminati al primo turno dai New Orleans Pelicans di Davis, al termine di una regular season eccezionale. La franchigia dell’Oregon si era guadagnata infatti la miglior piazza possibile, la terza, nella corsa playoff della Western Conference, esprimendo una pallacanestro celestiale e con le due star (Damian Lillard e C.J. McCollum) sugli scudi. Ma quando il gioco si fa duro, i duri iniziano a giocare e, visti gli scarsi risultati, i Blazers tanto duri non lo sono stati. I tifosi non possono allora che interrogarsi sull’evoluzione del roster, ponendosi un quesito che nella prossima annata dovrà trovare risposta: Portland potrà mai ambire al titolo?. Di seguito il Manuale Portland Trail Blazers 2018-2019.

MANUALE PORTLAND TRAIL BLAZERS 2018/2019: L’ANNATA PRECEDENTE

  • Record: 49-33
  • Piazzamento: seed #3, Western Conference.
  • Rendimento playoff: primo turno (sconfitta per 4-0 vs New Orleans Pelicans)
  • Offensive rating: 105.6
  • Defensive rating: 103
  • Team Leader: Damian Lillard (26.9 PTS), Jusuf Nurkic (9 REB), Damian Lillard (6.6 AST)
esultanza damian lillard
L’esultanza di Damian Lillard.

MANUALE PORTLAND TRAIL BLAZERS 2018/2019: I MOVIMENTI ESTIVI

Niente di nuovo sul fronte occidentale” non è solo un grande classico del cinema americano, ma anche il riassunto del mercato di Portland: come nelle recenti free agency, anche quest’anno l’operato societario non si è mostrato al di sopra di ogni sospetto. Gli unici innesti degni di nota, Seth Curry e Nik Staukas, non entusiasmano la piazza e non innalzano il tasso tecnico della franchigia, viste anche le dolorose cessioni di Ed Davis e Shabazz Napier. Quest’ultimo in particolare si era rivelato un’eccellente sostituto di Lillard e pedina preziosa nello scacchiere di Terry Stotts. Il rinnovo di Nurkic era obbligatorio, ma le alte cifre poste sul contratto (un quadriennale da 48 milioni di dollari) potrebbero compromettere i futuri movimenti di mercato. Dall’estate della rebuilding ad oggi, i Blazers hanno pescato dalla free agency sette giocatori, di cui soltanto due hanno preso posto nello starting five. Ma la storia insegna che spesso non basta solo il draft per costruire una squadra da titolo. Un probabile quintetto base per la stagione ventura potrebbe essere il seguente: Damian Lillard, C.J. McCollum, Evan Turner, Al-Farouq Aminu e Jusuf Nurkic.

MANUALE PORTLAND TRAIL BLAZERS 2018/2019: L’ANALISI

Non si può negare che Portland sia una squadra a trazione posteriore che condensa gran parte del proprio talento nel suo backcourt titolare: Lillard e McCollum sono due macchine da punti, abili in penetrazione e dotati di un range di tiro piuttosto illimitato. Hanno prodotto insieme quasi la metà del bottino quotidiano dei Blazers (48.3 punti su 105.6) e hanno contribuito pesantemente a rendere la franchigia dell’Oregon una delle tre squadre più efficienti della lega in lunetta (80% di squadra a cronometro fermo su 20.9 tentativi, di cui 10.5 firmati da loro due).

