Westbrook-Khelcey Barrs una storia d’amicizia senza fine

Russel Westbrook

Westbrook-Khelcey Barrs una storia d’amore, amicizia, che va oltre il basket.

Quando Russell Westbrook era approdato all’High School non riusciva ancora a toccare il ferro. Non era il giocatore più forte della scuola e non era nemmeno il più forte in squadra, quello era il suo migliore amico, Khelcey Barrs. A confermarlo ci ha pensato proprio il numero 0 degli Oklahoma City Thunder
 
Allora, era il giocatore più forte che avessi mai visto. Quando gli allenatori venivano alle partite della High school, erano lì per vedere Barrs giocare. Giocare a UCLA era il suo sogno, lo desiderava più di qualsiasi altra cosa al mondo. Purtroppo un giorno, durante un allenamento pomeridiano, Barrs si è accasciato a terra ed è morto per un’ipertrofia al cuore sotto gli occhi del suo migliore amico, il suo compagno di vita. Ovviamente sarà sempre parte di me, in ogni cosa che faccio. Giocherò sempre per lui e per il suo sogno.
2017 NBA
Schiacciata di Westbrook con pitturato rosso.

Westbrook-Khelcey Barrs la morte del ragazzo

 Khelcey Barrs III, 16 anni, era solito giocare al Los Angeles Southwest College con i compagni, ogni martedì, contro talenti più grandi di lui. Quattro gare. Dopo l’ultima, Khelcey collassa al suolo, i suoi amici pensano sia uno scherzo, amava fare scherzi e ridere. Dopo qualche secondo a terra però qualcuno comincia a preoccuparsi:
 
“Khelcey non è divertente, smettila di giocare” lo implora il suo amico Roy Walker.
 
Il ragazzo viene portato di fretta in ospedale, il suo ex coach lo vede riaprire gli occhi, ed un secondo dopo di nuovo chiuderli, come a volersi assicurare di essere su un campo da basket, di aver vinto la partita. Da quell’ultimo sguardo lanciato non riapre più gli occhi.
 
In ospedale amici, famiglia, sono tutti lì, la madre Mona era inconsolabile. Tutti piangevano, anche lo staff medico, anche le infermiere informano i presenti.
 
Vedendo la scena, un dottore chiede al coach: “Chi era quel ragazzo?”
 
Chris Ghetto Bird Young, assistente allenatore dal 2003 al 2010 a Leuzinger le risponde: “Non era un ragazzo normale, era il migliore di noi, era speciale”
 
Al ritorno dall’ospedale il coach ed il vice del college si fermano prima a casa della madre di Barrs e poi vanno all’appartamento di Russell Westbrook.
 
Russell e Barrs vivevano a stretto contatto, erano una cosa sola, si andavano a trovare spesso. Ma durante la partita, durante l’ultima dannata partita del suo migliore amico Westbrook non era presente.
 
Il motivo? Aveva giocato i primi tre match, poi era tornato a casa. Non riesce a perdonarsi di non essere stato lì presente, reagisce in maniera diversa, si chiude.
 
Si mette a fissare la TV, stavano trasmettendo la partita tra Lakers e Spurs, Western Conference semifinals. Riflette, guarda la tv è ipnotizzato ma la sua mente è altrove.
 
Russell è stravolto ma convoglia questa energia in maniera positiva. I suoi ex compagni di squadra dicono che dopo la morte di Barrs Westbrook è diventato più determinato, più forte, più concentrato, con una energia mai vista.
Westbrook-Khelcey Barrs

Westbrook-Khelcey Barrs l’energia nelle sue vene, le parole di Young

 
“Russell sta vivendo il suo sogno e quello del suo amico, di Barrs. Credo, anzi sono certo, che l’energia di Khelcey dalla sua morte sia stata trasmessa a Russell, spingendolo ad essere un MVP in NBA. Sono sicuro, sicurissimo che anche stasera, anche oggi, come ieri, quello che è accaduto gli dà quella forza extra, quella carica, quella spinta ad andare oltre i suoi limiti.
La morte di Barrs non gli permetterà mai di abbandonare un campo di battaglia o ritirarsi, mai. Lotterà fino alla fine, per sé stesso e per quel braccialetto, quel nome che porta sempre con sé e che vuole tutti conoscano e ricordino per sempre.” 

Così Young ha commentato la vicenda. Ed è proprio così,  Westbrook-Khelcey Barrs una storia d’amicizia che non conoscerà mai la parola fine.

 

Aneddoti NBA: semplicemente Michael Jeffrey Jordan

aneddoti NBA-Aneddoti-NBA-Il giocatore dei Chicago Bulls, Michael Jeffrey Jordan, è stato uno dei migliori attaccanti della storia della NBA, uno dei migliori difensori della storia del basket

Uno dei più grandi giocatori di sempre, per molti è stato il più grande di ogni epoca, irripetibile, Michael Jordan, uno degli atleti più iconici di ogni tempo senza dubbio senza parlare del suo valore cestistico, un giocatore che ci ha regalato anche aneddoti NBA molto molto interessanti, storie, numeri, statistiche.

