The importance of being Avery Bradley

L’attacco vende i biglietti, la difesa vince le partite.” Questo è il mantra, a dire il vero, nato dalla NFL ma poi utilizzato per tutti gli sport americani e non solo.
Effettivamente non c’è cosa più vera: quando l’intensità difensiva aumenta, la squadra che fa il lavoro migliore, la maggior parte delle volte, porta a casa la vittoria.
Piombandoci sulla pallacanestro statunitense, nostra ‘materia’ preferita, trattiamo la difesa dei Celtics.
Se pensiamo alla “fase di non possesso” di Boston, ci viene subito in mente un nome: Avery Bradley.

Il ragazzo di Tacoma (concittadino del suo collega e compagno in Verde Isaiah Thomas) è tornato da poche settimane a calcare i parquet NBA, dopo il brutto infortunio che l’ha costretto a stare fuori per qualche mese.
Avery Bradley è senza dubbio il miglior difensore della franchigia del Massachusetts e uno dei migliori dell’intera lega.
Nonostante questo, i Celtics quest’anno hanno avuto più di un problema nella parte di campo difensiva.
Problema denunciato a più riprese anche dai fan e tifosi di Boston, che dalla sessione di mercato appena conclusa, si aspettavano dal GM Danny Ainge un innesto in grado di migliorare il roster anche sotto questo aspetto.

Fortuna che c’è Avery Bradley, verrebbe da dire. Proprio vero. Nonostante la forma e il ritmo partita che solo ora sta ritrovando, il numero 0, ha fatto in modo di tenere a bada le migliori bocche di fuoco avversarie e della lega. Le vittime? Kyrie Irving (il killer dei killer della NBA), Steph CurryKlay Thompson e Jimmy Butler, mica male!
Nell’uno contro uno Avery Bradley è semplicemente fenomenale. Nonostante non abbia la stessa conformità fisica di Kawhi Leonard (esempio numero uno di difensore con la ‘D’), Bradley riesce a tenere perfettamente la marcatura anche di avversari più grossi e veloci.
La difesa nell’ultimo possesso decisivo contro Iriving è da far vedere nelle scuole basket: movimento di piedi velocissimo, baricentro basso per tenere sul palleggio di uno dei migliori ball-handler in circolazione e perfetta copertura al momento del tiro (la tipica ‘manona in faccia’).

https://www.youtube.com/watch?v=n2OdYMWX-CM

Il nostro titolo “The importance of being Avery Bradley”, tratto chiaramente dal capolavoro del 1895 di Oscar Wilde “The importance of being Ernest” (“L’importanza di chiamarsi Ernesto”), è stato scelto proprio perché oltre che a difendere egregiamente, con lui tutta la squadra aumenta la qualità del suo gioco difensivo. O almeno, questa è la sensazione che si ha guardando le partite.
Non a caso, nel momento del bisogno di una difesa più dura e concentrata contro avversari sulla carta più forti (Cleveland Cavaliers e Golden State Warriors per esempio), Avery Bradley e i Boston Celtics hanno risposto presente portando a casa il referto rosa.
Quando quest’atteggiamento è venuto a meno, sono arrivate pesanti sconfitte, anche contro franchigie non del tutto irresistibili.

La difesa perimentrale impostata dai ragazzi di coach Brad Stevens nelle ultime uscite (nel ‘tour’ ad ovest e contro i Chicago Bulls al TD Garden), è stata fondamentale per ottenere le vittorie.
Contro i ‘Tori’, Avery Bradley e compagni hanno praticamente annullato l’attacco avversario: Dwayne Wade e Jimmy Butler sono stati letteralmente asfissiati. I Celtics si sono ripresi, con gli interessi, la bruciante sconfitta dell’ultimo scontro diretto, quello del famoso fallo/non fallo su Butler sulla sirena.
Tutti gli elementi del roster sono importanti. La second unit, infatti, deve dare continuità al lavoro svolto dai titolari. Tutti gli effettivi devono remare dalla stessa parte.
Kelly Olynyk è un esempio di giocare che subentra dalla panchina e che purtroppo per i Celtics, alterna prestazioni maiuscole ad altre un po’ meno (eufemismo).
Non è un caso che quando la panchina fa la differenza in senso positivo, Boston porti a casa la vittoria.

