Golden State Warriors alle Finals: continua il dominio. Obbiettivo three-peat

Golden State Warriors

Le NBA Finals ci hanno sempre regalato tante emozioni, dalla prima storica finale tra i Chicago Stags e i Philadelphia Warriors disputata nel 1947 fino ad arrivare ai giorni nostri. Nel corso degli anni varie squadre si sono date battaglia per il titolo, alternandosi in più occasioni sul trono. Alcune squadre invece sono riuscite a creare delle vere e proprie dinastie per apparizione e vittorie nelle Finals, come ad esempio i Golden State Warriors. Se escludiamo le dieci finali disputate dai Boston Celtics tra il 1957 e il 1966, i Warriors vantano la striscia più lunga di apparizione consecutive all’ultimo atto, ben cinque (tra il 2015 e il 2019). Un vero e proprio dominio.

Ora l’obiettivo è centrare lo storico three-peat. Solo altre quattro squadre sono riuscite a centrarlo. Il risultato permetterebbe alla franchigia della Baia di entrare definitivamente nell’Olimpo della NBA.

GOLDEN STATE WARRIORS: LE CHIAVI DEI SUCCESSI

Andre Iguodala, Draymond Green e Stephen Curry.

Le chiavi dei successi di Golden State sono molteplici: dallo strapotere offensivo, alla difesa diretta magistralmente. Steve Kerr è riuscito ad equilibrare un gruppo di grande carattere e grandi individualità rendendola una squadra vincente. Il leader tecnico della squadra è sicuramente Stephen Curry: definirlo uno dei migliori tiratori della lega è riduttivo, è un giocatore completo che può segnare in qualsiasi maniera. Insieme a Klay Thompson formano una delle coppie di guardie più forti della storia NBA. A completare il quadro offensivo c’è Kevin Durant, il secondo migliore giocatore in circolazione per mezzi fisici e talento, prima del infortunio stava viaggiando a 34.2 punti, 5.2 rimbalzi e 4.9 assist con il 51.3% dal campo. Il pilastro vero dei successi di Golden State è la difesa: diretta da uno dei giocatori più intelligenti visti su u campo da basket ovvero Draymond Green e dal veterano Andre Iguodala, vincitore del titolo di MVP nelle finali del 2015.

Una difesa granitica e un attacco semplicemente mostruoso ha permesso ai Warriors di vincere tre delle quattro finali disputate. Una piccola macchia data dalla troppa fiducia è la sconfitta contro i Cavaliers di LeBron James e Kyrie Irving con la serie nelle loro mani per 3-1. Golden State si è qualificata per la quinta finale consecutiva, ed ora attende la vincente tra Milwaukee Bucks e Toronto Raptors.

DINASTIE A CONFRONTO

Solo LeBron James, grazie alla clamorosa rimonta alle Finals 2016, ha interrotto il dominio dei Golden State Warriors.

I Golden State Warriors sono uno dei team più vincenti di sempre, ma in passato ci sono state altre squadre che hanno creato delle vere e proprie dinastie. Oltre i già citati Boston Celtics con le dieci finali consecutive e i diciassette titoli vinti, ci sono i Los Angeles Lakers. la squadra della California ha ben distribuito i suoi sedici titoli dimostrandosi una delle squadre più continue della storia. Dal primo successo nel 1949 (quando la franchigia aveva la base a Minneapolis), ai vari successi di Magic Johnson e Kareem Abdul-Jabbar, fino ai cinque titoli vinti dalla leggenda Kobe Bryant. Durante l’egemonia dei Lakers sono riusciti ad inserirsi i San Antonio Spurs. Guidati dal più enigmatico degli allenatori NBA: Gregg Popovich e dal talento di Tim Duncan ( tre volte MVP) sono riusciti a vincere quattro titoli tra il 1999 e il 2007. Impossibile dimenticare i Chicago Bulls tra il 1991 e il 1998,  che è stata sei volte in finale vincendole tutte, con  Michael Jordan MVP assoluto, Scottie Pippen secondo violino e Dennis Rodman leader difensivo.

In ultimo, ma non meno important,e le otto finali consecutive giocate da LeBron James, l prime quattro con la casacca dei Miami Heat (vincendone due) e le altre quattro nella seconda avventura ai Cleveland Cavaliers riuscendo a vincere un titolo proprio nell’era Golden State. Le dinastie nascono dal nulla e possono finire all’improvviso, ma quello che hanno fatto i Golden State Warriors e i loro predecessori resterà per sempre nella storia della NBA.

Warriors-Trail Blazers, le pagelle della serie: Curry domina. Lillard delude

Warriors-Trail Blazers.

Nonostante ci abbiano provato con tutte le forze, i Portland Trail Blazers non sono riusciti a prolungare la serie contro i Golden State Warriors oltre gara 4. La franchigia della Baia (nonostante le assenze di KD, DeMarcus Cousins e di Andre Iguodala nell’ultimo match) esce dalla serie senza neanche una sconfitta e con un Stephen Curry pienamente ritrovato. Ora, ai ragazzi di Steve Kerr,  tocca aspettare almeno altre due gare prima di sapere il nome dell’avversaria che si ritroveranno ad affrontare alle Finals. Nel frattempo diamo i voti ai protagonisti della Finale della Western Conference, Warriors-Trail Blazers.

 

WARRIORS-TRAIL BLAZERS: LE PAGELLE DEI VINCITORI

Stephen Curry, voto 9: nelle due serie contro i Clippers e i Rockets non si è visto il solito Steph, molto sotto tono. In tanti dicevano che questi erano addirittura i peggiori playoff della sua carriera. Però, dall‘infortunio di Durant, il playmaker nativo dell’Ohio si è ripreso in mano l’attacco dei Warriors ed è tornato a realizzare prestazione con 9/10 triple realizzate. Per il numero 30 della franchigia di Oakland 36.5 punti, 7.5 rimbalzi e 7.2 assist di media nei 4 match, tirando con il 42.7% da oltre l’arco. Il messaggio del figlio di Dell è chiaro: “Kevin ai Blazers ci penso io, tu pensa a recuperare per le Finals“. MVP della sfida.

Klay Thompson, voto 7.5: la sua fase difensiva, soprattutto su CJ McCollum, è qualcosa da far studiare nelle scuola di basket. A dimostrazione di ciò ci sono le 2 palle recuperate di media a partita e il calo delle percentuali al tiro degli avversari (soprattutto da oltre la linea dei 3 punti). In attacco molto bene nelle prime due gare, mentre scendono di qualità le prestazioni nelle ultime due a livello offensivo. Però il rendimento complessivo degli Splash Brothers è di assoluto livello. Klay è il classico giocatore che, anche se non in giornata, vuoi sempre dalla tua parte e mai in quella opposta. Difesa e solidità.

Andre Iguodala, voto 7: sl basket non è solo attacco e l’importanza dell’Iggy per i Warriors è lampante. Il numero 9 della franchigia della Baia è il vero collante di questa squadra, l’uomo giusto per combinare i tanti talenti che ci sono nel roster dei Warriors. Anche in questa serie, contro il team dell’Oregon la sua presenza sotto canestro, la sua qualità nel gioco sporco e la sua esperienza nei playoff; hanno dato quel qualcosa in più alla franchigia di Steve Kerr. Ha saltato gara 4 per precauzione, dopo un problema accusato nella sfida precedente. Il veterano che tutti vorrebbero.

Draymond Green, voto 8.5: se volessimo esser superficiali basterebbe vedere le sue stats per dare il giudizio giusto (16.5 punti, 16.5 rimbalzi, 8.7 assist, 2.2 palle recuperate e 2.7 stoppate). Ma se si analizza la partita sotto tutti i punti di vista è stato semplicemente perfetto. L’orso ballerino, in questi playoff, ci sta facendo vedere una fase difensiva incredibile, un dominio assoluto sotto il suo canestro e giocate di un’intelligenza impressionante. Green è il cuore pulsante di questi Golden State Warriors. Coach, compagni e front office lo sanno bene. Green è la più chiara dimostrazione che per essere una stella non serve per forza metterne 30 a notte. Agonismo allo stato puro.

Kevon Looney, voto 6.5: il nativo del Wisconsin ha iniziato tutti e 4 i match seduto in panchina, ma il suo apporto è stato essenziale per il passaggio del turno, soprattutto in gara 2 e 4. La sua capacità di saper difendere sia sui lunghi che sui piccoli lo rende uno dei giocatori fondamentali quando c’è da difendere il vantaggio. Non a caso spesso presente nei finali di partita contro i Blazers. Dalla panchina con furore.

Jordan Bell, voto 6: a sorpresa l’uomo in più importante in uscita dalla panchina si rivela esser Jordan Bell. Il nativo di Los Angeles, dopo una buona gara 2 chiusa con 11 punti, 3 rimbalzi e 2 stoppate in 14 minuti, si prende anche il ruolo di centro titolare nelle due partite disputate nell’Oregon. Il ragazzo ha mostrato esplosività e voglia di giocare, per coach Steve Kerr la speranza è che sia l’inizio della sua crescita e non un serie isolata. Il giocatore che non ti aspetti.

Panchina, voto 6: molto meglio di quanto fatto vedere (o meglio non fatto vedere) contro i Rockets, dove la panchina era stato il tallone d’Achille dei Warriors. Kerr si ricorda di avere Jonas Jerebko a disposizione e il giocatore lo premia con solide prestazioni. Shaun Livingston fa vedere sprazzi del giocatore che era, ma il tempo sta scorrendo inesorabile per lui. Mentre rispondono presenti Quin Cook e Alfonzo McKinnie, con il primo più costante, mentre secondo si esalta soprattutto in gara 4. Menzione d’onoro per Andrew Bougut, arrivato a stagione in corso dall’Australia, solo per menare, far legna, spendere falli nei momenti giusti e (se è possibile) prendere qualche rimbalzo. Missione compiuta. Finlmente ci si rivede.

LE PAGELLE DI LILLARD & CO.

Damian Lillard, voto 5: Lillard, all’inizio dei playoff, si portava dietro la nomea di giocatore che spariva in postseason. Nelle prime due serie (soprattutto la prima) ha zittito gli scettici, ma contro i Warriors ha sofferto troppo il maggior tasso tecnico dei campioni in carica. Contro Curry e compagni, Damian, ha diminuito nettamente le prestazioni, punteggi e percentuali al tiro. In gara 2 e in gara 4 è riuscito ad esprimersi meglio rispetto alle altre due partite, e non a caso i Blazers hanno perso queste due gare rispettivamente di 3 e 2 punti. Non incisivo nel momento più importante.

CJ McCollum, voto 5.5: anche per lui vale lo stesso discorso che vale per il compagno di reparto, sono i due leader e l’esser usciti senza neanche aver realizzato neanche una vittoria pesa sul voto. CJ ha dannatamente sofferto l’asfissiante fase difensiva di Klay, che solo in gara 4 gli ha concesso un minimo di respiro (non a caso è la partita in cui ha le migliori percentuali al tiro). Però, nonostante tutto, da lui era lecito aspettarsi di più perché ha dimostrato di poter essere competitivo anche in mezzo ai grandi. Bene, ma non benissimo.

Maurice Harkless, voto 5.5: nei primi tre match è stato molto utilizzato (soprattutto in gara 1 con 30 minuti in campo) rasentando la sufficienza, ma nella seconda partita in casa si è spento troppo presto e coach Terry Stotts se ne è accorto subito, lasciandolo in panchina più del normale (nonostante i 2 supplementari). Mi è stato tra i più costanti al tiro dei suoi, ha lottato molto con avversari scomodi come Iguodala, Green, Looney… riuscendo a realizzare 5 stoppate complessive e 4 palle recuperate. Al di la dei numeri meglio del compagno e amico Amuinu, ma poteva fare di meglio. Almeno ci ha provato.

Al-Farouq Aminu, voto 4.5: l’ala non è riuscita a confermare i discreti playoff disputati fino ad ora. Aminu non è mai riuscito ad entrare nella serie vedendo diminuire i suoi minuti in campo nell’arco della serie. Poco da dire poco da commentare, ha inciso molto meno dei panchinari. Condivide con Kanter la palma del peggiore della serie. Rimandato.

Enes Kanter, voto 4: il turco, ad differenza dell’ex Clippers, ha l’aggravante di non aver avuto un centro di ruolo (e/o del suo spessore) contro. I Warriors, infatti, hanno alternato come 5 Bogut, Bell, addirittura Jones ha avuto minuti, ma nemmeno contro di loro Enes è riuscito ha fare la differenza. Kanter era riuscito a sopperire meglio del previsto all’assenza di pilastro dei Blazers come Jusuf Nurkic, nonostante avesse dovuto affrontare centri impostato e più forti come Adams e Jokic. Ma contro i Warriors non ha mai trovato la quadra, risultando dannoso in entrambe le fasi. Anche sotto canestro poco presente, solo 28 rimbalzi recuperati, di cui ben 16 in gara 1. Forse ha risentito del problema accusato nella serie contro i Nuggets, ma non basta come giustificazione. Dominato.

Roodney Hood, voto 4.5: lui che era stato l’eroe della partita contro i Nuggets finita al quarto overtime, contro i Warriors fa il passo falso proprio nell’unica partita andata oltre i 48 minuti. Nelle prime due partite aveva fatto il suo, niente di più, niente di meno. In gara 3 e 4 è uscito male dalla panchina ed è diventato nullo. Nell’ultimo match, l’ex Jazz, ha realizzato un pesantissimo 1 su 6 da 3 punti e 3 su 11 dal campo. In netto calo.

