Three Points – Playoff e draft lottery

nba free agency 2019
Caspita, ne è passato di tempo dall’ultima edizione di ‘Three Points’! Tra i consueti bilanci sulla regular season (Awards e pagelle), il secondo episodio di Garbage Time (la rubrica che il mondo non ci invidia) e l’incredibile storia dell’AmeriLeague, se n’è andato un mesetto abbondante. Nel frattempo, i playoff hanno già emesso parecchi verdetti, premiando le squadre più meritevoli e lasciando per strada vittime eccellenti. In questa edizione cercheremo di ‘riordinare le carte’, concentrandoci più che altro su quanto avvenuto nel secondo turno (altrimenti, i Points dovrebbero essere come minimo Six, non Three). Ci sarà spazio anche per un avvenimento destinato a cambiare molti equilibri in NBA: la draft lottery, che si è svolta in settimana e che ha riservato non poche sorprese. Partiamo subito!
1 – Quelli che restano
Kawhi Leonard e Kevin Durant, per ora i due MVP di questi playoff
Kawhi Leonard e Kevin Durant, per ora i due MVP di questi playoff
Di questi playoff 2019, il secondo turno sarà probabilmente ricordato come il più bello. Escludendo Milwaukee vs. Boston, chiusa abbastanza agevolmente dai Bucks, abbiamo assistito a delle serie epiche. Forse non sempre giocate benissimo dalle squadre impegnate, ma indubbiamente intense e drammatiche. Per Denver vs. Portland e Toronto vs. Philadelphia, questo assunto si potrebbe limitare alle sole gare-7, decise rispettivamente da una feroce rimonta dei Blazers e dall’incredibile buzzer-beater di Kawhi Leonard. Golden State vs. Houston è stata invece LA serie, emozionante e ricca di spunti dall’inizio alla fine: grandi prestazioni individuali, partite decise negli ultimi possessi, se non addirittura all’overtime, infortuni più o meno seri, reazione alle avversità, gioco di squadra, difese superlative e canestri impossibili. Insomma, uno spettacolo eccezionale.
La maestosa prestazione degli Warriors ‘orfani’ di Kevin Durant, oltre a chiudere bruscamente gran parte delle polemiche (dall’assenza di Chris Paul nel 2018 ai presunti complotti arbitrali), avvicina ulteriormente i californiani al three-peat. KD si era caricato la squadra (reduce da una regular season piuttosto altalenante) sulle spalle, risultando determinante sia nell’ostico primo turno contro i Los Angeles Clippers, sia nelle prime quattro gare e mezza contro i Rockets. I 34.2 punti di media e le spaventose percentuali sono solo cifre ma, vedendolo in azione, completano al meglio il ritratto di un dominatore del gioco. Senza il loro fenomeno, gli Warriors hanno fatto un salto indietro nel tempo, mostrandosi in una versione molto simile a quella vista all’inizio della dinastia. Klay Thompson, al solito, ha morso esattamente quando contava, senza mai strafare e dannandosi come un matto in difesa. Draymond Green e Andre Iguodala hanno sfoggiato l’abito buono, facendo la differenza con una moltitudine di piccole cose, Kevon Looney ha emulato il Festus Ezeli del 2015, giocando ben oltre le aspettative, Andrew Bogut, Jonas Jerebko e Quinn Cook hanno portato quei mattoncini necessari a completare la costruzione. E Stephen Curry? Il due volte MVP è stato in evidente difficoltà nelle prime due serie di questi playoff. I tiri che di solito fulminavano la retina venivano costantemente respinti dal ferro, e i vari acciacchi ne aumentavano a dismisura la frustrazione. Eppure, quando c’era una partita o una serie da decidere, lui si è fatto avanti e l’ha decisa. A questo servono i fuoriclasse.
I Portland Trail Blazers hanno affrontato i playoff da vera e propria ‘squadra in missione’. Il pesante 4-0 subito l’anno scorso per mano dei New Orleans Pelicans ha lasciato agli uomini di Terry Stotts un’inesauribile sete di vendetta. Poco importava il terribile infortunio di Jusuf Nurkic, e tantomeno il fatto che non partissero con i favori dei pronostici; quella non è mai stata una novità. Portland si è fatta sotto al grido di “avanti il prossimo!”. Un Damian Lillard spaziale ha abbattuto gli Oklahoma City Thunder, sigillando la sua impresa con la leggendaria gara-5 da 50 punti e game winner. Contro i Denver Nuggets, Dame si è di colpo ‘raffreddato’, ma alle sue spalle ha trovato una squadra pronta a sostenerlo. C.J. McCollum si è guadagnato le copertine con una grandiosa gara-7, ma senza il contributo di giocatori come Enes Kanter, Evan Turner, Rodney Hood, Zach Collins e Seth Curry (ora atteso da un rendez-vous con il fratellone alle Conference Finals), i Blazers sarebbero già in vacanza. Ora arrivano i campioni in carica; all’apparenza un ostacolo insormontabile, ma Lillard e soci, delle apparenze, se ne fregano.
A contendersi il trono dell’Est saranno due squadre capaci di dominare incontrastate fin da inizio stagione. I Milwaukee Bucks sono stati senz’altro i più convincenti. Coach Mike Budenholzer ha trasformato l’eterna Cenerentola in una contender a tutti gli effetti, rimodellandola a immagine e somiglianza di Giannis Antetokounmpo. Intorno al candidato MVP è cresciuta una vera e propria corazzata, in grado di spadroneggiare in regular season e di spazzare via i Detroit Pistons al primo turno playoff. Lo scoglio di gara-1 contro Boston, in cui l’eccezionale difesa orchestrata da Brad Stevens e la serataccia dei Bucks avevano minato più di una certezza, è stato brillantemente aggirato grazie al uno straripante Giannis (28.4 punti e 11 rimbalzi di media nella serie), ma anche alla ritrovata vena di Khris Middleton ed Eric Bledsoe e al notevole impatto di George Hill, degno rimpiazzo dell’infortunato Malcolm Brogdon. Milwaukee arriva alle finali di Conference sulle ali dell’entusiasmo e carica di aspettative, guidata da un giocatore con enormi ambizioni.
Anche i Toronto Raptors possono contare su una star di prima grandezza. Kawhi Leonard ha spiegato chiaramente cosa significhi “fare la differenza”. Non solo segnando il canestro più importante nella storia della franchigia, ma anche spazzando via la ‘maledizione playoff’ che da anni attanagliava i canadesi. Nel 2019, Toronto è arrivata alla post season con piena convinzione nei propri mezzi, consapevole di avere un fenomeno in grado di risolvere da solo le partite più difficili. Ecco, forse quel ‘da solo’ è stato preso un po’ troppo alla lettera dagli uomini di Nick Nurse. Con un supporting cast non sempre all’altezza (Pascal Siakam e Kyle Lowry, gli unici a dare manforte in attacco al numero 2, sono stati più incostanti che mai) gli isolamenti di Leonard sono stati troppo spesso l’unica arma dei Raptors. Toronto ha superato Philadelphia non per aver giocato meglio, semmai meno peggio. Contro dei Bucks così lanciati non basterà accontentarsi, bisognerà dimostrare di essere davvero una grande squadra. Anche perchè, giova ricordarlo, Kawhi dovrà compiere una scelta piuttosto importante, tra qualche settimana…
2 – Quelli che tornano a casa
Per i Celtics di Kyrie Irving e i Rockets di James Harden, i playoff sono finiti prima del previsto
Per i Celtics di Kyrie Irving e i Rockets di James Harden, i playoff sono finiti prima del previsto
Ci sono pochi dubbi sul fatto che, alle finali di Conference, ci vadano le squadre che più hanno meritato. E’ altrettanto vero, però, che tra le eliminate ‘precoci’ ci sia qualche sorpresa. Boston Celtics e Houston Rockets sono quelle che escono peggio dai playoff 2019. I biancoverdi partivano come indiscussi favoriti a Est, ma si è capito presto che qualcosa non andava. La formazione agguerrita e talentuosa che aveva incantato nella scorsa stagione si è trasformata in un pollaio con troppi galli. Mentre coach Brad Stevens si ingegnava, una gara dopo l’altra, a trovare l’assetto giusto per valorizzare la stella Kyrie Irving, i giovani rampanti Jayson Tatum e Jaylen Brown, il rientrante Gordon Hayward e il nucleo storico del gruppo, la regular season passava inesorabile. La tesi “tanto ai playoff la musica cambia” è stata una costante sia per i diretti interessati, sia per molti addetti ai lavori, segno di una fiducia mai giustificata dalle prestazioni sul campo. Ai playoff, la musica non è affatto cambiata. Dopo una vittoria tutt’altro che convincente contro i rimaneggiati Indiana Pacers, l’impatto con il treno proveniente dal Wisconsin ha esposto tutti i limiti di una squadra che ha perso l’antica alchimia. Ora, a Boston inizia una off-season ricca di decisioni delicate.
Il futuro di Houston, quantomeno, sembra più stabile. D’altronde, i maxi-contratti siglati da James Harden, Clint Capela e (soprattutto) Chris Paul non lasciano troppi spiragli per chissà quale rivoluzione. E forse non cambiare nulla sarà la mossa migliore visto che, in estate, la corazzata-Warriors potrebbe ammainare le vele e finire dritta in un museo. Ciò premesso, i Rockets ci credevano davvero. La gara-6 giocata in casa (dove Houston aveva sempre vinto e convinto), con gli avversari privi di Kevin Durant e con uno Stephen Curry irriconoscibile, era l’occasione più ghiotta per lasciarsi alle spalle le recriminazioni del passato e candidarsi seriamente a mettere le mani sul Larry O’Brien Trophy. Invece, i texani si sono arresi nuovamente a una squadra più determinata, più cinica, più esperta, più forte. Magari sarà il prossimo l’anno buono, ma nella storia NBA c’è chi questo mantra lo ha ripetuto in eterno…
Anche i Philadelphia 76ers salutano i playoff con il morale a terra. La decisione di accelerare ‘The Process’ con gli innesti in corsa di Jimmy Butler e Tobias Harris ha reso la squadra di Brett Brown una minaccia più credibile di quanto non lo fosse a inizio stagione, ma l’inesistente esperienza comune del gruppo si è fatta sentire. Contro i Brooklyn Nets è arrivata una forte reazione d’orgoglio dopo la prima sconfitta, ma nella serie contro i Raptors, Phila ha giocato bene una sola partita, la gara-3 vinta in casa. Per il resto, ha dato l’impressione di essere un ‘cantiere aperto’. Una sensazione ampliata notevolmente dalle cattive condizioni fisiche di Joel Embiid, dai continui dilemmi tattici legati ai limiti offensivi di Ben Simmons e dall’incostanza di Tobias Harris. Jimmy Butler ha sempre risposto “presente” quando la posta si è alzata, ma la squadra non era ancora pronta al grande salto. Fare l’ultimo passo è ancora un obiettivo alla portata, ma bisognerà operare con estrema cura nei prossimi mesi.
Tra le eliminate del secondo turno, Denver è quella che potrà consolarsi più rapidamente. Perdere gara-7 dopo essere stati in vantaggio anche di 17 punti fa sicuramente male, ma i Nuggets hanno comunque vissuto una stagione splendida. Chiudere al secondo posto la Western Conference e eliminare una squadra esperta come i San Antonio Spurs ai playoff è un risultato eccellente, per il team più giovane dell’intera NBA. Questo 2018/19 è stato il coronamento di un impeccabile processo di ricostruzione, che ha portato in Colorado un candidato MVP (Nikola Jokic), una potenziale stella (Jamal Murray, in attesa di capire quanto vale Michael Porter Jr.), un ottimo two-way-player (Gary Harris) e un allenatore valido come Mike Malone. Nella serie contro i Blazers è emersa la mancanza di esperienza e di ‘killer instinct’, ma il tempo gioca indubbiamente a favore dei Nuggets; ci sono tutte le premesse affinché questo gruppo, giovane ma già così solido, possa crescere ancora.
3 – Quelli che stanno arrivando
Zion Williamson, probabilissima prima scelta assoluta al draft 2019
Zion Williamson, probabilissima prima scelta assoluta al draft 2019
Mentre i destini di quattro franchigie si decidono sul campo nella fase finale dei playoff, quelli di moltissime altre sono stati sconvolti da un’urna. Alle 20:30 (orario della costa atlantica statunitense) di martedì 14 maggio 2019 è scattata l’ora X. Anzi, l’ora Z, visto che l’annuale draft lottery metteva in palio, di fatto, Zion Williamson. In tanti aspettavano con ansia l’estrazione delle palline; mettere le mani su un fenomeno come l’ala di Duke può dare una svolta epocale a una franchigia. Alcuni, come Phoenix Suns o Cleveland Cavaliers, speravano di rendere Zion il nuovo volto di un’organizzazione in crisi, altri avrebbero potuto optare per soluzioni differenti. Se lo ‘scherzo della natura’ da Salisbury (North Carolina) ha ancora tutto da dimostrare sui campi NBA, il suo valore come pedina di scambio non è mai stato in discussione. Lo sapevano bene i New York Knicks, che accarezzavano da tempo una ‘pazza idea’: ottenere i diritti sulla prima scelta e proporli ai New Orleans Pelicans tra le contropartite per Anthony Davis, stella già affermata il cui futuro è sempre più lontano dalla Louisiana. Invece, la lottery ha regalato un clamoroso colpo di scena: la prima scelta assoluta andrà proprio ai Pelicans, che partivano con appena il 6% delle probabilità. Uno sviluppo che cambia drasticamente le prospettive. Innanzitutto, portare Williamson a New Orleans potrebbe salvare la franchigia dal rischio di un trasferimento, reso sempre più concreto dalla questione-Davis. Inoltre, darebbe una brusca accelerata alla ricostruzione. Davis ha fatto intendere di voler comunque cambiare aria, ma il front-office dei Pelicans, con la certezza di avere già a disposizione la prima scelta, avrà una posizione di enorme vantaggio in qualsiasi trattativa di mercato.
I piani dei Knicks, che avranno la terza chiamata, restano pressoché invariati ma ora, per chiedere Davis, serviranno maggiori contropartite. In ogni caso, con lo spazio salariale per puntare ad almeno un grosso calibro in free-agency, è difficile che New York non includa la sua scelta in uno scambio. Idem dicasi per i Los Angeles Lakers, che si ritrovano con un’inaspettata quarta selezione. Senza dubbio i gialloviola parteciperanno all’asta per Davis, ma la terza scelta di New York potrebbe fare molta più gola a New Orleans; potenzialmente, i Pelicans potrebbero trovarsi con Zion Williamson, Ja Morant / R.J. Barrett, Kevin Knox e Mitchell Robinson. Non una bruttissima base su cui ricostruire… Dovesse sfumare l’assalto al Monociglio, la scelta dei Lakers potrebbe essere comunque spesa per accaparrarsi un altro grande nome (Bradley Beal?), obiettivo indispensabile per dare finalmente un senso all’approdo in California di LeBron James.
Tra i principali delusi dal sorteggio ci sono gli Atlanta Hawks. E’ vero, la scelta ottenuta dallo scambio Luka DoncicTrae Young (protetta fino alla numero cinque) non è stata rimandata a Dallas, ma in Georgia speravano in due chiamate più alte, rispetto all’ottava e alla decima.
Il principale merito della riforma della lottery, voluta da Adam Silver nel 2017, è di aver sostanzialmente reso vana la pratica del ‘tanking’. Se i Pelicans hanno ottenuto la prima scelta nonostante il 6% di possibilità, l’urna ha sorriso anche ai Memphis Grizzlies, che avevano chiuso la regular season con il nono peggior record. Mentre nel Tennessee si preparano ad accogliere una potenziale stella, squadre esplicitamente ‘votate a perdere’ come Cleveland e Phoenix dovranno accontentarsi, rispettivamente, della quinta e della sesta chiamata. Bene così; per la credibilità della NBA non poteva esserci notizia migliore.

AmeriLeague, la Grande Truffa del basket USA

“A volte, la realtà supera l’immaginazione” è un modo di dire forse abusato, in un mondo in cui lo storytelling è diventato così di moda. Quando si parla di basket americano (e soprattutto di leghe minori), però, spesso si fatica a credere alle vicende in cui ci si imbatte. Avete presente Prova a prendermi, il film del 2002 diretto da Steven Spielberg e interpretato (magistralmente) da Leonardo DiCaprio e Tom Hanks? Raccontava le incredibili peripezie di Frank Abagnale Jr., vero e proprio ‘mago della truffa’ che, negli Anni ’60, si intascò oltre due milioni di dollari assumendo svariate identità. Ebbene, un Frank Abagnale Jr. è esistito anche nel mondo della pallacanestro made in USA: vi è entrato nel 1996 con il nome di Glendon Alexander e ne è uscito, quasi vent’anni dopo, come Cerruti N. Brown, fondatore della AmeriLeague.
Il logo della AmeriLeague e il misterioso fondatore, Cerruti Brown
Il logo della AmeriLeague e il misterioso fondatore, Cerruti Brown
L’11 maggio 2015, sul canale YouTube di tale Cerruti Brown compare un video in cui viene annunciata la nascita dei Las Vegas Dealers, una franchigia che riporterà il basket professionistico nella ‘Sin City’. Nel promo viene spiegato che la nuova squadra sarà formata da un mix di atleti professionisti, giocatori di college e alcuni tra i migliori prospetti delle high school americane, e che in estate si esibirà in una serie di incontri, sia al Cox Pavillion sia in giro per l’Europa, contro avversari di area FIBA, alcuni addirittura di livello Eurolega. Qualche giorno prima, Brown aveva rilasciato un’intervista telefonica a Fox 5, TV di Las Vegas, in cui sosteneva di avere già importanti accordi con alcuni sponsor e di essere disposto a sborsare fino a 700 mila dollari per ingaggiare degli All-American.
La notizia fa alzare subito qualche sopracciglio; offrire agli studenti un’alternativa ben remunerata al college o al professionismo in continenti lontani potrebbe sconvolgere il sistema sportivo americano. Ci sono però alcune domande che si diffondono presto tra gli addetti ai lavori: chi è Cerruti Brown? Perchè il suo nome non compare in nessun database, nemmeno al di fuori del mondo sportivo? Com’è possibile che nessuno lo abbia ancora visto in faccia? E soprattutto, da dove arrivano i suoi soldi?
La prima a rivolgere tali quesiti al diretto interessato è Kami Mattioli, giornalista di Sporting News. Brown, naturalmente senza mostrarsi, sostiene di essere “un businessman che ha avuto un’intuizione”, a cui degli investitori hanno dato fiducia. Dichiara che il suo patrimonio arriva “da tutte le strade della vita”, che ha già parlato con molti atleti e con le loro famiglie, di avere l’approvazione ‘morale’ di alcune superstar NBA e di essere già d’accordo con il CSKA per una doppia sfida estiva sull’asse Las Vegas-Mosca. La Mattioli contatta prontamente la società russa, la quale però non dà alcuna conferma. La giornalista scopre anche che la proprietà dei Dealers è intestata a una società chiamata LV Basketball Enterprises Inc., registrata nel Delaware il 15 aprile 2015 (solo dieci giorni prima dell’annuncio via web della creazione del team). Perchè, invece, l’azienda non compare nei registri del Nevada, dove effettivamente la franchigia si dovrà insediare? E’ solo uno dei molti misteri che gravano intorno al progetto e alla figura di Brown.
Nel frattempo, l’intuizione del sedicente imprenditore prende forma. Se in origine era prevista una sola squadra itinerante, con il passare delle settimane si inizia a parlare di una vera e propria lega professionistica: la AmeriLeague. Vengono presentate otto franchigie, tutte con sede a Las Vegas: ai Dealers si aggiungono High Rollers, 702 Vegas, i15, Westerners, Wild Aces, Mambas e Flush, ma le ultime due falliranno durante l’estate. Viene spiegato che la stagione inizierà a fine ottobre e si concluderà a metà febbraio, e che la AmeriLeague porterà un’importante innovazione in campo commerciale: le maglie delle squadre avranno infatti gli sponsor. Inoltre, vengono annunciate delle selezioni che, da fine settembre a metà ottobre, si svolgeranno in diverse città degli Stati Uniti, con un costo di iscrizione di 275 dollari. Sembra tutto organizzato alla perfezione, mancano solo… i giocatori.
O meglio, alcuni nomi di rilievo vengono realmente ingaggiati, ma non si tratta certo degli All-American di cui parlava Brown. A detta dell’ufficio stampa dell’AmeriLeague, il processo di reclutamento delle giovani stelle è iniziato troppo tardi, quando i migliori prospetti si erano già accordati con i vari college. C’è però ottimismo sul fatto che l’operazione andrà in porto l’estate successiva (si parla addirittura di un pre-accordo con Josh Jackson, futura scelta in lotteria dei Phoenix Suns). Così, i giocatori di punta della nuova lega saranno principalmente degli ‘scarti’ NBA, da Royce White, scelto dagli Houston Rockets nel 2012 e protagonista di una lunga serie di vicissitudini extra-parquet, a Dajuan Wagner, uno che aveva segnato 100 punti in una partita liceale (il 16 gennaio 2001) e che si era ‘bruciato’ dopo quattro sole stagioni NBA (tra Cleveland e Golden State), passando per Al Thornton, Terrence Williams, David Harrison, Josh Selby e Antoine Wright, tutte ‘meteore’ nella lega di Adam Silver. Per ‘ingolosirli’, Brown arriva a proporre loro contratti da 200 mila dollari per quattro mesi scarsi di attività. Soldi che la D-League non potrà mai offrire. Soldi che, ovviamente, gli atleti in questione non vedranno mai.
Le esagerate offerte economiche non si limitano ai soli giocatori. A Ethan Norof, già editor del sito Bleacher Report, vengono proposti 150 mila dollari per diventare il primo commissioner della AmeriLeague. Norof accetta immediatamente, va a Las Vegas per incontrare Brown e l’accordo viene raggiunto. Quando finalmente riceve il contratto, però, si accorge che la cifra riportata nero su bianco è di soli 50 mila dollari, con una serie di clausole, imprecisioni e scappatoie che lo insospettiscono non poco. “Mi ha portato a fare colazione il primo giorno che sono arrivato a Las Vegas”, dichiarerà Norof. “In termini commerciali, quella è l’unica cosa che ho ottenuto. Quella, e una camera d’albergo, ma non lo conto.”. Dopo appena una settimana, la AmeriLeague non ha più il suo commissioner.
Passa l’estate ma non passano, anzi aumentano, i dubbi e i misteri riguardanti la AmeriLeague e il suo fondatore. Com’è possibile che, a poche settimane dal via, non siano ancora disponibili un calendario, un regolamento, nemmeno i biglietti delle partite (che risultano sempre “disponibili a breve”? Come mai ci sono sei franchigie e solo quattro allenatori ufficializzati (Joe Connelly, Tree Rollins, Paul Mokeski e Martin Knezevic)? Come si spiega che il quinto, Scott Adubato, annunciato ma mai presentato, risulti attualmente allenare in Colombia? E soprattutto, perchè Cerruti Brown non si fa vedere?
A quest’ultima domanda Marcus Bass, ‘direttore delle operazioni’ dell’AmeriLeague (che avrà un ruolo chiave nella soluzione dell’enigma), risponde sostenendo che Brown abbia occupazioni ben più importanti che interfacciarsi con i media. Qualcuno, però, riesce a vedere in faccia l’enigmatico ideatore della lega. Brian Moore, uno degli investitori contattati da Brown, lo incontra al Four Seasons Hotel di Las Vegas. Bastano pochi istanti a Moore per realizzare di conoscere già quel volto. I suoi sospetti si uniscono a quelli di Ethan Norof e di altre persone coinvolte nell’operazione-AmeriLeague, che si mettono presto in contatto tra loro: non è che dietro a Cerruti N. Brown si nasconde per caso Glendon Alexander?
Glendon Alexander con la maglia dei Cowboys di Oklahoma State
Glendon Alexander con la maglia dei Cowboys di Oklahoma State
Glendon Alexander era uno dei migliori prospetti liceali texani. Giocando per la Newman Smith Hig School, si era persino guadagnato la convocazione al McDonald’s All-American Game del 1996, evento a cui partecipavano atleti del calibro di Kobe Bryant, Rip Hamilton, Jermaine O’Neal, Stephen Jackson e Mike Bibby. Dopo quattro anni di college, passati tra Arkansas e Oklahoma State (dove raggiunge le Elite Eight al Torneo NCAA 2000), la sua carriera prende una strada piuttosto imprevedibile: quella che porta al carcere.
Poco dopo il draft 2000, in cui viene snobbato dalla NBA, emerge che Alexander, tra superiori e college, ha ricevuto oltre 75 mila dollari in sovvenzioni illecite, che gli hanno permesso di continuare a giocare senza nemmeno presentarsi alle lezioni. A Oklahoma State ha persino sottratto l’assegno di una borsa di studio al compagno Ivan McFarlin. Ma tutto questo è nulla, in confronto alle ‘imprese’ compiute al termine del suo percorso ‘accademico’ (tra moltissime virgolette). Nell’arco di dieci anni, Glen vive innumerevoli vite, collezionando una notevole somma di capi d’accusa; dalla frode bancaria e telematica al furto da 150 mila dollari (in contanti e gioielli) ai danni dell’ex giocatore MLB Derek Bell. Alexander confesserà di aver emesso assegni per quasi 50 mila dollari intestati al conto di un dentista dell’area di Dallas e di aver trasferito illecitamente oltre 1,5 milioni dal conto di Henry Mohney, proprietario di molti strip club in California (“E’ stato facile, avrei potuto portargli via tutto” dichiarerà Glen in tribunale). Tutto ciò porta all’incarcerazione del ‘genio della truffa’ presso il Seagoville Federal Correctional Institution, in Texas, da cui viene rilasciato l’11 ottobre 2005. Dopodichè, di Glendon Alexander si perdono le tracce, o quasi. Dopo il carcere diventa responsabile di un’accademia di basket in Iowa, e torna brevemente agli onori delle cronache perchè una madre, dopo aver ritirato il proprio figlio dalla scuola, chiede il risarcimento dei quattromila dollari della retta per “livello inadeguato dei pasti, degli alloggi e della preparazione cestistica”. Nel 2014, Glen dichiara di essersi lasciato tutto alle spalle, che la sua vecchia vita appartiene ormai al passato.
Eppure, tutte le strade portano a supporre che sia proprio lui a celarsi dietro il nome di Cerruti Brown. Effettivamente, indagini più approfondite mostrano dei collegamenti tra le due identità. Secondo i registri di nascita del Texas, un Cerruti Nino Brown è nato il 28 febbraio 1977. Il documento di nascita indica Rupert Nati Brown come il padre, che appare in altri documenti anche con il nome di Rupert Alexander, il nome del padre di Glendon. Non esiste invece un atto di nascita in Texas per Glendon Alexander, di cui però le biografie online e i rapporti giudiziari indicano come data di nascita il 28 febbraio 1978 e la sua città natale come Carrollton, Texas. Oltretutto, i database pubblici non presentano dati su nessun Cerruti Brown negli Stati Uniti, a parte l’atto di nascita in Texas e l’intestazione di una licenza commerciale del Nevada per la società LVD International. I funzionari dello stato del Texas e della contea di Dallas dichiarano però di non avere alcuna registrazione di un cambio di nome legale.

I crescenti sospetti sulla vera identità di Cerruti Brown gettano definitivamente nello scompiglio l’organizzazione dell’AmeriLeague. Il sito D-League Digest, tra i più attivi nell’inchiesta, chiede lumi a Jonathan Jordan, che aveva sostituito Ethan Norof come commissioner. La risposta è sconcertante: “Mi sono dimesso da commissioner dell’AmeriLeague. Per informazioni scrivete a c.brown@amerileague.com“. Poi tocca al programma di ESPN Outside The Lines raccogliere la testimonianza che fa calare la mannaia sul progetto. Marcus Bass inizialmente prende tempo, dicendo che il draft si sarebbe regolarmente svolto, poi vuota il sacco: Ho parlato con Cerruti Brown, gliel’ho chiesto espressamente, e lui ha ammesso di essere Glendon Alexander. Mi ha detto che si tira indietro, e di avvisare lo staff che a breve ci sarà una nuova proprietà. Sono scioccato.”. Un po’ la stessa reazione di Joe Connelly, uno dei presunti allenatori della lega, il quale rilascia al blog 2 Ways & 10 Days alcune dichiarazioni che esprimono al meglio l’assurdità della vicenda: “Il giorno prima di partire, un mio contatto mi ha chiamato e mi ha detto: ‘Pensaci bene, Joe… A volte le persone non sono quello che sembrano’. Era una persona fidata, per cui sono rimasto scioccato, Uno dei miei migliori amici, Brian Moore, vive a Las Vegas. Ha incontrato questa persona e mi ha mandato la foto. Quando ho visto la sua faccia, ho avuto un tuffo al cuore: Cerruti Brown era Glendon Alexander! Lo avevo già incontrato quando era un promettente liceale, a un camp con Kobe Bryant e Stephon Marbury. Vi rendete conto? Avevo addirittura comprato i biglietti per mia moglie e per i miei tre figli, e non erano neanche rimborsabili! Più tardi mi è stata offerta una panchina a Sidney; in pochi giorni, sono passato da Las Vegas all’Australia!”.
Dopo il servizio di Outside The Lines, sul sito (tuttora esistente; all’interno si trova un articolo di ESPN sulla vicenda) dell’AmeriLeague compare un messaggio, poi rimosso: “Cerruti Brown è Glendon Alexander. Yeah, dovreste cercarlo su Google, è un artista della truffa”. I contratti firmati sotto falso nome e i primi reclami per mancati pagamenti sanciscono ufficialmente la fine dell’AmeriLeague. Un’idea che avrebbe potuto dare un forte scossone al mondo cestistico americano, e che invece si è rivelata una colossale farsa, ha ingannato una moltitudine di persone in cerca della giusta opportunità (dai giocatori agli allenatori, dai dipendenti agli investitori) e ha mostrato fin dove possa spingersi l’ambizione umana.

Garbage Time, l’altra NBA – Episodio #2

Puntuale come la Brexit (ma avevamo avvertito che la cadenza sarebbe stata rigorosamente ferrettiana), torna Garbage Time, la rubrica che raccoglie il meglio del peggio di ciò che gravita intorno al mondo NBA. Questa edizione è senza ombra di dubbio una delle migliori due di tutti i tempi, soprattutto considerando che è la seconda. Come dite? Non sembra un motivo sufficiente per leggerla? Male: sappiate che una ricerca dell’università di Duke, condotta dal professor Piermike Krzyzewski (tuttora alle prese con delle assurde accuse di nepotismo), ha rivelato che, leggendo un’edizione di Garbage Time, tutte le altre rubriche sembreranno di colpo più interessanti. Come come? Basta con le cazzate e passiamo all’inutilissima Top 10 di oggi? Vaaaaaaa bene… Prima però, il consueto pippone preliminare.

Qualora il vostro disagio esistenziale fosse talmente elevato dal farvi apprezzare questa rubrica, scrivete il vostro IBAN nei commenti. O magari aprite un gustoso dibattito su quale sia la GOAT tra le rubriche NBA, se questa, quella di Jordan, quella di LeBron o quella di Doncic. Qualora doveste invece considerarla un insulto all’umana decenza, non esitate a esternarlo, dando sfogo alle vostre volgarità più fantasiose. Ma soprattutto, qualora aveste delle segnalazioni per i prossimi episodi, trovate il modo di recapitarcele, magari scrivendole nei commenti.
Per quanto stupido possa sembrare, questa è una rubrica multimediale. Per comprenderne a fondo gli snodi narrativi è INDISPENSABILE cliccare su tutti i link che compariranno (sono quelli scritti in blu, per i neofiti dell’Internet), inclusi quelli che vi proporranno di aumentare le dimensioni di organi vari (consiglio stile-Aranzulla: per maggiore comodità, fate ‘clic’ con il pulsante destro del mouse e selezionate “Apri link in un’altra scheda”). Alla fine di ogni posizione, troverete gli hashtag di riferimento per diffondere come il Vangelo queste idiozie sui social.

Disclaimer: parte dei demeriti per questa robaccia va attribuita a quelli della Kliq, che oggi saranno come minimo padri, se non addirittura madri di famiglia, per cui staranno tentando invano di insabbiare il loro passato inglorioso.

 

Posizione numero 10: Jakob Poltl

Mai sponsor fu più azzeccato
Mai sponsor fu più azzeccato

Tra le cose che non penseresti mai di vedere in un’arena NBA, soprattutto a metà marzo, ci sono indubbiamente un’invasione di pipistrelli e un giocatore che si è preso un’insolazione. A San Antonio sono successe entrambe. Se la questione-Batman era nota già ai tempi di Manu Ginobili (ma gli animalisti che fanno? E il PD?), la prodezza di Jakob Poltl è una perla inedita. Durante il primo quarto della gara contro i New York Knicks, dalla panchina degli Spurs si alza uno sconosciuto. A prima vista sembra Blake Griffin travestito da Donald Trump ma, non appena si toglie la felpa, tutto diventa più chiaro (anzi, fosforescente): è Poltl!

Il centro austriaco, per concentrarsi al meglio in vista della sfida contro i temibilissimi avversari, ha pensato di concedersi una bella pennica all’aperto. Al suo risveglio, guardandosi intorno, non ha trovato le verdeggianti foreste della terra natia, bensì un paio di cactus e un teschio di bufalo. Solo allora ha realizzato il madornale errore commesso. O almeno, questa è la versione (ok, forse un po’ romanzata) raccontata da Poltl; la verità sarebbe stata troppo lunga da spiegare… Superato (?) l’imbarazzo per la grottesca ‘abbronzatura da muratore’, l’impronunciabile lungo ha messo a referto una prestazione da 12 punti, 9 rimbalzi e ben 5 stoppate. D’altronde, era caldo già dalla palla a due

#ècaldocomeunastufa #gioventùbruciata #solechebattesulcampodipallone #sottoilsolesottoilsole #vorreiuncolortrump #behiosonolaureato #milleunomilleduemilletre #eraforseilsole #lamanodimanu

 

Posizione numero 9: Mario Chalmers

Mario Chalmers tra LeBron James e Dwyane Wade. Il tampering varca i confini della NBA
Mario Chalmers tra LeBron James e Dwyane Wade. Il tampering varca i confini della NBA

Chi segue la NBA da almeno 5-6 anni avrà certamente sentito parlare di Mario Chalmers. Per gli altri, un breve riepilogo: arriva da Anchorage, Alaska, il suo nome completo è Almario Vernard Chalmers, ha chiamato un figlio Zachias A’mario, un altro Prynce Almario e una figlia Queen Elizabeth. Nel 2008 ha vinto il titolo NCAA con Kansas (da Most Outstanding Player) anche grazie a una sua miracolosa tripla in finale, poi è stato cacciato dal programma NBA per l’inserimento dei rookie per essersi fatto beccare in stanza in compagnia di due allegre fanciulle (“Era tutto finalizzato all’inserimento!” ha inutilmente protestato Mario), qualche cannetta e la magica coppia Darrell ArthurMichael Beasley. Quindi, ha giocato quattro finali e vinto due titoli NBA da playmaker titolare dei Miami Heat, quelli di LeBron James, Dwyane Wade e Chris Bosh. Nel 2015 è passato ai Memphis Grizzlies, ma la rottura del tendine d’Achille ne ha compromesso la carriera. O almeno, quella NBA. Il buon Mario non poteva immaginare che i giorni migliori dovessero ancora arrivare. Il 3 marzo 2019, la Virtus Bologna annuncia il suo ingaggio, e la magia ha inizio.

