Olimpiadi Los Angeles 2024, attesa per il 13 settembre

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La leggenda dell’NBA Magic Johnson, la proprietaria dei Los Angeles Lakers Jeanie Buss e il rapper Andre “Dr. Dre” Young, fanno parte di un gruppo di 117 membri candidati per le olimpiadi di Los Angeles 2024.
LA 2024 ha confermato l’intera lista sul suo sito ufficiale. Tra gli altri nomi a comparire in questa lista ci sono: Steve Ballmer (Presidente dei Los Angeles Clippers), Larry Baer (Presidente dei San Francisco Giants) e infine Bob Iger (Presidente della Walt Disney Company).

Casey Wasserman, presidente di LA 2024 ha rilasciato una dichiarazione:

“Il mondo sta cambiando, e così a cambiare sono anche i bisogni nelle rappresentazioni e programmi Olimpici. Ciò che viene richiesto è un nuovo modo di pensare, e questo è esattamente ciò che il gruppo di 117 leader e il Consiglio di Amministrazione di LA 2024 porta alla candidatura di Los Angeles per i Giochi Olimpici e Paraolimpici 2024. L’88 per cento dei guadagni andrà a sostenere il pubblico per i Giochi, dato che non vi è la necessità di costruire eventuali nuove sedi permanenti. Ciò significa che invece di concentrarsi su progetti di costruzione complessi e costosi, possiamo dedicare l’incredibile energia e la creatività di questo gruppo per collegare i Giochi per il futuro.”

Anche il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha confermato il suo sostegno per i giochi olimpici durante un’intervista radiofonica su Westwood One, a Nick Zaccardi di NBC Sports.
“Volevano avere la mia approvazione, ed io gliel’ho data senza esitare. Mi piacerebbe vedere le Olimpiadi a Los Angeles. Penso che sarebbe semplicemente fantastico. I membri del comitato degli Stati Uniti mi hanno chiesto di parlare a questo proposito, ed io li ho aiutati, adesso non resta altro che aspettare e vedere cosa succede. Ma sarei molto felice e onorato se venisse scelta la città di Los Angeles”.
Il CIO annuncerà la città che ospiterà le Olimpiadi 2024 durante una seduta a Lima, in Perù, Mercoledì 13 settembre.

La classifica dei migliori Team USA

Il Team USA portato a Rio 2016 non ha entusiasmato così tanto, alcuni dei migliori giocatori del mondo hanno infatti deciso di restare a casa. In parte questo è ciò che ci si può aspettare quando un solo stato domina praticamente incontrastato in uno sport. Da quanto, nel 1992 l’NBA ha dato il permesso ai giocatori di partecipare a tornei estivi, gli Stati Uniti hanno mancato l’oro solo una volta, nel 2004.

Quest’estate la squadra non è completamente a prova di proiettile, come hanno dimostrato fin ora a livello difensivo. Sta sera se la giocheranno con la Spagna (gli avversari più duri da battere quattro anni fa), perdere li manderebbe facilmente infondo alla classifica dei 7 Team USA.

Vediamo gli altri sei:

6. 2004

La peggior squadra che gli Stati Uniti abbiano mai inviato alle olimpiadi nell’ultimo quarto di secolo. Una medaglia d’oro nella pallacanestro maschile è ormai un diritto di ogni Americano, portare a casa un bronzo lo si può quindi considerare senza mezzi termini un fallimento.

Nonostante il potenziale ci fosse, la squadra era costruita male ed inadatta al gioco internazionale. Peculiarità evidenziata da giocatori come Allen Iverson e Stephen Marbury a fianco dei giovanissimi LeBron James e Carmelo Anthony. Sconfitti in semifinale contro una maestosa Argentina.

Il fallimento di questa spedizione ha portato però a due cose positive, l’ascesa della già citata generazione d’oro Argentina di Ginobili&Co. Ed il fatto che il comitato USA iniziasse a prendere più seriamente le olimpiadi. Come prima cosa dando inizio ad un progetto più o meno serio e continuo con coach Mike Krzyzewski.

5. 2000

Ricordati da tutti per la famosissima schiacciata di Vince Carter sul francese Frederic Weis. Ma questa medaglia d’oro è ben lontana dal meglio che gli Stati Uniti sono stati in grado di farci vedere. Basti pensare che ben tre volte gli avversari hanno giocato in uno scarto di 10 punti, cosa inaudita fino ad allora.

