Inside the duel: Boston Celtics vs Washington Wizards

Saranno i Boston Celtics e i Washington Wizards ad aprire le danze del secondo round di playoffs della Eastern Conference 2017.
Entrambe le squadre hanno portato a casa la prima qualificazione per 4-2: i ‘Verdi’ contro i Chicago Bulls, mentre i ‘Maghi’ contro gli ostici Atlanta Hawks.
Ora che le cose cominciano a farsi serie, emergeranno tutti i valori e tute le debolezze delle due franchigie.
Boston (arrivata prima ad est) e Washington (arrivata quarta) in regular season hanno dato vita a bellissime battaglie. Dunque tutto fa presagire che anche in questi playoffs ne vedremo altrettante.
Sarà una serie lunga e combattuta, ma chi avrà la meglio?

BOSTON CELTICS STATS

  • First round: 4-2, vs Chicago Bulls
  • Offensive rating: 108.9 (6th)
  • Defensive rating: 106.0 (10th)
  • Team leaders: Isaiah Thomas (23.0 PTS), Al Horford (8.5 REB), Al Horford (6.5 AST)
Isaiah Thomas
Apr 8, 2015; Auburn Hills, MI, USA; Boston Celtics guard Isaiah Thomas (4) looks on during the third quarter against the Detroit Pistons at The Palace of Auburn Hills. Celtics beat the Pistons 113-103. Mandatory Credit: Raj Mehta-USA TODAY Sports

WASHINGTON WIZARDS STATS

  • First round: 4-2, vs Atlanta Hawks
  • Offensive rating: 106.0 (10th)
  • Defensive rating: 103.5 (5th)
  • Team leaders: John Wall (29.5 PTS), Marcin Gortat (10.7 REB), John Wall (10.3 AST)

IL DUELLO

Boston e Washington avranno avuto modo di studiarsi già durante la regular season in quattro partite maschie e a tratti anche piuttosto nervose.
Un dato interessante da sottolineare riguardo alle sfide di stagione regolare sono che le due squadre si sono spartite equamente le vittorie e lo hanno fatto sempre davanti al pubblico amico.
Prendendo questa statistica con le dovute precauzioni, pare ovvio che il fattore campo sarà fondamentale.
Da sottolineare inoltre che il TD Garden (violato due volte dai Chicago Bulls) è un campo ‘caldo’, viceversa il Verizon Center è più ‘freddo’ ed il tifo è più passivo: anche questa potrebbe essere una chiave di lettura.
Andando invece al sodo, al piano tattico (quello che poi farà realmente la differenza),  il gioco espresso dai Wizards e dai Celtics è più o meno lo stesso: tanti contropiedi in velocità e ritmi alti.
Saranno interessanti le spaziature offensive di Boston in attacco.
Se come i Chicago Bulls, i Wizards cercheranno di limitare Isaiah Thomas (probabilmente assente in gara1 per via del funerale della sorella Chyna), il folletto di Tacoma proverà a pescare fuori dall’arco dei tre punti i suoi compagni liberi e con spazio per il tiro dalla lunga distanza.
Washington invece potenzialmente, in attacco ha maggiori ‘risorse’ come John Wall (leader della franchigia della capitale), Bradley Beal e Otto Porter. Queste sono le tre maggiori bocche da fuoco dei Wizards.
Proprio per questo motivo, è chiaro che coach Brad Stevens cercherà di arginare presumibilmente John Wall con Avery Bradley, miglior difensore di Boston.
Ad ogni modo però, l’incognita delle difficoltà difensive di Isaiah Thomas resta altissima.
Solo nel corso della serie potremmo sciogliere questi dubbi.
Le serie non si decidono solamente con gli esterni, ma anche con i lunghi.
La lotta a rimbalzo sarà fondamentale per decretare chi avrà maggiori possibilità di imporsi sugli avversari anche a livello di possessi.
Sotto quest’aspetto i Celtics per tutta la stagione hanno sofferto, ma possono venirne a capo solamente aiutandosi a vicenda e cercando di andare tutti a catturare il rimbalzo (come contri i Bulls).
La sfida in panchina è molto equilibrata, coach Brad Stevens e Scott Brooks sono due dei migliori tecnici della NBA: entrambi con le loro mosse ‘schacchistiche’ renderanno la serie ancora più avvincente.

Gli Academy Awards 2016 di NBApassion.com

“Buonasera! Buonasera a tutti, signore e signori, da parte dei vostri Red & Condor! Benvenuti! Benvenuti a tutti a questi Academy Awards 2016 targati NBApassion. Siete stupendi, una meraviglia con i vostri smoking e i lunghi e scintillanti abiti da sera. Ma veniamo al dunque, e iniziamo a celebrare….”

Questa sarebbe l’introduzione ideale se realmente fossimo sullo splendido palco del Dolby Theatre di LA, se il nostro lavoro fosse quello di presentatori di livello internazionale e se davanti a noi avessimo una platea stracolma di personalità e talento. In realtà (purtroppo) non è così, e.. Però, un momento: forse in realtà è proprio così. Vero: non siamo su di un palco in veste di presentatori e di fronte a noi non abbiamo attori o produttori, ma senza dubbio personalità e talento non mancano affatto. Si, è proprio così.

E allora, visto che il periodo è quello giusto, caratterizzato dalla notte degli Oscar vera e propria, iniziamo questo gran galà 2017 targato NBApassion.

Per questa premiazione sono state scelte 8 categorie, le principali da poter valutare:

  • Miglior giocatore
  • Miglior coach
  • Miglior General manager
  • Miglior esordiente
  • Giocatore più social
  • Giocatore più sviluppato
  • Miglior squadra
  • Miglior giocatore area FIBA

Ovviamente le possibili opzioni sarebbero state tante, tantissime potremmo dire, e per questo vorremmo fare una premessa. Si sa: i gusti sono gusti, ogni opinione è legittima, ecc.. Può essere che qualcuno non sarà d’accordo, vedrà dei nomi mancanti che urteranno la sua sensibilità, però.. Però si è provato a tirare al meglio possibile le somme di una Lega che potrebbe serenamente avere una decina di premiati per ogni sezione. E allora si è tentato di ridurle al massimo: 5 candidati per ciascun sondaggio, con i ragazzi della redazione aventi una sola opzione di risposta e un tempo limite per fare la propria scelta. Ma ora partiamo con la prima tappa.