Il mese che segue è poesia allo stato puro. Non stiamo parlando delle sue prestazioni in campo, ma degli episodi ‘di contorno’ che riportano ai fasti degli Anni’80, quando le stelle NBA venivano a ‘svernare’ da noi, godendosi la vita e preparandosi a una pensione dorata. Nel giro di poche settimane, il mitico ‘Rio’ ha regalato al pubblico tricolore una serie di perle che rischiano di mettere in ombra i suoi successi in patria.
Che si tratti di un personaggio da tenere d’occhio è evidente fin dalle sue prime dichiarazioni, tra le quali spiccano “Non ho scelto l’Italia, è l’Italia che ha scelto me” e “Ho assaggiato tortellini e tagliatelle ma, se DEVO tornare in forma, per un po’ di tempo sarà meglio stare lontano dalla pasta” (meglio concentrarsi sugli alcolici, come vedremo in seguito). Ai deliziati cronisti, Chalmers comunica di aver mandato a LeBron James un fotomontaggio che ritrae il Re, Dwyane Wade e SuperMario con la maglia della Virtus. Sostiene che LBJ abbia gradito, invitando l’ex compagno ad andarsene affan a godersi l’avventura emiliana e divertirsi. Un consiglio che Almarione seguirà alla lettera.

Nemmeno il tempo di conoscere il loro nuovo playmaker, che coach Sasha Djordjevic e squadra vedono comparire in palestra un tizio che sembra la perfetta fusione tra Russell Westbrook, James Harden alla premiazione per l’MVP e Jon Voight nella scena iniziale di Un Uomo Da Marciapiede. E’ nientemeno che Ray Allen, passato a trovare il vecchio amico dopo aver assistito alla partita di Champions League tra Juventus e Atletico Madrid. Preso dall’esaltazione, ‘He Got Game’ documenta il tutto in una Instagram story in cui, tra le altre cose, omaggia la Virtus con un bel “Non so come si chiama la squadra”.
Nel frattempo, Chalmers manifesta il suo ottimismo sulle possibilità delle ‘V Nere’ firmando un contratto per la prossima stagione nella lega BIG3, il festival della tamarraggine organizzato dal rapper Ice Cube. Piccolo dettaglio: la manifestazione comincerà il 22 giugno, data dell’eventuale gara-7 della finale scudetto, e terminerà a settembre inoltrato, quando a Bologna sarà già iniziato il raduno per il 2019/20.
Domenica 7 aprile, la Virtus perde contro Pistoia, ultima in classifica, una gara cruciale per la rincorsa ai playoff. Per festeggiare, Chalmers e alcuni compagni improvvisano una gita nella ‘vicinissima’ Milano, per andare a spaccarsi ammerda (come dicono in Alaska) in una nota discoteca meneghina. L’immancabile video, che immortala lo splendido quintetto in piena sintonia con le tradizioni locali, suscita lo sdegno di tifosi e società, a cui i protagonisti sono costretti a chiedere scusa. In una successiva apparizione pubblica (alla quale si presenta vestito come Ray Allen), però, Marione mette da parte l’ipocrisia, spiegando agli incuriositi astanti le reali motivazioni di quella visita.

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Posizione numero 8: Jordan Bell

Un indizio sul possibile acquisto di Jordan Bell
Un indizio sul possibile acquisto di Jordan Bell

Anche nelle famiglie perfette può esserci quello che i sociologi definiscono ‘il figlio pirla’, il Principe Harry o il Lapo della situazione. Nel mondo NBA, la ‘famiglia perfetta’ è rappresentata dai Golden State Warriors, mentre per il ruolo del ‘figlio pirla’ è avanzata prepotentemente la candidatura di Jordan Bell.
Dopo una stagione da rookie incoraggiante, coronata dal titolo NBA e dalla parata (di cui si è reso indiscusso protagonista) per le strade di Oakland, il rendimento e il minutaggio del lungo da Oregon sono visibilmente calati, in questo 2018/19. A gennaio, un suo acceso diverbio con coach Steve Kerr viene intercettato dalle telecamere, ma si tratta di un episodio del tutto irrilevante, se paragonato al più recente colpo di genio.

Il 27 marzo, la squadra è a Memphis, per affrontare i derelitti Grizzlies di Brunone Caboclo. In giornata, viene comunicato che Bell non scenderà in campo (e verrà multato di diecimila dollari) per “condotta deteriore nei confronti del team”. Col passare delle ore, i contorni della vicenda si fanno più chiari: la sera prima, il Jordan più famoso della storia NBA (no, non DeAndre) si trovava in albergo. Per combattere la noia le aveva provate tutte, anche coinvolgendo i compagni, ma niente. Ecco dunque l’ideona: a quanto pare, il guascone avrebbe ordinato qualche ‘extra’ all’hotel, addebitandolo però sul conto di… Mike Brown!
Jordanone si scusa prontamente con il basito assistente-allenatore e con un ancora più perplesso Steve Kerr, in una riuscitissima imitazione di Christian De Sica“Uno scherzo, una penitenza, una burla!”. Però, il mistero sulla natura dell’acquisto resta irrisolto. Nei giorni successivi emergono le ipotesi più disparate: un pupazzo a grandezza naturale di Mr. Potato, la maglia di Kevin Durant ai Knicks, un cofanetto con la prima stagione di La prova del Cook (programma culinario condotto da Antonella Clerici e Quinn Cook)… Un’indagine più approfondita apre però una nuova pista: nella hall dell’albergo c’è la filiale di un famoso discount del Tennesse, particolarmente abile nelle campagne pubblicitarie. Effettivamente, alcuni prodotti non sono per tutte le tasche, così il poco abbiente Bell ha dovuto fare di necessità virtù.

#airpostjordan #jordanbelljordanalltheway #ammazzoiltempo #staserapagamike #laprovadelcook #unoscherzounaburlaunacafonata #rubavivandeinacciaio #occhialidanuca #marioadirato

 

Posizione numero 7: il Big Baller Brand

I Ball viaggiano sempre in coppia
I Ball viaggiano sempre in coppia

Tranquilli, non avete cliccato per sbaglio sul sito di Scarpe Magazine (che, ci crediate o meno, esiste davvero). Anche nella seconda edizione di Garbage Time parliamo di calzature ma, come la volta precedente, non ci discostiamo più di tanto dal mondo NBA. Probabilmente, anche i lettori di Scarpe Magazine avranno sentito nominare almeno una volta LaVar Ball. In caso contrario, meglio specificare: non è una pastiglia anticalcare, e nemmeno uno spin-off del manga giapponese sui Sayan. Il tizio in questione è da un paio d’anni sotto i riflettori per due ragioni principali: è il padre di Lonzo, playmaker prima di UCLA, poi dei Los Angeles Lakers, e ha una gran voglia di far parlare di sè.
Tralasciando le sparate che lo riguardano in prima persona (anche se il concetto “uno-contro-uno posso battere Jordan, LeBron e Kobe, ma solo perchè Kobe si è infortunato” meriterebbe approfondimenti, soprattutto per l’ultima parte), Mr. Ball approfitta di ogni singolo mezzo per ‘pompare’ a dismisura l’incolpevole figliolo. Da proclami del tipo “è meglio di Stephen Curry” si passa ad autentiche profezie, come “sarà il rookie dell’anno” o “porterà subito i Lakers ai playoff”, ovviamente non realizzate. Se di primo acchito sembra che il suo unico obiettivo sia quello di far ‘posterizzare’ Lonzo da mezza NBA, con il passare dei mesi il diabolico piano si delinea più nettamente.

Il vero scopo del pittoresco personaggio è lanciare il Big Baller Brand, un marchio ideato per far tremare il mercato delle calzature sportive. Come unici testimonial, i tre figli di LaVar, condannati all’eterno ludibrio dall’inesauribile passione familiare per i nomi di merda: dopo Lonzo, ecco LiAngelo (inequivocabile risposta alla domanda “DoveAngelo?”) e LaMelo (da non confondere con Lamela, ex giocatore della Roma, e la mela, frutto dai presunti poteri curativi). Ok, non saranno quelle pippe di Jordan e LeBron, ma possono bastare per fare soldi a palate. Nel maggio del 2017, compaiono sul mercato le ZO2, al prezzo-lancio di… 495 dollari! A chiunque osi eccepire, come ad esempio Shaquille O’Neal, il Flavio Briatore californiano risponde: “Se non puoi permettertele, non sei un vero Big Baller”. A far abbassare la cresta al gallo e il prezzo delle scarpe, arriva un altro BBB: il Better Business Bureau, un’agenzia di rating sulle aziende, che giudica il Big Baller Brand “incapace di evadere con tempestività gli ordini”. Una valutazione esagerata e faziosa: come si fa a definire una consegna di quattro mesi (come indicato sul sito) “non tempestiva”??
Ma non saranno certo pochi haters a fermare il grande progetto di LaVar: per lui sky is the limit, non solo una piattaforma satellitare. Prima mette in commercio delle ciabatte da 220 dollari, giustificandosi con “sono paragonabili ai sandali di Gucci e Prada” (facile immaginarsi qualcuno che, mentre esci dalla doccia, ti chiede, adorante: “Wooooooowwww…. Ma sono le nuove BBB???”), poi gioca il carico pesante: le signature shoes degli altri figli. Se Lonzo, perlomeno, è già un giocatore NBA, i suoi fratelli, che per pietà comodità chiameremo Gelo e Melo, sono due ragazzini brufolosi dall’avvenire ancora incerto. Perciò, il Silvio Berlusconi di Chino Hills decide di volare basso: le MB1 (che non sono delle matite) e le GELO3 (che non sono dei contenitori per alimenti) costeranno la miseria di 395 dollari. Roba da barboni!

Ancora una volta, qualche invidioso prova a mettere i bastoni fra le ruote al Brand: è la NCAA, che ricorda a LaVar come gli studenti-atleti non possano percepire denaro da sponsorizzazioni. Il novello Cetto Laqualunque, al grido “‘ntuculu alla NCAA!”, porta i figli in Lituania. Anche perchè, nel frattempo, Gelo (che non è il malvagio scienziato di Dragon Ball) è stato sospeso da UCLA. Il motivo? Durante un tour della squadra in Cina, è stato beccato a taccheggiare degli occhiali da sole in un negozio. Se altrove se la caverebbe con uno schiaffo sul coppino, lì rischia fino a dieci anni di galera. A parargli le natiche arriva il babbo, che chiede addirittura l’intervento di Donald Trump, in visita diplomatica nel paese asiatico. Da quel momento parte un inverosimile ‘duello a distanza’ tra menti illuminate: Trump intercede, fa scarcerare Geluzzo e si prende pubblicamente i meriti, Ball gli dà del razzista, Trump lo definisce “il Don King dei poveri” e Ball risponde che non voterà per lui nel 2020. Un vero peccato che Il Processo di Biscardi non vada più in onda…
L’approdo dei Big Ballerz sul Mar Baltico è uno spot continuo per il loro marchio. L’azienda sponsorizza il Prienai, la nuova squadra dei ragazzi, e organizza tornei promozionali, salvo poi non pagare i premi in denaro promessi ai vincitori. Questa accusa, mossa dal club, spinge la carovana-BBB a tornare negli Stati Uniti, per fondare la Junior Basketball Association, altra lega promozionale presentata come “alternativa alla NCAA”. A completare la strategia espansionistica del brand, ecco le scarpe dedicate a LaVar (ribattezzate – con gran gusto – LaVariccis) e alla moglie Tina (le volevano chiamare LaTina, però il rischio di confonderle con la città laziale o con un orinatoio era troppo elevato).

Insomma, a furia di esagerare, il clown più controverso al mondo sta costruendo un piccolo impero. Un impero che adesso rischia di crollare. Nelle ultime settimane, infatti, il BBB ha subito una serie di durissimi colpi d’immagine, inferti nientemeno che dalla mano di colui attorno al quale era stato montato tutto: Lonzo, tu quoque! Il primogenito si è nettamente dissociato dall’azienda familiare; prima ha cambiato scarpe (con i Lakers che, a quanto pare, se ne sono usciti con l’epica domanda: “Ma non è che ti facevi sempre male per quello?”), poi ha coperto il (finissimo) tatuaggio del marchio BBB con due dadi (da gioco, non da brodo). Nel frattempo, un suo amico ha pubblicato su Instagram un video in cui getta le ZO2 nell’immondizia, accompagnato dalla didascalia “Scaricate la nostra merce”. Il principale motivo di questa rottura? Lonzo si sarebbe accorto che Alan Foster, amico (pregiudicato) del padre e co-fondatore del brand, si è intascato in maniera truffaldina un milione e mezzo di dollari. Una mazzata per la famiglia Ball, che ora pensa seriamente di chiudere l’azienda. Dopo un periodo di latitanza, Foster ha deciso di raccontare la sua verità in un documentario di pregevole fattura, in cui mostra le immagini dell’accaduto, spiega le ragioni del gesto e promette di redimersi. Nel filmato si può notare la reazione – tutto sommato composta – di LaVar al momento dell’infelice scoperta.

#iballviaggianosempreincoppia #scarpemagazine #ciaBBBatte #miofigghiomelo #ntuculuallaNCAA #sonotuoiquestirayban #ballvstrump #nonsonoleghistatantomenodimerda #ilmaxitelevisoredelcazzo

 

Posizione numero 6: la dirigenza dei Lakers

Magic Johson, Rob Pelinka e Jeanie Buss, conduttori della migliore sit-com NBA
Magic Johson, Rob Pelinka e Jeanie Buss, conduttori della migliore sit-com NBA

Parecchi anni fa, dopo l’ennesimo trionfo dei San Antonio Spurs, David Stern definì i texani “a team for the ages”, una squadra da tramandare ai posteri. Senza timore di smentita, anche i Los Angeles Lakers 2018/19 si possono descrivere come “a team for the ages”, ma forse non per gli stessi motivi. Nella scorsa edizione di Garbage Time avevamo seguito le prime puntate di questa imperdibile sit-com, soffermandoci sui picchi di humour raggiunti durante la vicenda-Anthony Davis e sul tampering acrobatico di Magic Johnson. Per la fortuna di questa rubrica e per lo sconforto dei tifosi gialloviola, anche i mesi successivi sono stati ricchi di colpi di scena, che hanno lasciato tutti in trepidante attesa dei prossimi capitoli della saga.

Riprendiamo dove avevamo lasciato l’ultima volta, ovvero alla polveriera-Davis. A tentare di calmare definitivamente le acque è intervenuta Jeanie Buss, colei che ha ereditato la proprietà della franchigia dal defunto padre, il grande Jerry. Una donna a quanto pare molto amata dai giocatori, anche se forse un po’ indigesta agli altri dipendenti. Jeanie ha accusato i media di aver diffuso fake news sulla mancata trade per AD, con argomentazioni del tipo: “Cioè, qualcuno è arrivato a dire che volevamo offrire tutti i giovani, otto veterani e un paio di ZO2 per un solo giocatore… Ma fatemi il piacere! Ma chi, noi? Una franchigia chiamata pazienza? Ma dai, che poi la gente ci crede davvero…”.
L’attacco diretto nei confronti della stampa non ha fatto altro che peggiorare le cose. Da quel momento, sono fuoriusciti sempre più rumors riguardanti il variopinto front-office californiano. Secondo uno di questi, la ‘fija de Mazinga’ e gli altri dirigenti erano convinti che le altre franchigie li stessero sabotando, rievocando all’improvviso il “gombloddo” di contiana memoria. Altri ancora si sono concentrati sulla curiosa trade che ha spedito il promettente Ivica Zubac, insieme a Michael Beasley, ai Clippers, in cambio del solo Mike Muscala. Secondo queste voci, diffuse da The Athletic, Magic sarebbe rimasto ben impressionato da Muscala dopo averlo visto in una partita contro i Lakers. E’ stato quindi lui a chiamare Jerry West, attuale dirigente dei Clips, per proporre l’affare. Sempre secondo l’autorevole sito americano, West si sarebbe dapprima dichiarato sorpreso, poi avrebbe addirittura deriso Magic, parlandone con gli amici. Da segnalare anche la presunta ‘strategia’ utilizzata nella costruzione del roster gialloviola: “Gli Warriors hanno sconfitto tutte le squadre ricche di tiratori, perciò non puoi batterli se giochi come loro. Genio!

L’aspetto più nebuloso della tragicomica situazione, però, è sempre stato quello relativo all’allenatore. Il 2018/19 di Luke Walton è stato un’altalena di emozioni. Inizialmente, Jeanie Buss si prodigava nel difenderlo, poi l’approccio è leggermente mutato: “Mi chiedete se Walton rimarrà? Non rispondo, decide Magic”. Peccato che Magic, il 9 aprile, annunci alla stampa le sue dimissioni, aggiungendo: “Jeanie non sa che sono qui”. In realtà, il nostro tamperista preferito aveva cercato di avvertire il suo capo, ma la Buss aveva preferito non rispondere. Jeanie aveva poi sfogato la sua esasperazione per le continue chiamate di Johnson con Rob Pelinka, il quale però non aveva manifestato particolare empatia. Nei giorni scorsi è emerso un gustoso retroscena secondo cui alle basi dell’imprevedibile passo indietro ci sarebbe una mail, intercettata per sbaglio da Johnson, in cui Jeanie e Pelinka ne criticavano l’operato. E poi dicono che lo Showtime non esiste più…

Sempre a detta dei numerosi insider, Magic aveva effettivamente intenzione di cacciare Walton; alla fine, se ne vanno entrambi. Dopo la separazione con i Lakers, Walton trova immediatamente un nuovo impiego, firmando con i Sacramento Kings. Per rimpiazzarlo, Jeanie e Pelinka hanno pronta una lista di nomi. Quando Doc Rivers fa velatamente capire di non essere interessato (“Resto ai Clippers finché Steve Ballmer non mi caccia”) e la pista Rick Carlisle sfuma bruscamente (il proprietario dei Mavs, Mark Cuban“Cosa ne penso? LOL. Se voglio ampliare il concetto? No, La mia risposta è LOL”), il cerchio si restringe su due candidati. Il primo è Monty Williams, già allenatore di Anthony Davis a New Orleans (coincidenze?), il secondo… Tyronn Lue! Sì, proprio quel Tyronn Lue, colui che, poche settimane prima, aveva telefonato a Walton per comunicargli un renziano “Stai sereno”. Come dite? Tyronn Lue era l’allenatore imposto da LeBron James a Cleveland? E allora? Malpensanti! Haters! Appuntamento alla prossima puntata…

#lakeshow #colpadeipoteriforti #lafijademazinga #uneroepositivo #soiocomebatterli #decidemagic #magicèquellocol23vero #nunmeattaccàerpippone #rispondiatuttiazzz #LOListheanswer #lukestaisereno #lèsemperlue

 

Posizione numero 5: James Dolan & Robert Sarver

James Dolan spiega con un rutto come dirigere una franchigia NBA
James Dolan spiega con un rutto come dirigere una franchigia NBA

Chi sono costoro? Ecco alcune possibilità: a) i titolari di uno studio legale, b) i co-autori dell’ultimo capolavoro di Luis Fonsi, c) i peggiori proprietari NBA. Viste le innumerevoli grane a cui sono andati incontro, per i soggetti in questione sarebbe meglio l’opzione a), mentre i tifosi di New York Knicks e Phoenix Suns sceglierebbero volentieri la b). Invece, gli argomenti fin qui trattati suggeriscono di concentrarsi sul mondo della palla a spicchi. Le imprese di Jimmy & Bobby fanno sembrare quella dei Lakers una gestione oculata e lungimirante, in confronto al supplizio a cui sono sottoposti da anni gli appassionati di basket, nella Big Apple come nel deserto dell’Arizona.

Dolan è il classico esempio di individuo ‘nato con la camicia’. Dal padre, Charles, ha ereditato la proprietà della Cablevision, tra i partner del gruppo che gestisce il Madison Square Garden. I frequenti problemi con alcol e droghe (nel 2003, pur senza mollare la poltrona, finirà in riabilitazione) e le implicazioni in casi di abusi sessuali lo rendono il profilo perfetto per guidare una franchigia di grande tradizione come i Knicks. Sarà un caso, ma dal 1999, anno in cui Dolan ha assunto il pieno controllo della squadra, New York si è imposta come la franchigia più imbarazzante della lega. Lo stesso commissioner NBA, David Stern, arriverà a sentenziare: “I Knicks non sono un modello di gestione intelligente”. Ogni volta che i tifosi vengono interpellati su quale sia il peggior owner dello sport americano, il risultato dei sondaggi è immutabile: James Dolan. Decenni di sconfitte, contratti folli ai giocatori e agli allenatori sbagliati e decisioni piuttosto impopolari (come quella di trasformare il contestatissimo presidente Isiah Thomas nel contestatissimo allenatore Isiah Thomas), lo hanno reso il simbolo di una cultura perdente. Da troppo tempo, ormai, i tifosi chiedono la sua testa, più o meno velatamente.

Nel 2015 un fan di 73 anni gli scrive una lettera che, oltre a essere molto ‘old school’, si rivela molto critica nei suoi confronti. Interrogato dalla stampa, Dolan definisce il mittente “una persona triste, probabilmente un alcolista, poi gli consiglia di dedicarsi ai Nets “perchè i Knicks non lo vogliono”. L’indignazione cresce ma il nostro eroe, anziché scusarsi, archivia rapidamente la questione, descrivendola come un qui pro quo, un misunderstanding o qualche altra parola altrettanto fastidiosa.
Due anni dopo, mentre i Knicks vanno sempre più a fondo, il suo nome torna prepotentemente (è il proprio il caso di dirlo) d’attualità. Charles Oakley, pilastro della cattivissima New York di Pat Riley negli Anni ’90, viene arrestato sugli spalti del MSG dopo averlo duramente contestato. Seguono giorni roventi a Manhattan; Oakley definisce Dolan “un bullo arricchito”, Dolan minaccia di bandire a vita il suo ex-giocatore dall’arena, Spike Lee (noto tifoso bluarancio) si presenta al Garden indossando la maglia numero 34 di ‘The Oak’. Nel tentativo di placare gli animi intervengono addirittura Michael Jordan e Phil Jackson, rispettivamente compagno (e grande amico) e allenatore (e al momento dei fatti presidente dei Knicks) di Oakley ai tempi dei Chicago Bulls.
Il caso più recente è notizia dello scorso marzo, e le dinamiche sono grossomodo le stesse. Inspiegabilmente indispettito dall’andamento della squadra, titolare del peggior record NBA (per distacco), un tifoso contesta a gran voce Dolan. Il proprietario risponde prima con delle accuse (“Mi ha teso una trappola, mi ha stalkerato!”), poi minacciando la solita interdizione. A quel punto, inizia una vera e propria ‘lotta di classe’; un gruppo di fan stampa e distribuisce delle magliette con scritto “BAN DOLAN”, la security del Garden le confisca, il proprietario ribadisce: “Non vendo la franchigia”. Dopodiché, dice addio all’ennesima stagione trionfale con una massima, decisamente benaugurante: “Da quello che ho sentito, avremo una free-agency di successo”. Maledette voci di corridoio…

Il ‘James Dolan del West’ è senza ombra di dubbio Robert Sarver. Per capire con chi abbiamo a che fare basta pensare all’episodio in cui il ‘vulcanico’ (parola usata spesso al posto di ‘stronzo’) proprietario dei Suns fa trovare nell’ufficio del general manager, Ryan McDonough, un gregge di capre. L’intento? Fargli capire che è il momento di portare in squadra il futuro GOAT (in inglese “capra”, ma anche acronimo di Greatest Of All Time). Il risultato? Facilmente intuibile. Sarver è furioso: se un sottoposto non coglie al volo un’allusione così elegante, è destinato a durare poco. McDonough viene cacciato a pochi giorni dall’inizio della stagione 2018/19. Per sostituirlo si pensa a Steve Nash, ma il due volte MVP risponde con una risata talmente forte da procurargli un nuovo infortunio alla schiena. Si opta allora per James Jones, che ha avuto due principali meriti come cestista: essere compagno di LeBron James sia a Miami che a Cleveland (tradotto: tre anelli in bacheca) e finire la carriera a Phoenix senza sbattere la porta in faccia a Sarver, come invece hanno fatto tutti gli altri. Jones viene presentato come soluzione ad interim, ma non viene mai rimpiazzato. Mentre Devin Booker elargisce cinquantelli e DeAndre Ayton macina doppie-doppie, l’ennesima stagione dei Suns finisce in malora; per il terzo anno consecutivo, Phoenix chiude sul fondo della Western Conference. Durante il tragitto, però, l’uomo che fissa le capre lascia ai posteri un paio di perle niente male. Se pensate che la trade con Memphis, saltata perchè Sarver e il suo staff hanno confuso MarShon Brooks con Dillon Brooks, sia l’apice del grottesco, forse non avete approfondito a dovere la vicenda-trasferimento.

L’11 dicembre, Bobby minaccia pubblicamente di portare la franchigia lontano da Phoenix (Las Vegas o Seattle) qualora la città non sovvenzioni il rinnovamento della Talking Stick (che qualcuno ha amaramente ribattezzato Tanking Stinks, traducibile in perdere fa schifoResort Arena. Due giorni dopo, Devin Booker risponde twittando “I love Phoenix”, ma la reazione più eclatante è quella di Greta Rodgers, novantenne attivista locale. L’arzilla cittadina tiene un discorso ai membri del consiglio comunale, in cui massacra senza pietà il ‘povero’ businessman. Il memorabile intervento è riassumibile così: “Sarver è proprietario da 14 anni e non ha mai fatto niente. E’ così tirchio che, quando cammina, si sente il rumore delle monete. Dovreste vergognarvi anche solo a trattare con un individuo del genere. Noi non paghiamo le tasse per aiutare delle aziende private, soprattutto quelle d’intrattenimento. Che si finanzino da soli, oppure che falliscano per la loro incompetenza!. 92 minuti di applausi. Inizialmente si fatica a comprendere le ragioni di tanto astio, ma un’indagine più approfondita rivela che il magnate e la vecchina hanno una questione in sospeso da tempo.

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Posizione numero 4: Spencer Butterfield

Spencer Butterfield inganna il tempo mentre insegue il suo sogno. Che non è la NBA
Spencer Butterfield inganna il tempo mentre insegue il suo sogno. Che non è la NBA

E’ vero, la vicenda risale a qualche mese fa e non riguarda strettamente il mondo NBA, ma il faccione pulito di Spencer Butterfield è l’immagine perfetta per aprire questa trilogia dedicata a coloro che hanno cambiato strada, allontanandosi dal parquet (anche se non del tutto, in questo caso) per seguire la loro vera vocazione.

Nato a Provo, cittadina sperimentale dello Utah famosa per il suo formaggio piccante, e cresciuto nel nord della California, Butterfield torna nello Stato dei Mormoni, dove gioca per due stagioni con la maglia di Utah State, college minore della Division I NCAA. Pur essendo un ottimo tiratore, non è certo materiale da NBA. Così nel 2014, terminati gli studi, inizia un vorticoso tour europeo. Prima tappa a Melilla, seconda divisone spagnola (anche se la città si trova geograficamente in Marocco; ma, come dicono lì, sticazzi), poi si va… alla Juventus! Piano con gli entusiasmi o con le invettive; vi sorprenderà sapere che non parliamo di calcio, bensì della BC Juventus, squadra (di basket) della prima divisione lituana nota per essersi auto-assegnata due scudetti in più. La grande occasione arriva però con il Nanterre 92, club francese fondato nel 1927, ovvero… 92 anni fa!! (anche se, con nostra somma delusione, il nome è dovuto alla zona geografica, identificata con FR-92). In maglia biancoverde, Spencer vince Coppa di Francia e FIBA Europe Cup, competizione in cui lascia un segno indelebile il 14 marzo 2017; 39 punti (pareggiato il record all-time) e 11 triple segnate (superato il record all-time). Dopo una stagione in Germania, con l’Alba Berlino, sbarca finalmente nel nostro Paese, firmando con Reggio Emilia.

La sua esperienza con la Grissin Bon (a proposito, Greta Thunberg ha fatto sapere che la sua prossima campagna sarà volta ad abolire gli sponsor dai nomi delle squadre) dura solo quattro partite. A inizio novembre, infatti, viene fermato da una lussazione a un dito del piede. Prognosi: cinque settimane. Butterfield saluta i compagni e vola negli Stati Uniti per dei controlli medici, ma da quel momento… sparisce. Per circa un mese, la società prova a rintracciarlo in ogni modo; gli telefona, scrive ai parenti, mette la sua foto sul cartone del latte, ma niente. Quando Enrico Ruggeri è ormai pronto per un’edizione straordinaria di Mistero su Italia Uno, arriva il colpo di scena; Butterfield annuncia di voler rescindere il contratto. La motivazione si apprende solo qualche giorno più tardi, quando il ragazzo pubblica un leggendario post su Instagram. La foto ritrae lui e la compagna in una posa da Congresso sulla Famiglia, e la didascalia si può riassumere così: “Finalmente, il sogno della mia vita si avvera. Sono orgoglioso di essere diventato un agente immobiliare! Anzi, se conoscete qualcuno che vuole vendere o comprare casa, contattatemi!”. Con buona pace della Pallacanestro Reggiana (e della pallacanestro in generale), Spencer appende così le scarpe al chiodo per dedicarsi alla sua nuova, impronosticabile avventura. Oggi, dopo un difficile periodo di apprendistato, sembra che la seconda carriera di Butterfield stia finalmente prendendo piede.

#matrovatiunlavorocazzo #dalletriplealtrilocale #lamettedacasatua #latranquillitàdifarecanestro #comelajuvelituana #chiprovaprovononlolasciapiù #bellaquaapalma #nunmaasottovalutàstafinestra

 

Posizione numero 3: Royce White

Royce White all'inizio (ma anche alla fine) della sua carriera NBA
Royce White all’inizio (ma anche alla fine) della sua carriera NBA

L’assurda storia di Royce White, che di recente si è arricchita di nuovi, intriganti capitoli, ha certamente dei risvolti molto delicati, visti i problemi del ragazzo. Guardandola dalla mera prospettiva cestistica, però, è la definitiva dimostrazione di come il draft NBA nasconda innumerevoli insidie.
White, nato e cresciuto a Minneapolis, è un giocatore di enorme talento, ma dalla personalità alquanto complicata. I due aspetti finiscono per collidere pesantemente nel 2009, quando inizia la sua carriera collegiale. Reclutato da University of Minnesota, non gioca nemmeno una partita per i Golden Gophers. A metà ottobre, infatti, viene sorpreso a taccheggiare in un negozio di abbigliamento; per tutta risposta, Royce aggredisce la guardia, beccandosi una denuncia e una sospensione a tempo indeterminato dalle attività sportive. Lontano dal parquet ne combina di tutti i colori; nonostante abbia un buon rendimento scolastico e sia un grande appassionato di musica, non riesce proprio a star lontano dal crimine. Sebbene alcuni tentativi siano piuttosto maldestri, la sua fedina penale, al primo anno di college, è già di altissimo livello. Accusato, tra le altre cose, di furto di computer e ripetute violazioni di domicilio, White viene allontanato dall’ateneo. Passa così a Iowa State, alla corte di quel Fred Hoiberg che aveva conosciuto nel Minnesota. Salta la prima stagione per problemi di transfer, ma nel 2011/12 scende finalmente in campo. Ed è subito dominante; guida i Cyclones per punti, rimbalzi, assist, recuperi e stoppate. La squadra partecipa al torneo NCAA, ma viene eliminata al secondo round dai Kentucky Wildcats di Anthony Davis, futuri campioni. White è ormai da tempo nei radar NBA, ma durante la stagione gli viene diagnosticato un “disturbo d’ansia generalizzato”, che ne abbassa nettamente le quotazioni. Viene selezionato con la sedicesima scelta assoluta al draft 2012 dagli Houston Rockets, che impiegheranno ben poco a capire chi si sono portati in casa.

Royce è mosso da nobilissime cause, ma pianta fin da subito una serie di colossali grane che lo rendono presto inviso alla dirigenza. Quando inizia il training camp, lui non si presenta. Richiede ufficialmente un incontro con i vertici dei Rockets e della NBA stessa, nel quale discutere delle politiche sulla salute mentale. L’appello viene ascoltato, ma ogni tentativo viene ritenuto insufficiente dal giocatore, che si rifiuta persino di unirsi ai Rio Grande Valley Vipers, affiliata D-League dei Rockets. Nel frattempo, chiede e ottiene il permesso per andare in trasferta in pullman, invece che in aereo. Volare gli provoca ansia e i farmaci ne limiterebbero le prestazioni e gli causerebbero dipendenza. Il front-office è sempre più disorientato e a gennaio, senza aver disputato nemmeno una singola partita, White viene sospeso per inadempienza contrattuale. A febbraio, la matassa sembra sbrogliarsi, e finalmente Royce debutta con i Vipers. La tregua dura pochissimo; poco più di un mese dopo, d’accordo con il suo medico, White dichiara di non voler più giocare in D-League. Disputa altre sei gare (tutte in casa), poi dà definitivamente forfait per i playoff, a suo dire “eccessivamente stressanti”. Per i Rockets è decisamente troppo. A fine stagione, Royce viene spedito ai Philadelphia 76ers.
In Pennsylvania, l‘epopea continua. White si presenta al media day carico di buone intenzioni ma, sull’aereo che porta in Spagna (dove i Sixers svolgeranno un tour di preparazione), lui non c’è. Il giorno prima dell’inizio della stagione 2013/14, viene tagliato. Quando tutto sembra perduto, ecco l’inattesa svolta; nel marzo 2014, i Sacramento Kings (che hanno sempre posto per i ‘casi umani’) lo ingaggiano con due contratti da dieci giorni. In quel periodo, Royce fa in tempo a debuttare in NBA, anche se i suoi numeri non sono proprio quelli di Wilt Chamberlain. In tre apparizioni, totalizza 8 minuti e 54 secondi, ‘impreziositi’ da un triste ‘0’ in tutte le colonne statistiche, ad eccezione di un epico tiro tentato nei 49 secondi di garbage time contro i Milwaukee Bucks. La sua carriera NBA si conclude così, ma di certo non la sua bizzarra storia.