Aneddoti NBA Michael Jordan l’uomo della provvidenza

Affrontiamo il campo dei numeri e quello degli aneddoti NBA su Michael Jordan: partiamo da un fatto, MJ è stato l’unico giocatore ad aver vinto

  • Titolo di miglior marcatore della lega
  • Defensive Player of the Year

Poi se aggiungiamo che il MJ stagione 1987-88 con 3 anni di esperienza nella lega vinse anche l’MVP insomma capiamo di cosa e di chi stiamo parlando. In quell’anno fu anche selezionato per:

  1. All-Defensive First Team,
  2. All-NBA First Team,
  3. NBA Most Valuable Player Award

Quell’anno viaggiò in stagione regolare a 35 punti di media e 3.2 palle rubate per gara (nessuno come lui) ma anche 1.6 stoppate. Non bastasse anche 5.9 assist e 3.8 rimbalzi difensivi e 1.7 offensivi. Serve un commento o aggiungere altro?
PS per capire la differenza rispetto al gioco moderno, quanti tiri da tre di media si prendeva Jordan? 0.6 per partita. Insomma tutto è cambiato. Oltre a questo andiamo a vedere una storia sul 23 dei Bulls.

Aneddoti NBA: Michael Jordan 

Il giocatore dei Chicago Bulls, Michael Jeffrey Jordan, è stato uno dei migliori attaccanti della storia della NBA, uno dei migliori difensori della storia del basket ed anche uno che a trash talking non se la cavava affatto male.

Ecco un altro che era su quei livelli? Reggie Miller. L’ex star degli Indiana Pacers ha raccontato una curiosa storia su Jordan che non tutti conoscono durante il Jimmy Kimmel Live:

Ero al mio anno da rookie, ho avuto una brutta esperienza. Ero contro i Chicago Bulls, c’era ovviamente Michael Jordan.

Mi avvicinai a lui e gli dissi: “Chi pensi di essere? C’è un nuovo ragazzo qui in città pronto a batterti”. Io ero a quota 10 punti, lui era a 4, stavo giocando bene. Lui mi guardò e scosse la testa.

Alla fine della gara come andò? Lui chiuse a 44. Io ne misi solo altri due. Mi distrusse 40 a 2. Prima di uscire mi guardò e mi disse: “Non parlare più così a Black Jesus”

Se l’ho rifatto? Non con Michael Jordan. Non con lui…

 

 

 

Harden e LeBron: lotta MVP tra i due James?

lotta MVP-euro step-James Harden, specialista dell' euro step.

Come ogni anno arrivati a questo punto della stagione diventa un argomento di routine quotidiana la lotta MVP, con almeno due giocatori in corsa e che lo meriterebbero entrambi. Lo scorso anno fu bagarre tra Russell Westbrook e James Harden, con il numero 0 di OKC che l’ha spuntata a fine anno, mentre quest’anno i due candidati principali sembrano essere i due James: James Harden e LeBron James.

Entrambi sono sin qui autori di stagioni fantastiche, con Harden che con ogni probabilità chiuderà la stagione dei suoi Houston Rockets in prima posizione, ponendo quindi fine almeno in regular season al dominio firmato Golden State Warriors; nell’altra parte dell’America invece come ogni anno abbiamo LeBron James che disputa la sua ormai solita stagione memorabile sia come cifre che come impatto sul suo team, oltre a battere record su record (essere diventato il primo giocatore nella storia a mettere a segno 30.000 punti, 8.000 assist e 8.000 rimbalzi è solamente uno dei record battuti dal Re) ed entrare a far parte di vari club riservati a pochissimi nella storia della NBA.

Lotta MVP: James Harden

Lo scorso anno rimasero tutti stupiti dalla stagione chiusa in tripla doppia di media da Russell Westbrook (il quale sta quasi ripetendo l’annata, ma sembra essere tagliato fuori dalla lotta MVP); mentre quest’anno abbiamo due giocatori che stanno evidentemente facendo ancora meglio, con James Harden che sta letteralmente dominando la Western Conference con i suoi Rockets e che risulta veramente incontenibile nella metà campo offensiva, visto che viaggia a 30.7 punti, 5.4 rimbalzi e 8.7 assist di media a partita. Possiamo comunque dire che Harden sia agevolato dal basket che giocano i suoi Houston Rockets, visto che la squadra di coach Mike D’Antoni è una squadra che gioca molto in velocità e prende tiri spesso e volentieri dopo pochi attimi trascorsi nel cronometro dei 24 secondi, dato che fa sicuramente alzare il numero di possessi a disposizione di James Harden.

 

Il Barba sa anche lavorare splendidamente per i compagni.

 

Il numero 13 dei Rockets è anche un grandissimo tiratore da 3 punti, quindi potenzialmente è in grado di segnare di più rispetto ai lunghi o ai giocatori che non hanno dimestichezza dal perimetro (il Barba si prende 10 tiri da 3 di media a partita realizzandone quasi 4). Inoltre Harden ruba anche quasi 2 palloni a partita ed effettua poco meno di una stoppata di media, statistiche che fanno sicuramente guadagnare punti ad Harden nella lotta MVP (visto che l’assegnazione di questo ambito premio si basa in parte sulle stats personali) pur essendo ormai noto a tutti che Harden non sia esattamente uno specialista difensivo; un’altra statistica da riportare del barba è sicuramente il suo offensive rating, visto che su 100 possessi realizza 121 punti, andando ad avere così uno dei più alti offensive rating della lega. Un altro dato che va a favore di Harden nella lotta MVP a discapito dell’altro James (LeBron) è il record di squadra: i suoi Rockets hanno attualmente un impressionante record di 61 partite vinte e 14 perse, staccando i grandi favoriti per conquistare il primato della Western Conference Golden State Warriors di ben 6.5 gare.

