Golden State Warriors alle Finals: continua il dominio. Obbiettivo three-peat

Golden State Warriors

Le NBA Finals ci hanno sempre regalato tante emozioni, dalla prima storica finale tra i Chicago Stags e i Philadelphia Warriors disputata nel 1947 fino ad arrivare ai giorni nostri. Nel corso degli anni varie squadre si sono date battaglia per il titolo, alternandosi in più occasioni sul trono. Alcune squadre invece sono riuscite a creare delle vere e proprie dinastie per apparizione e vittorie nelle Finals, come ad esempio i Golden State Warriors. Se escludiamo le dieci finali disputate dai Boston Celtics tra il 1957 e il 1966, i Warriors vantano la striscia più lunga di apparizione consecutive all’ultimo atto, ben cinque (tra il 2015 e il 2019). Un vero e proprio dominio.

Ora l’obiettivo è centrare lo storico three-peat. Solo altre quattro squadre sono riuscite a centrarlo. Il risultato permetterebbe alla franchigia della Baia di entrare definitivamente nell’Olimpo della NBA.

GOLDEN STATE WARRIORS: LE CHIAVI DEI SUCCESSI

Andre Iguodala, Draymond Green e Stephen Curry.

Le chiavi dei successi di Golden State sono molteplici: dallo strapotere offensivo, alla difesa diretta magistralmente. Steve Kerr è riuscito ad equilibrare un gruppo di grande carattere e grandi individualità rendendola una squadra vincente. Il leader tecnico della squadra è sicuramente Stephen Curry: definirlo uno dei migliori tiratori della lega è riduttivo, è un giocatore completo che può segnare in qualsiasi maniera. Insieme a Klay Thompson formano una delle coppie di guardie più forti della storia NBA. A completare il quadro offensivo c’è Kevin Durant, il secondo migliore giocatore in circolazione per mezzi fisici e talento, prima del infortunio stava viaggiando a 34.2 punti, 5.2 rimbalzi e 4.9 assist con il 51.3% dal campo. Il pilastro vero dei successi di Golden State è la difesa: diretta da uno dei giocatori più intelligenti visti su u campo da basket ovvero Draymond Green e dal veterano Andre Iguodala, vincitore del titolo di MVP nelle finali del 2015.

Una difesa granitica e un attacco semplicemente mostruoso ha permesso ai Warriors di vincere tre delle quattro finali disputate. Una piccola macchia data dalla troppa fiducia è la sconfitta contro i Cavaliers di LeBron James e Kyrie Irving con la serie nelle loro mani per 3-1. Golden State si è qualificata per la quinta finale consecutiva, ed ora attende la vincente tra Milwaukee Bucks e Toronto Raptors.

DINASTIE A CONFRONTO

Solo LeBron James, grazie alla clamorosa rimonta alle Finals 2016, ha interrotto il dominio dei Golden State Warriors.

I Golden State Warriors sono uno dei team più vincenti di sempre, ma in passato ci sono state altre squadre che hanno creato delle vere e proprie dinastie. Oltre i già citati Boston Celtics con le dieci finali consecutive e i diciassette titoli vinti, ci sono i Los Angeles Lakers. la squadra della California ha ben distribuito i suoi sedici titoli dimostrandosi una delle squadre più continue della storia. Dal primo successo nel 1949 (quando la franchigia aveva la base a Minneapolis), ai vari successi di Magic Johnson e Kareem Abdul-Jabbar, fino ai cinque titoli vinti dalla leggenda Kobe Bryant. Durante l’egemonia dei Lakers sono riusciti ad inserirsi i San Antonio Spurs. Guidati dal più enigmatico degli allenatori NBA: Gregg Popovich e dal talento di Tim Duncan ( tre volte MVP) sono riusciti a vincere quattro titoli tra il 1999 e il 2007. Impossibile dimenticare i Chicago Bulls tra il 1991 e il 1998,  che è stata sei volte in finale vincendole tutte, con  Michael Jordan MVP assoluto, Scottie Pippen secondo violino e Dennis Rodman leader difensivo.

In ultimo, ma non meno important,e le otto finali consecutive giocate da LeBron James, l prime quattro con la casacca dei Miami Heat (vincendone due) e le altre quattro nella seconda avventura ai Cleveland Cavaliers riuscendo a vincere un titolo proprio nell’era Golden State. Le dinastie nascono dal nulla e possono finire all’improvviso, ma quello che hanno fatto i Golden State Warriors e i loro predecessori resterà per sempre nella storia della NBA.

Warriors-Blazers, Steph Curry di nuovo letale dopo le secche di Houston

warriors blazers

Al netto del diverso peso, dell’abisso di esperienza e chilometraggio a certi livelli che separava alla vigilia della prima palla a due della serie i Golden State Warriors ed i Portland Trail Blazers, le finali della Western Conference 2019 hanno dimostrato quanto poco una squadra “canonica” come i Blazers di Terry Stotts possa contro una squadra di atipici, campioni ma atipici come Steph Curry e compagni.

Dopo le prime due partite della serie avevamo brevemente analizzato quanto fosse ampio il divario di esperienza tra le due squadre: i Golden State Warriors non hanno mai vacillato contro dei Trail Blazers sempre al massimo della concentrazione, quella tensione che pretende quantità inusitate di energia e 48 minuti giocati su di un filo sottilissimo.

Ad ogni fisiologico calo d’intensità di Portland è corrisposta in questa serie la spallata decisiva – una per partita – dei bi-campioni NBA in carica. La fiducia dei tre All-Star “superstiti”, e la consapevolezza di poter disporre a piacimento di avversari inferiori hanno fatto il resto.

Come riportato da ESPN, i Blazers sono diventati l’unica squadra nella storia dei playoffs NBA a perdere tre partite nella stessa serie dopo aver condotto per almeno 15 punti in ciascuna di queste. In gara 4, gli Warriors hanno rimontato uno svantaggio di 17 punti e vinto ai tempi supplementari.

La difesa dei Portland Trail Blazers è stata smontata pezzo per pezzo dall’impossibilità di marcare i giochi a due che coinvolgessero Curry e Draymond Green. La poca abitudine dei Blazers ai cambi difensivi (Terry Stotts non ha mai amato tale tipo di approccio difensivo) ha sortito effetti nefasti (ergo, un mare di tiri da tre punti non contestati):

Com’è possibile, dopo 3 partite, subire un canestro del genere? Lillard e Aminu non si capiscono, entrambi inseguono il taglio forte di McKinnie e lasciano libero… Steph Curry!

Al termine di una sfida tra pesi massimi, quella contro gli acerrimi rivali Houston Rockets, Steve Kerr aveva parlato dei suoi prossimi avversari e del duo di Portland Damian Lillard-C.J. McCollum: “Due giocatori che preferirei guardare, piuttosto che doverli marcare“. Rispetto per una squadra tosta come i Blazers, ma consapevolezza di affrontare una sfida molto meno complicata di quella appena vinta.

WARRIORS-BLAZERS: UN CURRY RIPOSATO È UN CURRY PRODUTTIVO

Steph Curry ha chiuso la sua serie di finale di conference a 36.5 punti di media, con il 47.1% al tiro ed il 42.5% al tiro da tre punti… su 15.3 tentativi a partita. Oltre metà dei suoi punti sono arrivati da dietro l’arco (19.5 a partita), un miglioramento di 10 punti netti rispetto ai 9.3 della serie precedente, quella contro i Rockets (su 11.3 i tentativi a partita).

L’assenza di Kevin Durant spiega naturalmente la mole di possessi e tiri a disposizione (+5), su due serie giocate a ritmi pressoché identici (99.4 contro 98.07 di pace) per Steph. L’attacco degli Warriors è passato quasi esclusivamente dalle mani di Curry e di un fantastico Draymond Green, (7.3 assist a partita in quattro gare per il figlio di Dell Curry).

Uno Stephen Curry leggero come una piuma ha viaggiato inoltre a 8.3 rimbalzi a partita. L’assenza forzata di Kevin Durant ha per un attimo riconsegnato al mondo dei canestri il Curry due volte MVP, quello che “fa le finte a 8 metri dal canestro e la gente salta”, come spiegò con estrema chiarezza un Flavio Tranquillo di qualche anno fa.

Relocation: Lillard si rilassa a metà del taglio di Curry, che prosegue mentre Jacob Evans (!) serve Green. Ricezione, piedi a posto, finta su un Damian Lillard passivo e 3 punti

Quello dei tagli “random”, della relocation che nessuno a parte lui pare in grado di mettere in pratica tra i pariruolo, nonostante l’apparente semplicità (seriamente, fate caso a quanto le altre grandi point guard NBA, Lillard, Kyrie Irving, John Wall, Kemba Walker, Kyle Lowry, tendano a restare immobili o quasi, braccia lungo i fianchi, dopo essersi disfati del pallone).

Niente Kevin Durant significa dunque per Curry praterie a disposizione dove correre libero. La presenza di un playmaker aggiunto come Green e di una minaccia totale come Klay Thompson in campo facilitano le cose, l’impossibilità di inseguirlo sul pick and roll centrale, pena un facile assist per Green, maestro delle letture veloci, dei pocket pass e dei passaggi back-door ha aperto per Steph tiri fin troppo semplici per uno come lui.

Curry guida la transizione, cede a Draymond “Arvydas Sabonis” Green, McCollum e Meyers Leonard si precipitano terrorizzati contro Steph, Kevon Looney appoggia 2 punti facili

La libertà di movimento è tutto. Ma la freschezza? Che fine ha fatto lo Steph Curry “mattonaro” della serie di semifinale contro gli Houston Rockets? Le condizioni fisiche sono le stesse, il dito lussato è sempre lì e rimarrà lussato fino all’ultimo secondo delle finali NBA. Le caviglie di Curry sono sempre in fiamme, anche se non sembra.

I canonici (ergo, prevedibili) Portland Trail Blazers di cui sopra, sia per motivi tattici che per giocatori a disposizione, non hanno potuto nemmeno tentare di mettere in scena un’imitazione del trattamento difensivo che gli Houston Rockets hanno riservato nelle ultime due stagioni a Steph Curry.

Contro i Rockets, Stephen Curry è sempre stato costretto a marcare uno tra James Harden (in emergenza), Chris Paul (di norma), o Eric Gordon. Tre bulldozer, ed un attacco disposto a perdere secondi preziosi pur di forzare un isolamento (e che isolamento) sistematico con l’uomo di Curry.

Un lavoro difensivo immane per Steph, tosto fisicamente ma leggero. Contro i Blazers, un Curry abituato ad un trattamento simile non ha potuto che trarre giovamento da un attacco – quello di coach Stotts – incentrato sull’esecuzione a metà campo, sui pick and roll di Lillard (molto meno efficaci senza il roller di fiducia Jusuf Nurkic) e su principi di motion offense – e  molto meno perfido nello sfruttare i vantaggi ed i mismatch, al contrario dei Rockets.

Dopo gara 1, Steve Kerr ha definitivamente dirottato Curry sull’esterno meno pericoloso appena possibile (il fratello Seth, Evan Turner), togliendolo dalla marcatura di Lillard e “nascondendolo” su Moe Harkless. Klay Thompson è stato l’uomo speciale per Damian Lillard.

Steph Curry dirottato su Moe Harkless: il #30 degli Warriors non guarda nemmeno il suo avversario, che gli passa alle spalle e segna dopo rimbalzo offensivo

Nel quarto periodo ed in piena siccità offensiva, Portland non sfrutta il mismatch Curry-Turner: Steph accoppiato con ET in transizione ed in difficoltà, Leonard non azzarda il passaggio facile e serve Lillard, che segna da 8 metri

WARRIORS-BLAZERS, STEPH CURRY UN REBUS INSOLUBILE

I Trail Blazers non hanno saputo sfruttare quasi per nulla i piccoli vantaggi che le deficienze difensive di Curry rendono esplorabili, a causa della scarsa pericolosità offensiva degli Harkless, Turner, Seth Curry (appena superiore).

Dopo le prime due partite della serie, Doc Rivers mise sulle piste di Curry il veloce Landry Shamet e le braccia infinite di Shai Gilgeous-Alexander, riuscendo a limitare Steph a soli 20 punti a partita nelle restanti quattro gare.

Coach Stotts ha spesso invece impiegato Damian Lillard su Steph Curry, e Seth (autore di due-tre recuperi tutti orgoglio sul fratello maggiore) nei pochi minuti concessi all’ex giocatore dei Dallas Mavericks.

Steph Curry ha punito con regolarità – e con estrema facilità –  i Blazers su ogni situazione di pick and roll, riacquistando fiducia nel suo tiro minuto dopo minuto dopo le secche della serie contro gli Houston Rockets, rispolverando le “care vecchie” triple da distanza siderale (di cui una – incredibile – a fine terzo periodo di gara 4, raccogliendo il palleggio con una “scucchiaiata” di mano sinistra e tirando in controtempo sul povero Meyers Leonard per lanciare la rimonta Warriors), e trasformando la finale di conference dei Portland Trail Blazers in un rebus insolubile.

Efes-CSKA: novità o tradizione sul tetto d’Europa?

