I Lakers dovrebbero seguire l’esempio di rebuilding dei 76ers?

“A Lakerlandia sono conosciuti due stati d’animo, estati e tormento, panico ed eccesso d’ottimismo.”

 

I Los Angeles Lakers hanno iniziato la stagione come in pochi si aspettavano. Il record di 9-11 sembrava dar speranze di playoff ai tifosi losangelini, perché Brandon Ingram ancora doveva integrarsi del tutto e coach Walton era solo all’inizio della sua esperienza. Ma le cose non sono proseguite bene, fino al 19-39 attuale. Il rischio di perdere la prossima scelta per il ricco draft 2017 e l’esempio dei 76ers, sono motivazioni valide per tankare. La rebuilding gialloviola non è mai stata così intrigante e il processo per tornare grandi prevede 4 fasi:

I giocatori più rappresentativi dei Lakers e il Larry O’Brien Trophy sullo sfondo. Non è presto?!

1) Estasi

Dopo aver vissuto una delle stagioni più deprimenti, con sole 17 vittorie e il farewell tour lungo un anno di Kobe Bryant, l’arrivo di Brandon Ingram, la crescita dei giovani, il nuovo coach e l’inizio esaltante hanno portato la situazione all’estasi. L’illusione di aver imboccato la strada giusta, quella che porta ai playoff, non è durata parecchio. E’ stata una fase intensa, nella quale i tifosi gialloviola sono ‘rispuntati’ dappertutto e i sogni di gloria non sembravano così irreali. Il picco d’estasi è stato il 4 Novembre dopo la vittoria contro i Golden State Warriors per 117-97, mentre il tramonto della prima fase è avvenuto alla Vigilia di Natale. Al Christmas day la squadra di Walton arrivava con 12 sconfitte nelle precedenti 13 gare disputate. L’amara vittoria nel derby natalizio coi Clippers non ha cambiato le cose.

 

2) Tormento

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Finito il periodo estasiante, è iniziato il tormento.  La reazione classica di quando ci si accorge di essere entrati in una fase tormentata, è cercare i colpevoli. Uno dei principali indiziati è il rookie Ingram. Dopo la notizia dell’infortunio di Ben Simmons, l’ex Blue Devils era dato come uno dei favoriti per il ROY. Il numero 14 è un 1997 e fisicamente si sapeva avrebbe fatto fatica. Walton all’inizio, infatti, lo ha fatto partire dalla panchina per aiutarlo ad ambientarsi in NBA. I dati dimostrano che da quando parte titolare riesce ad incidere maggiormente nei tabellini. Nelle partite vinte le percentuali di tiro sono davvero notevoli e può solo che migliorare, di pari passo, alla squadra.

Nelle partite vinte e quelle in cui è partito titolare, ha mostrato qualcosa in più.

Dunque, è chiaro che i Lakers non hanno scelto un bust, ma è altrettanto lampante che per vedere un Ingram al massimo, una versione Lite di Kevin Durant, c’è da attendere ancora un po’. Non tutti i patemi sono figli dell’ex Duke, anche da altri giovani come Randle, Russell e Clarkson ci si aspetta di più. Il talento non manca e offensivamente i problemi sono pochi: migliorare nel tiro da tre deve essere un obiettivo, per aprire l’area e colpire con le penetrazioni di Randle &Co. Difensivamente invece, c’è tanto su cui lavorare.

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Il tormento è uno stato d’animo difficilmente sovvertibile, logora dentro e può portare al panico.

3) Panico

Press the button in case of panic

Per assicurarsi Steve Nash e Dwight Howard i Lakers si sono letteralmente svenati. Se non finiranno in top 3 la scelta sarà dei 76ers e una first pick del 2019 non protetta andrà ai Magic. Invece se manterranno la prima scelta 2017, ai Sixers andrà una non protetta del 2018 e le seconde scelte di 2017 e 2018 andranno a Orlando. Per motivi dovuti al draft dunque, in molti vedono con un pizzico di malizia i risultati negativi recenti. La dirigenza californiana potrebbe, in effetti, aver scelto di ricalcare le impronte lasciate da Philadelphia.

Small market e big market, esiste ancora la differenza?

 

 

 

 

 

 

 

 

Dov’è il panico? Beh, si prospetta un finale di stagione alquanto amaro, se principalmente si penserà alla lottery. L’essere a Los Angeles e aver scritto Lakers sulla maglia, conta sempre meno, la dimostrazione viene dalle decisioni Aldridge e Durant a lungo cercati.

 

 

 

4) Eccesso d’ottimismo

I sogni son desideri…

Arriviamo alla quarta e ultima fase. A Los Angeles non ci si perde d’animo e quindi una volta superato il panico, si passa alla stabili…macché si va direttamente all’eccesso d’ottimismo.

Al draft i Lakers verosimilmente potrebbero puntare su un giocatore come Josh Jackson, Jayson Tatum, o Jonathan Isaac, il tutto dipenderà anche da eventuali movimenti di mercato. Quanto si crede in Randle, in Russell e in Clarkson? Tutti questi discorsi sono superati, perché le voci di Davis e Westbrook a LA nel 2018 già impazzano. Di credibile, ad oggi, c’è ben poco, ma mai dire mai.

 

Seguire il diktat di Hinkie non è possibile al 100%, dato che la ricostruzione è già partita, ma una cosa però la dirigenza Lakers la può fare, chiedersi WWHD (What Would Hinkie Do?) ogni volta che ci sarà da compiere una scelta importante. Una cosa è certa, Magic Johnson (neo dirigente gialloviola), Kupchak e gli altri lo sanno, il pensiero deve essere fisso su come riportare in alto la franchigia. Metabolizzare le 4 fasi di rebuilding, lavorare sui giovani, scegliere bene al draft e (why not) ispirarsi ai 76ers.