Lotta MVP: James…LeBron

I Cleveland Cavaliers di LeBron James sono di certo una delle grandi delusioni di questa regular season, visto che erano dati come i grandi favoriti ad est ed ora sono solamente in terza posizione con un record di 44-30,  a ben 10.5 partite dai Toronto Raptors primi in classifica. In ogni modo LeBron James ha tutte le carte in regola per tentare di vincere la lotta MVP: il Re sta infatti viaggiando con 27.4 punti, 8.6 rimbalzi e 9.1 assist di media a partita, il tutto tirando con il 54.8% dal campo ed il sorprendente 36.2% da tre punti (ma pagando il periodo subito prima della deadline in cui il suo tiro da tre punti era notevolmente peggiorato, arrivando a toccare il 20%).

 

Il Re sta facendo di tutto per trascinare i suoi seguaci ed arrivare fino in fondo.

Da quando si sono creati i “nuovi” Cleveland Cavaliers il Re viaggia quasi in tripla doppia di media. Inoltre il 23 dei Cavs ruba 1.5 palle a partita ed effettua una stoppata in media. In questa stagione infine LeBron James ha battuto infiniti record, ed è diventato anche il giocatore nominato più volte come giocatore della settimana della rispettiva conference e nel mese di febbraio ha viaggiato in tripla doppia di media, quindi LeBron James è di diritto un serio candidato nella lotta MVP.

 

 

Una menzione riguardante la lotta MVP la merita sicuramente anche Anthony Davis, il quale sta trascinando i suoi New Orleans Pelicans ai playoff con al momento la quinta posizione, un traguardo quindi inaspettato per i Pelicans, soprattutto visto l’infortunio di DeMarcus Cousins. Infatti Davis viaggia a 28.3 punti, 11.1 rimbalzi, 2.3 assist e 2.5 stoppate di media a partita, quindi anche se nella lotta MVP parte sfavorito vista la concorrenza dei due James, bisogna tenere in considerazione anche il lungo dei Pelicans.

Coach Drew su Giannis: “Fatico ancora oggi a credere che sia diventato così forte”

Giannis Antetokounmpo-Milwaukee Buks 2018/2019

Ex allenatore dei Bucks, attuale head coach ad interim dei Cleveland Cavaliers: la ex point guard che abbiamo avuto il piacere di conoscere anche in Italia con la Scavolini Pesaro, ovvero Coach Drew, o meglio Larry Donnell Drew, ha parlato di un suo vecchio giocatore, Giannis Antetokounmpo.

Il greco anche ieri notte ha impressionato nel duello a distanza con LeBron James, una sfida epica che potremmo rivedere anche ai playoffs: Larry Drew ne ha parlato in questi termini.

“Se ricordate, ero parte dello staff che è volato a visionarlo. Sono andato in Estonia, ho fatto un viaggio in Europa, prima di sceglierlo al draft. Non mi dimenticherò mai la prima volta che l’ho visto giocare. Vedevo questo giovane, magro, non avrei mai avuto idea, ma non credo nessuno potesse dirlo a quel tempo, che potesse diventare quello che è ora. Ancora fatico a crederci, per essere onesti che sia diventato così forte.” Così ha parlato ai microfoni di ESPN Coach Drew dopo la vittoria dei suoi Cleveland Cavaliers contro i Bucks

 

 

 

Trey Burke ritorna nel roster dei New York Knicks

Trey Burke

Trey Burke dopo un primo allontanamento da parte dei New York Knicks per trasferirlo in G-League, sta per tornare a disposizione di coach Jeff Hornacek. Previsto il taglio di Ramon Sessions.

La rincorsa alla post-season dei New York Knicks riprende questa notte. La squadra allenata da coach Jeff Hornacek dopo la sconfitta contro i Minnesota Timberwolves di coach Thibodeau, torna a giocare tra le mura amiche del Madison Square Garden.

Trey Burke torna ai Knicks

L’ultima apparizione dei Knickerbockers di Kristaps Porzingis e soci in casa è stata la tiratissima partita poi persa dopo ben due overtime contro i Chicago Bulls del chiacchieratissimo Nikola Mirotic.

Con il ritorno in campo di Tim Hardaway Jr., elemento indispensabile dell’attacco della franchigia della Grande Mela, le quotazioni dei Knicks tornano a salire nonostante l’avversario siano i Pelicans di coach Gentry.

Oltre alla situazione riguardante il campo, la franchigia newyorchese opera anche sul mercato in vista dei prossimi impegni. Dopo aver pensato ad una possibile trade per Hernangomez, sembra essere molto vicino il ritorno di Trey Burke.

L’ex playmaker di Jazz e Wizards dopo essere stato spedito in G-League dai Knicks ad inizio stagione, ritornerà a disposizione di coach Jeff Hornacek già dalle prossime partite. È arrivato l’accordo sulla conferma del rapporto tra le parti, confermando le possibili voci di un taglio. In pole position c’è Ramon Sessions.

Wilt Chamberlain e MJ: l’ultima parola sul più forte di tutti i tempi

Jordan e Wilt

All Star Game 1997, Cleveland. Ohio.