White sparisce dai radar per due anni e mezzo, con la notabile eccezione di una Summer League disputata nel 2015 con i Los Angeles Clippers. Quella stessa estate si accorda per entrare a far parte dell’AmeriLeague, nascente lega minore con sede a Las Vegas, ma anche questa vicenda sfocia presto nel paradossale; si scopre infatti che il fondatore della lega, tale Cerruti Brown, altri non è che Glendon Alexander, ex-promessa liceale con numerose condanne a carico per truffa. Il novello Frank Abagnale, la cui storia meriterebbe un film, ha lasciato per strada una scia infinita di debiti, così la nuova lega non vede nemmeno la luce.
Nel dicembre 2016, White firma con i London Ligthning, franchigia della massima serie canadese (sì, esiste una London nell’Ontario e sì, è bagnata dal fiume Tamigi – entrambi frutti della megalomania coloniale britannica). Improvvisamente, la ‘bestia’ che è in lui si risveglia. Il primo anno, Royce viene eletto MVP stagionale e trascina i Lightning al titolo, con una prova da 34 punti, 15 rimbalzi e 9 assist nella decisiva gara-6 delle Finals, mentre nella stagione successiva è il miglior realizzatore della NBLC. Ad aprile, però, aggredisce un ufficiale di gara. L’episodio gli costa undici partite di squalifica e, allo stesso tempo, decreta la fine della sua avventura canadese.

La sua (molto) breve ma (molto) intensa carriera cestistica è ormai al capolinea, ma c’è ancora tempo per un degno epilogo. Il 12 luglio 2018, chiamato da Larry Brown, firma per l’Auxilium Torino. L’eccitazione, all’ombra della Mole, è palpabile; peccato che White non sbarcherà mai in Italia. Il 23 agosto, dopo continui ed esasperati solleciti, la società decide di annullare il contratto.
Ancora una volta, dell’ex-promessa NBA si perdono le tracce. Lo scorso febbraio, però, il nostro eroe ricompare, per regalarci gli ultimi, spettacolari colpi di teatro. Prima annuncia il suo futuro approdo nella BIG3, come Mario Chalmers, poi dichiara di volersi cimentare con le arti marziali miste, sulle orme tracciate dal mai dimenticato Darko Milicic con la boxe. Le sue argomentazioni non fanno una piega: “Sono uno dei miglior atleti al mondo. Le mie doti si possono sfruttare perfettamente nella UFC”. Pubblica anche un libro, intitolato MMA x NBA: una critica allo sport moderno in America e, notizia di questi giorni, la sua conversione in fighter verrà raccontata in un film, di cui è già disponibile il trailer.

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Posizione numero 2: Chris Douglas-Roberts

Una volta, quest'uomo era un giocatore NBA
Una volta, quest’uomo era un giocatore NBA

C’è chi lascia il basket per diventare un agente immobiliare e chi per menare le mani, poi c’è lui. Chris Douglas-Roberts è stato un giocatore NBA; sei stagioni nella lega, di cui tre oneste ai New Jersey Nets (2008-2010) e ai Milwaukee Bucks (2010/11) e tre dimenticabili tra Mavericks, Bobcats (brivido!) e Clippers. Ma la sua carriera sui parquet americani viene completamente eclissata da due interviste, rilasciate nel corso degli anni, che lo proiettano di diritto nella Hall Of Fame di questa rubrica.

La prima risale al 2012, quando CDR cercava invano un posto nel roster dei Los Angeles Lakers. La stagione precedente l’aveva trascorsa a Bologna, con la maglia della Virtus. Un’esperienza che il Genio descrive così: “Io e la mia compagna non sapevamo a cosa andavamo incontro. Condizioni di vita non buone, casa piccola e nessuno che parlasse inglese. L’acqua calda è arrivata solo nella nostra ultima settimana, e per fare il bagno alla nostra piccola Ze Alexandria dovevamo prendere l’acqua dalla cucina. C’erano viaggi di sei ore da fare in pullman senza mangiare, e dormivamo in stanze da due letti: per uno alto come è me non è mica facile… Nello spogliatoio si parlava di ragazze, ed era divertente ascoltare le stesse storie che si ascoltano ovunque, in un inglese semplice ma comprensibile. Poi si mangiava pasta tutti i giorni, là è così, pasta con pollo alla griglia. Io chiedevo la salsa Alfredo, la salsa bianca, e mi guardavano come se fossi pazzo. Peppe Poeta mi ha spiegato che la pasta americana è un po’ come il rap finlandese: non è quella vera. Poi la musica… Ascoltano rap normale e non il gangsta rap, vogliono che nelle radio ci siano Alicia Keys e Jay-Z, non ci sono mix come Meek Mill, perché non lo ascoltano.”

La seconda intervista è del febbraio 2019 (lo stesso, indelebile periodo in cui Royce White annunciava la nuova carriera nel puggilismo). Nello sgomento generale, Chris comunica che la sua nuova identità è “Supreme Bey”, spiegando questa svolta con delle massime da incidere nella pietra: “Supreme è il mio vero io. Chris Douglas-Roberts era solo chi ero fino a quando non ho scoperto me stesso. Ora, questa è la mia anima che parla. Sono un essere di luce, amore e conoscenza. Prima ero solo un corpo e una voce. Siamo anime. Questo corpo è solo una nave che usiamo per questo tempo su questo pianeta. Il mio scopo principale nella vita è di migliorare l’umanità. Non sono un supereroe, ma in un certo senso lo sono. Mi sento come Capitan Planet a volte. Sono il capo della mia vita. Gestisco la mia vita come voglio. Non sono più solo un giocatore di basket. Il mio scopo è più grande delle cose. Con il basket, mi sentivo come se fossi stato confinato, alcune volte intrappolato. Non puoi fare e dire certe cose. Non volevo che la mia vita fosse così. Sono uno spirito libero. Non voglio che qualcuno mi gestisca.”

Serve aggiungere altro?

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Posizione numero 1: Don Nelson e la ‘vida loca’ NBA

Dietro a quell'espressione stonata si nasconde l'allenatore più vincente della storia NBA
Dietro a quell’espressione stonata si nasconde l’allenatore più vincente della storia NBA

Prese singolarmente, le psichedeliche esternazioni di Douglas-Roberts potrebbero essere semplicemente considerate come deliri occasionali. Negli ultimi mesi, sono però saliti alle cronache diversi casi che portano a pensare che stia succedendo qualcosa di più grande. Dimentichiamoci della NBA ‘politically correct’, quella pensata per le famiglie e ricca di modelli positivi; un’ondata di ribellione sta attraversando gli Stati Uniti, cercando di spianare il terreno per una nuova era all’insegna della trasgressione.

Prendiamo Alvin Gentry, ad esempio. Al termine della partita del 4 marzo, vinta dai suoi New Orleans Pelicans sul campo degli Utah Jazz, l’allenatore inizia a biascicare qualcosa ai giornalisti a proposito del pick’n’roll avversario. Dopo essersi interrotto per un fugace ruttino, Gentry ridacchia: “Scusate, mi sono fatto un paio di birre!”. Il suo collega dei Los Angeles Clippers, Doc Rivers, vuole invece raccontare un curioso episodio, avvenuto a poche ore dall’inizio di gara-2 contro i Golden State Warriors: “Vorrei fare un saluto al tizio di San Francisco che ho incontrato in un angolo, mentre camminavo per strada. Mentre prendevo il telefono, dalla tasca mi sono caduti duemila dollari. Io non mi sono accorto e ho continuato a camminare. Il tizio mi ha bussato alla spalla e mi ha detto: ‘Hey, questi sono i tuoi soldi!’. Non conosco tanti altri posti in cui sarebbe successo. Chiunque egli fosse, avrebbe avuto dei biglietti omaggio se non fosse corso via!”. Perché Rivers girava con duemila dollari in tasca per le strade di San Francisco? E chi ha introdotto gli alcolici nello spogliatoio dei Pelicans?
Quando sembra che questi interrogativi siano destinati a rimanere tali, gli inquirenti iniziano a collegare i due eventi con un’altra pista, quella delle droghe leggere. A fine marzo Kwame Brown, una delle peggiori prime scelte assolute nella storia del draft NBA, viene arrestato per possesso illegale di erba e prodotti commestibili alla marijuana. Qualche settimana prima, Rajon Rondo era rientrato dalla pausa per l’All-Star Game con dei dolori alla schiena. La sua giustificazione? “Penso di aver dormito su un letto scomodo in Giamaica”. Passati alcuni giorni, il mitico Rajone si fa notare per un altro episodio bizzarro: richiamato in panchina da coach Luke Walton, invece che accomodarsi di fianco ai compagni si piazza su uno sgabello della prima fila, guardando l’ultimo minuto tra il pubblico, con l’espressione facciale di Enzo Salvi quando enuncia il suo celebre “Mamma mia, comme sdoo…”.

Esaminando le immagini, a uno degli investigatori viene un’improvvisa intuizione: “E se dietro a tutto questo ci fosse… Nellie?”. ‘Nellie’ è il soprannome di Don Nelson, ovverosia l’allenatore ad aver vinto più partite nella storia NBA. Dopo aver rivoluzionato la pallacanestro, alla guida di Milwaukee Bucks, Golden State Warriors e Dallas Mavericks, Nelson si gode la pensione. Dimenticatevi delle bestemmie a briscola o delle valutazioni ai cantieri; stando alle parole del figlio Donnie, “Papà è felice. Vive a Maui, nelle Hawaii, dove sorseggia Mai Tai e osserva il tramonto e le balene.”. Nel ‘magico’ febbraio 2019, però, il vecchio Nellie aggiunge dell’altro, dai microfoni della Oracle Arena: Cosa faccio in pensione? Fumo Marijuana! Non mio mai fumato quando ero giocatore o allenatore. E’ una cosa nuova per me. Comunque, fumo marijuana e mi godo la vita. Ora che è legale, me la godo!”.
Per fugare ogni sospetto, gli inquirenti recuperano le registrazioni di alcune telecamere poste in prossimità della casa vacanze di Rondo, nel nord della Giamaica. In uno di questi filmati, viene effettivamente documentato l’incontro tra un entusiasta Rajone e Nelson, come sempre foriero di buone notizie. Immagini che rappresentano una prova inconfutabile del ruolo attivo di Nellie in questa improvvisa svolta ‘lisergica’ della NBA, e che fanno salire alle stelle la curiosità per i prossimi sviluppi della saga. Una volta recuperati i reperti che inchiodano Kwame, Rivers e Gentry, potremmo trovarci di fronte a qualcosa di veramente… Epico.

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Garbage Time, l’altra NBA – Episodio #1

Regular Season NBA 2018/2019 – Le pagelle (seconda parte)

A metà aprile, in NBA si inizia a fare sul serio; ai playoff tutti i nodi verranno al pettine, il reale valore delle squadre emergerà. E’ durante la regular season, però, che si trovano le alchimie e i ritmi necessari per arrivare pronti alle partite che contano. Come ogni anno, approfittiamo della chiusura della stagione regolare per dare i voti alle trenta franchigie. Con un occhio alle aspettative della vigilia, cercheremo di capire come le sedici qualificate si presentano alla post-season, e proveremo a fare un bilancio finale sulle quattordici che pensano già alle vacanze. E’ il momento del ‘pagellone’ 2018/19!

(La prima parte è visibile a questo link)

 

Miami Heat: voto 5

Coach Erik Spoelstra e Dwyane Wade. Per il numero 3, il 2018/19 è stata la stagione d'addio
Coach Erik Spoelstra e Dwyane Wade. Per il numero 3, il 2018/19 è stata la stagione d’addio

Se il tuo miglior giocatore è un trentasettenne che ha annunciato da tempo il pensionamento, vuol dire che la tua franchigia ha qualche problema. Miami si è presentata alla festa d’addio di Dwyane Wade a mani vuote, senza il biglietto valido per l’ultima corsa del leggendario numero 3 ai playoff. Il 2018/19 degli Heat è stato la mediocrità fatta stagione, tanto che gli unici momenti da ricordare sono stati il commiato a Wade e il ritiro della maglia di Chris Bosh; gli ultimi simboli di un’epoca gloriosa, ma ormai lontana. Indubbiamente, gli infortuni che hanno tenuto a lungo fermi Goran Dragic, Dion Waiters e James Johnson hanno influito, ma coach Erik Spoelstra non è riuscito a spremere nulla di eclatante dagli altri uomini di punta. Josh Richardson e Justise Winslow hanno chiuso con le migliori cifre in carriera, ma il vero salto di qualità non è arrivato. Hassan Whiteside ha continuato la sua parabola discendente, pur confermandosi una macchina da doppie-doppie; è facile pensare che l’anno prossimo, con il contratto in scadenza, lascerà sempre più spazio al più giovane e ‘affamato’ Bam Adebayo. A proposito di giovani, il ventunenne Derrick Jones Jr. ha ridato un po’ di entusiasmo ai tifosi con le sue devastanti schiacciate; se riuscisse ad ampliare il suo bagaglio offensivo, magari seguendo le orme di Zach LaVine, per una franchigia ‘immobilizzata’ dal monte salari ingolfato ci sarebbe un minimo di speranza.

 

Milwaukee Bucks: voto 9

Coach Mike Budenholzer e Giannis Antetokounmpo, protagonisti del grande 2018/19 dei Bucks
Coach Mike Budenholzer e Giannis Antetokounmpo, protagonisti del grande 2018/19 dei Bucks

Il 10 non arriva solo perchè l’avevamo dato agli Warriors versione 2015/16 (quelli del 73-9), ma la regular season dei Bucks è stata pressoché perfetta. Solidamente al comando della Eastern Conference dall’inizio alla fine, hanno chiuso col miglior record della lega, col probabile MVP (Giannis Antetokounmpo) e col quasi certo Coach Of The Year (Mike Budenholzer). Ma a far sorridere Milwaukee non sono solo bilanci e riconoscimenti, bensì la consapevolezza di aver compiuto un passo che, l’anno scorso, sembrava più lungo della gamba: diventare una contender.

Coach Bud ha cucito il suo gioco su misura per le caratteristiche fuori dal comune del fenomeno greco-nigeriano, circondandolo di tiratori (ma al contempo abili penetratori) per lasciargli l’area sgombra. Un po’ come ha fatto Mike D’Antoni con James Harden. Con tutti gli effettivi pienamente coscienti del loro ruolo e delle loro responsabilità, il gruppo si è presto uniformato in una vera e propria corazzata. Ecco dunque Malcolm Brogdon ed Eric Bledsoe non solo coesistere, ma addirittura rivelarsi determinanti in più di un’occasione. Tanto che Bledsoe, finora un’eterna incompiuta, si è guadagnato un rinnovo contrattuale nella miglior squadra della stagione (numeri alla mano). Brook Lopez, grazie alle voragini create dalle penetrazioni del numero 34, ha avuto ‘licenza di uccidere’ dall’arco dei tre punti, dando vita a una sorta di Stephen Curry versione ‘deluxe’. Anche Khris Middleton è stato valorizzato al massimo, tanto da meritare il primo All-Star Game in carriera, mentre via trade è arrivato un fit perfetto come Nikola Mirotic. L’ottimo lavoro dell’allenatore si è visto anche nell’affidabilità della panchina, da cui si sono alzati veterani come Ersan Ilyasova e George Hill, ma anche i giovani D.J. Wilson, Pat Connaughton, Sterling Brown e Donte DiVincenzo, che pur hanno dovuto fare più volte la ‘spola’ tra NBA e G-League. Anche qualora le Finals non venissero raggiunte quest’anno, con l’inarrestabile ascesa di ‘The Greek Freak’, le decisioni giuste in chiave-rinnovi (Middleton, Brogdon, Lopez e Mirotic andranno in scadenza a fine stagione) e qualche piccolo ritocco potremmo trovarci di fronte alla prossima dinastia.

 

Minnesota Timberwolves: voto 5

Da sinistra, Andrew Wiggins, Karl-Anthony Towns e Derrick Rose
Da sinistra, Andrew Wiggins, Karl-Anthony Towns e Derrick Rose

Sembra passato un secolo da “occhio a Minnesota”, invece è un mantra che risale ad appena un anno e mezzo fa. I Timberwolves sembravano destinati alla grandezza, ma il loro momento non è ancora arrivato. E forse non arriverà mai. Il 2018/19 è stata una stagione sprecata, principalmente per via delle tardive separazioni da Jimmy Butler e Tom Thibodeau. La richiesta di cessione e la permanenza ‘forzata’ del primo e il destino segnato dell’allenatore hanno lasciato la squadra in un limbo da cui non è mai uscita. Mentre Minnesota cercava (invano) un’identità, le altre candidate ai playoff avevano già trovato i giusti meccanismi, acquisendo un vantaggio ormai incolmabile. I nuovi Timberwolves, con Dario Saric e Robert Covington al posto di Butler, dovevano ricominciare da capo, come se il training camp fosse appena iniziato. L’aggancio all’ottavo posto non è mai stato un obiettivo credibile, ed ecco dunque il brusco passo indietro rispetto alla passata stagione.

In mezzo a tante incertezze, qualcosa di sicuro c’è: Karl-Anthony Towns e Andrew Wiggins non sono ancora (e forse non saranno mai) i leader di una squadra di prima fascia. Il primo ha raggranellato cifre altisonanti, fatte registrare soprattutto quando si giocava senza più obiettivi, il secondo è regredito in maniera preoccupante, rispetto a due stagioni fa. Le uniche note liete della stagione sono state il debutto di Josh Okogie, promosso in quintetto dal nuovo allenatore Ryan Saunders, e la rinascita di Derrick Rose, una delle storie più belle di questo 2018/19. Per il resto, Minneapolis non è mai stata così fredda…

 

New Orleans Pelicans: voto 5

Julius Randle e Anthony Davis, ovvero la notizia migliore e quella peggiore del 2018/19 dei Pelicans
Julius Randle e Anthony Davis, ovvero la notizia migliore e quella peggiore del 2018/19 dei Pelicans

Prima o poi doveva succedere. Il matrimonio fra un potenziale MVP e una franchigia perennemente mediocre era destinato a finire, e in questo 2018/19 la minaccia si è di fatto concretizzata. Anthony Davis ha scelto le modalità e le tempistiche peggiori per comunicare la sua intenzione di lasciare New Orleans. Con la decisiva complicità del suo agente, Rich Paul, ha contribuito a mandare a rotoli sia la stagione dei Lakers, sia quella dei Pelicans. Fino a quel momento, la squadra di Alvin Gentry aveva alternato prestazioni incoraggianti e serie negative, dando la sensazione di non poter ripetere i risultati dello scorso anno (sesto piazzamento a Ovest e secondo turno playoff). Nel frattempo, Davis dominava come non mai, ‘ingolosendo’ ulteriormente Magic Johnson, LeBron James e compagnia e spingendoli al fallimentare all-in.

E’ vero, la decisione dell’ormai ex-general manager Dell Demps (recentemente sostituito da David Griffin) di rifiutare l’offerta gialloviola è stato un forte atto di ribellione nei confronti di una tendenza ormai evidente, che rischia di minare gli equilibri tra franchigie e giocatori. Tenere Davis, però, ha costretto sia il giocatore che la squadra a passare il finale di stagione in un limbo oscuro, in attesa degli sviluppi estivi. Con la loro star a minutaggio ridotto, se non addirittura in borghese, i Pelicans hanno comunque onorato l’impegno, mettendo in campo tutto il loro orgoglio e regalando a Gentry qualche motivo di soddisfazione; su tutti l’ottima annata di Julius Randle (alla miglior stagione in carriera), ma una nota di merito va anche agli estemporanei exploit di Jahlil Okafor (oltre 20 punti e 10 rimbalzi di media a fine gennaio) ed Elfrid Payton (cinque triple-doppie consecutive a marzo). L’epilogo della vicenda-Davis, previsto tra la fine di giugno e l’inizio di luglio, sarà il più importante crocevia nella storia della franchigia. Le contropartite che si riusciranno a ottenere (le pretendenti non mancano) potrebbero fare la differenza tra un futuro roseo e un futuro…altrove.

 

New York Knicks: voto 4,5

Mitchell Robinson (a sinistra) e Kevin Knox, i due rookie dei Knicks versione 2018/19
Mitchell Robinson (a sinistra) e Kevin Knox, i due rookie dei Knicks versione 2018/19

Il mezzo voto in più è dato dalla cessione di Kristaps Porzingis, che ha tolto alla dirigenza la spinosa questione del rinnovo e che ha portato a New York lo spazio salariale necessario per puntare ai grossi free-agent. Con la speranza che qualcuno ci voglia andare davvero, a New York. Ecco, ‘speranza’ è il termine più appropriato per definire le strategie dei Knicks. La speranza che Kevin Durant e Kyrie Irving preferiscano la grande piazza (d’altronde, ci sono grattacieli enormi! E la pizza è buo… no, non ce la faccio a scriverlo). Che poi è la stessa speranza che hanno Nets, Lakers e Clippers; qualcuno dovrà pur rimanere a bocca asciutta. Ma anche la speranza (più concreta) che la draft lottery porti in dote Zion Williamson, colui che, secondo i ‘piani’, dovrebbe magicamente spazzare via decenni di umiliazioni.

In questo 2018/19 i Knicks hanno toccato il fondo, eguagliando il peggior record della loro storia. La stagione appena terminata, la quattordicesima senza playoff negli ultimi diciotto anni, non ha lasciato alcun motivo di ottimismo. La cronica assenza di Porzingis è stata ovviamente un grosso handicap, ma il problema principale sta alla base: dopo anni nei bassifondi, non si è intravisto neanche lo straccio di un progetto tecnico. Il roster dei Knicks 2018/19 era un’accozzaglia di ‘oggetti misteriosi’ in cerca di riscatto, ma solo Emmanuel Mudiay (che ha chiuso con le migliori cifre in carriera) può dirsi riuscito nell’intento; gli altri, bocciati senza appello. Tra i giovanissimi, spesso Allonzo Trier e Damyean Dotson hanno oscurato i più attesi Kevin Knox e Mitchell Robinson. Chiariamo subito: gli ultimi due hanno mostrato grande potenziale, ma niente che non si possa sacrificare per arrivare a qualche pesce grosso. Il povero David Fizdale ha dovuto inventarsi ogni sera un quintetto e una rotazione, aspettando con ansia che il supplizio finisse. Come da tradizione della casa, non sono mancate le polemiche fuori dal parquet, con la contestazione al proprietario, James Dolan, che si è fatta sempre più feroce. Un bell’ambientino in cui andare a giocare, no? Venghino, siori!

 

Oklahoma City Thunder: voto 6,5

Russell Westbrook (#0) e Paul George (#13), stelle dei Thunder
Russell Westbrook (#0) e Paul George (#13), stelle dei Thunder

Fino alla pausa per l’All-Star Game, il 2018/19 dei Thunder era da 8 in pagella. Guidati da un Paul George formato MVP (e miglior difensore dell’anno, premio per cui resta favorito), gli uomini di coach Billy Donovan terrorizzavano la Western Conference, gravitando stabilmente intorno al terzo posto. La partita contro gli Utah Jazz del 22 febbraio, vinta al doppio overtime con 45 punti di PG13, ha segnato un imprevedibile punto di svolta. Da quel momento, 11 vittorie e 13 sconfitte. Solo una netta ripresa nel finale, con cinque successi nelle ultime cinque gare, ha permesso a OKC di chiudere al sesto posto la Western Conference, evitando i Golden State Warriors al primo turno playoff. Il brusco calo di marzo è in parte dovuto all’infortunio alla spalla patito da George, che al rientro è sembrato meno dominante, ma il crollo è stato generale.
Dopo aver lasciato inaspettatamente il palcoscenico a PG13 per gran parte della stagione, Russell Westbrook ha provato a caricarsi la squadra sulle spalle. A volte ha preso le solite scelte affrettate ma, più di frequente, si è rivelato decisivo. Chiudere la terza stagione consecutiva in tripla-doppia di media non è una cosa normale, è qualcosa di cui si parlerà per decenni, una volta ritirato. Ma, lasciando da parte le statistiche, è la sua nuova leadership a suggerire che l’ex-MVP sia quasi pronto al grande salto, quello che porta al titolo. Per compierlo, dovrà aiutare la squadra a superare le recenti incertezze. Al suo fianco, oltre a George, ci saranno la garanzia Steven Adams, gli emergenti Jerami Grant e Terrance Ferguson e il ritrovato Dennis Schroder, tra i migliori della lega in uscita dalla panchina in questo 2018/19.

 

Orlando Magic: voto 7,5

Nikola Vucevic, Terrence Ross e Aaron Gordon, colonne portanti dei Magic 2018/19
Nikola Vucevic, Terrence Ross e Aaron Gordon, colonne portanti dei Magic 2018/19

Aiutati dalla mediocrità della concorrenza, i Magic hanno centrato la prima qualificazione ai playoff dal lontano 2012, quando sotto i tabelloni dominava Dwight Howard. Un traguardo ottenuto in modo abbastanza inaspettato, sopratutto per le dinamiche. A inizio stagione, le attenzioni erano rivolte sui giovani, nella speranza che qualcuno riuscisse finalmente a ‘sbocciare’ come possibile uomo-franchigia. Invece Mohamed Bamba è rimasto a lungo in panchina, Jonathan Isaac si è visto a sprazzi e Aaron Gordon è apparso addirittura involuto, rispetto allo scorso anno. A fare la differenza sono stati due giocatori in scadenza di contratto, il che addensa ulteriormente le già fittissime nubi. Terrence Ross ha portato punti pesanti dalla panchina, avanzando una timida candidatura per il premio di Sixth Man Of The Year. Nikola Vucevic ha fatto ancora meglio: un 2018/19 da 20.8 punti e 12 rimbalzi di media (di gran lunga le migliori cifre in carriera) gli è valso la prima convocazione all’All-Star Game. Peccato che entrambi potrebbero salutare la Florida a luglio, riaprendo così i cantieri di una ricostruzione che non è mai terminata del tutto. Anche perchè gli altri protagonisti della sorprendente cavalcata di questi Magic si chiamano Evan Fournier e D.J. Augustin, non proprio delle giovani promesse…

Il ritorno ai playoff è una tappa cruciale per la ripartenza di Orlando ma, una volta finita la corsa, torneranno le incognite: Ross e Vucevic rinnoveranno? Quanto valgono davvero i giovani, per cui sono state spese scelte molto alte negli ultimi draft? Riuscirà Markelle Fultz, arrivato alla trade deadline, a esprimere il suo enorme potenziale? Questo 2018/19 è stato una vera svolta, oppure un episodio isolato?

 

Philadelphia 76ers: voto 7,5

Da sinistra, Joel Embiid, Ben Simmons e Jimmy Butler
Da sinistra, Joel Embiid, Ben Simmons e Jimmy Butler

Per una valutazione completa sul 2018/19 dei Sixers bisognerà aspettare almeno fino al prossimo luglio, quando Jimmy Butler e Tobias Harris saranno chiamati al rinnovo contrattuale. Quel che è certo, però, è che la squadra di Brett Brown si presenta ai playoff con tutte le carte in regola per tentare davvero l’approdo alle Finals. Butler e Harris, chiamati in corso d’opera dopo un avvio stentato, hanno dato una nuova dimensione a un gruppo che, fino al loro approdo, si affidava completamente a due giocatori tanto forti, quanto acerbi. Naturalmente, Ben Simmons e Joel Embiid sono rimasti al centro del progetto. Non poteva essere altrimenti; il primo ha preso in mano le redini della squadra fin dal suo debutto, è stato chiamato meritatamente all’All-Star Game e, appena svilupperà il suo tiro dalla distanza, potrebbe fare la voce gorssa in chiave MVP. Un premio a cui Embiid pensa già: il centro camerunese ha disputato una regular season mostruosa, dominando incontrastato ai due lati del campo e imponendosi, al suo terzo anno da professionista, tra i migliori lunghi NBA.

Un affidabile realizzatore come Harris (alla miglior stagione in carriera) e un two-way-player d’elite come Butler hanno certamente colmato delle lacune, sia sul piano tecnico, sia in termini di esperienza. Forse, alcuni equilibri non sono ancora perfetti; Brown ha optato spesso per una comoda ‘democrazia’, alternando sul parquet due stelle alla volta per distribuire equamente minutaggi e possessi. Però ai playoff servono i grandi giocatori, e Phila ora ce li ha. Interessanti le mosse alla trade deadline, con la cessione di un Markelle Fultz che non era più possible aspettare e con gli innesti di Mike Scott, Boban Marjanovic, Jonathon Simmons e James Ennis a dare profondità e ‘mestiere’ alla panchina. Se questo all-in sia stato la mossa giusta non si può ancora sapere ma, per quanto riguarda il presente, ci sono pochi dubbi: nella corsa al trono dell’Est bisognerà fare i conti coi Sixers.

 

Phoenix Suns: voto 4

Devin Booker (#1) e DeAndre Ayton (#22), giovani stelle dei Suns
Devin Booker (#1) e DeAndre Ayton (#22), giovani stelle dei Suns

La partita-manifesto del 2018/19 dei Suns è quella giocata il 25 marzo a Salt Lake City: Devin Booker segna 59 punti, ma Phoenix perde di 33 contro gli Utah Jazz. Se, con un talento del genere a disposizione, chiudi tre stagioni di fila col peggior record a Ovest (penultimo posto nel 2015/16, anno del debutto di Booker), vuol dire che troppe cose non funzionano. Giocatori come Booker, ma anche come DeAndre Ayton, prima scelta assoluta al draft 2018, sono capitati nel posto peggiore per iniziare la loro avventura in NBA. Che i Suns fossero una franchigia allo sbando lo si capiva già da tempo, ma nell’ultima stagione si sono raggiunti picchi memorabili; dal licenziamento del general manager Ryan McDonough (mai ufficialmente rimpiazzato) poco prima dell’avvio allo scambio di persona tra Dillon e MarShon Brooks che ha fatto saltare una trade con Memphis, dai primi quarti da soli nove punti contro Sacramento e Portland alle minacce del proprietario, Robert Sarver, di trasferire la franchigia in caso di mancate sovvenzioni per il rinnovamento dell’arena. In questa bolgia infernale, i risultati sul campo sono stati una naturale conseguenza, con l’ultimo posto matematico già a novembre. Dei lievi miglioramenti si sono avuti con gli innesti di Kelly Oubre e Tyler Johnson, ma l’euforia per le vittorie contro Bucks e Warriors si è presto spenta. Booker e Ayton hanno messo insieme cifre individuali di tutto rispetto, ma la loro maturazione non potrà mai avvenire in un contesto in cui la cultura perdente è così radicata. Il loro potenziale, unito al buonissimo impatto di Oubre e Johnson e a una tra le primissime scelte al prossimo draft rappresentano comunque una speranza che qualcosa possa cambiare. Per un ulteriore fallimento, però, non ci sarebbero più scuse.

 

Portland Trail Blazers: voto 7,5

Da sinistra, C.J. McCollum, Damian Lillard e coach Terry Stotts
Da sinistra, C.J. McCollum, Damian Lillard e coach Terry Stotts

Con ogni probabilità, anche in questo 2018/19 i Blazers non andranno lontano. Il bruttissimo infortunio di Jusuf Nurkic è una mazzata tremenda per gli uomini di Terry Stotts, che si presentano ai playoff senza un giocatore fondamentale. Gli annali registreranno dunque una nuova eliminazione precoce, forse quella che farà saltare definitivamente il banco. Però la loro stagione, esattamente come quella passata, non è affatto da buttare. Portland si è confermata una delle migliori squadre della Western Conference, divincolandosi con personalità dalla lotta per i piazzamenti più scomodi nella griglia playoff e centrando un prestigioso terzo posto.

A guidare la truppa sono stati i ‘soliti noti’, a cominciare da Damian Lillard. Forse, stavolta non entrerà nel primo quintetto All-NBA (nonostante il suo rendimento sia grossomodo identico a quello del 2017/18), ma il numero 0 si è confermato una stella tra le stelle, un fenomeno che meriterebbe di competere per il traguardo più grosso. Al suo fianco, il sempre affidabile C.J. McCollum e l’emergente Nurkic, la cui carriera sembra ora a repentaglio. Però i Blazers versione 2018/19 non si fermano ai loro tre leader. L’esplosione di Jake Layman e gli innesti in corsa di Rodney Hood ed Enes Kanter hanno dato a Stotts quella profondità che è sempre mancata al suo roster. Volendo trovare una nota negativa, che l’impatto dei veterani (Evan Turner, Al-Farouq Aminu, Maurice Harkless, Seth Curry) sia stato di gran lunga superiore a quello dei giovani (Meyers Leonard, Zach Collins, Anfernee Simons, Gary Trent Jr.) non è troppo incoraggiante, guardando al futuro.

 

Sacramento Kings: voto 7,5

De'Aaron Fox e Marvin Bagley, giovani speranze dei Kings
De’Aaron Fox e Marvin Bagley, giovani speranze dei Kings

Il digiuno da playoff, che perdura dal 2006, non è stato interrotto, ma per i Kings il 2018/19 è stata la stagione della svolta. La franchigia disfunzionale per eccellenza si è trasformata in un progetto giovane e ambizioso, che ha tutte le carte in regola per far parlare di sé negli anni a venire. La dirigenza, archiviata una volta per tutte l’era-DeMarcus Cousins, ha inanellato una serie di scelte azzeccate che ha dato una nuova identità alla squadra. Al timone ha messo De’Aaron Fox il quale, dopo un anno da rookie comprensibilmente in chiaroscuro, è finalmente esploso. Merito anche della decisione presa in sede di draft, con il lungo Marvin Bagley (cresciuto esponenzialmente negli ultimi mesi) preferito a Luka Doncic, che avrebbe quasi certamente bloccato la maturazione di Fox (come avvenuto a Dallas con Dennis Smith Jr.). Intorno a lui una serie di tiratori, tra cui spicca un eccellente Buddy Hield, un centro atletico e ‘sporco’ come Willie Cauley-Stein (che finalmente è riuscito a dimostrare il suo valore), un two-way-player d’eccezione come Harrison Barnes e due giovani di grande talento e solidità in uscita dalla panchina come Bogdan Bogdanovic e Harry Giles.