#TrustTheLAProcess

Shaquille O’Neal racconta Luke Walton

Nella notte del 23 dicembre, i Miami Heat hanno ritirato la maglia numero 32, quella di Shaquille O’Neal proprio poco prima della sfida ai Los Angeles Lakers altra ex squadra dell’ex centro ed attuale commentatore tv. Poco prima del tipoff O’Neal ha parlato dei momenti felici con il suo ex compagno di squadra ed attuale head coach dei Los Angeles Lakers, Luke Walton.

I due hanno giocato insieme nella stagione 2003-2004, quando i Lakers raggiunsero le finals, dove furono sconfitti dai Pistons. Walton era un rookie e Shaquille era all’ultimo anno ad LA prima di salutare per Miami.

“Luke è stato un giocatore molto altruista”, ha detto Shaq, “In varie azioni offensive poteva benissimo andare a canestro e segnare, perché la bravura certo non gli mancava, però spesso preferiva passarmi la palla; ha sempre avuto un occhio di riguardo per me, in campo.

Ha sempre cercato di rendermi facile il gioco e io ho sempre cercato di restituirgli il favore”.

Inoltre, da quanto emerge dalle dichiarazioni di O’Neal, erano molto amici anche fuori dal campo e non mancavano mai due chiacchiere in amicizia sul gioco o sulle imprese del padre di Luke (Bill Walton).

Ora l’attuale allenatore dei Lakers si trova davanti ad una impresa diversa, da giocatore ad allenatore: tanti risultati negativi consecutivi che non minano il suo buon lavoro. LA tornerà grande con Walton in panchina?

 

Luke Walton si racconta: Quando Kobe me ne fece 70

L’attuale Head Coach dei Los Angeles Lakers Luke Walton ha recentemente raccontato in un podcast di nome “Open Run”,  di un allenamento “particolare” in cui Kobe Bryant gli fece ben capire cosa significasse giocare al suo fianco, e che tipo di mentalità vincente avesse il Black Mamba.

“Ricordo che era il mio anno da Rookie, ed arrivai leggermente in ritardo all’allenamento. La sera prima avevo fatto parecchio tardi e bevuto un tantino di troppo. Kobe e Shaq capirono subito cosa avessi fatto la sera prima. Probabilmente sentivano l’odore dell’ alcool che mi portavo dietro.

Prima di cominciare l’allenamento Kobe disse esplicitamente a tutti i miei compagni, che gli era letteralmente “PROIBITO” aiutarmi nella fase difensiva, e che ero IO quello che doveva marcare LUI per tutta la durata dell’allenamento.

In un primo momento mi sembro divertente, pensai ‘Oh sarà divertente!‘, ma nei suoi occhi vedevo qualcosa di diverso, qualcosa del tipo: ‘Io so riconoscere la debolezza, ora ti distruggo!’ Mi umiliò. Ne mise a segnò probabilmente più di settanta. Non riuscivo a fermarlo in nessun modo. Chiedevo disperatamente aiuto ai miei compagni di squadra, aiuto che come potrete immaginare, non arrivò mai. Ma hey, il suo Killer Instinct, la sua etica di lavoro mi hanno segnato per sempre. Porterò sempre con me la sua eredità.

Vi dico una cosa che forse non conoscete di Kobe Bryant, non importa se sei titolare, l’ultimo della rotazione o semplicemente un panchinaro incallito, il cinque volte campione NBA non fa favoritismi, ne ammette distrazioni.”

Può quindi dormire sonni tranquili Walton nel caso dovesse notare un atteggiamento apatico e autodistruttivo da parte dei suoi giovani ragazzi. Può sempre mandarli in pellegrinaggio dal diciotto volte All-Star e cinque volte campione NBA Kobe Bryant per una lezione di vita e di basket che difficilmente dimenticheranno.

Chi Buss(a) al futuro?

Jerry Buss
Jerry Buss
In this June 18, 1981 file photo, Jerry Buss holds a Los Angeles Lakers shirt in Los Angeles. Buss died Monday, Feb. 18, 2013.(AP Photo/File)

Ai giornalisti e scrittori di sport piace molto parlare di un qualcosa molto più vicino all’emozione che alla tecnica. Un elemento che aleggia nell’aria, spesso inafferrabile. Un qualcosa che definisce non solo giocatori ma intere franchigie.

Legacy

Non tutte le franchigie ce l’hanno, vuoi per la relativa giovinezza della lega, il cui allargamento fino al numero attuale di squadre è fatto piuttosto recente. O perché non è facile realizzare qualcosa di così aleatorio e quasi magico.

La legacy non nasce da un momento all’altro e, solitamente, nemmeno per la sola volontà di un singolo attore. Se così fosse, basterebbe un singolo illuminato per infonderla in una squadra e trasformarne i connotati.

Continuo ad usare il termine inglese perché è difficilmente traducibile. Letteralmente starebbe per eredità, ma è più simile ad un’aura che circonda di leggenda il nome di una squadra, i giocatori, una singola cavalcata verso la vittoria.

Oggi, in NBA, ci sono diverse legacy, alcune antiche, legate a cronache, appunto, leggendarie. Altre ben più recenti e vive.

Come non citare i San Antonio Spurs? Chiunque abbia indossato la maglia argento degli Speroni non può che concordare su quello che la squadra dona e riceve ai suoi giocatori. A partire dai capostipiti di questa dinastia, quel Popovich e quel Duncan che l’hanno resa la più vincente, o quasi, degli ultimi 20 anni.