4. 2012

US men's basketball team

Squadra abbastanza discontinua, a Londra hanno rischiato molto con Spagna e Lituania, vincendo veramente di poco. Tuttavia l’oro alla fine è arrivato, segnando un deciso cambio generazionale rispetto all’edizione precedente.

3. 1996

1996_Dream_Team

Nulla da discutere sul loro talento, molti li chiamavano infatti “secondo Dream Team”. Basti pensare che oltre a 5 giocatori del vero Dream Team si erano aggiunti pezzi grossi come Shaquille O’Neal e Reggie Miller.

Ciò che li piazza una gradino sotto alla squadra del 2008 è la concorrenza, praticamente inesistente in quella edizione dell’olimpiade.

2. 2008

La squadra del riscatto. Dopo la figuraccia del 2008 rifilata dall’Argentina, il Team USA si è preparato di tutto punto, portando a Pechino una squadra maestosa. C’erano giocatori al culmine della loro carriera, quali Deron Williams, LeBron James e Kobe Bryant. Gli ultimi viaggiarono senza problemi sopra i 30 di media. Superarono tutte le gare, battendo l’argentina di 20 in semifinale e la Spagna di 11 in finale.

1. 1992 IL DREAM TEAM

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E’ impossibile non considerarli i genitori di tutte le nazionali che hanno mai giocato alle olimpiadi. Il Dream Team del 1992 era una forza cestistica senza eguali. Che ha segnato l’inizio dell’avvento del mondo NBA in tutto il pianeta terra.

Sui 12 giocatori del roster 11 sono ora nella Hall of Fame, e sarebbero stati 12 se solo Isiah Thomas non fosse stato escluso per volere di Jordan.

Le due partite più combattute sono state contro la Croazia, la prima vinta di 33 e la seconda di 32.

 

Fonte: The Score.

Charles Barkley su Team USA: “Penso che abbiano un attacco stagnante”

Sono passati 24 anni da quando alle Olimpiadi di Barcellona si è esibita la squadra di basket più forte di tutti i tempi, una squadra che, inevitabilmente, ha influenzato chiunque l’abbia incontrata o chiunque l’abbia vista anche solo in video: il Dream Team. FOTO_215972

Charles Barkley, uno dei protagonisti di quella squadra da sogno e protagonista oggi nel panorama cestistico come analista, non si è lasciato sfuggire l’occasione di sottolineare le manchevolezze di Team USA (non più chiamato “Dream”, forse, per non subire oltremodo confronti, sempre più inappropriati) impegnato alle Olimpiadi di Rio.

Le parole di Sir Charles

La squadra americana, allenata da coach Mike Krzyzewski, pur non avendo perso ancora una partita, da l’impressione di non avere più quell’aura di imbattibilità, esprimendo poche idee in attacco e ancor meno in difesa. Intervistato da Brad Cesmat di Sports360AZ.com, Barkley critica sia il gioco espresso dagli americani, sia la squadra in sè:

“Ovviamente spero che vincano l’oro. Il mio desiderio è sempre quello che vinca la medaglia d’oro. Non penso che abbiano fatto un buon lavoro -sono tutti ottimi giocatori, non fraintendetemi- vogliono tutti la palla.

A parte DeAndre Jordan, ogni giocatore in quella squadra vuole la palla per sé. Li vedi giocare un sacco di uno contro uno. […] Ma prendi gente come Kyle Lowry, uno forte, vuole segnare. Kyrie vuole segnare. Kevin vuole segnare. Derozan vuole segnare. Quindi, penso siano davvero stagnanti in attacco.”

Infine Barkley fornisce un ulteriore riflessione a corollario del suo discorso:

“Quando creeranno la squadra in futuro, devono mettersi in testa che non basta avere degli ottimi, eccellenti giocatori offensivi. Devono avere anche giocatori che se non prendono un tiro non stiano lì intorno a deprimersi.”