Già allo stato attuale, i Kings sono rimasti in zona playoff per gran parte della stagione, cedendo il passo nel finale a rivali più attrezzate come Clippers e Spurs. Con la crescita dei giovani talenti e i giusti ritocchi estivi (si parla di un interesse per Nikola Vucevic, in uscita da Orlando), per i calfiorniani il ritorno alla post-season potrebbe essere molto vicino. L’auspicabile salto di qualità verrebbe compiuto senza coach Dave Joerger, ‘silurato’ senza troppe giustificazioni dal riconfermato general manager Vlade Divac e prontamente rimpiazzato da Luke Walton.

 

San Antonio Spurs: voto 6,5

Coach Gregg Popovich tra LaMarcus Aldridge (a sinistra) e DeMar DeRozan
Coach Gregg Popovich tra LaMarcus Aldridge (a sinistra) e DeMar DeRozan

La ventiduesima partecipazione consecutiva ai playoff è un traguardo eccezionale, soprattutto considerando le partenze di Kawhi Leonard e Tony Parker, il ritiro di Manu Ginobili, il grave infortunio di Dejounte Murray e quello un po’ meno grave di Derrick White. Però gli Spurs 2018/19 erano pur sempre la squadra di DeMar DeRozan e LaMarcus Aldridge, due stelle ancora nei loro anni migliori. Il settimo posto finale (stesso piazzamento dell’anno scorso) non si butta certo via, ma la sensazione è che il motore nero-argento stia battendo sempre più in testa. I giovani non hanno strabiliato; sia Davis Bertans che Jakob Poltl sono cresciuti, ma non quanto ci si aspettasse. Detto degli infortuni di Murray e White, anche Lonnie Walker, selezionato allo scorso draft, non ha quasi messo piede in campo. Coach Gregg Popovich si è dovuto affidare ai soliti veterani, da Patty Mills a Rudy Gay, passando per Marco Belinelli, affidabile come sempre in uscita dalla panchina. La regular season di San Antonio è stata un’altalena continua. Il punto più basso si è raggiunto con il tradizionale ‘rodeo trip’ di febbraio, chiuso con una sola vittoria su otto partite disputate; quello più alto subito dopo, con i nove successi consecutivi che hanno cementato la qualificazione ai playoff. Il motto “mai scommettere contro gli Spurs” è sempre di moda, però (salvo enormi sorprese) questa stagione sembra destinata a chiudersi massimo al secondo turno, e così anche la prossima e quella dopo ancora, almeno fino a quando l’addio di Popovich non porterà a una svolta obbligata. Da che parte vuole andare San Antonio?

 

Toronto Raptors: voto 8

Kawhi Leonard (a sinistra) e Pascal Siakam, uomini chiave per il 2018/19 dei Raptors
Kawhi Leonard (a sinistra) e Pascal Siakam, uomini chiave per il 2018/19 dei Raptors

Con l’operazione che, l’estate scorsa, aveva portato in Canada Kawhi Leonard, la franchigia ha fatto una dichiarazione d’intento: proveremo a vincere subito, per il futuro si vedrà. Giudicando la splendida regular season disputata, in cui i Raptors sono stati gli unici, credibili rivali dei Bucks per il primato a Est, il piano procede al meglio. Il fatto che Leonard abbia saltato molte partite, per recuperare con calma dal misterioso infortunio patito con gli Spurs, aggiunge valore a quanto fatto dagli uomini di Nick Nurse, al primo anno da capo-allenatore. L’ex assistente di Dwane Casey è riuscito a inserire perfettamente Leonard e l’altro nuovo arrivato, Danny Green, ha valorizzato al massimo Pascal Siakam, che si appresta a diventare un All-Star, e ha tirato fuori il meglio dall’improbabile coppia formata da Serge Ibaka e Jonas Valanciunas, spesso alternandoli in campo. A febbraio, il lituano (che avrà una ‘scomoda’ player option in estate) è stato incluso nel pacchetto che ha portato a Toronto Marc Gasol. Per un giocatore abituato ad essere il punto di riferimento a Memphis, assimilare un ruolo più marginale in una franchigia così diversa non è affatto semplice, e infatti Gasol non ci è ancora riuscito del tutto. Anche i 34 anni suonati non giocano proprio a suo favore, ma per un progetto a brevissimo termine come quello dei Raptors, la classe e l’esperienza di Marc (a cui si è aggiunto anche Jeremy Lin, dopo il buyout con Atlanta) sono gli ingredienti che potrebbero dare alla torta il sapore perfetto.

 

Utah Jazz: voto 7,5

Joe Ingles, Donovan Mitchell e Rudy Gobert
Joe Ingles, Donovan Mitchell e Rudy Gobert

A capodanno, il 2018/19 dei Jazz sembrava già un mezzo flop; 18 vittorie e 19 sconfitte, undicesimo posto a Ovest. Complice un calendario piuttosto impegnativo (con il più alto numero di trasferte in tutta la lega, fino a quel momento), la squadra di Quin Snyder faticava a ritrovare il ritmo con cui aveva sorpreso nella stagione precedente. Con l’arrivo dell’anno nuovo, ecco l’inversione di rotta, con un’inarrestabile progressione che ha portato Utah ai piani alti della Western Conference. Il netto miglioramento della squadra è coinciso con la spaventosa crescita dei suoi leader, Donovan Mitchell e Rudy Gobert. Il primo, dopo essersi accollato qualche (frettolosa) critica di troppo, ha viaggiato a oltre 26 punti di media nel 2019 (contro i 20.1 dei primi mesi), mentre il francese ha messo insieme le migliori cifre in carriera (15.7 punti e 12.9 rimbalzi); avessero giocato a Est, entrambi sarebbero andati all’All-Star Game, ma chissà che non sia semplicemente una questione di tempo… Intorno a loro, il solito, iper-collaudato gruppo di veterani: Joe Ingles, Ricky Rubio, Derrick Favors, Jae Crowder e il nuovo innesto Kyle Korver, che ai playoff potrebbe tornare piuttosto utile. Con un attacco estremamente equilibrato e la seconda miglior difesa NBA (dietro a quella dei Bucks), i Jazz saranno la più scomoda delle avversarie nella corsa al trono dell’Ovest.

 

Washington Wizards: voto 4,5

Bradley Beal (#3) e Thomas Bryant (#13), tra le poche note liete dei 2018/19 degli Wizards
Bradley Beal (#3) e Thomas Bryant (#13), tra le poche note liete dei 2018/19 degli Wizards

Una disfatta. Il 2018/19 doveva essere la stagione del rilancio, quella in cui lasciarsi alle spalle l’etichetta di ‘eterna incompiuta’. Un obiettivo apparentemente alla portata, in una Eastern Conference senza padroni. Invece è diventato il capolinea, per un gruppo destinato a sfaldarsi al più presto. I pessimi risultati in avvio e uno spogliatoio spaccato fin da subito hanno indotto la dirigenza a un’assurda ‘rivoluzione a metà’. Sono partiti Otto Porter, Kelly Oubre, Markieff Morris e Austin Rivers, ma è arrivato Trevor Ariza (perchè??) e sono rimasti John Wall e Bradley Beal. Se il primo non ha oggettivamente mercato, visto il grave infortunio al tendine d’Achille e il contratto faraonico che sta per partire, cedere Beal avrebbe quantomeno accelerato la ricostruzione, visto che ai playoff ci credevano solo le parole degli interessati. Il numero 3 si è consacrato fra le stelle NBA, e ha già fatto intendere che il suo futuro nella capitale non è affatto scontato.

Dopo l’ennesimo tracollo, sembra tutto pronto per la rivoluzione ‘vera’. La prima testa a cadere è stata quella del presidente Ernie Grunfeld; non è escluso che la prossima sia quella di coach Scott Brooks, che ormai sembra aver fatto il suo tempo a Washington. Qualche piccola base su cui ricostruire c’è, come dimostrano l’esplosione di Thomas Bryant (l’ennesimo giovane ‘scartato’ dai Lakers, titolare dopo l’infortunio a lungo termine di Dwight Howard) e il buon impatto di Bobby Portis e Jabari Parker, arrivati a febbraio in cambio di Porter. Poi ci sarà da gestire il rientro di Wall (anche se non è detto che avvenga nella prossima stagione), e lì la questione si farà spinosa…

Regular Season 2018/19 – Le pagelle (prima parte)

A metà aprile, in NBA si inizia a fare sul serio; ai playoff tutti i nodi verranno al pettine, il reale valore delle squadre emergerà. E’ durante la regular season, però, che si trovano le alchimie e i ritmi necessari per arrivare pronti alle partite che contano. Come ogni anno, approfittiamo della chiusura della stagione regolare per dare i voti alle trenta franchigie. Con un occhio alle aspettative della vigilia, cercheremo di capire come le sedici qualificate si presentano alla post-season, e proveremo a fare un bilancio finale sulle quattordici che pensano già alle vacanze. E’ il momento del ‘pagellone’ 2018/19!

(la seconda parte è visibile a questo link)

 

Atlanta Hawks: voto 7

John Collins (a sinistra) e Trae Young, giovani stelle degli Hawks 2018/19
John Collins (a sinistra) e Trae Young, giovani stelle degli Hawks 2018/19

Per gli Hawks, questo 2018/19 si presentava come una stagione di tanking selvaggio, ma così non è stato. Certo, le sconfitte sono fioccate a grappoli, ma la squadra di Lloyd Pierce si è battuta valorosamente, lasciandosi nettamente alle spalle formazioni come Chicago, Cleveland e New York che, almeno sulla carta, sembravano decisamente più attrezzate. Atlanta ha vinto più del previsto, e lo ha fatto sopratutto grazie a una coppia di giovani stelle. Trae Young, partito con qualche difficoltà, ha strabiliato nella seconda parte del suo anno da matricola, imponendosi come unica credibile alternativa a Luka Doncic nella corsa al Rookie Of The Year Award. A beneficiare delle sue invenzioni è stato soprattutto John Collins. Il lungo da Wake Forest, alla seconda stagione NBA, ha sfiorato i 20 punti e 10 rimbalzi di media: cifre che sembrano proiettarlo verso un futuro da All-Star.
Intorno ai due fenomeni si sono intraviste le giuste basi per la costruzione di un ottimo progetto: giocatori funzionali alla causa, seppur tutti da formare (Kevin Huerter e Omari Spellman, positivi al debutto da professionisti), un allenatore a cui è stata lasciata carta bianca e una dirigenza illuminata, guidata dall’ottimo general manager Travis Schlenk. Tutto ciò vale molto più di un’improbabile rincorsa ai playoff o di una spudorata caccia alla prima scelta (New York e Cleveland). Che poi, di prime scelte Atlanta ne avrà quasi certamente due: oltre alla propria (che difficilmente uscirà dalle prime 6), ci sarà anche quella di Dallas (se non sarà tra le prime 5), ottenuta nello scambio che ha mandato in Texas Luka Doncic. Allora, cedere lo sloveno (terza chiamata assoluta nel 2018) per Young e una scelta futura era stato additato da molti come pura follia; sicuri che sia stato un errore così grossolano?

 

Boston Celtics: voto 5,5

Il quintetto dei Celtics per il 2018/19
Il quintetto dei Celtics per il 2018/19

Anche il tifoso più ottimista lo ammetterà: il 2018/19 dei Celtics non sta andando come previsto. Magari ai playoff ritroveremo la squadra gagliarda della passata stagione, quella fermata solo dai Cavs di LeBron James in gara-7 delle Conference Finals, ma oggi quella squadra non c’è più. O forse non c’è ancora. I rientri di Gordon Hayward e, soprattutto, Kyrie Irving non sono stati assolutamente ‘digeriti’ da coloro che avevano trascinato il gruppo l’anno scorso. Terry Rozier è sembrato più il discreto giocatore degli esordi, che lo ‘Scary Terry’ comparso su migliaia di T-shirt durante gli scorsi playoff, Jaylen Brown è stato a tratti irriconoscibile, Jayson Tatum ha alternato prestazioni da futuro MVP a serate di totale anonimato che, in post-season, potrebbero rivelarsi fatali. Molto meglio i veterani, da Marcus Smart a Marcus Morris, fino all’insostituibile Al Horford, eterno ‘faro’ su entrambi i lati del campo.
Guai a ‘incolpare’ Hayward e Irving per una situazione così delicata. Il primo sta disperatamente tentando di tornare ai grandi livelli del pre-infortunio, mentre il secondo si è confermato un fenomeno in una lega di fenomeni. Forse nella sua spasmodica ricerca della leadership ha incontrato qualche forzatura, forse l’incertezza sul suo futuro ha contribuito a destabilizzare l’ambiente, ma sul piano tecnico non gli si può rimproverare nulla. Semplicemente, Boston è incappata in quei ‘dolori di crescita’ inevitabili, per chi vuole arrivare in alto. Coach Brad Stevens ha davanti a sé il talento, e dietro di sé l’organizzazione giusta per risolvere questi problemi. Non dovesse farcela, nell’immediato futuro ci saranno decisioni molto delicate da prendere.

 

Brooklyn Nets: voto 7,5

D'Angelo Russell e Jarrett Allen, giovani speranze dei Nets
D’Angelo Russell e Jarrett Allen, giovani speranze dei Nets

Il 2018/19 è la stagione della rinascita, per i Nets, quella che permette loro di lasciarsi definitivamente alle spalle la maledetta trade che, nel 2013, aveva portato a Brooklyn le versioni ‘crepuscolari’ di Kevin Garnett e Paul Pierce. Quello scambio è finito col ‘regalare’ ai Celtics Jaylen Brown, Jayson Tatum e una parte di Kyrie Irving (arrivato a Boston in cambio di un pacchetto comprendente la scelta 2018), ed è costato ai Nets il futuro immediato.
Per riemergere dalle macerie, Brooklyn si è affidata al lavoro del general manager Sean Marks e di coach Kenny Atkinson. Con l’esiguo margine di manovra a disposizione, Marks ha assemblato un roster giovane, formato da ottimi role players e da qualche talento di prospettiva. Della prima categoria fanno parte giocatori come Joe Harris (vincitore del Three Point Contest 2019), DeMarre Carroll, il rookie Rodions Kurucs e Spencer Dinwiddie (che si è guadagnato un’estensione contrattuale), mentre nella seconda spiccano Jarrett Allen e D’Angelo Russell. Il centro da University of Texas sembra sulla buona strada per entrare, un giorno, nell’élite dei migliori lunghi NBA. In questa regular season si è tolto persino la soddisfazione di rifilare due memorabili stoppate a LeBron James e Giannis Antetokounmpo; roba che, per molti, varrebbe un’intera carriera… Russell ha vissuto la stagione della consacrazione, quella in cui ha raggiunto un meritatissimo All-Star Game, ha trascinato la squadra ai playoff e ha fatto venire più di un rimpianto ai tifosi dei Lakers. Rimpianti condivisibili fino a un certo punto; una maturazione del genere poteva avvenire solo in una franchigia organizzata, scrupolosa e paziente. Cosa che i Lakers non erano nel 2017 (quando ‘D-Lo’ è stato ceduto ai Nets), e che forse non saranno mai.
Questa ottima stagione permetterà a Brooklyn di riassaporare il clima playoff dopo quattro anni e, allo stesso tempo, di lanciare un forte messaggio ai prossimi free-agent: “Venite da noi, siamo pronti a diventare grandi”.

 

Charlotte Hornets: voto 5

Per coach James Borrego e Kemba Walker, il 2018/19 potrebbe essere stato il primo e unico anno insieme
Per coach James Borrego e Kemba Walker, il 2018/19 potrebbe essere stato il primo e unico anno insieme

L’imminente scadenza del contratto di Kemba Walker rendeva questo 2018/19 la stagione della svolta obbligata. Invece è stata l’ennesima annata mediocre, nonostante un Kemba al suo meglio (eletto titolare nell’All-Star Game disputato proprio a Charlotte). Il nuovo allenatore, James Borrego, non è riuscito a far cambiare rotta a un gruppo che, ormai, non ha più nulla da dare. I progressi di Jeremy Lamb (anche lui in scadenza) e Malik Monk sono stati troppo timidi per ravvivare le speranze di un futuro roseo, il rookie Miles Bridges si è visto solo a sprazzi e Frank Kaminsky, frustrato per lo scarso utilizzo, è diventato un vero e proprio ‘caso’; il suo addio (in estate avrà una qualifying offer) sembra ormai certo. Il grigiore di quest’annata ha contagiato anche Tony Parker, che forse poteva scegliere un posto migliore per il dopo-Spurs.
La scarsa competitività, la mancanza di scelte alte al draft, l’inesistente appetibilità per i free-agent e il monte salari ingolfato dai contratti assurdi di Nicolas Batum, Bismack Biyombo, Cody Zeller, Marvin Williams e Michael Kidd-Gilchrist (a libro paga per 85 milioni di dollari l’anno prossimo) hanno un significato comune, per la franchigia di Michael Jordan; un’altra estate senza prospettive. O meglio, con l’unica prospettiva di perdere il suo miglior giocatore e sprofondare nuovamente negli abissi, come ai tempi dei Bobcats.

 

Chicago Bulls: voto 4,5

I Chicago Bulls versione 2018/19
I Chicago Bulls versione 2018/19

Mezzo voto in più per i numerosi infortuni che hanno martoriato l’avvio di stagione, ma il 2018/19 dei Bulls è stato pessimo, soprattutto in virtù di quanto fatto l’anno scorso. Sembrava che la ricostruzione fosse partita col piede giusto, con le premesse ideali a renderla tutto sommato rapida. Anzi, il livello medio della Eastern Conference (escluse le prime quattro / cinque squadre) faceva intravedere, in fase di pronostici, qualche flebile speranza di playoff. Invece, dopo poche settimane è andato tutto a rotoli; basti pensare alla questione-allenatore, con coach Fred Hoiberg licenziato e con il suo sostituto, Jim Boylen, messo sotto accusa da parte dello spogliatoio per i metodi di allenamento troppo duri. Lo sviluppo dei giovani è proceduto a rilento; Kris Dunn a tratti involuto, Wendell Carter Jr. messo k.o. da un problema al pollice dopo appena 44 partite, le stesse giocate dall’altro rookie Chandler Hutchison. Lauri Markkanen, dopo i lampi da matricola, è tornato arruolabile solo a dicembre. L’unica nota lieta di questo 2018/19 è stato Zach LaVine (23.7 punti di media), che in un contesto più competitivo avrebbe forse conquistato l’All-Star Game. L’altro potenziale riferimento offensivo, Jabari Parker, è stato prima messo fuori rosa, poi ceduto (insieme a Bobby Portis) a Washington, in cambio di Otto Porter Jr.. L’innesto di quest’ultimo, insieme a una delle primissime chiamate al draft 2019, potrebbe dare la spinta decisiva per un rilancio che, a questo punto, non può più essere rimandato.

 

Cleveland Cavaliers: voto 4

Kevin Love ha passato ai box gran parte di questo 2018/19
Kevin Love ha passato ai box gran parte di questo 2018/19

Se nel giro di un anno passi dalle NBA Finals al penultimo posto della Eastern Conference mantenendo lo stesso roster, con la notabile eccezione di Jeff Green e quella ancor più notabile di LeBron James, si possono trarre due conclusioni: gli elementi sottratti erano decisamente influenti (sopratutto uno dei due, con buona pace del caro Jeff) e la tua franchigia è allo sbando. Pur senza il miglior giocatore della sua storia, in questo 2018/19 Cleveland aveva le carte in regola per puntare a un piazzamento playoff, soprattutto in una Conference che ha dato speranza persino agli Orlando Magic. Invece, la stagione dei Cavs è durata appena sei partite. Dopodiché, come direbbe Montalbano, è finita a schifìo.
Il licenziamento di coach Tyronn Lue è avvenuto con un tempismo inspiegabile (c’era bisogno di quelle sei figuracce per decidere che era meglio voltare pagina?) e ha messo a nudo l’inconsistenza del front-office. Una volta capita l’antifona, i veterani si sono messi di traverso, facendo intendere di non voler essere parte di un progetto (?) di ricostruzione. Qualcuno è stato ceduto (Kyle Korver, George Hill, Rodney Hood), qualcun altro si è presto infortunato (Kevin Love e Tristan Thompson), mentre J.R. Smith è rimasto ‘intrappolato’ in Ohio, nella vana attesa che qualcuno spendesse una prima scelta futura (risata di sottofondo) per portarselo via.
Volendo trovare una nota lieta, gli unici due giovani di prospettiva (Cedi Osman e il rookie Collin Sexton) hanno mostrato interessanti lampi di talento, ma per trovare un potenziale uomo-franchigia bisognerà passare dal prossimo draft. D’altronde, la strategia dei Cavs è ormai chiara: navigare a vista in attesa che cada dal cielo il ‘nuovo LeBron’.

 

Dallas Mavericks: voto 5

Luka Doncic, grande protagonista di questo 2018/19, insieme a Rick Carlisle
Luka Doncic, grande protagonista di questo 2018/19, insieme a Rick Carlisle

L’eccezionale debutto di Luka Doncic e l’operazione che ha portato in Texas Kristaps Porzingis hanno indubbiamente gettato le basi per un futuro interessante. Ciò non toglie che questo 2018/19 sia stato abbastanza deludente, soprattutto in virtù di come era iniziato. A dicembre, i Mavs erano in piena zona playoff e giocavano un ottimo basket. Coach Rick Carlisle era riuscito a inserire alla perfezione i nuovi arrivati (Doncic, Jalen Brunson e DeAndre Jordan) in un roster giovane ma collaudato. Le visioni dello sloveno e la presenza sotto i tabelloni di Jordan esaltavano le doti dei componenti del nucleo ‘storico’ (su tutti Dwight Powell e Maxi Kleber, ma anche Dorian Finney-Smith e il super-veterano J.J. Barea). L’unico realmente ‘penalizzato’ dal nuovo assetto è stato Dennis Smith Jr.. Messo inevitabilmente in secondo piano (in termini di responsabilità e possessi) dall’exploit di Doncic, il prodotto di NC State è entrato presto in rotta di collisione con lo staff tecnico. L’inevitabile separazione è arrivata alla trade deadline, quando Smith, Jordan e Wesley Matthews sono finiti a New York in cambio di Porzingis, Tim Hardaway Jr., Trey Burke e Courtney Lee. Una mossa che ha indicato chiaramente le intenzioni di Mark Cuban e il suo staff: lasciar perdere questa stagione (che infatti è totalmente naufragata, da febbraio in poi) per provare a diventare una contender in futuro. Poco da obiettare, a parte il fatto che affidarsi completamente a un rookie e a un fenomeno fermo da un anno e mezzo che potrebbe non rinnovare è comunque un bel rischio. Certo, se dovesse andar bene…

 

Denver Nuggets: voto 9

I Denver Nuggets di Gary Harris, Nikola Jokic e Jamal Murray sono una delle grandi rivelazioni di questo 2018/19
I Denver Nuggets di Gary Harris, Nikola Jokic e Jamal Murray sono una delle grandi rivelazioni di questo 2018/19

Forse la più grande sorpresa di questa regular season. Che per i Nuggets il 2018/19 potesse essere l’anno del ritorno ai playoff era abbastanza prevedibile, ma indicare la squadra di Mike Malone come principale avversaria degli Warriors per il miglior record a Ovest avrebbe comportato un ricovero d’urgenza. Invece Denver ha stupito il mondo con una stagione sontuosa, giocata dall’inizio alla fine con incredibile sicurezza e determinazione. Attribuire i meriti esclusivamente a Nikola Jokic sarebbe assolutamente fuorviante. Il serbo ha vissuto un’annata da All-Star e da candidato MVP, illuminando il Pepsi Center con giocate di pura classe, ma intorno a lui Malone ha costruito un gruppo solido e dalle mille risorse. Anche in questo caso, qualche pronostico è stato smentito; molti si aspettavano che il talento di Jamal Murray e la versatilità di Gary Harris sarebbero stati dei fattori chiave, molti meno pensavano di vedere una delle migliori squadre della NBA schierare in quintetto Monte Morris e Torrey Craig. Oppure che Juancho Hernangomez e Mason Plumlee potessero decidere delle partite, o ancora che Malik Beasley quadruplicasse di colpo la sua media punti (11.3 nel 2018/19, contro i 3.3 delle prime due stagioni). Lo stato di grazia di questi Denver Nuggets è evidenziato ulteriormente dalla reazione agli infortuni di Will Barton e Paul Millsap, sulla carta elementi indispensabili del roster. Non solo i loro compagni sono riusciti a restare ai vertici ma i due, al loro ritorno, sono stati reinseriti alla perfezione, senza intaccare minimamente gli equilibri. Probabilmente Denver non andrà molto lontano ai playoff, ma questa grande stagione getta indubbiamente solide basi affinché possano accadere grandi cose, in Colorado.

 

Detroit Pistons: voto 6

Andre Drummond (#0) e Blake Griffin (#23)
Andre Drummond (#0) e Blake Griffin (#23)

Staccare il biglietto per un primo turno playoff era l’obiettivo minimo per i Pistons 2018/19, e verosimilmente anche l’obiettivo massimo. La squadra di Dwane Casey ha compiuto la missione, ma con qualche affanno di troppo. Un buon avvio, poi un calo (solo quattro vittorie nel mese di dicembre), quindi un bello sprint, infine una nuova crisi, che ha rischiato di compromettere la qualificazione (l’ottavo posto è stato matematico solo all’ultima partita). A guidare la truppa ci ha pensato un ottimo Blake Griffin, tornato a grandi livelli e, di conseguenza, re-invitato all’All-Star Game. A inizio stagione, la squadra era completamente nelle sue mani (non superava i 24 punti di media dal 2013/14, quando era tra i candidati MVP), poi a dargli manforte sono arrivati Andre Drummond (niente chiamata tra le stelle, ma un eccellente finale di regular season) e Reggie Jackson, in crescita malgrado la solita incostanza. Intorno a quei tre, niente di memorabile; Reggie Bullock, finito ai Lakers a febbraio, è stato subito rimpiazzato (come ruolo e come rendimento) da Wayne Ellington, giunto da Miami. L’oggetto misterioso Stanley Johnson è stato scambiato con un oggetto ancora più misterioso, Thon Maker. Luke Kennard, Ish Smith e Langston Galloway si sono confermati affidabili role players in uscita dalla panchina, e Zaza Pachulia ha garantito i soliti 10 minuti abbondanti di ‘lavoro sporco’. Ora sotto con i playoff, con la certezza quasi aritmetica di non poter neanche pensare alle finali di Conference. Un copione che potrebbe ripetersi puntuale da qui alle prossime stagioni, visto il monte salari ingolfato e le scarse prospettive di crescita degli uomini chiave.

 

Golden State Warriors: voto 6,5

Il ‘Dream Team’ degli Warriors versione 2018/19

Per la migliore squadra di sempre, la regular season potrebbe sembrare una semplice formalità, quasi un fastidio, in attesa di un nuovo viaggio alle NBA Finals. Invece è proprio nell’intenso e logorante periodo che va da ottobre ad aprile che si trovano le giuste alchimie, che si incontrano e si superano i problemi più disparati. Golden State assomiglia parecchio a una squadra a fine corsa. Non perchè i suoi fenomeni siano ‘vecchi’ o in fase calante, ma perchè coach Steve Kerr fatica sempre più a spremere motivazioni da un gruppo che ha vinto, dominato, perso, rivinto e stra-dominato. In effetti, questo 2018/19 è stato stancante; gli Warriors hanno avuto vistosi cali di intensità e risultati. Il momento più critico è arrivato a novembre, in seguito all’infortunio di Stephen Curry; sei sconfitte, di cui quattro consecutive (non succedeva dal 2013), su undici gare senza il due volte MVP e il famigerato litigio tra Kevin Durant e Draymond Green che, per un attimo, sembrava poter minare gli equilibri dello spogliatoio. Rientrato Curry, passata la paura, ma una nuova sfida si è stagliata all’orizzonte: DeMarcus Cousins. Inserire in un meccanismo così collaudato un giocatore dal talento e dalla personalità così ‘ingombranti’ non è stato semplice e, arrivati ai playoff, il processo non si può ancora definire completato.
Pur zoppicando più del solito, la corazzata della Bay Area si è confermata la squadra da battere. I suoi tre fenomeni hanno mostrato i soliti lampi di onnipotenza (anche Klay Thompson, partito male, ha regalato perle come le 14 triple – record all-time – mandate a bersaglio contro i Bulls il 29 ottobre), mentre la panchina, pur variando i protagonisti (Damian Jones, Jonas Jerebko e Alfonzo McKinnie hanno preso il posto dei vari JaVale McGee, Nick Young, Zaza Pachulia e David West nelle rotazioni), ha garantito la solita affidabilità. Ancora una volta, il principale avversario degli Warriors potrebbero essere gli Warriors stessi, con l’imminente free-agency di Durant e Thompson che potrebbe rappresentare una distrazione di troppo. Ma è più una speranza per gli avversari, che una concreta possibilità…

 

Houston Rockets: voto 6,5

Coach Mike D'Antoni con Chris Paul e James Harden
Coach Mike D’Antoni con Chris Paul e James Harden

Per i Rockets, la regular season 2018/19 è stata piuttosto complicata. Tremenda in avvio, con le sconfitte che si susseguivano (14 nelle prime 25 partite), una squadra irriconoscibile, i dubbi sul rendimento di Chris Paul (fresco di faraonico rinnovo contrattuale) e l’innesto di Carmelo Anthony che si è trasformato subito in un ‘caso’. A peggiorare ulteriormente le cose sono arrivati gli infortuni, che hanno letteralmente decimato il roster. Senza Paul, Clint Capela ed Eric Gordon, coach Mike D’Antoni ha dovuto prodigarsi non poco per schierare in campo un quintetto all’altezza. Arrivati fino al penultimo posto nella Western Conference, serviva qualcosa di straordinario per non mandare prematuramente a rotoli i sogni di gloria. Ed è allora che è salito in cattedra l’MVP.
Avvicinandosi al periodo natalizio, è iniziato il James Harden Show. La tripla-doppia da 50 punti, 10 rimbalzi e 11 assist realizzata contro i Lakers il 13 dicembre ha inaugurato una serie di 32 partite consecutive con almeno 30 punti a referto, tra cui spiccano un back-to-back da 57 e 58 punti (contro Memphis e Brooklyn) e la prova da 61 punti e 15 rimbalzi al Madison Square Garden (23 gennaio). Di quelle 32 gare, Houston ne ha vinte 21, riportandosi ai piani alti della Conference. Inizialmente si è trattato di un one man show (che ha fatto piovere sul Barba una curiosa pioggia di critiche), poi il rientro degli infortunati e alcune ottime mosse della dirigenza (come gli innesti di Austin Rivers e Kenneth Faried dal mercato degli svincolati) hanno permesso ai Rockets di ritrovare la forma migliore e rimettersi sulla scia di Warriors e Nuggets.
Come Golden State, anche i texani hanno risposto a chi mette in dubbio l’utilità della regular season, utilizzando questi mesi per affrontare e superare di volta in volta i vari problemi. Quella che si presenta ai playoff è una squadra ritrovata, guidata da una delle stelle più luminose dell’era moderna; sottovalutarla potrebbe essere un errore fatale per chiunque.

 

Indiana Pacers voto 8

Ottima stagione per gli Indiana Pacers, nonostante l'infortunio di Victor Oladipo (#4)
Ottima stagione per gli Indiana Pacers, nonostante l’infortunio di Victor Oladipo (#4)

E’ raro che una squadra riesca a sorprendere per due stagioni di fila, ma Indiana c’è riuscita. L’anno scorso era partita con prospettive di ricostruzione, in virtù della partenza di Paul George, per poi chiudere quinta a Est, grazie soprattutto all’esplosione di Victor Oladipo. A questo 2018/19, la squadra di Nate McMillan si presentava tra le certezze della Eastern Conference; ripetersi era l’obiettivo minimo. Dopo un buonissimo avvio, il grave infortunio di Oladipo sembrava aver compromesso tutto. I Pacers, invece, si sono fatti forza e hanno resistito, lottando fino alla fine per il quarto posto e cedendolo a Boston solo nelle ultime partite. Sono rimasti a galla grazie a una pallacanestro ‘operaia’ e democratica; otto giocatori in doppia cifra di media per punti, ma nessuno oltre i 20. Oladipo era una perla, la cui assenza peserà soprattutto ai playoff, ma intorno a lui c’era comunque tanta sostanza. Dal punto di vista della produzione, a fare le sue veci sono stati Wesley Matthews, ingaggiato dopo il buyout con i Knicks, e Bojan Bogdanovic, grande protagonista della seconda parte di regular season. Myles Turner non è ancora esploso (e a questo punto viene da chiedersi se mai lo farà), ma si è rivelato un lungo affidabile, così come Domantas Sabonis, che ha confermato le ottime doti messe in mostra fin dal suo arrivo a Indianapolis. Importante anche il contributo di veterani come Thaddeus Young, Tyreke Evans (anche se lontano parente di quello visto l’anno scorso a Memphis) e Darren Collison, qualche segnale interessante dal rookie Aaron Holiday, che potrebbe ritagliarsi un ruolo importante in futuro.
E’ lecito pensare che la corsa playoff di Indiana sia destinata a finire presto, ma è altrettanto certo che questi Pacers venderanno cara la pelle. In estate, tutti i veterani andranno in scadenza di contratto. Confermarli alle cifre giuste o sostituirli accuratamente sarà una scelta determinante per poter restare ad alti livelli, magari provando a diventare una contender.