Oppure la leggenda dei Boston Celtics. John Havlicek ebbe a raccontare che, mentre festaggiavano il (suo primo) titolo, lui corse dall’allenatore, Auerbach, solo per potergli dire:

Ora ho capito che cos’è la mistica dei Celtics

Havlicek stesso è diventato l’icona di una squadra che impregna della propria legacy persino il parquet a listelli incrociati del TD Garden.

Ed in un’epoca più recente, quel lampo cattivo e controverso che prende il nome di Bad Boys, i Detroit Pistons capaci di diventare da covo di ignoranti a re della lega sulle note di Lose Yourself.

Underdog

Anche i Lakers hanno una legacy, ma molto meno mistica di quella di Boston e molto meno tecnica di quella degli Spurs. Ma molto più raffinata di quella dei Pistons. Ed ha pure un nome tutto suo.

Nel 1979 i Lakers avevano un solo anello conquistato da quando si erano trasferiti a Los Angeles. I vecchi fasti erano legati ad un’altra città, ad un’altra lega, ad un’altro gioco. E perdevano, nonostante potessero vantare tra le proprie fila alcuni dei giocatori più forti non solo dell’epoca, ma di sempre: Elgin Baylor, Jerry West, Wilt Chamberlain, Kareem Abdul-Jabbar. Una sorta di Brooklyn Nets d’antan, in pratica.

Quell’anno successe qualcosa. Non sto parlando della rebuilding del roster e nemmeno dell’arrivo sulla pino dell’ennesimo allenatore. Successe qualcosa molto più lontano dal parquet eppure molto più rivoluzionario non solo per i Lakers ma per l’intera lega. Che da quel giorno, non fu più la stessa.

Come ogni autore che si rispetti, anch’io tirerò in ballo le famose slinding doors che rendono il potenziale reale. Penso a quando, più di quarant’anni prima, Jerry Buss attendeva assieme alla madre sulla bread line, la fila del pane, attendendo il suo turno per ricevere qualcosa da mangiare che avrebbe, forse, mantenuto la sua famiglia in vita almeno un altro giorno.

Buss aveva quattro anni. Trent’anni dopo aveva incassato il suo primo milione di $ con il mercato immobiliare. Con la sua sola forza di volontà, con il lavoro e, ovviamente, con la fortuna che aiuta gli audaci.

La classica storia dell’underdog, il sogno americano che si avvera per l’ennesima volta, un passato di estrema sofferenza, di sacrificio nello studio e di intuito negli affari.

Ma quello che poteva sembrare un enorme successo si sarebbe trasformato in un trionfo: passare dalla fame alla fama.

Jerry Buss
Jerry Buss

Nel 1979, dicevamo, Jerry Buss, fino ad allora semi-sconosciuto milionario, completò l’acquisizione dei Los Angeles Lakers, nonché della squadra di hockey Kings e dell’arena Forum.

Inutile sottolineare come, al suo primo anno da proprietario della franchigia, vinse il suo primo titolo.

Buss, per sua stessa ammissione, sapeva poco di basket: gli piaceva gustarsi le partite, vedere le magie dei suoi giocatori, magari tra l’abbraccio dolce di un wiskye&cola e la compagnia di attrici prorompenti. Ma mai si sarebbe permesso di insegnare il mestiere a gente come Jerry West, diventato nel frattempo GM. La sua rivoluzione, infatti, non fu tecnica, ma spettacolare.

Buss fu uno dei pionieri dell’entertainment, capì con decenni di anticipo che lo sport è si agonismo e tattica, ma dev’essere soprattutto un grande spettacolo.

Se ad ogni partita anche di serie minori potete ammirare donzelle sommariamente vestite, il merito lo dovete a lui. Per non parlare dell’intrattenimento musicale prima durante e dopo i match.

Invitò tutta Hollywood alle partite dei Lakers e, da palestra sudaticcia, il Forum (poi trasferitosi allo Staples) divenne il red carpet tutto lustrini e fondotinta del più scintillante jet-set del mondo. Ancora oggi ad ogni partita casalinga, una sedia in prima fila è riservata ad un certo attore che di nome fa Jack.

Jack Nicholson
Ovviamente era presente anche al sessantello finale di Kobe

La lega e le altre squadre ben presto compresero il potenziale fin lì inespresso da questo sport e nel giro di pochi anni le sue intuizioni, i suoi spettacoli negli spettacoli, divennero il pane quotidiano di ogni partita NBA.

Showtime

Poi la rivoluzione scese in campo.

Buss definì le regole fuori dal parquet, ma la sua squadra le importò sotto le plance. Se qualcuno, piuttosto distratto negli ultimi 30 anni, si chiedesse cos’è lo showtime, questo è il bignami:

Showtime

Buss costruì dal nulla la legacy dei Lakers, lo spettacolo in campo e fuori, la vittoria come conseguenza del talento e dell’applicazione. Gran parte del merito fu, naturalmente, di quel play atipico che nacque Johnson, ma divenne Magic.

Quell’eredità era sotto gli occhi di tutti, il basket fatto non solo di gioco e fisico, ma di gesti forse talvolta inutili ma pur sempre spettacolari.

Jerry seppe negli anni rinnovare quello spirito, con la dinastia di Shaq e Kobe, poi con quella di Kobe e Gasol. 10 titoli in 33 stagioni, il proprietario con il maggior numero di vittorie.

Negli anni i Lakers sono diventati sinonimo di titoli e spettacolo. Bastava il nome per attirare i più grandi giocatori della Lega. Ed anche quando la squadra non raggiungeva i risultati sperati, anche nella più normale e insipida partita, la leggende dei Lakers ogni tanto si arricchiva di un nuovo tassello.

 

Ipnotico

Ma il tempo è un animale feroce, puoi scappare finché vuoi, ma alla fine seguirà le tue tracce, attenderà che tu sia stanco e ti azzannerà.