È appena suonata la sirena del secondo quarto, c’è l’intervallo. Non è una partita delle stelle qualunque, è quello dove, durante la pausa tra secondo e terzo quarto, ci sarà la presentazione dei migliori 50 giocatori  del cinquantenario NBA. Giocatori come Michael Jordan, Magic Johnson, Wilt Chamberlain e Karl Malone, saranno chiamati a breve. Sono tutti riuniti in una stanza, come racconta Bill Walton. A un certo punto Wilt Chamberlain e Michael Jordan si appartano e cominciano a discutere animatamente. Tema? Chi fosse il più forte di tutti i tempi. Wilt dice sè stesso. Mike idem. La discussione si fa sempre più accesa, con gli altri 48 giocatori attorno ai due, silenziosi ad ascoltare.

Micharel insieme a The Big Dipper
Michael insieme a The Big Dipper

A un certo punto compare Stern, che dice a tutti di uscire e di prepararsi per la cerimonia. Tutti si avviano, tranne Wilt e Mike, intenti in questo loro confronto epico. L’ex commissioner li vede e gli urla: “Bag it, guys!” (“Piantatela ragazzi!”), e gli fa cenno di avviarsi sul parquet. Entrambi, controvoglia, chiudono la bocca e si avviano. Dopo aver raggiunto il gruppo e dopo qualche attimo di silenzio, Wilt (che doveva sempre avere l’ultima parola, racconta Walton) si gira verso Michael e pronunciò testuali parole:

“You know Michael, you gotta understand this. When I played they changed to make things harder for me….when you played they changed the rules to make things easier for you”……

Michael non ha nemmeno il tempo di elaborare una risposta, sono entrambi ormai sul parquet di fronte a migliaia di persone.

 

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Un conto aperto col destino: a Rose called Derrick

Derrick Rose Bulls Cavs-Derrick Rose Cares

Oggi vogliamo parlare di un giocatore che, il suo conto col destino, non lo ha ancora chiuso, parliamo di un giocatore difficilmente decifrabile, uno di quelli che o lo ami veramente o lo odi proprio tanto: oggi parliamo di Derrick Rose.

Derrick Rose la sua storia

Derrick nasce a Chicago, il 4 Ottobre del 1988. Chicago, statene certi, non è una città tranquilla. A Settembre del 2016 è arrivata a contare, partendo dal 1 Gennaio dello stesso anno, un numero di omicidi superiori a quelli avvenuti a New York e a Los Angeles sommati. Inoltre il giovane Rose non abita in una zona qualunque della città del vento, bensì ad Englewood, uno dei quartieri più pericolosi e malfamati.
Brenda Rose (mamma Rose) è una mamma single con 4 figli a carico  di cui Derrick è il più piccolo. La vita è dura nei sobborghi di Chicago e sicuramente non dev’ essere facie crescere senza sapere pressoché nulla del proprio padre. Nessuna notizia, nemmeno un’ indiscrezione, ogni volta che gli viene rivolta la domanda Rose risponde che è stata la mamma ad aver ricoperto il ruolo di entrambi i genitori e chiude così il discorso. E mamma Brenda è davvero una donna forte, una di quelle matriarche solide, che affonda le proprie radici culturali nelle terre aride dell’ Africa, dove gli uomini stanno fuori a caccia per giorni interi e le donne mandano avanti la società.
Non toglieva mai gli occhi dal suo piccolo, lo andava a raccattare per strada quando tornava dal lavoro e, parole dello stesso Derrick, alla vista di Brenda Rose anche i Pusher smettevano di spacciare droga per dirle dove trovare i figli. E guai se uno di loro si era cacciato in qualche guaio!
In famiglia lo chiamavano “Pooh” come l’ orsetto dei cartoni, per il suo smisurato amore per i dolci.
Derrick non perderà occasione, anche nella sua carriera da professionista, per omaggiare la mamma e i fratelli, capaci di tenere un giovane ragazzo di una zona svantaggiata lontano dalle attrattive della strada.

I fratelli, per l’ appunto, sono un’ altra parte importante della formazione umana di Rose: “stay together, trust each other” si dice dall’ altra parte dell’ oceano, e così era fra il giovane Derrick e i tre fratelli: l’uno a sostegno dell’ altro nel prendersi cura di loro stessi e della casa quando la mamma era a lavoro. Essendo il più piccolo i fratelli si curavano di lui in modo quasi paterno, consolidando un circolo familiare che tutt’ora forma il vero punto di riferimento per un atleta che ha dovuto sormontare un numero impressionante di sfide col suo corpo e col fato.

Derrick Rose: un predestinato sfortunato

La storia di Derrick Rose infatti affascina per le premesse quanto per il seguito. A veder giocare quel ragazzino, fin dalla High School, veniva spontaneo pensare che ci si trovava al cospetto di una stella destinata a brillare alta, in cima, sulla punta dell’ albero, sul tetto del mondo…
Ma come disse qualcuno più autorevole di noi, più sali alto più è dolorosa la caduta.
Nel frattempo Derrick Rose cresceva nella sua casa di Englewood e nel 2003 entrò nella Simeon Academy. I suoi risultati sono a dir poco impressionanti ed esprime una dominanza incredibile rispetto ai suoi coetanei (e non solo): totalizza una media punti di  25,2 a partita e guida la sua scuola ad un record di 33-2, consegnando a Simeon in suo secondo State Title consecutivo.
Tutti i Colleges della Nazione sbavano dietro alla Point Guard da Chicago ma alla fine la spunta Coach John Calipari con la sua University of Memphis. Anche qui il tempo che serve al giovane “Pooh” per lasciare il segno è irrisorio. Nella sua unica stagione con i Tigers di Calipari conduce la squadra ad un record di 38 vittorie in una sola stagione, segnando un nuovo record nella storia NCAA. Arrivarono in finale ma non riuscirono a portare a casa il titolo contro i Kansas Jayhawks. Poco dopo decise di rendersi eleggibile per il Draft. D’altronde la famiglia era numerosa e mamma Brenda, da sola, aveva sempre faticato a mettere il pane in tavola.