Il problema semmai risiede nel supporting cast: i vari Aminu, Nurkic, Harkless e Turner si sono rivelati completamente nulli sul piano offensivo, manifestando seri problemi al tiro. Nurkic, che in teoria dovrebbe essere il terzo violino di questa squadra, non si è mai reso pericoloso dal perimetro e sembra un pesce fuor d’acqua quando viene allontanato dal pitturato. Inoltre nessun’ala piccola ha chiuso la stagione con il 38% da oltre l’arco. Un dato poco rassicurante, considerata anche l’importanza che ha raggiunto il tiro da tre nella NBA moderna. I difetti nella costruzione del tiro di un intero reparto erano sotto gli occhi di tutti e, non a caso, in molti si aspettavano che dalla free agency arrivasse almeno un’ala capace di segnare da oltre l’arco, sia dal palleggio che in uscita dai blocchi. Se nella prossima stagione le percentuali di Lillard e McCollum dovessero calare e i loro comprimari non riuscissero a migliorare, Portland rischierebbe di chiudere con il peggior attacco della lega. Ma come dice il famoso proverbio: “il miglior attacco è la difesa“. I Blazers hanno sviluppato una robusta difesa collettiva, avendo a disposizione un roster variegato e difensivamente versatile. La principale novità riguarda l’aggressività ostentata nelle situazioni di pick’n roll: Il difensore del play attende molto alto il bloccante, evitando cosi di incagliarsi sul blocco avversario, sul quale riesce cosi a passare senza grosse difficoltà e mandando il play verso la linea di fondo. A questo punto, sull’hand-off, la difesa può stare flottata, accettando agevolmente un cambio tra le ali e collassando al centro area per recuperare palla.

Cambi rapidi e aggressivi, il segreto di una buona retroguardia.

Non solo, Terry Stotts può anche contare su eccezionali lunghi difensivi come Nurkic che pur essendo un pessimo attaccante, si è rivelato nella passata stagione un ottimo rim protector (1.41 stoppate a partita, nono miglior stoppatore della NBA). I Blazers si sono piazzati settimi per stoppate rifilate a gara (5.2) e sesti per punti concessi in area agli avversari (42) e conclusioni da 2 punti contestate (43.6). Il compito degli esterni era quello di coprire la palla e indirizzare il palleggiatore verso le zone in cui avrebbe potuto incontrare un aiuto del centro, pronto a stoppare o almeno a contestare il tiro.

Il tempismo di Nurkic nell’intervenire sulle penetrazioni è fondamentale per la difesa dei Trail Blazers.

A questo impatto difensivo, Portland ha aggiunto una feroce aggressività nel pitturato: La franchigia dell’Oregon si è piazzata nella Top 3 per rimbalzi complessivi nella scorsa stagione (45.5), scavalcando quota 10 rimbalzi offensivi a gara. Un dato significante per un attacco spesso sterile e incentrato troppo sui singoli giocatori.

CONCLUSIONE

Nello scenario migliore, Lillard e McCollum confermano i livelli della passata stagione, i comprimari migliorano le loro percentuali al tiro e Seth Curry torna il brillante giocatore ammirato a Dallas. Se tutti questi pezzi dovessero incastrarsi, i Trail Blazers possono nuovamente centrare le 50 vittorie stagionali e trasformarsi nella nuova mina vagante della Western Conference. Ma se cosi non fosse, potrebbe profilarsi lo scenario di una mancata qualificazione playoff, la prima dal lontano 2012.  A quel punto lo spettro di un’altra rifondazione potrebbe tornare ad aleggiare nei cieli dell’Oregon.

Manuale Charlotte Hornets 2018/2019: la maledizione del limbo

Charlotte Hornets 2018/2019

La NBA è composta da due tipi di franchigie: quelle che ambiscono alla vittoria finale e quelle che lottano a perdere allo scopo di assicurarsi un’alta scelta al draft. Ci sono poi le squadre di metà classifica, troppo forti per tankare ma anche troppo deboli per qualificarsi ai playoff. È il caso degli Charlotte Hornets che da anni vivono nel limbo della Eastern Conference. Nelle scorse stagioni hanno agguantato gli ultimi posti playoff soltanto due volte, venendo però eliminati subito al primo turno. Per il resto si sono spesso ritrovati fuori dalla postseason per pochissime vittorie, cosa che probabilmente si ripeterà anche nella prossima stagione. Gli Hornets di oggi sono tecnicamente inferiori alle squadre da vertice (Celtics o Sixers in primis) e allo stesso tempo superiori alle ultime della classe (Hawks, Nets o Magic). L’unica via d’uscita sarebbe quella del tanking, un rischio che la dirigenza non sta prendendo in considerazione ma che risolverebbe parte dei suoi problemi. Dopotutto non è forse vero che “chi non risica non rosica?”. Di seguito il manuale Charlotte Hornets 2018/2019.