 

Los Angeles Clippers: voto 7,5

Montrezl Harrell e Lou Williams
Montrezl Harrell e Lou Williams

Al di là dell’ottavo posto finale, il 2018/19 dei Clippers è stato molto positivo. Una partenza sprint, poi un brusco calo, quindi un nuovo scatto, decisivo per tornare ai playoff dopo un anno di astinenza. Tutto ciò nonostante la cessione, a stagione in corso, del miglior giocatore della squadra, quel Tobias Harris che, a Est (dove effettivamente è finito, ma con le selezioni ormai chiuse), sarebbe stato un All-Star. Lo scambio con i Sixers ha portato in dote Landry Shamet, che con Shai Gilgeous-Alexander ha formato una straordinaria coppia di rookie, promossa titolare nel quintetto di Doc Rivers. Soprattutto, ha garantito ai Clippers scelte future (da utilizzare magari come pedine per una trade) e lo spazio salariale (non garantito, in caso di player option esercitata da Harris) per dare la caccia, in estate, ad almeno un grande free-agent. Nel migliore scenario possibile, Jerry West e soci avrebbero rinunciato a un anno di Tobias Harris per avere Kevin Durant, Kawhi Leonard e Anthony Davis. Mica male!
Il fatto che i grossi calibri possano approdare sulla sponda meno ‘nobile’ di Los Angeles è tutt’altro che una suggestione. A differenza dei Lakers, i Clippers hanno un progetto chiaro, delle gerarchie ben definite (coach Rivers ha da poco ottenuto un rinnovo contrattuale) e un roster già in grado di competere per i playoff. Merito dei due rookie, della produzione offensiva di Lou Williams (diventato di recente il miglior realizzatore di sempre in uscita dalla panchina) e di quella difensiva di Patrick Beverley, dell’energia di Montrezl Harrell e della presenza sotto i ferri del giovane Ivica Zubac, ‘scippato’ agli sprovveduti cugini gialloviola. Se i Clippers sono ai playoff, però, è anche grazie a uno splendido Danilo Gallinari, alla miglior stagione in carriera. I quasi 23 milioni di dollari che percepirà nel suo ultimo anno di contratto lo candidano automaticamente a finire in qualche trade ma, soprattutto se dovessero sfumare i sogni Leonard e Durant, sarà molto difficile che Rivers si separi da uno dei suoi leader.

 

Los Angeles Lakers: voto 4

Gli uomini più attesi del 2018/19 gialloviola. Da sinistra: Lonzo Ball, LeBron James, Kyle Kuzma e Brandon Ingram
Gli uomini più attesi del 2018/19 gialloviola. Da sinistra: Lonzo Ball, LeBron James, Kyle Kuzma e Brandon Ingram

Sul 2018/19 dei Lakers si è scritto di tutto e di più, e se ne scriverà ancora a lungo. Semplicemente, è stato uno dei più clamorosi fallimenti nella storia dello sport. Certo, non ci si poteva aspettare che una squadra reduce da sei stagioni passate nei bassifondi della Western Conference vincesse di colpo il titolo, però almeno qualificarsi ai playoff era un obiettivo ampiamente alla portata. Se non altro per la presenza di LeBron James, il quarto miglior marcatore della storia NBA. Quello che, insieme a Michael Jordan, è al centro di eterne discussioni su chi sia il più grande giocatore di sempre. Soprattutto quello che, a partire dal 2011, non aveva mai mancato un appuntamento con le Finals. Invece, la stagione gialloviola è di fatto terminata a febbraio, con l’attenzione rivolta più verso la draft lottery, che verso l’ottavo posto.

Le cause di questo disastro sono molteplici, e a riguardo sono già stati riempiti centinaia di articoli e dibattiti. Forse il problema sta alla radice: il percorso di una franchigia giovane e ancora impegnata in una lunga ricostruzione non era compatibile con quello di uno straordinario fenomeno arrivato quasi a fine corsa, dunque desideroso di vincere subito. La disperata caccia ad Anthony Davis (per cui erano stati offerti ai New Orleans Pelicans tutti i giovani di punta), che ha spaccato irrimediabilmente lo spogliatoio, è stata una chiara dichiarazione d’intento: a noi interessa provarci oggi, non domani. I Lakers, allo stato attuale, non erano pronti. Coach Luke Walton era stato assunto per guidare la ricostruzione, non per condurre al titolo LeBron. Lonzo Ball e Brandon Ingram hanno impiegato mesi per trovare un ruolo ben definito all’interno del roster, salvo poi infortunarsi e salutare anzitempo la compagnia. Gli infortuni hanno certamente avuto un peso, ma non possono essere l’unico alibi; anche squadre come Denver, Houston e Indiana ne sono state particolarmente bersagliate, eppure… Tra gli altri giovani, Kyle Kuzma è stato il più convincente, ma sembra che la sua spiccata personalità abbia creato qualche frizione di troppo con il Re. I veterani (Rajon Rondo, Lance Stephenson e JaVale McGee su tutti) hanno dato un buon contributo, anche se troppo altalenante, e comunque l’incertezza sul futuro si è fatta sentire anche per loro. Gli addii a Magic Johnson e Luke Walton hanno inaugurato quella che, nella Città degli Angeli, si preannuncia un’estate rovente, con una serie di interrogativi di cui sentiremo parlare con una certa frequenza…

 

Memphis Grizzlies: voto 5

Da sinistra, Jaren Jackson Jr., Mike Conley e Kyle Anderson
Da sinistra, Jaren Jackson Jr., Mike Conley e Kyle Anderson

Un giorno di metà novembre, Memphis si è svegliata con una sorpresa: era al comando della Western Conference! Questo incredibile posizionamento era spiegabile in diversi modi: da un lato l’eccellente organizzazione difensiva e il rientro a pieno regime di Mike Conley, dall’altro la classifica corta e la falsa partenza delle avversarie più quotate. Nel giro di poche settimane, i reali valori sono emersi, e i Grizzlies sono sprofondati fino al penultimo posto. Durante la caduta, la dirigenza ha realizzato che l’unica strada percorribile era la rifondazione, e ha quindi messo sul mercato i pochi pezzi pregiati. Un’illuminazione piuttosto tardiva; aver aspettato così a lungo ha notevolmente abbassato il valore di Marc Gasol, ceduto ai Raptors in cambio dei contratti in scadenza di Jonas Valanciunas, C.J. Miles e Delon Wright e una seconda scelta futura (non il massimo per l’uomo-simbolo della franchigia), e reso pressoché impossibile scambiare Conley (titolare di un contratto mostruoso fino al 2021) e Chandler Parsons. Insomma, questo 2018/19 rischia seriamente di rallentare la ricostruzione.
Quantomeno, un raggio di sole ha illuminato i campi del Tennessee (agevolando non poco il cammino di Franco Battiato): Jaren Jackson Jr. ha disputato un’ottima stagione d’esordio. Sebbene sia un giocatore tutto da costruire, ha confermato i lampi di talento e la versatilità che avevano convinto Memphis a selezionarlo con la quarta scelta assoluta nel 2018. Dal lungo da Michigan State, dall’inevitabile addio di Conley, dal nuovo allenatore (J.B. Bickerstaff è stato esonerato qualche giorno fa) e da una scelta alta, ma non altissima, al prossimo draft, partirà il prossimo capitolo della storia della franchigia. Un capitolo che dovrà essere scritto alla perfezione, altrimenti il ritorno dei Seattle SuperSonics si farebbe sempre più vicino…

NBA Passion Awards 2018/19

Non c’è dubbio: per vedere la NBA al suo meglio, bisogna aspettare i playoff. L’intensità sale, la tattica è curata al minimo dettaglio, non c’è troppo margine d’errore. Va avanti solo che vale davvero, gli altri tornano a casa. Però è la regular season a gettare le basi per quello che succederà nelle settimane più ‘calde’. Un viaggio lungo sei mesi in cui accade tutto e il contrario di tutto, in cui i problemi nascono e si risolvono, in cui le squadre trovano la loro alchimia, in cui alcune carriere prendono il volo, mentre altre si inabissano. Insomma, anche in regular season si fa la storia. Al netto delle critiche (in ogni caso comprensibili, essendo la pallacanestro un gioco di squadra), i premi individuali sono uno specchio piuttosto affidabile di quanto successo tra ottobre e aprile. Raccontano di chi ha sorpreso, di chi si è confermato e di chi è entrato definitivamente nella leggenda di questo gioco. Da qualche anno, la NBA comunica i vincitori a stagione conclusa, quando i playoff hanno già emesso i loro feroci verdetti. Essendo questi premi relativi alla stagione regolare, però, noi di NBA Passion restiamo fedeli alle tradizioni, assegnandoli ‘a caldo’. Dopo settimane di infuocate votazioni, è dunque il momento di scoprire le scelte della redazione: arrivano gli NBA Passion Awards 2018/19!

 

Rookie Of The Year: Luka Doncic (Dallas Mavericks)

Luka Doncic, uno dei grandi protagonisti di questo 2018/19
Luka Doncic, uno dei grandi protagonisti di questo 2018/19

Non succede spesso ma, in questo 2018/19, tutte le primissime scelte al draft hanno disputato una solida stagione da rookie. DeAndre Ayton ha messo insieme cifre di tutto rispetto (16.3 punti a 10.3 rimbalzi di media), anche se in una ‘polveriera’ come gli attuali Phoenix Suns, Marvin Bagley si è ritagliato un ruolo importante nei sorprendenti Sacramento Kings e Jaren Jackson Jr. è stato tra le pochissime note liete per i Memphis Grizzlies. Esordio tutto sommato positivo, seppure in contesti perdenti e con gli inevitabili alti e bassi del caso, per Collin Sexton (Cleveland) e Kevin Knox (New York), mentre saranno da rivedere Mohamed Bamba (utilizzato pochissimo a Orlando) e Wendell Carter Jr. (infortunatosi troppo presto, dopo un buon avvio in maglia Bulls). Tra gli altri giocatori scelti al primo giro, si sono fatti notare soprattutto Shai Gilgeous-Alexander, che ha presto conquistato un posto da titolare ai Clippers, Josh Okogie, che ha fatto lo stesso in maglia Timberwolves, e Landry Shamet, letale tiratore che ha portato punti dalla panchina prima ai Sixers, poi (dopo essere stato incluso nella trade per Tobias Harris) alla corte di Doc Rivers. Da segnalare anche il buon debutto di Mikal e Miles Bridges (Phoenix e Charlotte), Kevin Huerter e Omari Spellman (Atlanta), mentre dal secondo giro sono ‘spuntati’ Jalen Brunson (Dallas), Rodions Kurucs (Brooklyn) e Mitchell Robinson, che ha vissuto un anno da matricola estremamente incoraggiante con i New York Knicks.

Il nostro premio di Rookie Of the Year, però, non poteva che essere conteso da Luka Doncic e Trae Young, protagonisti di un discusso scambio la notte del draft (Doncic a Dallas e Young, più una prima scelta 2019, ad Atlanta). A suon di grandi prestazioni e di giocate mozzafiato, i due si sono imposti da subito come uomini-franchigia di Mavericks e Hawks, mostrando potenziale da superstar e accendendo le speranze dei tifosi per un futuro roseo. Nelle nostre votazioni ha prevalso Doncic perchè ha avuto un impatto immediato; sono bastate poche partite per far scoppiare la ‘Luka-Mania’. Young è partito più lentamente, salvo poi esplodere nella seconda parte di regular season. In questo 2018/19 entrambe le squadre hanno chiuso nelle retrovie, ma il loro avvenire, così come quello dell’intera lega, sembra in ottime mani.

Albo d’oro
2015/16: Karl-Anthony Towns (Minnesota Timberwolves)
2016/17: Dario Saric (Philadelphia 76ers)
2017/18: Ben Simmons (Philadelphia 76ers)

All-Rookie Team:
Trae Young (Atlanta Hawks)

Shai Gilgeous-Alexander (Los Angeles Clippers)
Luka Doncic (Dallas Mavericks)
Marvin Bagley (Sacramento Kings)
DeAndre Ayton (Phoenix Suns)

 

Coach Of The Year: Mike Budenholzer (Milwaukee Bucks)

Mike Budenholzer, prima stagione alla guida dei Milwaukee Bucks
Mike Budenholzer, prima stagione alla guida dei Milwaukee Bucks

Il premio di allenatore dell’anno è sempre uno dei più difficili da assegnare. Ogni stagione è caratterizzata da squadre che rendono oltre le aspettative soprattutto grazie al lavoro del coach, e questo 2018/19 non fa eccezione. Mike Malone e Doc Rivers hanno guidato Denver Nuggets e Los Angeles Clippers ai playoff nonostante gli infortuni (Denver) e la cessione in corsa del miglior realizzatore (Tobias Harris, passato da L.A. a Philadelphia), mentre Terry Stotts e Quin Snyder hanno confermato Portland Trail Blazers e Utah Jazz tra le corazzate della Western Conference. Restando a Ovest, Dave Joerger ha dato ‘nuova vita’ ai Sacramento Kings, e Gregg Popovich ha condotto i soliti San Antonio Spurs ai ventiduesimi playoff consecutivi, nonostante gli svariati problemi. Anche sull’altra costa non mancavano i candidati: da Nate McMillan, capace di tenere in alto gli Indiana Pacers malgrado l’infortunio di Victor Oladipo, a Nick Nurse, ‘timoniere’ degli ottimi Toronto Raptors. Doveroso citare anche Steve Clifford e Kenny Atkinson, il cui lavoro ha finalmente regalato a Orlando Magic e Brooklyn Nets la speranza di poter uscire da un tunnel che sembrava interminabile.

A stravincere le nostre votazioni è stato però Mike Budenholzer, perchè ha fatto compiere ai Milwaukee Bucks un salto che, fino alla scorsa estate, sembrava impossibile: passare da eterna incompiuta a contender. Ci è riuscito seguendo una filosofia comune a Golden State Warriors e Houston Rockets: ‘estremizzare’ il proprio gioco, cucendolo su misura per le peculiarità uniche dell’uomo di riferimento. I Bucks, il cui roster era pressoché invariato rispetto al 2017/18, sono diventati a tutti gli effetti la squadra di Giannis Antetokounmpo. ‘The Greek Freak’ ha dominato in lungo e in largo nonostante la scarsa pericolosità dalla distanza, e lo ha fatto anche perchè a molti compagni è stata concessa ‘carta bianca’ da oltre l’arco. Ecco allora la stagione da All-Star di Khris Middleton e quella altrettanto superba di Brook Lopez, ma anche gli sporadici exploit dei vari Pat Connaughton, D.J. Wilson, Sterling Brown e Donte DiVincenzo. Un altro grande merito di ‘Coach Bud’ è stato quello di valorizzare al massimo la coesistenza (tutt’altro che scontata) fra Malcolm Brogdon ed Eric Bledsoe. Il suo arrivo ha dato a Milwaukee la consapevolezza necessaria a prendersi il miglior record della regular season e a guardare con inedita fiducia agli imminenti playoff.

Albo d’oro
2015/16: Brad Stevens (Boston Celtics)
2016/17: Brad Stevens (Boston Celtics)
2017/18: Mike D’Antoni (Houston Rockets)

 

Sixth Man Of The Year: Lou Williams (Los Angeles Clippers)

Lou Williams è diventato il miglior realizzatore di sempre in uscita dalla panchina
Lou Williams è diventato il miglior realizzatore di sempre in uscita dalla panchina

Prima o poi, questo premio verrà ribattezzato Lou Williams Award. La guardia dei Los Angeles Clippers si aggiudica il nostro riconoscimento per il secondo anno di fila, e con ogni probabilità solleverà il vero trofeo, quello assegnato dalla NBA, per la terza volta in carriera (aveva già vinto nel 2015 e nel 2018), eguagliando così il primato di Jamal Crawford. Il 2018/19 ha consacrato il ‘Mago Lou’, diventato il miglior realizzatore di sempre in uscita dalla panchina. Al di là del record, il suo impatto è stato decisivo per il raggiungimento dei playoff da parte dei Clippers, da febbraio privi di Tobias Harris (fino a quel momento, il loro top scorer stagionale). Un giocatore da 20 punti di media che percepisce ‘appena’ 8 milioni di dollari di stipendio (fino al 2021) e che si accontenta, anzi, pretende, di partire dalla panchina, è un tesoro di inestimabile valore per la franchigia, nonché un’ulteriore attrattiva per le superstar a cui i Clips daranno la caccia in estate.
Il fatto che Doc Rivers avesse a disposizione la miglior second unit della lega non è certificato solo dai numeri (53 punti a gara segnati dalle riserve), ma anche dalla presenza di Montrezl Harrell tra i possibili rivali di Williams per la conquista del Sixth Man Of The Year Award. Tra gli altri candidati troviamo Domantas Sabonis (Pacers), Spencer Dinwiddie (Nets), Dennis Schroder (Thunder), Malik Beasley (Nuggets), Terrence Ross (Magic) e Derrick Rose, che ha vissuto la stagione della ‘rinascita’ con la maglia dei Minnesota Timberwolves.

Albo d’oro
2015/16: Jeremy Lin (Charlotte Hornets)
2016/17: Eric Gordon (Houston Rockets)
2017/18: Lou Williams (Los Angeles Clippers)

 

Defensive Player Of The Year: Paul George (Oklahoma City Thunder)

Per Paul George un 2018/19 straordinario sui due lati del campo
Per Paul George un 2018/19 straordinario sui due lati del campo

Essere decisivi su entrami i lati del campo: spiega il professor Paul George. La stella dei Thunder ha disputato un 2018/19 ‘leonardiano’ (riferito a Kawhi, non a Da Vinci), guidando la truppa di Billy Donovan sia in attacco (miglior realizzatore di squadra e miglior media punti in carriera) che nella propria area, dove è stato il miglior esponente di quella che è stata la miglior difesa NBA per quasi tutta la regular season. Quel “quasi” è la parola che potrebbe cambiare il futuro immediato del giocatore, visibilmente calato dopo un infortunio alla spalla (con conseguente estromissione dalla corsa per l’MVP) e quello di OKC, letteralmente colata a picco nella fase finale ed entrata ai playoff da un ingresso meno nobile.
A contendere il premio a PG13 c’erano altri giocatori che hanno fatto la differenza sotto entrambi i tabelloni, come Giannis Antetokounmpo, Joel Embiid, Jimmy Butler e il ‘solito’ Kawhi Leonard, ma anche veri e propri ‘specialisti’ difensivi come Rudy Gobert, Patrick Beverley, Marcus Smart e classici ‘rim protector’ (che non mancano mai in queste graduatorie) come Myles Turner, Jarrett Allen e Serge Ibaka.

Albo d’oro
2015/16: Kawhi Leonard (San Antonio Spurs)
2016/17: Rudy Gobert (Utah Jazz)
2017/18: Rudy Gobert (Utah Jazz)

 

Most Improved Player Of The Year: Pascal Siakam (Toronto Raptors)

Per Pascal Siakam, il 2018/19 è stato l'anno della consacrazione
Per Pascal Siakam, il 2018/19 è stato l’anno della consacrazione

Il premio al giocatore più migliorato è forse quello più interessante. Racconta di un atleta che, nel corso della stagione, è riuscito a fare un evidente (e spesso imprevedibile) salto di qualità. In molti casi, il singolo che ‘sboccia’ improvvisamente dà una spinta decisiva alla sua squadra, cambiandone di colpo le prospettive. In questo 2018/19, i Toronto Raptors partivano già tra le favorite a Est, ma la loro nuova superstar, Kawhi Leonard, avrebbe avuto delle restrizioni sul minutaggio, per recuperare al meglio dal lungo infortunio subito ai tempi di San Antonio. Poco male; coach Nick Nurse si è trovato in casa un’altra stella. Non parliamo di Kyle Lowry, in fase calante seppur con la solita leadership, bensì di Pascal Siakam.
Scoperto da Luc Mbah a Moute, il camerunese era stato scelto da Toronto con la ventisettesima chiamata al draft 2016. Il suo atletismo era sotto gli occhi di tutti fin dall’inizio, ma Siakam sembrava uno dei tanti ‘talenti grezzi’ della storia recente dei Raptors. Il suo primo anno è stato vissuto più in G-League che in NBA, ma con ottimi risultati: nel 2017 ha guidato al titolo i Raptors 905, venendo eletto MVP delle finali. Ha conquistato così un posto stabile nelle rotazioni del roster principale e, al secondo anno, è passato da 4.2 a 7.3 punti di media. Un miglioramento, ma nulla in confronto al salto compiuto in questo 2018/19: 16.9 punti in 32 minuti a partita, titolare fisso e presenza insostituibile ai due lati del campo. Più volte miglior realizzatore di squadra, Pascal ha riscritto più volte il suo career-high (fissato ora a 44 punti, segnati contro Washington il 13 febbraio).

Tra gli inseguitori spicca D’Angelo Russell, che da All-Star ha trascinato ai playoff i Brooklyn Nets, ma è doveroso menzionare anche Khris Middleton (Bucks, anche lui debuttante all’ASG), Nikola Vucevic (Magic, idem come sopra), Montrezl Harrell (Clippers), Buddy Hield (Kings), Zach LaVine (Bulls), Julius Randle (Pelicans), Bojan Bogdanovic (Pacers) e Thomas Bryant (Wizards).

Albo d’oro
2015/16: C.J. McCollum (Portland Trail Blazers)
2016/17: Nikola Jokic (Denver Nuggets)
2017/18: Victor Oladipo (Indiana Pacers)

 

Breakout Team Of The Year: Denver Nuggets

Jamal Murray e Nikola Jokic, giovani stelle dei Denver Nuggets
Jamal Murray e Nikola Jokic, giovani stelle dei Denver Nuggets

L’anno scorso, il sogno di Denver era sfumato all’overtime dell’ultima partita di regular season, persa contro Minnesota. Anche per questo, ci si aspettava che il 2018/19 avrebbe riportato i Nuggets ai playoff. In pochi, però, avrebbero immaginato di vedere gli uomini di Mike Malone contendere fino alla fine il primo posto nella Conference ai Golden State Warriors. Questo eccellente risultato è stato reso possibile dal grande lavoro dell’allenatore, dalla consacrazione di Nikola Jokic, dalla crescita di Jamal Murray, dall’esplosione di Malik Beasley e dall’impatto di alcuni protagonisti inattesi, come Monte Morris (tre partite a Denver e tanta D-League nel 2017/18) e Torrey Craig (undrafted nel 2014, poi tre stagioni in Australia). Il miglior record di franchigia dal 2012/13 è stato ottenuto malgrado i numerosi infortuni che hanno martoriato il roster: durante la stagione si sono fermati (per periodi piuttosto lunghi) Gary Harris, Will Barton e Paul Millsap, Isaiah Thomas ha debuttato solo a ridosso dell’All-Star Game (per poi uscire quasi subito dalle rotazioni), mentre Michael Porter Jr., quattordicesima scelta assoluta allo scorso draft, non ha mai messo piede in campo. Poco da aggiungere, Denver ha disputato davvero una grande regular season.

Nella corsa all’NBA Passion Award come sorpresa dell’anno, i Nuggets battono in volata i Los Angeles Clippers, anche loro alla post-season nonostante la cessione di Tobias Harris, miglior realizzatore di squadra fino a quel momento. Tra le altre candidate i Sacramento Kings, inaspettatamente vicini ai playoff, e tre squadre che i playoff li giocheranno, in una Eastern Conference formato ‘terrà delle opportunità”: Indiana Pacers, Brooklyn Nets e Orlando Magic.

Albo d’oro
2015/16: Portland Trail Blazers
2016/17: Washington Wizards
2017/18: Utah Jazz

 

Disappointing Team Of The Year: Los Angeles Lakers

Per LeBron James, un 2018/19 da dimenticare
Per LeBron James, un 2018/19 da dimenticare

Come diceva il leopardo nella famosa pubblicità: “What did you expect?”. Il premio più semplice da assegnare, tra i nostri Awards, è quello per la delusione dell’anno. Perchè i Lakers 2018/19 non sono stati una semplice delusione, bensì un flop colossale, destinato ad essere ricordato a lungo. Una squadra che sembrava avere le carte in regola per tornare in alto, dopo anni bui, si è invece ritrovata fuori dalla corsa playoff a due mesi dal termine della regular season. Un fallimento figlio di molti padri, di cui tanto si è discusso e di cui tantissimo si discuterà.
L”uomo-simbolo di questa disfatta non può che essere LeBron James, chiamato a Los Angeles per riportare i Lakers sui palcoscenici che hanno calcato per decenni. Attribuirgli tutte le colpe sarebbe superficiale, ma è innegabile che parte delle responsabilità per la disastrosa stagione siano da imputare al fenomeno da Akron. Uno che in campo è stato il solito portento (anche se con troppi atteggiamenti deplorevoli in fase difensiva), ma la cui influenza sul management, dettata dall’urgenza di vincere ma (purtroppo per lui) dura a morire, ha contribuito a far andare a rotoli la situazione. Prima l’ ‘incoraggiamento’ ad arruolare veterani rivelatisi poi non così utili (da Lance Stephenson a Michael Beasley), poi il patetico ‘teatrino’ con Anthony Davis e Rich Paul, che di fatto ha compromesso sia l’annata dei Lakers, sia quella dei New Orleans Pelicans.

Chiaro, tutto ciò non sarebbe stato possibile con una dirigenza all’altezza, qualcosa che manca da tempo nella Los Angeles gialloviola. Magic Johnson e Rob Pelinka, nella smania di tornare protagonisti, hanno ‘sbugiardato’ più volte il (confusionario) lavoro portato avanti dalla franchigia negli ultimi anni, non esitando a mettere sul mercato l’intero roster (senza esagerare) per affidarsi completamente a un quasi trentacinquenne (James) e a una stella perennemente infortunata (Davis). Per carità, due fenomeni assoluti, ma lo dicevano anche i nostri nonni: spesso, la fretta è cattiva consigliera…
Mentre in California i vari Kyle Kuzma, Brandon Ingram e Lonzo Ball venivano ‘scrutinati’ partita dopo partita, senza mai convincere fino in fondo (per svariati motivi), lontano da quei riflettori e da quella pressione diversi ex-Lakers come D’Angelo Russell, Julius Randle, Lou Williams, Brook Lopez e, udite udite, Thomas Bryant, si ritagliavano un ruolo di primissimo piano nelle rispettive squadre. Certo, ogni caso va contestualizzato, ma tutto ciò vorrà pur dire qualcosa! A concludere degnamente questa ‘memorabile’ stagione sono arrivate le dimissioni di Magic, annunciate prima della sfida contro Portland. Una scelta più che comprensibile sul piano personale, ma che lascia la franchigia sempre più in balia delle onde.

La ‘tragicommedia’ gialloviola ha inevitabilmente messo in ombra altre squadre che, in questo 2018/19, hanno deluso le aspettative. Cleveland Cavaliers e Chicago Bulls, pur con mille problemi, sembravano avere roster adeguati per fare un pensierino ai playoff, invece sono finite subito in fondo alla Eastern Conference. Così come i Dallas Mavericks a Ovest, nonostante una buona partenza. Menzioni ‘d’onore’ anche per le eterne incompiute Minnesota Timberwolves e Washington Wizards e per i Miami Heat, finiti in un tunnel di mediocrità che non sembra avere fine.

Albo d’oro
2015/16: Chicago Bulls
2016/17: New York Knicks
2017/18: Oklahoma City Thunder

 

Most Valuable Player: Giannis Antetokounmpo (Milwaukee Bucks)

Giannis Antetokounmpo, stella dei Milwaukee Bucks
Giannis Antetokounmpo, stella dei Milwaukee Bucks

Sarà pure un premio inutile, una celebrazione molto americana del singolo che stona con i concetto di ‘sport di squadra’, ma alla fine la domanda “Chi è l’MVP?” se la fanno tutti. Venire eletto Most Valuable Player non è l’unico modo, ma è certamente un modo per imprimere a fuoco il proprio nome nei libri di storia NBA. E’ un riconoscimento che indica inequivocabilmente un giocatore capace di dominare una regular season, svettando su una lega piena di fenomeni. E’ il caso di Giannis Antetokounmpo, che si prende la nostra statuetta virtuale dopo aver guidato i Milwaukee Bucks al miglior record della lega. Da quando è apparso in NBA, ‘The Greek Freak’ si è reso protagonista di un’inarrestabile ascesa. Prima acerba matricola, poi grande promessa, quindi All-Star, ora MVP (almeno per la redazione di NBA Passion). Al di là delle cifre, in costante crescita (ma non nettamente superiori a quelle dell’anno scorso), in questo 2018/19 Giannis ha ufficialmente avanzato la sua candidatura a ‘ nuovo volto della lega’. Coach Mike Budenholzer gli ha cucito addosso i Bucks su misura, lasciandogli carta bianca per terrorizzare le difese con le sue incursioni. Decisivo sia in attacco che in difesa, sul finire della regular season Antetokounmpo ha anche migliorato (visibilmente) il suo gioco da oltre l’arco, oscurando sempre più il cielo sopra l’America cestistica. Grazie al loro fenomeno, i Bucks sono diventati a tutti gli effetti una contender. Forse gli Warriors sono ancora superiori, magari anche per le FInals è presto, ma il motto ‘Feer The Dear’ non è mai stato così d’attualità.

Gli sfidanti per il premio non sono mancati: Kawhi Leonard ha iniziato molto forte, ma le restrizioni sul minutaggio hanno inciso sulla sua candidatura (difficile che si strugga in un letto di dolore, per questo), Paul George è stato frenato da un infortunio a una spalla e dal calo generale dei suoi Thunder, mentre Stephen Curry e Kevin Durant si sono come al solito fatti concorrenza interna (giocando oltretutto a marce bassissime, in attesa dei playoff). Joel Embiid e Nikola Jokic avrebbero avuto qualche chance, in una stagione normale, ma in questo 2018/19 l’unico a tenere davvero testa ad Antetokounmpo è stato James Harden. Dopo un avvio stentato, l’MVP in carica si è preso gli Houston Rockets sulle spalle, trascinandoli dal quattordicesimo al terzo posto nella Western Conference nonostante gli infortuni eccellenti di Chris Paul, Eric Gordon e Clint Capela. Ci è riuscito mettendo insieme cifre mostruose (36.1 punti di media, la più alta dal 1986/86, quando Michael Jordan chiuse a 37.1), con il picco delle 32 partite consecutive con almeno 30 punti a referto, tra cui un back-to-back da 57 e 58 punti (contro Memphis e Brooklyn) e la prova da 61 punti e 15 rimbalzi al Madison Square Garden (23 gennaio). Un mostro, che però nulla ha potuto, nelle nostre votazioni, contro il dominio del ‘Freak’ di Milwaukee.

Albo d’oro
2015/16: Stephen Curry (Golden State Warriors)
2016/17: Russell Westbrook (Oklahoma City Thunder)
2017/18: LeBron James (Cleveland Cavaliers)

All-NBA Team (come per l’All-Rookie Team, abbiamo votato senza suddivisione per ruoli):
James Harden (Houston Rockets)

Paul George (Oklahoma City Thunder)
Giannis Antetokounmpo (Milwaukee Bucks)
Nikola Jokic (Denver Nuggets)
Joel Embiid (Philadelphia 76ers)

Muggsy Bogues, intervista a un’icona degli Anni ‘90

Per molti ragazzi cresciuti negli Anni ’90, Muggsy Bogues è una figura iconica. Con i suoi 160 centimetri, è il giocatore più basso nella storia della NBA. Eccellente difensore e passatore, scorrazzava tra i giganti dell’epoca con l’inconfondibile maglia azzurra degli Charlotte Hornets, al fianco di fenomeni come Larry Johnson, Alonzo Mourning e Glen Rice. La sua carriera NBA è durata quattordici stagioni. Dodicesima scelta assoluta dei Washington Bullets nel 1987, un anno dopo è stato selezionato dagli Hornets nel corso dello speciale expansion draft. Dopo quasi un decennio nel North Carolina, ha trascorso due anni nella peggior versione di sempre dei Golden State Warriors, per poi chiudere la carriera negli emergenti Toronto Raptors di Vince Carter e Tracy McGrady. A renderlo immortale nella memoria di un’intera generazione, però, è anche la partecipazione a Space Jam, film di culto del 1996 con protagonista Michael Jordan il cui sequel è annunciato per il 2021.
Nelle vesti di ambasciatore per gli Hornets, Muggsy è volato in Europa per annunciare il Paris Game 2020, la prima partita di regular season NBA che si giocherà in territorio francese. A sfidarsi, il prossimo 24 gennaio, saranno i ‘suoi’ Charlotte Hornets e i Milwaukee Bucks di Giannis Antetokoumpo. Prima di rientrare negli Stati Uniti, Muggsy ha fatto tappa in Italia per incontrare pubblico e media al nuovissimo NBA Store di Milano, aperto lo scorso dicembre. Ne abbiamo approfittato per fargli alcune domande.

Muggsy Bogues circondato dalle sue storiche maglie
Muggsy Bogues circondato dalle sue storiche maglie

Hai fatto parte degli Charlotte Hornets originali. Cosa significava giocare in un expansion team, e come si è evoluta la squadra in quei primi anni?
“All’inizio è stata una sfida. Sai, quando vieni scelto così in alto al primo giro del draft e la franchigia che ti ha scelto ti lascia andare via dopo un anno, è piuttosto scoraggiante. Ma non sarei potuto finire in un posto migliore di Charlotte. Ho avuto la possibilità di giocare con ragazzi più giovani, come Dell Curry e Rex Chapman, ma anche con compagni più anziani, come Earl Cureton, Robert Red e Kelly Tripucka. Giocare con loro mi ha plasmato, mi ha aiutato a gestire il secondo anno della mia carriera, a familiarizzare con la NBA. Inoltre, mi ha permesso di mettere in mostra il mio talento. Potevo stare molti minuti in campo e dimostrare ai tifosi e all’intera lega che uno della mia taglia era in grado di giocare a qualsiasi livello.”

Poi sono arrivati Larry Johnson e Alonzo Mourning. Cosa non ha funzionato in quella squadra? Perché non siete mai riusciti ad andare fino in fondo, negli Anni ’90?
“Stavamo crescendo continuamente, ma quando abbiamo preso Larry e Alonzo è cambiato tutto per la franchigia. Siamo diventati una squadra da 40-50 vittorie stagionali. Mi chiedi cosa è successo in certe stagioni per farci chiudere presto i playoff… Infortuni. Le persone sbagliate si sono fatte male nei momenti sbagliati, e questo ci ha in qualche modo limitati. Larry si è infortunato alla schiena durante la prima serie playoff, e da lì in avanti non è stato più lo stesso giocatore. Io mi sono infortunato durante una serie contro Chicago, ho dovuto subire un’operazione al ginocchio, poi ‘Zo se n’è andato. Sono successe tutte queste cose, ma siamo riusciti a mantenere il flusso. Abbiamo fatto scambi che hanno portato Glen Rice e Anthony Mason, per cui non abbiamo perso il ritmo. Abbiamo continuato a fare i playoff, abbiamo tentato ancora la scalata, ma non siamo riusciti ad arrivare in cima, a battere le squadre migliori.”

Cosa ne pensi degli Hornets attuali?
“Gli Hornets in questo momento stanno combattendo per la loro sopravvivenza, stanno inseguendo l’ottavo posto. Hanno subito una brutta sconfitta, l’altra notte con i Lakers, che ha interrotto una striscia di quattro vittorie. Ora abbiamo delle partite altrettanto dure: dobbiamo ancora affrontare Golden State, abbiamo solo due gare casalinghe da qui alla fine. Stiamo inseguendo, il che non è buono, ma lotteremo fino alla fine. Kemba deve andare là fuori, caricarsi i ragazzi sulle spalle e continuare a guidarli. Vedremo cosa succederà fino all’ultima partita.”