Panchina, voto 5.5: forse la parte più positiva della serie per i Blazers. Male in gara 1 (solo Hood ha portato qualcosa), però nelle tre gare successive c’è sempre stato un altro giocatore in uscita dalla panca ha portare punti e presenza alla causa della franchigia dell’Oregon. Nella seconda notte all’Oracle Arena è stato il fratellino di Steph, Seth Curry, a mettersi in luce con 16 punti e 4 palle rubate, tirando 4/7 da oltre il perimetro. In gara 3 è toccato a Evan Turner provare a dare una mano ai due capitani con 12 punti in 17 minuti. Per finire, nell’ultima e decisiva sfida, è toccato al Leonard Show (il quale aveva aveva già messe 16 nella precedente). Meyers ha messo ben 30 punti, 12 rimbalzi, 3 assist e 1 stoppata in 40 minuti, tirando con il 63% da oltre l’arco e 75% dal campo. Leonard (per me anche da 6 in pagella) forse è stato messo in campo troppo tardi da coach Terry Stotts. Inefficaci.

 

Warriors-Blazers, Steph Curry di nuovo letale dopo le secche di Houston

warriors blazers

Al netto del diverso peso, dell’abisso di esperienza e chilometraggio a certi livelli che separava alla vigilia della prima palla a due della serie i Golden State Warriors ed i Portland Trail Blazers, le finali della Western Conference 2019 hanno dimostrato quanto poco una squadra “canonica” come i Blazers di Terry Stotts possa contro una squadra di atipici, campioni ma atipici come Steph Curry e compagni.

Dopo le prime due partite della serie avevamo brevemente analizzato quanto fosse ampio il divario di esperienza tra le due squadre: i Golden State Warriors non hanno mai vacillato contro dei Trail Blazers sempre al massimo della concentrazione, quella tensione che pretende quantità inusitate di energia e 48 minuti giocati su di un filo sottilissimo.

Ad ogni fisiologico calo d’intensità di Portland è corrisposta in questa serie la spallata decisiva – una per partita – dei bi-campioni NBA in carica. La fiducia dei tre All-Star “superstiti”, e la consapevolezza di poter disporre a piacimento di avversari inferiori hanno fatto il resto.

Come riportato da ESPN, i Blazers sono diventati l’unica squadra nella storia dei playoffs NBA a perdere tre partite nella stessa serie dopo aver condotto per almeno 15 punti in ciascuna di queste. In gara 4, gli Warriors hanno rimontato uno svantaggio di 17 punti e vinto ai tempi supplementari.

La difesa dei Portland Trail Blazers è stata smontata pezzo per pezzo dall’impossibilità di marcare i giochi a due che coinvolgessero Curry e Draymond Green. La poca abitudine dei Blazers ai cambi difensivi (Terry Stotts non ha mai amato tale tipo di approccio difensivo) ha sortito effetti nefasti (ergo, un mare di tiri da tre punti non contestati):

Com’è possibile, dopo 3 partite, subire un canestro del genere? Lillard e Aminu non si capiscono, entrambi inseguono il taglio forte di McKinnie e lasciano libero… Steph Curry!

Al termine di una sfida tra pesi massimi, quella contro gli acerrimi rivali Houston Rockets, Steve Kerr aveva parlato dei suoi prossimi avversari e del duo di Portland Damian Lillard-C.J. McCollum: “Due giocatori che preferirei guardare, piuttosto che doverli marcare“. Rispetto per una squadra tosta come i Blazers, ma consapevolezza di affrontare una sfida molto meno complicata di quella appena vinta.

WARRIORS-BLAZERS: UN CURRY RIPOSATO È UN CURRY PRODUTTIVO

Steph Curry ha chiuso la sua serie di finale di conference a 36.5 punti di media, con il 47.1% al tiro ed il 42.5% al tiro da tre punti… su 15.3 tentativi a partita. Oltre metà dei suoi punti sono arrivati da dietro l’arco (19.5 a partita), un miglioramento di 10 punti netti rispetto ai 9.3 della serie precedente, quella contro i Rockets (su 11.3 i tentativi a partita).

L’assenza di Kevin Durant spiega naturalmente la mole di possessi e tiri a disposizione (+5), su due serie giocate a ritmi pressoché identici (99.4 contro 98.07 di pace) per Steph. L’attacco degli Warriors è passato quasi esclusivamente dalle mani di Curry e di un fantastico Draymond Green, (7.3 assist a partita in quattro gare per il figlio di Dell Curry).

Uno Stephen Curry leggero come una piuma ha viaggiato inoltre a 8.3 rimbalzi a partita. L’assenza forzata di Kevin Durant ha per un attimo riconsegnato al mondo dei canestri il Curry due volte MVP, quello che “fa le finte a 8 metri dal canestro e la gente salta”, come spiegò con estrema chiarezza un Flavio Tranquillo di qualche anno fa.

Relocation: Lillard si rilassa a metà del taglio di Curry, che prosegue mentre Jacob Evans (!) serve Green. Ricezione, piedi a posto, finta su un Damian Lillard passivo e 3 punti

Quello dei tagli “random”, della relocation che nessuno a parte lui pare in grado di mettere in pratica tra i pariruolo, nonostante l’apparente semplicità (seriamente, fate caso a quanto le altre grandi point guard NBA, Lillard, Kyrie Irving, John Wall, Kemba Walker, Kyle Lowry, tendano a restare immobili o quasi, braccia lungo i fianchi, dopo essersi disfati del pallone).

Niente Kevin Durant significa dunque per Curry praterie a disposizione dove correre libero. La presenza di un playmaker aggiunto come Green e di una minaccia totale come Klay Thompson in campo facilitano le cose, l’impossibilità di inseguirlo sul pick and roll centrale, pena un facile assist per Green, maestro delle letture veloci, dei pocket pass e dei passaggi back-door ha aperto per Steph tiri fin troppo semplici per uno come lui.

Curry guida la transizione, cede a Draymond “Arvydas Sabonis” Green, McCollum e Meyers Leonard si precipitano terrorizzati contro Steph, Kevon Looney appoggia 2 punti facili

La libertà di movimento è tutto. Ma la freschezza? Che fine ha fatto lo Steph Curry “mattonaro” della serie di semifinale contro gli Houston Rockets? Le condizioni fisiche sono le stesse, il dito lussato è sempre lì e rimarrà lussato fino all’ultimo secondo delle finali NBA. Le caviglie di Curry sono sempre in fiamme, anche se non sembra.

I canonici (ergo, prevedibili) Portland Trail Blazers di cui sopra, sia per motivi tattici che per giocatori a disposizione, non hanno potuto nemmeno tentare di mettere in scena un’imitazione del trattamento difensivo che gli Houston Rockets hanno riservato nelle ultime due stagioni a Steph Curry.

Contro i Rockets, Stephen Curry è sempre stato costretto a marcare uno tra James Harden (in emergenza), Chris Paul (di norma), o Eric Gordon. Tre bulldozer, ed un attacco disposto a perdere secondi preziosi pur di forzare un isolamento (e che isolamento) sistematico con l’uomo di Curry.

Un lavoro difensivo immane per Steph, tosto fisicamente ma leggero. Contro i Blazers, un Curry abituato ad un trattamento simile non ha potuto che trarre giovamento da un attacco – quello di coach Stotts – incentrato sull’esecuzione a metà campo, sui pick and roll di Lillard (molto meno efficaci senza il roller di fiducia Jusuf Nurkic) e su principi di motion offense – e  molto meno perfido nello sfruttare i vantaggi ed i mismatch, al contrario dei Rockets.

Dopo gara 1, Steve Kerr ha definitivamente dirottato Curry sull’esterno meno pericoloso appena possibile (il fratello Seth, Evan Turner), togliendolo dalla marcatura di Lillard e “nascondendolo” su Moe Harkless. Klay Thompson è stato l’uomo speciale per Damian Lillard.

Steph Curry dirottato su Moe Harkless: il #30 degli Warriors non guarda nemmeno il suo avversario, che gli passa alle spalle e segna dopo rimbalzo offensivo

Nel quarto periodo ed in piena siccità offensiva, Portland non sfrutta il mismatch Curry-Turner: Steph accoppiato con ET in transizione ed in difficoltà, Leonard non azzarda il passaggio facile e serve Lillard, che segna da 8 metri

WARRIORS-BLAZERS, STEPH CURRY UN REBUS INSOLUBILE

I Trail Blazers non hanno saputo sfruttare quasi per nulla i piccoli vantaggi che le deficienze difensive di Curry rendono esplorabili, a causa della scarsa pericolosità offensiva degli Harkless, Turner, Seth Curry (appena superiore).

Dopo le prime due partite della serie, Doc Rivers mise sulle piste di Curry il veloce Landry Shamet e le braccia infinite di Shai Gilgeous-Alexander, riuscendo a limitare Steph a soli 20 punti a partita nelle restanti quattro gare.

Coach Stotts ha spesso invece impiegato Damian Lillard su Steph Curry, e Seth (autore di due-tre recuperi tutti orgoglio sul fratello maggiore) nei pochi minuti concessi all’ex giocatore dei Dallas Mavericks.

Steph Curry ha punito con regolarità – e con estrema facilità –  i Blazers su ogni situazione di pick and roll, riacquistando fiducia nel suo tiro minuto dopo minuto dopo le secche della serie contro gli Houston Rockets, rispolverando le “care vecchie” triple da distanza siderale (di cui una – incredibile – a fine terzo periodo di gara 4, raccogliendo il palleggio con una “scucchiaiata” di mano sinistra e tirando in controtempo sul povero Meyers Leonard per lanciare la rimonta Warriors), e trasformando la finale di conference dei Portland Trail Blazers in un rebus insolubile.

Bucks-Raptors: Milwaukee e Giannis fanno sul serio

Le squadre protagoniste delle Eastern Conference Finals sono le due che, probabilmente, i più avevano pronosticato. Quello che, verosimilmente, meno persone avevano previsto è il risultato delle prime due gare, soprattutto nel modo in cui si è realizzato. I Milwaukee Bucks, teste di serie numero uno, sono infatti in vantaggio per 2-0 sui Toronto Raptors, teste di serie numero due.

Prima dell’inizio delle ostilità l’attenzione di molti era incentrata sul confronto, molto intrigante e sulla carta equilibrato, tra le due stelle, Giannis Antetokounmpo e Kawhi Leonard. I due hanno dato davvero il massimo nelle prime due uscite della serie. Tuttavia, la squadra del primo è riuscita a mostrare molto di più di quanto non sia riuscita a fare quella del secondo. I Bucks hanno infatti provato, per l’ennesima volta, di essere una squadra profonda, costruita con estrema intelligenza e allenata con raffinata competenza cestistica da Coach Mike Budenholzer, fresco di candidatura finale al premio di “Coach of the Year.

Parlando delle candidature per i premi relativi alla Regular Season, il Greek Freak è rientrato nella top 3 sia del premio di MVP che di “Defensive Player of the Year. E nelle ore in cui ciò veniva annunciato, il numero 34 di Milwaukee ha ricordato a tutti i motivi di questa doppia inclusione. Fortemente degno di nota inoltre, ancora, il supporting cast dei Bucks.

BUCKS-RAPTORS, GARA 1: RESILIENZA MILWAUKEE, STANCHEZZA TORONTO

Gara 1 della serie è stata sporca, combattuta e fisica. I Raptors ne sono stati in controllo quasi per l’interezza di tre quarti, prima di alzare bandiera bianca collettivamente e accettare una resa senza condizioni ai Bucks nell’ultimo periodo di gioco. Entrambe le squadre hanno sbagliato più di qualcosa in questa gara. Da entrambi i lati, giocatori importanti non sono riusciti a graffiare la partita come ci aspetterebbe, ed entrambe le compagini hanno fatto registrare percentuali di tiro insoddisfacenti. Milwaukee ha però dimostrato di poter vantare una caratteristica principe per qualsiasi gruppo di uomini che punti ad un obiettivo comune: la resilienza. I padroni di casa sono infatti stati praticamente sempre in svantaggio, mentre i loro tiri rifiutavano di lasciarsi andare all’abbraccio della retina. Nonostante questo, non hanno mollato e sono stati premiati dalla rimonta finale.

La gara si è messa subito in salita per i Bucks: alla fine del primo quarto i Raptors conducevano i giochi per 34-23. Gli affanni al tiro che ne hanno accompagnato tutta la partita erano già iniziati: solo 3 tiri da tre su 14 tentati hanno visto il fondo della retina. Toronto, dal canto suo, ha iniziato subito a tirare dal campo con efficacia, realizzando 13 tiri su 25. Nel secondo quarto la musica non è cambiata. Milwaukee si è resa conto che i tiri da oltre l’arco non volevano entrare e ha così diminuito i tentativi a 6, di cui 2 andati a segno. All’intervallo, comunque, gli ospiti erano ancora in vantaggio sul 59-51.

Uno dei meriti dei Raptors, nel primo tempo, è stato quello di distribuire i propri attacchi, con intelligenza, tra pitturato e tiro da fuori. Hanno realizzato ben 7 delle 13 conclusioni tentate in area, che i Bucks non hanno difeso tanto bene quanto ci hanno abituati a vedere.

Dopo l’intervallo le cose hanno iniziato a prendere, lentamente, una piega diversa. Le due squadre arrivavano da due semifinali sviluppatesi in modo opposto. Milwaukee ha liquidato i Boston Celtics in 5 gare, e senza troppa fatica, mentre Toronto ha dovuto sudare per 7 partite per poter superare lo scoglio Philadelphia 76ers. Ciò si era tradotto, nel primo tempo, in una mancanza di ritmo partita nei Bucks, contrapposto all’inerzia che sospingeva i canadesi, ancora viva dopo la gara 7 di domenica notte. Tutto questo si è però rivoltato contro i Raptors nel secondo tempo. La stanchezza di una serie più logorante si è fatta sentire sulla lunga distanza, mentre gli avversari, più freschi, rimuovevano progressivamente la ruggine dagli ingranaggi.