MANUALE CHARLOTTE HORNETS 2018/2019: L’ANNATA PRECEDENTE

  • Record: 36-46, decimo posto nella Eastern Conference
  • Offensive Rating: 107
  • Defensive Rating: 107
  • Team Leader: Kemba Walker (22.1 PTS), Dwigth Howard (12.5 REB), Kemba Walker (5.6 AST)

MANUALE CHARLOTTE HORNETS 2018/2019: I MOVIMENTI ESTIVI

Kemba Walker.

L’addio di Dwight Howard (scambiato ai Nets ed in seguito ceduto ai Wizards) sembrava presagire l’inizio del sopraccitato rebuilding. Sembrava, appunto: la dirigenza invece di smembrare il resto del roster e ripartire dai più giovani, ha confermato il suo leader, Kemba Walker, affiancandogli anche un veterano pluridecorato come Tony Parker. Per il prodotto di UConn sono piovute diverse offerte, tutte però rispedite al mittente. Stesso discorso per Nicolas Batum e Michael Kidd-Gilchrist, entrambi sul piede di partenza ma poi convocati per la preseason. Charlotte continua a rimandare una ricostruzione inevitabile, puntando ancora una volta ad una postseason che ogni anno si fa sempre più lontana. Walker poi sarà free agent la prossima estate e le possibilità che prolunghi la sua carriera con gli Hornets sono molto basse. L’ideale sarebbe venderlo entro la deadline per evitare di perderlo a zero, allora il rebuilding inizierebbe sul serio. Gli altri movimenti da registrare sono gli innesti di Bismack Biyombo, centro prettamente difensivo chiamato a prendere l’eredità di Howard, e Miles Bridges, prospetto interessante ma forse non ancora pronto per il grande palcoscenico della NBA. Un probabile starting five per la stagione ventura potrebbe essere il seguente: Kemba Walker, Malik Monk, Nicolas Batum, Frank Kaminsky e Bismack Biyombo.

MANUALE CHARLOTTE HORNETS 2018/2019: L’ANALISI

Come tutte le squadre di media-bassa classifica, gli Charlotte Hornets non amano correre in contropiede (97.80 pace) e punire in transizione, ma sono una squadra tenace, attenta alla gestione della palla e dei rimbalzi difensivi. Il giocatore su cui poggia tutto il peso dell’attacco è Kemba Walker: molto spesso il numero 15 riceve un blocco in punta, utile a liberarsi dal marcatore, per tentare la penetrazione o direttamente il tiro da fuori (nell’ultima stagione ha tirato con il 39% da oltre l’arco).

Una classica giocata di Kemba Walker.

Ma se il leader ha le polveri bagnate, gli Hornets ricorrono ad alcuni schemi elementari. Il più usato per dipanare la trama di gioco e dare fluidità alla manovra è la Motion Strong: Dopo il blocco stagger (doppio blocco per un compagno lontano dalla palla) e la conseguente disposizione Horns, l’ala passa al gomito per il centro che sprinta a portare un blocco alla guardia, che a sua volta sprinta per giocare un Dribble-Hand-Off centrale. La duttilità di Michael Kidd-Gilchrist si rivelerà fondamentale per i meccanismi della squadra, in difesa come in attacco grazie alle sue ottime doti da passatore. E’ l’equilibratore della squadra: la sua forza fisica è pari soltanto alla sua intelligenza cestistica; è in grado di difendere su ogni tipologia di attaccante e anche nel tiro, suo punto debole, sta sensibilmente migliorando. L’unica incognita risiede sulla tenuta fisica che non l’ha mai supportato per una stagione intera.

Una conclusione di Kidd-Gilchrist.