A questo proposito viene fuori una altro tassello di quel puzzle che tutti dobbiamo completare da noi per capire se questo giocatore, questo uomo, lo si ama o lo si odia.
Mentre Derrick Rose era alle prese con i primi approcci alla NBA, la lega del College Basket Americano decide di sanzionare l ‘università di Memphis invalidando la stagione 2007/2008 (quella di Rose e la finale) e punendo l’Alma Mater con 3 anni di osservazioni speciali. Le accuse portate dalla NCAA non nominano esplicitamente il nome di Rose ma, in effetti, è l’ unico che potrebbe combaciare con la descrizione che risulta dagli atti. Il report presentato dalla lega sosteneva che Derrick avesse fatto svolgere a qualcun altro per conto suo il test scolastico necessario per poter giocare a basket in un college. L’ università di Memphis è stata anche accusata di aver pagato oltre 1700$ al fratello, Reggie Rose in viaggi gratuiti.

Ma nel frattempo arrivò la data del draft e torna a bussare alla porta il destino. Quell’ anno la lottery estrae i Chicago Bulls alla prima assoluta. É fatta! Un figlio di Englewood ritorna a casa da vincitore! Intanto il nostro “Pooh” aveva fatto il suo ingresso nella lega più importante del mondo  e non sembrava intenzionato a farsi condizionare dai suoi soli 19 anni, medie stagionali: 16,8 punti per partita, 6,3 assist e il titolo di Rookie Of the Year. Gli anni che hanno seguito il ritiro di Michael Jordan sono stati anni difficili a Chicago, che è passata dalle stelle alle stalle. Finalmente sembrava vedersi uno spiraglio di luce e la franchigia ritorna ai Playoff.
L’ ascesa è rapida e verticale, crescono soldi, fama e notorietà, ma anche stress, fatica e responsabilità. Chicago dimostra un immenso amore per questo ragazzino semplice ed introverso che domina il campo con le sue capacità fisiche e quando allo United Center presentano i quintetti Derrick entra al suono di “with number 1, from Chicago, Derrick Rose”. Non il nome dell’ università come si fa di solito, from Chicago!
I due anni che seguono sono un tripudio di successi per Rose che nella stagione 2010/2011 viene decretato il più giovane MVP della storia, con più di 25 punti di media e a soli 22 anni e 191 giorni. Rimane celebre una conferenza stampa di inizio stagione dove ad una domanda sulla sua possibilità di vincere quel titolo Rose risponde: “Why? Why can’t I be MVP of the league? Why can’t I be the best player in the league? I can’ t see why!” e poi a riconoscimento ricevuto, il commovente ringraziamento a mamma Brenda. Per la prima volta, quell’ automa creato per giocare a basket si dimostrava umano davanti a tutti.

Perché in effetti Derrick giocava come un automa, con una potenza inarrivabile, un’ esplosività mai vista… I commentatori di Chicago iniziato a scandire i suoi incredibili reverse o le schiacciata acrobatiche al ritmo di “Too big, too strong, too fast, too good”. Sapeva fare tutto e in tutti i modi!
Nella stagione 2011/2012 il primo posto della Eastern Conference torna, dopo tanto tempo, ad essere occupato dai “tori di Chicago” ed i tifosi della Windy City iniziano a pregustare una strepitosa corsa alla Finale della Post Season.

Derrick Rose la fine di tutto? 

Purtroppo però, quando giochi in quel modo il tuo corpo viene sottoposto ad uno stress che difficilmente puoi superare senza infliggere danni. Così, nella prima gara di quella Postseason che sarebbe dovuta essere una passeggiata verso la gloria, Rose cade a terra, il volto contorto dal dolore. Il giorno seguente esce la notizia ufficiale, è un grave infortunio al crociato del ginocchio. Seguirà un’ operazione e Derrick Rose salterà tutta la stagione 2012/2013.

C’è ancora molto da dire in realtà: del primo ritorno e del secondo infortunio, di come comunque abbia messo un buzzer beater da tre che portò la serie contro i Cavs del 2015 sul 2-1 per i Bulls, delle prese in giro degli ex fan, di come abbia lasciato Chicago per New York, cercando una nuova rinascita. Tante cose vorremmo dirvi su Rose, la verità è che da quel maledetto giorno del Maggio 2012, nella testa del figlio di Chicago, c’è la paura. Rose non è più tornato il giocatore che fu, e non è mai diventato quello che sarebbe potuto essere. E chissà cosa sarebbe successo se…

La scorsa stagione, quella del 2016/2017 Rose l’ha giocata con i Knicks e finalmente ha dimostrato una discreta stabilità, riuscendo a giocare un buon numero di gare con un impatto da non sottovalutare. Ma l’ultima notizia riguarda un nuovo stop, un nuovo stop al menisco, che lo terrà fuori da giochi per alcune settimane (stagione finita). Sicuramente gli infortuni e la paura di subirne di nuovi ne hanno condizionato lo stile di gioco che non è più basato sulla stessa esplosività dei bei tempi, ma la sostanza della stagione appena passata lascia ben sperare per il futuro di un ragazzo che, il suo destino, se l’ è visto sfilare dalle mani. Ora finalmente una nuova chance, da Cleveland: Derrick Rose firma un contratto annuale, rinuncia a tanti milioni di dollari per provare a vincere, non da protagonista assoluto, vista la presenza in campo di LeBron James, ma sapendo che può dare la sua mano alla causa.