Credi che la franchigia, per tornare in alto, dovrebbe puntare a una rifondazione, oppure a costruire intorno a Kemba Walker?
“Vedremo, vedremo cosa succederà. Stanno cercando di costruire intorno a Kemba, mettendogli accanto i pezzi giusti, lui dovrà prendere una decisione importante quest’anno. Vedremo ma, ripeto, i giochi sono ancora aperti. Abbiamo ancora la possibilità di fare i playoff, per cui combatteremo fino alla fine. Abbiamo appena interrotto una striscia di quattro successi consecutivi, purtroppo abbiamo perso contro i Lakers la scorsa notte. Ma sono sicuro che Michael Jordan, da proprietario, e Mitch Kupchak, da presidente, hanno già in mente di costruire intorno a lui, però prima devono tenerlo, devono rifirmarlo. Sono concentrati su come portare un titolo alla città di Charlotte, e Michael Jordan ha la passione necessaria per riuscirci. Devono solo continuare a cercare i pezzi giusti da inserire, si spera di fianco a Kemba.”

Com’è cambiato il gioco, rispetto ai tuoi tempi?
“Le regole sono cambiate. Quando giocavamo noi, c’erano spesso tre esterni di movimento e due giocatori d’area. Come dicevo prima, i lunghi bloccavano le linee di penetrazione, non c’era la regola dei tre secondi difensivi. Potevi fare gli hand-check sui giocatori che non volevi lasciar scappare, c’era molta più fisicità nel gioco. Non dico che oggi non ce ne sia affatto, ma ce né di meno. I giocatori sono diversi, il gioco è diverso, i giocatori si sono evoluti. Noi avevamo gente di due metri e dieci per centoventi chili piazzata vicino a canestro, come Karl Malone. Oggi abbiamo giocatori della stessa taglia che portano palla, o giganti che tirano da dietro l’arco. Il gioco è evoluto in molti aspetti, e credo che sia più esaltante.

Muggsy Bogues all'NBA Store di Milano
Muggsy Bogues all’NBA Store di Milano

Se Muggsy Bogues giocasse oggi nella NBA, che tipo di giocatore sarebbe? Come ti troveresti nella NBA attuale?
“Penso che mi troverei molto bene nel gioco di oggi. Ho giocato in un’epoca molto fisica, in cui potevi fare molti hand-check sugli avversari, in cui i lunghi si piazzavano sulle linee di penetrazione e non ti facevano passare. Adesso la strada verso il fero è quasi sempre libera, non si possono fare gli hand-check, per cui credo che potrei arrivare più velocemente dove vorrei. Inoltre, nella mia squadra avevo grandi tiratori, per cui mi piacerebbe molto questo tipo di gioco, farei molti più assist oggi.”

Quella di oggi è la NBA dei tiratori. Tu sei stato il giocatore più basso nella storia della NBA. Vedi l’evoluzione attuale del gioco come una rivincita, un riscatto per tutti i giocatori di bassa statura?
“Non credo sia una rivincita. Il basket è il basket, non bisogna guardare solo un aspetto del gioco, ma dare un giudizio complessivo. Un tiro può entrare o meno, ma bisogna saper difendere, fare un buon passaggio, innalzare il QI cestistico, sono tutte queste cose a far funzionare una squadra. Sono queste le cose che mi fanno sentire bene.”

In questi giorni è stato annunciato il Paris Game 2020. Cosa significa per te giocare le partite NBA in giro per il mondo?
“E’ magnifico, è il gioco che amo e ormai è un gioco globale. Il nostro obiettivo è quello di riunire le varie fanbase sparse in giro per il mondo. Quando hai dei giocatori che condividono lo stesso progetto, è qualcosa di speciale. Come dicevamo in precedenza, abbiamo organizzato molte partite. Questo sarà l’undicesimo incontro di regular season oltre confine. Avremo gli Hornets e i Milwaukee Bucks. Avremo Giannis Antetokounmpo, ‘The Greek Freak’. Speriamo ci possa essere Tony Parker ancora nel roster, se non si ritirerà; tornerebbe a casa sua insieme a Nick Batum. Sarà una gran cosa per i ragazzini, vedere questi giocatori partiti dalle loro zone e finiti a giocare in giro per il mondo, nella lega migliore del mondo, la NBA.”

Oggi fai l’ambasciatore per gli Hornets (e per la lega in generale). In eventi del genere, quello che sorprende è il lavoro dietro le quinte prima delle partite. Le interazioni con la comunità, con i ragazzi, per ricambiare il loro affetto. E’ una cosa a cui il commissioner, Adam Silver, tiene molto. Cosa significa per te, da ex-giocatore, continuare il tuo rapporto con la NBA relazionandoti in questo modo con i fan?
“E’ sempre una questione di passione, della dedizione che ci guida. Alle persone che ti trovi davanti devi far capire cosa succede in quei contesti. Queste esperienze ti permettono di trasmettere loro la tua passione. Per me è un’emozione rimanere connesso con il gioco e condividere la mia testimonianza, far sapere alla gente che, alla fine, tutto questo è mosso dalla passione per il gioco del basket. Certe cose le puoi vedere su Google, ma hanno un impatto completamente diverso quando le vedi di persona. Noi continuiamo a pubblicizzare il gioco, è una cosa buona sia per i giocatori attuali, sia per gli ex-giocatori avere a che fare con i giovani. Loro sono in futuro della pallacanestro, dobbiamo continuare a coinvolgerli, a spiegargli cos’è realmente questo gioco. E’ per questo che abbiamo creato la ‘Junior NBA’. Per questo facciamo tante cose divertenti con i bambini, per fargli capire cosa serve per arrivare a questo livello. Non si tratta solo di giocare a basket, è anche una questione di comunità, di partecipazione con i fan, per fargli capire quanto apprezziamo tutto questo.”

I ragazzi cresciuti negli Anni ’90 conoscono Muggsy Bogues soprattutto grazie alla tua esperienza con gli Hornets e con i Raptors, ma anche per il tuo ruolo in Space Jam. Chi potrebbero essere i Monstars di oggi?
“Considerando che LeBron ha già una parte… Bè, direi che Draymond Green potrebbe essere uno di questi, magari nel ruolo di Larry Johnson. (Kristaps) Porzingis potrebbe prendere il posto di Shawn Bradley, DeAndre Jordan farebbe il ruolo di Patrick (Ewing). E ovviamente dovrebbe esserci Isaiah (Thomas).”

Pensavamo anche a Kemba Walker e Giannis Antetokounmpo
“E’ vero, dovrei metterci anche Kemba. Poi dovremmo anche trovare un ruolo per Steph (Curry), sarebbe perfetto. Questi sono i ragazzi su cui punterei, affinché la storia abbia un senso.”

Parlando di Steph Curry, se dovessi affrontarlo uno-contro-uno, quale strategia useresti per fermarlo, o per attaccarlo?
“Innanzitutto, sarebbe difficile per lui palleggiare. Fa palleggi troppo alti per me. Ha un ball-handling eccezionale, adoro il modo in cui tratta la palla. Ma un giocatore come me, che cerca sempre di sfidare il palleggiatore, non gli lascerebbe spazio. Gli riserverei lo stesso trattamento che riservavo a Mark Price. All’epoca, Mark Price era uno specialista dello step-back e del tiro dalla distanza. Spesso, come Curry, tirava partendo con il pallone da un lato. Penso che lo affronterei nello stesso modo.”

Three Points – Clippers, i nuovi padroni di Los Angeles

Mentre sui campi NBA parte lo sprint finale verso i playoff, a fare notizia negli ultimi giorni sono stati alcuni episodi che poco hanno a che vedere con il parquet. A Salt Lake City è andato in scena uno spiacevole confronto tra Russell Westbrook e un tifoso degli Utah Jazz: agli insulti di stampo razzista di quest’ultimo, ‘Russ’ ha risposto con delle presunte minacce che gli sono costate venticinquemila dollari di multa e, a quanto pare, una citazione in giudizio. Il tifoso è stato invece bandito a vita dalla Vivint Smart Home Arena, con il condivisibile intento da parte dei Jazz di lanciare un forte messaggio agli aspiranti seguaci. Un altro fan, stavolta a New York, si è reso protagonista dell’ennesima contestazione nei confronti del proprietario dei Knicks, James Dolan. Dopo avergli intimato di vendere la franchigia, il sovversivo supporter è stato scortato all’uscita dalla security. All’interno del rettangolo di gioco, le cose hanno rischiato di mettersi estremamente male in quel di Cleveland, quando Serge Ibaka dei Toronto Raptors ha sfiorato con un gancio destro il volto di Marquese Chriss dei Cavaliers. Il congolese se l’è cavata con appena tre partite di sospensione, ma le conseguenze avrebbero potuto essere ben più gravi, sopratutto per l’incolumità di Chriss. L’accaduto ha riportato alla mente la pericolosa deriva raggiunta negli Anni ’70, culminata con il pugno di Kermit Washington che quasi uccise Rudy Tomjanovich. Per fortuna, quest’ultima parte di regular season sta offrendo spunti ben più interessanti; andiamo ad analizzarne alcuni nella nuova edizione di ‘Three Points’!

 

1 – Clippers, i nuovi padroni di Los Angeles

Lou Williams e Danilo Gallinari stanno trascinando i Los Angeles Clippers ai playoff
Lou Williams e Danilo Gallinari stanno trascinando i Los Angeles Clippers ai playoff

I Clippers sono la migliore squadra di Los Angeles. Fino a dieci anni fa, un’affermazione del genere avrebbe comportato come minimo una risata di scherno, come massimo un TSO. Invece, da parecchio tempo questo assunto rappresenta perfettamente la realtà. Mentre i Lakers sono sprofondati in un abisso da cui non sono riemersi nemmeno con l’arrivo di LeBron James, quelli che una volta erano i loro ‘cugini poveri’ sono diventati una certezza, nell’agguerrita Western Conference.

Gli anni di ‘Lob City’ non hanno portato alcun titolo, nemmeno una finale di Conference, ma hanno dato rilevanza a una franchigia che ora non ha alcuna intenzione di tornare nel dimenticatoio. Quando era ormai chiaro che quel ciclo fosse prossimo alla conclusione, la dirigenza si è fatta trovare pronta a voltare pagina. L’arrivo in società di Jerry West (nel non meglio precisato ruolo di “executive board member”) ha dato il via a una serie di manovre inizialmente criticate, ma che a lungo andare potrebbero pagare cospicui dividendi. L’addio di Chris Paul, possibile preambolo per il più classico dei rebuilding, ha invece inaugurato un’epoca che potrebbe portare la franchigia a traguardi mai raggiunti. In cambio di CP3, ceduto tramite sign-and-trade, sono arrivati da Houston una prima scelta futura, soldi e sette giocatori, tra cui Lou Williams (da pochi giorni recordman NBA per punti segnati partendo dalla panchina), Montrezl Harrell e Patrick Beverley. Proprio coloro che oggi stanno trascinando i Clippers ai playoff. Quei playoff che sembravano preclusi dopo le recenti manovre di mercato, quei playoff che i più blasonati Lakers guarderanno ancora una volta in televisione.

Il primo anno ‘post-Lob City’ non è andato benissimo. Pur con un record vincente (42 vittorie e 40 sconfitte), i Clippers sono rimasti fuori dalle prime otto, complici i numerosi infortuni che hanno decimato il roster. A stagione in corso, però, West e soci hanno messo a segno un’altra mossa controversa, ma lungimirante. Blake Griffin, il giocatore che nel 2009 aveva dato una svolta alla storia della franchigia, è stato infatti spedito ai Detroit Pistons. Pochi mesi prima, aveva firmato un sontuoso rinnovo contrattuale da 173 milioni di dollari in cinque anni. Mandandolo a Detroit, i Clippers hanno preso tre piccioni con la stessa fava: hanno chiuso definitivamente il capitolo ‘Lob City’, hanno alleggerito sensibilmente il monte salari e hanno ottenuto in cambio due scelte, più Avery Bradley, Boban Marjanovic e Tobias Harris. Dai medesimi presupposti è partito lo scambio che, lo scorso febbraio, ha coinvolto lo stesso Harris, finito (sempre in coppia con Marjanovic) ai Philadelphia 76ers in cambio di una moltitudine di scelte future e un pacchetto di giocatori comprendente Landry Shamet, assoluta rivelazione dell’ultimo draft. Seguendo questa logica, è facile pensare che il prossimo ad essere ‘sacrificato’ sarà Danilo Gallinari. Con le partenze di Griffin prima e di Harris poi, il Gallo è diventato il leader del quintetto di Doc Rivers. Finalmente libero dai gravi infortuni che ne hanno condizionato la carriera, sta giocando la sua miglior pallacanestro in questo 2018/19. I piani dei Clippers, però, sembrano troppo grandi per poter fare di lui l’uomo-franchigia anche in futuro.

Già, perchè se il presente è piuttosto brillante, è il domani a stuzzicare maggiormente le fantasie dei tifosi. Il vortice di operazioni di cui sopra ha liberato lo spazio salariale necessario per poter aggiungere due giocatori di grosso calibro, da inseguire in una free-agency piuttosto ricca (Kevin Durant e Kawhi Leonard i nomi più altisonanti). Spazio che aumenterebbe ulteriormente ‘scaricando’ i 22 milioni che spettano a Gallinari nel suo ultimo anno di contratto. A differenza di concorrenti come i New York Knicks o come gli stessi Lakers, i Clippers potranno offrire ai ‘corteggiati’ un contesto già competitivo, con un supporting cast di ottimo livello (Williams e Harrell su tutti, ma anche i giovani Shamet e Ivica Zubac e il giovanissimo Shai Gilgeous-Alexander, uno dei migliori rookie della stagione) e, soprattutto, un front-office dalle idee piuttosto chiare. Se consideriamo che le numerose scelte ai prossimi draft potrebbero anche essere utilizzate come asset per uno scambio importante (soffiare Anthony Davis ai gialloviola sarebbe il capolavoro definitivo), abbiamo ottimi motivi per tenere gli occhi bene aperti su questi Clippers, i nuovi padroni di Los Angeles.

 

2 – La battaglia per la Terra di Mezzo

Andre Drummond (Pistons, a sinistra) e Kemba Walker (Hornets)
Andre Drummond (Pistons, a sinistra) e Kemba Walker (Hornets)

Mentre nella Western Conference i biglietti per i playoff sembrano ormai tutti assegnati, a Est si dovranno attendere le ultime partite per avere il quadro completo delle partecipanti. Ai piani alti non ci dovrebbero essere sorprese: Milwaukee Bucks e Toronto Raptors sono irraggiungibili, Philadelphia 76ers, Indiana Pacers e Boston Celtics dovranno semplicemente mettersi in fila puntando al fattore campo. La vera bagarre si trova nella ‘Terra di Mezzo’, quel girone dantesco (sei vittorie separano la sesta e l’undicesima del tabellone) popolato da squadre per cui qualificarsi o meno alla post-season potrebbe rappresentare una svolta cruciale, in un senso o nell’altro. Un ‘gruppone’ di franchigie impantanate da anni in una fase di stallo da cui sembra difficile uscire; quando va bene si arriva settimi/ottavi e si viene eliminati al primo turno, quando va male noni/decimi e si parte per le vacanze. La causa di questo impasse è per tutte la stessa: un monte salari intasato da contratti esagerati, concessi a giocatori inadatti sia per puntare al titolo, che per ‘tankare’. Ecco allora un ‘magico’ quartetto: Detroit Pistons e Miami Heat sono al momento fra le prime otto, mentre Charlotte Hornets e Washington Wizards, oggi, sarebbero escluse dai giochi.

I Pistons, tra le squadre più in forma dell’ultimo periodo, sono riusciti a ottenere un discreto vantaggio sulle inseguitrici. Merito di uno splendido Blake Griffin, giocatore sempre più completo col passare degli anni e tornato meritatamente all’All-Star Game, e di Andre Drummond, definibile senza timore di smentite il miglior rimbalzista di questo decennio (i suoi 13.6 rimbalzi in carriera sono la nona media all-time in NBA) e finalmente costante anche in fase realizzativa (non aveva mai raggiunto i 17.5 punti di media con cui viaggia in questo 2018/19), ma anche di un Reggie Jackson in crescita (pur con la solita incostanza). La notizia migliore per coach Dwane Casey è la visibile riduzione dei possessi in isolamento per Griffin, una strategia che, a inizio stagione, stava rendendo il gioco dei Pistons una sorta di ‘hero-ball’. Qualora Detroit riuscisse a mantenersi su questi livelli fino ai playoff, eliminarla al primo turno sarà più complicato del previsto.
Miami accompagnerà verso la pensione un Dwyane Wade ancora in grande spolvero (ha le migliori cifre, per punti e minutaggio, dai tempi di Chicago) con l’ultima apparizione in post-season della sua carriera. Il fatto che il trentasettenne, una volta soprannominato ‘Flash’, sia il secondo miglior realizzatore di squadra e il quarto per minuti giocati è però una pessima notizia per coach Erik Spoelstra, e mette in luce gli enormi limiti di questa versione degli Heat. Per diversi motivi, nemmeno uno tra Goran Dragic, Hassan Whiteside e Dion Waiters si è dimostrato all’altezza di poter guidare la squadra, compito a loro richiesto dagli onerosi contratti. Anche giocatori come James Johnson, Kelly Olynyk e Justise Winslow sono a libro paga per cifre impegnative e a lungo termine, eppure non hanno mai espresso fino in fondo il loro potenziale (soprattutto Winslow). Gli unici barlumi di speranza per il futuro, nel roster attuale, sono riposti nei giovani Derrick Jones Jr. e Bam Adebayo, che in ogni caso non promettono di diventare i nuovi Kobe e Shaq. La sensazione è che l’imminente viaggio ai playoff rappresenti un crocevia importante: l’anno prossimo, senza più Wade e con molti ‘contrattoni’ in scadenza, potrebbe finalmente iniziare la vera ricostruzione.

Se Pistons e Heat, nella loro mediocrità, sono comunque le favorite per qualificarsi alla post-season, il cielo sopra Washington e Charlotte rischia di farsi estremamente nuvoloso. Gli Wizards hanno rinunciato al rebuilding per inseguire un improbabile ottavo posto, obiettivo che a breve sfuggirà matematicamente. In più si ritrovano con John Wall, titolare di un mostruoso contratto da 170 milioni di dollari con scadenza nel 2023, che rientrerà da un infortunio al piede solo a 2020 inoltrato. L’effettiva impossibilità di scambiarlo è un macigno enorme sul futuro della franchigia, che rischierebbe di rimanere nel ‘limbo’ anche qualora dovesse cedere Bradley Beal, l’altra stella del roster.
Gli Hornets di Michael Jordan, altri ‘specialisti’ nel regalare contratti folli (nel 2020 spenderanno circa 86 milioni per Nicolas Batum, Bismack Biyombo, Marvin Williams, Cody Zeller e Michael Kidd-Gilchrist), hanno un motivo in più per preoccuparsi: a luglio, Kemba Walker sarà free-agent. Il desiderio di giocare finalmente in un contesto vincente avrebbe potuto ingolosirlo anche in caso di qualificazione ai playoff (al di là delle inevitabili dichiarazioni d’amore per l’ambiente), figuriamoci dopo l’ennesima esclusione, in quella che è indubbiamente la miglior stagione della sua carriera (giustamente premiata con la partenza in quintetto all’All-Star Game casalingo).

All’interno di questa ‘bolgia infernale’ meritano una distinzione Orlando Magic e Brookyln Nets. I primi sono a tutti gli effetti in una fase di stallo, ma la giovane età media e il monte salari non esagerato lasciano comunque margini di crescita. Brooklyn, invece, sembra pronta per spiccare il volo. Dopo gli anni tremendi seguiti all’infausta trade per Kevin Garnett e Paul Pierce, il certosino lavoro del general manager Sean Marks e di coach Kenny Atkinson ha dato vita a un progetto tecnico interessante e di prospettiva. Un contesto che, unito al notevole spazio salariale a disposizione, rende i Nets una meta potenzialmente appetibile per qualsiasi free-agent. Torniamo dunque al discorso fatto in apertura per Clippers e Lakers: e se fossero i Nets i nuovi padroni di New York?

 

3 – Cronache da Rip City

Damian Lillard (#0) e C.J. McCollum, i due leader dei Blazers
Damian Lillard (#0) e C.J. McCollum, i due leader dei Blazers

All’estremo angolo nord-ovest della ‘Terra di Mezzo’ troviamo i Portland Trail Blazers. Dal secondo anno in Oregon di Damian Lillard in avanti, i playoff sono diventati per loro un appuntamento fisso. Purtroppo, lo sono diventate anche le eliminazioni precoci. Per diversi motivi, gli uomini di Terry Stotts non sono mai riusciti a fare strada in post-season; per ben tre volte hanno trovato sulla loro strada i futuri finalisti (gli Spurs nel 2014, gli Warriors nel 2016 e 2017), Nel 2015, i Grizzlies erano un ‘gruppo in missione’, mentre i Pelicans l’anno scorso hanno disputato la serie perfetta. Prima del recente ‘cappotto’, però, qualcosa sembrava cambiato per davvero, e questo 2018/19 sta confermando che il terzo posto della passata stagione non è stato un caso: i Blazers sono una solida realtà.

Lillard e compagni hanno tenuto un ritmo di marcia costante, che ha permesso loro di mettere presto in cassaforte l’ennesimo biglietto per i playoff. ‘Dame’ si è mantenuto grossomodo sugli stessi livelli di eccellenza del 2017/18, quando è stato incluso nel primo quintetto All-NBA. Rendimento pressoché invariato anche per il fido ‘scudiero’ C.J. McCollum, che probabilmente a Est avrebbe già disputato qualche All-Star Game, mentre Jusuf Nurkic, piacevole sorpresa della scorsa stagione, è ulteriormente cresciuto, legittimandosi come ‘terzo violino’ ideale. Il più grande merito di questi Blazers, però, è stato quello di mettere finalmente un po’ di ‘carne’ intorno all’ossatura storica. Parte dell’aiuto è arrivato dall’esplosione di Jake Layman (7.9 punti e 18.7 minuti di media nel 2018/19, contro gli 1.6 punti in 5.8 minuti delle prime due stagioni NBA), ma la scossa più forte è arrivata intorno alla trade deadline, quando la dirigenza ha messo a segno due importanti colpi: dai Cleveland Cavaliers è giunto Rodney Hood, mentre dal mercato dei buyout è stato ingaggiato Enes Kanter. Entrambi affidabili fonti di produzione offensiva in uscita dalla panchina, ed entrambi in scadenza di contratto. Una situazione che può portare solo benefici: dopo le amare esperienze con Cavs e Knicks, i due avranno un’importante occasione per guadagnare visibilità, mentre Portland non avrà ulteriori ‘elefanti’ ad intasare un salary cap già al collasso da anni. I nuovi innesti, la crescita di Nurkic e la conferma ad alti livelli di uno dei migliori backcourt NBA fanno sì che nella ‘Rip City’ soffi un vento di ottimismo. I Blazers, dopo un’altra, ottima regular season, hanno ciò che serve per tentare un viaggio ai playoff più lungo del solito.
D’altro canto, l’ennesima delusione potrebbe avere conseguenze nefaste. La complicata condizione salariale non lascia particolari margini di manovra per eventuali rinforzi estivi. Anche nel 2020, quando i pesanti contratti di Evan Turner, Moe Harkless e Meyers Leonard andranno finalmente in scadenza, la franchigia dovrà fare i conti con un altro, annoso problema: il fatto di trovarsi lassù, fuori dalle rotte principali, contribuisce a rendere Portland una meta poco ambita dai grandi free-agent. Di solito, situazioni del genere portano a un brusco reset, che difficilmente sarà basato su un Damian Lillard ormai meritevole di ben altri contesti.

Three Points – Lakers, Celtics e Timberwolves – Il maxi-processo

Los Angeles Lakers e Boston Celtics, con le dovute proporzioni, stanno vivendo una stagione deludente. Anche i Minnesota Timberwolves, seppur oscurati dalle disavventure delle due storiche rivali, si avviano al definitivo fallimento di un progetto tanto ambizioso, quanto incompleto. In questa edizione di ‘Three Points’ non ci limiteremo a ‘sparare sulla Croce Rossa’, ma cercheremo di analizzare i diversi fattori che hanno determinato questi deludenti risultati. Che dite, cominciamo senza troppi preamboli? Vaaaaaaaaaaaaa bene!

 

Caso 1 – Los Angeles Lakers

Per i Los Angeles Lakers, questo 2018-19 si è trasformato in un flop clamoroso
Per i Los Angeles Lakers, questo 2018-19 si è trasformato in un flop clamoroso

Come cantava Mario Venuti, “sembrava impossibile potesse capitarmi, invece mi è successo veramente”. I Los Angeles Lakers sono quasi ufficialmente fuori dai playoff. La matematica è ancora dalla loro parte, ma l’atteggiamento con cui la squadra di Luke Walton ha affrontato le ultime partite parla chiaramente di una resa ormai inevitabile. Restare fuori dalla post-season sarebbe stata una delusione anche per i Lakers dell’anno scorso, ma assume le sembianze di un colossale flop se in maglia gialloviola troviamo LeBron James, uno che i playoff li aveva saltati per l’ultima volta nel 2005 e che, dal 2011 fino allo scorso giugno, non ha mai mancato un appuntamento con le NBA Finals. In virtù di un tonfo tanto assordante, il banco degli imputati non può che essere alquanto affollato. Del 2018/19 dei Lakers non c’è niente e nessuno da salvare.

Forse le principali responsabilità vanno attribuite al progetto stesso, che ha destato da subito molte perplessità. Per il punto a cui erano arrivati il percorso di LeBron e quello della franchigia, unire i due sentieri appariva una forzatura fin dall’inizio. Il Re, ormai trentaquattrenne, aveva come unico obiettivo la scalata alla leggenda. Sul piano individuale ha portato il concetto di ‘giocatore totale’ a livelli mai raggiunti. Nel corso di questa stagione ha lasciato per strada, almeno in termini statistici, ‘divinità’ come Wilt Chamberlain e Michael Jordan, diventando oltretutto il primo cestista nella storia NBA a comparire sia nella top ten dei migliori realizzatori che in quella dei migliori assistmen all-time; lo stato di grazia in cui ancora verte, nonostante l’età, lo obbliga di fatto a puntare sempre e solo all’anello, senza potersi concedere il lusso di una pausa.
Sull’altro piatto della bilancia c’era una franchigia che pian piano stava trovando la sua strada, dopo gli anni disastrosi che avevano accompagnato l’addio alle scene di Kobe Bryant. La stagione 2017/18 si era chiusa ancora una volta senza playoff, ma con la consapevolezza di avere un’ossatura su cui lavorare per il futuro. Possibilmente, su cui lavorare con pazienza.
Ecco, forse la chiave di tutto sta in quella parola: pazienza. Un concetto che per logica non può appartenere a LeBron, giunto ormai all’ultima, grande corsa della sua carriera, e un motto che ai Lakers non è mai stato di casa, fin dalla notte dei tempi. Difficile, quindi, comprendere dall’esterno il ‘piano’ di King James e della dirigenza gialloviola, capitanata dal presidente Magic Johnson e dal general manager Rob Pelinka (dando per scontato che le parti abbiano discusso, prima della firma). Le opzioni più plausibili sono le seguenti: 1. LeBron era convinto di poter trasformare rapidamente i giovanissimi talenti del roster (su tutti Lonzo Ball, Brandon Ingram e Kyle Kuzma) nei comprimari ideali per la caccia al titolo; 2. La premiata ditta era sicura di poter utilizzare i suddetti giovani come pedine per arrivare ad altre stelle. Le dichiarazioni dei protagonisti hanno sempre indicato la prima alternativa, ma episodi come il (timido) corteggiamento a Kawhi Leonard e quello (decisamente meno timido) ad Anthony Davis hanno fatto invece intendere il contrario.

Il caso-Davis e l’infortunio di LeBron hanno indubbiamente segnato lo spartiacque di questa infausta annata gialloviola; dopo l’All-Star Game si è vista in campo una squadra molle, disunita e abbandonata a sé stessa da un leader evidentemente frustrato e demotivato. Intorno a lui, giovani a cui è stato fatto chiaramente intendere di non essere più al centro del progetto, veterani consapevoli di essere solo ‘di passaggio’ in California e un allenatore assunto per dirigere un gruppo in divenire, non certo una squadra da titolo. Questa fallimentare stagione potrebbe lasciare enormi strascichi: Walton è ormai alla porta, molti dei giovani aspettano solo di ricominciare altrove (come accaduto a D’Angelo Russell, passato da L.A. prima di loro), LeBron si ritrova con una grossa macchia su un curriculum leggendario e, cosa più importante, il ‘progetto-Lakers’ rischia di aver perso una certa dose di credibilità, agli occhi di quei free-agent che appaiono ormai come l’unica via d’uscita da una situazione così spinosa.

 

Caso 2 – Boston Celtics

I Boston Celtics partivano come assoluti favoriti a Est, ma qualcosa sembra essersi rotto
I Boston Celtics partivano come assoluti favoriti a Est, ma qualcosa sembra essersi rotto

Qui è obbligatorio parafrasare il proverbio: se i Lakers piangono, i Celtics non si ammazzano certo dalle risate. A differenza dei rivali di sempre, gli uomini di Brad Stevens i playoff li giocheranno. Se però inizi la stagione come principale favorito nella Eastern Conference e ti ritrovi a marzo ad annaspare al quinto posto, vuol dire che qualcosa non ha funzionato. E non tanto per il piazzamento in sé, quanto per il fatto di non avere ancora trovato, a un mese dalla fine della regular season, gli equilibri adatti per arrivare pronti al cospetto di una concorrenza molto agguerrita.
In questa fase del nostro ‘maxi-processo’, trovare un colpevole è veramente difficile; anzi, può essere che non esista. Per quanto paradossale sembri, il principale problema dei Celtics è aver fatto troppo bene l’anno scorso. Con Gordon Hayward fuori dai giochi dopo soli cinque minuti di stagione e Kyrie Irving infortunatosi nel momento più importante, la squadra aveva fatto fronte comune, trasformandosi in una ‘corazzata in missione’. Spinta dal talento di Jayson Tatum e Jaylen Brown, dai canestri pesanti di Terry Rozier, dalla furia agonistica di Marcus Smart e dall’esperienza di Al Horford, Boston aveva scorrazzato indisturbata fino alle finali di Conference, terminate solo in gara-7 contro i Cleveland Cavaliers. “Quando saranno al completo, non li fermerà più nessuno” era l’opinione più diffusa lo scorso maggio. Un anno dopo, troviamo una squadra completa nell’organico, ma lontana anni luce dallo splendido gruppo che conoscevamo. Hayward è tornato ma, seppur in netta ripresa, è ancora la copia sbiadita della star vista in maglia Jazz. E’ tornato anche Kyrie Irving, ed è forse lì che sono venuti a galla i problemi. Chiariamo subito: il numero 11 sta disputando una grande stagione, mettendo in mostra ogni sera l’abbagliante repertorio di magie che lo rendono un giocatore unico, anche nella lega dei fenomeni. Spesso ha deciso le partite, la maggior parte delle volte si è preso la squadra sulle spalle nei momenti critici. Un po’ come LeBron James a Los Angeles.

Tra la situazione dei Celtics e quella dei Lakers si può trovare un parallelismo; forse, il percorso delle due squadre non era compatibile con quello delle loro superstar. Irving aveva lasciato il ‘focolare’ di Cleveland anche per diventare un leader a tutti gli effetti. A dimostrazione di ciò, le numerose interviste rilasciate a stagione in corso, in cui ‘bacchettava’ i giovani e manifestava vicinanza all’ex-compagno LeBron per le responsabilità richieste dal proprio ruolo. A lungo andare questa auto-investitura, sommata agli innumerevoli rumors su un possibile addio in estate, ha creato un muro tra Kyrie e il resto del gruppo. Sul parquet, il ritorno di ‘Uncle Drew’, al netto delle dichiarazioni distensive (e obbligatorie) della vigilia, ha fatto saltare il perfetto equilibrio raggiunto negli scorsi playoff dalla formazione di Tatum, Brown e Rozier, inevitabilmente (e giustamente) ‘scavalcati’ nelle gerarchie. Gli ultimi due, in particolare, assomigliano a quelli del 2017/18 solo per il cognome sulla maglia. Come i singoli, anche la squadra nel suo insieme è irriconoscibile. Se l’attacco faticava anche nel recente passato, a colpire maggiormente è la fase difensiva; aggressiva e organizzata nella scorsa stagione, passiva e distratta in questo 2018/19. Anche se non quanto i Lakers, spesso i Celtics si presentano sul parquet piatti, apatici, incapaci di imporre il loro gioco persino al TD Garden, fortino pressoché inespugnabile l’anno scorso. A riassumere perfettamente la situazione della squadra ci ha pensato Jaylen Brown, che ha parlato alla stampa di “clima tossico”.

Trovatisi con le spalle al muro dopo l’imbarazzante sconfitta casalinga contro Houston (la quinta in sei gare dopo l’All-Star Game), i biancoverdi hanno avuto un moto d’orgoglio a Oakland, imponendosi con un perentorio +33 sugli Warriors. Una vittoria che va presa con le pinze, visto il momento opposto attraversato dalle due squadre (i campioni in carica, con la testa rivolta da tempo a metà aprile, si sono presi una serata di vacanza, giocando a un ritmo da preseason), ma che potrebbe rappresentare la scintilla necessaria per riaccendere finalmente il motore. La sera dopo è arrivato un altro successo, sancito da un canestro in extremis di Hayward contro i Sacramento Kings. La proverbiale solidità dell’organizzazione lascia spazio all’ottimismo, all’idea dura a morire che, arrivati ai playoff, sarà tutto sistemato. Mentre però Milwaukee e Toronto corrono da inizio stagione e Philadelphia si staglia minacciosa all’orizzonte (al momento quarti, i Sixers incontrerebbero i Celtics già al primo turno), Boston ha zoppicato vistosamente per mesi. Riusciranno Stevens e i giocatori a trovare la fasciatura adatta, da qui alle prossime settimane? Il tempo stringe…

 

Caso 3 – Minnesota Timberwolves

Andrew Wiggins, Karl-Anthony Towns e Derrick Rose, leader (o presunti tali) di un progetto ormai fallito
Andrew Wiggins, Karl-Anthony Towns e Derrick Rose, leader (o presunti tali) di un progetto ormai fallito

Con il tracollo dei Lakers e le difficoltà dei Celtics a conquistare (comprensibilmente) le luci dei riflettori, situazioni come quella dei Minnesota Timberwolves stanno passando un po’ sottotraccia. Dopo che il mantra “occhio a Minnesota” ha imperversato per anni, sembra che il progetto di rilancio della franchigia si sia arenato. Il gruppo giovane e talentuoso che avrebbe dovuto imporsi come mina vagante della Western Conference ha strappato un misero ottavo posto all’ultima partita della scorsa stagione. Neanche il tempo di festeggiare la prima apparizione ai playoff dal 2004, ed ecco gli uomini di Tom Thibodeau rispediti a casa, senza alcuna difficoltà, dagli Houston Rockets. Quello che poteva essere considerato comunque un nuovo inizio si è rivelato invece una parentesi estemporanea; anche nel 2019, come successo tredici volte negli ultimi quattordici anni, si andrà in vacanza ad aprile.