Dalla difesa si mettono le basi per ottenere le vittorie e per strapparsi qualche bella soddisfazione.
Le grandi difese permettono di poter rischiare qualcosa di più in attacco: il miglior attacco è la difesa!
Avery Bradley inoltre, non è, come molti suoi avversari, forte solamente in una fase. Infatti oltre che difendere, il suo apporto offensivo non è per nulla da sottovalutare, anzi.
Ad ogni modo il talento uscito dall’università del Texas, è senza dubbio il trascinatore difensivo dei suoi Boston Celtics: per ulteriore delucidazioni chiedere a Mr. Steph Curry!

Avery Bradley, ormai una certezza per i Boston Celtics targati Brad Stevens

 

 

Isaiah Thomas, il piccolo-grande leader dei Celtics

Nella pallacanestro la fisicità, l’atletismo e il dinamismo sono elementi essenziali e quasi indispensabili per poter sfondare.
Questi requisiti sono fondamentali soprattutto in NBA, la lega di maggior spicco al mondo.
Russell Westbrook e LeBron James per citare alcuni degli esempi di campioni (o meglio fuoriclasse) che fanno del loro fisico l’arma principale.
La NBA non è però esclusiva dei super atleti, Isaiah Thomas ne è la prova perché è alto appena un metro e settantacinque per ottantaquattro chili di peso. Ma andiamo a conoscerlo meglio…

Gli albori del giovane Isaiah Thomas

Nel luglio 1989, in quel di Tacoma (Washington), nacque un ragazzo che negli anni a venire diverrà famoso per il suo ‘non-fisico‘: il sopracitato Isaiah Jamar Thomas (quasi omonimo del più conosciuto Isiah Thomas).
Dopo un discreto periodo universitario ai Washington Huskies, approda in NBA nel 2011 come sessantesima scelta assoluta dei Sacramento Kings.
Gli anni ai viola da rookie sono difficili (l’ambiente della capitale della California è risaputo) ma comunque buonissimi, ben figura successivamente anche ai Phoenix Suns ed infine passa a metà stagione 2014-15 ai Boston Celtics.

Celtics Pride

A Boston avviene l’esplosione definitiva di Thomas: il suo nome e la sua faccia simpatica comincia a finire sulla bocca e sulle bacheche social degli appassionati.
Incrementa notevolmente i suoi numeri alla casella ‘media punti realizzati’. In questo momento è il quarto miglior realizzatore – dietro a Westbrook, Davis e Harden – della stagione con 28.2 punti di media in 33.9 minuti di impiego.
Nonostante la stazza, Isaiah Thomas, si è preso sulle spalle i Celtics come un gigante e li sta spingendo ben oltre le più rosee aspettative prestagionali.
Il numero 4 gode della totale fiducia dei compagni ed è entrato nelle grazie di coach Brad Stevens, che ha fatto di lui un vero e proprio leader.
Contro gli Atlanta Hawks – in una delle ultime uscite – ha realizzato il canestro decisivo, dimostrando di possedere un certo killer instinct.

“Volevo chiamare timeout, ma Thomas mi ha fatto segno di no e mi sono detto  «Va bene, vai e vinci la partita»”.
Brad Stevens

Dal canto suo l’ex Sacramento – che si è battezzato “King of the fourth” (Re del quarto quarto) – ha rincarato la dose dicendo:

“Ho visto Bazemore in difesa su di me con sguardo di sfida sicuro che non avrei segnato. Mi dispiace per lui, ma avevo altri programmi.”

Assieme ad Horford, Bradley e Smart (simpatico che uno con un cognome così sia in squadra proprio con Thomas) stanno rendendo Boston un vero pericolo nella Conference orientale.

Allen Iverson e Isaiah Thomas a 27 anni
Allen Iverson e Isaiah Thomas a confronto

Isaiah non ha paura di penetrare in area e prendersi qualche ‘randellata’ da colleghi con una stazza decisamente più imponente.
Un paragone che va preso assolutamente con le pinze, è con l’Hall of Famer Allen Iverson: notiamo una certa somiglianza sia di struttura fisica che di statistiche.
Nonostante questa attitudine, il suo attacco preferito è quello dell’arresto e tiro dalla media-lunga distanza.
Con questo movimento e una mano di assoluta precisione, riesce a realizzare tantissimi punti, anche e soprattutto nei momenti decisivi della partita. L’ultimo esempio è nel match al TD Garden contro i Charlotte Hornets: nel finale quando la partita andava portata a casa, Thomas ha ‘infilato’ diversi canestri da tre e dalla media che hanno chiuso i conti, mandando in visibilio il palazzo del West End di Boston.