In primis dovrebbe giocare in quintetto, vista l’assenza per infortunio di Thomas, rientro ancora sconosciuto. Poi potrebbe fare la differenza dalla panchina:  Good Luck D. Rose, Chicago’s son!

Un giorno magari ci incontreremo di nuovo, a Chicago.

 

Federer: “Guardavo sempre Michael Jordan, nella sua epoca il basket era fantastico”

Jordan-Federer-Michael Jordan e Federer

Jordan-Federer, un amore, quello del tennista svizzero, veramente incredibile nei confronti di Sua Maestà a livello cestistico. Roger Federer è ampiamente considerato il più grande giocatore di tennis di tutti i tempi. Tuttavia, ciò che può essere sconosciuto a molti è il suo apprezzamento per il basket, in particolare le scarpe da ginnastica di Michael Jordan.

Jordan-Federer: un amore smisurato

Il 19 volte vincitore dei tornei del Grande Slam, per il suo compleanno è apparso nella prima puntata di Sneaker Shopping, dove ha discusso la sua ammirazione per Jordan e per le sue Airness, ed ha anche aggiunto parole di lode per il 6 volte campione NBA: “Nella sua epoca il basket era fantastico e ricordo che guardavo sulla tv tedesca un programma di basket molto famoso. Era lo sportivo più famoso e popolare a quei tempi e si aveva l’impressione che ogni cosa che toccasse diventasse oro, era l’atleta perfetto. Il modo in cui giocava era molto elegante. Ha riscosso poi molto successo, cosa che aiuta sempre. Ha avuto la corsa perfetta per così tanto tempo”

Sarebbe bello mettere a paragone due sportivi così grandi, ma fondamentalmente non c’è, nè modo, nè senso in quanto entrambi gli uomini hanno dominato i loro rispettivi sport con stile, grazie, intensità ed eleganza, raggiungendo altezze precedentemente insormontabili. Due carriere simili, due stili simili in campo.

KD’ s secrets: 10 cose che potresti non sapere su Kevin Durant

Finalmente Kevin Durant ha un anello: finalmente KD è riuscito a coronare il sogno di tutta una carriera, di tutta una vita vincendo contro LeBron James. Nella serie finale contro i Cavaliers l’ex star di Oklahoma City ha dimostrato un carattere che non sempre era stato capace di palesare, prendendosi tiri importanti, mettendoli, e guadagnandosi il “Bill Russell Trophy” , MVP delle Finals.

KD è un giocatore enigmatico, non parla molto in pubblico e sembra piuttosto riservato: in omaggio a questo giocatore straordinario, eccovi 10 cose che forse non sapevate sulla sua carriera in campo e non:

1: Da bambino sognava di giocare con i Toronto Raptors: niente Wizards, la squadra della sua città, ma la franchigia di Vince Carter.

2: Ha giocato con ben tre High School diverse

3: Ha prodotto un film che si chiama Thunderstruck che Draymond Green non deve aver apprezzato molto dato che l’ ha definito “il peggior film della storia”

4: Kevin Durant indossa il suo numero, il 35 da quando era un freshman al college. Il motivo? E’ in onore del suo primo mentore cestistico: Charles Craig, ucciso nel 2005, proprio a 35 anni.

5: Ha addosso un tatuaggio raffigurante Rick James ed uno raffigurante Tupac Shakur.

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Kevin Durant Tupac Tattoo.

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Shaq e Kobe nemici/amici: la versione di Rodman

Los Angeles Lakers-Shaq e Kobe

Shaq e Kobe, indissolubilmente legati da un rapporto di amore ed odio, odi et amo. Ed ora nuovamente la pace tra i due.

Non è un segreto che i Los Angeles Lakers di Kobe Bryant e Shaquille O’Neal avevano nemici un po’ ovunque sparsi in quasi tutte le franchigie della NBA. Ma non tutti sanno che sostanzialmente nemmeno i due titani andavano d’accordo; un po’ si odiavano, per usare un eufemismo. Il tutto a causa di due personalità molto diverse: O’Neal ha sempre considerato primario il divertimento; Bryant, invece, era molto più concentrato sul lavoro. Desiderava solo vincere.

I dissapori però non si sono protratti. In fisica c’è una legge che recita: gli opposti si attraggono. Ebbene, così è stato (in parte) per le due colonne portanti dei Lakers che insieme hanno vinto tre titoli consecutivi. Poi, però, The Diesel venne ceduto ai Miami Heat nel 2004. Ma questo trasferimento non compromise il loro rapporto.