Efes-CSKA

Il momento più bello è giunto. Stasera, alla fine di Efes-CSKA, conosceremo il nome della nuova campionessa d’Europa. Campionessa che potrebbe essere una novità o un simbolo della tradizione cestistica del Vecchio Continente. Ma non vi parleremo di squadre sotto pressione e squadre leggere. La leggerezza appartiene ad entrambe. Appartiene alla banda di coach Ataman, consapevole di aver compiuto un’impresa arrivando fino all’atto conclusivo; appartiene all’armata di coach Itoudis, capace, per una volta, di rimontare e non di farsi rimontare nel contesto più prestigioso, spegnendo così ogni scetticismo aleggiante. Per questo la finale d’Eurolega è molto incerta: l’Olimpo del basket europeo è arrivato all’appuntamento più importante tranquillo, libero da pressioni. Sarà solo la dea Tecnica a decidere.

Efes-CSKA: Ergin Ataman ha spodestato Obradovic, ora può essere il suo momento di gloria
Efes-CSKA: Ergin Ataman ha spodestato Obradovic, ora può essere il suo momento di gloria

EFES-CSKA: I ROSTER DELLE DUE SQUADRE 

Efes Istanbul

0LARKIN, SHANEG1.82
1BEAUBOIS, RODRIGUEG1.95
2KURTULDUM, MUSTAFAF1.96
3SAYBIR, YIGITCANF2.03
4BALBAY, DOGUSG1.85
6BIRSEN, METECANF2.05
10BITIM, ONURALPG1.96
12MOTUM, BROCKF2.08
15SANLI, SERTACC2.12
18MOERMAN, ADRIENF2.02
19TUNCER, BUGRAHANG1.93
21PLEISS, TIBORC2.21
22MICIC, VASILIJEG1.96
23ANDERSON, JAMESF1.98
25ILYASOGLU, OMERCANG1.95
42DUNSTON, BRYANTC2.03
44SIMON, KRUNOSLAVG1.97

 

CSKA Mosca

1DE COLO, NANDOG1.96
3BOLOMBOY, JOELF2.04
4KHOMENKO, ALEXANDERG1.92
5PETERS, ALECF2.06
7UKHOV, IVANG1.93
9GAVRILOV, ALEXANDERG1.95
11ANTONOV, SEMENF2.02
12ERSHOV, ALEKSANDRG1.97
13RODRIGUEZ, SERGIOG1.91
20VORONTSEVICH, ANDREYF2.07
21CLYBURN, WILLF2.01
22HIGGINS, CORYG1.96
23HACKETT, DANIELG1.93
28LOPATIN, ANDREIF2.08
30KULAGIN, MIKHAILG1.91
41KURBANOV, NIKITAF2.02
42HINES, KYLEC1.98
44HUNTER, OTHELLOC2.03

QUI EFES

A inizio stagione era quasi superfluo asserire che l’Efes, sulla carta, avesse allestito un superteam. Trasportare i pronostici sul campo poteva però non essere così semplice per la squadra arrivata ultima nel 2018. Eppure si è sottovalutato l’impatto di colui che, al momento (polemici astenersi), dopo Obradovic e Laso è il miglior allenatore d’Europa. Ataman ha costruito un sistema che anche stasera partirà da un attacco molto efficace. Al centro delle operazioni saranno ovviamente Shane Larkin e Vasilije Micic, dominanti in semifinale. Dai loro pick and roll ed isolamenti centrali partiranno buona parte delle azioni dell’Efes, sicuramente intenzionato a punire i cambi (e ad attaccare De Colo e Rodriguez) del CSKA andando al ferro e trovando liberi sul perimetro Rodrigue Beaubois, Krunoslav Simon e James Anderson. D’altra parte esiste anche il secondo aspetto del cambio difensivo, che può voler dire servire le “rollate” di Bryan Dunston e Adrien Moerman spalle a canestro. Questo a metà campo, ma è naturale che sia intenzione dei Turchi alzare il ritmo appena sia possibile, per mettere in campo aperto le grandi dosi di atletismo a roster.

Efes-CSKA: Shane Larkin potrebbe essere l'MVP della Final Four?
Efes-CSKA: Shane Larkin potrebbe essere l’MVP della Final Four?

La questione difesa pare invece più spinosa per Ataman. E’ indubbio che la priorità sia quella di non lasciar attivare facilmente De Colo, Rodriguez e Higgins. Per questo Micic sarà sicuramente speso su una delle tre stelle, mentre Beaubois ed Anderson potrebbero guadagnare minuti rispetto a Simon, difensore incostante. Tutelare Larkin dai falli sarà fondamentale, ma nasconderlo potrebbe non essere sempre possibile, quindi anche il suo contributo in difesa sulla palla non  potrà venir meno. Contro il pick and roll la scelta sarà quella di cambiare con Dunston e di contenere con Tibor Pleiss, con entrambi i lunghi chiamati ad essere un fattore decisivo nella loro area, cercando di commettere meno falli possibili. Il CSKA ha tirato 33/42 ai liberi in semifinale questo è stato il motivo principale della rimonta. Impedire che accada ancora è vitale per le speranze turche.

Efes-CSKA: la rim-protection di Bryan Dunston sarà cruciale per Ataman
Efes-CSKA: la rim-protection di Bryan Dunston sarà cruciale per Ataman

QUI CSKA

Famoso per buttare via vantaggi importanti durante le Final Four, il CSKA ha ribaltato le parti nella semifinale contro il Real, rimontando un grosso gap, grazie alla capacità di affidarsi alle proprie stelle nei momenti difficili. Nando De Colo e Sergio Rodriguez si sono caricati letteralmente sulle spalle un attacco moscovita che è parso meno fluido del solito. Anche stasera dal loro uso del pick and roll sorgeranno le speranze di coach Itoudis. Coinvolgere Larkin e attaccare Dunston sui cambi per lucrare falli degli uomini più importanti saranno parole d’ordine, ma anche riaprire per i tiratori come Nikita Kurbanov, Alec Peters e Cory Higgins sarà una priorità, in modo che tutti siano coinvolti nella manovra. I lunghi Othello Hunter e Kyle Hines, con la loro velocità di piedi, dovranno offrire buone soluzioni in taglio, oltre a essere pericolosi a rimbalzo offensivo, dato fondamentale per spezzare il ritmo all’Efes e costringerlo a lavorare il più possibile nella propria metà campo.

Efes-CSKA: per i Russi non si potrà prescindere da una prestazione mostruosa di Nando De Colo
Efes-CSKA: per i Russi non si potrà prescindere da una prestazione mostruosa di Nando De Colo

In difesa De Colo e Rodriguez, orrendi in semifinale da questo punto di vista, dovranno decisamente attivarsi, dato che avranno a che fare con una delle coppie di guardie più talentuose d’Europa. Il supporto fornito loro da Daniel Hackett sarà rilevante, soprattutto quando Larkin e Micic saranno in campo insieme. Nonostante le doti degli esterni avversari, il CSKA non rinuncerà alla propria politica di cambi estremamente aggressivi, resi possibili dai piedi di Hines e Hunter; ma l’Armata Rossa dovrà saper resistere nei mismatch contro i lunghi avversari, forse il vero grande pericolo della serata, dato che Moerman e Pleiss hanno mani buone vicino al ferro. Collassare l’area sarà quindi inevitabile, contando sul fatto che la pressione della posta in palio faccia calare le percentuali dell’Efes. Ultimo dato, ma non per importanza, è quello della transizione difensiva. Eseguirla efficientemente e comunicando al meglio potrebbe fare la differenza nei momenti in cui l’Efes cercherà i suoi amati parziali.

Efes-CSKA: le speranze russe di titolo passano prima di tutto dalla difesa
Efes-CSKA: le speranze russe di titolo passano prima di tutto dalla difesa

Esprimere un pronostico, questa volta è impresa ostica. Il CSKA è andato oltre i propri limiti mentali in semifinale e si è guadagnato una semifinale più “leggera”, tuttavia la sensazione che l’Efes di Ataman sia la squadra che meglio arriva al grande appuntamento aleggia pesante su Vitoria. Se dovessimo sbilanciarci? Forse forse è lecito credere che stasera dopo la finale d’Eurolega, per la prima volta nella propria storia, l’Efes salirà sul tetto d’Europa. Ma rimane pur sempre una mera sensazione di novità.

Bucks-Raptors: Milwaukee e Giannis fanno sul serio

Le squadre protagoniste delle Eastern Conference Finals sono le due che, probabilmente, i più avevano pronosticato. Quello che, verosimilmente, meno persone avevano previsto è il risultato delle prime due gare, soprattutto nel modo in cui si è realizzato. I Milwaukee Bucks, teste di serie numero uno, sono infatti in vantaggio per 2-0 sui Toronto Raptors, teste di serie numero due.

Prima dell’inizio delle ostilità l’attenzione di molti era incentrata sul confronto, molto intrigante e sulla carta equilibrato, tra le due stelle, Giannis Antetokounmpo e Kawhi Leonard. I due hanno dato davvero il massimo nelle prime due uscite della serie. Tuttavia, la squadra del primo è riuscita a mostrare molto di più di quanto non sia riuscita a fare quella del secondo. I Bucks hanno infatti provato, per l’ennesima volta, di essere una squadra profonda, costruita con estrema intelligenza e allenata con raffinata competenza cestistica da Coach Mike Budenholzer, fresco di candidatura finale al premio di “Coach of the Year.

Parlando delle candidature per i premi relativi alla Regular Season, il Greek Freak è rientrato nella top 3 sia del premio di MVP che di “Defensive Player of the Year. E nelle ore in cui ciò veniva annunciato, il numero 34 di Milwaukee ha ricordato a tutti i motivi di questa doppia inclusione. Fortemente degno di nota inoltre, ancora, il supporting cast dei Bucks.

BUCKS-RAPTORS, GARA 1: RESILIENZA MILWAUKEE, STANCHEZZA TORONTO

Gara 1 della serie è stata sporca, combattuta e fisica. I Raptors ne sono stati in controllo quasi per l’interezza di tre quarti, prima di alzare bandiera bianca collettivamente e accettare una resa senza condizioni ai Bucks nell’ultimo periodo di gioco. Entrambe le squadre hanno sbagliato più di qualcosa in questa gara. Da entrambi i lati, giocatori importanti non sono riusciti a graffiare la partita come ci aspetterebbe, ed entrambe le compagini hanno fatto registrare percentuali di tiro insoddisfacenti. Milwaukee ha però dimostrato di poter vantare una caratteristica principe per qualsiasi gruppo di uomini che punti ad un obiettivo comune: la resilienza. I padroni di casa sono infatti stati praticamente sempre in svantaggio, mentre i loro tiri rifiutavano di lasciarsi andare all’abbraccio della retina. Nonostante questo, non hanno mollato e sono stati premiati dalla rimonta finale.

La gara si è messa subito in salita per i Bucks: alla fine del primo quarto i Raptors conducevano i giochi per 34-23. Gli affanni al tiro che ne hanno accompagnato tutta la partita erano già iniziati: solo 3 tiri da tre su 14 tentati hanno visto il fondo della retina. Toronto, dal canto suo, ha iniziato subito a tirare dal campo con efficacia, realizzando 13 tiri su 25. Nel secondo quarto la musica non è cambiata. Milwaukee si è resa conto che i tiri da oltre l’arco non volevano entrare e ha così diminuito i tentativi a 6, di cui 2 andati a segno. All’intervallo, comunque, gli ospiti erano ancora in vantaggio sul 59-51.

Uno dei meriti dei Raptors, nel primo tempo, è stato quello di distribuire i propri attacchi, con intelligenza, tra pitturato e tiro da fuori. Hanno realizzato ben 7 delle 13 conclusioni tentate in area, che i Bucks non hanno difeso tanto bene quanto ci hanno abituati a vedere.

Dopo l’intervallo le cose hanno iniziato a prendere, lentamente, una piega diversa. Le due squadre arrivavano da due semifinali sviluppatesi in modo opposto. Milwaukee ha liquidato i Boston Celtics in 5 gare, e senza troppa fatica, mentre Toronto ha dovuto sudare per 7 partite per poter superare lo scoglio Philadelphia 76ers. Ciò si era tradotto, nel primo tempo, in una mancanza di ritmo partita nei Bucks, contrapposto all’inerzia che sospingeva i canadesi, ancora viva dopo la gara 7 di domenica notte. Tutto questo si è però rivoltato contro i Raptors nel secondo tempo. La stanchezza di una serie più logorante si è fatta sentire sulla lunga distanza, mentre gli avversari, più freschi, rimuovevano progressivamente la ruggine dagli ingranaggi.

Arrivati all’ultimo periodo di gioco, Toronto sembrava davvero spremuta di ogni goccia di energia residua. Milwaukee, invece, ha alzato l’asticella dell’intensità difensiva ed offensiva, mettendo in atto un quarto quarto da 17-32. Parziale che ha permesso a Giannis e compagni di rimontare dall’83-76 al 100-108 finale. Dato chiave a testimonianza di questa inversione di tendenza di fine partita sono i tiri nel pitturato realizzati da Toronto dopo l’intervallo: 6 su 20. Alla fine del’incontro i punti realizzati in quella zona del campo per gli ospiti sono stati solo 26, mentre per i padroni di casa 44.