MIGLIOR GIOCATORE DELL’ANNO 2016:

Categoria molto impegnativa, soprattutto in una Lega come l’NBA, stracolma di talento e fuoriclasse. I candidati sono:

  • LEBRON RAYMONE JAMES – Per l’eccezionale stagione e l’aver mantenuto la promessa del titolo fatta ad una città intera
  • STEPHEN CURRY – Per aver chiuso una RS fuori dal comune, nonostante lo stop decisivo nelle Finals
  • KEVIN DURANT – Per aver portato i Thunder molto vicini alle finali, ed aver ulteriormente migliorato i Warriors di quest’anno (cosa che pareva impossibile)
  • DEMAR DEROZAN – Per il suo ruolo a Toronto e per il contribuito nel portare i canadesi fin li
  • KYRIE IRVING – Per essere stato uomo chiave delle ultime Finals, con quel tiro che resterà nella memoria di tutti per molto tempo

And the winner is…. LeBron James!

Non ce ne vogliano gli altri candidati o gli esclusi; ognuno di loro, per un motivo o per l’altro, è stato protagonista assoluto, ma il lavoro di James è un qualcosa di sublime. Accompagnato da un’ottimo collettivo, si è comunque fatto carico di una squadra e di una città intera, alla ricerca di quella rivincita alla fine ottenuta. “The King” non per caso, possiamo dirlo. VAI AL PROSSIMO>>>

LeBron James, sempre più padrone della Lega

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NBA Finals: Le pagelle dei Cleveland Cavaliers

Dopo 7, sanguinosissime partite, i Cleveland Cavaliers sono i campioni NBA.

Nella squadra allenata da Coach Lue, l’MVP è stato indubbiamente LeBron James ma, il prescelto, è stato ben sostenuto da alcuni compagni di squadra come Irving e Thompson. Alcuni giocatori hanno, però, deluso le aspettative ma la cosa importante è che il titolo, dopo tanti anni di attesa, è giunto in Ohio.

Ecco le pagelle dei Cleveland Cavaliers della redazione nbapassion.com:

LeBron James è stato il migliore di tutti
LeBron James è stato il migliore

LeBron James voto 10- Una promessa mantenuta: dopo essere “scappato” a Miami, il “Re” è tornato a casa e con prestazioni sopra le righe ha guidato i Cavs al titolo NBA. MVP di queste finali, in alcuni frangenti ha mostrato basket spaziale.  In 42 minuti di media ( solo in Gara-2 dominata dai Warriors LBJ ha giocato meno di 40 minuti) il numero 23 ha messo a referto 29,7 punti, 12 rimbalzi, 8,8 assist, 2.6 rubate e 2.3 stoppate a partita( il migliore di tutti in tutte le categorie). Inoltre, il nativo di Akron ha innalzato il suo livello difensivo in queste finali e le numerose e spettacolari stoppate lo dimostrano. Emblematica, la stoppata in Gara-7 su Iguodala ormai certo di aver battuto tutti i difensori. A Cleveland, è già un eroe. Semplicemente dominante

kyrie Irving voto 8,5- Il voto è molto influenzato dalle prime due partite: il play dei Cavs, all’ Oracle Arena, stava tirando male e difendendo peggio. Le sue prestazioni sono salite di livello da Gara-3, dove Kyrie mise a referto 16 punti nel solo primo quarto che spinsero la sua squadra a riaprire la serie. I 27 punti di media sono inferiori solamente a quelli di James ma va detto che Gara-2, in cui Irving mise a referto solamente 10 punti, abbassa nettamente questa media. Da tutti, verrà ricordata la tripla decisiva in Gara-7: sul punteggio di 89 pari, Irving stampò la tripla decisiva in faccia a Curry decidendo di fatto l’incontro. “Pensavo solamente di avere la Memba Mentality”: se questa sarà la sua mentalità, nel suo futuro non potranno che esserci numerosi altri successi. Stella nascente

Kevin Love voto 5,5- Il peggiore dei Big Three. 8 punti di media per il beach boy che non è mai stato decisivo in queste finali. Anzi, i Cavs hanno iniziato a giocare proprio quando Love -messo disgraziatamente KO da una gomitata in gara-2- ha iniziato a dividere i suoi minuti con il veterano Jefferson. A tratti inguardabile, poco coraggioso e molto spento. Mezzo voto in più per l’ultima partita, in cui l’ex Minnesota Timberwolves ci ha messo un pò di energia, andando a catturare 14 rimbalzi e difendendo con più attenzione. Da motivare

Tristan Thompson voto 7,5- Pur non eccellendo in qualità, Tristan Thompson è il classico giocatore che non vorresti mai marcare: a rimbalzo, è stato a tratti dominanti e l’inerzia della serie è cambiata proprio quando Double T ha iniziato a produrre secondi possessi determinanti per la propria squadra. In Gara-7 ha segnato 9 punti di fondamentale importanza e ha dimostrato pure di essere migliorato ai liberi, vietando di fatto la strategia dell’hack per i rivali. Il capolavoro è stato in gara-6, quando il centro ha messo a referto una doppia-doppia da 15 punti e 16 rimbalzi così come Gara-3 con 13 rimbalzi e 14 punti. Piovra gigante

JR Smith voto 6- Del quintetto, è quello che ha deluso di più. Nonostante l’alto minutaggio non ha mai dato l’impressione di essere nella serie. La sufficienza, però, è d’obbligo: con 2 triple folli, ha ricucito l’unico strappo che i Golden State Warriors stavano creando nel terzo quarto dell’ultima tesissima partita. Non pervenuto in Gara-1 e Gara-2, dove stava facendo addirittura peggio delle scorse finali in cui J.R fu il peggiore. I 20 punti in Gara-3 lo hanno caricato e da lì in poi la guardia è diventato “leggermente”  un’arma più pericolosa per Cleveland. Pazzo scatenato

Richard Jefferson voto 6,5- Il 36enne ha vinto e ha dichiarato l’addio. La sua energia è stata straordinaria e si è caricato sulle spalle i propri compagni. Come se non bastasse, il suo 50% dal campo è stato un fattore nelle NBA Finals ma a fare la differenza la sua pazzesca voglia di difendere. Non male chiudere la sua carriera con oltre 20 minuti di media in campo alle Finali. Modello da seguire