La legacy, lo showtime, la necessità di vincere sempre, a tutti i costi. Tutto questo è diventato un peso, un fardello, una zavorra che ha impedito ai Lakers di continuare ad essere se stessi, come l’anello tolkeniano del potere che logora e rende debole anche il più meritevole.

Con Jerry c’era un solo obiettivo, vincere e divertire. Ma sapeva anche che l’ultima cosa che doveva fare, prima di lasciare questa vita, era costruire una nuova dinastia come ultimo lascito. Nonostante i tentativi, forse un po’ goffi ma di sicuro sfortunati, la squadra ha subito un costante declino, di appeal e di risultati. Forse l’unico suo grande fallimento.

Jerry Buss morì nel 2013 ed i suoi Lakers uscirono al primo turno con secco 4-0 dai rivali Spurs. Fu l’ultima apparizione ai Playoff.

Eredità

Stavolta il senso è letterale: Jerry volle che la squadra rimanesse un affare di famiglia, con tutti i suoi numerosi figli in ruoli di comando, indicando in Jim il responsabile delle operazioni legate al basket. Ma come spesso accade, il talento non è nei geni ed il giovane Buss è sembrato vagare senza meta nei suoi primi tempi al timone, in parte per la scarsa fiducia ricevuta dal resto della famiglia, in (gran) parte per i risultati sul mercato piuttosto rivedibili: dei potenziali arrivi importanti (James, Anthony, Paul, Westbrook, giusto per fare qualche nome) non è arrivato nessuno. Per non parlare del “tradimento” di Phil Jackson, finito a New York. E con l’ultimo smacco di Durant che, come ormai sanno anche i sassi, non ha voluto nemmeno incontrare la delegazione dei Lakers, nell’ultima free-agency.

Eppure, a ben guardare, si può scorgere un piano, seppur rischioso, in questa fitta nebbia.

Mitch Kupchak;Jim Buss;Jerry Buss
Mitch Kupchak, Jim Buss e Jerry Buss

Kupchak e Jim Buss avevamo le mani legate dal filo d’oro dello showtime, dallo spirito di Jerry che premeava ogni singolo posto dello Staples, con l’ingombrante quanto romantica presenza dell’ultimo esemplare dell’era gloriosa rimasto sul parquet. Ma ora Jerry non c’è più, il Mamba ha appeso il dente avvelenato al chiodo ed il piano di rinascita deve ricominciare.

Il lavoro di Jesse nello scounting pre-draft ha dato ottimi frutti, con le steal di Clarkson e Nance, oltre alle buone (e funzionali) prime scelte Randle, Russell e Ingram. L’arrivo di Walton, invece, è quasi tutto merito di Jim, grande amico di Luke fin da quando quest’ultimo vestiva ancora la casacca gialloviola. Kupchak ha invece avuto meno difficoltà a convincere gente di esperienza come Deng e Mozgov: è bastato aprire il (grande) portafoglio del salary cap e scucire decine di milioni per convincerli. Il lavoro, sulla carta, è stato buono. Sarà necessario capire se tutti questi elementi si amalgameranno nelle giuste proporzioni.

Il trait d’union è evidente: i Lakers devono liberarsi dei fantasmi che ancora li vorrebbero dominare la lega e, ricostruendo il roster su giovani affamati, hanno intrapreso l’unica strada al momento percorribile. I freni che hanno impedito di prendere le giuste decisioni sono spariti e con essi le scusanti per non compiere le azioni, seppur dolorose, per far tornare lo Showtime là dov’è nato.

The Buss Family

In questi anni la vita privata si è intrecciata con i risultati sul campo. La morte di Jerry ha privato la squadra e la famiglia Buss di un faro, una guida visionaria che quasi mai ha sbagliato un tiro. Jesse ha perso il suo amato cane e, molto più tragicamente, Mitch Kupchak ha visto morire giorno dopo giorno la figlia 15enne. Il rapporto mai decollato tra Jesse e Jim e la conseguente scarsa considerazione di quest’ultimo da parte del resto della famiglia non hanno permesso a tutto lo staff di lavorare efficacemente nella stessa direzione.

E’ vero, parliamo di sport, ma sarebbe anche ingiusto non dare a certi elementi extra-cestistici il giusto valore, anche solo per tracciare il contesto di una situazione pesante.

Jerry e Jim Buss
Jerry e Jim Buss

Tutto lascia presagire che questa stagione sia l’ultima chance per Jim, da alcuni indicato come poco adatto (e forse poco interessato) alla guida dei Lakers. Se le cose non dovessero andare per il verso giusto, con ogni probabilità sarà la sua la prima poltrona a saltare. Al suo posto potrebbe arrivare Joey, cresciuto a San Diego assieme a Jesse, che già fa parte del settore basket della società. Oppure un’altro che, nonostante non faccia Buss di cognome, è in pratica parte della famiglia, Phil Jackson.

Il cuore desiderebbe vedere pure Bryant in quel ruolo, ma la testa dice che non è il momento (e forse l’uomo) più opportuno. Discorso analogo, in parte, per Magic Johnson, proprio colui che dello Showtime è stato anima e fondatore.

Chiunque prenda le redini del gioco, però, non potrà prescindere dalla famiglia Buss, che per direttive societarie non può vendere, se non in blocco, il controllo della franchigia.

Resta da capire se questo sarà un bene o un male.

Provaci ancora, Mitch

Mitch Kupchak

Nel 2004 una squadra di scappati di casa completa uno dei più clamorosi upset della storia della NBA. I Detroit Pistons di Rasheed Wallace e soci, ispirati ai Bad Boys che solo 15 anni prima terrorizzavano la Lega, battono gli stra-favoriti Los Angeles Lakers di Kobe, Shaq, Payton e Malone. Un sconfitta che brucia sulla pelle dei tifosi, quasi quanto le famose Finals del ’69.

