Derrick Rose: storia di una rinascita in quel di Minneapolis

Derrick Rose

Gli atleti della NBA appaiono al pubblico come della macchine perfette: indistruttibili, inarrivabili, ma anche loro sono umani e come tutti hanno una storia alle spalle. Storie di povertà,  di vite difficoltose e di continui spostamenti in cerca di fortuna. Storie di cadute e rivincite. Tutte store accomunate da una sola cosa: l’amore per il basket. Una delle storie che più ha commosso il mondo del basket è quella di Derrick Rose, passato dall’essere il più giovane MVP della lega, al fantasma di se stesso, fino al riscatto nella stagione 2018/2019.

 

DERRICK ROSE: IL NUOVO INIZIO COI TIMBERWOLVES

Derrick Rose sta trovando una seconda giovinezza in uscita dalla panchina di Minnesota
Derrick Rose ha trovato una seconda giovinezza nella franchigia dei Lupi

A Minnesota Rose rincontra l’amore tecnico della sua vita: Tom Thibodeau, l’uomo che lo ha lanciato nel grande Basket e che crede tantissimo in lui. Il primo acuto del nuovo Rose arriva dopo la quarta partita di Regular Season; contro i Mavericks fa registrare una prestazione da 28 punti, 5 assist,  5 rimbalzi, 2 palle recuperate e un 40% al tiro da 3 e 52.4% complessivo dal campo in 32 minuti uscendo dalla panchina. Finalmente si inizia a intravedere il Derrick Rose che noi tutti conosciamo. Il vero capolavoro arriva il 31 Ottobre del 2018 contro gli Utah Jazz: Rose mette a segno: 50 punti (career high), 6 assist, 4 rimbalzi con il 57.1% da 3 punti e il 61.3% dal campo. Tutta la frustrazione, le critiche subite, la voglia di riscatto si evincono dalle lacrime a fine partita. Un nuovo inizio di carriera per D-Rose che finalmente scaccia via i fantasmi del passato.

 

UN ROSE… PIÙ RIFLESSIVO

 

Non sarà esplosivo come un tempo, ma Derrick Rose sa come sbarazzarsi del proprio marcatore. Anche sfruttando il pick and roll.

Il Rose di Chicago era un giocatore immarcabile grazie ad un primo passo che lasciava tutti sul posto, attaccava il ferro con tutta la sua potenza chiudendo spesso e volentieri con una schiacciata. Non coinvolgeva troppo i compagni, preferendo le iniziative personali. Adesso è un giocatore più riflessivo, conscio dei suoi limiti fisici sfrutta la tecnica e l’intelletto. Utilizza il suo ball handling per ubriacare gli avversari e poter entrare nel pitturato per concludere l’azione in layup (circa il 46% dei suoi punti proviene dal pitturato) o scaricando per i compagni liberi. Quando l’area è chiusa e non può penetrare ha inserito nella suo bagaglio tecnico un arresto e tiro piuttosto credibile (44.4 % dalla media e 37% da 3 ). Rose è il leader tecnico ed emotivo della squadra, è il giocatore che apre le difese attirando i raddoppi su di se lasciando così libero un suo compagno pronto a ricevere l’assist. I numeri della stagione in corso sono i seguenti: 18.0 punti di media 4.3 assist e 2.7 rimbalzi con il 48.2% dal campo e 85.6% ai tiri liberi. Un giocatore completamente ritrovato, spesso decisivo per le vittorie della sua squadra, dimostrando che la partita contro gli Utah Jazz  non era un caso fortuito.

 

IL FUTURO DEI TIMBERWOLVES

Derrick Rose assieme a Karl-Anthony Towns e Andrew Wiggins.

La stagione dei Minnesota Timberwolves sta volgendo al termine,  la franchigia può praticamente dire addio ai playoff. Sicuramente non è andata come l’ambiente sperava e ci sono altrettante incertezze sul futuro: la scelta di un nuovo allenatore, l’impatto di Andrew Wiggins che in questa stagione è stato davvero minimo. Ci sono anche delle certezze da cui ripartire: le prestazioni mostruose di Karl-Anthony Towns, l’inserimento da inizio anno di due ragazzi interessanti come Dario Saric e Robert Convigton, ma soprattutto l’aver ritrovato un giocatore così decisivo come Rose, capace di risolvere le partite quando serve. In scadenza di contratto, il suo futuro è tutto da scrivere. Ed intanto il buon Derrick può godersi la sua rinascita.