La difesa dei Bucks, nel terzo quarto, si chiude con energia intorno alla giocata in post di Pascal Siakam, poi stoppato da Giannis Antetokounmpo

Nei Bucks si distingue ancora Giannis, con 24 punti e 14 rimbalzi, ma a decidere l’incontro sono i punti decisivi di Brook Lopez, che chiude con 29 e un canestro da 3 fondamentale valso il 100-104. Tra le fila dei Raptors il solito Kawhi ne fa registrare 31, mentre Kyle Lowry cerca di fare il possibile, con 30 punti. Il playmaker, tuttavia, nell’ultimo periodo di gioco è stato abbandonato da tutti i compagni, Leonard incluso. Nessuno, infatti, al di fuori di lui è riuscito a segnare un tiro dal campo (0/15) nel decisivo quarto quarto.

Brook Lopez segna il canestro del 100-104 a coronare la rimonta di squadra e la sua prestazione

BUCK-RAPTORS, GARA 2: GIANNIS NON E’ AFFATTO SOLO, KAWHI SI’

Se in gara 1 si è vista una lotta accesa per la vittoria, soprattutto nel secondo tempo dell’incontro, in gara 2 non c’è stata partita. I Bucks hanno dominato i giochi dalla palla a due fino alla conclusione del “garbage time”. Antetokounmpo ha offerto una delle sue migliori prestazioni in questi playoff, mentre intorno a lui tutti i compagni davano prova della funzionalità del sistema di Coach Budenholzer. Per i Raptors c’è stato davvero poco da fare, in modo particolare a causa dell’infelice disparità di contributo offerto dal supporting cast, rispetto a quello avversario.

La partita si è aperta nel peggior modo possibile per la squadra ospite. Nel primo possesso dell’incontro Giannis ha effettuato una schiacciata nel traffico raccogliendo una palla appoggiata da lui stesso al tabellone. Dall’altra parte del campo, il primo attacco di Toronto si è chiuso con una stoppata del giocatore greco ai danni di Marc Gasol, che sembrava avere i due punti in tasca. Durante il terzo possesso, con ancora più di 11 minuti di giocare, la difesa ospite si è addormentata, lasciando libero il Greek Freak di ricevere e schiacciare con rabbia a canestro. Il palazzetto era in estasi, le urla dei tifosi sovrastavano già i rumori di gioco e, probabilmente, anche i pensieri dei giocatori, in particolare di quelli dei Raptors.

I primi, ma già decisivi, 4 punti segnati da Giannis Antetokounmpo nel minuto di apertura dell’incontro

L’aggressività con cui i Bucks sono scesi in campo gli ha permesso di imporsi fin da subito con determinazione sugli avversari. La fiducia e la sicurezza acquisite anche grazie all’atmosfera ribollente generatasi nel palazzetto, li hanno portati ad affermare il proprio gioco senza mai batter ciglio, o trovarsi in svantaggio. Milwaukee si è infatti potuta comodamente accomodare sul sedile del guidatore della partita dalla prima schiacciata del suo numero 34 fino alla sirena finale, sul 103-125.

La prestazione di Antetokounmpo salta immediatamente agli occhi per i 30 punti e i 17 rimbalzi, ma il greco ha anche fornito 5 assist ai compagni, eseguito 2 stoppate e rubato 1 pallone. E’ il primo Buck dopo Kareem Abdul-Jabbar a far registrare, in postseason, almeno 25 punti, 15 rimbalzi e 5 assist. La bellezza e il fascino di questa squadra, tuttavia, non si fermano ai numeri della sua stella. Il sistema di Milwaukee è così profondo che si può permettere di lasciare il solo Giannis in campo per 30 minuti o più. Giocando meno di mezz’ora, altri cinque giocatori sono andati in doppia cifra per punti segnati: Nikola Mirotic (15), Khris Middleton (12), Ersan Ilyasova (17, di cui 15 fondamentali nel primo tempo), Malcom Brogdon (14) e George Hill (13). Gli ultimi tre in uscita dalla panchina.

COSA ASPETTARSI PER LE PROSSIME GARE?

Se le prime due uscite di questa serie ci hanno fatto osservare qualcosa, è questo: i Milwaukee Bucks sono seri pretendenti all’anello NBA. Probabilmente, il fatto che avessero chiuso la stagione con il record numero uno della lega, avrebbe già dovuto muovere qualche campanello d’allarme in tal senso. Tuttavia, provenendo dalla Conference orientale ed essendo una squadra di giovane formazione, un po’ tutti avevano dubitato di loro. Queste due vittorie, invece, ne nobilitano la pretendenza al titolo. Hanno dimostrato ancora una volta di avere due caratteristiche fondamentali per una squadra vincente: la resilienza e la profondità.

C’è da dire una cosa: la serie con i Raptors è tutt’altro che chiusa. Le prossime due partite, giocate a Toronto, rappresenteranno un passaggio fondamentale nella stagione delle due franchigie. Qualora i canadesi dovessero riuscire a vincerle entrambe potrebbero virtualmente riaprire la serie. Se i Bucks riusciranno però anche solo a ottenere un segno W su due, allora gara 5 tra le mura amiche potrebbe essere decisiva, vista l’atmosfera pestifera che i loro tifosi sono in grado di generare.

Parlando di gioco, c’è poco che Milwaukee possa migliorare. Come affermato da Coach Budenholzer nella conferenza post-gara 2, i suoi devono continuare a mantenere la stessa attitudine verso le partite anche dopo uscite difficili come gara 1. Toronto, dal canto suo, sta soffrendo davvero tanto la mancata produzione dell’intera rotazione. A parte Kawhi Leonard, che ha segnato 31 punti in tutte e due le gare, e Kyle Lowry in gara 1, nessuno sta dando alla squadra l’apporto sperato.

In vista delle prossime gare, allora, i Bucks dovranno cercare di continuare su questi binari, mentre i Raptors dovranno puntare a migliorare il coinvolgimento di tutti i loro effettivi nel gioco della squadra, per sperare di riportare la serie in parità.

Warriors-Blazers, Golden State è sempre un passo avanti

warriors blazers

La serie di finale della Western Conference tra Golden State Warriors e Portland Trail Blazers si sposta in Oregon sul 2-0 per i bi-campioni NBA in carica, dopo due partite equilibrate (parzialmente “bugiardo” il 116-94 di gara 1, dopo tre quarti di partita combattuti) ma con la sensazione che i Blazers abbiano giocato – ed a vuoto – in gara 2 il loro gettone per allungare la serie e costringere gli Warriors ad una maratona.

Golden State Warriors come noto senza Kevin Durant (KD ritornerà solo per l’eventuale finale), ma con il peso dell’esperienza contro un avversario completamente disavvezzo a questi livelli (i soli Evan Turner e Rodney Hood hanno esperienza di finali di conference a Portland).

In gara 1, uno dei fattori è la fatica e la difficoltà di ambientamento dei Trail Blazers dopo la partitissima di Denver di appena 48 ore prima. Gli uomini di coach Terry Stotts arrivano direttamente dal Colorado per scendere in campo contro gli Warriors, il cui piano difensivo è chiaro sin dal primo possesso: rendere la vita impossibile a Damian Lillard e C.J. McCollum.

WARRIORS-BLAZERS, GARA 1: LE PALLE PERSE DI PORTLAND, LA DIFESA SU CURRY ED UN DAME… RIFLESSIVO

In gara 1, Steve Kerr manda subito sulle piste di McCollum il suo difensore perimetrale migliore, Klay Thompson. Andrew Bogut in quintetto base si occupa di Enes Kanter, a Steph Curry è affidata la marcatura di Damian Lillard.

Come già pianificato da Mike Malone nella serie precedente, coach Kerr cerca di negare angoli ottimali sui pick and roll centrali a Lillard, ma al contrario dei Nuggets, gli Warriors dispongono di lunghi più mobili (un ubiquo Draymond Green e Kevon Looney) che costringono la star dei Blazers a liberarsi del pallone ben al di là della riga dei tre punti.

Klay Thompson permette inoltre a Kerr il lusso di occuparsi in marcatura singola di C.J. McCollum. Thompson, più alto, grosso e veloce di piedi rispetto ai vari Gary Harris, Jamal Murray e Torrey Craig, riesce a rimanere con costanza tra il prodotto di Lehigh ed il canestro (17 punti, 7 su 19 al tiro e un solo assist per McCollum in 38 minuti di gioco).

La pressione difensiva sulle due guardie dei Blazers costringe Moe Harkless, Al-Farouq Aminu ed Enes Kanter a decisioni rapide, ed il primo quarto di Portland si chiude con 6 palle perse (saranno 21 in totale a fine gara), ma un primo tempo pigro in attacco degli Warriors aiuta i Blazers a rimanere in partita.

Klay Thompson stoppa C.J. McCollum, Andre Iguodala lancia Steph Curry. 2 le stoppate di Thompson in partita sulla star dei Blazers

Nel terzo quarto i Golden State Warriors decidono di lucrare sulla scarsa vena al tiro (36.1% dal campo e 7 su 28 da tre punti a fine serata) e le troppe palle perse dei Blazers, ed estendono ancora di più la difesa sul pick and roll di Lillard.

Dall’altra parte, complice una scelta difensiva rischiosa di coach Terry Stotts, bastano pochi possessi a Steph Curry per allargare il divario tra le due squadre.

Il due volte MVP trova da metà terzo quarto 9 punti consecutivi, che danno il massimo vantaggio (67-50, e poi ancora 73-60) agli Warriors, su due tiri da tre punti non contestati. Stotts “àncora” il lungo coinvolto nei pick and roll centrali di Curry dentro l’area, lasciando al solo marcatore di Steph il compito di inseguirlo dopo il blocco, sia in situazione di metà campo:

 

che in transizione difensiva, pochi possessi più tardi per rintuzzare con facilità il tentativo di rimonta Blazers:

Portland concede metri di spazio a Curry, in un quintetto con tre non-tiratori come McKinnie, Looney e Green!

Portland, forgiata da due turni di playoffs combattuti, ha però il pregio di non cedere alla consueta mareggiata del terzo quarto, marchio di fabbrica dei Golden State Warriors, abbassando e contendendo oltremodo il ritmo della partita (77-71 a fine terzo periodo).

Damian Lillard non si scompone ed affronta i raddoppi della difesa con lucidità nonostante le 7 palle perse finali, ma fatica a liberarsi per il tiro: “Non sono mai riuscito ad avere lo spazio giusto per tirare, ero sempre circondato” Così Lillard dopo una gara 1 da soli 12 tiri.

La ricerca della giocata giusta, corretta contro i raddoppi che arrivano da ogni angolo della difesa degli Warriors porta Lillard ad essere fin troppo riflessivo palla in mano: qui, accoppiato con Quinn Cook, la star di Portland “attende” il raddoppio di Jordan Bell e serve Moe Harkless:

Una giocata da manuale, ma dettata dalla difesa e che impedisce all’uomo più pericoloso dei Blazers, Damian Lillard, di mettersi in ritmo in attacco.

Un quarto periodo da 39 punti degli Warriors contro dei Blazers troppo imprecisi al tiro, e probabilmente stanchi chiude gara 1 sul 116-94 per Steph Curry e compagni. Klay Thompson e Curry segnano 62 punti in coppia, e gli Warriors chiudono con 30 assist e sole 14 palle perse di squadra.

WARRIORS-BLAZERS, GARA 2: GOLDEN STATE SEMPRE UN PASSO AVANTI

Gara 2 richiedeva ai Portland Trail Blazers aggiustamenti immediati. Nel post gara 1, Stotts e Lillard avevano parlato di “cattiva esecuzione del piano partita”, soprattutto nella propria metà campo, ed ecco che sin dalla palla a due della seconda partita la difesa dei Blazers mostra un volto diverso.

Portland rinuncia presto alla tattica di inseguire Curry e Thompson per il campo, scegliendo di cambiare su ogni accenno di blocco (o “velo”, nel caso di Golden State). Scelta che genera subito una facile schiacciata di Draymond Green, ma che paga nel secondo quarto, chiuso dai padroni di casa con soli 21 punti segnati.

Steve Kerr conferma Andrew Bogut, ma sposta Klay Thompson su Damian Lillard ed Andre Iguodala su C.J. McCollum, risparmiando a Steph Curry il compito di marcare 1 vs 1 il numero 0 dei Blazers. Draymond Green ignora Aminu e Harkless e gioca da “libero”, siglando subito due stoppate su Enes Kanter servito sotto canestro ed in recupero su Seth Curry piazzato dall’angolo destro.

Dopo i 36 facili punti di gara 1, Steph Curry gode di molta meno libertà in attacco: Zach Collins, così importante nella serie contro i Nuggets, è un non-fattore nelle prime due partite ad Oakland a causa dei falli (solo 8 minuti in gara 2), ma coach Stotts trova minuti di qualità da Meyers Leonard, che si dimostra abbastanza mobile da contenere e recuperare sui pick and roll centrali di Curry, ed in attacco non danneggia la squadra (7 punti e 6 rimbalzi in soli 17 minuti).

Nel primo tempo la difesa dei Blazers riesce a togliere il pallone dalle mani di Curry, obbligando Jonas Jerebko, Jordan Bell e Andre Iguodala a fare tesoro del tanto spazio a disposizione. Portland acquista ritmo e trova punti facili in transizione, cosa che in gara 1 non era mai riuscita:

I Trail Blazers segnano 65 punti nel primo tempo (65-50 il punteggio), nonostante Damian Lillard segni i primi punti della sua partita solo con 3 minuti da giocare nel secondo quarto. Dopo le sole 14 palle perse di gara 1, sono già 10 in soli 24 minuti i palloni sprecati dagli uomini di Steve Kerr in gara 2.