Per indispettire un fan dei Lakers, basta ricordare dove finirono tutti quei palloncini.

Per i Lakers non fu solo la sconfitta di una grande (sulla carta) squadra, quanto la sconfitta di un progetto tecnico molto poco lungimirante. La convivenza di due star come Bryant e O’Neal era come i poli di una batteria che si scontrano: il potenziale era enorme, ma le scintille che ne sarebbero scaturite erano altrettanto intense. Nemmeno l’enorme esperienza e classe di un certo Coach Zen poterono mantenere il delicato equilibrio in quella coppia che, altrimenti, sarebbe potuta diventare la più dominante di sempre, quanto e più di quel Stockton-to-Malone che rappresenta l’apice indiscusso del pick&roll.

Già, Malone, The Mailman. Il suo arrivo ai Lakers, frutto di un abile contrattazione, assieme ad un’altro dei più conosciuti nickname, Gary “The Glove” Payton, formavano una squadra da FantasyBasket e, sempre sulla carta, uno dei quintetti teorici più forti di sempre. Al roster si aggiunse Horace Grant, magari non un HoF come i signori appena citati, ma sempre uno che ha vinto 4 anelli (di cui tre consecutivi).

Quella che sembrava un’enorme vittoria per la dirigenza, si trasformò in tragedia. Un quintetto formato da 4 All-of-Fame perse contro degli scappati di casa.

Passato e Futuro

Mitch Kupchak è stato un buon giocatore in NBA, non un All-Star certo, ma pur sempre capace (o dotato di fortuna) di vincere tre titoli NBA ed un’Olimpiade (quando ancora gli USA mandavo gli universitari, vista la superiorità, vera o presunta, nel gioco). Quando ancora indossava la maglia dei Lakers, Kupchak già si interessava alle dinamiche gestionali che una squadra NBA (ed ancor più la squadra più glamour della Lega) necessitava per primeggiare e comportare guadagni per la dirigenza e la Lega stessa. Nel 2000 è diventato General Manager, vincendo da allora 5 titoli NBA e raggiungendo altre 8 volte i Playoff.

Kupchak è sempre stato legato alla proprietà, a partire da quel Jerry Buss che ha comprato una franchigia anonima e l’ha trasformata nell’anima dello showtime. Forse è solo grazie alla fiducia della famiglia Buss (dopo la morte di Jerry, sono i figli a tirare le fila della società) che Mitch è ancora il General Manger della squadra più famosa del globo. Perché proprio a partire da quella cocente sconfitta, il suo operato è sempre stato dominato da chiari e scuri, una gestione altalenante tra acquisti scellerati e incredibili affaroni.

Jerry Buss
Il compianto proprietario dei Lakers Jerry Buss durante una riunione di lavoro.

Questione di strategie

Puntare su vecchie glorie ai titoli di coda della carriera per completare un roster con tanto potenziale è una strada molto pericolosa. Non solo perché potrebbe non giungere ai risultati sperati, ma anche perché, nella logica del mercato NBA, questo comporta quasi sempre ipotecare il futuro immediato della squadra, con l’occupazione di spazio salariale e lo scambio di scelte future.

La sconfitta del 2004 comportò la frattura totale del rapporto con O’Neal, che confluì in uno dei peggiori scambi della storia: Shaq fu tradato verso Miami (dove vinse ancora) in cambio di  Lamar Odom, Caron Butler (poi diventato un all-star a Washington, dopo essere stato scambiato con Kwame Brown) e Brian Grant. I Lakers ne uscirono distrutti, senza un roster decente che potesse supportare l’immensa classe di Kobe e senza pick di valore da scambiare.

Kupchak non era molto incline ad apprendere dai propri errori, però: nel 2012 dalla free-agency arrivò Dwight Howard, Steve Nash tramite trade, che assieme a Kobe e Gasol completavano una squadra (teoricamente) da titolo. Stavolta non furono i bad boys ad intralciare i piani della dirigenza, quando la mannaia degli infortuni, peraltro preventivabili in una squadra di ultra-trentenni.

Roster Lakers 2012
Nella foto di fine anno erano tutti molto meno sorridenti.

Quel progetto sciagurato non solo ha deluso le aspettative dei tifosi, ma anche impedito che la squadra potesse ritrovare un equilibrio necessario a competere in un Ovest sempre più complicato. Negli anni successivi, Nash appese la canotta al chiodo mentre Howard scappò a gambe levate appena possibile, seguito a ruota da Gasol. I Lakers, da pretender, si trovarono a dover tankare per mantenere la scelta protetta venduta ai 76ers negli scambi che avevano portato Nash a L.A. Situazione che, ancora oggi, rappresenta un freno alla rinascita della franchigia.

Scelte

Uno degli ambiti più prettamente legati al gioco che una dirigenza, ovvero il GM, deve gestire è il Draft. Certo, la storia (non troppo) recente dei Lakers parla quasi sempre di Playoff che si traducono in scelte non altissime. Se queste poi, come visto sopra, vengono svendute per giocatori a fine carriera, rimane piuttosto difficile rinforzare la squadra con l’acquisto di giovani leve.

Nonostante ciò dobbiamo risalire al 2007 per trovare l’ultimo grande giocatore pescato dai Lakers: Gasol. Non Pau, però, un giocatore che ha spostato gli equilibri e portato i Lakers a 2 titoli, ma il fratello Marc. Che in ogni caso fu proprio la pedina di scambio per portare il fratello maggiore a Los Angeles. Una vittoria per Kupchak, quindi, anche se seguita da colossali fallimenti.