Iman Shumpert voto 5- Il voto, sia chiaro, non è collegato alla sua pettinatura(voto 1). Pessime finali, in cui meriterebbe l’insufficienza totale(Lue gli ha dato comunque fiducia facendogli giocare oltre 15 minuti di media a partita) ma pesano i 6 punti in Gara-7 nell’economia del successo dei Cleveland Cavaliers. Scoraggiato

Channing Frye s.v- In questi playoff, fino alle finali, era stato uno dei migliori al punto da scalzare anche Kevin Love. Nelle finali è stato quasi un fantasma e non ha mai visto il campo più di un minuto. Molto strano, poiché sembrava essere una nuova arma ma, per come sono andate le cose, ha pagato la scelta di Lue ( titolo ai Cavaliers). Casper Frye

Matthew Dellavedova voto 4- L’anno scorso, sembrava essere l’uomo del destino. Quest’anno, è stato il peggiore di tutti. Bravo Coach Lue a concedergli pochi minuti, in quanto nelle poche volte in cui l’australiano stava in campo, faceva falli a ripetizione. La sua grande determinazione si è trasformata in foga. Da ritrovare

Timofey Mozgov s.v- Il russo indosserà l’anello al dito senza aver fatto praticamente nulla. Spettatore non pagante dei Cavs, dopo che l’anno scorso aveva fatto delle Finals più che dignitose.

Mo Williams, Dahantay Jones e James Jones s.v

lue faeTyronn Lue voto 8-  Senza cimentarci in inutili commenti sul gioco (isolamenti su isolamenti, ma se hai LeBron da 30 di media non puoi assolutamente cambiare) ha avuto il merito di compattare lo spogliatoio dei Cleveland Cavaliers e portare quella serenità che tanto mancava con il povero Blatt. Bravo anche a dare minutaggio a Richard Jefferson, che ha chiuso la carriera come meglio non si può e bravo a ridurre la rotazione dato lo straordinario stato di forma di James e Irving (Gara 1 fu persa proprio quando James stava in panchina). Un’unica pecca? Voto 3 alle sue espressioni: possibile che in ogni inquadratura Lue abbia sempre la stessa espressione da pesce fuor d’acqua?

La guardia reale

Un esercito senza un condottiero non vale nulla, ma un condottiere senza un esercito vale ancora meno. L’esercito di Re LeBron, generale in campo, vanta validi colonnelli, cavalieri, scudieri e una pregievole guardia reale. I due compagni chiave del trionfo contro i Guerrieri, in sette battaglie campali, sono ben noti: il colonnello Kyrie Irving e il cavaliere Kevin Love, che insieme al generale LeBron James formano i big three 2.0. Non solo questi due giocatori erano al fianco del Re, altri pretoriani hanno contribuito al titolo.

LA GUARDIA REALE

Due membri della guardia reale nella serie tv, Game of Thrones
Due membri della guardia reale nella serie tv, Game of Thrones

La Guardia Reale viene fondata da Aegon il Conquistatore della Casa Targaryen, come un élite privata di guardie del corpo per i possessori di sangue reale. Composta da sette cavalieri giurati, i membri devono servire per la vita a dispetto dell’età o di eventuali disturbi fisici o psichici. Durante il loro servizio, ai membri non è concesso giurare fedeltà se non al monarca. Tutti i membri devono essere stati nominati cavalieri. ”                                                             Con queste parole si capisce cos’è in Game of Thrones, ma per quanto riguarda i Cavaliers serve anche altro per capirlo al meglio. Secondo le tradizioni sono sette i componenti, chi sono quindi?

    1. Tristan Thompson – Dopo le polemiche estive sul super contratto, 82 milioni in 5 anni, si è rimboccato le maniche e ha lavorato duramente per migliorarsi ancora. Ha chiuso le Finals con il 61% dal campo, 10.5 punti e 11.3 rimbalzi di media, con il miglior plus/minus tra entrambe le squadra. Tre, sono le doppie-doppie totalizzate nelle 7 gare finali. Inoltre grazie all’aiuto delle statistiche avanzate possiamo rendere giustizia alla sua straordinaria difesa nei cambi; ha forzato 14 palle perse, nessuno come il canadese, LBJ 12. Ha marcato benissimo gli Splash Brothers e Harrison Barnes. Curry quando era difeso da lui ha tirato 5 su 17, 0 su 11 nei tiri contestati, con 4 palle perse, mentre Klay ha tirato 4 su 12 nelle azioni difensive contro TT. Barnes è 2 su 13 con soli 5 punti segnati in 14 giocate nella serie. Concludendo, possiamo affermare tranquillamente che Tristan è stato il fattore X di Cleveland e a 25 anni può solo crescere.
      Curry this series with Tristan Thompson On/Off Court
      OnOff
      Pts per 36 Mins21.142.2
      FG pct38.855.0
      3-pt FG pct38.958.3
      +/--24+20
      Cavs with TT On/Off Court This SeriesOnOff
      Pts diff+38-38
      Opp FG pct41.748.7
      Opp 3-pt FG pct32.250.0
    2. Richard Jefferson – Appena dopo la conquista del titolo, dopo quindici anni di carriera, ha annunciato il ritiro dalla pallacanestro giocata. Un veterano che si è messo al servizio della squadra e ha contribuito a portare il Larry O’Brien Trophy alla città di Cleveland.
      Jefferson, Thompson e James che scherzano durante una partita.
      Jefferson, Thompson e James che scherzano durante una partita.

      RJ ha scritto questo al theplayertribune, parlando di LeBron James, prima di Gara6: “Non mi importa che tu sia o meno un suo fan. Io l’ho visto. LeBron ha qualcosa che nessun altro ha, il modo in cui ti dice «seguimi e ti porto lì», tanto con le azioni quanto con le parole. Ho giocato con tanti campioni ma nessuno ti trasmette quello che trasmette lui. Ti fa venire voglia di metterti con lui e aiutarlo a portare un poco del suo peso. Mi sento in debito con lui, tutti si sentono in debito. Ha unito veramente tanto questa squadra. Jefferson ha vissuto una vita particolare, è cresciuto in fretta non per scelta e poi si è ritrovato alle Finali NBA nel 2002 e nel 2003, senza però riuscire ad aggiudicarsi l’anello. Ci è riuscito a distanza di anni, seguendo la leadership di James, ma ricoprendo un ruolo utilissimo e fondamentale nello spogliatoio, quello del veterano. Per ogni giocatore di entrambe le squadre si può dire la stessa frase per i motivi più disparati, ma per lui è decisamente vera <<questo titolo se lo è meritato>>.