Il nuovo corso dei Timberwolves si è imbattuto in un problema analogo a quello che hanno avuto Lakers e Celtics: l’incompatibilità fra il progetto di base e il leader della squadra. Appena Jimmy Butler ha messo piede nel Minnesota, si è capito subito che sarebbe stato lui il giocatore di riferimento. L’indiscutibile efficacia su entrambi i lati del campo e l’innato agonismo (doti di cui coach Thibodeau aveva disperatamente bisogno) gli hanno permesso di ‘scavalcare’ i leader designati, Karl-Anthony Towns e Andrew Wiggins. L’indole dura ed esigente di Butler (e di Thibodeau) mal si sposava con quella dei giovani, ancora troppo acerbi e mai in grado, fin qui, di avvicinarsi a quel livello di intensità. La stagione e mezza di ‘Jimmy G. Buckets’ a Minneapolis ha regalato un primo turno di playoff, ma in fin dei conti si è rivelata una perdita di tempo per tutti. Capita l’antifona, l’ex guardia dei Chicago Bulls ha chiesto la cessione, e la sua partenza in direzione Philadelphia ha dato il via libera per la cacciata dell’allenatore-presidente. In quel momento, i Timberwolves hanno riavvolto il nastro, cercando di tornare a quel bivio da cui, evidentemente, avevano preso la direzione sbagliata. Peccato che questa annata ‘di transizione’ fosse ormai compromessa. I playoff sono rimasti alla portata solo nella fase iniziale della regular season, quando a Ovest gli unici esclusi dalla bagarre erano i derelitti Phoenix Suns. Col passare dei mesi, i reali valori sono emersi e Minnie si è trovata ancora una volta fuori dai giochi. Il 2018/19 dei T’Wolves ha avuto anche dei risvolti positivi: su tutti la ‘rinascita’ di Derrick Rose, ma anche gli arrivi di Robert Covington e Dario Saric e il buon debutto di Josh Okogie rappresentano dei mattoncini importanti per il futuro. Il presente, però, parla di una squadra mediocre e tragicamente incostante.

A preoccupare di più è l’incertezza creatasi attorno a coloro che avrebbero dovuto trascinare la franchigia verso una nuova era di successi. Towns è cresciuto visibilmente nelle ultime settimane, ma per il resto della stagione ha avuto un rendimento ben al di sotto delle aspettative (dovute soprattutto all’eccellente anno da rookie), sia in termini statistici che di leadership. Che dire poi di Wiggins? Alla vigilia del draft 2014, il canadese era atteso come un talento generazionale, che negli anni a venire avrebbe fatto le fortune di chi lo avesse scelto. In costante crescita nelle sue prime tre stagioni NBA, ha subito una spaventosa involuzione dopo l’arrivo di Butler. Anche in questo caso, le statistiche aiutano solo in parte; i sei punti e i quasi tre minuti di media in meno rispetto al 2015/16 sono un brutto segnale, ma lo è ancor di più vederlo in campo. Un giocatore ‘anonimo’, con guizzi sempre più rari di quel talento fuori dal comune e, più in generale, un ragazzo che trasmette la sensazione di essersi in qualche modo ‘perso per strada’. Peccato che sul suo contratto sia riportata la notevole cifra di 148 milioni di dollari, con scadenza fissata a giugno 2023… Insomma, il rischio impasse è piuttosto concreto. Con le ambizioni da ‘Next Big Thing’ che sembrano ormai naufragate, la dirigenza (il cui operato non è sempre stato impeccabile) sarà chiamata a una serie di importanti decisioni, prima fra tutte quella sul nuovo allenatore: confermare Ryan Saunders (figlio del compianto Flip, il coach degli anni d’oro con Kevin Garnett) o chiamare qualcun altro (si è fatto spesso il nome di Fred Hoiberg, che nella squadra di KG è stato un prezioso gregario), con l’augurio che faccia ‘scattare la scintilla’ alle aspiranti stelle?

Garbage Time, l’altra NBA – Episodio #1

In questo preciso istante siete testimoni della storia, quella con la “s” minuscola. Ciò che avete davanti agli occhi è la prima edizione della rubrica meno necessaria di tutti i tempi: Garbage Time! Tra queste righe si tratteranno argomenti che nessun altro spazio web italiano a tema NBA tratterà mai (con validissimi motivi per non farlo). Con cadenza non settimanale, non mensile, non olimpica, ma rigorosamente ferrettiana, racconteremo l’altra NBA, quella che verrà presto (e fortunatamente) dimenticata. Nella nostra top ten troverete cadute di stile (o cadute e basta, ma forse questo è uno spoiler…), figure barbine, polemiche sterili e idiozie di vario genere, sempre con la bandiera del cazzeggio a sventolare fiera sul pennone. Qualora il vostro disagio esistenziale fosse talmente elevato dal farvi apprezzare questa rubrica, scrivete il vostro IBAN nei commenti. O magari aprite un gustoso dibattito su quale sia la GOAT tra le rubriche NBA, se questa, quella di Jordan, quella di LeBron o quella di Doncic. Qualora doveste invece considerarla un insulto all’umana decenza, non esitate a esternarlo, dando sfogo alle vostre volgarità più fantasiose. Ma soprattutto, qualora aveste delle segnalazioni per i prossimi episodi, trovate il modo di recapitarcele, magari scrivendole nei commenti. Adesso però basta con i preamboli, che si è fatta una certa… Partiamo subito!

P.S. Per comprendere a fondo l’altissimo significato degli snodi narrativi di questa rubrica è INDISPENSABILE cliccare su tutti i link che compariranno (sono quelli scritti in blu, per i neofiti dell’Internet), inclusi quelli che vi proporranno di aumentare le dimensioni di organi vari.

Disclaimer: parte dei demeriti per questa robaccia va attribuita a quelli della Kliq, che oggi saranno come minimo padri, se non addirittura madri di famiglia, per cui staranno tentando invano di insabbiare il loro passato inglorioso.

 

Posizione numero 10: L’app per allacciarsi le scarpe

Jayson Tatum con le scarpe che si allacciano da sole
Jayson Tatum con le scarpe che si allacciano da sole

Avete presente quando i vostri nonni, per sottolineare l’inettitudine delle nuove generazioni, le apostrofavano dicendo (nel dialetto che più vi è vicino): “Quelli lì non sono neanche buoni ad allacciarsi le scarpe”? Bene, oggi tale abilità non è più indispensabile. Certo, una volta ce la potevamo cavare con gli strappi ma, superati gli otto anni, le Bull Boys cominciavano a star strette. Nel 2019, però, anche gli adulti possono tirare un sospiro di sollievo: sono arrivate le Nike Adapt, ovvero le scarpe da basket che si allacciano con un’app! Perché perdere preziosi secondi di riscaldamento per stringere dei lacci (rischiando poi che il J.R. Smith di turno ti giochi un brutto scherzetto), quando bastano 750 trascurabili euro e uno smartphone (ATTENZIONE: smartphone non incluso nella confezione)?
Inutile specificare che l’idea è stata accolta con grande entusiasmo negli ambienti NBA. I Dallas Mavericks hanno già ordinato uno stock di Nike Adapt per Dirk Nowitzki: qualsiasi cosa, per evitare infortuni che ne comprometterebbero gli ultimi mesi di carriera. I Los Angeles Lakers, che arrivano sempre prima degli altri, avevano commissionato all’azienda di Portland un’app simile, in grado di far indossare a Michael Beasley i pantaloncini giusti al momento giusto. Dato che la messa a punto ha richiesto più tempo del previsto, Beasley è stato ceduto ai Clippers. La Nike ha saputo rifarsi con gli interessi, proponendo l’applicazione che cambia in un secondo il nome sulle maglie. Pare che, alla notizia, LeBron James abbia urlato, in lacrime: “New Orleans, this is for you!”.

#noncisonopiùigiovanidiunavolta #nonchosbatti #glischerzettidijr #scarpedimerdadadonnachecostanomilionialluomo

 

Posizione numero 9: L’infortunio di John Wall

John Wall e Andrew Bynum, diversi ma uniti dalla scarsa attenzione domestica
John Wall e Andrew Bynum, diversi ma uniti dalla scarsa attenzione domestica

Davvero una situazione complicata per gli Washington Wizards: anni persi ad aspettare che la squadra diventi una contender, ed ecco che il tuo uomo-franchigia, per due stagioni consecutive, viene fermato da un infortunio. Se nel 2017/18 John Wall se l’era cavata con due mesi di stop, stavolta il quadro è ben peggiore: se ne riparlerà nel 2020. Una notizia terribile per qualsiasi appassionato NBA, che non può che augurare al ragazzo una pronta guarigione, e ancor più drammatica per gli Wizards che, da qui al 2023, dovranno bonificare al giocatore la bellezza di 170 milioni di dollari. Ciò che è passato un po’ sottotraccia, però, sono le modalità con cui Wall ha aggravato le sue condizioni cliniche. Fermo dal 29 dicembre per un’operazione al tallone sinistro, un malaugurato giorno di fine gennaio è scivolato in casa, franando proprio su quel tallone.

Una carriera messa a forte rischio da un incidente domestico non è purtroppo una novità, nella storia NBA. Il precedente più illustre riguarda Larry Bird, che un’estate si rovinò letteralmente la schiena mentre lavorava nei campi della sua amata French Lick, nell’Indiana. Ma il caso più eclatante è senza dubbio quello con protagonista Andrew Bynum, che merita un piccolo approfondimento. Nell’estate del 2012, Bynum è coinvolto nella trade che porta Dwight Howard ai Los Angeles Lakers, Andre Iguodala ai Denver Nuggets e lo stesso Bynum ai Philadelphia 76ers. All’epoca ha appena disputato il suo primo (e ultimo) All-Star Game, e i Sixers lo accolgono come la stella che li farà uscire dalla mediocrità. Peccato per le giunture fragili, che destano non poche preoccupazioni alla dirigenza. Per prepararsi al meglio alla nuova stagione, il nostro decide di distruggersi definitivamente il ginocchio sinistro… giocando a bowling!
Una volta smesso di ridere, i medici si rendono conto che la situazione è più grave del previsto. Bynum passa i mesi successivi a farsi crescere i capelli in modo imbarazzante e a rilasciare dichiarazioni del tipo: “Tranquilli, che settimana prossima rientro!”, oppure: “Voi iniziate a giocare, che quando torno io gli facciamo il mazzo!”. Col passare dei mesi, il messaggio cambia: “Rientrerò quando sarò al 100%”, “Rientrerò quando riuscirò a schiacciare saltando da metà campo”, per finire con: “Mi sa che quest’anno non rientro proprio… A regà, è andata così… Divertitevi!”. Al termine della stagione, il suo contratto da oltre 16 milioni di dollari scade, e il re dei birilli non esita a trovarsi una nuova squadra (la sciagurata Cleveland di quegli anni). Facile immaginare che quella da bowling non sia stata l’unica palla a girare vorticosamente, a Philadelphia…

#mettilidapartechenonsisamai #sistameglioquandosilavora #questononèilvietnamèilbowling #staiperentrareinunavalledilacrime

 

Posizione numero 8: L’inserimento di Marc Gasol

Marc Gasol mentre riflette sugli errori commessi in gioventù
Marc Gasol mentre riflette sugli errori commessi in gioventù

I Toronto Raptors hanno fatto all-in. La partenza verso ovest di LeBron James era un’occasione troppo ghiotta per non tentare subito l’approdo alle NBA Finals, così Masai Ujiri (che ritroveremo tra poco) e soci hanno puntato tutto su due giocatori in particolare: Kawhi Leonard e Marc Gasol. Il primo è arrivato la scorsa estate, mentre il centro catalano è stato uno dei grandi colpi della recente trade deadline. Un grande innesto per coach Nick Nurse, sia in termini di talento, che di leadership. Peccato che, come si suol dire, non esistano piani perfetti. La dirigenza e lo staff tecnico hanno curato ogni minimo dettaglio per facilitare l’inserimento di Gasol nella nuova realtà, ma si sono dimenticati di un particolare fondamentale: istruirlo sul rituale prepartita.
Alla prima gara casalinga, la presentazione dei beniamini canadesi fila via liscia, finché lo speaker non annuncia l’ingresso di Kyle Lowry. Mentre il resto della squadra si esibisce in un’elaborata coreografia, consumando in trenta secondi le stesse energie che spenderà nell’intero primo quarto, il buon Marc rimane piantato come un frassino, nell’imbarazzo generale. Al termine dell’incontro, Gasol chiede lumi a Leonard, il quale rompe un silenzio che perdurava dal primo gennaio (quando aveva risposto “grazie” a una poesia di buon anno dedicatagli da Pascal Siakam) per lanciarsi in un lungo sfogo: “Io di queste pagliacciate non ne voglio sapere”, “Mi presentano per ultimo mica per niente”, “L’ultimo che l’ha proposto a Popovich è finito in un pilone della A3”, “Io pensavo che Toronto fosse in Puglia”. Ormai in preda allo sconforto, Marc decide di rivolgersi a Sergio Scariolo, già suo allenatore nella nazionale spagnola e ora assistente di Nurse in Canada. Dopo averlo invitato nella sua stanza, il sempre affidabile coach non esita a spiegargli per filo e per segno la misteriosa procedura.

#paesechevaiusanzechetrovi #vieniaballareincanada #torontella #dancingwiththeallstars #unapplausoalucatommassini #aiwendesendyraiselloww

 

Posizione numero 7: Il contrattone di Brunone

Bruno Caboclo, l'uomo a cui Kevin Durant ha copiato le mosse. O forse no...
Bruno Caboclo, l’uomo a cui Kevin Durant ha copiato le mosse. O forse no…

Si sa, il draft non è una scienza esatta. Può capitare che Anthony Bennett venga selezionato per primo, salvo poi trovarsi senza fissa dimora (cestisticamente parlando) nel giro di un paio di stagioni, oppure che Ben Wallace venga scartato da tutti i general manager e persino dai dirigenti della Viola Reggio Calabria, per poi decidere una finale NBA e vedere la sua maglia appesa al soffitto di un’arena. Valutare i margini di crescita di un giocatore è difficile, soprattutto quando si tratta di ragazzini acerbi e provenienti da realtà lontanissime da quelle dei college americani.
Nel 2013, l’anno di Bennett, i Milwaukee Bucks selezionano con la quindicesima chiamata un certo Giannis Antetokounmpo, ex-venditore ambulante di origine nigeriana proveniente dal Filathlitikos, squadra di seconda divisione greca. La sua stagione da rookie non è trascendentale (6.8 punti e 4.4 rimbalzi in 24.6 minuti di media), ma fa comunque intravedere che il ragazzo ha del potenziale. Incoraggiati dall’esito dell’esperimento, i Toronto Raptors decidono di percorrere la stessa strada. Arrivati alla ventesima scelta del draft 2014, il debuttante commissioner Adam Silver chiama tale Bruno Caboclo, diciannovenne brasiliano reduce da una stagione con l’Esporte Clube Pinheiros.
La perplessità è visibile sul volto dei dirigenti canadesi, ma il general manager, Masai Ujiri, si sta già sfregando le mani: “Ma che ne sanno ‘sti zozzoni… Questo è il Kevin Durant brasiliano!”. Per la cronaca, nel 2014 il Kevin Durant americano è l’MVP della lega, ma è facile immaginarlo terrorizzato a morte all’idea che il nuovo fenomeno paulista possa insidiarne la supremazia.

Mentre Ujiri si ostina a predicare pazienza (“Tranquilli, questo qui nel giro di due anni è All-NBA”) il tempo scorre, e i progressi di Caboclo continuano a rimanere nascosti a noi ignoranti. Il commentatore Fran Fraschilla conia per lui una definizione impeccabile: “è a due anni di distanza dall’essere a due anni di distanza”. A distanza di due anni da quel draft, Brunone ha passato gran parte del tempo in G-League. Altri due anni, e Toronto decide di tirare lo sciacq…ehm, di gettare la spugna. Lo spedisce ai Sacramento Kings con una trade che sembra destinata a spostare gli equilibri della lega: al suo posto arriva Malachi Richardson. 10 partite e 10 minuti di media in California, quindi altra G-League, poi un tentativo al training camp di Houston, ma niente, il sogno sembra sfumato per sempre.
Quando il suo futuro sembra inevitabilmente il baretto, ecco arrivare la grande occasione; i Memphis Grizzlies, nel disperato tentativo di imporsi come peggiore squadra della lega, offrono al brasileiro un contratto di dieci giorni, a cui ne segue un altro. Brunone strabilia il pubblico con prestazioni da MVP: 6.1 punti e 3.2 rimbalzi in dieci partite. Memphis non riesce a trattenersi, e lo premia con un contrattone: 2.4 milioni di dollari fino a giugno 2020! A casa Caboclo è subito festa, mentre Chris Wallace, GM dei Grizzlies, se la ghigna soddisfatto: “Vediamo chi riderà, adesso!”.

#braziliankd #brunantula #potenzialefenomeno #mostunderratedever #blockbustertrade #meglioungianninodomaniounbrunonedopodomani

 

Posizione numero 6: Nik Stauskas, Wade Baldwin & Danuel House

Dopo l'ennesimo trasferimento, Nik Stauskas ha optato per un part-time da McDonald's
Dopo l’ennesimo trasferimento, Nik Stauskas ha optato per un part-time da McDonald’s

Quando non sei una star di prima grandezza, e nemmeno un inamovibile elemento da quintetto, la vita da giocatore NBA può essere particolarmente avventurosa. Per conferma, chiedere alla coppia formata da Nik Stauskas e Wade Baldwin IV. Il 3 febbraio 2019 i due si trovano a Portland, Oregon, in quanto membri del roster dei Trail Blazers. Quello stesso giorno, uno scambio con i Cavaliers li porta a Cleveland, a quasi quattromila chilometri di distanza. Una trade come le altre, che non fa certo notizia in NBA. Tre giorni più tardi, però, eccoli di nuovo con la valigia in mano, stavolta in direzione Houston, duemila chilometri a sudovest. Nemmeno il tempo di sognare gli assist di Chris Paul e James Harden che, qualche ora dopo, squilla di nuovo il telefono: “tutti a Indianapolis, i Rockets vi hanno ceduto ai Pacers!”. Stavolta il tragitto è breve, ‘solo’ milleseicento chilometri. Peccato che, mentre la strana coppia sta ancora recuperando i cappotti pesanti dall’armadio, arriva la notizia che Indiana li ha appena tagliati entrambi. A questo punto, purtroppo, le strade dei due si separano. Wade torna mestamente a casa, aspettando la prossima occasione, mentre Nik… Viene richiamato dai Cavs! Un vero peccato, perché nei quasi ottomila chilometri percorsi on the road in appena quattro giorni, tra i due si era creata una profonda amicizia.

Bizzarra anche la vicenda che ha coinvolto Danuel House. In questo caso, il giocatore non si è mai mosso dal suo amato Texas (del resto, con quel cognome… Ok, scusate), ma ad aggravare la situazione c’è indubbiamente il suo nome di battesimo (perché Daniel e Manuel erano troppo mainstream, effettivamente), che gli avrà creato non pochi grattacapi in gioventù. Nato a Houston, cresciuto a Houston, studente-giocatore a Houston, House corona il sogno dei suoi parenti trovando lavoro…a Houston, dopo un biennio non indimenticabile passato tra Washington e Phoenix. I Rockets lo chiamano in prima squadra dopo che una tragica serie di infortuni aveva indotto Mike D’Antoni a prendere in seria considerazione un rientro in campo, con tanto di incarico a Dan Peterson come head coach. Danuel si fa trovare pronto, ritagliandosi un ruolo importante nelle rotazioni. Dopo appena cinque partite, però, la doccia fredda: i Rockets lo hanno tagliato! La delusione del povero (soprattutto per il nome) Danuel dura solo quarantotto ore, fin quando il general manager Daryl Morey lo ricontatta: “Ciao Manuel, hai presente la storia del taglio? Dai, era uno scherzo! Me l’ha suggerito P.J. Tucker, lo sai che si diverte con poco… Ti facciamo un two-way-contract, ok?”. House non batte ciglio e torna in campo a darci dentro come un matto. Dopo una serie di tre incontri, tra l’11 e il 14 gennaio, chiusi a oltre 14 punti di media, è lui a chiamare Morey: “We, Derrick! Hai presente la storia del two-way-contract? Beh, è scaduto! Adesso voglio il grano vero, altrimenti non mi alzo nemmeno dal letto”. Morey però non si scompone: “Dai, Daniel, facciamo un triennale al minimo salariale e siamo a posto così”. “Va bè, gioia, ho capito, tenetevi pure il tedesco, come si chiama… Frankenstein. Io torno a casa. Te salùdi!”. Testa alta e sguardo fiero, Danuel torna in G-League, dove ora gioca per i Rio Grande Valley Vipers. In Texas, ovviamente.

#icampionigiranosempreincoppia #dueanniluigiraperilmondo #questagiunglamistressa #danielomanueleratroppomainstream #lohoustoneseimbruttito #hartensteinjunior

 

Posizione numero 5: I nuovi italiani

LeBron James tradisce le sue indubbie origini italiane stringendo il trofeo più ambìto
LeBron James tradisce le sue indubbie origini italiane stringendo il trofeo più ambìto

A inizio stagione si è discusso della possibilità di concedere il passaporto italiano ad alcuni giocatori NBA, in particolare a Donte DiVincenzoRyan Arcidiacono e Raul Neto. Se per il rookie dei Milwaukee Bucks c’è ancora qualche speranza, per il suo ex compagno a Villanova e per il brasiliano degli Utah Jazz sembra non ci sia nulla di fattibile. La FIP, però, non si è persa d’animo e ha sguinzagliato un pool di investigatori per rintracciare altri possibili legami tra il Bel Paese e le star d’oltreoceano, in modo da poter finalmente rilanciare il nostro basket. Perché sprecare tempo ed energie per investire sullo sviluppo dei giovani, quando potresti far indossare la maglia azzurra a una stella NBA con un semplice giro di documenti?
I risultati di questa certosina ‘caccia al naturalizzabile’ sono racchiusi in un documento talmente scottante che la Federbasket ha deciso di secretarlo, affidandolo a tale Rich Paul, da sempre sinonimo di discrezione. E’ per questo che oggi siamo in grado di pubblicarlo senza remore. Dall’elaborato rapporto stilato dagli Sherlock Holmes tricolori emerge il potenziale nuovo quintetto della Nazionale italiana.

PG – Giannis Antetokounmpo. Il suo passato da venditore ambulante fa assolutamente al caso nostro. Basterà dichiarare che, durante il tragitto verso la Grecia, la sua famiglia ha lavorato un’estate sulla spiaggia di Porto Cesareo. Potrebbe sembrare cinico, ma se si vuole rilanciare il movimento non esistono scrupoli morali. E poi, vedendo giocare Antetokounmpo al posto di Brian Sacchetti, nessuno avrebbe più da obiettare sullo ius soli.

SG – Kyrie Irving. La scorsa estate è stato reso noto che la madre aveva origini Sioux, ma qualcuno ha indagato sul ramo paterno della famiglia? Con il giusto incentivo, si potrebbe convincere Irving a travestirsi da Uncle Drew e riprenderlo mentre valuta le operazioni in un cantiere di Fiuggi. D’altronde, gli americani hanno sempre uno zio di Frosinone. Kyrie avrebbe anche un futuro assicurato fuori dal parquet: le dichiarazioni sul terrapiattismo fanno di lui il perfetto leader di qualche movimento complottista, stile No Vax.

SF – Carmelo Anthony. Con un nome del genere, non può ingannare nessuno. Se aggiungiamo che ha fatto il college a Syracuse, affibbiargli un’imprecisata discendenza sicula sarà piuttosto semplice. Inoltre, le sue recenti esperienze a Oklahoma City e Houston lo rendono un perfetto capro espiatorio. E in Italia c’è sempre bisogno di un capro espiatorio.

PF – LeBron James. Il fatto che abbia sempre dichiarato di non sapere chi sia suo padre gioca indiscutibilmente a nostro favore. Chi potrà mai obiettare, quando la paternità sarà rivendicata da… Gianni Petrucci? Per l’Italbasket, questo ed altro… Oltretutto, LeBron giocherebbe a Est; dopo Pavlovic, Dellavedova e Mozgov, portare in finale Filloy e Biligha sarebbe una passeggiata di salute.

C – DeMarcus Cousins. Modificare i documenti trasformandolo in Marco Cusin sarebbe un gioco da ragazzi; siamo pur sempre il Paese che ha inventato i dischi orari rotanti, dannazione! Se qualcuno dovesse asserire che Marco Cusin non ha mai fatto triple-doppie da 55 punti, 20 rimbalzi e 15 assist, potremmo tranquillamente rispondere che lo spirito patriottico migliora sempre le prestazioni dei singoli in Nazionale. O forse no, bisogna studiarne un’altra…

PRINCIPALI RISERVE – Rudy Gay e Kevin Love. Risalire a fantomatiche parentele sarebbe leggermente più complicato (anche se magari lo zio di Love, Mike, fondatore dei Beach Boys, ha avuto qualche relazione con groupie nostrane), ma schierarli contemporaneamente nella second unit rappresenterebbe senz’altro un forte messaggio a sostegno dei diritti civili. L’importante sarebbe non scadere nella volgarità, come già successo in altri Paesi.

#italianisipuòdiventare #italiaagliamericanibraviagiocareabasket #ciaosettoregiovanileciao #ntuculualsettoregiovanile #myunclenatoinfrocinone #theitalianfreak #lebronraymonepetrucci

 

Posizione numero 4: Dell Demps e il caso Davis – Lakers

Dell Demps mentre escogita la prossima burla ai danni di Magic Johnson
Dell Demps mentre escogita la prossima burla ai danni di Magic Johnson

La vicenda Anthony Davis – Los Angeles Lakers, principale oggetto di dibattito nelle scorse settimane, ha più volte oltrepassato i confini del grottesco. Tutto era cominciato con l’invito a cena di LeBron James a Davis, al termine della sfida tra Lakers e Pelicans del 22 dicembre scorso, che aveva fatto seguito alle sviolinate del numero 23 gialloviola su quanto sarebbe bello giocare insieme al numero 23 blu-bianco-rosso-viola-giallo-verde (ma quali sono i colori sociali dei Pelicans??). Interrogato a riguardo, Davis aveva risposto alquanto stizzito: “Ma cosa vi salta in mente? Io a New Orleans sto benissimo! Il carnevale è una figata, si mangia da Dio, sono comodo coi mezzi, ho gli alligatori in piscina che aspettano un cucciolo… Da qui non mi muovo! Anzi, ci chiudo la carriera, in Louisiana!”.
Un mese dopo, però, la farsa viene smascherata. Il Monociglio si confida con il suo agente, Rich Paul, citando una nota band della scena underground di Chicago“Sai, Rich, la Louisiana è bella e tutto quanto, ma alla lunga rompe i coglioni. E poi i Pelicans fanno proprio cagare… Come facciamo a levarci dalle palle al più presto?”. Commosso dalla dialettica del suo assistito, Paul decide di affidarne le ‘segrete’ volontà ad Adrian Wojnarowski, giornalista e ‘re del mercato’ made in USA. Dopo qualche ora, la notizia diventa di dominio pubblico. E’ qui che entra in gioco Dell Demps, general manager dei Pelicans. Ed è qui che la vicenda raggiunge il suo apice di teatralità.

La seconda parte di questo inedito spettacolo ruota attorno a un dettaglio tutto sommato rilevante: Paul non è solo l’agente di Davis, ma anche quello di LeBron James. I soliti malpensanti, tra cui Demps, traggono subito conclusioni affrettate: “Ma non è che forse quei tre si sono messi d’accordo?”. Solo infamanti supposizioni, ovviamente. Il fatto che le due squadre siano in un momento imbarazzante, che i due vadano a cena insieme, che abbiano lo stesso agente e che manchi una settimana alla trade deadline vi sembrano indizi sufficienti? Allora vi meritate le toghe rosse e i complotti delle sinistre!
I giorni che precedono la deadline sono intrisi di pura follia. La dirigenza dei Lakers, capitanata dal presidente Magic Johson e dal general manager Rob Pelinka, arriva ad offrire a New Orleans tutti i giovani, tre veterani, quattro prime scelte future, Luke Walton, Bill Walton e gli occhiali da sole di Jack Nicholson, ma Demps resiste stoicamente. Dopo un po’ inizia persino ad evitare le chiamate di Magic, o a liquidarlo con banali scuse quando la leggenda gialloviola si presenta direttamente al suo cospetto. Il picco dello humour si raggiunge prima con i tifosi degli Indiana Pacers che cantano a Brandon Ingram “LeBron will trade you!”, poi con l’account Twitter dei Pelicans che, il giorno della deadline, posta la foto di una clessidra. Quando il termine ultimo scade, l’affare sfuma ufficialmente.
Questa spassosa commedia degli equivoci meritava un finale degno, e infatti… I Lakers riescono a centrare comunque un gran colpo di mercato, acquistando… Mike Muscala, ma la situazione interna è alquanto tesa; lo stesso Magic è costretto a incontrare uno per uno tutti quei giocatori che aveva messo esplicitamente sul mercato, abbracciandoli forte e promettendo di credere in loro, ma solo fino a giugno. Anthony Davis resta a godersi le paludi della Louisiana e il calore del pubblico, che lo tempesta di fischi e insulti non appena lo incontra per strada. Gioca pochissimo, eppure riesce a infortunarsi a una spalla (strano, di solito è l’integrità fisica fatta giocatore NBA…), trovando così una scusa buona per sparire dalla circolazione per qualche settimana. E Demps? Licenziato, ovviamente!

#tuttoèmaleciòchefiniscemale #quinonèhollywood #neworleansèbellamanoncivivrei #getRichordietryin #guardacheballeingramaltrochestocktonemalone #sivedechenonstaidicendoniente #noscusamièchenonceracampo #tirichiamoio

 

Posizione numero 3: Il tampering

Magic Johnson mentre tampera
Magic Johnson mentre tampera

Da un po’ di tempo a questa parte (o meglio: da quando Magic Johnson fa parte della dirigenza dei Lakers) c’è un nuovo tormentone che furoreggia tra le alte sfere NBA: il tampering. No, non si tratta di una rischiosa pratica sessuale, bensì di un comportamento traducibile con “reclutamento illecito di giocatori da parte di tesserati di altre fran…” va bè, dai, tampering suona meglio. Una norma piuttosto controversa ed estremamente severa, che ha fatto piovere fior di sanzioni soprattutto a livello collegiale. Spesso basta un passaggio in auto, un mazzo di fiori regalato alla nonna, addirittura che un assistente partecipi a una partitella al playground con un prospetto (tutti casi realmente accaduti, a parte forse quello della nonna), per far scattare una squalifica. Tra i professionisti, la situazione è ulteriormente sfuggita di mano, generando una vera e propria tamperingfobia. Il caso più recente ha coinvolto uno dei proprietari dei Milwaukee Bucks, multato per aver pronunciato la seguente frase: “Speriamo che atleti come Anthony Davis e altri vogliano venire a giocare per noi.”. Il leggendario motore dello Showtime, però, si è rivelato un innovatore anche in questo campo, elevando il tampering a una vera e propria arte. Nell’estate del 2017, pochi mesi dopo essere entrato in società, Magic era ospite al popolare show di Jimmy Kimmel. Quando il conduttore gli aveva chiesto di Paul George, allora in scadenza con i Thunder, il vecchio buontempone aveva dichiarato di fargli l’occhiolino ogni volta che lo incontra. E subito… Multa!
Non pago, il nostro si era ripetuto il febbraio successivo: Giannis Antetokounmpo diventerà un MVP, porterà i Bucks al titolo”… Multa! Nuovo anno, nuova prodezza, anche se stavolta nessun verbale. Pochi giorni fa, la sagomaccia se ne esce con un curioso aneddoto: Ben Simmons mi ha chiamato, vuole che io lo alleni l’estate prossima”. Ovviamente altro putiferio, con Adam Silver pronto a strapparsi i capelli, salvo poi desistere arrendendosi alla triste realtà.
Ora, la regola andrebbe sicuramente rivista, ma è stupendo immaginare Rob Pelinka e il resto dello staff dei Lakers trattenere il fiato ad ogni conferenza stampa di Magic: “Oddio, adesso spara la cazzata…”. In ogni caso, per evitare di prosciugare le casse del club, la proprietaria Jeanie Buss ha obbligato il mitico numero 32 a seguire un intensivo corso anti-tampering, in cui imparerà come reagire alle domande più provocatorie dei media. Pare che i primi test, affrontati in coppia con coach Walton, abbiano dato risultati brillanti.

#glidiaunabellamultina #iopensocheanthonydavissiaungiocatoreehmungiocatoreebasta #lenormesonotantemilionidimilioni #magiclatrottola #tivedreibeneailakers #bensimmonschechiamagente

 

Posizione numero 2: La campagna abbonamenti dei Knicks

Mitchell Robinson e Kevin Durant nella campagna abbonamenti dei Knicks. Per Michael Jordan e Wilt Chamberlain non c'era abbastanza spazio
Mitchell Robinson e Kevin Durant nella campagna abbonamenti dei Knicks. Per Michael Jordan e Wilt Chamberlain non c’era abbastanza spazio

Non dev’essere facile tifare i New York Knicks. Gli unici due titoli NBA sono arrivati nel 1970 e 1973, e da allora (eccezion fatta per le due curiose finali disputate negli Anni ’90, quando Patrick Ewing spadroneggiava sotto i tabelloni) la franchigia ha collezionato un fallimento dopo l’altro; stelle strapagate e trasformate in monnezza appena giunte a Manhattan, allenatori sbagliati, dirigenti incompetenti, fischi ai giovani scelti al draft, sparizioni immotivate (Derrick Rose), ex-giocatori arrestati sugli spalti del Madison Square Garden (Charles Oakley). Mica male, eh? Il tutto con l’aggravante di un’esposizione mediatica con pochi eguali, vista la piazza.
Con tali premesse, convincere i poveri supporters blu-arancio, anche quelli più fedeli, a rinnovare il loro abbonamento stagionale non è un’operazione semplicissima (anche perchè un season ticket al Garden non si trova in regalo con La Repubblica del venerdì). Ma è proprio nelle difficoltà che viene fuori il genio.