Vista la malaparata, coach Kerr cambia le cose ad inizio terzo quarto: archiviato Andrew Bogut, Kevon Looney riprende il suo posto in quintetto base. Kerr getta nella mischia persino Damian Jones, alla sua prima partita dallo scorso dicembre, e dà fiducia a Jordan Bell.

Ed è proprio un rimbalzo offensivo di Looney apre le danze ad Oakland: tripla di Curry, seguita da altra tripla di Curry, recupero di Looney in tuffo su Lillard, stoppata di Looney, tripla di Thompson, altra tripla di Thompson, appoggio di Green… ed il 67-50 Blazers di inizio terzo periodo è solo un ricordo (69-99 Portland con 7:11 ancora da giocare).

Così come nel quarto periodo di gara 1, sono 39 i punti segnati dagli Warriors nel terzo quarto. Golden State impiega un tempo ad adattarsi agli aggiustamenti difensivi di Portland, i bi-campioni tornano a trovare tanti punti facili, grazie all’esperienza ed alla grande familiarità di Curry, Green, Thompson, Looney, Shaun Livingston e persino Jordan Bell:

Nel secondo quarto, Thompson inizia l’azione, legge la difesa ed attira il raddoppio di Hood e McCollum, serve Livingston che a sua volta trova Jordan Ball per 2 punti facili

Mentre la fatica fisica e mentale per i difensori dei Blazers sale, i Golden State Warriors sono sempre un passo avanti:

La rimonta degli Warriors impedisce a coach Stotts di dare minuti di riposo a Damian Lillard. Dame gioca 43 minuti in gara 2, ed è puntualmente costretto a pensare, ad aggirare i raddoppi e gli angoli difensivi propostigli dalla difesa avversaria.

Per Lillard una partita da 23 punti, 10 assist, 5 rimbalzi e sole 2 palle perse, ma “soli” 16 tiri dal campo (6 su 16, 5 su 12 al tiro da tre punti), e tanta corsa.

L’affaticamento di Lillard e dei Blazers è evidente negli ultimi due minuti di gara: sul 110-108 Warriors, Lillard tenta senza successo di guadagnarsi un fallo facendo saltare Draymond Green e tirando in emergenza (tripla importantissima di Seth Curry sul rimbalzo offensivo), e sulle due azioni successive, Golden State ha gioco facile nel chiudere la partita:

 

La giocata “incriminata” di Andre Iguodala che strappa il pallone del potenziale pareggio ad un Lillard esausto

WARRIORS-BLAZERS, COSA ASPETTARSI PER IL RITORNO A PORTLAND?

Presentare una finale di conference come un duello personale tra Curry e Lillard non è cosa che renda giustizia alle due squadre. La differenza tra Warriors e Blazers in campo l’ha fatta l’incredibile, seppur stra-nota, confidenza dei giocatori di Steve Kerr (titolari, panchinari e… redivivi come Jordan Bell) in partite di questo livello.

I Blazers hanno aggiustato ritmo e difesa dopo la faticosa gara 1, i Golden State Warriors si sono dimostrati sempre un passo avanti: non esiste difesa, raddoppio, trap o blitz che Steph Curry, Klay Thompson e Draymond Green palla in mano, e Shaun Livingtson, Andre Iguodala e Kevon Looney lontano dalla palla non abbiano visto in questi anni. La capacità di reazione dell’attacco Warriors ha sfibrato la difesa di Portland nel secondo tempo di gara 2 (64 punti segnati).

Dame Lillard ha terminato gara 2 sulle ginocchia, “derubato” da Andre Iguodala. Le energie spese da Lillard per leggere e giocare di conseguenza sui raddoppi avversari con i tempi giusti hanno pesato sull’esecuzione dei Blazers nel finale della seconda partita.

Portland ha chiuso con 18 su 29 al tiro da tre punti in gara 2, ma l’impressione è che i Golden State Warriors possano “vivere”, traducendo letteralmente dall’inglese, con 16 punti a testa di Seth Curry, Rodney Hood e persino di Moe Harkless (15 punti a partita nelle prime due gare), pur di non concedere un attimo di respiro a Lillard e McCollum.

Nelle prime due partite, Damian Lillard ha tentato 28 conclusioni dal campo, Steph Curry è invece a quota 45. Attendersi un cambio di passo della point-guard dei Trail Blazers al Moda Center è più che lecito, e con l’aria di casa giocatori come Enes Kanter, Al-Farouq Aminu e Moe Harkless acquisteranno maggior fiducia.

Anche C.J. McCollum beneficerà del ritorno a Portland; in gara 2, due suoi inconsueti errori nel finale di partita hanno complicato le cose per coach Stotts, in una serie tatticamente impossibile, contro un avversario che, banalmente, ne conosce una più del diavolo

… e che sta giocando senza Kevin Durant. Anche se non si vede.

CSKA-Real: l’apoteosi del talento organizzato

Il talento è base di partenza necessaria (ma non sufficiente, badate bene) per eccellere ai massimi livelli. Non è sufficiente perché il talento è un dato individuale e, per potersi esplicare al meglio in uno sport che invece è decisamente collettivo, deve essere efficacemente inserito in un sistema che lo esalti senza concedergli quella “troppa licenza con cui l’animo umano insuperbisce”. Dimitris Itoudis e Pablo Laso sono bravissimi in questo e rendono la semifinale CSKA-Real un’autentica incognita. Lo scontro di due sistemi che sono simili oltre le apparenze, perché si basano su quanto di più bello ci sia nella pallacanestro, il talento organizzato.
CSKA-Real sarà una serie ricca di talento e De Colo è uno dei maggiori esponenti
CSKA-Real sarà una serie ricca di talento e De Colo è uno dei maggiori esponenti

CSKA-REAL: I DUE ROSTER

CSKA Mosca

1DE COLO, NANDOG1.96
3BOLOMBOY, JOELF2.04
4KHOMENKO, ALEXANDERG1.92
5PETERS, ALECF2.06
7UKHOV, IVANG1.93
9GAVRILOV, ALEXANDERG1.95
11ANTONOV, SEMENF2.02
12ERSHOV, ALEKSANDRG1.97
13RODRIGUEZ, SERGIOG1.91
20VORONTSEVICH, ANDREYF2.07
21CLYBURN, WILLF2.01
22HIGGINS, CORYG1.96
23HACKETT, DANIELG1.93
28LOPATIN, ANDREIF2.08
30KULAGIN, MIKHAILG1.91
41KURBANOV, NIKITAF2.02
42HINES, KYLEC1.98
44HUNTER, OTHELLOC2.03

 

Real Madrid

1CAUSEUR, FABIENF1.95
3RANDOLPH, ANTHONYF2.11
5FERNANDEZ, RUDYF1.96
7CAMPAZZO, FACUNDOG1.80
9REYES, FELIPEF2.03
14AYON, GUSTAVOC2.08
16YUSTA, SANTIF2.00
19PANTZAR, MELWING1.90
20CARROLL, JAYCEEG1.88
22TAVARES, WALTERC2.21
23LLULL, SERGIOG1.92
24DECK, GABRIELF1.99
25PREPELIC, KLEMENG1.91
32KUZMIC, OGNJENC2.13
33THOMPKINS, TREYF2.08
44TAYLOR, JEFFERYF2.01

QUI CSKA

In una semifinale tra due squadre tanto talentuose la differenza non possono che farla le difese. Quella del CSKA è nella media dell’Eurolega (ottava con 79.8 punti concessi), ma dovrà alzare il proprio livello contro la truppa di Laso. Sugli esterni Nando de Colo e Sergio Rodriguez non sono grandi difensori e saranno certamente bersaglio dei pick and roll e degli uno contro uno avversari. Spazio allora a Daniel Hackett, atteso a partire anche tra i primi cinque e a dare minuti di quantità. Sugli altri esterni Nikita Kurbanov, Cory Higgins e Will Clyburn non dovrebbero andare in sofferenza. Desta preoccupazione la mancanza di taglia nel reparto lunghi e, con questa, la lotta a rimbalzo. Kyle Hines e Othello Hunter soffriranno nel pitturato contro Ayon e Tavares ma hanno il pregio di poter cambiare su ogni avversario, mantenendo elevata la pressione sul perimetro, vera chiave per non andare sotto contro la maggiore fisicità dei Blancos. Naturalmente, contro una squadra che ama correre Itoudis avrà necessità di porre l’accento sulla transizione difensiva. L’efficienza in questo aspetto del gioco può togliere al Real la possibilità dei parziali con cui di solito uccide la partita.

CSKA-Real: Kyle Hines è atteso ad essere un fattore nei cambi difensivi
CSKA-Real: Kyle Hines è atteso ad essere un fattore nei cambi difensivi

In attacco tanta parte avrà il lavoro palla in mano di De Colo, Rodriguez, Higgins e Clyburn. Che sia dal pick and roll o dagli isolamenti le quattro stelle del CSKA saranno chiamate a costruire per se stessi e per gli altri, innescando anche i tagli di Hines e Hunter, oltre a tiratori micidiali sul perimetro come Andrey Vorontsevich, Nikita Kurbanov e Alec Peters. Ovviamente la fluidità del movimento di palla e uomini giocherà un ruolo importante, perché può inserire tutti nella trama offensiva ed evidenziare la lunghezza e l’abbondanza di talento di un roster che pare davvero infinito. Sullo stellare attacco dei Russi, tanto efficace da essere stato il secondo in stagione regolare, dietro solo a quello spaziale dell’Olimpia Milano, potrebbe pesare però la pressione dell’importante palcoscenico, situazione già verificatasi negli anni passati. In eventuali momenti di difficoltà la capacità di reggere il confronto in difesa e di andare a rifugiarsi negli uomini più esperti dovranno essere panacea di tutti i mali. A Mosca tutti si augurano che la squadra mantenga la freddezza che ai Russi dovrebbe appartenere più che a chiunque altro.

QUI REAL

Hugo Sconochini dice spesso che il Real Madrid del 2015 è stata l’unica squadra capace, nella storia dell’Eurolega, di portare a casa il trofeo vincendo le Final Four in attacco. C’è tanta verità in quest’affermazione quanta ve n’è nel fatto che ora molto sia cambiato. Quella di coach Laso è una delle migliori difese d’Europa e sarà l’ago che farà pendere la bilancia verso Madrid o verso Mosca. Tutto ruota intorno a Gustavo Ayon ma, soprattutto, Walter Tavares, un protettore del ferro senza precedenti con i suoi 222 centimetri, ma che costringerà Laso a contenere sul pick and roll, rischiando di procurare buoni tiri dal palleggio a De Colo, Rodriguez e Higgins. Qui peserà allora il lavoro di difensori di primo pelo come Facundo Campazzo, Fabien Causeaur e Jeffrey Taylor, che dovranno avere la voglia e la capacità di passare sopra i blocchi e di mantenere alta la pressione sul pallone. La mobilità di Anthony Randolph e di Trey Thompkins può invece permettere di utilizzare i cambi in altre situazioni difensive, cercando anche di tutelare il rientrante Sergio Llull.

CSKA-Real: Gustavo Ayon è uno dei perni attorno cui ruota la difesa dei Blancos
CSKA-Real: Gustavo Ayon è uno dei perni attorno cui ruota la difesa dei Blancos

Se la bontà del lavoro difensivo fosse confermata, il Real potrebbe spesso e volentieri dispiegarsi in transizione, la fase del gioco preferita dai Blancos, che trovano in Campazzo e Llull due playmaker bravissimi a spingere la palla in campo aperto, attaccando il ferro o trovando ottimi scarichi per i tanti tiratori sul perimetro. A metà campo, allo stesso modo, i due dovranno costruire fortune dal pick and roll, andando anche a servire Ayon e Tavares per punire la mancanza di stazza e i cambi difensivi dell’Armata Rossa. Le uscite dai blocchi di tiratori come Jaycee Carroll e Rudy Fernandez potranno essere un’alternativa in più, e anche se non procurassero buoni tiri per i diretti interessati, impegnerebbero comunque la difesa russa lontano dalla palla. Anche quello del Real è un attacco con molte soluzioni, che dovrà essere capace di avere la pazienza di muovere la palla quando non sia possibile tirare nei primi secondi. Questa è la vera sfida di coach Laso e dei suoi.

CSKA-Real: Sergio Llull è chiamato ad essere un'importante fonte di gioco
CSKA-Real: Sergio Llull è chiamato ad essere un’importante fonte di gioco

Fare un pronostico su questa semifinale pare davvero ostico. Sulla carta le due squadre, al completo, si equivalgono. Forse tanto dipenderà dalla difesa del Real: se questa diventerà fattore, il CSKA potrebbe non avere i mezzi per vincere una partita a basso punteggio sotto pressione.

Fenerbahce-Efes: una semifinale tra Storia e Destino

Si sente dire spesso che l’Eurolega è la lega degli allenatori. Nulla di più vero, il peso della guida tecnica in una competizione così cerebrale e di alto livello non può che essere immenso. La semifinale Fenerbahce-Efes può essere buon segnale di quest’asserzione. Si affrontano due coach tra i migliori nel panorama continentale. Zeljko Obradovic va incontro alla Storia, a caccia della decima Eurolega vinta (ma andate sotto, non vogliamo dilungarci sui suoi infiniti meriti); Ergin Ataman, spesso sottovalutato, tornato nella sua alma mater, impatta finalmente il Destino che gli spetta, quello che lo ha lasciato interdetto dai tempi in cui guidò la Mens Sana fino alla sua prima Final Four ad inizio millennio, quello che ora potrebbe portarlo al riconoscimento che ha sempre meritato. Le chiavi tecniche di Fenerbahce-Efes sono qua, perché abbiamo la presunzione di entrare nella mente di due grandissimi, di addentrarci nei corsi della Storia e del Destino.