Ecco un tipico step back di Thomas. Vittima: Charlotte.

Rivalsa al posto giusto nel momento giusto

Nel 2011, al momento della scelta (la sessantesima, va ripetuto) nessuno si aspettava queste prestazioni e questi numeri.
A causa della sua altezza non è mai stato considerato quanto fosse giusto, né ai tempi dell’università agli Huskies né nei primi anni in NBA. La trade che lo portò da Phoenix a Boston subito dopo l’All Star game 2015 gli è rimasta impressa. Al suo ritorno alla Talking Stick Resort Arena, infatti, partendo dalla panchina, ne mise 21 con tanto di occhiataccia dopo un gioco da quattro punti decisivo: giocata che regala al suo nuovo team il +4 a poco più di un minuto dalla fine.

Il piccolo-grande uomo sta facendo ricredere tutti, partita dopo partita. Questo momento di rivalsa è arrivata proprio nel momento giusto della sua carriera e nel posto giusto.
È bello infatti vedere come la ‘new gen‘ dei Boston Celtics parta proprio da Isaiah Thomas.
Sta aiutando tantissimo i verdi nella ricostruzione e Boston sta aiutando lui a migliorarsi in tutti gli aspetti tecnici fondamentali.
La strada intrapresa è quella giusta, per lui e con lui i Boston Celtics alla conquista di nuove vittorie, come da tradizione.
Quel che resta da vedere è fin dove si spingeranno – in questa stagione – i ragazzi del Massachusetts.
Saranno sicuramente un pericolo nei playoffs, una mina vagante. Attenzione: più che mina vagante, il proiettile è proprio Isaiah Thomas con la maglia numero 4.

Boston Celtics guard Isaiah Thomas (4) gestures from the bench to a fan in the fourth quarter of an NBA basketball game against the Milwaukee Bucks, Thursday, Feb. 25, 2016, in Boston. (AP Photo/Elise Amendola)

 

 

Green Characters – Part I: Kevin McHale

Kevin McHale

Green Characters, oggi affrontiamo il profilo di Kevin McHale, chi è stato il giocatore storico dei Boston Celtics?

Riuscire a ritagliarsi una importante fetta di gloria, nei Celtics degli anni ’80, non era una impresa facile. La situazione diventa più difficile quando a tavola con te siede un uomo che della gloria ha fatto il suo marchio di fabbrica: Larry Bird. L’Onnipotenza cestistica del #33 avrebbe potuto mettere in ombra chiunque, tranne Kevin McHale. Il protagonista di oggi ,pur essendo sempre ritenuto il secondo violino di Bird, è uno dei cestisti più rivoluzionari,amati e sottovalutati, che abbiano mai calcato il TD Garden.

Gli inizi e l’High School

Nato da padre irlandese e madre croata, il giovane Mchale mostra sin da subito una spiccata propensione per lo sport. Tuttavia il suo primo amore agonistico non è il basket ma uno sport del tutto diverso: l’ hockey. Infatti ,alla Hibbing High School,gioca a hockey fino all’età di 16 anni quando,complice una smisurata crescita fisica, è costretto ad abbandonare il disco nero per dedicarsi ad una nuova passione:la palla a spicchi. Si mette subito in mostra come il miglior giocatore della sua High School e molte università lo tengono d’occhio. Al termine del liceo la sua scelta ricade sull’università del suo stato: Minnesota University.

Il basket sul serio: Minnesota University

A Minnesota,giocando da power forward ,ci mette davvero poco per imporsi. Al termine del suo anno da freshman( nel 1976),infatti,viene nominato “Mr.Basketball” per lo stato del Minnesota. Nel corso dei suoi proficui anni collegiali attira le attenzioni di molte franchigie NBA,primi fra tutti i Knicks. I newyorkesi progettavano di prenderlo come dodicesima scelta assoluta al draft 1980, ma non tutto andò secondo i piani. Infatti Red Auerbach,allora presidente dei Celtics,visionó,di persona,nel suo anno da senior,il prodotto da Hibbing e ne rimase stregato. Mchale chiuse la sua esperienza universitaria con 1704 punti e 950 rimbalzi con 18ppg di media.