    3. JR Smith – la scommessa vinta. Alzino la mano tutti quelli che vedendolo emigrare in Cina pensavano di ritrovarselo con un anello al dito, conquistato da titolare e protagonista? Bene io la mano la alzo, in lui ho sempre creduto, perchè Jr è uno di quei giocatori da prendere o lasciare, con un talento offensivo imbarazzante, ma la professionalità di Nick Young ubriaco. A Cleveland, una città brutta e con poca vita notturna, ha ritrovato la condizione fisica e mentale ideale, arrivando così a un livello di gioco ottimale. Mi piace pensare che le sue scelte di tiro siano del tutto casuali e non penso sia molto lontano dalla verità. Verità che però è un’altra, con la guida di LBJ, in un sistema di gioco che gli permette di sprigionare il suo talento sopraffino, dimostra di essere fondamentale su due lati del campo e si è guadagnato la titolarità a discapito di Shumpert. A 30 anni precisi, forse, perchè con Smith nulla, ma proprio nulla, è certo, ha raggiunto la sua definitiva dimensione cestistica. E’ semplicemnte JR Swish, prendere o lasciare? Bron e la dirigenza Cavs, nel Gennaio del 2015 hanno scelto la prima opzione.  https://twitter.com/intent/tweet?text=Check%20out%20this%20video%20%23espn&lang=en&url=http:%2F%2Fespn.go.com%2Fvideo%2Fclip%3Fid%3D16366537  link per vedere James in conferenza che parla di JR.
    4. Channing Frye – la seconda scommessa vinta. Al suo arrivo alla trade deadline si pensava potesse essere importante per segnare qualche punto e dare respiro ai titolari, invece è andato oltre le aspettative. Ai playoff si è trasformato ed è stato determinante, dando a coach Lue delle altre opzioni offensive e ha collezionato 13.9 minuti, 6.7 punti e il 56% da tre. E’ vero alle Finals ha giocato poco e niente, ma non va dimenticato.
    5. James Jones – l’amico. Nella settina della guardia reale non poteva mancare il più caro amico del Re nello spogliatoio. 6 finali consecutive, 3 titoli, alla fine il palmares recita questo. Nel parquet il suo apporto è sempre più ridotto però ci sarà un motivo se continua ad essere nel roster ed è entrato nelle grazie reali. Un amico che può parlarti nei momenti difficili serve sempre e averlo o no può fare la differenza.
    6. Mo Williams – lo scudiero. Lui è davvero un fedelissimo, diritto acquisito nei tre anni a Cleveland (2 con LeBron), prima di tornarvici quest’anno. L’assenza di Irving nella prima parte di stagione, lo ha reso un protagonista inaspettato.
      Mo Williams invita LBJ ad alzare il premio di MVP delle Finals per mostrarlo al mondo, per poi guardarlo con fierezza.
      Mo Williams invita LBJ ad alzare il premio di MVP delle Finals per mostrarlo al mondo, per poi guardarlo con fierezza.

      Ha chiuso la regular season con 18.2 minuti di media e 8.2 punti e 2.4 assist a partita. In postseason ha giocato meno, ma il suo apporto non è mancato, 19 minuti nelle 4 vittorie delle Finals, è però fuori dal campo dove è stato più utile. L’anno prossimo sarà ancora al fianco del suo Re, pronto ad aiutarlo ancora una volta a difendere il titolo.

    7. Matthew Dellavedova – al termine della stagione scorsa, era l’idolo dei tifosi, il suo ardore, la sua grinta e l’impegno in difesa lo avevano eletto a simbolo della ‘classe operaia’ del basket NBA. Era riuscito a sostituire degnamente Kyrie, giocando palesemente a un livello che non gli competeva. Quest’anno ha trovato più inconvenienti, ma un lavoratore del genere è sempre meglio averlo in squadra, non fosse solo per l’importanza di allenarsi contro un difensore di quel livello. Non c’è solo la fase difensiva nel suo gioco, 24.6 minuti, con 7.5 punti e 4.4 assist a partita sono lì a testimoniarlo. La sua utilità va nettamente oltre i numeri, infatti: è un giocatore di intangibles e questa vittoria storica è anche sua.

 

La guardia reale è al completo, i sette uomini al fianco dei big three li abbiamo visti, adesso sta ai libri di storia non dimenticare le loro gesta, perchè negli sport di squadra non si vince mai da soli e al fianco del regale James ci sono stati validissimi alleati. La stagione 2015-16 è pronta per essere consegnata agli archivi, nel frattempo la guardia reale è pronta a difendere ancora il proprio Re, forse non con gli stessi membri, ma certamente con la stessa dedizione.

La mentalità da Mamba…

Kyrie Irving

“All I was thinking in the back of mind was Mamba Mentality.”

Il punteggio dice 89 pari, mancano una manciata di secondi alla fine. La palla arriva tra le mani di Kyrie Irving: palleggio, cross over su Curry, tiro. In quel momento tutta Cleveland, tutto l’Ohio ha pregato che quel tiro entrasse dentro il canestro. Quello che nessuno poteva sapere è che nella testa di Irving c’era un pensiero, c’era l’immagine di un giocatore a cui ispirarsi in una situazione come questa: Kobe Bryant. Con un presupposto del genere, alla fine dell’arcobaleno disegnato dallo Spalding non poteva che esserci il canestro del 92-89, quello che ha dato la spallata definitiva alla partita. Il fatto che il numero 2 in maglia Cavs stia diventando un giocatore sempre più “clutch”, proprio come il “Mamba”,  lo dimostrano le medie della regular season confrontate a quelle dei playoff: se le medie di rimbalzi ed assist non sono variate (rispettivamente 3.0 e 4.7 a partita) i punti passano da 19.6 a 25.2, le percentuali dal campo salgono dal 44.8% al 47.5%, da 3 punti passa dal 32.1% al 44.0%. Queste poi vengono ritoccate nelle Finals, dove Irving ha toccato quota 27,1 punti di media con il 46.8% dal campo, conditi da 3.9 assist e rimbalzi di media e 2.1 rubate.