Fenerbahce-Efes: è arrivato il momento di vincere per Ergin Ataman?
Fenerbahce-Efes: è arrivato il momento di vincere per Ergin Ataman?

FENERBAHCE-EFES: I DUE ROSTER

Fenerbahce Istanbul

1GREEN, ERICKG1.90
3TIRPANCI, ERGIG2.00
4MELLI, NICOLOF2.05
5HERSEK, BARISF2.08
10MAHMUTOGLU, MELIHG1.91
11ENNIS, TYLERG1.88
12KALINIC, NIKOLAF2.02
13BIBEROVIC, TARIKF2.01
16SLOUKAS, KOSTASG1.90
18ARNA, EGEHANF2.03
23GUDURIC, MARKOG1.96
24VESELY, JANC2.13
32GULER, SINANG1.92
35MUHAMMED, ALIG1.78
44DUVERIOGLU, AHMETC2.09
70DATOME, LUIGIF2.03
77LAUVERGNE, JOFFREYC2.11

Anadolu Efes Istanbul

0LARKIN, SHANEG1.82
1BEAUBOIS, RODRIGUEG1.95
2KURTULDUM, MUSTAFAF1.96
3SAYBIR, YIGITCANF2.03
4BALBAY, DOGUSG1.85
6BIRSEN, METECANF2.05
10BITIM, ONURALPG1.96
12MOTUM, BROCKF2.08
15SANLI, SERTACC2.12
18MOERMAN, ADRIENF2.02
19TUNCER, BUGRAHANG1.93
21PLEISS, TIBORC2.21
22MICIC, VASILIJEG1.96
23ANDERSON, JAMESF1.98
25ILYASOGLU, OMERCANG1.95
42DUNSTON, BRYANTC2.03
44SIMON, KRUNOSLAVG1.97

QUI FENERBAHCE

Questo potrebbe essere il solito articolo, come ne sono stati pubblicati tanti altri e, verosimilmente, altrettanti ne saranno pubblicati, che si protrae in sperticate lodi su Obradovic, la sua mente difensiva, la sua abilità di far sputare sangue ai giocatori, la sua disciplina, la sua maniacale cura del lavoro e altri cliché più o meno assortiti, perché applicabili a quasi tutti i coach di pallacanestro che abbiano raggiunto un certo livello, che se no non sarebbero lì. Non lo sarà, semplicemente perché perdersi in banalità già lette è una presa in giro del lettore, soprattutto se non supportate da una conoscenza diretta dell’argomento. E la conoscenza diretta dell’argomento presupporrebbe avere accesso ad allenamenti, ufficio, colloqui individuali, riunioni tecniche di Zeljko, e ovviamente questo non è possibile per questioni di tempo, spazio e sacrosanta privacy delle squadre che ha allenato e allena. Interessante, questo sì, che di Obradovic sia stato detto Forse è l’unico vero erede di Nikolic da qualcuno che il Professore lo conobbe davvero, restandogli vicino per molto tempo. Il resto, che non ripeteremo per la stessa logica di non menare il can per l’aia al lettore, si trova in volumi, questi sì, approfonditi e documentati, primo fra tutti Vincere non basta di Sarunas Jasikevicius e Pietro Scibetta. Se poi si è ulteriormente curiosi, allora va scartabellato qualunque racconto fatto dalla massima autorità in materia di cesto jugoslavo, Sergio Tavçar.

Fenerbahce-Efes sarà l'ennesimo trionfo della carriera di Obradovic?
Fenerbahce-Efes sarà l’ennesimo trionfo della carriera di Obradovic?

Finito qui? No, perché qualche considerazione si può ancora fare. Prima fra tutte il paradosso di questo Fenerbahce: ha iniziato la stagione con la polisportiva immersa nei debiti a causa di un attacco speculativo internazionale alla lira turca: erano undici milioni alla fine del luglio 2018, quindici a metà gennaio, secondo quanto riportato ai media in un’intervista del presidente del club. Una situazione che nel migliore di casi lascia perplessi, vista l’ennesima Final Four raggiunta dai turchi. Un paradosso che investe anche un’altra delle partecipanti al gran ballo di Vitoria, anzi, quella che teoricamente giocherebbe in casa, se non fosse che nei Paesi Baschi la Castiglia viene sempre guardata con diffidenza: chiaramente il riferimento è al Real Madrid. A quel punto sorge spontanea una domanda: dove si ferma il confine dell’istituzione polisportiva che può coprire un disavanzo di una delle proprie sezioni e dove inizia la concorrenza falsata tra squadre della stessa disciplina sportiva? Una risposta è troppo complicata da trovare e, anche, forse troppo spinosa.

Meglio guardare al lato tecnico, pur dipendente da quello economico, e lì come sempre l’armata ottomana ha marciato a ritmo serrato. Questo anzitutto perché il Fener è una squadra che bilancia abbastanza bene l’esecuzione da dentro l’area con quella da fuori, e in quest’ultima comunque ci sono sempre un paio di uomini che si gettano a rimbalzo offensivo. Dixon e Mahmutoglu sono due tiratori letali, specie se azionati con quel meccanismo di passaggi fuori-dentro-fuori con circolazione rapida della sfera e tiro nel momento in cui sono andati fuori sincro gli automatismi difensivi. È tuttavia il reparto lunghi l’ago della bilancia del Fener. I tagli lungo la linea di fondo e l’esplosività in area di Guduric, Vesely (la cui presenza è messa in dubbio dalle condizioni fisiche) è ottimo a bloccare così come nel partire lui stesso fronte a canestro, Melli è tiratore preciso e mobile, e pensarli tutti attivati da Sloukas o in grado di attirare marcature per lasciare campo libero a Kalinic (anch’egli in forte dubbio) dà l’idea della profondità di risorse del Fenerbahce.

Tra le assenze certe di Fenerbahce-Efes spicca quella del "nostro" Gigi Datome
Tra le assenze certe di Fenerbahce-Efes spicca quella del “nostro” Gigi Datome

QUI EFES

Se Ataman ha portato l’Efes fino in fondo il motivo è semplice: ha dato alla propria squadra una chiara fisionomia e non l’ha mai rinnegata. Nel contesto di una Final Four può parere strano, ma la quarta forza della stagione regolare proverà a vincere la partita in attacco, forte di una quantità di talento che ha pochi eguali nella competizione. Tutto partirà dagli esterni, responsabili di un ritmo che dovrà essere sempre alto per contrastare la fisicità del Fener ed evidenziarne le rotazioni accorciate da assenze pesanti. Re della fase offensiva sarà il folletto Shane Larkin, dominatore contro il Barcellona, che andrà a formare un asse letale con Bryan Dunston, atteso ad avere più spazi in area se davvero, oltre Lauvergne, venisse a mancare anche Vesely. Contro i cambi sistematici di Obradovic l’uno contro uno potrebbe fare la differenza e in questo Larkin, con Rodrigue Beaubois, è maestro. Attaccare l’area dei tre secondi sarà necessario anche per creare spazio sul perimetro a tiratori del calibro di Krunoslav Simon e James Anderson. In contumacia Larkin sarà Vasilije Micic a creare per sé ma soprattutto per gli altri, aiutato da Adrien Moerman, fonte di gioco sugli scarichi ma anche spalle a canestro. Infine, la presenza di Pleiss sarà fondamentale per mettere pressione al risicato reparto lunghi avversario.

Fenerbahce-Efes: riuscirà Shane Larkin ad essere fattore?
Fenerbahce-Efes: riuscirà Shane Larkin ad essere fattore?

In difesa sarà necessario nascondere la maggiore fisicità del Fenerbahce, che ama costruire vantaggio dai mismatch vicino al pitturato. La politica del cambio difensivo non è molto gradita alle caratteristiche di difensori scadenti come Larkin o Simon; spazio allora all’uso dello show difensivo e del raddoppio con Moerman e Dunston, sfruttando anche le capacità di difensori invece di alto livello come Micic e anche Beaubois, soprattutto contro il genio di Dixon e Sloukas, che creeranno per gli altri, ma non devono entrare in partita facendo canestro. Con Pleiss la scelta obbligata potrebbe essere quella del contenimento, ma se Vesely non giocasse non è da escludersi anche qui la via dello show: le leve lunghe del tedesco oscurerebbero le linee di passaggio e il rischio su Duverioglu sarebbe ben calcolato. Il cambio difensivo potrebbe essere considerato solo nel caso di quintetti piccoli, con Melli da centro, soluzione che Obradovic non ama, ma potrebbe dover utilizzare, forse per larghi tratti del match.

Sulla carta, per Storia ed esperienza, la truppa di Obradovic parte favorita. Ma, se alle assenze di Datome e Lauvergne si sommassero le defezioni di Vesely e Kalinic, allora il rischio di cozzare contro il Destino di Ataman e dell’Efes si farebbe decisamente concreto. I giochi sono molto aperti.

Per NbaPassion.com,

Luigi Ercolani & Andrea Ranieri

Giannis Antetokounmpo vs Kawhi Leonard: sfida tra titani

Siamo finalmente giunti alle finali di Conference e una delle sfide più attese ed equilibrate sarà quella tra i Milwaukee Bucks e i Toronto Raptors. Le due squadre arrivano allo scontro in maniera differente: i Bucks hanno passeggiato contro degli irriconoscibili Boston Celtics che non hanno saputo opporre la minima resistenza, mente i Toronto Raptors hanno faticato contro i Philadelphia 76ers chiudendo la serie negli ultimi secondi di gara 7. La chiave di questa serie sta tutta nell’impatto che avranno le due stelle su ambo i lati del campo. Analizziamo la sfida nella sfida tra: Giannis Antetokounmpo e Kawhi Leonard.

GIANNIS ANTETOKOUNMPO: E’ ORA DI INNESTARE LE MARCE ALTE

 

Antetokounmpo si presenta alla sfida contro la ex stella dei San Antonio Spurs con dei numeri davvero impressionanti: 27.4 punti, 4.4 assist, 11.3 rimbalzi di media con 52.6% dal campo in nove partite giocate. I numeri non sono tutto, il fenomeno Greco ha disputato delle eccellenti partite sia in attacco che in difesa, ma avendo affrontato avversari che hanno opposto poca resistenza non ha dovuto alzare l’asticella al massimo. Una sfida uno contro uno dei migliori difensori della lega, ovvero Kawhi Leonard, potrebbe consacrarlo definitivamente in caso di successo o ridimensionare il suo strapotere visto finora. Non essendo dotato di un tiro da tre efficace (anche se le cifre sono migliorate: 32.4%) lo scontro sarà principalmente in area, dove Giannis sta tirando con il 63.9%, Nel caso l’area venga chiusa e lui raddoppiato, sarà fondamentale l’impatto dei tiratori come Khris Middelton e Nikola Mirotic. Per battere una squadra come Toronto serve anche l’aiuto della panchina come hanno già dimostrato George Hill e Pat Connaughton nella serie vinta agilmente contro Boston.

KAWHI LEONARD: IL JOLLY DI TORONTO

SFIDA NELLA SFIDA

Durante la stagione regolare le due squadre si sono affrontate tre volte e attualmente sono in vantaggio i Bucks per due vittorie a una.  Antetokounmpo proverà ad alzare il ritmo per attaccare in semi transizione, o in caso di difesa schierata utilizzerà il pick and roll con i compagni per forzare il cambio su un giocatore più piccolo. Leonard invece può sfruttare la sua pericolosità con il tiro da tre per entrare in area e attaccare il ferro o scaricare per un compagno libero. Otre ad essere due formidabili attaccanti i due sono anche tra i primi difensori nella lega. La facilità di Giannis nel prendere rimbalzi offensivi e difensivi e le sue braccia chilometriche lo rendono difficile da attaccare, mentre le mani veloci di Leonard e la sua capacità di reggere l’uno contro uno gli sono valse per tanti anni il premio di miglior difensore dell’anno. Un’ altra chiave della serie è il contributo delle panchine. La sfida tra i due titani  sta per cominciare, chi conquisterà l’ambita finale NBA?

Celtics: tutti gli strali di Kyrie Irving, l’uomo che voleva essere un leader

Kyrie Irving

La stagione 2018\19 dei Boston Celtics e di Kyrie Irving, una “corsa sulle montagne russe” come definita da coach Brad Stevens, e terminata alla quinta partita di semifinale di conference contro i Milwaukee Bucks, ha avuto una sola costante.

Le parole, le emozioni e gli strali dell’ex giocatore dei Cleveland Cavs.

Kyrie Irving che ha appena terminato la sua peggior serie di playoffs in carriera, una serie giocata “a parte”, al contrario di quanto necessario contro una squadra tutta difesa ed atletismo come i Bucks di Giannis Antetokounmpo.

Un Kyrie Irving improvvisatore in attacco (35.2% al tiro, 22.7% al tiro a tre punti, 3.6 palle perse di media in 5 partite), ancora – incredibilmente – più improvvisatore in difesa ed ancora più incredibilmente sfrontato ed orgoglioso tra una partita e l’altra.