Parole più che condivisibili, parole che se ascoltate potrebbero far riflettere l’intera squadra, così da avere un approccio più umile e una squadra più amalgamata. Con Popovich cambierà la musica per il Team USA? 072416-kevin-durant-kyrie-demarcus-usa-china

Guida semitecnica ai quarti di finale dell’Olimpiade

Mandata in archivio la fase a gironi, lo stacco serve a ritemprarsi un attimo. Sono stati dieci giorni intensi fatti di tanto basket, tanti spunti, tanta passione, tanto spirito. Metterlo per iscritto, provando anche magari a fare il punto sui futuri quarti di finale, è operazione di tipo semiotico, perché l’utilizzo di simboli e segni condivisi non può spiegare appieno qualcosa che ha anzitutto dimensione teorica, ma ciò che emerge sarà per forza di cose lacunoso. Ci proviamo ugualmente, con impegno e buona volontà.

Taca banda.

 

USA-Argentina

francia-spagna

Arge-USA, pre-Rio
Arge-USA, pre-Rio

Partiamo da un’ovvietà: gli statunitensi fanno paura. Restano i favoriti e possono perdere l’oro soltanto loro. Ma proprio qui sta la notizia: possono perderlo.

Team USA è stato deludente, al di là delle cinque vittorie. I mostri del 2008 e del 2012 sono altra storia, e persino le versione giovani e arrembanti dei Mondiali paiono lontane anni luce. Perché quelle erano squadre che per morivi diversi affamate e agli avversari non lasciavano che le briciole, e forse neanche quelle. Questi Stati Uniti sono, invece, umani, o almeno, così si sono dimostrati. Dopo le prime due gare vinte in scioltezza nell’ordine hanno avuto la meglio sull’Australia anche capace di metterli sotto, hanno pensato di averla già vinta nel primo quarto contro la Serbia rischiando di andare al supplementare sull’ultimo tiro slavo, e contro la Francia hanno messo in campo lo spirito  da “Festa della patata”.

Poi chiaro, i quarti di finale sono tutta un’altra cosa, nelle gare dentro-o-fuori emerge la grinta, ma questo non varrà per i soli americani, ma anche per gli avversari che si troveranno di fronte. Anthony, Durant e Irving hanno cantato e portato la croce, risolto nei momenti decisivi, mentre la truppa al seguito si è limitata ad andare a sprazzi con picchi alti (Butler, DeRozan), bassi (Thompson) e addirittura deleteri (Cousins e Jordan). Hanno giocato al gatto sornione col topo, ma il topo, in quanto topo, consapevole di essere topo fa di tutto per non farsi artigliare. Poi può capitare che il primo topo sia particolarmente esperto (Scola, Ginobili. Nocioni), o sgusciante (Campazzo, Deck) o imprevedibile (Laprovittola) o energico (Delìa) e allora i fattori di cui tener conto si moltiplicano.

In sostanza, se gli Stati Uniti faranno gli Stati Uniti, l’Argentina farà l’Argentina: non si darà per vinta, sputerà sangue, metterà il fisico e le mani addosso, colpirà quando avrà l’occasione e non mollerà fino alla sirena conclusiva. Non è più tempo di passeggiate, tocca correre, e sta a Team USA capire che o si adatta o prevalgono gli altri, che sono meno talentuosi ma ferocemente determinati a sopravvivere. Forma mentis che gli uomini di coach K dovrebbero avere presente, visto che proprio gli americani hanno fondato la loro filosofia come popolo sul darwinismo sociale.

 

Spagna-Francia

francia-spagna

La quiete prima della tempesta...
La quiete prima della tempesta…

Di nuovo? Sì, di nuovo. Facciamo un rapido résumé (e qui chi scrive fa sfoggio del passato, peraltro non troppo glorioso, al liceo internazionale francese).