Shaq e Kobe: due giocatori fantastici

La conferma la si è avuta durante l’inaugurazione della statua del numero 34. Bryant parlando ai microfoni ha speso parole al miele per il suo carissimo nemico/amico.
A rovinare tutto ci ha pensato Dennis Rodman, il quale è stato un loro compagno di squadra nella stagione 1999:

Avevamo vinto 10 gare di fila, ci sentivamo invincibili, ma io onestamente ero stufo e stanco di quella situazione.
Quale? Kobe e Shaq. Non potevo farcela con le loro imprecazioni. Dicevo tra me e me che non ero abituato a questo tipo di lavoro. Ero abituato a vincere, sapevo come si facesse, ma non sopportavo più il loro modo di rivolgersi. Vincevamo si ma cosa e come? Avevo bisogno di una pausa, di staccare da quella situazione ingestibile all’interno dello spogliatoio.
Calma e serenità, io lavoro così e sono andato via con il proprietario dei Lakers a fare una gita

2011 NBA Lockout: come LeBron James e le cameriere di Cleveland hanno salvato la Lega

2011 NBA Lockout-LEBRON JAMES HA DECISO CHE SE DOVESSE VINCERE, NON VISITERA' LA CASA BIANCA CON TRUMP PRESIDENTE

2011 NBA Lockout cosa è successo, perché si è arrivati a questa fumata nera tra le parti in causa e cosa ha comportato per la stagione di quell’anno ed i rapporti futuri tra giocatori e lega? Andiamolo a scoprire insieme

Il 2011 è stato, per gli appassionati, l’anno dell’ ultimo NBA Lockout.
La lega, il comitato giocatori e le dirigenze dei Teams si incontrarono, nel Luglio del 2011 per discutere il rinnovo del contratto che regolava il rapporto di lavoro tra giocatori e Franchigie.

2011 NBA Lockout cosa è successo? 

Il Lockout, o Serrata in italiano, è una situazione molto particolare per la quale, allo scadere del contratto precedentemente in vigore, se non viene raggiunto un nuovo accordo, la lega “chiude”, riaprendo solo se e quando viene trovato un punto di incontro fra le parti.
Per il periodo di serrata ci sono regole secondo le quali non possono esserci contatti fra giocatori e Franchigie NBA, per questo molti giocatori durante i mesi di inattività hanno firmato contratti in Europa o in Asia che prevedevano una clausola chiamata NBA escape:  ovvero la possibilità di risoluzione immediata del contratto al termine del lockout, in modo da consentire il rientro del giocatore negli Stati Uniti.

Il Lockout 2011 durò 161 giorni: cominciò con la mezzanotte del primo Luglio 2011 e si concluse il 25 Dicembre. Cercheremo di raccontare oggi, i retroscena di una storia che non sempre ha ricevuto il giusto rilievo.
A quei tempi era aperta una trattativa difficile e sanguinosa, i temi principali erano la durata minima del rapporto contrattuale; la percentuale di distribuzione degli introiti e l’ammontare del tetto salariale NBA (il cosiddetto salary cap).

2011 NBA Lockout la situazione a Cleveland…

In questa situazione tesa, nessuna delle parti in causa voleva fare un passo indietro e l’inizio della stagione continuava a slittare. È in questo momento che entra in scena una forza inaspettata che rompe l’equilibrio.
A casa James arriva una lettera, viene da una cameriera di Cleveland, una ragazza madre che lavora in un fast food vicino alla Quicken Loans Arena. La lettera doveva suonare più o meno così:

“Mr James,
Sono una cameriera afroamericana di Cleveland, sola e con un figlio a carico. Lavoro duro per regalare al mio bambino un futuro migliore nonostante da queste parti non sia sempre facile, e lei, mr LeBron, dovrebbe saperlo.
Sono giorni duri questi, più duri del solito. Con le luci della Quicken Loans Arena spente, senza le partite dei Cavs, i ristoranti guadagnano meno, e noi cameriere quasi non riceviamo mance.
Mr James, mentre voi discutete per avere qualche milione in più sul vostro già abbondante conto corrente, noi qui lottiamo con i denti e con gli artigli per garantirci un pasto, una casa e un’ istruzione per i nostri figli, ma abbiamo bisogno del vostro aiuto.
Abbiamo bisogno che torniate a giocare.”

2011 NBA Lockout: tutto è bene quel che finisce bene per via di una lettera? Si, LeBron finisce di leggere la lettera e contatta immediatamente Derek Fisher (allora presidente dell’ Unione Giocatori). Racconta la storia della lettera, e Fisher a sua volta gira la storia a qualcun altro, e la voce inizia a spandersi. Quella mamma che scriveva da un sobborgo di Cleveland, ha smosso l’ animo delle parti in causa nel Lockout, ma i più toccati sono senza dubbio stati i giocatori. Quella sarebbe potuta essere la mamma di molti di quei ragazzotti che calcano i parquet della NBA. Sarebbe potuta essere la mamma di LeBron, o la mamma di Chris Paul, o perché no, la mamma di un KD o un Kawhi Leonard. Tutte mamme sole che hanno cresciuto i loro figli con la responsabilità di dover provvedere al loro sostentamento e di dover essere per loro sia figura materna che figura paterna.

2011 NBA Lockout l’accordo

Si sa, la chiave per far funzionare una trattativa è sempre la volontà delle due parti di trovare un accordo. E per questo, con rinnovata motivazione, il 25 Novembre ricominciano le trattative che, finalmente, si concludono dopo 15 ore il 26 Novembre 2011, fissando l’ inizio della stagione al giorno di Natale e decretando una regular season da 66 gare anzichè da 82.