Arrivati all’ultimo periodo di gioco, Toronto sembrava davvero spremuta di ogni goccia di energia residua. Milwaukee, invece, ha alzato l’asticella dell’intensità difensiva ed offensiva, mettendo in atto un quarto quarto da 17-32. Parziale che ha permesso a Giannis e compagni di rimontare dall’83-76 al 100-108 finale. Dato chiave a testimonianza di questa inversione di tendenza di fine partita sono i tiri nel pitturato realizzati da Toronto dopo l’intervallo: 6 su 20. Alla fine del’incontro i punti realizzati in quella zona del campo per gli ospiti sono stati solo 26, mentre per i padroni di casa 44.

La difesa dei Bucks, nel terzo quarto, si chiude con energia intorno alla giocata in post di Pascal Siakam, poi stoppato da Giannis Antetokounmpo

Nei Bucks si distingue ancora Giannis, con 24 punti e 14 rimbalzi, ma a decidere l’incontro sono i punti decisivi di Brook Lopez, che chiude con 29 e un canestro da 3 fondamentale valso il 100-104. Tra le fila dei Raptors il solito Kawhi ne fa registrare 31, mentre Kyle Lowry cerca di fare il possibile, con 30 punti. Il playmaker, tuttavia, nell’ultimo periodo di gioco è stato abbandonato da tutti i compagni, Leonard incluso. Nessuno, infatti, al di fuori di lui è riuscito a segnare un tiro dal campo (0/15) nel decisivo quarto quarto.

Brook Lopez segna il canestro del 100-104 a coronare la rimonta di squadra e la sua prestazione

BUCK-RAPTORS, GARA 2: GIANNIS NON E’ AFFATTO SOLO, KAWHI SI’

Se in gara 1 si è vista una lotta accesa per la vittoria, soprattutto nel secondo tempo dell’incontro, in gara 2 non c’è stata partita. I Bucks hanno dominato i giochi dalla palla a due fino alla conclusione del “garbage time”. Antetokounmpo ha offerto una delle sue migliori prestazioni in questi playoff, mentre intorno a lui tutti i compagni davano prova della funzionalità del sistema di Coach Budenholzer. Per i Raptors c’è stato davvero poco da fare, in modo particolare a causa dell’infelice disparità di contributo offerto dal supporting cast, rispetto a quello avversario.

La partita si è aperta nel peggior modo possibile per la squadra ospite. Nel primo possesso dell’incontro Giannis ha effettuato una schiacciata nel traffico raccogliendo una palla appoggiata da lui stesso al tabellone. Dall’altra parte del campo, il primo attacco di Toronto si è chiuso con una stoppata del giocatore greco ai danni di Marc Gasol, che sembrava avere i due punti in tasca. Durante il terzo possesso, con ancora più di 11 minuti di giocare, la difesa ospite si è addormentata, lasciando libero il Greek Freak di ricevere e schiacciare con rabbia a canestro. Il palazzetto era in estasi, le urla dei tifosi sovrastavano già i rumori di gioco e, probabilmente, anche i pensieri dei giocatori, in particolare di quelli dei Raptors.

I primi, ma già decisivi, 4 punti segnati da Giannis Antetokounmpo nel minuto di apertura dell’incontro

L’aggressività con cui i Bucks sono scesi in campo gli ha permesso di imporsi fin da subito con determinazione sugli avversari. La fiducia e la sicurezza acquisite anche grazie all’atmosfera ribollente generatasi nel palazzetto, li hanno portati ad affermare il proprio gioco senza mai batter ciglio, o trovarsi in svantaggio. Milwaukee si è infatti potuta comodamente accomodare sul sedile del guidatore della partita dalla prima schiacciata del suo numero 34 fino alla sirena finale, sul 103-125.

La prestazione di Antetokounmpo salta immediatamente agli occhi per i 30 punti e i 17 rimbalzi, ma il greco ha anche fornito 5 assist ai compagni, eseguito 2 stoppate e rubato 1 pallone. E’ il primo Buck dopo Kareem Abdul-Jabbar a far registrare, in postseason, almeno 25 punti, 15 rimbalzi e 5 assist. La bellezza e il fascino di questa squadra, tuttavia, non si fermano ai numeri della sua stella. Il sistema di Milwaukee è così profondo che si può permettere di lasciare il solo Giannis in campo per 30 minuti o più. Giocando meno di mezz’ora, altri cinque giocatori sono andati in doppia cifra per punti segnati: Nikola Mirotic (15), Khris Middleton (12), Ersan Ilyasova (17, di cui 15 fondamentali nel primo tempo), Malcom Brogdon (14) e George Hill (13). Gli ultimi tre in uscita dalla panchina.

COSA ASPETTARSI PER LE PROSSIME GARE?

Se le prime due uscite di questa serie ci hanno fatto osservare qualcosa, è questo: i Milwaukee Bucks sono seri pretendenti all’anello NBA. Probabilmente, il fatto che avessero chiuso la stagione con il record numero uno della lega, avrebbe già dovuto muovere qualche campanello d’allarme in tal senso. Tuttavia, provenendo dalla Conference orientale ed essendo una squadra di giovane formazione, un po’ tutti avevano dubitato di loro. Queste due vittorie, invece, ne nobilitano la pretendenza al titolo. Hanno dimostrato ancora una volta di avere due caratteristiche fondamentali per una squadra vincente: la resilienza e la profondità.

C’è da dire una cosa: la serie con i Raptors è tutt’altro che chiusa. Le prossime due partite, giocate a Toronto, rappresenteranno un passaggio fondamentale nella stagione delle due franchigie. Qualora i canadesi dovessero riuscire a vincerle entrambe potrebbero virtualmente riaprire la serie. Se i Bucks riusciranno però anche solo a ottenere un segno W su due, allora gara 5 tra le mura amiche potrebbe essere decisiva, vista l’atmosfera pestifera che i loro tifosi sono in grado di generare.

Parlando di gioco, c’è poco che Milwaukee possa migliorare. Come affermato da Coach Budenholzer nella conferenza post-gara 2, i suoi devono continuare a mantenere la stessa attitudine verso le partite anche dopo uscite difficili come gara 1. Toronto, dal canto suo, sta soffrendo davvero tanto la mancata produzione dell’intera rotazione. A parte Kawhi Leonard, che ha segnato 31 punti in tutte e due le gare, e Kyle Lowry in gara 1, nessuno sta dando alla squadra l’apporto sperato.

In vista delle prossime gare, allora, i Bucks dovranno cercare di continuare su questi binari, mentre i Raptors dovranno puntare a migliorare il coinvolgimento di tutti i loro effettivi nel gioco della squadra, per sperare di riportare la serie in parità.

Warriors-Blazers, Golden State è sempre un passo avanti

warriors blazers

La serie di finale della Western Conference tra Golden State Warriors e Portland Trail Blazers si sposta in Oregon sul 2-0 per i bi-campioni NBA in carica, dopo due partite equilibrate (parzialmente “bugiardo” il 116-94 di gara 1, dopo tre quarti di partita combattuti) ma con la sensazione che i Blazers abbiano giocato – ed a vuoto – in gara 2 il loro gettone per allungare la serie e costringere gli Warriors ad una maratona.

Golden State Warriors come noto senza Kevin Durant (KD ritornerà solo per l’eventuale finale), ma con il peso dell’esperienza contro un avversario completamente disavvezzo a questi livelli (i soli Evan Turner e Rodney Hood hanno esperienza di finali di conference a Portland).

In gara 1, uno dei fattori è la fatica e la difficoltà di ambientamento dei Trail Blazers dopo la partitissima di Denver di appena 48 ore prima. Gli uomini di coach Terry Stotts arrivano direttamente dal Colorado per scendere in campo contro gli Warriors, il cui piano difensivo è chiaro sin dal primo possesso: rendere la vita impossibile a Damian Lillard e C.J. McCollum.

WARRIORS-BLAZERS, GARA 1: LE PALLE PERSE DI PORTLAND, LA DIFESA SU CURRY ED UN DAME… RIFLESSIVO

In gara 1, Steve Kerr manda subito sulle piste di McCollum il suo difensore perimetrale migliore, Klay Thompson. Andrew Bogut in quintetto base si occupa di Enes Kanter, a Steph Curry è affidata la marcatura di Damian Lillard.

Come già pianificato da Mike Malone nella serie precedente, coach Kerr cerca di negare angoli ottimali sui pick and roll centrali a Lillard, ma al contrario dei Nuggets, gli Warriors dispongono di lunghi più mobili (un ubiquo Draymond Green e Kevon Looney) che costringono la star dei Blazers a liberarsi del pallone ben al di là della riga dei tre punti.

Klay Thompson permette inoltre a Kerr il lusso di occuparsi in marcatura singola di C.J. McCollum. Thompson, più alto, grosso e veloce di piedi rispetto ai vari Gary Harris, Jamal Murray e Torrey Craig, riesce a rimanere con costanza tra il prodotto di Lehigh ed il canestro (17 punti, 7 su 19 al tiro e un solo assist per McCollum in 38 minuti di gioco).

La pressione difensiva sulle due guardie dei Blazers costringe Moe Harkless, Al-Farouq Aminu ed Enes Kanter a decisioni rapide, ed il primo quarto di Portland si chiude con 6 palle perse (saranno 21 in totale a fine gara), ma un primo tempo pigro in attacco degli Warriors aiuta i Blazers a rimanere in partita.

Klay Thompson stoppa C.J. McCollum, Andre Iguodala lancia Steph Curry. 2 le stoppate di Thompson in partita sulla star dei Blazers

Nel terzo quarto i Golden State Warriors decidono di lucrare sulla scarsa vena al tiro (36.1% dal campo e 7 su 28 da tre punti a fine serata) e le troppe palle perse dei Blazers, ed estendono ancora di più la difesa sul pick and roll di Lillard.

Dall’altra parte, complice una scelta difensiva rischiosa di coach Terry Stotts, bastano pochi possessi a Steph Curry per allargare il divario tra le due squadre.

Il due volte MVP trova da metà terzo quarto 9 punti consecutivi, che danno il massimo vantaggio (67-50, e poi ancora 73-60) agli Warriors, su due tiri da tre punti non contestati. Stotts “àncora” il lungo coinvolto nei pick and roll centrali di Curry dentro l’area, lasciando al solo marcatore di Steph il compito di inseguirlo dopo il blocco, sia in situazione di metà campo:

 

che in transizione difensiva, pochi possessi più tardi per rintuzzare con facilità il tentativo di rimonta Blazers:

Portland concede metri di spazio a Curry, in un quintetto con tre non-tiratori come McKinnie, Looney e Green!

Portland, forgiata da due turni di playoffs combattuti, ha però il pregio di non cedere alla consueta mareggiata del terzo quarto, marchio di fabbrica dei Golden State Warriors, abbassando e contendendo oltremodo il ritmo della partita (77-71 a fine terzo periodo).

Damian Lillard non si scompone ed affronta i raddoppi della difesa con lucidità nonostante le 7 palle perse finali, ma fatica a liberarsi per il tiro: “Non sono mai riuscito ad avere lo spazio giusto per tirare, ero sempre circondato” Così Lillard dopo una gara 1 da soli 12 tiri.

La ricerca della giocata giusta, corretta contro i raddoppi che arrivano da ogni angolo della difesa degli Warriors porta Lillard ad essere fin troppo riflessivo palla in mano: qui, accoppiato con Quinn Cook, la star di Portland “attende” il raddoppio di Jordan Bell e serve Moe Harkless:

Una giocata da manuale, ma dettata dalla difesa e che impedisce all’uomo più pericoloso dei Blazers, Damian Lillard, di mettersi in ritmo in attacco.

Un quarto periodo da 39 punti degli Warriors contro dei Blazers troppo imprecisi al tiro, e probabilmente stanchi chiude gara 1 sul 116-94 per Steph Curry e compagni. Klay Thompson e Curry segnano 62 punti in coppia, e gli Warriors chiudono con 30 assist e sole 14 palle perse di squadra.

WARRIORS-BLAZERS, GARA 2: GOLDEN STATE SEMPRE UN PASSO AVANTI

Gara 2 richiedeva ai Portland Trail Blazers aggiustamenti immediati. Nel post gara 1, Stotts e Lillard avevano parlato di “cattiva esecuzione del piano partita”, soprattutto nella propria metà campo, ed ecco che sin dalla palla a due della seconda partita la difesa dei Blazers mostra un volto diverso.

Portland rinuncia presto alla tattica di inseguire Curry e Thompson per il campo, scegliendo di cambiare su ogni accenno di blocco (o “velo”, nel caso di Golden State). Scelta che genera subito una facile schiacciata di Draymond Green, ma che paga nel secondo quarto, chiuso dai padroni di casa con soli 21 punti segnati.

Steve Kerr conferma Andrew Bogut, ma sposta Klay Thompson su Damian Lillard ed Andre Iguodala su C.J. McCollum, risparmiando a Steph Curry il compito di marcare 1 vs 1 il numero 0 dei Blazers. Draymond Green ignora Aminu e Harkless e gioca da “libero”, siglando subito due stoppate su Enes Kanter servito sotto canestro ed in recupero su Seth Curry piazzato dall’angolo destro.

Dopo i 36 facili punti di gara 1, Steph Curry gode di molta meno libertà in attacco: Zach Collins, così importante nella serie contro i Nuggets, è un non-fattore nelle prime due partite ad Oakland a causa dei falli (solo 8 minuti in gara 2), ma coach Stotts trova minuti di qualità da Meyers Leonard, che si dimostra abbastanza mobile da contenere e recuperare sui pick and roll centrali di Curry, ed in attacco non danneggia la squadra (7 punti e 6 rimbalzi in soli 17 minuti).