I Milwaukee Bucks, superiori in tutto in campo, hanno faticato solo nel comprendere quanto “cotti” mentalmente fossero i Boston Celtics ancora prima di incominciare.

Pochi minuti dopo la fine di gara 5, Terry Rozier ha dichiarato di aver sostanzialmente iniziato da mesi a contare i giorni che lo separavano dalla fine della stagione. Il fiero Marcus Morris ha dichiarato di non avere mai trovato una risposta alle disfunzionalità della squadra. I Celtics si sono appoggiati alla roccia Al Horford, il solo in grado con la sua sola rassicurante presenza di tenere a galla emotivamente i suoi compagni, immersi nella crisi di Gordon Hayward, nelle esitazioni di Jayson Tatum e nell’impazienza dello scalpitante Jaylen Brown.

Sapevo sin da subito che sarebbe stata dura quest’annoCoach Brad Stevens pochi giorni fa a Tim Bontemps di ESPN “Ma già ad ottobre tutte le potenziali difficoltà che avremmo incontrato si sono presentate tutte assieme: si, sarebbe stata durissima“.

CELTICS, GLI STRALI DI KYRIE IRVING

E’ bene ricordare: Kyrie Irving ha giocato due stagioni a Boston, sebbene la portata ed il peso dell’annata appena conclusa abbiano cancellato dagli archivi la stagione 2017\18, finita prima del tempo per un problema al ginocchio sinistro.

Con Irving ai box, i giovani Celtics raggiunsero le finali di conference e persero solo alla settima partita contro i “LeBron James Cavaliers”, mostrando al mondo il talento di Jayson Tayum – il nuovo Paul Pierce – di Jaylen Brown e di “Scary” Terry Rozier.

Sulle aspettative che quella sorprendente stagione generò, e sull’assunto che a quel nucleo sarebbe bastato re-introdurre Kyrie Irving e lo sfortunato Gordon Hayward per vincere – seguendo l’enunciato del Principe DeCurtis che “è la somma che fa il totale” – si è scritto e detto tanto.

Ciò che la prima e quieta stagione di Kyrie Irving non aveva suggerito ad alcuno sarebbe però stato il diluvio di pose, dichiarazioni, cambi d’umore e flussi di coscienza a microfoni aperti che avrebbe scandito l’anno II in bianco-verde del campione NBA 2016.

“IL MIO PIANO È RIFIRMARE CON I CELTICS”

Un giocatore di basket è prima di tutto un uomo.

Irving perse la madre Elizabeth quando il ragazzo aveva solo quattro anni. Elizabeth fu adottata da bambina da una famiglia Sioux che viveva nella Riserva di Standing Rock, e la nonna materna ed i bisnonni del giocatore dei Celtics erano di origine Sioux, e lo scorso agosto Kyrie ricevette il grande onore di diventare a tutti gli effetti un membro della grande Nazione Sioux, dopo anni di attivismo ed iniziative di beneficenza a favore della causa Nativa.

Anche sotto tali auspici era iniziato il 2018\19 di Kyrie Irving, che giunto “all’anno del contratto” aveva dichiarato già in ottobre, a due settimane dall’inizio della stagione, come il suo piano fosse quello di rifirmare con i Boston Celtics, l’estate seguente.

“JAYLEN BROWN E JAYSON TATUM DEVONO ABITUARSI ALLA PRESSIONE”

Pronti, via, ed i Celtics sono subito zoppicanti: Toronto Raptors e Milwaukee Bucks hanno già allungato, mentre Boston non riesce a mettere in serie due vittorie consecutive ed a fine novembre è ferma a 9-7, dopo una sconfitta casalinga contro gli Utah Jazz.

L’attacco Celtics è agli ultimi posti della lega, Jaylen Brown e soprattutto Jayson Tatum faticano ad esprimersi al livello dell’anno precedente (ergo, non sanno dove mettersi, letteralmente). Kyrie Irving cerca di stimolare i giovani compagni, ricordando loro come la pressione mediatica e difensiva nei loro confronti non avrebbe fatto altro che aumentare nei mesi a venire:

L’anno scorso erano ancora così giovani, e date le circostanze nessuno avrebbe preteso da loro ciò che poi sono stati in grado di fare. Quest’anno è diverso, la pressione a cui sono sottoposti tutte le sere se la sono guadagnata, ed è una cosa a cui devono abituarsi. Fare parte di una grande squadra comporta questo”

I nostri giovani hanno più talento di tutti” Ancora Irving “Devono imparare a trarne vantaggio“. La sconfitta contro i Jazz sarebbe stata la prima di tre partite perse consecutive.

“NON ABBIAMO PIÙ TEMPO DI ASPETTARE, SERVE DI PIÙ”

Una settimana più tardi tocca ai New York Knicks passare al TD garden di Boston, un passo falso che una squadra con ambizioni da contender non può permettersi, nelle parole di Irving:

Non possiamo più aspettare. Da parte mia, dello staff e di tutta la squadra non possiamo più aspettare che i giovani facciano quel definitivo salto di qualità. Dobbiamo migliorare, io compreso“.

Forse non siamo bravi come pensavamo di essere” E’ un amaro Brad Stevens a chiudere il trittico di sconfitte.

“EGOISTI IN CAMPO, SOLO IL SUCCESSO DI SQUADRA È IL SUCCESSO DEL SINGOLO”

Alle tre sconfitte segue un periodo brillante, da 8 vittorie consecutive ed un record finalmente “presentabile” di 18 vinte e 10 perse. A metà dicembre i Boston Celtics perdono contro Phoenix Suns e Detroit Pistons, prima dello showdown contro i rivali Milwaukee Bucks del 22 dicembre.

Gli uomini di Mike Budenholzer finiscono per calpestare i Celtics, di nuovo in difficoltà al TD Garden (120-107 il risultato finale). Irving convoca una riunione a porte chiuse per soli giocatori ed all’uscita si presenta ai cronisti come un frustratissimo fiume in piena: “La cosa che dobbiamo capire è questa: non tutti, io per primo, possiamo sempre giocare nel ruolo che vogliamo, tutti i minuti che vorremmo, cose che – egoisticamente parlando – sarebbero l’ideale per me o per un altro. Per quanto mi riguarda, fa parte del processo di crescita (…) si vedono un sacco di giocate personali (…)  ci siamo ritrovati più di una volta a tirare con ancora 16-17 secondi sul cronometro dei 24, prendendo brutti tiri in allontanamento (…) qui potrei fare tutto quello che voglio quando voglio, in campo, ma devo capire che la cosa più importante è aiutare la mia squadra.

CELTICS, BENE COSÌ… ANZI NO, JAYLEN BROWN: “NON POSSIAMO CONTINUARE A PUNTARCI IL DITO CONTRO A VICENDA”

Se dopo una bella vittoria contro gli Indiana Pacers, un Kyrie Irving garrulo si era permesso di parlare di squadra “diversa, sulla buona strada per diventare una squadra da titolo” e riconosciuto i giusti meriti della sua “tirata” del post-Milwaukee (“dopo la sconfitta contro Milwaukee (…) abbiamo sentito il forte bisogno di affrontare seriamente alcuni problemi. Il meeting post-partita ci è servito per ‘fare aria’ nello spogliatoio“), basta appena 3 giorni dopo una nuova sconfitta casalinga all’umorale Kyrie per tornare a vedere tutto nero.

Il 12 gennaio a Boston, gli Orlando Magic passano per 115-113. I Celtics dispongono prima della sirena finale di un ultimo possesso, una rimessa laterale da metà campo. Stevens disegna un gioco per Irving, ma Gordon Hayward, incaricato della rimessa, non passa in emergenza il pallone alla sua point-guard per servire Jayson Tatum.

L’ex Duke Blue Devils sbaglia un tiro difficile, e già mentre il pallone di Tatum è in aria, Irving ha già gettato le braccia al vento, esasperato. L’ex Cavs rimprovera vistosamente Gordon Hayward e Al Horford, ed è irritato con Brad Stevens e la sua scelta di gioco.

Nel post partita, un Kyrie Irving sempre meno in grado di “mordersi la lingua” sfoga la sua frustrazione, stavolta camuffandola (malamente) dal leadership: “L’anno scorso nessuno aveva nulla da perdere e poteva fare quello che voleva, e nessuno gli avrebbe chiesto nulla di più. Quest’anno no, è diverso. Non siamo più a quel punto, i giovani hanno superato quella fase“.

Un atteggiamento – la pratica di dividere la squadra in vecchi e giovani – al quale risponde appena due giorni dopo il “giovane”Jaylen Brown. Con Irving infortunato, i Celtics perdono a Brooklyn la terza partita consecutiva (25-18 il record), ed a fine partita Brown replica velatamente all’ennesima tirata del compagno (“Non mi permetterò più di mettere in discussione i miei compagni pubblicamente. Io voglio solo vincere, maledettamente (…) io sono venuto qui perché credo in questa squadra, e voglio aiutare questi giovani ad avere successo”).

Non è colpa dei giovani, e non è colpa dei veterani” Così BrownE’ colpa di tutti, dobbiamo venirne fuori come una squadra. Abbiamo avuto periodi in cui abbiamo giocato una grande pallacanestro, altri in cui non lo abbiamo fatto per nulla (…)  dobbiamo spalleggiarci l’un l’altro, supportarci. Non possiamo puntarci il dito contro e fare commenti.

FUTURO: “NON DEVO UN C***O A NESSUNO, SO COSA DEVO FARE, CHIEDETEMELO IL 1 LUGLIO”

In piena frenesia da trade deadline, con i Los Angeles Lakers impegnati a fondo per strappare Anthony Davis ai New Orleans Pelicans, e con i Pels altrettanto impegnati a resistere all’assalto per attendere l’estate, Danny Ainge e – chissà – Jayson Tatum, le promesse di rinnovo di ottobre di Kyrie Irving sono già un ricordo.

A fine gennaio, Irving si era sentito in dovere di telefonare al vecchio compagno LeBron James per scusarsi con lui “di essere stato, all’epoca, quel giovane”, quello che scalpita, che mal sopporta i paternalismi e forse vivere – anche – di luce riflessa. Una telefonata genuina, che dice molto del carattere irrequieto di Kyrie Irving, e che sorprende James (ironicamente a cena con Kevin Love al momento della chiamata), come ammesso dallo stesso LBJ.

E’ il primo febbraio quando Irving risponde così ad una domanda sui suoi proclami di qualche mese prima. La risposta raccolta dai cronisti è molto diversa ma eloquente: “Alla fine, farò solo ciò che sarà meglio per me, io non devo un c***o a nessuno. Richiedetemelo il 1 luglio“.

“TUTTI RADDOPPIANO KEMBA, NOI NO…”

Le ultime 24 partite di regular season dei Boston Celtics terminano con record di 14-14. Una stagione regolare mediocre per una squadra con tanto potenziale, ma che ogni giorno di più mostra evidente lo scollamento tra comandante (Irving) e truppa.

Il 24 marzo gli Charlotte Hornets in piena lotta playoffs battono i Celtics in rimonta allo Spectrum Center di Charlotte. Gli Hornets sono reduci da una partita da 75 punti segnati a Miami, gara in cui gli Heat avevano sistematicamente raddoppiato e “blitzato” sui pick and roll centrali Kemba Walker.

Pochi giorni dopo, un Walker da 36 punti guida i suoi Hornets alla vittoria per 124-117. L’ex UConn segna 18 punti nel quarto periodo, ed a fine gara Irving critica la scelta di Brad Stevens di non raddoppiare Walker e forzarlo a cedere il pallone: “Probabilmente avremmo dovuto raddoppiarlo di più, togliergli il pallone dalle mani, così come fanno tutte le altre squadre… ma non l’abbiamo fatto. E non è la prima volta“.

“NESSUNO PUÒ BATTERCI IN 7 PARTITE”

Da febbraio, tra Kyrie Irving e la squadra pare essere scesa una poco visibile ma “percepibile” cortina. In marzo, Kyrie fa diversi mea culpa pubblici, in cui dichiara di aver peccato di troppa loquacità e sincerità davanti ai microfoni.

Come reazione uguale e contraria all’atteggiamento dei primi mesi, Irving inizia a manifestare sicurezza (sicumera) nella sua squadra, accennando alla “noia da regular season” e proponendosi quale leader positivo e (più) rilassato (“Fa parte della stagione regolare, nei playoffs quando possiamo concentrarci su una squadra e pianificare tutto, non vedo nessuno che ci possa battere in sette partite“, dopo una sconfitta a Chicago).

Se sono preoccupato? No, perché io sono qui“.

“MI HANNO PORTATO A BOSTON PER MOMENTI COME QUESTI”

Cosa spinge infine un Kyrie Irving che dà in campo la sensazione di pensare già alla sua estate, a fare dichiarazioni sfrontate come quelle del post gara 2 e post gara 4 della serie di semifinale contro i Milwaukee Bucks?

Disillusione, o meglio consapevolezza? Resa? Allora perché, banalmente, “spararle grosse”?

Scenari come questi sono il motivo per cui sono a Boston, i motivi per cui mi hanno portato qui. La pallacanestro è uno sport divertente, soprattutto quando il gioco si fa duro, e bisogna farsi trovare pronti. E’ il periodo dell’anno che aspettiamo per tutta la stagione“. Kyrie Irving pare prendere sotto gamba una prestazione da 4 su 18 al tiro in gara 2, confidando nella capacità sua e dei suoi compagni di poter premere un bottone e riuscire laddove per tutta la stagione i Celtics avevano fallito: uscire dalle difficoltà come una squadra.