Oltre a cercare di raccontarvi un interessante aneddoto quasi sconosciuto, oggi abbiamo anche provato a mettere l’accento sull’importanza che lo sport, ed in particolar modo l’ NBA, ricoprono all’interno degli Stati Uniti d’America, anche sotto il punto di vista socio-economico.
Nella vita non sempre la risposta viene dalla direzione nella quale la aspettiamo. E forse è anche per questo che la vita sa essere così interessante ed il basket NBA è uno degli sport più belli del mondo.

The importance of being Avery Bradley

L’attacco vende i biglietti, la difesa vince le partite.” Questo è il mantra, a dire il vero, nato dalla NFL ma poi utilizzato per tutti gli sport americani e non solo.
Effettivamente non c’è cosa più vera: quando l’intensità difensiva aumenta, la squadra che fa il lavoro migliore, la maggior parte delle volte, porta a casa la vittoria.
Piombandoci sulla pallacanestro statunitense, nostra ‘materia’ preferita, trattiamo la difesa dei Celtics.
Se pensiamo alla “fase di non possesso” di Boston, ci viene subito in mente un nome: Avery Bradley.

Il ragazzo di Tacoma (concittadino del suo collega e compagno in Verde Isaiah Thomas) è tornato da poche settimane a calcare i parquet NBA, dopo il brutto infortunio che l’ha costretto a stare fuori per qualche mese.
Avery Bradley è senza dubbio il miglior difensore della franchigia del Massachusetts e uno dei migliori dell’intera lega.
Nonostante questo, i Celtics quest’anno hanno avuto più di un problema nella parte di campo difensiva.
Problema denunciato a più riprese anche dai fan e tifosi di Boston, che dalla sessione di mercato appena conclusa, si aspettavano dal GM Danny Ainge un innesto in grado di migliorare il roster anche sotto questo aspetto.

Fortuna che c’è Avery Bradley, verrebbe da dire. Proprio vero. Nonostante la forma e il ritmo partita che solo ora sta ritrovando, il numero 0, ha fatto in modo di tenere a bada le migliori bocche di fuoco avversarie e della lega. Le vittime? Kyrie Irving (il killer dei killer della NBA), Steph CurryKlay Thompson e Jimmy Butler, mica male!
Nell’uno contro uno Avery Bradley è semplicemente fenomenale. Nonostante non abbia la stessa conformità fisica di Kawhi Leonard (esempio numero uno di difensore con la ‘D’), Bradley riesce a tenere perfettamente la marcatura anche di avversari più grossi e veloci.
La difesa nell’ultimo possesso decisivo contro Iriving è da far vedere nelle scuole basket: movimento di piedi velocissimo, baricentro basso per tenere sul palleggio di uno dei migliori ball-handler in circolazione e perfetta copertura al momento del tiro (la tipica ‘manona in faccia’).

https://www.youtube.com/watch?v=n2OdYMWX-CM

Il nostro titolo “The importance of being Avery Bradley”, tratto chiaramente dal capolavoro del 1895 di Oscar Wilde “The importance of being Ernest” (“L’importanza di chiamarsi Ernesto”), è stato scelto proprio perché oltre che a difendere egregiamente, con lui tutta la squadra aumenta la qualità del suo gioco difensivo. O almeno, questa è la sensazione che si ha guardando le partite.
Non a caso, nel momento del bisogno di una difesa più dura e concentrata contro avversari sulla carta più forti (Cleveland Cavaliers e Golden State Warriors per esempio), Avery Bradley e i Boston Celtics hanno risposto presente portando a casa il referto rosa.
Quando quest’atteggiamento è venuto a meno, sono arrivate pesanti sconfitte, anche contro franchigie non del tutto irresistibili.

La difesa perimentrale impostata dai ragazzi di coach Brad Stevens nelle ultime uscite (nel ‘tour’ ad ovest e contro i Chicago Bulls al TD Garden), è stata fondamentale per ottenere le vittorie.
Contro i ‘Tori’, Avery Bradley e compagni hanno praticamente annullato l’attacco avversario: Dwayne Wade e Jimmy Butler sono stati letteralmente asfissiati. I Celtics si sono ripresi, con gli interessi, la bruciante sconfitta dell’ultimo scontro diretto, quello del famoso fallo/non fallo su Butler sulla sirena.
Tutti gli elementi del roster sono importanti. La second unit, infatti, deve dare continuità al lavoro svolto dai titolari. Tutti gli effettivi devono remare dalla stessa parte.
Kelly Olynyk è un esempio di giocare che subentra dalla panchina e che purtroppo per i Celtics, alterna prestazioni maiuscole ad altre un po’ meno (eufemismo).
Non è un caso che quando la panchina fa la differenza in senso positivo, Boston porti a casa la vittoria.

Dalla difesa si mettono le basi per ottenere le vittorie e per strapparsi qualche bella soddisfazione.
Le grandi difese permettono di poter rischiare qualcosa di più in attacco: il miglior attacco è la difesa!
Avery Bradley inoltre, non è, come molti suoi avversari, forte solamente in una fase. Infatti oltre che difendere, il suo apporto offensivo non è per nulla da sottovalutare, anzi.
Ad ogni modo il talento uscito dall’università del Texas, è senza dubbio il trascinatore difensivo dei suoi Boston Celtics: per ulteriore delucidazioni chiedere a Mr. Steph Curry!

Avery Bradley, ormai una certezza per i Boston Celtics targati Brad Stevens