Nel primo tempo la difesa dei Blazers riesce a togliere il pallone dalle mani di Curry, obbligando Jonas Jerebko, Jordan Bell e Andre Iguodala a fare tesoro del tanto spazio a disposizione. Portland acquista ritmo e trova punti facili in transizione, cosa che in gara 1 non era mai riuscita:

I Trail Blazers segnano 65 punti nel primo tempo (65-50 il punteggio), nonostante Damian Lillard segni i primi punti della sua partita solo con 3 minuti da giocare nel secondo quarto. Dopo le sole 14 palle perse di gara 1, sono già 10 in soli 24 minuti i palloni sprecati dagli uomini di Steve Kerr in gara 2.

Vista la malaparata, coach Kerr cambia le cose ad inizio terzo quarto: archiviato Andrew Bogut, Kevon Looney riprende il suo posto in quintetto base. Kerr getta nella mischia persino Damian Jones, alla sua prima partita dallo scorso dicembre, e dà fiducia a Jordan Bell.

Ed è proprio un rimbalzo offensivo di Looney apre le danze ad Oakland: tripla di Curry, seguita da altra tripla di Curry, recupero di Looney in tuffo su Lillard, stoppata di Looney, tripla di Thompson, altra tripla di Thompson, appoggio di Green… ed il 67-50 Blazers di inizio terzo periodo è solo un ricordo (69-99 Portland con 7:11 ancora da giocare).

Così come nel quarto periodo di gara 1, sono 39 i punti segnati dagli Warriors nel terzo quarto. Golden State impiega un tempo ad adattarsi agli aggiustamenti difensivi di Portland, i bi-campioni tornano a trovare tanti punti facili, grazie all’esperienza ed alla grande familiarità di Curry, Green, Thompson, Looney, Shaun Livingston e persino Jordan Bell:

Nel secondo quarto, Thompson inizia l’azione, legge la difesa ed attira il raddoppio di Hood e McCollum, serve Livingston che a sua volta trova Jordan Ball per 2 punti facili

Mentre la fatica fisica e mentale per i difensori dei Blazers sale, i Golden State Warriors sono sempre un passo avanti:

La rimonta degli Warriors impedisce a coach Stotts di dare minuti di riposo a Damian Lillard. Dame gioca 43 minuti in gara 2, ed è puntualmente costretto a pensare, ad aggirare i raddoppi e gli angoli difensivi propostigli dalla difesa avversaria.

Per Lillard una partita da 23 punti, 10 assist, 5 rimbalzi e sole 2 palle perse, ma “soli” 16 tiri dal campo (6 su 16, 5 su 12 al tiro da tre punti), e tanta corsa.

L’affaticamento di Lillard e dei Blazers è evidente negli ultimi due minuti di gara: sul 110-108 Warriors, Lillard tenta senza successo di guadagnarsi un fallo facendo saltare Draymond Green e tirando in emergenza (tripla importantissima di Seth Curry sul rimbalzo offensivo), e sulle due azioni successive, Golden State ha gioco facile nel chiudere la partita:

 

La giocata “incriminata” di Andre Iguodala che strappa il pallone del potenziale pareggio ad un Lillard esausto

WARRIORS-BLAZERS, COSA ASPETTARSI PER IL RITORNO A PORTLAND?

Presentare una finale di conference come un duello personale tra Curry e Lillard non è cosa che renda giustizia alle due squadre. La differenza tra Warriors e Blazers in campo l’ha fatta l’incredibile, seppur stra-nota, confidenza dei giocatori di Steve Kerr (titolari, panchinari e… redivivi come Jordan Bell) in partite di questo livello.

I Blazers hanno aggiustato ritmo e difesa dopo la faticosa gara 1, i Golden State Warriors si sono dimostrati sempre un passo avanti: non esiste difesa, raddoppio, trap o blitz che Steph Curry, Klay Thompson e Draymond Green palla in mano, e Shaun Livingtson, Andre Iguodala e Kevon Looney lontano dalla palla non abbiano visto in questi anni. La capacità di reazione dell’attacco Warriors ha sfibrato la difesa di Portland nel secondo tempo di gara 2 (64 punti segnati).

Dame Lillard ha terminato gara 2 sulle ginocchia, “derubato” da Andre Iguodala. Le energie spese da Lillard per leggere e giocare di conseguenza sui raddoppi avversari con i tempi giusti hanno pesato sull’esecuzione dei Blazers nel finale della seconda partita.

Portland ha chiuso con 18 su 29 al tiro da tre punti in gara 2, ma l’impressione è che i Golden State Warriors possano “vivere”, traducendo letteralmente dall’inglese, con 16 punti a testa di Seth Curry, Rodney Hood e persino di Moe Harkless (15 punti a partita nelle prime due gare), pur di non concedere un attimo di respiro a Lillard e McCollum.

Nelle prime due partite, Damian Lillard ha tentato 28 conclusioni dal campo, Steph Curry è invece a quota 45. Attendersi un cambio di passo della point-guard dei Trail Blazers al Moda Center è più che lecito, e con l’aria di casa giocatori come Enes Kanter, Al-Farouq Aminu e Moe Harkless acquisteranno maggior fiducia.

Anche C.J. McCollum beneficerà del ritorno a Portland; in gara 2, due suoi inconsueti errori nel finale di partita hanno complicato le cose per coach Stotts, in una serie tatticamente impossibile, contro un avversario che, banalmente, ne conosce una più del diavolo

… e che sta giocando senza Kevin Durant. Anche se non si vede.

Warriors-Rockets: Durant inizia l’opera, Curry la finisce, niente da fare per Harden e compagni

warriors rockets

Gli Houston Rockets erano i principali antagonisti dei Golden State Warriors, ma un brutto inizio di stagione ha relegato la squadra di Mike D’Antoni al quarto posto della Western Conference. Ciò ha fatto si che le due franchigie si siano dovute scontrare solo in semifinale di conference, nella più classica delle “finali anticipate”.

Il team texano ha mantenuto il pronostico, disputando sei match sempre molto equilibrati e giocati alla pari con la squadra della Baia. Il tutto tendendo anche il punteggio finale sempre sotto ai 6 punti di scarto. Harden e compagni non sono però riusciti a forzare una gara 7, tornando a casa con un secco 4-2.

Dopo le prime due gare (targate Kevin Durant) vinte, non senza qualche svista arbitrale, dagli Warriors, è salito in cattedra James Harden. Le qualità del Barba, abbinate alla spinta del pubblico di casa e l’efficienza di P.J. Tucker, hanno riportato la sfida in parità.

Poi la svolta, con l’infortunio del giocatore più dominate della serie, Kevin Durant. L’ex Thunder era stato il migliore anche nelle due sconfitte in gara 3 e 4, ma durante il terzo quarto di gara 5, il problema al polpaccio destro.

A prendere per mano la squadra sono, allora, gli Splash Brothers, soprattutto Stephen Curry che finalmente torna sui livelli consueti (fino a quel punto il 30 dei Golden State Warriors era stato paradossalmente più utile in fase offensiva che difensiva). A differenza del compagno, Klay Thompson è stato più costante e affidabile lungo le 6 partite, oltre ad aver fornito una eccellente prova difensiva su Harden.

Prima di gara 6 molti davano per scontato un ritorno ad Oakland, dopo il problema fisico di Durant. Invece, dopo una buona partenza dei Rockets, gli Warriors hanno ribaltano il risultato. Anche questa volta il protagonista è stato Steph Curry.

Il nativo di Akron, Ohio, aveva chiuso un disastroso primo tempo con 0 punti segnati (storico in negativo per lui). Nel secondo tempo, il due volte MVP si ritrova e segna 33 punti , di cui 21 solo negli ultimi 8 minuti di gioco. Si sarà finalmente sbloccato? Solo la serie contro i Portland Trail Blazers Blazers ce lo dirà.

WARRIORS-ROCKETS: DURANT DOMINA LE PRIME GARE, POI SI INFORTUNA E RICOMPARE STEPH CURRY

Durant ha dimostrato di essere il più forte tra tutti i giocatori che hanno preso il via in questi playoffs (solo Kawhi Leonard e Giannis Antetokounmpo a tenere il passo).

Dopo aver battuto dei mai domi LA Clippers, l’MVP delle scorse Finals ha mostrato tutto il suo talento contro i Rockets. L’ex Thunder sta viaggiando ad una media di 34.2 punti a gara, tirando con il 42% da oltre l’arco e il 56% dal campo. Peccato per l’infortunio di gara 5, che gli costerà le prime partite della finale della Western Conference.

La squadra di Steve Kerr ha saputo però reagire, e bene, alla sua assenza. Ed il suo rientro (previsto in gara 3) potrebbe essere decisivo la vittoria finale del titolo.

KD super non solo in fase offensiva

A differenza del compagno di squadra, per Curry questa sicuramente non è stata la miglior serie di sempre (per medie al tiro forse una delle peggiori di sempre per il figlio di Dell). Le ultime due partite, hanno comunque dimostrato che Curry c’è, e complice l’assenza di Durant nelle prime due gare della prossima serie, potrebbe ben presto tornare a incidere come solo lui sa fare sui match. Nonostante la sua presenza in campo non fosse delle più incisive, la leadership del figlio d’arte è stata in ogni caso fondamentale per il suo team.

WARRIORS-ROCKETS: NON SONO SOLO KD O CURRY, GREEN E IGUODALA DUE PEDINE FONDAMENTALI DELLO SCACCHIERE DI KERR

Per la franchigia di Oakland è più che doveroso sottolineare il fondamentale apporto di due veterani come Andre Iguodala e Draymond Green (all’apporto inestimabile del primo abbiamo parlato a lungo).

Iggy e “l’orso ballerino” hanno dimostrato che gli Warriors hanno anche giocatori in grado di incidere sui match con esperienza e grinta, grazie a un basket vecchio stile, “sporco” e con poche giocate che finiscono negli highlights di una partita, ma un basket che funziona ancora bene e che piace ancora molto.

Green è un giocatore del tutto non replicabile. Draymond è colui che meglio riesce a far coincidere utilità, personalità e grinta, un giocatore altruista, che dà sicurezza e fiducia ai compagni, mentre la toglie agli avversari. Il suo rapporto con gli arbitri non è storicamente dei migliori, ma quell’attitudine da bad boy agli occhi di avversari e direttore arbitrali, in una squadra di “facce pulite”, è spesso la molla che accende le partite per i bi-campioni NBA.

Draymond Green in una delle sue giocate imprevedibili

Andre Iguodala, dopo il 2016, si è ritagliato il ruolo del giocatore che fa la differenza in uscita dalla panchina. Dopo l’arrivo di Durant, Iguodala è stato declassato a sesto uomo.

Però la sua importanza non è diminuita, anzi l’ex 76ers ha trovato un nuovo modo per essere fondamentale, colmando l’assenza di un centro di livello nei momenti chiave delle partite. La serie contro i Rockets, soprattutto le prime due gare, ne sono la dimostrazione. Andre ha saputo tenere a bada Clint Capela, nonostante la differenza di chili e centimetri portando alla causa punti, difesa, esperienza, freddezza e pericolosità dal perimetro (con quest’ultima che ha costretto il lungo svizzero a stazionare spesso lontano dal canestro).

WARRIORS-ROCKETS: I TEXANI ESCONO DALLA SFIDA CON TANTI DUBBI E POCHE CERTEZZE

Alla compagine di D’Antoni non resta che l’ennesimo rimpianto per essere andati vicino dalla vittoria su Curry e compagni.

I Rockets hanno giocato punto a punto con i più forti della lega, ma anche questa volta il risultato non è cambiato. I punti continuano a venire principalmente da James Harden e dai tiratori dalla lunga distanza. Meno continuo è stato Chris Paul, non tanto dal punto di vista del gioco, ma quanto per punti e presenza in campo. Molto presenti e costanti, invece, sono stati i due veterani Eric Gordon e P.J. Tucker.

Gordon è stato il secondo miglior marcatore della squadra, oltre che il giocatore più pericoloso dal perimetro. L’unico neo? L’esser letteralmente mancato nella decisiva gara 6 (4 su 10 dal campo e solo 1 su 2 da oltre l’arco). Soprattutto nelle prime due sfide in casa, Gordon ha sfornato prestazioni super (da 20 e 30 punti) facendo impazzire la difesa degli Warriors.

Ancora più fondamentale per gli equilibri dei Rockets è stato P.J. Tucker. L’ex Phoenix Suns, oltre a essere il giocatore più letale dagli angoli di tutta la NBA, è il miglior difensore della squadra, in grado di cambiare marcatura su lunghi e guardie. P.J. è stato uno dei giocatori più continui della stagione dei Rockets e, insieme a Gordon, la spalla su cui si è potuto appoggiare Harden nei momenti più difficili.

 Tucker senza dall’angolo anche con le mani in faccia

Male, a differenza della precedente serie contro gli Utah Jazz, Clint Capela. Il centro dei texani è stato il più devastante, dopo Harden, sia in fase difensiva che offensiva, dominando sotto entrambi i canestri contro la franchigia dello Utah.

Contro gli Warriors, Capela ha faticato ad entrare nella serie, spesso anticipato nella giocata, non ha mai sovrastato gli avversari nel pitturato come dimostrato di saper fare. Il numero 15 dei Rockets ha sofferto soprattutto l’accoppiamento con Andre Iguodala, che lo ha costretto a giocare molto lontano dal ferro, soprattutto in difesa. In più è mancata quell’intesa nelle giocate con il Barba che aveva semplicemente asfaltato la difesa della squadra allenata da coach Quin Snyder, una delle migliori in regular season.

Curry-Lillard: è sfida nella sfida tra le due point guard

Curry-Lillard

Ci avviciniamo alla metà di maggio, ci avviciniamo alle finali di Conference di una postseason che non ha deluso le attese di addetti ai lavori e appassionati.