IRVING PUNTA CURRY, POI LASCIA PARTIRE IL TIRO CHE DECIDE LA PARTITA
IRVING PUNTA CURRY, POI LASCIA PARTIRE IL TIRO CHE DECIDE LA PARTITA

I titoli dei giornali ovviamente parlano della promessa mantenuta da Lebron James, meritatissimo MVP di queste finali, e della sua tripla doppia. Giusto così. È lo stesso Kyrie a porsi come secondo violino quando in un’intervista rilasciata ad ESPN dichiara:

“I’m very thankful that I have a guy like that that’s leading our team that I can continue to learn from. And when my time does come of being able to lead a franchise and see the landscape of how it’s supposed to be composed, I watched Beethoven right now of LeBron James compose a game. He had a freakin’ triple-double in Game 7 of an NBA Finals game. There will still be naysayers, but I know it doesn’t matter to him. It doesn’t matter to me. All that matters is we’re champions, and our whole team is etched in history.”

Quando uno con il talento di Kyrie Irving, espresso per altro già ad elevatissimi livelli, accetta di aver ancora qualcosa da imparare da qualcuno, non si può che tirare giù il cappello. A 24 anni ha vinto un titolo NBA da protagonista e questo non può che velocizzare il suo processo di maturazione, che lo porterà a diventare un giocatore ancora più clamoroso. Uno che, dopo una partita da 26 punti col canestro decisivo in una Gara 7 delle Finals, ha l’umiltà di scusarsi con una giornalista perchè l’abbraccio al suo capitano stava togliendo tempo all’intervista. Questo è Kyrie Irving: il fenomeno che vive e lavora a testa bassa, ma che gioca a testa alta.

Promessa mantenuta

“Non prometto che vinceremo un titolo. So quanto sia dura mantenerla questa promessa. Non siamo pronti per ora, proprio no. Certo, vorrei vincerlo l’anno prossimo, ma sono realista: sarà un processo lungo, molto più di quello del 2010. La mia pazienza sarà messa alla prova, lo so, vado verso una situazione particolare, con una squadra giovane e un nuovo coach. Io sarò il vecchio saggio. Ma mi emoziona poter mettere insieme un gruppo e aiutarlo a raggiungere un livello che non sapevano di poter raggiungere. Adesso mi vedo come un mentore e sono felice di guidare questi giovani di talento”.

Eh sì, ora si può dire che la pazienza è stata ripagata e che la tosta ed intrigante missione, è stata ampiamente compiuta: due anni fa LeBron James annunciava il suo ritorno ai Cleveland Cavaliers tramite una lettera pubblicata su ‘Sports Illustrated’, in cui dichiarava di voler regalare alla squadra della sua terra il primo titolo della sua storia. Con le unghie e con i denti, con qualche sofferenza e ovviamente grazie a delle partite da incorniciare, quell’agognato titolo è arrivato dopo la rimonta incredibile sul 3-1 compiuta ai danni dei Golden State Warriors.

Una cavalcata dura, lunga ed estenuante, iniziata nell’estate 2014, proprio quando il Prescelto, da buon figliol prodigo, ha deciso di rivestire quella casacca tolta nel 2010 per vestire quella dei Miami Heat. Un’intera città, un intero stato a far festa, a riaccoglierlo a braccia aperte, per tentare insieme di raggiungere l’obiettivo tanto desiderato. La dirigenza Cavs fa di tutto fin da subito per dare una mano al proprio Re: il promettente rookie Andrew Wiggins viene sacrificato per acquisire Kevin Love, in modo da comporre assieme a LeBron e Kyrie Irving  il classico ‘big three’; nell’inverno successivo arrivano giocatori di contorno validi come JR Smith, Iman Shumpert e Timofey Mozgov. Tutto sembra pronto per l’assalto, ma prima l’infortunio di Love e poi quello in gara 1 delle Finals di Irving complicano parecchie le cose, come se quella maledetta sfortuna fosse sempre lì a colpire una franchigia sventura. David Blatt si affida a James, e lui risponde con delle prestazioni leggendarie (tanto da sfiorare la vittoria del titolo di MVP delle Finals seppur perdendo), ma i Warriors sono troppo forti e hanno la meglio.

Cavaliers titolo NBA LeBron James
LeBron James esulta insieme agli altri giocatori dei Cleveland Cavaliers dopo la vittoria del titolo.

Lo sconforto ritorna imperturbabile, così come la voglia di riprovarci. I Cavs partono con un record positivo in regular season, poi arriva il cambio in panchina, con Tyronn Lue che sostituisce Blatt, al fine di riportare serenità e coesione in uno spogliatoio con troppi musi lunghi. Giungono i playoff, dopo aver conquistato il primo posto nella Eastern Conference con 57 vittorie e 25 sconfitte. James e tutti i Cavs mettono le cose in chiaro fin da subito, spazzando via Detroit Pistons, Atlanta Hawks e Toronto Raptors. Il sanguinoso rematch contro i Warriors è servito. Si va sotto 2-0 nelle due gare ad Oakland, le distanze vengono accorciate in gara 3, per poi essere allungarsi di nuovo nella partita successiva. Gara 5 è il vero crocevia, un appuntamento da non mancare, un appuntamento a cui il King risponde presente: 41 punti, 16 rimbalzi e 7 assist (insieme ai 41 centri di Irving) ridanno un lumicino di speranza a tutta Cleveland, che assiste ad un’altra prova magistrale del proprio beniamino nel sesto atto della serie (altri 41 punti come se non fossero niente). Come un treno che non accenna a fermarsi, come un uomo stracarico di determinazione e con una sola cosa in testa. rinviato ad una gara 7 non adatta ai deboli di cuore. Vestendo i panni del condottiero più abile e carismatico, James sale per l’ennesima volta in cattedra, giocando un match da manuale, in cui spicca la devastante quanto decisiva stoppata su Andre Iguodala nel finale. La tripla del buon Kyrie, un libero fondamentale portato a casa dal 23. Finisce 93-89, con i tutto il team dei Cavaliers che esulta a non finire nel bel mezzo del silenzio gelido dell’Oracle Arena.