Per quel che riguarda la difesa, i numeri parlano chiaro: 107 punti di media subiti a partita, molti per chi ambisce alla postseason. In particolare Charlotte subisce valanghe di canestri all’interno del pitturato. L’acquisto di Biyombo in questo senso potrebbe risolvere il problema. Coach James Barrego non vanta a roster validi elementi difensivi, se non appunto Biyombo e Kidd-Gilchrist. Sarà necessario sviluppare una robusta difesa collettiva per aumentare l’efficienza e magari portare a casa qualche successo in più. Un vecchio detto del football recita: “l’attacco vende i biglietti e la difesa fa vincere le partite“, un mantra che Walker e compagni dovrebbero tenere bene a mente.

Le stoppate di Biyombo gioveranno molto alla franchigia di MJ.

CONCLUSIONE

Gli Hornets proveranno in tutti i modi a centrare i playoff quest’anno. Se però la classifica dovesse dire altro, la rebuilding diventerebbe l’unica strada percorribile. Walker verrebbe scambiato a febbraio insieme ai pochi big della squadra e ripartirebbe un nuovo ciclo, magari con i giovani Monk, Bridges e Kaminsky. I bookmakers non sono dalla loro parte e il rischio di rimanere nel limbo un altro anno è molto alto.

 

 

Chi è Rajon Rondo? A beautiful mind

Chi è Rajon Rondo-quanto-guadagna

Quando ci chiedono chi è Rajon Rondo ci viene subito in mente una risposta banale: il playmaker più geniale e indisciplinato della lega. Questo è ciò che traspare in televisione, ma vi siete mai chiesti cosa si nasconde dietro quella maschera di apparente follia? La risposta in questo caso non è affatto scontata e potrebbe addirittura stupirvi: un semplice uomo dal passato triste e oscuro. Rocky Balboa soleva dire che il mondo non è tutto rosa e fiori e che la vita è il peggiore avversario per molti di noi. Lo è stato sicuramente per Rondo, costretto a crescere senza padre e in condizioni economiche piuttosto precarie. Ripercorreremo quindi le tappe più importanti della sua vita cercando di rispondere alla fatidica domanda, Chi è Rajon Rondo?.

Chi è Rajon Rondo? Vita familiare

La storia di Rondo inizia a Louisville, un paesino a est degli Stati Uniti. Il piccolo Rajon cresce senza padre, scappato di casa quando aveva 5 anni. Mamma Amber è costretta ad irrigidire i turni in fabbrica fino a non essere praticamente mai a casa. Continua a lavorare cosi duramente finché i suoi 3 figli non arrivano alle scuole superiori. Rajon è più introverso dei suoi fratelli ed è dotato di un’intelligenza fuori dal comune che lo rende uno studente modello. Anche nello sport non se la cava male, sia come quaterback che come lanciatore di baseball. Per fortuna però alla fine opta per la pallacanestro, per cui sin da subito mostra un certo talento: alla Louisville Eastern High School, durante la stagione da Junior, si guadagna il titolo di giocatore All-State e viene eletto settimo Region Player dell’anno. Se per gli spettatori è l’idolo indiscusso, per coach e compagni è molto meno: Rondo è infatti indisciplinato, esce fuori dagli schemi e ignora le direttive dell’allenatore. I risultati gli danno ragione (38-0 in stagione e nuovo record di assist stabilito) ma rimane comunque l’elemento più indesiderato della squadra.

Primo step: Kentucky University

Le diatribe con i coach lo perseguiteranno spesso nella sua carriera, in NBA cosi come al college. A Kentucky finisce nel mirino di coach Doug Bibby che lo accusa di non impostare le azioni offensive in maniera semplice e ordinata. Sebbene abbia ammesso in futuro che Rajon aveva quasi sempre ragione, era improponibile che un giocatore avesse da ridire sull’operato dell’allenatore. Ma se la sua eccessiva intelligenza gli stava dando qualche problema dentro lo spogliatoio, sul campo lo rendeva un playmaker eccezionale: record di steals in una stagione, 87, al suo primo anno e record di rimbalzi catturati da una guardia durante l’anno da sophomore, 19 nella sconfitta contro Iowa. Diventa in breve tempo il leader tecnico dei Wildcats, ma non riesce a guidare i suoi compagni oltre le final four del torneo NCAA. Dopo i mondiali U21 del 2005, si dichiara eleggibile al draft.