Il risultato? Una prevedibile ed orribile serie di tre partite. Definite però da Kyrie Irving come banali “problemi al tiro”: “Ho solo sbagliato tanti tiri, succede. A volte succede e devi accettarlo (…) è difficile trovare ritmo quando sei marcato a tutto campo azione dopo azione… da me ci si aspetta sempre il massimo, sto cercando di creare occasioni per i miei compagni e per me, sfruttando l’aggressività della difesa. 22 tiri? avrebbero dovuto essere 30, sono quel tipo di giocatore“.

Gara 5 della serie si è chiusa con una prova di squadra da 31% al tiro. Il fallimento di ogni (a queL punto) velleità di costruire un sistema offensivo a 3, se non 4 punte (Irving, Tatum, Hayward, Brown\Horford) si è manifestato in 48 minuti in una serie di tiri comodi scagliati nei pressi del ferro, in un primo tempo di 1 vs 1 “alla rovescia” di colui che, ruolo alla mano, avrebbe dovuto essere la point-guard, il creatore di gioco ed il leader della squadra.

Kyrie ci ha provato, alla sua maniera, l’unica che conosce, ed ha fallito là dove in cuor suo avrebbe voluto avere successo più di ogni altra cosa.

Eppure: “Irving cattivo leader? S*******e. Abbiamo accolto Kyrie a braccia aperte ma non abbiamo mai capito, anche se ci abbiamo provato… ma noi non siamo nella sua testa, forse poche persone al mondo sanno davvero cosa c’è in lui“.

Marcus Smart.

Bucks-Celtics: Giannis corre troppo per tutti

In questa semifinale di Conference si affrontavano le uniche due compagini che erano state in grado di vincere per 4-0, ottenendo dunque uno “sweep”, nel primo turno dei playoffs. I Milwaukee Bucks, teste di serie numero uno, sfidavano i Boston Celtics, numero quattro. Entrambe le squadre, come detto, avevano liquidato con facilità, rispettivamente, Detroit Pistons e Indiana Pacers. Ci si attendeva dunque una serie equilibrata, giocata da due squadre ricche di talento in campo ed in panchina. Motivo di interesse era, infatti, anche la sfida a scacchi preannunciata tra Coach Mike Budenholzer e Coach Brad Stevens.

Nonostante tutte le attese e i pronostici, il tanto anticipato equilibrio è durato solamente due gare. Due gare che sono servite a coach Budenholzer per rispondere alle mosse attuate dai rivali per limitare lo strapotere offensivo di Giannis Antetokounmpo. Le tattiche difensive di Brad Stevens hanno infatti sì funzionato bene, ma solo finché gli avversari non hanno trovato il modo di eluderle. La serie così non è stata più alla portata dei Celtics, liberato tutto il potenziale offensivo della superstar greca. Risultato: quattro vittorie consecutive dei Bucks dopo l’illusoria vittoria di Boston in gara 1 e questione chiusa sul 4-1.

C’è da dire tuttavia che, nonostante i meriti chiari ed evidenti degli avversari, a concorrere al realizzarsi di questo risultato non sono mancati i demeriti dei Celtics. L’attacco non ha mai girato come avrebbe dovuto, visto il livello di talento che la franchigia può vantare. Il possibile colpevole, indiziato principale del delitto che ha avuto come vittima la fase offensiva della squadra, probabilmente è da individuarsi in Kyrie Irving. Colui che arrivava a questa post-season con tantissimo da dimostrare come leader di una squadra da titolo non è stato decisamente all’altezza delle aspettative.

L’ATTACCO BUCKS FUNZIONA, QUELLO CELTICS NO E FA CORRERE GLI AVVERSARI

Il confronto tra gli attacchi delle due squadre, all’interno di questa serie, è abbastanza impietoso. Quello che statistiche avanzate esprimono in modo elaborato sarebbe di facile comprensione anche ad un occhio meno esperto, in seguito alla semplice presa visione delle partite. L’attacco dei Bucks, dopo le apparenti difficoltà nelle prime due gare, è stato piuttosto efficiente, con un Effective Field Goal Percentage del 51.4%; i Celtics, dal canto loro, si sono fermati al 47.3%. Questa differenza fa molto effetto, soprattutto considerando il fatto che Boston si sia avvicinata di più alla percentuale fatta registrare dai Detroit Pistons nel primo turno (44.4%), piuttosto che a quella di Milwaukee in queste semifinali.

Inoltre, la mancanza di incisività offensiva della squadra di Coach Brad Stevens non si è limitata a danneggiare i suoi dal punto di vista dei canestri (non) segnati, ma anche, e soprattutto, da quello dei canestri subiti. Non riuscendo infatti spesso a mandare a bersaglio i propri tiri, i Celtics davano vita facile in campo aperto agli avversari, che hanno segnato ben 33 punti in ripartenza in più. Una differenza abissale.

Jaylen Brown sbaglia un tiro appena fuori dal pitturato, Giannis afferra il rimbalzo e fa ripartire in fretta l’azione, premiando lo scatto di Middleton, che lo ripaga con un canestro da tre.

Questa serie ha inoltre messo in risalto tutte le difficoltà incontrate da Kyrie Irving: dopo una gara 1 discreta, nelle quattro sconfitte dei suoi ha segnato un totale di soli 25 tiri su ben 83 tentati. I suoi affanni non sono tuttavia riassumibili in un dato così semplice, perché è stata resa evidente la sua mancanza di capacità di leadership. Il numero 11 non è stato in grado di mettersi la squadra sulle spalle o di dare una scossa alla questione nei momenti più bui. Cosa che invece è riuscita bene all’altra stella protagonista della serie: Giannis. Dopo una gara 1 letteralmente disastrosa, che aveva già fatto urlare i suoi detrattori alla sua definitiva caduta in questi playoff, ha saputo riprendersi alla grande e condurre i suoi a quattro vittorie di fila. Con buona pace di Paul Pierce.

ANCORA UNA VOLTA, MILWAUKEE DIMOSTRA DI NON ESSERE SOLO GIANNIS

Il capro espiatorio dei Boston Celtics è stato, evidentemente, individuato da tutti, noi compresi, nella figura di Irving. Tuttavia, a parte Al Horford nelle prime uscite di questa serie, nessun membro del supporting cast della squadra è mai riuscito a brillare davvero. Lo stesso non vale assolutamente per i compagni di Antetokounmpo.

Al contrario, la squadra testa di serie numero uno dell’intera lega sta dimostrando di possedere una delle caratteristiche fondamentali per essere vincente: la profondità. L’avevamo già evidenziato dopo la vittoria contro i Pistons, ma è bene ricordarlo. Questa serie di 5 partite, se ha da una parte spinto un gruppo come quello dei Celtics sull’orlo del baratro in vista della off-season, ha dato certezze ulteriori ad un gruppo già ben oliato come quello dei Bucks.

E l’ha fatto in un modo che dà ancora più valore al lavoro di tutti i suoi membri. In gara 1 gli avversari avevano fatto davvero un ottimo lavoro nel fermare Giannis sul 33% al tiro, portando Milwaukee alla sconfitta. In gara 2 il greco avrebbe fatto la stessa fine, non fosse stato per la prestazione superba di Khris Middleton, che, tirando con un mostruoso 70% da tre punti, ha aperto l’area congestionata come contromossa alla forza del suo numero 34. A quel punto Boston non ha davvero più avuto risposte. Nelle gare successive diversi giocatori come Eric Bledsoe, o Pat Connaughton e George Hill dalla panchina, si sono fatti avanti con grandi prestazioni. Il tutto mentre Antetokounmpo si riprendeva e bombardava il ferro avversario con le sue solite penetrazioni, che a questo stato delle cose potevano liberare anche i compagni caldi sul perimetro.

Giannis prova a penetrare, viene rallentato, perde l’equilibrio, ma pesca il rientrante Malcom Brogdon oltre il perimetro, che mette a segno il tiro.

Ecco allora la forza di questa squadra. I Bucks hanno un leader forte, universalmente riconosciuto ed accettato come tale, ma hanno anche altri giocatori dalle personalità importanti. Questo rende possibile quanto accaduto in queste partite: quando la stella si impantana, qualcun altro sale in cattedra, facendo tante piccole cose che aiutano poi anche lo stesso Giannis a migliorare sé e i compagni. Insomma tanto di cappello per il lavoro di coach Mike Budenholzer, che si sta guadagnando con prepotenza un posto tra i migliori allenatori nell’attuale NBA.

 

 