Da una parte vedremo i Milwaukee Bucks, con il miglior record dell’intera NBA mantenuto anche durante i playoff, sfidarsi contro i Toronto Raptors portati in fondo ad Est dal buzzer beater di un mostruoso Kawhi Leonard. Dall’altra invece, quella dove il sole sorge un po’ più tardi, ci sarà lo scontro fra i campioni in carica, i Golden State Warriors (e fin qui nessuna sorpresa) e i Portland Trail Blazers, una delle rivelazioni stagionali.

Arrivati a questo punto, dopo più di 90 partite disputate da ogni pretendente al Larry O’Brien Trophy rimasta ancora in gioco, ogni partita di entrambe le serie può essere decisa da un dettaglio, da un rimbalzo, o, come abbiamo recentemente avuto modo di notare, da un paio di carambole sul ferro che spediscono qualcuno in Paradiso e gli altri, in lacrime, all’Inferno.

Se ad est gli inevitabili, decisivi, possessi della serie saranno fra le mani di Leonard e di Antetokounmpo, ad ovest, complice anche l’assenza di KD almeno per i primi due confronti, saranno le due point guard ad indirizzare,più degli altri, la serie.

Damian Lillard torna a casa sua, Oakland, per sfidare il miglior tiratore del pianeta, Stephen Curry.

CURRY-LILLARD: IL CAMMINO NEI PLAYOFF

Il cammino dei duellanti verso queste Western Conference Finals è stato, ovviamente, diverso, rispecchiando ciò che è stato per le rispettive franchigie. Per un Curry che sta tirando malino dalla lunga distanza in questi playoff (37.1%) c’è un Lillard che, dopo i fuochi d’artificio nella serie contro OKC, ha visto le proprie medie abbassarsi arrivando molto vicino alla pg della Baia (37.5%).

Ma andando oltre le percentuali, non sono molti i punti, di squadra ed individuali, ad accomunare i protagonisti di queste righe.

Curry ha iniziato in sordina la serie contro i Los Angeles Clippers, ricevendo più critiche che elogi (questi ultimi sono andati a Kevin Durant, a grandi tratti immarcabile) tirando male, soprattutto da 3. Nelle prime 4 partite della serie contro gli Houston Rockets è rimasto sulla falsariga della serie precedente, con i suoi che dopo aver mantenuto il fattore campo alla Oracle Arena per le prime due partite, venivano sconfitti in gara 3 e 4 a Houston.

In gara 5, esattamente come era accaduto l’anno scorso per Chris Paul, tocca a Golden State accertare l’infortunio a una delle sue stelle, che destino vuole, sia proprio il miglior giocatore dei Warriors fino a quel momento: KD Nessun problema, Curry torna in modalità splash e prima la chiude con un tiro da 7 metri che dimostra a tutti quanto ghiaccio sia ancora presente nelle sue vene, poi si presenta a gara 6 a Houston dove nello spazio dedicato al riscaldamento individuale dei giocatori, viene raggiunto da Chris Paul che gli comunica di lasciare il parquet, in quanto dovesse essere ad uso esclusivo dei padroni di casa (almeno in quel momento) per prepararsi alla sfida decisiva.

Risultato? “Kick me off the court again” – 33 punti messi tutti nel 2° tempo, Warriors in finale di Conference.

Stephen Curry.

 

Per Damian Lillard invece, questi playoff sono stati tutta un’altra storia.

Dopo aver eliminato OKC senza troppi patemi, con un buzzer beater che è già diventato già icona, la serie contro i Denver Nuggets è stata una maratona che, oltre alle 7 gare di cui una con 4 supplementari, ha forgiato la compattezza dei ragazzi di coach Terry Stotts, che di squadra hanno giocato e da squadra hanno vinto. Il numero 0, nativo proprio di Oakland, ha giocato una serie tenendo un buon rendimento offensivo, anche se lo strapotere in fase realizzativa dimostrato con Westbrook & Co. è venuto fuori solo a tratti nelle sfide contro i Nuggets, che si sono dovuti arrendere alla prestazione mostruosa dell’altro compagno di merende dell’Oregon, al secolo CJ McCollum, nella decisiva settima partita.

C’è un fattore chiave però, un fil rouge che lega tutta la storia NBA di Lillard: quando ci si aspetta qualcosa da lui, difficilmente manca l’appuntamento. Vi ricordate il rendimento il suo subito dopo l’esclusione dall’All Star game di due anni fa? Vi ricordate le discussioni del 2012/2013 su chi dovesse essere il Rookie Of The Year? O le critiche ricevute nel corso di questa stagione, riguardo a quanto il suo rapporto con i compagni per lui contasse di più rispetto ad una bacheca personale piena di trofei?

Ecco, l’All Star Damian Lillard, Rookie of the Year 2013, ha portato un gruppo di giocatori iper-legati fra loro alle finali di Conference, in barba a squadre che erano considerate più adatte ad un palcoscenico del genere. Attenzione, perché l’orologio che indica quando scatta il Dame Time, potrebbe suonare anche a Oakland.

Blazers-Thunder.
Damian Lillard.

LA SFIDA

Certo, anche solo pensare che Portland possa portare alla settima partita Golden State, che fino ad ora è stata portata alla sesta gara sia dai Clippers che dai Rockets, battuti entrambi a domicilio senza dover scomodare gli addetti della Oracle ad allestire per gara 7, è ancora appannaggio dei tifosi e di qualche romantico. È vero che la serie”dei precedenti stagionali dice 2-2, con una vittoria Portland per 110-109, sul parquet della Oracle, ottenuta proprio grazie ad una tripla nel finale di Lillard; ma è altrettanto vero che i playoff sono tutta un’altra storia.

Il duello fra due delle point guard più forti della lega, oltre che due dei più grandi tiratori di questa epoca, potrebbe regalarci uno spettacolo a ritmi e range di tiro elevatissimi. Che vengano da due postseason abbastanza differenti lo abbiamo detto, ma ci sono altri fattori che legano i protagonisti e che rendono questa sfida unica nel suo genere. Abbiamo a che fare con due giocatori che hanno imparato bene ciò che diceva Kipling quando teorizzava come la forza del lupo stesse nel branco, e la forza del branco fosse nel lupo. Golden State è un sistema cestistico fatto di giocatori estremamente consapevoli che si mettono al servizio l’uno dell’altro, nel quale l’emersione di Curry è dovuta, paradossalmente, alla sua capacità di mettersi al servizio dei compagni, di giocare, correre, bloccare per loro. È un sistema nel quale il paradosso viene accettato come risoluzione di situazioni particolari, come ad esempio può essere un tiro in corsa di Curry, dal palleggio, da 9 metri, ma che non porta benefici al suo attore principale (KD permettendo) grazie alle situazioni di isolamento che per lui vengono create, anzi, è passandosi il pallone come nessun altro nella NBA attuale (numeri alla mano) che Steph ne esce da protagonista. Questo perché la sua capacità di comprendere il sistema Warriors, di starci dentro e di farlo rendere, è unica. Esattamente come la possibilità di Golden State di trovare protagonisti sempre nuovi nel caso in cui i soliti noti abbiano le polveri bagnate.

Un po’ come Il lupo che ha la forza nel branco.

Il primo passo di Curry è alquanto bruciante.

Contro Portland questi concetti dovranno però essere estremizzati, perché per non farsi cogliere impreparati dai ragazzi della Rip City, una delle chiavi sarà testare la tenuta difensiva del duo Lillard-McCollum, a maggior ragione col punto interrogativo che pende sulla presenza di Rodney Hood (un fattore contro Denver), che difensivamente ha permesso fino a qui qualche turno di riposo al già citato duo.

Curry è atteso quindi da una sfida nella sfida: attaccare Lillard, dal palleggio, lontano dalla palla, dal lato debole, ogni volta che può insomma. Il motivo è abbastanza evidente, bisogna togliere energie a Damian quando toccherà a lui avere la palla in mano, tenendo in considerazione quanto possa incidere sulla psiche di un giocatore vedere Curry fare quello che vuole in attacco, nonostante gli sforzi difensivi messi in atto.Un Curry che potrebbe fare meno affidamento sul tiro dal palleggio, che in questi playoff l’ha un po’ tradito, per cercare di attaccare col suo primo passo Lillard, cercando di affossarlo, oltre che psicologicamente o fisicamente, anche sul referto alla voce falli commessi.

Il ruolo di direttore d’orchestra per Golden State, ovviamente di Curry, in questa serie sarà un fattore determinante. Se i Warriors saranno in grado di attaccare ripetutamente Lillard, oltre che di ingabbiarlo con gli abituali cambi difensivi dei ragazzi di Steve Kerr, specie coi quintetti piccoli cui da quelle parti sono obbligati viste le assenze di DMC e KD, la serie potrebbe prendere la piega pronosticata da (quasi) tutti.

Non è scontato che le necessità di Portland sul series plan differiscano da quelle di GS. Per capirci, alzare il ritmo può essere una prerogativa anche per i ragazzi di coach Stotts, vista la capacità di Portland di reggere il ritmo alto e soprattutto vista l’inclinazione a rimbalzo offensivo di Enes Kanter, che ben posizionato potrebbe concedere diverse doppie chanches di realizzazione ai suoi, permettendo a Lillard e l’intero backcourt dei Trail Blazers di prendere più tiri in situazioni di transizione e semi transizione. Proprio Lillard avrà gli occhi addosso non solo della sua città natale e di quella che rappresenta, portata a questo punto nei playoff dopo 19 anni di lunga attesa, ma anche dell’intera lega. Sarà fondamentale la lucidità del numero 0 dell’Oregon nell’affrontare un giocatore che ha già dimostrato la sua capacità di giocare 2/3 partite all’interno della stessa gara, uscendone quasi sempre da vincitore.

Per Lillard la sfida è soprattutto difensiva, ma questo non significa che dovrà limitarsi a difendere, anzi. Ricordate la serie contro OKC, la quantità immane di scivolamenti difensivi per contenere quello che è probabilmente il primo passo più esplosivo del Mondo, quello di Westbrook? I risultati dietro arrivarono, ed in attacco, beh… chi ricordate come MVP di quella serie? In questa serie le possibilità di essere attaccato nei primi secondi dell’azione da un Curry che arriva a tutta velocità dal palleggio sono alte, ma questo apre anche a diversi ribaltamenti di fronte, se la transizione difensiva di Portland saprà essere di livello.

 

Lillard dovrà essere bravo a sfruttare i blocchi dei compagni per smarcarsi e colpire.

Difendere forte, ripartire subito e dare la palla in mano a Damian, che in attacco dovrà stare molto attento alle trappole di GS, ma che avrà una quantità di tiri (magari dal midrange, ambito in cui eccelle McCollum e nel quale lui è un po’ riluttante a prendersi dei tiri) adeguata per far capire alla Oracle che a uno splash guy Oakland aveva dato la luce il 15 luglio del 1990, ma che la palla a spicchi ha portato lontano, verso Nord Ovest.

Finalmente, le finali ad Ovest stanno per iniziare. Finalmente, avrà inizio anche il duello più atteso.

Inside tue duel: Bucks-Raptors

kawhi leonard

Patroclo attaccò i Troiani per tre volte, simile al violento Ares, urlando per terrorizzare i nemici, e ogni volta uccise nove guerrieri”. E poi? Il baldo e giovane Patroclo rimase sconfitto per mano dell’esperto Ettore, con un contributo non indifferente delle divinità avverse agli Achei. Con la medesima baldanza i Milwaukee Bucks si getteranno nella mischia delle Eastern Conference Finals contro i Toronto Raptors, decisamente più esperti a questi livelli. La storia si ripete? Può essere, ma essa fluisce nel suo corso anche per essere riscritta; e questa volta la parte spavalda e imberbe del confronto pare avere più certezze di quella ormai avanti con le primavere. Il sostegno degli dei, d’altronde, va meritato e stavolta Ettore (perdonate, Toronto) ha ancora moltissimo da dimostrare per meritarsi questo decisivo ausilio, forse già sprecato nel turno precedente. E allora eccoci alla Storia: Bucks-Raptors streaming e analisi del confronto, con la consapevolezza che stavolta, sotto l’armatura più inesperta, potrebbe celarsi l’invincibile Achille.

Bucks-Raptors streaming: gli dei del basket verranno ancora in soccorso a Toronto?
Bucks-Raptors streaming: gli dei del basket verranno ancora in soccorso a Toronto?

LO SCORE AI PLAYOFF

Milwaukee Bucks

  • First round: 4-0 vs Pistons
  • Eastern Conference Semifinals: 4-1 vs Celtics
  • Offensive rating: 113.4
  • Defensive rating: 98.2
  • Team leaders: Giannis Antetokounmpo (27.4 PTS), Giannis Antetokounmpo (11.3 REB), Khris Middleton (4.6 AST)

Toronto Raptors

  • First round: 4-1 vs Magic
  • Western Conference Semifinals: 4-3 vs Sixers
  • Offensive rating: 108.5
  • Defensive rating: 100.3
  • Team leaders: Kawhi Leonard (31.8 PTS), Kawhi Leonard (8.5 REB), Kyle Lowry (7.1 AST)

IL DUELLO

Le difese potrebbero farla da padrone in questa serie. E se così non fosse, Toronto ha già perso. Le due squadre sono tra le migliori per punti concessi su cento possessi nei playoff, confermando una tendenza già della stagione regolare. La difesa perimetrale sarà x-factor per entrambe le squadre, che cercheranno di limitare le conclusioni avversarie dall’arco (Milwaukee concede il 31.7% da tre punti, Toronto il 31.5%) e di proteggere il più possibile il pitturato. Chiave, per i Bucks, sarà la difesa sul pick and roll quando sia coinvolto Brook Lopez: la riluttanza del lungo ex Nets ad uscire potrebbe non essere un problema contro Gasol e Ibaka, che Budenholzer sceglierà di sfidare al tiro (rispettivamente 39% e 27.6% da tre in postseason), ma sarà rischiosa contro la tendenza dei Raptors di usare il mid-range (44% di realizzazione) senza riluttanza. Altro tema in casa Bucks sarà il lavoro contro i sempre più frequenti isolamenti di Kawhi Leonard. Se non si volesse troppo stancare Antetokounmpo, anche Middleton può essere risorsa preziosa contro il numero due dei Canadesi. I Raptors dal canto loro dovranno tenere il ritmo basso e costringere Milwaukee a tiri che non vuole prendere, ossia quelli dalla media distanza, magari facendo la scelta di contenere con i lunghi sul pick and roll, permettendo agli esterni di passare “sopra” il blocco per spingere dentro il palleggiatore. La forte pressione perimetrale potrebbe fruttare recuperi (Toronto forza le avversarie a 16.2 perse) e punti facili. Ma sarà necessario per la truppa di Nurse anche controllare i rimbalzi, spesso fattore negativo, dato che la squadra raccoglie appena il 67% delle carambole difensive quando perde. E Giannis come si ferma (no, scusate, rallenta)? Possibile che l’arduo compito spetti a Pascal Siakam, perché l’energie di Leonard saranno troppo preziose in attacco.