Chi si ricorda delle scelte del 2010, Devin Ebanks e Derrick Caracter?

Oppure della 29esima scelta assoluta del 2009 Toney Douglas?

Per non parlare di Chukwudiebere Maduabum (immagino Chuk, per gli amici).

All’epoca del Draft furono costretti a diffondere un video su come pronunciarne il nome.

C’è da dire che Gasol rappresenta in realtà una mosca bianca in un mare di mosche nere, al massimo grigio scuro. Prima di lui gli unici degni di nota sono Jordan Farmar e Andrew Bynum, quest’ultimo più per la psiche incerta che per le prestazioni in campo.

Vuoi per sorte o per scarsi attitudini di scouting, il Draft è stato quasi sempre avaro di risultati per i Lakers. Ma le cose sono cambiate.

Addii

Il 18 febbraio 2013 Jerry Buss muore di cancro all’età di 80 anni. Pochi mesi dopo, al Draft viene chiamato con la 48 scelta Ryan Kelly.

Ryan “Lelly” Kelly è un buon giocatore, un tweener non di grandi doti, un buon panchinaro che sa eseguire bene i giochi. Ma non è tanto il suo valore tecnico ad essere importante (anche se lui la penserebbe diversamente), quanto perché rappresenta il punto di svolta della strategia dei Lakers, ovvero di Kupchak.

Dall’anno successivo sono arrivati via trade solo giocatori funzionali al progetto, al posto della ricerca di superstar in saldo (c’è chi dice che lo scarso appeal della franchigia abbia influenzato la free- agency, ma sono solo malelingue), mentre dalle notti dei Draft (grazie al tanking selvaggio e scout finalmente all’altezza) sono arrivati giocatori in grado di risollevare la qualità del roster e, si spera, dei risultati.

L’addio di Bryant al parquet è stato l’ultimo tassello nel puzzle dei “vecchi” Lakers, quelli sempre alla ricerca della strada più breve per il successo, con tanti soldi da spendere e poca attitudine per un progetto a lungo termine.

La nuova strada è costruire un roster con veterani di esperienza a guidare rookie o quasi ancora da formare. L’armadietto del numero 24 è stato svuotato ed adesso i giovani (ben) scelti da Kupchak e soci devono dimostrare se il progetto è valido o meno.

Ciliege e torte

Mike Brown, Mike D’Antoni e Byron Scott si sono dimostrati incapaci di tirare fuori il meglio da una squadra disastrata. La loro scelta non è stata certamente tra le più oculate di Mitch.

Il primo veniva da un lustro di sconfitte in quel di Cleveland, nonostante avesse per le mani il giocatore migliore del nuovo millennio.

Il secondo era un grande innovatore, ormai superato dalla sua stessa invenzione. A sua discolpa, sono stati gli infortuni più che il suo operato ad essere deludenti.

Il terzo… beh, è Byron Scott: odiato dai tifosi, odiato dagli stessi giocatori e probabilmente odiato anche dalla moglie, è l’allenatore dei Lakers più perdenti di sempre.

E’ facile criticare a posteriori, ma almeno stavolta pare che Mitch abbia imparato da questi errori. Il nuovo corso, infatti, aveva bisogno di un nuovo condottiero e Kupchak ha capito che era il momento di rischiare: l’all-in è andato, come tutti sappiamo, sul jack di cuori Luke Walton, tra l’altro chiamato al Draft nel 2003 dallo stesso Kupchak. Un altro segno della rivoluzione in atto, dunque, il completamento di una strategia aggressiva e rischiosa, anche se in realtà con poche alternative.

Un rischio, è vero, ma molto ben calcolato.

Possibilità

Erano, e sono, in molti a sostenere che questa sia l’ultima chanche di Mitch  Kupchak alle redini della seconda franchigia più titolata della storia dell’NBA. A dir la verità, se fosse stato per chiunque non si chiamasse Buss e non fosse milionario, Mitch avrebbe già aggiornato il suo profilo su LinkedIn. Ma è innegabile che le mosse che ha compiuto negli ultimi tre anni sono frutto di una programmazione a lungo termine, operata (e indotta) sulle ceneri della disastrata gestione precedente. E fino ad adesso ogni mossa si è rivelata piuttosto fortunata.

Nance, Ingram, Clarkson, Russell, Randel
Nance, Ingram, Clarkson, Russell, Randle

Nonostante l’imminente stagione difficilmente porterà grosse soddisfazioni quanto a risultati, sarà la cartina tornasole di questo progetto: se i segnali saranno positivi e se i giocatori troveranno l’alchimia fornita da Walton, Kupchak potrà sedere ancora molti anni su quella scomoda poltrona di pelle del suo ufficio di L.A.

In caso contrario, quella pelle diventerà molto, forse troppo, rovente.

KOBE BRYANT A MILANO: il racconto della giornata

Kobe Bryant a Milano. E’ stata una giornata speciale quella di ieri per il Black Mamba e per le migliaia di tifosi italiani che nella giornata di ieri hanno seguito il loro idolo in tutte le tappe nell’appuntamento milanese del tour organizzato da Nike.

CONFERENZA STAMPA

Il primo appuntamento è stata una bellissima conferenza stampa, moderata da Flavio Tranquillo, in cui Kobe ha risposto alle domande dei giornalisti presenti e spiegato in cosa consista la Mamba Mentality.

Cliccando qui potete vedere l’intervista integrale registrata direttamente da Sky Sport.

KOBE ELITE CLINIC

Il secondo appuntamento è stato al Palalido, dove Kobe ha tenuto insieme a coach Ettore Messina un allenamento di circa un’ora a promettenti ragazzi e ragazze italiane under-20.