AmeriLeague, la Grande Truffa del basket USA

“A volte, la realtà supera l’immaginazione” è un modo di dire forse abusato, in un mondo in cui lo storytelling è diventato così di moda. Quando si parla di basket americano (e soprattutto di leghe minori), però, spesso si fatica a credere alle vicende in cui ci si imbatte. Avete presente Prova a prendermi, il film del 2002 diretto da Steven Spielberg e interpretato (magistralmente) da Leonardo DiCaprio e Tom Hanks? Raccontava le incredibili peripezie di Frank Abagnale Jr., vero e proprio ‘mago della truffa’ che, negli Anni ’60, si intascò oltre due milioni di dollari assumendo svariate identità. Ebbene, un Frank Abagnale Jr. è esistito anche nel mondo della pallacanestro made in USA: vi è entrato nel 1996 con il nome di Glendon Alexander e ne è uscito, quasi vent’anni dopo, come Cerruti N. Brown, fondatore della AmeriLeague.
Il logo della AmeriLeague e il misterioso fondatore, Cerruti Brown
Il logo della AmeriLeague e il misterioso fondatore, Cerruti Brown
L’11 maggio 2015, sul canale YouTube di tale Cerruti Brown compare un video in cui viene annunciata la nascita dei Las Vegas Dealers, una franchigia che riporterà il basket professionistico nella ‘Sin City’. Nel promo viene spiegato che la nuova squadra sarà formata da un mix di atleti professionisti, giocatori di college e alcuni tra i migliori prospetti delle high school americane, e che in estate si esibirà in una serie di incontri, sia al Cox Pavillion sia in giro per l’Europa, contro avversari di area FIBA, alcuni addirittura di livello Eurolega. Qualche giorno prima, Brown aveva rilasciato un’intervista telefonica a Fox 5, TV di Las Vegas, in cui sosteneva di avere già importanti accordi con alcuni sponsor e di essere disposto a sborsare fino a 700 mila dollari per ingaggiare degli All-American.
La notizia fa alzare subito qualche sopracciglio; offrire agli studenti un’alternativa ben remunerata al college o al professionismo in continenti lontani potrebbe sconvolgere il sistema sportivo americano. Ci sono però alcune domande che si diffondono presto tra gli addetti ai lavori: chi è Cerruti Brown? Perchè il suo nome non compare in nessun database, nemmeno al di fuori del mondo sportivo? Com’è possibile che nessuno lo abbia ancora visto in faccia? E soprattutto, da dove arrivano i suoi soldi?
La prima a rivolgere tali quesiti al diretto interessato è Kami Mattioli, giornalista di Sporting News. Brown, naturalmente senza mostrarsi, sostiene di essere “un businessman che ha avuto un’intuizione”, a cui degli investitori hanno dato fiducia. Dichiara che il suo patrimonio arriva “da tutte le strade della vita”, che ha già parlato con molti atleti e con le loro famiglie, di avere l’approvazione ‘morale’ di alcune superstar NBA e di essere già d’accordo con il CSKA per una doppia sfida estiva sull’asse Las Vegas-Mosca. La Mattioli contatta prontamente la società russa, la quale però non dà alcuna conferma. La giornalista scopre anche che la proprietà dei Dealers è intestata a una società chiamata LV Basketball Enterprises Inc., registrata nel Delaware il 15 aprile 2015 (solo dieci giorni prima dell’annuncio via web della creazione del team). Perchè, invece, l’azienda non compare nei registri del Nevada, dove effettivamente la franchigia si dovrà insediare? E’ solo uno dei molti misteri che gravano intorno al progetto e alla figura di Brown.
Nel frattempo, l’intuizione del sedicente imprenditore prende forma. Se in origine era prevista una sola squadra itinerante, con il passare delle settimane si inizia a parlare di una vera e propria lega professionistica: la AmeriLeague. Vengono presentate otto franchigie, tutte con sede a Las Vegas: ai Dealers si aggiungono High Rollers, 702 Vegas, i15, Westerners, Wild Aces, Mambas e Flush, ma le ultime due falliranno durante l’estate. Viene spiegato che la stagione inizierà a fine ottobre e si concluderà a metà febbraio, e che la AmeriLeague porterà un’importante innovazione in campo commerciale: le maglie delle squadre avranno infatti gli sponsor. Inoltre, vengono annunciate delle selezioni che, da fine settembre a metà ottobre, si svolgeranno in diverse città degli Stati Uniti, con un costo di iscrizione di 275 dollari. Sembra tutto organizzato alla perfezione, mancano solo… i giocatori.
O meglio, alcuni nomi di rilievo vengono realmente ingaggiati, ma non si tratta certo degli All-American di cui parlava Brown. A detta dell’ufficio stampa dell’AmeriLeague, il processo di reclutamento delle giovani stelle è iniziato troppo tardi, quando i migliori prospetti si erano già accordati con i vari college. C’è però ottimismo sul fatto che l’operazione andrà in porto l’estate successiva (si parla addirittura di un pre-accordo con Josh Jackson, futura scelta in lotteria dei Phoenix Suns). Così, i giocatori di punta della nuova lega saranno principalmente degli ‘scarti’ NBA, da Royce White, scelto dagli Houston Rockets nel 2012 e protagonista di una lunga serie di vicissitudini extra-parquet, a Dajuan Wagner, uno che aveva segnato 100 punti in una partita liceale (il 16 gennaio 2001) e che si era ‘bruciato’ dopo quattro sole stagioni NBA (tra Cleveland e Golden State), passando per Al Thornton, Terrence Williams, David Harrison, Josh Selby e Antoine Wright, tutte ‘meteore’ nella lega di Adam Silver. Per ‘ingolosirli’, Brown arriva a proporre loro contratti da 200 mila dollari per quattro mesi scarsi di attività. Soldi che la D-League non potrà mai offrire. Soldi che, ovviamente, gli atleti in questione non vedranno mai.
Le esagerate offerte economiche non si limitano ai soli giocatori. A Ethan Norof, già editor del sito Bleacher Report, vengono proposti 150 mila dollari per diventare il primo commissioner della AmeriLeague. Norof accetta immediatamente, va a Las Vegas per incontrare Brown e l’accordo viene raggiunto. Quando finalmente riceve il contratto, però, si accorge che la cifra riportata nero su bianco è di soli 50 mila dollari, con una serie di clausole, imprecisioni e scappatoie che lo insospettiscono non poco. “Mi ha portato a fare colazione il primo giorno che sono arrivato a Las Vegas”, dichiarerà Norof. “In termini commerciali, quella è l’unica cosa che ho ottenuto. Quella, e una camera d’albergo, ma non lo conto.”. Dopo appena una settimana, la AmeriLeague non ha più il suo commissioner.
Passa l’estate ma non passano, anzi aumentano, i dubbi e i misteri riguardanti la AmeriLeague e il suo fondatore. Com’è possibile che, a poche settimane dal via, non siano ancora disponibili un calendario, un regolamento, nemmeno i biglietti delle partite (che risultano sempre “disponibili a breve”? Come mai ci sono sei franchigie e solo quattro allenatori ufficializzati (Joe Connelly, Tree Rollins, Paul Mokeski e Martin Knezevic)? Come si spiega che il quinto, Scott Adubato, annunciato ma mai presentato, risulti attualmente allenare in Colombia? E soprattutto, perchè Cerruti Brown non si fa vedere?
A quest’ultima domanda Marcus Bass, ‘direttore delle operazioni’ dell’AmeriLeague (che avrà un ruolo chiave nella soluzione dell’enigma), risponde sostenendo che Brown abbia occupazioni ben più importanti che interfacciarsi con i media. Qualcuno, però, riesce a vedere in faccia l’enigmatico ideatore della lega. Brian Moore, uno degli investitori contattati da Brown, lo incontra al Four Seasons Hotel di Las Vegas. Bastano pochi istanti a Moore per realizzare di conoscere già quel volto. I suoi sospetti si uniscono a quelli di Ethan Norof e di altre persone coinvolte nell’operazione-AmeriLeague, che si mettono presto in contatto tra loro: non è che dietro a Cerruti N. Brown si nasconde per caso Glendon Alexander?
Glendon Alexander con la maglia dei Cowboys di Oklahoma State
Glendon Alexander con la maglia dei Cowboys di Oklahoma State
Glendon Alexander era uno dei migliori prospetti liceali texani. Giocando per la Newman Smith Hig School, si era persino guadagnato la convocazione al McDonald’s All-American Game del 1996, evento a cui partecipavano atleti del calibro di Kobe Bryant, Rip Hamilton, Jermaine O’Neal, Stephen Jackson e Mike Bibby. Dopo quattro anni di college, passati tra Arkansas e Oklahoma State (dove raggiunge le Elite Eight al Torneo NCAA 2000), la sua carriera prende una strada piuttosto imprevedibile: quella che porta al carcere.
Poco dopo il draft 2000, in cui viene snobbato dalla NBA, emerge che Alexander, tra superiori e college, ha ricevuto oltre 75 mila dollari in sovvenzioni illecite, che gli hanno permesso di continuare a giocare senza nemmeno presentarsi alle lezioni. A Oklahoma State ha persino sottratto l’assegno di una borsa di studio al compagno Ivan McFarlin. Ma tutto questo è nulla, in confronto alle ‘imprese’ compiute al termine del suo percorso ‘accademico’ (tra moltissime virgolette). Nell’arco di dieci anni, Glen vive innumerevoli vite, collezionando una notevole somma di capi d’accusa; dalla frode bancaria e telematica al furto da 150 mila dollari (in contanti e gioielli) ai danni dell’ex giocatore MLB Derek Bell. Alexander confesserà di aver emesso assegni per quasi 50 mila dollari intestati al conto di un dentista dell’area di Dallas e di aver trasferito illecitamente oltre 1,5 milioni dal conto di Henry Mohney, proprietario di molti strip club in California (“E’ stato facile, avrei potuto portargli via tutto” dichiarerà Glen in tribunale). Tutto ciò porta all’incarcerazione del ‘genio della truffa’ presso il Seagoville Federal Correctional Institution, in Texas, da cui viene rilasciato l’11 ottobre 2005. Dopodichè, di Glendon Alexander si perdono le tracce, o quasi. Dopo il carcere diventa responsabile di un’accademia di basket in Iowa, e torna brevemente agli onori delle cronache perchè una madre, dopo aver ritirato il proprio figlio dalla scuola, chiede il risarcimento dei quattromila dollari della retta per “livello inadeguato dei pasti, degli alloggi e della preparazione cestistica”. Nel 2014, Glen dichiara di essersi lasciato tutto alle spalle, che la sua vecchia vita appartiene ormai al passato.
Eppure, tutte le strade portano a supporre che sia proprio lui a celarsi dietro il nome di Cerruti Brown. Effettivamente, indagini più approfondite mostrano dei collegamenti tra le due identità. Secondo i registri di nascita del Texas, un Cerruti Nino Brown è nato il 28 febbraio 1977. Il documento di nascita indica Rupert Nati Brown come il padre, che appare in altri documenti anche con il nome di Rupert Alexander, il nome del padre di Glendon. Non esiste invece un atto di nascita in Texas per Glendon Alexander, di cui però le biografie online e i rapporti giudiziari indicano come data di nascita il 28 febbraio 1978 e la sua città natale come Carrollton, Texas. Oltretutto, i database pubblici non presentano dati su nessun Cerruti Brown negli Stati Uniti, a parte l’atto di nascita in Texas e l’intestazione di una licenza commerciale del Nevada per la società LVD International. I funzionari dello stato del Texas e della contea di Dallas dichiarano però di non avere alcuna registrazione di un cambio di nome legale.

I crescenti sospetti sulla vera identità di Cerruti Brown gettano definitivamente nello scompiglio l’organizzazione dell’AmeriLeague. Il sito D-League Digest, tra i più attivi nell’inchiesta, chiede lumi a Jonathan Jordan, che aveva sostituito Ethan Norof come commissioner. La risposta è sconcertante: “Mi sono dimesso da commissioner dell’AmeriLeague. Per informazioni scrivete a c.brown@amerileague.com“. Poi tocca al programma di ESPN Outside The Lines raccogliere la testimonianza che fa calare la mannaia sul progetto. Marcus Bass inizialmente prende tempo, dicendo che il draft si sarebbe regolarmente svolto, poi vuota il sacco: Ho parlato con Cerruti Brown, gliel’ho chiesto espressamente, e lui ha ammesso di essere Glendon Alexander. Mi ha detto che si tira indietro, e di avvisare lo staff che a breve ci sarà una nuova proprietà. Sono scioccato.”. Un po’ la stessa reazione di Joe Connelly, uno dei presunti allenatori della lega, il quale rilascia al blog 2 Ways & 10 Days alcune dichiarazioni che esprimono al meglio l’assurdità della vicenda: “Il giorno prima di partire, un mio contatto mi ha chiamato e mi ha detto: ‘Pensaci bene, Joe… A volte le persone non sono quello che sembrano’. Era una persona fidata, per cui sono rimasto scioccato, Uno dei miei migliori amici, Brian Moore, vive a Las Vegas. Ha incontrato questa persona e mi ha mandato la foto. Quando ho visto la sua faccia, ho avuto un tuffo al cuore: Cerruti Brown era Glendon Alexander! Lo avevo già incontrato quando era un promettente liceale, a un camp con Kobe Bryant e Stephon Marbury. Vi rendete conto? Avevo addirittura comprato i biglietti per mia moglie e per i miei tre figli, e non erano neanche rimborsabili! Più tardi mi è stata offerta una panchina a Sidney; in pochi giorni, sono passato da Las Vegas all’Australia!”.
Dopo il servizio di Outside The Lines, sul sito (tuttora esistente; all’interno si trova un articolo di ESPN sulla vicenda) dell’AmeriLeague compare un messaggio, poi rimosso: “Cerruti Brown è Glendon Alexander. Yeah, dovreste cercarlo su Google, è un artista della truffa”. I contratti firmati sotto falso nome e i primi reclami per mancati pagamenti sanciscono ufficialmente la fine dell’AmeriLeague. Un’idea che avrebbe potuto dare un forte scossone al mondo cestistico americano, e che invece si è rivelata una colossale farsa, ha ingannato una moltitudine di persone in cerca della giusta opportunità (dai giocatori agli allenatori, dai dipendenti agli investitori) e ha mostrato fin dove possa spingersi l’ambizione umana.

I Boston Celtics rischiano grosso: gara 5 è decisiva

Boston Celtics e Milwaukee Bucks ci stanno regalando una semifinale di conference ricca di grandi giocate e colpi di scena. I protagonisti in positivo e in negativo sono ovviamente Kyrie Irving e Giannis Antetokounmpo. In gara 1 i Celtics si portano avanti grazie ad un Irving da 26 punti e 11 assist e ad un ottima difesa di Al Horford che riesce a limitare Antetokounmpo. Le successive tre gare vengono dominate dai Bucks con il greco che sta viaggiando a 30.5 punti e 11.5 rimbalzi di media nella serie. Boston deve invertire la rotta se vuole avere ancora una speranza di passare il turno.

COSA È ACCADUTO IN GARA 4

Antetokounmpo, dopo gara 1, ha preso le misure della difesa dei Celtics.

In gara 4 i Celtics avevano la possibilità di pareggiare la serie e rimettere tutto in discussione, ma l’aggressività dei Bucks lo ha impedito. Da sottolineare la prestazione del solito Antetokounmpo con 39 punti, 16 rimbalzi e 4 assist e il 68.2% al tiro,  il grande contributo dalla panchina del veterano George Hill che con 15 punti e 5 assist ha messo la sue esperienza sia in attacco che in difesa, e di un inaspettato Pat Connaughton il quale grazie alla sua fisicità e voglia di dimostrare ha messo a segno 9 punti e 10 rimbalzi. Indubbiamente Milwaukee ha giocato una partita straordinaria: solida in attacco, aggressiva in difesa e con un gran contributo da parte di tutta la panchina,  ma Boston ha grandi responsabilità in questa ennesima disfatta. Il 7 su 22 al tiro di Irving che riesce a peggiorare il precedente 8 su 22 di gara 3, lo scarso coinvolgimento nel gioco da parte di Gordon Hayward e Terry Rozier assenti ingiustificati di questa serie sia per tiri tentati (54) che per tiri realizzati (17), e sia per intensità difensiva e capacità di mettere in gioco i propri compagni.  il 37.8% al tiro di tutta la squadra limitano il potenziale di Boston che riesce a segnare solamente 101 punti. In difesa invece non sono più riusciti a trovare una soluzione per marcare un devastante Giannis, il quale dopo gara 1 ha trovato il modo di attaccare con più efficacia, utilizzando il pick ad roll per forzare il cambio, e trovandosi spesso contro i piccoli di Boston che sono facili da attaccare.

LE SPERANZE DEI BOSTON CELTICS

Tatum al ferro contro Antetokounmpo

I Boston Celtics si trovano spalle al muro, e se Irving e compagni non vogliono terminare anzitempo la stagione devono cambiare qualcosa. All’interno della serie non ci sono solo note negativo, possono ripartire dalle ottime prestazione sia in attacco che a rimbalzo di: Horford, Tatum e Morris ( 55 punti, 30 rimbalzi, 11 assist in totale in gara 4) che stanno disputando partite eccellenti, ed è proprio grazie a loro se i Celtics non sono ancora affondati. Ovviamente il loro apporto per quanto valga più della metà dei punti totali della squadra non è sufficiente: Irving deve migliorare nettamente le percentuali di tiro, in caso contrario dovrebbe iniziare ad attaccare il ferro per acquisire fiducia e mettere punti utili per aiutare la squadra. Hayward e Rozier dovrebbero entrare definitivamente nella serie e assumersi più responsabilità, cercando iniziative personali per mettere punti a referto o creando gioco per i compagni. L’ultimo asso nella manica di coach Brad Stevens può essere l’accoppiamento difensivo di Marcus Smart con Antetokounmpo, per cercare di limitare lo strapotere del dio greco. Boston deve cambiare molte cose se vuole sperare ancora nelle finali, intanto gara 5 è alle porte con un motto in testa ben preciso: win or go home.