27 punti, 11 rimbalzi 11 assist, 2 palle rubate e 3 stoppate nella partita più importante. Un referto quantomai dolce, numeri da vero campione che rendono solo l’idea della sua grandezza. Le lacrime vere, di gioia, la felicità ineguagliabile di chi, dopo una scalata ricca di ostacoli, è riuscito ad arrivare meritatamente alla meta: LeBron James non ha solo scritto un’altra pagina di storia della NBA, ma è stato firmatario di una delle imprese più epiche dello sport americano. Sì, perchè dominando, nel vero senso della parola, è riuscito a strappare a Cleveland quella scomoda zavorra di città perdente che la caratterizzava fin dalle origini, è riuscito a togliersi di dosso quell’etichetta con su scritto ‘loser‘ che qualche detrattore ancora gli riservava ingiustamente. Con una forza disumana ed una volontà inossidabile, con delle capacità al di fuori dal comune: ad LBJ ci sono volute due stagioni vissute appieno per riuscire a mantenere la promessa  fatta ai suoi adorati sudditi.

This is why We Play

Cavaliers titolo NBA LeBron James

Una delle pagine di storia più belle di sempre.
LeBron James in lacrime,
tutto l’Ohio in festa.
Il titolo va ai Cleveland Cavaliers, il Re è tornato ed ha consegnato il titolo ai suoi sudditi, ai suoi fan, alla città di Cleveland.

Alla fine ce l’ha fatta.
Spalle al muro,
1-3.

Gli avevano detto: “Nessuno ha mai ribaltato un 1-3 nelle Finals NBA.” Nessuno. Appunto.
Ma non il Prescelto, non LeBron James.

Gara 1 Golden State
Gara 2 Golden State
Gara 3 Cleveland
Gara 4 Golden State

Quindi cambia qualcosa, quindi tutto cambia:
Gara 5 Cleveland
Gara 6 Cleveland
Gara 7 Cleveland

Il resto non conta. Niente è impossibile. Vincono i Cavaliers il titolo NBA 2016. Lo vince Irving, secondo violino decisivo. Lo vince Love, stra criticato, lo vince Lue, al primo anno in panchina. Ed i vari Thompson, JR, Shumpert. Il resto non conta

Onore ai vinti, onore a Golden State ed onore ad un giocatore tanto criticato ma che ha dimostrato di avere due palle enormi: Draymon Green, l’altro numero 23. Anche Steve Kerr in conferenza stampa dimostra tutta la sua sportività: “Ha vinto la squadra migliore? Se ha vinto la squadra migliore? Sì, è questo il bello dei playoffs NBA.”

Grazie di tutto.

L’ultimo appello per Steph

Steph Curry
Steph Curry
Steph Curry

Storia in movimento. Questo è ciò a cui assisteremo stanotte all’Oracle Arena di Oakland: Believeland, il Kingdom di LeBron contro la Strenght in Numers, gli Splash Brothers, la squadra più West Coast che si ricordi. Una per il repeat dopo lo storico 73-9 in RS, l’altra per il primo titolo da portare a Cleveland in oltre 50 anni di storia.

In una Lega che fa dello star-system la sua forza, tutti desideravano lo scontro finale tra James e Curry, ma finora, oltre a una stoppata disarmante del Re, non c’è stato davvero questo duello. Curry ha vinto all’unanimità il secondo MVP consecutivo, ma LeBron è stato a mani basse il miglior giocatore della postseason.

The Chosen One ha lasciato le sue impronte durante tutta la corsa ad Est, ed è stato in copertina a praticamente sempre anche nelle Finals, con punti, assist, leadership e canestri pesanti. E’riuscito a farsi seguire da tutti, anche se per vari motivi un pezzo del puzzle manca ancora, e si chiama Kevin Love. Di contro il #30 ha avuto sì dei momenti radiosi, di quelli che solo lui può regalare, ma non è mai stato davvero continuo e non ha trovato ancora la sua dimensione in queste finals NBA.

Dovrà far valere l’orgoglio, Steph. Lui e tutti i Warriors. Perché rischiano di essere i primi a buttare al vento una serie sul 3-1, anche a causa del back-to-back da 41 punti di LeBron e dell’evoluzione clamorosa di Irving: l’uomo da Duke è riuscito a non essere una piaga per la sua difesa ed è diventato più devastante e decisivo nella sua metà campo preferita.

Devi toglierti il cappello davanti lui – ha detto Steph Currye domenica dovremo giocare con aggressività per chiudere qualche linea di penetrazione, non fargli prendere ritmo. Dobbiamo rendergli tutto difficile, forzarlo a prendere tiri difficili e convivere con i risultati

Un uomo abbastanza influente, Jerry “The Logo” West, ha chiesto qualche tempo fa di lasciare in pace LeBron, sottolineando come sia assurdo giudicare uno come lui dal record nelle Finals; Curry ha giustamente proseguito su questa linea, perché stiamo arrivando all’apoteosi. Adesso c’è meno spazio per i rimorsi, per la rivalità, per le rivincite. E’ gara 7. E comunque andrà a finire, la metteranno in  scena dei campioni veri.

Duri a morire

LeBron James Steph Curry Finals game 6

“He ain’t gonna lose Game 7, either”

Mike Miller, ex-compagno di squadra di Lebron James a Miami ed a Cleveland, commenta così la prestazione del “Prescelto”. Difficile dargli torto: il numero 23 in maglia Cavs ha messo a referto 41 punti, per la seconda partita consecutiva, conditi da 8 rimbalzi, 11 assist, 4 recuperate e 3 stoppate. I dati che però fanno ben sperare in vista di Gara 7 sono la singola palla persa, dato non banale visto il numero elevatissimo di possessi giocati da Lebron, e la buona percentuale al tiro (16/27 con 3/6 dall’arco), segno che le forzature sono state ridotte all’osso. Gli ultimi due minuti e mezzo circa del terzo quarto però hanno segnato un grande passo indietro in questo senso, mostrando l’unico lato oscuro del gioco di James: quando decide di tenere troppo la palla in mano e giocare col cronometro, la squadra si ferma e perde ritmo. Buon per gli avversari che in questo caso con un parziale di 10-0 firmato soprattutto da Klay Thompson hanno riaperto una partita che era già praticamente in ghiaccio.

LEBRON JAMES IN UNA DELLE SUE SPETTACOLARI SCHIACCIATE
LEBRON JAMES IN UNA DELLE SUE SPETTACOLARI SCHIACCIATE

Nella vittoria per 101-115 non c’è però il solo James: Tristan Thompson ha giocato il solito primo tempo strepitoso, era già in doppia doppia, chiudendo a 15 punti e 16 rimbalzi (solo 2 offensivi, autentica rarità), JR Smith finalmente ha sbrogliato il rebus del finto pick and roll Curry-Thompson sul quale è sempre stato presente, inoltre ha messo a referto 14 punti e 3 palle rubate e potevano essere molte di più visto il numero elevato di passaggi sporcati. Kevin Love ha segnato solo 7 punti ma ha messo in campo una ritrovata energia, Mo Williams e Dahntay Jones hanno risposto presente nei pochi minuti concessi loro da coach Lue con ottime giocate. Richard Jefferson è ormai una sicurezza, Kyrie Irving una vera e propria stella.