Kevin McHale: Draft and rookie’s year

La notte del 10 giugno 1980,a New York, Kevin Mchale entra ufficialmente nel mondo NBA. Auerbach ordisce un piano geniale: cede la prima scelta assoluta a Golden State ottenendo in cambio la terza scelta stessa dei Warriors e anche Robert Parish. Vecchia volpe Red. McHale viene chiamato alla terza assoluta dai Warriors che lo girano subito ai Celtics. In quella notte newyorchese nasce uno dei frontcourt più forti di sempre: Bird-McHale-Parish. Appena arrivato in maglia biancoverde coach Bill Fitch decide di farlo iniziare come sesto uomo della rotazione: gli esiti furono devastanti. McHale ,con la sua forza e agilità,unite ad un QI cestistico superiore alla media e a delle mani da pianista, spacca le partite in uscita dalla panca. Con i suoi 10.1ppg contribuisce al titolo NBA 80-81 ed entra anche nell’All Rookie First Team.

Once a Celtic, forever a Celtic: Kevin McHale

Danny Ainge (a sinistra) e Kevin McHale (a destra), due leggende bianco-verdi
Danny Ainge (a sinistra) e Kevin McHale (a destra), due leggende bianco-verdi

I successivi due anni vedono un McHale in costante miglioramento ma,nonostante una squadra stellare, i Celtics non vincono anelli. La svolta arriva nel 1983; al posto di Bill Fitch subentra K.C.Jones. Con il nuovo coach, Mchale vede aumentare il suo minutaggio in uscita dalla panca a 31.4 minuti per partita e le sue percentuali,di conseguenza, aumentano. Ora Kevin viaggia a 18ppg con 7.8 rimbalzi a partita, viene definito da Hubie Brown,giornalista del Boston Globe, come “il giocatore più difficile da marcare in post” mentre Larry Bird lo definisce “un grande trash talker e il miglior sesto uomo di sempre”. Le parole di Bird furono profetiche: Mchale vince due Sixth Man Award consecutivi (1984 e ’85) e partecipa per ben 7 volte ASG.

Vince tre anelli,di cui l ultimo nell’86 dominando la postseason dopo una tormentata regular season a causa degli infortuni al piede,prima di decidere di ritirarsi nel 1993. I guai fisici ne limitano gli ultimi anni di carriera e lo costringono a modificare minutaggio e le sue attitudini. Bill Walton, che giocò e vinse un anello con lui, disse che Kevin fu un giocatore che ,per caratteristiche e modo di adattarsi al gioco,aveva superato gente come Sampson,Ewing e David Robinson. Nel 1994 i Celtics ritirano la sua #32 e nel 1999 viene introdotto nella Hall Of Fame a coronamento di una straordinaria carriera.

After the field: Kevin McHale

Dopo il ritiro intraprende la carriera da allenatore e,dopo due brevi esperienze a Minnesota nel 2005 e nel 2008,decide di sedere sulla panchina dei Rockets. Con i texani rimane ben 4 anni e raggiunge la postseason per 3 volte consecutive dal 2012 al 2015,togliendosi anche la soddisfazione di eliminare i Clippers. Nel 2015 viene esonerato per una brutta partenza che ha comportato ben 7 sconfitte in 10 match. Attualmente è un opinionista per varie Tv NBA ed è ,e sempre sarà, uno degli eterni celtici che tante soddisfazioni hanno regalato nel Massachusetts.

Green Characters: Danny Ainge & Larry Bird – Part II

Larry Bird The Legend

Larry Bird e Danny Ainge, giocatori inseparabili per la storia dei Boston Celtics.

Siamo alla fine degli anni Settanta, quando a Boston arriva un giocatore che cambierà per sempre la storia di questa gloriosa franchigia. Larry Bird, nato a West Baden, in Indiana nel 1956, verrà infatti ricordato come il giocatore bianco più forte della storia. Un’ala pura di 208 cm, con una classe sopraffina ed un carisma unici al mondo.