Gli esercizi sono stati tutti con la palla e l’attenzione dei coach si concentrava soprattutto nella correzione di piccole sbavature in fondamentali come il palleggio, gli scarichi, i blocchi e movimenti di pick ‘n roll.

Bryant, durante la sessione di allenamento, si è fermato anche a dare consigli individuali ai singoli ragazzi, aiutandoli a correggere i movimenti e spiegando loro come migliorarsi.

Coach Messina, insieme al suo assistente Mario Fioretti, ha gestito l’allenamento prendendo tutto seriamente, senza risparmiare neanche un istante ai ragazzi, che hanno capito ben presto di non essere li solo per una semplice passerella.

Particolarmente divertente il momento finale, quando Kobe ha chiesto ad una ragazza “Perché la tua compagna ti ha battuto nell’uno-vs-uno? Devi pensare perché ti ha battuto, capirne i motivi. La batterai la prossima volta? Si? Devi esserne convinta“. Mamba Mentality, per l’appunto.

Chissà se, tra queste giovani leve un giorno non nasca un nuovo Black Mamba, capace di riportare la nazionale italiana ai livelli che le spetta….

L’INCONTRO ALL’HOUSE OF HOOPS

La parte finale dell’evento si è spostato all’House of Hoops di Corso Vittorio Emanuele, dove Kobe ha risposto alle domande dei vincitori estratti del concorso organizzato da Nike.

Qui sotto potete leggere le risposte integrali di Kobe

Quali sono i consigli per trasmettere passione per il basket e la Mamba Mentality?

Il gioco deve essere divertente, ma bisogna insegnare come giocare, devi comiciare sempre dai fondamentali: cose come usare la mano sinistra, palleggiare… Soprattutto palleggiare: i fondamentali sono importantissimi.

Cosa è per te la Mamba Mentality?

“E’ la concentrazione, significa che la cosa che stai facendo in quel momento è la più importante. Nella pallacanestro è difficile, perché se sbagli 5 tiri pensi a quei tiri che hai sbagliato. Invece devi stare qui con la testa, non pensare a quello che è successo.

Cosa è per te la sconfitta?

E’ bellissima, perché senza la sconfitta vincere non vuol dire nulla. Con la sconfitta impari di più, mi piace vivere così, essere spinto a battere chi mi ha battuto

Il giocatore con cui hai avuto duelli più belli in campo?

Tim Duncan, anche se è difficile odiare gli Spurs, sono tutti “nice guys”. Però se devo scegliere uno direi Tim. Se ho avuto un rivale era lui, mi ha fermato dal vincere 4-5 anelli in più…. Anche io qualche volta l’ho battuto? Beh si dai, siamo 5-5

Sei mai stato ad un passo dal lasciare i Lakers?

Una volta si. Pensavo non volessero spendere per vincere e allora sono andato a trovarli e gli ho detto: io non  sono qui per fare punti, io gioco per vincere. Quali squadre mi avevano cercato? Clippers, Bulls, Spurs e Suns. Contento di essere rimasto? Si perché non volevo andare. Io lavoro 8-9-10 ore al giorno per farcela, io voglio vincere, ma se voi non volete vincere come me mandatemi via.

Quali sono i vantaggi e gli svantaggi nell’essere leader?

I vantaggi sono la possibilità di aiutare gli altri, per migliorare e aiutare a migliorare, ma è difficile perché non puoi pensare a te stesso, ma devi pensare agli altri. Se sei triste o hai avuto una brutta partita, non puoi pensare a te stesso, ma devi pensare ‘Cosa è successo a Lamar? Cosa è successo a Pau Gasol? Come si sentono loro?’. Stai sempre pensando a loro, alla loro vita a casa, devi sempre pensare a loro. Questa è la cosa più difficile ma anche la più bella

Quali sono i tuoi ricordi in Italia?

Tantissimi ricordi, giocare a minibasket qui, i camps… Dai camp quotidiani, a quelli di Montecatini… mi ricordo tutto. Mi ricordo di giocatori come Mario Boni o Alessandro Fantozzi, giocatori che giocavano contro mio padre. Però la cosa più importante la passione, la passione italiana. In America ogni tanto mi dicono che sono di fretta perchè parlo con le mani… viene da qui eh, sono cresciuto qui

Cosa hai pensato quando sei uscito dal campo al termine dell’ultima partita contro Utah?

Grazie a Dio abbiamo vinto una partita! Abbiamo vinto 17 partite, grazie a Dio abbiamo vinto questa, ero contentissimo di questo (risate, ndr). Volevo andare via con una vittoria. Non pensavo a cosa sarebbe successo dopo, ma solo celebrare la vittoria con le mie figlie e con i tifosi di Los Angeles. Stavo godendo di questo. Poi il giorno dopo mi sono svegliato alle 5, fatto una corsa e pesi… non potevo permettermi di tornare qui in Italia con la pancia! 

Il giocatore che mi ha messo più in difficoltà?

Come difensore Tony Allen, mentre da marcare Gary Payton, Carmelo Anthony e Kevin Durant… con la sua altezza è difficile capire dove Durant sia debole. Io lo stavo per capire, ce l’avevo quasi fatta ma poi mi sono ritirato

Quali sono i tuoi nuovi sogni?

Voglio insegnare il gioco, insegnare la vita… Le cose che sto pensando sono scuole, camp, libri, film… Voglio insegnare con le storie… Questo è quello che voglio fare. 

Il compagno di squadra con la mentalità più simile alla mia?

Pau Gasol, senza dubbio. Io e lui siamo uguali. Senza di lui non avrei mai vinto gli altri due titoli. Non lo conoscevo personalmente, ma le skills c’erano tutte. Non puoi sapere come è una persona, ma quando lo vedi tutti i giorni ti accorgi di quanto è incredibile.