Eurobasket 2009, la Spagna vicecampione olimpica nella kermesse continentale ha stentato, si qualifica da quarta del secondo girone alla fase a eliminazione diretta, trova una Francia in forma che nell’Additional Round ha seccato Italia e Belgio, la batte di 20 punti e si invola verso il suo primo titolo europeo; Mondiale 2010, le due vicine di casa si ritrovano nel girone alla prima giornata, e i Bleus senza Tony Parker si prendono una mini vendetta ma gli iberici arriveranno parimenti davanti nel girone e usciranno ai quarti contro la Serbia mentre la corsa dei francesi si ferma contro i turchi padroni di casa agli ottavi; Eurobasket 2011, l’atto conclusivo è tra Spagna e Francia, che dura solo quarto e mezzo prima di trovarsi col fiato corto a inseguire un avversario fuori portata; Olimpiade 2012, quarti di finale, la Roja già sconfitta dalla Russia sceglie di perdere l’ultima gara contro il Brasile per non finire nella parte di tabellone degli Stati Uniti, trova gli Enfants de la patrie sul proprio cammino, gara a basso punteggio decidono i Gasol, che arriveranno fino alla finale contro Kobe, LeBron e compagnia; Eurobasket 2013, semifinale a Lubiana, partita tirata, supplementare, pandemonio ma alla fine Parker c’è, Batum c’è, Marc Gasol pure ma non basta, perché mancano Pau e Navarro, in seconda battuta Ibaka e Reyes, e insomma, la Francia si invola verso il suo primo oro continentale; Mondiale 2014 in Spagna, le due sono compagne di girone e il primo match dice +24 secco dei padroni di casa, ma non è finita, perché le due si ritrovano nei quarti e i Bleus rendono la pariglia, +15, eliminazione della Roja e ondata di critiche per Orenga che lascerà posto allo Scariolo-bis; infine, Eurobasket 2015, la Spagna ricorda, non perdona, e in semifinale a Lille colpisce a domicilio come i francesi l’estate prima, infliggendo l’unica sconfitta della manifestazione. Il finale ce lo ricordiamo tutti, quindi omettiamo info inutili.

Ora, domanda: se avete letto attentamente il papiro qui sopra e non vi siete abbioccati, dobbiamo davvero spiegarvi ulteriormente perché questo sarà un incontro fondamentale?

 

Lituania-Australia

Come andrà stavolta?
Come andrà stavolta?

Senza via di scampo. Gli Aussies ormai non possono più nascondersi, devono giocare a carte scoperte: sono stati il fenomeno tecnico della fase a gironi, e quando sei un fenomeno tecnico la logica conseguenza è che diventi, prima o poi, anche un fenomeno mediatico. Puntualmente, la selezione australiana è diventata “la nazionale che ha mostrato il miglior basket del torneo” e una “candidata alla medaglia”.

La realtà, al di là dell’esaltazione per motivi personali o professionali, è meno poetica e più prosaica: l’Australia ha giocato bene, in difesa concedendo l’arco solo quando era strettamente necessario e in attacco curando le spaziature e il bilanciamento tra le conclusioni dei lunghi e quelle dei piccoli, trovando Patrick Mills in versione Re Mida, Broekhoff e Dellavedova pronti a mordere le caviglie di qua e il canestro di là, Bogut solido, Baynes mobile e quasi chirurgico sotto le plance, e in più dalla panca si è alzato spesso e volentieri Andersen apparentemente ringiovanito. Indubbiamente una bella pallacanestro, da interpretare e da vedere, ma altrettanto bella è stata quella argentina, quella spagnola (post consueto impasse iniziale) e quella slava, declinata sia in chiave croata che serba.

Anche la Lituania ha avuto i suoi magic moments, indubbiamente, ma ha patito la dipendenza da Kalnietis e l’inconsistenza (punita ad ogni giro da coach Kazlauskas) di Valanciunas. In generale i baltici hanno nel loro punto di forza anche il loro punto debole: per vincere devono trovare fiducia, e trovano fiducia solo se trovano il canestro, grazie alla straordinaria sensibilità dei loro polpastrelli. Quello che è piaciuto di più (a chi scrive, s’intende, e auspichiamo anche alla futura squadra) è stato Domantas Sabonis, che magari non sarà un esterno nel corpo di un lungo come il padre ma ha senso del canestro, della posizione e carattere indomito per tappezzare quell’area dove, al momento, Valanciunas è disperso in azione. Oltre a lui, la Lituania se vuole superare la next sensation australiana, dovrà contare su Kalnietis, Seibutis, Kuzminskas, Maciulis, gente che ha la calamita per il canestro. E sul solito entusiasmo cestistico baltico, chiaramente.

 

Serbia-Croazia

"Hey, brother..."
“Hey, brother…”

“Ma in generale la Jugoslavia è sempre stato un paese unito, nonostante ci fossero tanti popoli diversi al suo interno. Anche oggi, quando la Croazia perde, la prima squadra per cui facciamo il tifo è la Serbia. Sono nostri fratelli”. Il virgolettato non è di un politico o di un intellettuale o (per venire al nostro ambito) un cestista, ma di una caratterialmente scintillante quarantenne con cui chi scrive ha avuto il piacere di lavorare. Un’altra ragazza croata, brevemente incontrata alla fermata dell’autobus, confermava pochi giorni dopo: “Sì, eravamo come fratelli, poi hanno voluto separarci, interessi internazionali immagino, ma dopo la guerra i rapporti sono tornati buoni, come se non fosse successo nulla”.