L’inizio di una leggenda: Larry Bird

Larry Bird e Magic Johnson, due autentiche leggende della palla a spicchi
Larry Bird e Magic Johnson, due autentiche leggende della palla a spicchi

Il mito di Larry Joe Bird si sviluppa e cresce nella piccola cittadina di French Lick, dove la famiglia conduceva una vita piuttosto spartana. Il giovane Larry cresce con la passione per la palla a spicchi nel sangue, tanto da appassionare gran parte dei suoi concittadini. La biografia dell’ex Celtics sul sito di NBA.com, infatti, racconta che molti cittadini di French Lick si recavano spesso a vedere le partite del futuro Hall Of Famer, che intanto si era iscritto alla Spring Valley High School.  In Indiana, il basket giovanile è sempre stato preso molto sul serio, e su un totale di 2000 abitanti a French Lick, si vocifera che la presenza al palazzetto raggiungesse a volte le 1600 persone.

I tifosi accorrevano a guardare incantati il biondo mago del tiro, che però non ha brillato sino alla sua stagione da Junior. Alla sua terza stagione alla Spring Valley High School, si assiste alla vera e propria esplosione di Bird. La sua squadra ottiene un record stagionale di 19 vittorie e 2 sconfitte, trascinata dal carisma e dai canestri di un astro nascente della palla a spicchi.

Un passaggio complicato: l’università per Larry Bird

Circondato da un’aura quasi divina, però, Bird incontra qualche ostacolo di troppo durante il periodo di passaggio all’università. Le indecisioni sono molte, e Bird cambia ben due volte università prima di approdare ad Indiana State University. Il giovane Larry arriva ai Sycamores in un periodo in cui la pressione sulla squadra non era poi molta, ma il ragazzo nato in Indiana veste sin da subito i panni del trascinatore. La sua prima stagione parla da sola: medie di 30 punti e 10 rimbalzi fanno schizzare l’hype della sua squadra alle stelle, e Bird diventa il beniamino di compagni e tifosi. La stagione migliore dei Sycamores coincide con l’anno da Senior del biondo dal tiro perfetto, quando la squadra chiude imbattuta la stagione ma perde in una finale epica con Michigan State, dove militava un certo Earvin ‘Magic’ Johnson.

Il ragazzo dai capelli biondi, però, nella stessa stagione, viene nominato College Player of The Year, e lascia la sua università come quinto marcatore di sempre. In tre stagioni passate al College, Bird porta i Sycamores ad un record storico di 81 vittorie e 13 sconfitte.

L’approdo tra i Pro: Il Draft e gli inizi di Larry Bird

Larry Bird in azione.
Larry Bird in azione.

Bird viene scelto con la sesta chiamata assoluta nel Draft del ’78 dai Boston Celtics. Larry Bird, tuttavia, decide (non senza stupori generali) di rimanere un altro anno al College. Il momento dei Celtics, in quel periodo, era del tutto particolare: nella stagione ’77-’78 la franchigia del Massachussets colleziona un record di 32 vittorie e 50 sconfitte, record peggiore dal 1950. Nella stagione successiva le cose peggiorano ulteriormente, con i bianco-verdi che peggiorano ulteriormente il record stagionale con 3 sconfitte in più rispetto all’annata precedente.

Nella stagione 1979-80, Bird fa il suo ingresso ufficiale nella lega professionistica americana, impattando su di essa in modo determinante. Con lui, i Celtics si trasformano completamente: nella stagione da rookie del ragazzone biondo nativo dell’Indiana, i C’s vincono la loro Division con un record di 61-21. Bird gioca tutte le partite, risultando il migliore in quasi tutti i fondamentali, e non solo. L’ex Sycamores viene nominato Rookie of The Year e riceve la prima di dodici convocazioni al All-Star Game.

La stagione successiva vede grandi movimenti in casa bianco-verde: Boston inanella una serie di movimenti di mercato che portano in maglia verde Robert Parish e Kevin McHale (inizialmente utilizzato da sesto uomo in favore della presenza di Cedric Maxwell da ala grande titolare), futuri protagonisti degli anni ’80 nel Massachussets. Il titolo NBA non tarda ad arrivare: dopo una serie finale di Conference a dir poco entusiasmante, in cui i bianco-verdi rimontano uno svantaggio di 3-1 con i Sixers, Bird fa cadere anche i Rockets di Moses Malone, guidando i suoi ad una vittoria schiacciante.

Impatto devastante: The Legend

Dopo due sole stagioni tra i Pro, un nuovo fenomeno stava incantando il mondo intero. L’impatto devastante di Bird sull’intera lega era sotto gli occhi di tutti: costanza, carisma, capacità di risultare determinante in ogni aspetto del gioco. Questo era il numero #33 dei Boston Celtics, un gioiellino più unico che raro nella storia di questo Sport.