La tendenza dei Bucks a concedere il tiro dal mid-range potrebbe rivelarsi pericolosa contro i Raptors

In attacco la parola d’ordine di coach Budenholzer sarà “correre”. I Cervi si trovano a loro agio nei ritmi alti e in transizione, il regno di Giannis Antetokounmpo, che può attaccare l’area per concludere, per guadagnare falli o per riaprire sui tanti pericolosi tiratori da fuori. Un ritmo elevato necessario non solo per esprimere meglio le proprie doti tecniche, ma anche per far valere la maggior lunghezza del roster rispetto a Toronto. Aldilà del duello stellare tra il greco e Leonard, infatti, il confronto tra gli “altri” sarà vero ago della bilancia, una bilancia che sembra pendere nettamente verso il Wisconsin. A metà campo potrebbe non essere altrettanto facile trovare pertugi nella difesa Raptors. Spazio allora all’utilizzo del pick and roll, cercando magari di coinvolgere Marc Gasol nei cambi o di mettere forte pressione su Kyle Lowry, dalle cui condizioni dipende tanto della sorte di Toronto. I Raptors, per quanto li riguarda, accetteranno di correre solo in situazioni di chiaro contropiede, evitando di sfidare Milwaukee sul suo terreno. Tanta parte avranno sicuramente gli isolamenti di Kawhi Leonard, costretto però ad affrontare difensori di calibro. Da ciò derivano alcune necessità. La prima è un immediato miglioramento del numero due nel leggere le linee di passaggio quando si ritrovi raddoppiato. La seconda è quella del contributo offensivo del supporting cast, fin qui troppo altalenante. L’ultima potrebbe essere quella del pick and roll giocato con Leonard da palleggiatore, nel tentativo di coinvolgere Brook Lopez nei cambi difensivi e sfidarlo nell’uno contro uno, unica possibile debolezza di una difesa altrimenti stellare.

Difesa e contropiede: ricetta vincente dei Bucks?

BUCKS: ROSTER E ROTAZIONI

  • Giannis Antetokounmpo, #34
  •  Eric Bledsoe, #6
  • Malcom Brogdon, #13
  • Sterling Brown, #23
  • Bonzie Colson, #50
  • Pat Connaughton, #24
  • Donte DiVincenzo, #9
  • Tim Frazier, #12
  •  Pau Gasol, #17
  •  George Hill, #3
  •  Ersan Ilyasova, #77
  • Brook Lopez #11
  • Khris Middleton, #22
  • Nikola Mirotic, #41
  • Tony Snell, #21
  • D.J. Wilson, #5

RAPTORS: ROSTER E ROTAZIONI

  • Patrick McCaw, #1
  • Kawhi Leonard, #2
  • OG Anunoby, #3
  • Kyle Lowry, #7
  • Jordan Loyd, #8
  • Serge Ibaka, #9 C-
  • Malcolm Miller, #13
  • Danny Green, #13
  • Eric Moreland, #15
  • Jeremy Lin, #17
  • Jodie Meeks, #20
  • Fred Van Vleet, #23
  • Norman Powell, #24
  • Chris Boucher, #25
  • Marc Gasol, #33
  • Pascal Siakam, #43

BUCKS-RAPTORS STREAMING

Cercherete Bucks-Raptors streaming per non perdervi il confronto? Faccia a faccia ci saranno due squadre con un attacco micidiale e che per caratteristiche regalano sempre giocate spettacolari e tanto contropiede. Ecco come trovare Bucks-Raptors streaming:

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Bucks-Raptors streaming: chi avrà la meglio tra Giannis e Kawhi?
Bucks-Raptors streaming: chi avrà la meglio tra Giannis e Kawhi?

I Bucks sono chiamati ad alzare ulteriormente il proprio livello di gioco, dovendo affrontare una serie sulla carta molto impegnativa. Sono meno esperti a questo livello, vero, ma sono nettamente la squadra più solida di questi playoff, a differenza dei Raptors che, per raggiungere le Finals, avranno bisogno di andare ben oltre l’alieno Leonard. Se poi, alla fine, dietro quell’armatura si troverà Achille e non Patroclo, Ettore potrà solo inchinarsi.

Raptors-Sixers: Leonard nella storia, The Process rimandato (un’altra volta)

Raptors-Sixers

Quando LeBron James lasciò i Cavs erano in molti a dibattere su chi avrebbe raccolto la sua corona ad Est. Se Kyrie Irving ha deluso le aspettative della maggioranza e Giannis Antetokoumpo ha finora passeggiato, Kawhi Leonard si è rivelato il maggior indiziato fra i candidati. La serie Raptors-Sixers si è chiusa nel segno dell’ex Spurs e non solo per il buzzer finale. Kawhi Leonard ha trascinato Toronto dalla prima all’ultima gara, portando la croce nei momenti più delicati dei suoi compagni. I Sixers hanno molto da recriminare, a partire dalla pessima condizione fisica di Joel Embiid. Tra free agency e meeting dirigenziali si prospetta un’estate calda in Pennsylvania.

RAPTORS-SIXERS: THE NEW KING OF THE EAST

Kawhi Leonard.

Sembrava la solita cantilena: Raptors bravi in regular season, pessimi ai playoff. Almeno dopo gara 3 questo sembrava l’esito più scontato. Ma la differenza tra questa e le passate stagioni si chiama Kawhi Leonard, l’uomo della provvidenza. Teoricamente per molti avrebbe già la testa altrove, precisamente a Los Angeles dove a luglio potrebbe tornare. Il punto però è che Leonard è un professionista e un vincente come pochi nella lega. Gioca come fosse stato programmato meccanicamente per farlo. È impressionante come e quanto una partita riesca a fare il suo corso, avere momenti di inerzia a favore o a sfavore, e non suscitare tutto ciò nessuna reazione in lui se non quella di continuare a giocare la sua pallacanestro, eccellente su entrambi i lati del campo. I Sixers non sono mai riusciti a limitarlo in tutta la serie, nemmeno ricorrendo ad incessanti raddoppi. Un giocatore inarrestabile, capace inoltre nella successiva azione di limitare in difesa tutti i suoi avversari, da Ben Simmons ad Embiid. I numeri parlano chiaro: con The Glow in campo Toronto ha un offensive rating di 110 punti e un defensivee rating di 100.7 punti. Senza, questi numeri scendono a 56.7 e 109.6 punti. L’incredibile buzzer beater segnato in gara 7 è solo la ciliegina di una serie quasi perfetta: 35.4 punti, 7.7 rimbalzi e 3.4 assist tirando col 59% dal campo, 50% da tre. Un dominio del genere non si vedeva dall’anno scorso, quando proprio contro i Raptors l’ex King of the East, trascinava i suoi Cavs alle finali di conference. Una sorta di passaggio di testimone.

 

LA SOLITUDINE DI LEONARD: CERCASI VALIDI COMPRIMARI

Pascal Siakam vs Sixers
Pascal Siakam.

Sebbene Kawhi sposti da solo gli equilibri, nella serie contro i Bucks le sue sole prestazioni non potranno bastare. Intorno a lui però c’è un roster che tra seriali dimostrazioni di inadeguatezza su certi palcoscenici, logorii fisici e mancanza di stimoli, sembra giocare tutt’altro sport. Il secondo violino, Kyle Lowry, ha steccato l’ennesima postseason e sarebbe ora di valutarlo per quello che è (un giocatore nella media) senza attendersi più nulla da lui. Marc Gasol e Serge Ibaka, per quanto efficienti in difesa, hanno perso quel killer instinct che aveva fatto le fortune di Memphis e Oklahoma. La panchina ha deluso su tutta la linea, mentre Pascal Siakam, malgrado il suo momento d’oro, è condizionato da un problema al ginocchio. I Bucks sono la squadra più in forma della NBA e il suo leader Antetokoumpo si è finora rivelato un enigma per tutte le compagini affrontate. Urge un’inversione di rotta immediata.

 

THE PROCESS IN STAND-BY

 

Joel Embiid.

I 76ers sono usciti spaesati e ridimensionati da questa semifinale di conference. Vuoi per una pessima condizione fisica e per un sistema di gioco non funzionale, la tecnica vincere tutto e subito non è andata a buon fine. Molti giocatori hanno palesato evidenti limiti, sia tecnici (Ben Simmons) che emotivi (Tobias Harris). Nulla da rimproverare a Joel Embiid: ha giocato su una gamba sola a causa di una dolorosa tendinite. Malgrado ciò è sempre sceso in campo e nei minuti seduto in panchina (44 in totale) Philadelphia ha registrato un -84 di plus/minus. Non è chiaro il futuro di Jimmy Butler, Tobias Harris e J.J. Redick, prossimi free agent. Quel che è certo però è che i Sixers hanno un fenomeno da cui ripartire. C’è ancora tanto da lavorare, dalla condizione fisica alla continuità durante la partita, ma Embiid resta il volto della franchigia nel prossimo avvenire. Ha dato tutto in queste partite finendo esausto e in lacrime. Da ammirare a fine partita anche la sportività di Marc Gasol.

Anche quest’anno la NBA ci ha regalato una serie combattuta e divertente. Giusto elogiare i vincitori e anche dare meriti ai vinti che domani torneranno in palestra per migliorarsi e diventare più forti di prima. Nella serata in cui Kawhi e i suoi Raptors hanno fatto la storia giusto soffermarci anche sui mai domi Sixers.

Inside the duel: Warriors-Trail Blazers

damian lillard infortunio

Dopo ben 19 anni dall’ultima volta, i Portland Trail Blazers riassaporano il gusto delle finali di Conference e sognano di staccare il biglietto per l’ultimo atto della stagione NBA 2018/2019. Ma di fronte c’è chi ha detronizzato i sogni della concorrenza negli ultimi anni, senza pietà, quei Golden State Warriors che ambiscono ad uno storico three-peat.  Ennesimo scontro tra la classica corazzata e gli underdog di turno. Una sorta di copione scritto da tempo e sempre riutilizzabile a distanza di tempo, una trama dall’esito scontato. Tuttavia il colpo di teatro non può essere escluso a prescindere.

Corsi e ricorsi storici recenti aleggiano attorno a questo confronto. Warriors e Trail Blazers si sono affrontati nelle semifinali di Conference nel 2015/2016 e nel primo turno del 2016/2017: in entrambe le occasioni la compagine di Oakland l’ha spuntata nettamente (4-1 e 4-0).

Kerr accusa Beverley
Steve Kerr.

LO SCORE AI PLAYOFF

Golden State Warriors

  • First round: 4-2, vs Los Angeles Clippers
  • Western Conference Semifinals: 4-2, vs Houston Rockets
  • Offensive rating: 117.4
  • Defensive rating: 111.8
  • Team leaders: Kevin Durant (34.2 PTS),  Draymond Green (9.3 REB), Draymond Green (8 AST)

 

Portland Trail Blazers

  • First round: 4-1, vs Oklahoma City Thunder
  • Western Conference Semifinals: 4-3, vs Denver Nuggets
  • Offensive rating: 110.8
  • Defensive rating: 109.7
  • Team leaders: Damian Lillard (28.4 PTS), Enes Kanter (10.6 REB), Damian Lillard (6 AST)

WARRIORS-TRAIL BLAZERS: IL DUELLO

Mentre la variabile Kevin Durant rimarrà fuori di ai giochi fino al recupero dell’infortunio, l’attenzione verrà spostata inevitabilmente sui backcourt delle due contendenti: gli Splash Brothers da una parte, il tandem Lillard-McCollum dall’altra.  I primi sono reduci dalla decisiva gara 6 contro i Rockets dove hanno messo a referto ben 60 punti combinati, disputando una gara che ha rimandato al periodo pre-Durant. Le due guardie di Portland non sono mai stati dei fattori difensivi, per questo potrebbero soffrire in particolar modo Curry, che col suo primo passo bruciante è in grado di far breccia nell’area avversaria. L’intelligenza e la capacità di smarcamento off the ball da parte di Thompson può portare i Warriors ad usufruire di conclusioni pulite: probabilmente Dame e CJ si alterneranno sui pariruolo campioni in carica, magari facendosi aiutare pure da Evan Turner. Sta a Terry Stotts trovare il bandolo nella matassa in modo da mascherare queste lacune potenzialmente fatali.

 

Grazie al pick and roll i Warriors possono creare diversi problemi ai Trail Blazers.