 

 

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NBPA Top 100 Camp…..then and now.

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Lo sbarco nella lega: Draft 2006

Correva l’anno 2006 e in un draft dove le prime scelte sono state Andrea Bargnani, Adam Morrison, e Tyrus Thomas, Rajon Rondo veniva selezionato con la 21° scelta dai Phoenix Suns. Sembra una barzelletta ma è la pura realtà. Quello è stato uno dei più deludenti draft del nuovo millennio. Basti pensare che le uniche attuali All-Star selezionale al primo turno sono state LaMarcus Aldridge e Kyle Lowry. Ma il soggiorno in Arizona non dura che qualche ora, perché la dirigenza dei Suns decide di cedere quella stessa notte il cartellino di Rondo ai Celtics in cambio di una prima scelta e un conguaglio economico.

 

Chi è Rajon Rondo (per il momento) sul parquet

Dopo una prima stagione trascorsa in panchina come riserva di Delonte West, Rajon Rondo viene promosso in quintetto base da coach DOC Rivers. Diventa quindi il “cervello” di una squadra molto interessante a cui in estate erano stati aggiunti Ray Allen e Kevin Garnett. L’approccio di Rivers è molto trasversale con Rajon e, anche se le liti non mancano, di certo sono meno focose rispetto al passato. Rondo gioca una discreta regular season che i Celtics dominano in un lungo e in largo, chiudendo con 66 vittorie all’attivo. Nei playoff superano a fatica Atlanta, Cleveland e Detroit ma si qualificano comunque alle Finals, le prime dal 1987. Rondo, malgrado dei problemi al ginocchio, chiude a 10.2 punti, 6.6 assist e 4.2 rimbalzi. In gara 6 realizza 22 punti, 8 assist, 7 rimbalzi e 6 palle recuperate che consento ai Celtics di battere i Lakers e vincere il 17° titolo della loro storia. L’anno seguente migliora sotto ogni aspetto, tanto da guadagnarsi la nomea di “playmaker del futuro”. Si rende decisivo sia in regular season che nella post season dove trascina i suoi compagni nella “conquista” di Cleveland: in gara 2 sforna 19 assist battendo il precedente primato di Bob Cousy, mentre in gara 4 realizza una tripla doppia da 29 punti, 12 assist e ben 18 rimbalzi. Poco importa che poi verranno eliminati in finale di conference, perché i Celtics raggiungeranno le Finals direttamente l’edizione successiva, di nuovo contro i Lakers. Questa volta però l’esito non sorride alla franchigia biancoverde. Los Angeles si impone dopo una epica gara 7 in cui Rondo mette comunque a referto una tripla doppia da 14 punti, 10 assist e 10 rimbalzi. Prima di lui, una tripla doppia in una gara 7 di playoff l’aveva realizzata solo Larry Bird nella storia dei Celtics. Molto spesso si elogiano Pierce, Garnett e Allen, ma senza l’impostazione di Rondo, sarebbero tutti e tre senza anelli al dito. Durante la stagione 2011-12 Rondo mostra un gioco diverso dagli altri big della squadra, ben più efficiente e dinamico. Le sue fantomatiche “fake plays” riempiono gli Highlights stagionali e hanno l’effetto di disorientare gli avversari.