A poche settimane dal termine ultimo entro cui presentare le richieste di rinnovo, sul sito della franchigia compare una bella foto promozionale, raffigurante il rookie Mitchell Robinson e la superstar Kevin Durant. Niente di malizioso, se non fosse per due piccoli particolari: 1) tra i due, solo Robinson gioca nei Knicks e 2) Kevin Durant sarà quasi certamente free-agent l’estate prossima, con i newyorchesi in prima fila nel corteggiamento. I nostri amici malpensanti, ai quali la vicinanza con lo scalo milanese rende piuttosto agevoli gli spostamenti aerei, azzardano subito che dietro ci possa essere un ‘velatissimo’ messaggio subliminale“Abbonatevi, che l’anno prossimo arriva Durant!”. La risposta del club non tarda ad arrivare: “Davvero c’era la foto di Durant? Ma guarda te le sorprese che ci riserva la vita! No ma tranquilli, nessun messaggio subliminale! E’ stato un caso, era una foto tra le tante… Poteva capitare anche quella di Frank Ntilikina e Spike Lee, o quella di Charles Oakley in manette; va abbastanza a culo, diciamo”. Nel frattempo, la foto è stata prontamente rimossa.

Venuto a conoscenza dell’accaduto, Magic Johnson va su tutte le furie“Ma come, adesso arrivano quelli di New York a insegnare a noi come tamperare?! Qualcuno verrà licenziato per questo!”. Dopodiché prende il suo motoscafo e, accompagnato da un assistente, va a far visita ai responsabili della comunicazione dei Lakers, per manifestare il suo disappunto e studiare insieme a loro un modo per uscire dall’impaccio. Inizialmente la collaborazione sembra infruttuosa, ma in qualche modo il pool di grandi menti ne viene fuori. Come spesso accade, la soluzione migliore è anche quella più semplice. “Capo, qual è stato il grande colpo del nostro mercato?” chiede uno dei responsabili. “Ma chi, quer pippone de Muscala?” risponde inviperito Johnson. “No, dottore… l’altro”“Guarda, nun me parlà de Reggie Bullock, che me sale er nazismo!” sbotta Magic, tradendo le sue origini laziali. “Presidente, che numero di maglia ha preso Reggie Bullock?”“Il 35, perchè?”. “Maestro, ha presente Photoshop, quel programma che usiamo per mandare a LeBron le immagini dei vari All-Star in maglia Lakers?”. Dopo qualche secondo di collettiva riflessione, la soddisfazione è palpabile.

#nonvendiamosognimasoliderealtà #charlesoakleyinmanette #piccolitamperisticrescono #querpipponedemuscala #tivedreibeneaiknicks #andiamoasaraghi #genio

 

Posizione numero 1: Gli haters dei punteggi

James Harden e Kevin Durant mentre rovinano la NBA
James Harden e Kevin Durant mentre rovinano la NBA

Come la luna dei Pink Floyd, anche l’esplosione dei social network ha il suo lato oscuro. Rimanendo ancorati al tema NBA, ciò è rappresentato dalla proliferazione degli haters. Difficile spiegare la natura di questa particolare specie; in poche parole, è qualcuno con tanto tempo a disposizione e perennemente insoddisfatto di ciò che lo circonda. Approfittando inopinatamente dello schermo e della tastiera a sua disposizione, ma soprattutto della consapevolezza di non poter incontrare mai di persona il personaggio pubblico di turno, l’hater scatena la sua frustrazione contro il proprio bersaglio. Un po’come succedeva nelle scuole di una volta, quando il maestro lasciava carta bianca agli alunni. Solitamente, individuare chi sarà il prossimo a finire nel mirino degli haters è piuttosto facile: si tratta di qualcuno (nel nostro caso, di un giocatore) che è riuscito a emergere, tanto da iniziare a far parlare di sé. Esauriti gli elogi, si passerà quasi automaticamente ai primi insulti e alle prime critiche.

Di norma, gli ‘odiati’ hanno grande talento, ma anche qualche peculiarità controversa che alimenterà per anni i loro detrattori. Pensiamo a LeBron James, per andare finalmente sul concreto. Agli albori dei social network, il Re veniva accusato da molti ‘leoni da tastiera’ di essere “un perdente”. Poco importava che stesse già mostrando sprazzi di onnipotenza cestistica o che avesse trascinato i Cleveland Cavaliers di Zydrunas Ilgauskas, Larry Hughes e Daniel Gibson alla finale NBA più squilibrata della storia; finché non vinci un titolo, non sei nessuno. Quando poi James ha vinto e rivinto, il rancore di questi individui si è spostato progressivamente sui vari Stephen Curry, Kevin Durant, Russell Westbrook e James Harden. Il principale capo d’accusa mosso nei loro confronti? “Stanno rovinando la NBA”. Interessanti anche le ‘argomentazioni’ a riguardo: uno “rovina la NBA” perché può segnare da dieci metri mentre balla la Macarena, l’altro perché domina due finali consecutive ma è antipatico, un altro ancora perché fa sempre tripla-doppia, l’ultimo perché segna troppi punti, invece di lasciare spazio a fenomenali compagni come Gary Clark e Vince Edwards.
Di recente, però, la fantasia degli haters ha raggiunto picchi inesplorati. A finire sulla gogna non è stato un giocatore, e nemmeno una squadra, bensì…i punteggi. In particolare, ha suscitato un’ondata di sdegno la vittoria dei Golden State Warriors sul campo dei Denver Nuggets, nell’incontro del 15 gennaio scorso. I campioni in carica si sono imposti per 142 a 111, segnando 51 punti nel solo primo quarto. “NBA ridicola!”, “Basta con questa pagliacciata!”, “Questo non è basket!”. Come in passato, anche oggi all’hater non è necessario approfondire il perché accadano certe cose. Sarebbe uno shock scoprire che le nuove regole sul cronometro di tiro hanno aumentato il numero di possessi o, peggio ancora, che gli Warriors hanno dominato giocando una pallacanestro strabiliante, muovendo la palla come nei sogni più spinti di Gregg Popovich e, più in generale, costruendo con meticolosa cura una corazzata inaffondabile. L’importante è gridare allo scandalo, approfittandone per sottolineare quanto fosse meglio ai tempi di Larry Bird (quando – e se anche solo i loro genitori fossero nati avrebbero potuto testimoniarlo – i punteggi erano gli stessi) o quanto oggi sia più divertente assistere a un 40-36 del campionato UISP lombardo, piuttosto che al solito teatrino americano. Questa favola non ha assolutamente una morale, ma ci lascia un interrogativo importante: cosa odieranno adesso?

#neverenough #sistavameglioquandosistavaprima #conunrimbalzoinmenoandavabene #loser #choker #statpadder #undertaker #loacker #mavuoimettereilcsi #ceressquarantacapatnbocc

Three Points – Davis-Lakers, gioco a perdere

NBA scambi estivi-Anthony Davis in dubbio per l'ASG

La volata finale prima della sospiratissima pausa per l’All-Star Weekend è stata vissuta all’insegna delle strisce. Chiaramente non parliamo di droga, sebbene i giocatori siano stremati e soprattutto noi, arrivati a metà febbraio, non abbiamo ancora fatto battute su Mohamed Bamba. James Harden ha allungato a 31 la serie di partite con almeno 30 punti a referto (eguagliando Wilt Chamberlain) e Russell Westbrook ha scritto l’ennesima pagina di storia con 10 triple-doppie consecutive (superando Wilt Chamberlain). Anche i New York Knicks hanno centrato un ‘prestigioso’ record: le 18 sconfitte filate sono quanto di peggio la franchigia abbia mai fatto in 73 anni di vita. E dire che ce ne voleva, d’impegno…
Messa agli archivi la trade deadline, questa edizione di ‘Three Points’ non poteva che partire con il tema più ‘caldo’ delle ultime settimane: L’affaire Davis-Lakers.

 

1 – Davis-Lakers, gioco a perdere

Anthony Davis e LeBron James sognano un futuro insieme in maglia Lakers
Anthony Davis e LeBron James sognano un futuro insieme in maglia Lakers

Come cantava Amy Winehouse, Love is a losing game, ma anche la vicenda Anthony Davis – Los Angeles Lakers si è rivelata un gioco senza vincitori. Piccolo riassunto, per chi si fosse sintonizzato solo ora: Anthony Davis è uno dei migliori giocatori NBA, le cui ambizioni di gloria sono però limitate da una squadra, i New Orleans Pelicans, che non riesce a uscire dal tunnel della mediocrità. Qualche settimana fa, Davis comunica al suo agente, Rich Paul, il suo desiderio di cambiare aria, e quest’ultimo pensa bene di rivelare la notizia al ‘principe’ del mercato NBA, il giornalista Adrian Wojnarowski. Non solo: Paul informa la stampa che al suo assistito piacerebbe davvero giocare con i Lakers, tanto da ritenerli l’unica franchigia con cui rinnoverebbe il contratto, la cui scadenza (con player option sulla stagione successiva) è prevista per l’estate 2020. Nei suddetti Lakers gioca un certo LeBron James, noto per essere il più grande cestista vivente e per avere dunque un’enorme influenza sulle decisioni del front-office. Durante la stagione, James non solo aveva speso parole al miele per Davis, ma si era spinto un po’ oltre, invitandolo a una deliziosa cenetta in cui discutere del proprio futuro, possibilmente comune. Tutte mere supposizioni, fino alla fatidica richiesta di cessione. Piccolo dettaglio: l’agente del signor James è nientemeno che… Rich Paul, lo stesso del signor Davis. Eccoci dunque alle intense settimane appena trascorse: da una parte la dirigenza Lakers, che arriva a offrire a quella dei Pelicans tutti i giocatori del roster, dall’altra New Orleans, che si ostina a rifiutare, oltretutto ‘perculando’ Magic Johnson e soci in svariati modi. Scoccate le 21 italiane di giovedì 7 febbraio, la trattativa sfuma ufficialmente, almeno fino al termine della stagione.

Da questa patetica commedia escono male tutti i protagonisti coinvolti. In primis lo stesso Davis, ovviamente. Il fatto che abbia voglia di competere per il titolo non è certo una colpa (anzi, ne invocavamo a gran voce la ‘liberazione’ in una recente edizione di ‘Three Points’), ma permettere che le sue intenzioni venissero rese pubbliche in questo momento della stagione gli ha inevitabilmente gettato addosso le ire dei tifosi, pronti a sommergerlo di fischi da qui ad aprile. Davis ha tolto ai Pelicans gran parte del vantaggio nelle trattative, costringendoli a studiare in fretta e furia una soluzione per trarre il maggiore profitto possibile dal suo ormai certo addio. Per la franchigia della Louisiana, la partenza della sua più grande stella non sarà solo un problema tecnico, bensì un fortissimo colpo alla credibilità dell’organizzazione stessa. Se a tutto questo sommiamo la già scarsa affluenza di pubblico e le parole (come sempre a sproposito, ma che potrebbero nascondere un pensiero condiviso da altri) del padre di Lonzo Ball, che di fatto hanno indicato New Orleans come una destinazione indesiderata dagli aspiranti All-Star, capiamo che un possibile trasferimento della franchigia non sia un’idea da scartare a priori.
Poi, ci sono i Lakers. Probabilmente, LeBron James, Magic Johnson e Rob Pelinka avevano un piano ben preciso in testa, nel momento in cui il sodalizio tra le parti è stato ufficializzato. Forse si aspettavano di poter arrivare subito a un’altra stella. Magari Paul George, che avrebbe prontamente seguito il Re a Hollywood. Oppure Kawhi Leonard, che i San Antonio Spurs avrebbero spedito senza problemi in California. Finora, tutti questi progetti sono miseramente falliti: PG13 è rimasto a Oklahoma City, Leonard è finito a Toronto e Davis ‘delizierà’ i tifosi dei Pelicans per almeno altri due mesi. Quello che è certo è che il celeberrimo ‘nucleo giovane’, decantato da Magic e soci come il fulcro del progetto gialloviola, è stato sacrificato senza remore sull’altare del grande colpo, dell’irresistibile richiamo del ‘vincere subito’. Inevitabile, quando il tuo giocatore di punta si avvia verso i 35 anni, mentre a tutti gli altri serviranno forse due o tre stagioni per far fruttare il loro potenziale. Però, ora che la ‘pazza idea’ Davis è sfumata, bisognerà ricucire gli strappi. Saranno pure dei professionisti, ma non si prospetta un’impresa semplice. Nel frattempo, le sconfitte si accumulano, e l’esclusione dai playoff, che suonerebbe come un fallimento epocale, diventa un’ipotesi sempre meno assurda

La principale ‘vittima’ di questa vicenda, però, avrebbe potuto essere il sistema NBA, da sempre basato sul potere contrattuale delle franchigie e ora scosso fino alle fondamenta da casi come questo, o come quelli di Leonard e Kyrie Irving. Casi in cui sono i giocatori, o peggio, gli agenti a cercare di cambiare gli equilibri della lega, forzando la mano ai proprietari. Forse anche questo aspetto ha inciso sulla scelta di Dell Demps, general manager dei Pelicans, di declinare l’offerta. Forse, che Anthony Davis non sia (ancora) finito ai Lakers, o che perlomeno che non ci sia finito in questo modo, è un bene per tutti.

 

2 – Big Four

Ci saranno anche I Raptors di Kawhi Leonard e i Sixers di Jimmy Butler nella corsa alle NBA Finals 2019
Ci saranno anche I Raptors di Kawhi Leonard e i Sixers di Jimmy Butler nella corsa alle NBA Finals 2019

A dire il vero, una vincitrice chiara di questa trade deadine c’è, ed è la tanto vituperata Eastern Conference. Mentre i Lakers si affannavano nel disperato ‘corteggiamento’ ad Anthony Davis, altre squadre hanno approfittato della recente finestra di mercato per mettere a segno importanti colpi.

Particolarmente aggressivi sono stati Philadelphia 76ers e Toronto Raptors. I primi, che a stagione in corso avevano già messo le mani su Jimmy Butler, si sono aggiudicati anche Tobias Harris, protagonista di un eccellente avvio di stagione con i Los Angeles Clippers. Completato il notevole quintetto (Simmons-Redick-Butler-Harris-Embiid), il general manager Elton Brand ha rinforzato anche la panchina, con gli innesti di Boban Marjanovic, Mike Scott, James Ennis e Jonathon Simmons. Toronto si è invece aggiudicata Marc Gasol, ‘scippandolo’ ai Memphis Grizzlies (i contratti da rinnovare di Jonas Valanciunas, Delon Wright e C.J. Miles in cambio dell’uomo-simbolo della tua storia; si poteva fare decisamente meglio…) e ha arricchito la second unit con l’esperienza di Jeremy Lin. Una serie di mosse che estremizza ulteriormente quel concetto di ‘proviamoci subito’ che sembra regnare sovrano, in una Conference senza più LeBron James e (forse) senza ancora Kevin Durant. Se i piani a lungo termine vanno a farsi benedire (soprattutto in casa Sixers), è indubbio che, per il 2018/19, queste due formazioni abbiano tutte le carte in regola per puntare alle NBA Finals.

Così, la caccia al trono dell’Est diventa ufficialmente una corsa a quattro (dato che gli Indiana Pacers hanno perso Victor Oladipo, out for the season). Le altre pretendenti, Boston e Milwaukee, sono state più ‘conservative’: i Celtics non si sono mossi (in attesa del secondo capitolo della saga-Davis, in onda a luglio), mentre i Bucks hanno ceduto l’ ‘oggetto misterioso’ Thon Maker e aggiunto Nikola Mirotic. Vero, a New Orleans il serbo-spagnolo è calato vistosamente dopo i due ‘trentelli’ con cui aveva aperto la stagione, ma la sua capacità di aprire il campo è come la Nutella sul pane, per la squadra di Mike Budenholzer e Giannis Antetokounmpo. Tra le ‘Big Four’, Milwaukee è l’unica ad avere già un’identità ben precisa; Toronto e Phila dovranno riorganizzarsi con i nuovi innesti, mentre Boston sembra ancora un cantiere aperto, con la solidità dello scorso anno che sta lasciando sempre più spazio ai dissapori interni. Si preannuncia comunque una lotta entusiasmante, che però dovrà passare da molti ‘se’. Se i Celtics dovessero ritrovarsi, se i ‘maschi alfa’ di Brett Brown si sintonizzassero sulla stessa lunghezza d’onda, se Gasol si rivelasse il tassello mancante per far svoltare un’eterna incompiuta e se Milwaukee tenesse questi ritmi fino alla fine, allora potremmo avere davanti a noi i playoff più entusiasmanti degli ultimi anni. Almeno sulla costa atlantica, e almeno per questa stagione.

 

3 – Ricomincio da capo

Jonathon Simmons e Markelle Fultz, protagonisti dello scambio tra Magic e Sixers
Jonathon Simmons e Markelle Fultz, protagonisti dello scambio tra Magic e Sixers

Nell’omonimo film, Bill Murray ripete continuamente la stessa giornata. Se inizialmente la cosa lo destabilizza, col tempo riesce a trovare il modo di sfruttare al meglio la situazione, cambiando in positivo il corso degli eventi. Per Markelle Fultz, il Giorno della Marmotta sarebbe quasi certamente il 22 giugno 2017, data in cui i Philadelphia 76ers lo hanno selezionato con la prima scelta assoluta al draft.
Quello che per tutti è un grande onore, per moltissimi si trasforma presto in un fardello troppo pesante da reggere. Fultz è arrivato in NBA dopo una carriera collegiale durata la miseria di 25 partite, spesa come unico giocatore di alto livello nei non irresistibili Washington Huskies. A differenza di molte altre top picks, non è approdato in una franchigia in ricostruzione, dove pazienza e minuti non sono mai negati ai giovani. E’ stato invece catapultato in una versione dei Sixers che stava finalmente abbandonando ‘The Process’, pronta a lanciarsi verso una nuova scalata ai vertici della Eastern Conference. Una squadra che non poteva permettersi di aspettare i progressi di Fultz, specialmente se rallentati da un misterioso infortunio a una spalla che sembrava condizionarne la meccanica di tiro. Dopo qualche apparizione in regular season e i playoff visti dalla panchina, i nuovi problemi fisici e la contemporanea impennata delle ambizioni di Phila hanno decretato come una separazione fosse l’unico epilogo possibile. Il giorno della trade deadline, ecco l’offerta degli Orlando Magic: Jonathon Simmons, una prima e una seconda scelta futura in cambio del talento proveniente dal Maryland.

In Florida, Markelle avrà la possibilità di svegliarsi di nuovo su quel letto, magari con I Got You Babe di Sonny & Cher alla radio, e di ricominciare da capo la sua carriera NBA. Si troverà in una realtà che ha ormai perso ogni speranza di trovarsi in casa un uomo-franchigia, dopo anni passati ad accumulare ‘oggetti misteriosi’, giocatori dall’indubbio potenziale, ma mai in grado di esplodere. Questo 2018/19 era iniziato con gli squilli di tromba, anche grazie a Nikola Vucevic, unico All-Star dei Magic dopo Dwight Howard, salvo poi inabissarsi come tutte le altre stagioni. Il buon avvio, oltretutto, ha compromesso un buon piazzamento alla draft lottery, riducendo all’osso le chance di accaparrarsi lo Zion Williamson di turno. Chissà che la via d’uscita da questa tetra spirale non possa essere proprio Markelle Fultz. Dovrà soltanto lasciarsi alle spalle i complicatissimi esordi e mostrare sul campo il motivo per cui, alla vigilia di un draft così ricco, nessuno avesse dubbi su chi sarebbe stato scelto per primo. Facile, no?

Three Points – An All-Star is born

Uno degli snodi cruciali della stagione NBA è finalmente arrivato. Dopo settimane di rumors incontrollati e di roster rivoluzionati con la fantasia, giovedì 7 febbraio alle 21 italiane scadrà il termine ultimo entro cui effettuare degli scambi. Una trade deadline che verrà seguita da NBA Passion con una maratona di 8 ore (in diretta dalle 15:30 sul nostro canale YouTube) ricca di ospiti. Gli osservati speciali saranno i Los Angeles Lakers, impegnati nella disperata trattativa per portare in gialloviola Anthony Davis. Se avere mezzo roster sul mercato non fosse già di per sé causa di tensione, dopo la recente sconfitta contro i Golden State Warriors è emersa la notizia di un duro confronto tra coach Luke Walton e alcuni veterani del gruppo. Ma il peggio doveva ancora venire. LeBron James è rientrato giusto in tempo per subire la peggiore sconfitta della sua carriera, il pesantissimo -42 di Indianapolis, contro i rimaneggiati Pacers. A sottolineare come la situazione dei californiani sia giunta ai limiti del grottesco, è arrivato il fantastico coro “LeBron’s gonna trade you!” rivolto dai tifosi di Indiana a Brandon Ingram. Cose che succedono, soprattutto all’interno di franchigie smaniose di vincere subito…
Non se la passano bene neanche a Washington, dove è arrivata la notizia di un nuovo infortunio al già infortunato John Wall; lesione al tendine d’Achille, almeno un altro anno di stop. Piccolo dettaglio: tra qualche mese, Wall entrerà nel nuovo contratto, che per le prossime quattro stagioni porterà nel suo disneyano deposito la bellezza di… 170 milioni di dollari!
Gli infuocati giorni che precedono la chiusura del mercato hanno inevitabilmente messo in secondo piano un altro appuntamento tradizionale di questo periodo: l’All-Star Game. Nelle scorse settimane sono stati selezionati i 24 giocatori che si esibiranno domenica 17 febbraio a Charlotte. Come sempre, non sono mancate le sorprese e le delusioni.

 

1 – An All-Star is born

D'Angelo Russell e Ben Simmons faranno il loro debutto all' All-Star Game di Charlotte
D’Angelo Russell e Ben Simmons faranno il loro debutto all’ All-Star Game di Charlotte

La nascita di nuovi All-Star è la miglior notizia possibile per la NBA e per i suoi appassionati. Soprattutto se la convocazione non è un riconoscimento ‘obbligato’ e prematuro (vedi Karl-Anthony Towns, chiamato durante la mediocre stagione passata e confermato – con maggiori meriti – quest’anno), bensì un traguardo ampiamente meritato. Nell’edizione 2019 dell’evento saranno ben cinque i debuttanti: uno per la Western e quattro per la Eastern Conference. Due di questi potrebbero tranquillamente disputare il loro primo e il loro ultimo All-Star Game contemporaneamente: Khris Middleton, convocato abbastanza a sorpresa (forse come premio per la grande stagione dei Milwaukee Bucks), e Nikola Vucevic, che sta mettendo insieme cifre individuali mai registrate prima, e difficilmente registrabili in futuro. Per gli altri tre, invece, questo sembra essere un vero e proprio ‘debutto in società’, il primo passo di una carriera potenzialmente ricca di soddisfazioni.

Ben Simmons è certamente quello che più di tutti aveva l’All-Star Game scritto nel destino. E’ uno dei pochissimi eletti ad essere arrivato in NBA con l’etichetta di ‘fenomeno generazionale’ e ad essere poi riuscito a non far crollare le aspettative (non è andata altrettanto bene, ad esempio, a Markelle Fultz). Certo, un anno e mezzo di professionismo è un campione ampiamente insufficiente per valutare una carriera, ma guardando giocare Simmons si capisce perché i Philadelphia 76ers abbiano speso per lui la prima scelta assoluta nel 2016. Fin dai primi passi nella lega, l’australiano si è imposto come ‘faro’ dei Sixers, guidandoli fuori da un lungo tunnel di mediocrità. Il tiro dalla distanza è ancora un bel problema, ma se a 22 anni è il tuo unico problema, e per il resto hai le doti tecniche dei più grandi e una visione di gioco che raramente si abbina a un atletismo del genere, i tuoi margini di miglioramento non possono che essere sconfinati. Seppur giovanissimo, Ben sarà chiamato a un’importante prova di maturità nel prosieguo della stagione: trarre il massimo da compagni tanto talentuosi quanto ‘impegnativi’ come Joel Embiid e Jimmy Butler (a cui ora si è aggiunto Tobias Harris) per legittimare la posizione di Phila tra le candidate al titolo.

Decisamente più tortuose le strade che hanno portato all’All-Star Game D’Angelo Russell e Nikola Jokic. Il primo era entrato presto nella lista di quelli che, a differenza di Simmons, non erano riusciti a mantenere da subito le esagerate aspettative. Letteralmente ‘schiacciato’ dalla pressione agli esordi con i Lakers, franchigia non particolarmente nota per la pazienza (ogni riferimento all’attualità non è puramente casuale), Russell è invece esploso una volta inserito nel giusto contesto. I Brooklyn Nets stanno vedendo le prime luci dopo gli anni terribili causati dalla nefasta trade per Kevin Garnett e Paul Pierce. Da quando Sean Marks è dietro la scrivania e Kenny Atkinson siede in panchina, la squadra ha pian piano acquisito un’identità, e ora è una credibilissima pretendente ai playoff. Una volta ambientato e finalmente libero dagli infortuni, D’Angelo ha fatto fruttare al meglio l’innato talento, disputando quella che finora è la miglior stagione della sua giovane carriera. La chiamata tra gli All-Star è stata la naturale conseguenza.

Jokic non era stato accolto con lo stesso hype degli altri due. A chiamarlo per quarantunesimo al draft 2014 (l’elenco di quelli selezionati prima di lui è troppo lungo, ma è obbligatorio citare Bruno Caboclo, alla 20) erano stati i Denver Nuggets, alle prese con la fase di transizione post-George Karl. Dopo aver trascorso un altro anno nella natia Serbia, ‘The Joker’ è sbarcato in Colorado. Nel giro di tre stagioni, ha sbaragliato la concorrenza per il ruolo di uomo-franchigia, tanto da guadagnarsi una maxi-estensione contrattuale da 148 milioni di dollari in cinque anni. Merito delle innate abilità di passatore e di un controllo di palla e gioco talmente sopraffini da eclissare un atletismo decisamente sotto media. Con il suo contributo a tutto tondo (fin qui sette triple-doppie stagionali, contro le dieci totalizzate nell’intero 2017/18) sta trascinando i Nuggets in un improbabile testa-a-testa per la vetta della Western Conference con i grandi Golden State Warriors. Vista la giovane età del gruppo di coach Mike Malone (anch’egli presente al prossimo All-Star Game, come allenatore del ‘Team LeBron’), viene da pronosticare che vedremo ancora a lungo Denver tra le grandi del West. E che il suo fenomenale centro sarà protagonista di altre partite delle stelle, in futuro.

 

2 – I grandi esclusi

Derrick Rose e Luka Doncic, tra i principali esclusi nelle selezioni per l' All-Star Game 2019
Derrick Rose e Luka Doncic, tra i principali esclusi nelle selezioni per l’ All-Star Game 2019

Finché la lega sarà popolata da cotanti fenomeni, le selezioni per l’All-Star Game porteranno giocoforza ad esclusioni eccellenti. Sarà anche un’esibizione in cui conta solo lo spettacolo (e ci mancherebbe, visto che si tratta di un’indispensabile pausa dai ritmi frenetici della regular season), ma a partecipare ci tengono tutti, maledettamente. Altrimenti non si spiegherebbero le genuine lacrime di Rudy Gobert, che evidentemente aveva posto la chiamata tra le stelle fra i principali obiettivi stagionali. Se gli Utah Jazz riuscissero a mantenersi stabilmente ai piani alti della Western Conference, però, sia per lui che per Donovan Michell potrebbe trattarsi di un appuntamento solo rimandato.

Fra tutte, l’esclusione più ‘rumorosa’ è stata certamente quella di Luka Doncic. L’ottimo impatto dello sloveno con il mondo NBA ha scatenato una vera e propria ‘LukaMania’, tanto che il voto popolare (valido al 50% solo per i quintetti, giova ricordarlo) lo aveva messo davanti a gente come Kevin Durant, Paul George e Anthony Davis. Fortunatamente, i voti andavano poi uniti a quelli dei media e dei giocatori stessi, che hanno avuto un minimo di senno in più; con tutta l’ammirazione, Doncic dovrà farne di strada, per essere anche solo inserito nella stessa frase con quei tre. Vederlo tra le riserve, invece, non sarebbe stata una follia. Difficile, però, lasciare a casa uno tra LaMarcus Aldridge, Karl-Anthony Towns e Nikola Jokic. Si tratta pur sempre di stelle affermate, e la NBA aveva già dimostrato l’anno scorso, con Simmons, di andarci cauta con i rookie. Forse, prima di Doncic, gli allenatori (che hanno votato per le riserve) avrebbero scelto Tobias Harris, ma il recente calo dei Los Angeles Clippers ha probabilmente influito sulla sua esclusione.

L’altra assenza ‘pesante’ (sempre in relazione al valore dell’evento) tra i prossimi All-Star è quella di Derrick Rose, eroe romantico protagonista della stagione della rinascita con i Minnesota Timberwolves. Anche in questo caso, il ‘lieto fine’ è stato rovinato da una concorrenza troppo agguerrita: chiamare lui avrebbe significato escludere Russell Westbrook, Damian Lillard o Klay Thompson. Senza contare DeMar DeRozan, uno che gli ultimi due All-Star Game li aveva (meritatamente) giocati da titolare.
Per quanto riguarda la Eastern Conference, l’unica esclusione di spicco è quella di Jimmy Butler, a cui è stato preferito un Khris Middleton individualmente inferiore, ma la cui squadra sta dominando incontrastata. Tra i non selezionati ci sarebbe stato anche Dwyane Wade, ma il comissioner Adam Silver, con un inatteso ‘colpo di coda’, ha assegnato due posti ‘bonus’ a lui e a Dirk Nowitzki, entrambi alla stagione d’addio. Per queste due leggende e per quello che ci hanno regalato negli anni non si può che nutrire un’assoluta adorazione e una sconfinata riconoscenza, però Adam… A questo punto, a cosa diavolo servono le votazioni?

 

3 – Trade deadline, si parte coi botti

Kristaps Porzingis e Tobias Harris (qui in maglia Pistons) sono i primi, grandi colpi di questa sessione di mercato
Kristaps Porzingis e Tobias Harris (qui in maglia Pistons) sono i primi, grandi colpi di questa sessione di mercato

In attesa di scoprire il finale della telenovela-Davis, molti scambi sono avvenuti con largo anticipo sulla scadenza delle trattative. I più importanti sono quelli che hanno coinvolto Kristaps Porzingis, passato dai New York Knicks ai Dallas Mavericks, e Tobias Harris, che i Los Angeles Clippers hanno ceduto ai Philadelphia 76ers. Due operazioni per certi versi simili, che spiegano perfettamente quali ingranaggi muovano la gestione di una franchigia NBA.

Sia i Knicks sia i Clippers hanno perso un potenziale All-Star (Porzingis era stato selezionato l’anno scorso, ma non aveva partecipato all’evento causa infortunio) ma, paradossalmente, alla lunga potrebbero rivelarsi le ‘vincitrici’ dello scambio. Anche perché i contratti di questi potenziali All-Star avrebbero dovuto essere ridiscussi in estate, e non si tratta mai di scelte facili.
Per avere il lettone, Dallas ha spedito a Manhattan un giovane di grande prospettiva come Dennis Smith Jr., soppiantato come possibile uomo-franchigia ai Mavs da Luka Doncic (sul fatto che i Knicks avrebbero potuto scegliere proprio Smith nel 2017, ma gli preferirono Frank Ntilikina, meglio sorvolare…). Insieme a lui sono arrivate due prime scelte future (non protetta nel 2021, valida dalla 11 in poi nel 2023) e la coppia formata da DeAndre Jordan e Wesley Matthews. Due nomi di spicco, se non fosse per un particolare fondamentale: il loro nutrito contratto (oltre 18 milioni a testa) scadrà il prossimo luglio. Tradotto: con ogni probabilità, Jordan e Matthews sono a New York solo di passaggio, tra poco verranno ‘scaricati’ via buyout e il monte-salari di New York si abbasserà enormemente. Anche perché in Texas, oltre a Porzingis, sono finiti Tim Hardaway Jr., Courtney Lee e Trey Burke: giocatori superflui, per una squadra che vuole solo perdere da qui ad aprile, e titolari di contratti impegnativi (i primi due sono a libro paga almeno fino al 2020). Ora New York si trova con qualche giovane interessante da far crescere senza fretta e, soprattutto, con lo spazio salariale per poter ‘corteggiare’ due grandi free-agent in estate.

Nella corsa ai vari Kevin Durant, Kawhi Leonard e Kyrie Irving (i cui arrivi, comunque, sono tutt’altro che scontati) ci saranno anche i Clippers. Gli ingredienti della trade che ha portato Harris a Phila sono più o meno gli stessi di quella analizzata in precedenza: ai Sixers sono finiti anche i contratti in scadenza di Boban Marjanovic e Mike Scott, a L.A. quelli di Wilson Chandler e Mike Muscala, più un giovane (Landry Shamet, fin qui sorprendente nel suo anno da rookie) e quattro scelte future (due seconde e due prime, tra cui quella non protetta di Miami nel 2021; attenzione…). Per la franchigia californiana, lo scambio apre anche un ulteriore scenario. Chissà che, con tutte quelle scelte e quei contratti in scadenza, non si possa mettere a punto un’offerta allettante per New Orleans

Naturalmente, anche Dallas e Philadelphia potrebbero aver guadagnato molto da queste trade. I Mavs si ritrovano con una coppia, formata da Doncic e Porzingis, potenzialmente in grado di dominare il prossimo decennio, mentre Phila può schierare un quintetto (Simmons-Redick-Butler-Harris-Embiid) che, nella Eastern Conference, non ha eguali. Per entrambe, le ambizioni di successo dovranno passare attraverso alcuni interrogativi: Quando e come tornerà Porzingis? Riusciranno a coesistere le star dei Sixers? Non ci resta che metterci comodi: this is why we watch.