 

Anche perchè il pick and roll è un’arma che potrebbe far male ai Trail Blazers. Con Enes Kanter in campo, il team dell’Oregon tende a contenere i giochi a due, decidendo a volte di cambiare. Eventuali raddoppi su Curry non sono da escludere affatto, in modo da metterlo in difficoltà. Potrebbe trovare qualche minuto in più Zach Collins da 5, per consentire maggiormente i cambi. In questo caso (e non solo), comunque, la difesa dovrà stare attenta nella rotazione e negli aiuti: grazie alla circolazione di palla e ai blocchi, i Warriors riescono ad agevolare i tagli in area (sono 18 i punti di media messi a segno finora in tale frangente, col 70% dal campo circa).

Se si invertono le parti in causa, i Warriors possono usufruire di diverse soluzioni per far fronte al frizzante duo. Nella single coverage, soprattutto in isolamento, Thompson e Andre Iguodala dovrebbero essere i marcatori designati (con licenza di cambiare); Steve Kerr così potrebbe assegnare a Curry un compito ‘più leggero’ tutelandolo dal problema falli. Una difesa dura ed attenta servirà ai Warriors a fronteggiare il pick and roll di Portland, un terreno fertile dal punto di vista offensivo. Gli handler, nei giochi a  due eseguiti in questi playoff, stanno viaggiando ad una media di 24.2 punti a partita. Lillard e McCollum particolarmente riescono a spaccare la difesa in scioltezza e a trovare la via del canestro: Draymond Green e Kevon Looney riescono comunque a reggere il cambio e a permettere alla retroguardia di restare ordinata.

Portland dovrà cercare di mettere Lillard in condizioni di scatenare il suo potenziale offensivo e allontanarlo dalla morsa degli avversari.

Il ritmo è l’altra chiave della serie. La franchigia della Baia preferisce correre e colpire in contropiede (16.6 punti a partita), al contrario degli sfidanti che invece agiscono con un passo più misurato al netto di una transizione difensiva tutt’altro che brillante. I Trail Blazers dovranno dunque cercare di spezzare il ritmo aggredendo a rimbalzo offensivo e regalarsi così preziose ‘second chance‘ (grazie alle quali vengono segnati 16.5 punti a gara). Sarà importante, in tal senso, la battaglia sotto canestro tra Green e Kanter.

WARRIORS: ROSTER E ROTAZIONI

  • Stephen Curry, #30
  • Klay Thompson, #11
  • Kevin Durant, #35
  • Draymond Green, #23
  • DeMarcus Cousins, #0
  • Andre Iguodala, #9
  • Andrew Bogut, #12
  • Shaun Livingston. #34
  • Jordan Bell, #2
  • Jacob Evans, #10
  • Kevon Looney, #5
  • Jonas Jerebko, #15
  • Damion Lee, #1
  • Alfonzo McKinnie, #28
  • Marcus Derrickson, #32
  • Quinn Cook, #4

TRAIL BLAZERS: ROSTER E ROTAZIONI

  • Al-Farouq Aminu, #8
  • Zach Collins, #33
  • Seth Curry, #31
  • Maurice Harkless,#4
  • Rodney Hood, #5
  • Enes Kanter, #00
  • Skal Labisssiere, #17
  • Jake Layman, #10
  • Meyers Leonard, #11
  • Damian Lillard, #0
  • CJ McCollum, #3
  • Jusuf Nurkic, #27
  • Anfernee Simons, #24
  • Gary Trent Jr, #9
  • Evan Turner, #1

 

WARRIORS-TRAIL BLAZERS STREAMING

Warriors-Trail Blazers streaming, cercate questo? La serie è visibile in due modi diversi. Ecco quali:

  1. streaming su Sky Go
  2. streaming su NBA League Pass

Nel primo caso sarà possibile vedere anche altre sfide dei playoff su Sky, attraverso l’applicazione per smartphone, tablet e pc. I requisiti? Avere un abbonamento con Sky da almeno un anno ed avere attivo il pacchetto sport.

Così potrete vedere in diretta i match, ma anche registrarli e riguardarli su Sky e sui vostri dispositivi. Per il secondo metodo invece basta abbonarsi sul sito web di NBA League Pass, selezionare il pacchetto desiderato e potrete vedere tutte le gare anche in contemporanea in diretta, in streaming su PC, tabletcellulare.

Damian Lillard a colloquio con Terry Stotts.

L’assenza di KD ha ridotto ulteriormente le rotazioni dei Warriors che però rimangono più attrezzati rispetto agli avversari. Se il numero 35 dovesse rientrare a serie in corso, sposterebbe in maniera significativa l’asticella dalla propria parte, perchè nel roster dei Trail Blazers non c’è nessuno in grado di poter tenerlo a bada. Il manipolo guidato da Stotts hanno mostrato dei limiti nella serie contro i Denver Nuggets, su entrambi i lati del campo, che potrebbero costare tanto coi californiani. Insomma,  la solidità e l’esperienza di Curry e compagnia propendono ad una serie dove vedere un upset sarà arduo.

Celtics: tutti gli strali di Kyrie Irving, l’uomo che voleva essere un leader

Kyrie Irving

La stagione 2018\19 dei Boston Celtics e di Kyrie Irving, una “corsa sulle montagne russe” come definita da coach Brad Stevens, e terminata alla quinta partita di semifinale di conference contro i Milwaukee Bucks, ha avuto una sola costante.

Le parole, le emozioni e gli strali dell’ex giocatore dei Cleveland Cavs.

Kyrie Irving che ha appena terminato la sua peggior serie di playoffs in carriera, una serie giocata “a parte”, al contrario di quanto necessario contro una squadra tutta difesa ed atletismo come i Bucks di Giannis Antetokounmpo.

Un Kyrie Irving improvvisatore in attacco (35.2% al tiro, 22.7% al tiro a tre punti, 3.6 palle perse di media in 5 partite), ancora – incredibilmente – più improvvisatore in difesa ed ancora più incredibilmente sfrontato ed orgoglioso tra una partita e l’altra.

I Milwaukee Bucks, superiori in tutto in campo, hanno faticato solo nel comprendere quanto “cotti” mentalmente fossero i Boston Celtics ancora prima di incominciare.

Pochi minuti dopo la fine di gara 5, Terry Rozier ha dichiarato di aver sostanzialmente iniziato da mesi a contare i giorni che lo separavano dalla fine della stagione. Il fiero Marcus Morris ha dichiarato di non avere mai trovato una risposta alle disfunzionalità della squadra. I Celtics si sono appoggiati alla roccia Al Horford, il solo in grado con la sua sola rassicurante presenza di tenere a galla emotivamente i suoi compagni, immersi nella crisi di Gordon Hayward, nelle esitazioni di Jayson Tatum e nell’impazienza dello scalpitante Jaylen Brown.

Sapevo sin da subito che sarebbe stata dura quest’annoCoach Brad Stevens pochi giorni fa a Tim Bontemps di ESPN “Ma già ad ottobre tutte le potenziali difficoltà che avremmo incontrato si sono presentate tutte assieme: si, sarebbe stata durissima“.

CELTICS, GLI STRALI DI KYRIE IRVING

E’ bene ricordare: Kyrie Irving ha giocato due stagioni a Boston, sebbene la portata ed il peso dell’annata appena conclusa abbiano cancellato dagli archivi la stagione 2017\18, finita prima del tempo per un problema al ginocchio sinistro.

Con Irving ai box, i giovani Celtics raggiunsero le finali di conference e persero solo alla settima partita contro i “LeBron James Cavaliers”, mostrando al mondo il talento di Jayson Tayum – il nuovo Paul Pierce – di Jaylen Brown e di “Scary” Terry Rozier.

Sulle aspettative che quella sorprendente stagione generò, e sull’assunto che a quel nucleo sarebbe bastato re-introdurre Kyrie Irving e lo sfortunato Gordon Hayward per vincere – seguendo l’enunciato del Principe DeCurtis che “è la somma che fa il totale” – si è scritto e detto tanto.

Ciò che la prima e quieta stagione di Kyrie Irving non aveva suggerito ad alcuno sarebbe però stato il diluvio di pose, dichiarazioni, cambi d’umore e flussi di coscienza a microfoni aperti che avrebbe scandito l’anno II in bianco-verde del campione NBA 2016.

“IL MIO PIANO È RIFIRMARE CON I CELTICS”

Un giocatore di basket è prima di tutto un uomo.

Irving perse la madre Elizabeth quando il ragazzo aveva solo quattro anni. Elizabeth fu adottata da bambina da una famiglia Sioux che viveva nella Riserva di Standing Rock, e la nonna materna ed i bisnonni del giocatore dei Celtics erano di origine Sioux, e lo scorso agosto Kyrie ricevette il grande onore di diventare a tutti gli effetti un membro della grande Nazione Sioux, dopo anni di attivismo ed iniziative di beneficenza a favore della causa Nativa.

Anche sotto tali auspici era iniziato il 2018\19 di Kyrie Irving, che giunto “all’anno del contratto” aveva dichiarato già in ottobre, a due settimane dall’inizio della stagione, come il suo piano fosse quello di rifirmare con i Boston Celtics, l’estate seguente.

“JAYLEN BROWN E JAYSON TATUM DEVONO ABITUARSI ALLA PRESSIONE”

Pronti, via, ed i Celtics sono subito zoppicanti: Toronto Raptors e Milwaukee Bucks hanno già allungato, mentre Boston non riesce a mettere in serie due vittorie consecutive ed a fine novembre è ferma a 9-7, dopo una sconfitta casalinga contro gli Utah Jazz.

L’attacco Celtics è agli ultimi posti della lega, Jaylen Brown e soprattutto Jayson Tatum faticano ad esprimersi al livello dell’anno precedente (ergo, non sanno dove mettersi, letteralmente). Kyrie Irving cerca di stimolare i giovani compagni, ricordando loro come la pressione mediatica e difensiva nei loro confronti non avrebbe fatto altro che aumentare nei mesi a venire:

L’anno scorso erano ancora così giovani, e date le circostanze nessuno avrebbe preteso da loro ciò che poi sono stati in grado di fare. Quest’anno è diverso, la pressione a cui sono sottoposti tutte le sere se la sono guadagnata, ed è una cosa a cui devono abituarsi. Fare parte di una grande squadra comporta questo”

I nostri giovani hanno più talento di tutti” Ancora Irving “Devono imparare a trarne vantaggio“. La sconfitta contro i Jazz sarebbe stata la prima di tre partite perse consecutive.

“NON ABBIAMO PIÙ TEMPO DI ASPETTARE, SERVE DI PIÙ”

Una settimana più tardi tocca ai New York Knicks passare al TD garden di Boston, un passo falso che una squadra con ambizioni da contender non può permettersi, nelle parole di Irving:

Non possiamo più aspettare. Da parte mia, dello staff e di tutta la squadra non possiamo più aspettare che i giovani facciano quel definitivo salto di qualità. Dobbiamo migliorare, io compreso“.

Forse non siamo bravi come pensavamo di essere” E’ un amaro Brad Stevens a chiudere il trittico di sconfitte.

“EGOISTI IN CAMPO, SOLO IL SUCCESSO DI SQUADRA È IL SUCCESSO DEL SINGOLO”

Alle tre sconfitte segue un periodo brillante, da 8 vittorie consecutive ed un record finalmente “presentabile” di 18 vinte e 10 perse. A metà dicembre i Boston Celtics perdono contro Phoenix Suns e Detroit Pistons, prima dello showdown contro i rivali Milwaukee Bucks del 22 dicembre.

Gli uomini di Mike Budenholzer finiscono per calpestare i Celtics, di nuovo in difficoltà al TD Garden (120-107 il risultato finale). Irving convoca una riunione a porte chiuse per soli giocatori ed all’uscita si presenta ai cronisti come un frustratissimo fiume in piena: “La cosa che dobbiamo capire è questa: non tutti, io per primo, possiamo sempre giocare nel ruolo che vogliamo, tutti i minuti che vorremmo, cose che – egoisticamente parlando – sarebbero l’ideale per me o per un altro. Per quanto mi riguarda, fa parte del processo di crescita (…) si vedono un sacco di giocate personali (…)  ci siamo ritrovati più di una volta a tirare con ancora 16-17 secondi sul cronometro dei 24, prendendo brutti tiri in allontanamento (…) qui potrei fare tutto quello che voglio quando voglio, in campo, ma devo capire che la cosa più importante è aiutare la mia squadra.

CELTICS, BENE COSÌ… ANZI NO, JAYLEN BROWN: “NON POSSIAMO CONTINUARE A PUNTARCI IL DITO CONTRO A VICENDA”

Se dopo una bella vittoria contro gli Indiana Pacers, un Kyrie Irving garrulo si era permesso di parlare di squadra “diversa, sulla buona strada per diventare una squadra da titolo” e riconosciuto i giusti meriti della sua “tirata” del post-Milwaukee (“dopo la sconfitta contro Milwaukee (…) abbiamo sentito il forte bisogno di affrontare seriamente alcuni problemi. Il meeting post-partita ci è servito per ‘fare aria’ nello spogliatoio“), basta appena 3 giorni dopo una nuova sconfitta casalinga all’umorale Kyrie per tornare a vedere tutto nero.

Il 12 gennaio a Boston, gli Orlando Magic passano per 115-113. I Celtics dispongono prima della sirena finale di un ultimo possesso, una rimessa laterale da metà campo. Stevens disegna un gioco per Irving, ma Gordon Hayward, incaricato della rimessa, non passa in emergenza il pallone alla sua point-guard per servire Jayson Tatum.

L’ex Duke Blue Devils sbaglia un tiro difficile, e già mentre il pallone di Tatum è in aria, Irving ha già gettato le braccia al vento, esasperato. L’ex Cavs rimprovera vistosamente Gordon Hayward e Al Horford, ed è irritato con Brad Stevens e la sua scelta di gioco.