Bird si candida a essere il personaggio più rappresentativo degli anni ’80 nella lega, anni in cui domina in lungo e in largo sbaragliando il campo e vincendo quanti più riconoscimenti personali possibili. L’armata biancoverde, guidata prima da Bill Fitch e da K.C. Jones in seconda battuta, vince tre anelli nel giro di 5 anni (1981, ’84, ’86).

“When you’ve got Larry Bird on the court, anything can happen” (Clyde Drexler)

“Quando Larry Bird è in campo, può succedere qualsiasi cosa”  

Così Clyde Drexler ama definire un’autentica leggenda del basket.

Il ritiro: Once a Celtic, Always a Celtic, Larry Bird

Un ultimo valzer, quello che lo porta alla conquista dell’Oro olimpico a Barcellona ’92, dopo il quale Bird annuncia ufficialmente il suo ritiro, nella giorno 18 Agosto dello stesso anno. In un Garden in festa, dove presenzia anche l’avversario di sempre, e amico, Magic Johnson, l’atmosfera è di grande commozione ma anche di gioia e celebrazione di un campione rimasto fedele a Boston per un’intera carriera.

Bird was the embodiment of “Celtics Pride.” He was a classy, confident, hardworking player who thrived on pressure and inspired teammates to excel.

una nuova vita chiamata Indiana Pacers

Dopo una breve collaborazione con lo staff dei C’s, Bird viene nominato nel 1997 Head-Coach degli Indiana Pacers. Nonostante Bird non avesse mai allenato una squadra di basket, Donnie Walsh, allora presidente della franchigia, spende per lui parole al miele.

Questo ragazzo è l’incarnazione di tutto ciò che ho cercato di fare qui. Quando ho iniziato a lavorare qui, ho voluto vedere i mondi delle scuole superiori, delle università e quello che Bird ha significato in tutto questo. Penso che possa essere un grande allenatore. Sa coinvolgere le persone ed è carismatico, ciò che un allenatore deve essere

Dal canto suo, la Leggenda biancoverde risponde:

Sono nuovo a questo  gioco, ma sento di poter fare bene. Ho tutta la fiducia nel mondo, sarò in grado di gestire questi ragazzi e fare le cose che sono necessarie per vincere le partite.

D’altra parte Larry non sbaglia: nelle tre stagioni da Head-Coach dei Pacers, Bird colleziona una finale di Conference (persa al cospetto dei Bulls di MJ in sette gare) ed una finale assoluta (persa contro i Lakers di Shaq in sei gare). Proprio dopo le finali perse con i losangelini nel 2000, Bird lascia la panchina e diventa presidente degli stessi Pacers.

Un Palmarès invidiabile, ed un ragazzo che i tifosi biancoverdi non smetteranno mai di ringraziare.

Thanks for All, Larry.

 

Green Characters: John Havlicek e JoJo White (Part II)

John Havlicek-Passaggio di testimone: Bill Russell (a destra) to John Havlicek (a sinistra)

Stranamente quando si parla di storia, ci si affeziona a dei giocatori in particolare, ma spesso non tanto per le abilità sul campo o non solo, magari anche per carisma e personalità, ma John Havlicek è difficile che venga menzionato, in quanto silenzioso e taciturno, un professionista elementare che aveva una vita regolare fuori dal campo con un quoziente intellettivo cestistico sopraffino, tutti fattori che purtroppo hanno sempre fatto poca notizia.

L’eleganza, la pulizia del gioco se dovessimo riassumere in poche e spicciole parole la grandezza del leggendario Havlicek, bandiera dei Boston Celtics anni sessanta e settanta.

Gli inizi: fra football e basket di John Havlicek

Predisposto sin dalla giovine età agli sport di squadra, diviene una star di Ohio State sia nel basket che nel football, arrivando alle finali Ncaa vinte nel 1960. La scelta da parte dei Celtics nel ’62 e nello stesso momento quella dei Cleveland Browns, lo portarono ad optare per il football, partecipò al training camp ma tornò sui suoi passi e decise di cambiare optando per l’NBA a partire dal 1963.