Scorci e voci di vita vissuta dalla gente comune, quella vox populi che rappresenta, come diceva un antico proverbio, in fondo la voce della verità, o almeno di una parte di essa, da cui magari può derivare un significato al famoso episodio che vide Divac strappare la bandiera croata dalle mani del tifoso: non più odio verso i separatisti, come qualcuno superficialmente ha raccontato, ma sofferenza per lo scisma imminente con i propri fratelli. Nota a margine: sentimento che forse gli italiani non comprenderanno mai appieno, persi come sono dietro i loro campanilismi.

Serbia-Croazia è anche questo. Non solo, ma anche. Serbia-Croazia è sempre e sarà ancora una gara dura, piena di colpi al limite e qualcuno pure proibito, non perché i due paesi si detestino, ma perché sono composti di gente altrettanto dura, generosa, ma dura, che come diceva Boris Stankovic (padre cestistico di entrambe e originale deus ex machina del Dream Team) ha sempre distinto tra periodo di guerra e periodo non di guerra, e forse proprio per questo è sempre andata meglio negli sport di squadra (calcio, basket, volley, pallanuoto e via dicendo), perché è abituata a fare dell’unione la propria forza. Per la nota a margine, vedi sopra.

 

 

 

ROAD TO RIO: Kevin Durant è la star di Team USA

ROAD TO RIO: Kevin Durant è la star di Team USA

Con buona pace di Carmelo Anthony, è Kevin Durant il giocatore più rappresentativo della compagine americana a Rio. KD è chiamato a farsi perdonare dal pubblico americano portando a casa una medaglia d’oro che sembra decisamente alla portata della sua nazionale: l’accusa è quella di aver abbandonato gli Oklahoma City Thunder per il nemico, di aver scelto una scorciatoia per vincere. Il nemico si chiama Golden State, squadra frantuma-record nonchè vice campione NBA. Con lui, Curry, Thompson, Green ed il sistema Warriors, sembra proprio che per gli avversari non ci sia scampo. Durant e la sua nuova franchigia sono quindi considerati i “villains” della NBA, la squadra che tutti vogliono vedere perdere. L’ex Thunder però non ci sta: uno con il suo talento non può accettare di non vincere.

 

Gli inizi

Questo talento per altro si è mostrato fin da bambino, quando Kevin gioca con gli amici nel campetto sotto casa in Maryland. Qui cresce senza il padre, andato via di casa sette mesi dopo la sua nascita avvenuta il 29 settembre 1988 a Washington. Sono quindi mamma Wanda e nonna Barbara a crescere lui, i suoi fratelli Rayvonne e Tony e la sorella Brianna. Da bambino però Kevin non ha solo un grande talento, è talmente più alto dei suoi compagni che la maestra deve sempre metterlo in ultima fila: questo aspetto della sua vita fa lo fa soffrire molto, nonna Barbara lo consola ogni volta dicendogli che la sua altezza sarebbe stata la sua fortuna. Trova una figura paterna in Charles Craig, soprannominato Big Chucky, che lo aiuta a migliorare i movimenti di gioco.

 

L’amicizia con Beasley

MICHAEL BEASLEY E KEVIN DURANT
MICHAEL BEASLEY E KEVIN DURANT

A 11 anni conosce uno dei suoi migliori amici: Michael Beasley. Il primo incontro avviene ad un allenamento dei Jaguars, squadra dove KD già militava e dove B-Easy viene invitato da un amico ad allenarsi col permesso del coach. Michael si fa però cacciare prima della fine dell’allenamento e, non contento, ruba una pizza destinata alla squadra. Dopo qualche giorno, i due si rincontrano e Kevin chiede spiegazioni per quel gesto. La risposta di Michael è di quelle che non lasciano indifferente nessuno: “non sapevo quando avrei mangiato di nuovo”. Parlando i due scoprono di abitare vicini e di vivere entrambi con un solo genitore: queste similitudini e la passione comune per il basket gettano le basi per la loro grande amicizia che avvicina anche le famiglie, al punto che Michael e sua madre faranno quotidianamente colazione a casa Durant.