Nel post partita, un Kyrie Irving sempre meno in grado di “mordersi la lingua” sfoga la sua frustrazione, stavolta camuffandola (malamente) dal leadership: “L’anno scorso nessuno aveva nulla da perdere e poteva fare quello che voleva, e nessuno gli avrebbe chiesto nulla di più. Quest’anno no, è diverso. Non siamo più a quel punto, i giovani hanno superato quella fase“.

Un atteggiamento – la pratica di dividere la squadra in vecchi e giovani – al quale risponde appena due giorni dopo il “giovane”Jaylen Brown. Con Irving infortunato, i Celtics perdono a Brooklyn la terza partita consecutiva (25-18 il record), ed a fine partita Brown replica velatamente all’ennesima tirata del compagno (“Non mi permetterò più di mettere in discussione i miei compagni pubblicamente. Io voglio solo vincere, maledettamente (…) io sono venuto qui perché credo in questa squadra, e voglio aiutare questi giovani ad avere successo”).

Non è colpa dei giovani, e non è colpa dei veterani” Così BrownE’ colpa di tutti, dobbiamo venirne fuori come una squadra. Abbiamo avuto periodi in cui abbiamo giocato una grande pallacanestro, altri in cui non lo abbiamo fatto per nulla (…)  dobbiamo spalleggiarci l’un l’altro, supportarci. Non possiamo puntarci il dito contro e fare commenti.

FUTURO: “NON DEVO UN C***O A NESSUNO, SO COSA DEVO FARE, CHIEDETEMELO IL 1 LUGLIO”

In piena frenesia da trade deadline, con i Los Angeles Lakers impegnati a fondo per strappare Anthony Davis ai New Orleans Pelicans, e con i Pels altrettanto impegnati a resistere all’assalto per attendere l’estate, Danny Ainge e – chissà – Jayson Tatum, le promesse di rinnovo di ottobre di Kyrie Irving sono già un ricordo.

A fine gennaio, Irving si era sentito in dovere di telefonare al vecchio compagno LeBron James per scusarsi con lui “di essere stato, all’epoca, quel giovane”, quello che scalpita, che mal sopporta i paternalismi e forse vivere – anche – di luce riflessa. Una telefonata genuina, che dice molto del carattere irrequieto di Kyrie Irving, e che sorprende James (ironicamente a cena con Kevin Love al momento della chiamata), come ammesso dallo stesso LBJ.

E’ il primo febbraio quando Irving risponde così ad una domanda sui suoi proclami di qualche mese prima. La risposta raccolta dai cronisti è molto diversa ma eloquente: “Alla fine, farò solo ciò che sarà meglio per me, io non devo un c***o a nessuno. Richiedetemelo il 1 luglio“.

“TUTTI RADDOPPIANO KEMBA, NOI NO…”

Le ultime 24 partite di regular season dei Boston Celtics terminano con record di 14-14. Una stagione regolare mediocre per una squadra con tanto potenziale, ma che ogni giorno di più mostra evidente lo scollamento tra comandante (Irving) e truppa.

Il 24 marzo gli Charlotte Hornets in piena lotta playoffs battono i Celtics in rimonta allo Spectrum Center di Charlotte. Gli Hornets sono reduci da una partita da 75 punti segnati a Miami, gara in cui gli Heat avevano sistematicamente raddoppiato e “blitzato” sui pick and roll centrali Kemba Walker.

Pochi giorni dopo, un Walker da 36 punti guida i suoi Hornets alla vittoria per 124-117. L’ex UConn segna 18 punti nel quarto periodo, ed a fine gara Irving critica la scelta di Brad Stevens di non raddoppiare Walker e forzarlo a cedere il pallone: “Probabilmente avremmo dovuto raddoppiarlo di più, togliergli il pallone dalle mani, così come fanno tutte le altre squadre… ma non l’abbiamo fatto. E non è la prima volta“.

“NESSUNO PUÒ BATTERCI IN 7 PARTITE”

Da febbraio, tra Kyrie Irving e la squadra pare essere scesa una poco visibile ma “percepibile” cortina. In marzo, Kyrie fa diversi mea culpa pubblici, in cui dichiara di aver peccato di troppa loquacità e sincerità davanti ai microfoni.

Come reazione uguale e contraria all’atteggiamento dei primi mesi, Irving inizia a manifestare sicurezza (sicumera) nella sua squadra, accennando alla “noia da regular season” e proponendosi quale leader positivo e (più) rilassato (“Fa parte della stagione regolare, nei playoffs quando possiamo concentrarci su una squadra e pianificare tutto, non vedo nessuno che ci possa battere in sette partite“, dopo una sconfitta a Chicago).

Se sono preoccupato? No, perché io sono qui“.

“MI HANNO PORTATO A BOSTON PER MOMENTI COME QUESTI”

Cosa spinge infine un Kyrie Irving che dà in campo la sensazione di pensare già alla sua estate, a fare dichiarazioni sfrontate come quelle del post gara 2 e post gara 4 della serie di semifinale contro i Milwaukee Bucks?

Disillusione, o meglio consapevolezza? Resa? Allora perché, banalmente, “spararle grosse”?

Scenari come questi sono il motivo per cui sono a Boston, i motivi per cui mi hanno portato qui. La pallacanestro è uno sport divertente, soprattutto quando il gioco si fa duro, e bisogna farsi trovare pronti. E’ il periodo dell’anno che aspettiamo per tutta la stagione“. Kyrie Irving pare prendere sotto gamba una prestazione da 4 su 18 al tiro in gara 2, confidando nella capacità sua e dei suoi compagni di poter premere un bottone e riuscire laddove per tutta la stagione i Celtics avevano fallito: uscire dalle difficoltà come una squadra.

Il risultato? Una prevedibile ed orribile serie di tre partite. Definite però da Kyrie Irving come banali “problemi al tiro”: “Ho solo sbagliato tanti tiri, succede. A volte succede e devi accettarlo (…) è difficile trovare ritmo quando sei marcato a tutto campo azione dopo azione… da me ci si aspetta sempre il massimo, sto cercando di creare occasioni per i miei compagni e per me, sfruttando l’aggressività della difesa. 22 tiri? avrebbero dovuto essere 30, sono quel tipo di giocatore“.

Gara 5 della serie si è chiusa con una prova di squadra da 31% al tiro. Il fallimento di ogni (a queL punto) velleità di costruire un sistema offensivo a 3, se non 4 punte (Irving, Tatum, Hayward, Brown\Horford) si è manifestato in 48 minuti in una serie di tiri comodi scagliati nei pressi del ferro, in un primo tempo di 1 vs 1 “alla rovescia” di colui che, ruolo alla mano, avrebbe dovuto essere la point-guard, il creatore di gioco ed il leader della squadra.

Kyrie ci ha provato, alla sua maniera, l’unica che conosce, ed ha fallito là dove in cuor suo avrebbe voluto avere successo più di ogni altra cosa.

Eppure: “Irving cattivo leader? S*******e. Abbiamo accolto Kyrie a braccia aperte ma non abbiamo mai capito, anche se ci abbiamo provato… ma noi non siamo nella sua testa, forse poche persone al mondo sanno davvero cosa c’è in lui“.

Marcus Smart.

Bucks-Celtics: Giannis corre troppo per tutti

In questa semifinale di Conference si affrontavano le uniche due compagini che erano state in grado di vincere per 4-0, ottenendo dunque uno “sweep”, nel primo turno dei playoffs. I Milwaukee Bucks, teste di serie numero uno, sfidavano i Boston Celtics, numero quattro. Entrambe le squadre, come detto, avevano liquidato con facilità, rispettivamente, Detroit Pistons e Indiana Pacers. Ci si attendeva dunque una serie equilibrata, giocata da due squadre ricche di talento in campo ed in panchina. Motivo di interesse era, infatti, anche la sfida a scacchi preannunciata tra Coach Mike Budenholzer e Coach Brad Stevens.

Nonostante tutte le attese e i pronostici, il tanto anticipato equilibrio è durato solamente due gare. Due gare che sono servite a coach Budenholzer per rispondere alle mosse attuate dai rivali per limitare lo strapotere offensivo di Giannis Antetokounmpo. Le tattiche difensive di Brad Stevens hanno infatti sì funzionato bene, ma solo finché gli avversari non hanno trovato il modo di eluderle. La serie così non è stata più alla portata dei Celtics, liberato tutto il potenziale offensivo della superstar greca. Risultato: quattro vittorie consecutive dei Bucks dopo l’illusoria vittoria di Boston in gara 1 e questione chiusa sul 4-1.

C’è da dire tuttavia che, nonostante i meriti chiari ed evidenti degli avversari, a concorrere al realizzarsi di questo risultato non sono mancati i demeriti dei Celtics. L’attacco non ha mai girato come avrebbe dovuto, visto il livello di talento che la franchigia può vantare. Il possibile colpevole, indiziato principale del delitto che ha avuto come vittima la fase offensiva della squadra, probabilmente è da individuarsi in Kyrie Irving. Colui che arrivava a questa post-season con tantissimo da dimostrare come leader di una squadra da titolo non è stato decisamente all’altezza delle aspettative.

L’ATTACCO BUCKS FUNZIONA, QUELLO CELTICS NO E FA CORRERE GLI AVVERSARI

Il confronto tra gli attacchi delle due squadre, all’interno di questa serie, è abbastanza impietoso. Quello che statistiche avanzate esprimono in modo elaborato sarebbe di facile comprensione anche ad un occhio meno esperto, in seguito alla semplice presa visione delle partite. L’attacco dei Bucks, dopo le apparenti difficoltà nelle prime due gare, è stato piuttosto efficiente, con un Effective Field Goal Percentage del 51.4%; i Celtics, dal canto loro, si sono fermati al 47.3%. Questa differenza fa molto effetto, soprattutto considerando il fatto che Boston si sia avvicinata di più alla percentuale fatta registrare dai Detroit Pistons nel primo turno (44.4%), piuttosto che a quella di Milwaukee in queste semifinali.

Inoltre, la mancanza di incisività offensiva della squadra di Coach Brad Stevens non si è limitata a danneggiare i suoi dal punto di vista dei canestri (non) segnati, ma anche, e soprattutto, da quello dei canestri subiti. Non riuscendo infatti spesso a mandare a bersaglio i propri tiri, i Celtics davano vita facile in campo aperto agli avversari, che hanno segnato ben 33 punti in ripartenza in più. Una differenza abissale.

Jaylen Brown sbaglia un tiro appena fuori dal pitturato, Giannis afferra il rimbalzo e fa ripartire in fretta l’azione, premiando lo scatto di Middleton, che lo ripaga con un canestro da tre.

Questa serie ha inoltre messo in risalto tutte le difficoltà incontrate da Kyrie Irving: dopo una gara 1 discreta, nelle quattro sconfitte dei suoi ha segnato un totale di soli 25 tiri su ben 83 tentati. I suoi affanni non sono tuttavia riassumibili in un dato così semplice, perché è stata resa evidente la sua mancanza di capacità di leadership. Il numero 11 non è stato in grado di mettersi la squadra sulle spalle o di dare una scossa alla questione nei momenti più bui. Cosa che invece è riuscita bene all’altra stella protagonista della serie: Giannis. Dopo una gara 1 letteralmente disastrosa, che aveva già fatto urlare i suoi detrattori alla sua definitiva caduta in questi playoff, ha saputo riprendersi alla grande e condurre i suoi a quattro vittorie di fila. Con buona pace di Paul Pierce.

ANCORA UNA VOLTA, MILWAUKEE DIMOSTRA DI NON ESSERE SOLO GIANNIS

Il capro espiatorio dei Boston Celtics è stato, evidentemente, individuato da tutti, noi compresi, nella figura di Irving. Tuttavia, a parte Al Horford nelle prime uscite di questa serie, nessun membro del supporting cast della squadra è mai riuscito a brillare davvero. Lo stesso non vale assolutamente per i compagni di Antetokounmpo.

Al contrario, la squadra testa di serie numero uno dell’intera lega sta dimostrando di possedere una delle caratteristiche fondamentali per essere vincente: la profondità. L’avevamo già evidenziato dopo la vittoria contro i Pistons, ma è bene ricordarlo. Questa serie di 5 partite, se ha da una parte spinto un gruppo come quello dei Celtics sull’orlo del baratro in vista della off-season, ha dato certezze ulteriori ad un gruppo già ben oliato come quello dei Bucks.

E l’ha fatto in un modo che dà ancora più valore al lavoro di tutti i suoi membri. In gara 1 gli avversari avevano fatto davvero un ottimo lavoro nel fermare Giannis sul 33% al tiro, portando Milwaukee alla sconfitta. In gara 2 il greco avrebbe fatto la stessa fine, non fosse stato per la prestazione superba di Khris Middleton, che, tirando con un mostruoso 70% da tre punti, ha aperto l’area congestionata come contromossa alla forza del suo numero 34. A quel punto Boston non ha davvero più avuto risposte. Nelle gare successive diversi giocatori come Eric Bledsoe, o Pat Connaughton e George Hill dalla panchina, si sono fatti avanti con grandi prestazioni. Il tutto mentre Antetokounmpo si riprendeva e bombardava il ferro avversario con le sue solite penetrazioni, che a questo stato delle cose potevano liberare anche i compagni caldi sul perimetro.

Giannis prova a penetrare, viene rallentato, perde l’equilibrio, ma pesca il rientrante Malcom Brogdon oltre il perimetro, che mette a segno il tiro.

Ecco allora la forza di questa squadra. I Bucks hanno un leader forte, universalmente riconosciuto ed accettato come tale, ma hanno anche altri giocatori dalle personalità importanti. Questo rende possibile quanto accaduto in queste partite: quando la stella si impantana, qualcun altro sale in cattedra, facendo tante piccole cose che aiutano poi anche lo stesso Giannis a migliorare sé e i compagni. Insomma tanto di cappello per il lavoro di coach Mike Budenholzer, che si sta guadagnando con prepotenza un posto tra i migliori allenatori nell’attuale NBA.