Molti giocatori in maglia Warriors invece devono fare mea culpa: solo Steph Curry, nonostante i 6 falli con relativa espulsione e il lancio del paradenti addosso ad un tifoso di Cleveland, e Leandrinho Barbosa strappano la sufficienza. Klay Thompson chiude a 25 punti ma perde il confronto diretto con Smith e manca nei momenti chiave, Draymond Green ha dato pochissima copertura in difesa e pochissimo apporto in attacco, Harrison Barnes, unico giocatore costantemente a buoni livelli nelle prime 4 partite, ha chiuso a 0 punti con 0/8 dal campo di cui 0/5 da 3 punti. Discorso a parte per Iguodala che segna solo 5 punti ma gioca tutta la partita con forti dolori alla schiena che ne condizionano certamente le prestazioni e l’intensità. L’assenza di Bogut sembrava sopperibile per Golden State, soprattutto viste le Finals dell’anno scorso dove era stato lentamente messo fuori dalla serie, ma coach Kerr non ha ancora trovato la quadratura del cerchio. Va però detto che difficilmente i Californiani ripeteranno una partita dove i tiratori, escluso Curry, partono con un pessimo 1/17 da 3 punti, riuscendo a chiudere però a 15/39. La qualità di gioco di Cleveland in questa partita è stata nettamente superiore, i Warriors devono ritrovare loro stessi se non vogliono essere la prima squadra a subire un sorpasso dal 3-1 in una serie di finale.

L’MVP di questa partita a sorpresa non lo diamo a Lebron James ma a Craig Sager. Per quelli di voi che non lo conoscono, Sager è un “bordocampista”, uno dei giornalisti che si occupa di intervistare sul campo, a caldo, i giocatori e i membri dello staff. Si è parlato molto di lui per qualcosa che esula dal basket: Craig è affetto da leucemia. ESPN e TNT hanno deciso di farlo partecipare alla sua prima finale NBA per omaggiare la sua grande carriera, la grande professionalità e l’umanità dimostrate in questi anni. IL pubblico della Quicken Loans Arena gli ha dedicato una standing ovation, ci uniamo anche noi.

Tutto inesorabilmente in bilico

Tutto inesorabilmente in bilico, lungo un filo sottilissimo che separa la chiusura delle ostilità o l’eventuale proseguimento di un duello infuocato e ad alta tensione: lo scenario di gara 6 delle Finals tra Cleveland Cavaliers e Golden State Warriors, un altro grande crocevia dell’ultimo atto stagionale della NBA, è servito.

Per i campioni in carica la sfida rappresenta il secondo match point a disposizione, dopo quello non andato a segno nel match precedente, dove Kyrie Irving e LeBron James, con due prestazioni da 41 punti ciascuno, hanno mantenuto ancora vive le speranze del team dell’Ohio. Vincere per realizzare lo storico repeat evitando così di giocarsi tutto in una gara 7 thrilling: questo sarà l’imperativo degli uomini di Steve Kerr. La banda guidata da Tyronn Lue invece darà il tutto per tutto per ottenere un successo che darebbe l’opportunità di acciuffare un clamoroso colpaccio all’Oracle Arena.

LeBron James e Kyrie Irving.
LeBron James e Kyrie Irving.

I Cavaliers, che saranno spinti dal pubblico di casa, dovranno mettere in scena la partita perfetta, facendo girare il pallone (non esagerando con gli isolamenti) e difendendo in maniera decisamente intensa. Una delle chiavi tattiche potrebbe essere la lotta a rimbalzo: al netto dell’assenza di Andrew Bogut, Tristan Thompson sarà chiamato agli straordinari per regalare ai suoi degli extra-possessi e spezzare il ritmo incessante degli avversari. Senza l’australiano i Warriors potrebbero avere meno protezione del ferro e perciò i padroni di casa potrebbero sfruttare il pitturato e le penetrazioni per andare a canestro. Da James ovviamente ci si aspetta l’ennesima prova da leader, coadiuvato da un Irving sempre più in forma. Dato che sarà difficile che i due possano mettere a referto le percentuali di gara 5, tutto il supporting cast dovrà dare il suo contributo, specialmente Kevin Love: il Beach Boy deve ritrovare se stesso e portare in dote punti che farebbero comodo, giocando con carattere e aggressività. L’ala grande, bersaglio di critiche pesanti da parte dei suoi stessi tifosi, avrà il dovere di riscattarsi per non non essere messo alla gogna e per dimostrare che ai Cavs la sua importanza all’interno della squadra.

Jun 16, 2015; Cleveland, OH, USA; Golden State Warriors guard Stephen Curry (30) and forward Draymond Green (23) celebrate during the fourth quarter of game six of the NBA Finals against the Cleveland Cavaliers at Quicken Loans Arena. Warriors won 105-97. Mandatory Credit: David Richard-USA TODAY Sports
Draymond Green e Stephen Curry.

Il franchigia di Oakland scenderà probabilmente in campo con uno small ball che più ‘small’ non si può, con il rientrante Draymond Green in posizione di centro e Andre Iguodala che dovrebbe agire da 4. Il numero 23 sarà più carico che mai e darà quell’apporto difensivo quantomai fondamentale per il sistema. Inoltre, Green sarà utile in fase di costruzione, permettendo così a Stephen Curry di agire più in modalità ‘off-ball‘ per rendersi più pericoloso coi tiri sugli scarichi e in uscita dai blocchi. Con questo assetto i Warriors potranno effettuare repentinamente cambi difensivi e non dare punti di riferimento in attacco, anche se la mancanza di un lungo vero in campo a lungo andare potrebbe pesare. Anderson Varejao vedrà senz’altro il proprio minutaggio alzarsi, mentre Festus Ezeli, finora apparso un po’ in affanno, dovrà darsi una svegliata. Kerr farà ricorso, probabilmente, anche a James Michael McAdoo. Se Klay Thompson in ambito playoff è divenuto ormai un’autentica garanzia, lo stesso non si può dire per Curry: il miglior giocatore della regular season sta giocando sotto i suoi standard ma, con una delle sue abituali prestazioni, può trascinare l’intero gruppo e mettere la parola fine alla disputa.

minimi margini di errore non saranno concessi, mantenere i nervi saldi sarà necessario o forse di più: anche un piccolo passo falso in una battaglia potenzialmente equilibrata potrebbe spostare l’inerzia da una parte o dall’altra.