Ormai è diventato a tutti gli effetti il nuovo leader della franchigia, tanto che la dirigenza decide di avviare una rebulding e ripartire proprio dal suo numero 9. Sfortunatamente però Rondo vuole vincere e se Boston non potrà accontentarlo, lo farà qualcun altro. Si accasa cosi ai Dallas Mavericks dopo essere rientrato da un brutto infortunio al crociato patito nel 2013. Sulla carta la franchigia di Cuban può considerarsi la mina vagante dell’ovest, forte di un quintetto base estremamente talentuoso (Rondo, Ellis, Parsons, Nowitzki e Chandler). Con l’aggiunta del miglior play della lega (parola di Magic Johnson), le Finals non sono più un’utopia. Ma a causa di qualche infortunio di troppo e i soliti litigi con Coach Carlise, Rondo non riesce a trascinare i compagni e dopo sole due stagioni si trasferisce a Sacramento. Sotto la guida di George Karl, il prodotto di Kentucky vive una stagione fantastica: diventa infatti il giocatore con più partite in doppia cifra di assist nella storia dei Kings e chiude al primo posto nella classifica degli assist stagionali, con 11.6 di media.

 

Sacramento tuttavia è la classica squadra da limbo, troppo forte per tankare, troppo debole per agguantare la postseason. Non il tipo di franchigia che si addice ad uno come Rondo. Nel 2016 allora firma un biennale con i Chicago Bulls che necessitano di un sostituto di Derrick Rose. Anche nella Windy City i battibecchi non mancano, sia con coach Hoiberg che con i compagni. Per la prima volta addirittura, a quanto pare su richiesta di Wade e Butler, finisce fuori dalle rotazioni e siede in tribuna. Uno smacco che un giocatore come lui non può tollerare: malgrado gli eccellenti playoff disputati (prima dell’infortunio alla mano), Rondo chiede ed ottiene infatti il buyout. L’ultima stagione, trascorsa a New Orleans, ci ha regalato il vecchio Rajon Rondo, autore di assist spettacolari e giocate di primo pelo. In una partita di regular season contro i Brooklyn Nets ha anche siglato 25 assist, record personale e anche di franchigia. Si, Rajon Rondo è tornato e sembrano esserne accorti tutti, anche LeBron che l’ha voluto a tutti i costi con sè ai Los Angeles Lakers; forse l’ultima chance per vincere il secondo anello della sua carriera.

Chi è Rajon Rondo? Vita sentimentale

Chi è Rajon Rondo al di fuori del parquet? Un padre premuroso e un marito impeccabile. La moglie, Ashley Bachelor, si occupa a tempo pieno dei suoi due figli, Ryelle e Rajon jr. Rondo ha anche fondato un associazione benefica per tutti i bambini in difficoltà economica e ogni anno finanzia un “summer camp” per tutti i giovani amanti della pallacanestro.

 

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Caratteristiche tecniche

Rondo è il classico “playmaker old style, che si occupa di orchestrare le azioni piuttosto che finalizzarle. Può essere classificato come uno dei migliori assist-man di sempre, in carriera ne ha realizzati in media 8.7 a partita. Solo Magic Johnson, Jason Kidd, John Stockton e Steve Nash detengono una media più alta. Sebbene sia abile in penetrazione, la mancanza di un jumper affidabile non lo ha mai reso una minaccia offensiva. Negli anni è migliorato sotto questo aspetto anche se solo minimamente. È infatti passato dal 26% da tre nel 2007, al 33% nel 2018. Una percentuale troppo bassa in una NBA dove il tiro da tre è diventato un “must” per le point guard. Ma il suo principale punto di forza risiede nella testa: Rondo è dotato di un Q.I sopra la media che gli permette di capire cose che gli altri non potrebbero neanche pensare. Un esempio? Ai tempi del Celtics Pride, durante una gara contro i Warriors, il coach avversario chiama lo schema “42 cross” per l’azione successiva. Rondo, che era proprio accanto alla panchina, inizia a pensare fissando il vuoto. Dopo qualche secondo esclama: “Voi non avete quella giocata” e ridacchiando se ne torna in difesa. Aveva ragione, quello schema era solo un bluff per confondere i Celtics, ma l’estrema intelligenza del numero 9 aveva mandato tutto all’aria. Chi è quindi Rajon Rondo? Un genio.

ecco chi è Rajon Rondo

 