 

High School e College

La carriera liceale di Kevin è una marcia trionfale. Cambia molte squadre ma i numeri sono sempre quelli del fenomeno: la stampa inizia ad accorgersi di lui. Durante la sua permanenza ad Oak Hill però subisce un duro colpo: Big Chucky viene ucciso all’età di 35 anni in una sparatoria che aveva cercato di sedare. Da quel momento Durant giocherà sempre col numero 35.

“Voglio far sapere a tutti il motivo per cui ho scelto questo numero. Il mio obiettivo è non farlo dimenticare”.

È il momento di andare al college, la scelta ricade sulla University of Texas. Qui il numero 35 tiene delle medie spaventose: 25.8 punti di media e 11.1 rimbalzi. Dopo un solo anno decide di rendersi eleggibile al draft, dove viene scelto dai Seattle SuperSonics con la seconda chiamata assoluta.

 

L’ascesa fino alle Finals

DURANT, WESTBROOK ED IBAKA: I BIG THREE DI OKC
DURANT, WESTBROOK ED IBAKA: I BIG THREE DI OKC

Vince il premio di Rookie of the Year senza rivali, complice anche l’infortunio di Greg Oden che era stato scelto con la numero 1 da Portland. L’anno dopo la franchigia cambia nome e città: i Seattle SuperSonics diventano gli Oklahoma City Thunder. Nella stagione 2009/2010 vince per la prima volta il titolo di capocannoniere NBA con 30.1 punti di media.
È inoltre il trascinatore di Team USA ai mondiali in Turchia, dai quali torna con la medaglia d’oro ed i titoli individuali di capocannoniere ed MVP del torneo.
Si conferma capocannoniere NBA anche nelle due stagioni successive. La stagione 2011/2012 in particolare segna un grande momento di svolta nella sua carriera: KD e Westbrook trascinano i Thunder alle Finals contro i Miami Heat dei Big Three lebron, Wade e Bosh. Le Finals vedranno però la disfatta dei Thunder, sconfitti 4-1.

 

Le stagioni altalenanti di OKC

Durante l’estate parteciperà alle Olimpiadi di Londra, dove vince un altro oro ed il titolo di MVP della finale.
Gli infortuni dei Big Three dei Thunder faranno sì che la squadra non si possa mai esprimere ai massimi livelli nei playoff. Nella stagione 2012/2013 vengono eliminati al secondo turno da Memphis con un sonoro 4-1 dopo aver chiuso la Regular Season al primo posto. Nel 2013/2014 si fermeranno in finale di Conference sconfitti dai San Antonio Spurs, futuri campioni. Durante questa stagione però Durant mette insieme l’accoppiata capocannoniere-MVP della regular season (qui il video del famoso discorso) e batte il record di Jordan di partite consecutive con almeno 25 punti, saranno 41 in totale.

Nel 2014/2015, complice una serie di infortuni che lo colpiscono, OKC non si qualifica neppure ai playoff. L’anno successivo invece la cavalcata si ferma contro i campioni in carica: i Golden State Warriors. I Thunder erano in vantaggio 3-1 nella serie ma non sono riusciti ad assestare il colpo vincente. Sul banco degli imputati salgono lui e Westbrook, accusati di non avere una mentalità vincente quando conta.

 

L’addio ai Thunder

I NUOVI BIG THREE DI GOLDEN STATE
I NUOVI BIG THREE DI GOLDEN STATE

La free agency di quest’estate l’ha visto passare ai Warriors con tutte le conseguenze, spesso eccessive, del caso. Il web è pieno di media dove si vede una maglia blu-arancione col numero 35 prendere fuoco. Quello che era il loro trascinatore, viene ora considerato un traditore.

Ora però KD ha solo un obiettivo: tornare da Rio con la medaglia d’oro. I suoi precedenti in nazionale lasciano pensare che sarà il protagonista assoluto della manifestazione. Le Olimpiadi serviranno anche a lanciare un messaggio ai Cleveland Cavaliers, campioni in carica della NBA a cui Durant vuole strappare il titolo. The Durantula vuole mordere tutte le competizioni quest’anno, la sete di vittorie ha superato il limite della sopportazione. Gli avversari sono avvisati.