 

“Kevin Love? Deve scendere in campo aggressivo”

Kevin Love

Abbiamo bisogno che Kevin Love più aggressivo. Lo sappiamo, sia in difesa che in attacco bisogna scendere in campo ed avere un impatto sulla gara immediatamente. Non importa se non segna, non importa nulla. L’unica cosa che conta è che sia aggressivo in campo

Jan 15, 2016; Houston, TX, USA; Cleveland Cavaliers forward Kevin Love (0) during the game against the Houston Rockets at Toyota Center. Mandatory Credit: Troy Taormina-USA TODAY Sports
Jan 15, 2016; Houston, TX, USA; Cleveland Cavaliers forward Kevin Love (0) during the game against the Houston Rockets at Toyota Center. Mandatory Credit: Troy Taormina-USA TODAY Sports

Non ci gira molto intorno LeBron James: Kevin Love deve essere più aggressivo, deve giocare meglio per riaprire la serie e giocarsi gara 7 con finalmente i Big Tre al completo. I Cleveland Cavaliers hanno ed avranno bisogno di lui, ed in queste possibili ultime (se necessarie) due gare della serie dovrà giocarsi anche la conferma per il prossimo anno, visto che la sua posizione in Ohio traballa e non poco.

41 punti per Kyrie Irving
41 punti per LeBron James
2 punti per Kevin Love, fanno 84 totali in tre.

1 su 5 da tre punti: deve accendersi in queste finali da fuori l’arco dei tre punti: non ha avuto neanche un tiro libero a favore, ha raccolto solo tre rimbalzi, nessuno nella metà campo offensiva, ed ha chiuso con più falli che punti ed assist combinati (4 contro 3).

Abbiamo decisamente bisogno che Kevin Love giochi meglio, vogliamo che giochi meglio, ma non vogliamo aggiungere al tempo stesso troppo stress sul ragazzo o fare salire la pressione che già sente. Vogliamo che scenda in campo e giochi come può e sa giocare.

Ha continuato LeBron che poi ha chiuso così: “Abbiamo bisogno di lui. E’ un grande pezzo del nostro puzzle”. 

 

 

 

 

Guerrieri senza condottiero

“We weren’t very good defensively. We obviously knew we were without Draymond, so there’s no point in harping on that. We had to play better, and we didn’t.”

Una caldissima Oracle Arena ed un super Klay Thompson non sono bastati a controbilanciare l’assenza di Draymond Green: i Cleveland Cavaliers vincono 112-97 e riportano la serie in Ohio. Ancora una volta abbiamo assistito ad un finale senza patemi: in tutte e cinque le partite di questa serie lo scarto è stato infatti superiore ai 10 punti, come accadde in sole altre due occasioni (nel 1960 in una serie tra Celtics ed Hawks e nel 1988 nella serie tra Lakers e Pistons). Le prestazioni mostruose di Lebron James e Kyrie Irving, 41 punti a testa, hanno certamente oscurato il peso dell’assenza del numero 23 in maglia Warriors che ha però giocato un ruolo importante: oltre all’apporto difensivo, alla presenza a rimbalzo ed alla marcatura su James quando Iguodala è in panchina, a Golden State è mancata la grinta, la cattiveria sulle palle sporche, la capacità offensiva di far chiudere la difesa su di sè per poi scaricare sul perimetro che solo Green sa darle. I Warriors hanno chiuso al 33,3% di squadra al tiro pesante con un rivedibile 14/42, frutto della scarsa vena realizzativa di giocatori solitamente più affidabili come Curry (5/14 da 3, ha comunque chiuso a 25 punti), Barnes (1/6 con appena 2/14 dal campo) e Speights (0/3 con 0/6 in totale).

Solo Klay Thompson, serissimo candidato all’MVP in caso di vittoria dei Californiani, ha mantenuto i suoi livelli di abituale eccellenza mettendo a referto 37 punti con un ottimo 11/20 dal campo e 6 bombe a segno su 11 tentativi. Il plus/minus del numero 11 è però -21 mentre quello di Steph Curry è -6: quando il 30 non è in campo, i Cavs fanno letteralmente la voce grossa in difesa perchè non devono più temere il finto pick and roll tra gli “splash brothers” e perchè la scelta di coach Lue è quella di raddoppiare solo su “baby face” e non su Klay, la difesa resta quindi a uomo e riesce a tappare le falle in area dove i Warriors hanno fatto letteralmente razzia nei primi due episodi della serie.

KYRIE IRVING STOPPA STEPH CURRY
KYRIE IRVING STOPPA STEPH CURRY

L’infortunio di Bogut, a cui mandiamo i nostri migliori auguri di una buona guarigione, ha tolto inoltre una pedina importante dalle rotazioni di Kerr: le alternative sono Festus Ezeli, apparso ancora acerbo e soprattutto bersagliato dall’hack, e Anderson Varejao, sempre in grado di piazzare giocate decisive (come i 3 rimbalzi offensivi di Gara 4 che hanno impedito la fuga ai Cavs, poi rimontati) ma che ha qualche credito con gli arbitri, che già in Gara 5 gli hanno chiesto parzialmente il conto, per qualche esagerazione sui contatti subiti. C’è sempre l’opzione small ball con Iguodala da 4 e Green da 5 ma non si può cavalcare per una partita intera, a meno di non voler spianare la strada agli efficacissimi rimbalzisti offensivi di Tyron Lue. Steve Kerr ha quindi un altro difficilissimo rebus da risolvere, siamo davvero curiosi di assistere ad una Gara 6 che vedrà il rientro di Green in quel di Cleveland: la Quicken Loans Arena gli riserverà un’accoglienza speciale.

Prima della partita ha parlato Grant Hill, che ha giocato e vissuto ad Orlando, invitando tutti a dedicare un pensiero o una preghiera alle vittime della strage avvenuta al Pulse. Noi di NBA Passion ci uniamo al cordoglio.