Caratteristiche fisiche

Si dice che al momento della sua nascita, l’ostetrica abbia sussurrato alla madre: “Signora, le sue mani sono enormi“. Dopo aver visto i casi di Leonard e Antetokoumpo non dovremmo sorprenderci più di tanto, ma le mani di Rondo sono effettivamente molto grandi: lunghezza di 24 centimetri per una larghezza di 25,4 centimetri. A ciò va aggiunta anche un’apertura alare di 2.10 metri in un corpo di appena 1.85 metri. È in grado di lanciare un pallone per 80 yards e ai tempi del college ha battuto un corridore dell’atletica leggera sui 70 metri. Nulla di strano se non fosse per il fatto che portava un copertone legato alla vita. Se non è uno scherzo della natura poco ci manca.

Fisico ai raggi x
Altezza: 185 centimetri
Peso: 84 chilogrammi

 

Trofei di squadra

Chi è Rajon Rondo? Un campione NBA, vincitore dell’edizione 2008 con uno dei Big-Three più romantici di sempre.

  • Campionato NBA
Rajon Rondo in azione con la jersey dei Mavericks

 

Trofei individuali

Molto più ampia la bacheca dei titoli personali.

  • NBA All-Rookie Second Team
  • 2 volte inserito nell’NBA All-Defensive First Team
  • 2 volte inserito nell’NBA All-Defensive Second Team
  • 3 volte migliore assistman NBA
  • 1 volta inserito nell’All-NBA Third Team

 

Carrer-High

Chi è Rajon Rondo? Forse i suoi massimi in carriera possono darci un’idea.

  • Massimo di punti: 44 contro i Miami Heat (30 maggio 2012)
  • Massimo di rimbalzi: 17 contro i New York Knicks (4 marzo 2012)
  • Massimo di assist: 25 contro i Brooklyn Nets (27 dicembre 2017)
  • Massimo di steals: 8 contro i Memphis Grizzlies (23 marzo 2011)
  • Numero di triple doppie in carriera: 27

 

 

Quanto guadagna Rajon Rondo?

Rajon Rondo è il 143° giocatore più pagato della lega. Quest’estate ha firmato un annuale da 9 milioni di dollari con i Lakers, rifiutando un più sostanzioso contratto offertogli dai Pelicans. I soldi non sono mai stati la sua vera passione. Lo sanno bene i Celtics con cui non ha voluto firmare il massimo salariale perché i piani della franchigia ostacolavano la sua fame di vittoria. Giocatori del genere sono merce rara al giorno d’oggi.

StagioneSquadraSalarioBonusIncentiviTrade KickerTotale
2006-07Player Cash Earnings$1,143,600$1,143,600
2007-08Player Cash Earnings$1,229,280$1,229,280
2008-09Player Cash Earnings$1,315,080$1,315,080
2009-10Player Cash Earnings$2,094,922$2,094,922
2010-11Player Cash Earnings$9,090,911$9,090,911
2011-12Player Cash Earnings$8,085,366$8,085,366
2012-13Player Cash Earnings$11,000,000$11,000,000
2013-14Player Cash Earnings$11,954,545$11,954,545
2014-15Player Cash Earnings$12,909,090$12,909,090
2015-16Player Cash Earnings$9,500,000$9,500,000
2016-17Player Cash Earnings$14,000,000$14,000,000
2017-18Player Cash Earnings$3,000,000$3,000,000
2017-18Player Cash Earnings$3,300,000$3,300,000
Est. Earnings
(12 seasons)
$88,622,794$88,622,794

 

Quindi chi è Rajon Rondo? Un giocatore tutto genio e sregolatezza. È una persona molto intelligente e come tale risulta controverso, indisciplinato e sociopatico. Ma quando mette piede sul parquet rimane sempre uno dei migliori interpreti dell’arte del playmaking. Rondo si è sempre separato dalla massa e ha più volte ribadito di non somigliare a nessuno. E se ciò è vero, è anche certo che nessuno assomiglierà mai a uno come lui.