Cosa ti ha fatto rimanere ai Lakers tutto questo tempo?

Non puoi rimanere con una squadra solo quando va bene. Jerry Buss mi diceva ‘Kobe vogliamo vincere, io spenderò tutto il possibile per vincere’. Per me questo discorso è ok, io resto qui nella buona e nella cattiva sorte. A volte andiamo su, altre giù, ma se si vuole vincere poi alla fine si riesce. E’ facile quando le cose vanno male andare da un’altra parte e vincere… tutte le persone sono differenti, ma a me piace la difficoltà

Cosa è cambiato tra il Kobe di inizio carriera a quello di adesso?

Adesso mi crescono i peli sulla faccia, non più in testa. (risate, ndr). E poi ho imparato ad avere compassione. Prima ero giovane e non pensavo agli altri, ma pensavo solamente alla cosa che dovevo fare, vedevo la pallacanestro come un assassino. Vedevo solamente una cosa e facevo quella. Adesso invece no: sette-otto anni fa sono cambiato e ho iniziato a pensare agli altri. Posso dire di aver perso i capelli e aver aumentato la compassione.

Roba da Mamba Mentality, robe da Kobe Bryant.

Behind the NBA: Luol Ajou Deng, da rifugiato ad All-Star NBA

Luol Deng campione in campo e nella vita

I Los Angeles Lakers hanno da poco firmato Luol Deng proveniente dai Miami Heat. Pericoloso dal perimetro e difensore davvero egregio, anche se comincia ad essere avanti con l’età. Ma in questo caso noi non vogliamo parlarvi della vita da sportivo di Luol, ma del grande esempio che è come uomo e come professionista.

Luol Deng: la sua storia

Nato a Waw in Sudan nel 16 Aprile del 1985 nella Tribù dei Dinca, la Tribù che produce gli uomini più alti del mondo. Ultimo di nove figli, due dei quali giocano anch’essi a basket. Il padre era un Parlamentare Sudanese. E’ dovuto emigrare in Egitto con tutta la sua famiglia per scappare dalla Seconda Guerra Civile Del Sudan. Ed è proprio li che ha cominciato ad eseguire i primi palleggi con una palla da Basket.  Poco dopo essersi stabilito in Egitto incontra il celebre Manute Bol, che non a caso fa parte della sua stessa Tribù. Lo stesso Bol aveva insegnato al fratello maggiore di Luol, Ajou Deng, i fondamentali del gioco, e a detta sua anche quelli della vita. Poco dopo sono costretti di nuovo a emigrare ed a trasferirsi a Brixton nel sud di Londra.

Oltremanica Luol muove i primi passi verso il mondo dei professionisti, venendo convocato nella Nazionale Under-15. A 13 anni ha giocato alle qualificazioni agli Europei giovanili, contribuendo alla qualificazione della sua Nazionale, e venendo eletto MVP con un’assurda media di 40 punti e 14 rimbalzi a partita. Successivamente disputa gli Europei venendo di nuovo nominato MVP grazie ad una media di 34 punti a partita. In quel periodo si appassionò molto anche al calcio, diventando fan di Faustino Asprilla, calciatore colombiano. A 14 anni approda negli Stati Uniti e si iscrive alla Blair Academy nel New Jersey, venendo nominato co-capitano della squadra insieme a Charlie Villanueva.

Durante il suo ultimo anno di liceo veniva considerato il secondo miglior talento a livello liceale dopo LeBron James. Dopo un anno di college si dichiara eleggibile al Draft. Formerà poi una straordinaria coppia sia in NBA ai Chicago Bulls, che in Nazionale con l’amico Ben Gordon. E’ stato più volte leader della lega per minuti giocati (38.3 mpg).

Deng per il sociale

Il 3 maggio 2007 viene votato dai suoi colleghi come giocatore più sportivo in campo, conquistando lo Sportsmanship Award. In seguito al premio l’NBA dona 25.000 dollari alla Pacific Garden Mission, l’organizzazione più antica e famosa degli Usa. Nel 2008 ha vinto il Golden Icon Award For Best Sports Male Role Model ed il 2008 UN Refugee Agency’s Humanitarian of the Year Award, entrambi premi per la sua grande attività per le persone meno fortunate. Garantendo quindi beni di prima necessità a molti bambini Africani. Vince un Walter Kennedy Citizenship Award nel 2014 come giocatore attivo nel sociale, contribuendo ad un programma volto a fornire educazione scolastica e sportiva a milioni di bambini disagiati.

La sua Luol Deng Foundation, attiva a Chicago, in Sudan e nel Regno Unito, finanzia numerosi programmi e progetti nell’area di Chicago e in tutta l‘Africa. La fondazione ha collaborato con l’UNHCR, il World Food Programme, la lega e gli stessi Bulls per migliorare le condizioni di vita e garantire l’accesso ai beni di prima necessità per le popolazioni africane più bisognose.

Dicono di lui: 

Eric Bressman giornalista del Dime Magazine, nel 2011, lo definisce il giocatore più sottovalutato della lega. Ha inoltre scritto che è stato la spina dorsale della sua squadra, gli allora Chicago BullsThibodeau lo ha definito “la colla” che tiene uniti i Bulls, un grandissimo professionista che studia gli avversari, che si allena con grande intensità e dedizione, e che ha aiutato questa squadra a diventare migliore ogni giorno.  Pare che questa volta Mitch Kupchak ci abbia visto davvero giusto, aggiungendo il giocatore giusto per la crescita dei suoi talentuosi giovani Lakers. Un esempio dentro e fuori dal campo. Un faro che saprà di sicuro illuminare la strada della franchigia alla tanto attesa rinascita. Un gigante buono, che ha il cuore come muscolo più grande.