Carriera: Celtic for life, John Havlicek

 
Passaggio di testimone: Bill Russell (a destra) to John Havlicek (a sinistra)
Passaggio di testimone: Bill Russell (a destra) to John Havlicek (a sinistra)

Grazie alla voglia continua di migliorarsi e il carattere ostinato, John lavorò sul tiro e arrivò a 19 punti di media nell’annata successiva.

Le statistiche aumentarono esponenzialmente di anno in anno, partendo dai punti realizzati, passando per i rimbalzi e finendo con gli assist: divenne uno dei primi giocatori cosiddetti all-around, capaci di farsi sentire in qualsiasi situazione di gioco, scalando le gerarchie dei Celtics.
Attaccava il ferro con una semplità da manuale e chiudeva tirando tra i difensori grazie al fisico possente, che rendeva difficile il lavoro dei suoi diretti marcatori.
Il ciclone Havlicek si abbattè sui campi da basket all’improvviso, ala piccola con una mano delicatissima, difesa di alto livello,i quattro anelli nelle prime quattro stagioni furono quasi una pura formalità, uno dei record migliori di tutti i tempi non soltanto nella storia del basket ma dello sport in generale.
Attualmente riveste la tredicesima posizione nella classifica marcatori, considerando che non era neanche presente la linea dei tre punti inserita nel 1979, due anni dopo il ritiro. E’ da considerare un traguardo notevole. La media stagioni giocate-titoli vinti è impressionante, 16 stagioni e un ammontare di 8 trofei, praticamente uno ogni due anni, carriera a dir poco eccelsa. Meriterebbe certamente più giustizia da parte degli appassionati, un fuoriclasse è un fuoriclasse.

Green Characters: John Havlicek & JoJo White – Part I

Jojo White

Green Characters: John Havlicek & JoJo White – Part I

Quando si parla della storia, sono sempre i condottieri a ricevere gli onori, mentre i soldati semplici non ricevono mai le menzioni della cronaca. Lo scopo di questa rubrica, arrivata alla seconda puntata, è proprio quello di onorare chi magari non viene ricordato mai ma ha contribuito in maniera decisiva ai trionfi di squadra. E’ sicuramente il caso di JoJo White, uno dei migliori gregari nella storia dei Boston Celtics.

COLLEGE E INIZI

Giocatore di punta dei Kansas Jayhawks che passarono alla storia per aver giocato contro i Miners di El Paso del film Glory Road, venne scelto al draft proprio da Boston nel 1969, nell’anno dello storico undicesimo titolo quando il leggendario allenatore Bill Russell annunciò il proprio ritiro.

CARATTERISTICHE TECNICHE

jojo_whiteEra dotato di una grandissima leadership che gli ha permesso di poter emergere anche contro giocatori più talentuosi ma la vera specialità era l’attitudine difensiva, paragonabile a quella del nostro Bradley, ottima velocità di piedi e il suo jump shot è stato veramente uno dei più sottovalutati, non molto bello da vedere ma efficace in ogni situazione. Un altro punto di forza fu l’integrità fisica impressionante, ottantadue partite giocate per cinque anni consecutive tanto da guadagnarsi l’appellativo di “Iron Man”, sempre l’ultimo a mollare e il primo ad entrare in campo, un esempio per tutto lo spogliatoio, collante vero dei Celtics targati anni ’70.

I GRANDI CELTICS: IL RAPPORTO CON HAVILICECK

Poteva coprire entrambi i ruoli del backcourt ma ha espresso il meglio di sé da pointguard a causa della sua generosità che lo ha portato ad entrare nella top 10 della lega nella categoria assist per quattro stagioni dal 1973 al 1977. Insieme ad Havliceck fu la colonna portante dei Celtics vincitori degli anelli 1973-74 e 1975-76, certamente il punto più alto, la reale consacrazione dopo una carriera costellata di sacrifici.

FINE DELLA CARRIERA: TRADE E RITIRO

Fu tradato nel 1979 e dopo soli due anni si ritirò, i suoi sforzi vennero riconosciuti e nel 1982 il numero 10 venne ritirato, entrando a far parte dell’Olimpo dei grandi del gioco.

 ATTUALITA’

Da dopo il ritiro, è socialmente attivo, specialmente in ambito giovanile, infatti è un motivatore nei college e gruppi civici, attualmente è rimasto in orbita Celtics, essendo diventato il responsabile delle comunicazioni della franchigia.

Per NBAPassion.com,
Francesco Tarantino