 

 

 

Portland Trail Blazers: che sia finalmente l’anno buono?

Ogni anno che passa la Western Conference si fa sempre più agguerrita con le superstars NBA che tendono a muoversi in squadre appunto della costa ovest e puntualmente i bookmakers snobbano Portland preferendo a loro franchigie che magari in estate si sono mosse bene ma che non hanno la stessa solidità e compatezza che quella di Terry Stotts può vantare.
Ad essere sinceri, tutti noi pensavamo che dopo la batosta bella e buona che Lillard e company avevano subito dai Pelicans privi di Cousins nei playoffs 2018, la squadra dell’Oregon fosse destinata a “morire” piano piano per poi iniziare un inevitabile processo di rebuilding.
Al contrario, nello stupore generale, i Blazers forti di un Nurkic che al fianco di Lillard e McCollum sembra aver sprigionato il suo intero potenziale fino all’anno scorso mai espresso, si trovano ora al quarto posto nella Western Conference, piazzamento che consentirebbe loro di avere il fattore campo a favore perlomeno nel primo turno di post-season.
In questo articolo cercheremo di rispondere alla fatidica domanda: sono i Blazers solo un fuoco di paglia oppure è la volta buona per Dame di fare scintille anche nel basket di aprile e possibilmente maggio?
Inizialmente specifichiamo che nonostante sir Charles Barkley abbia pronosticato i Blazers alle NBA Finals,difficilmente la franchigia dell’Oregon si spingerà tanto avanti però si chiede a Portland quantomeno un po’ di lotta al primo turno cosa che l’anno scorso non c’è stata nella già citata sconfitta contro i Pelicans.
Molto dipenderà a mio parere dal loro posizionamento e dal conseguente accoppiamento al primo round, poichè infatti se la stagione finisse oggi Lillard e co. affronterebbero i temibili Thunder di Westbrook e Paul George in versione MVP. Questo scontro almeno sulla carta penderebbe inesorabilmente verso l’Oklahoma dal momento che la squadra di Billy Donovan sembra aver trovato la quadra che da anni ricercava dopo l’addio di KD.
Per fare degli esempi concreti di matchups che i Blazers potrebbero vincere potremmo citare i Jazz o gli Spurs che, nonostante siano entrambe due compagini rognose potrebbero patire non poco la bravura dei ragazzi di Stotts nell’eseguire giochi di alto livello.
Analizziamo ora i punti di forza dei Blazers. Come detto nelle righe precedenti il fattore che permette ai tifosi di Portland di sognare è Jusuf Nurkic il quale sta fornendo delle prestazioni finalmente all’altezza delle pretese che tutti gli insiders avevano sul centro bosniaco.
Statisticamente Nurk sta avendo la sua migliore stagione con 15 punti 10 rimbalzi e 3 assist di media con in più 1.4 stoppate a partita, ma quello che impressiona di più è come abbia trovato una chimica di gioco con in particolare Lillard e McCollum. L’esempio più lampante di questa alchimia sono i numerosi tagli back-door che in ogni partita riescono a sorprendere gli avversari nonostante questi nel loro scout pre-partita cerchino di evitarli e contrastarli. Tutto ciò è anche possibile grazie all’affidabile tiro da fuori che Nurkic ha sviluppato, infatti ora non è più battezzabile ed il difensore di turno è costretto a stare più vicino al centro bosniaco e, se aggiungiamo la pericolosità di Lillard e McCollum nelle uscite dai blocchi, ecco che il taglio back-door diventa un’arma in più nell’arsenale di Terry Stotts.
Inoltre la franchigia di Rip City ha fatto delle aggiunte importanti a roster rispetto all’anno scorso inserendo a roster tiratori come Hood, Seth Curry e Layman e sopperendo al problema rimbalzi con uno specialista come Kanter.
Insomma, che sia l’anno buono per Portland per dimostrare il proprio valore? lo scopriremo solo andando avanti a seguire la lega più divertente del mondo.

Lo “Slow Flow” di Paul Pierce

Paul Pierce maglia ritirata

Quali sono i termini principali che vengono in mente per descrivere  un buon giocatore NBA? Istintivamente in molti direbbero talento! Vero, ma è un vocabolo alquanto generico che a mio avviso include una moltitudine di sfaccettature non indifferenti, per esempio: tecnica, concentrazione, forza di volontà, potenza fisica, visione – abilità di lettura sul campo, interpretazione del gioco, studio dei filmati, dedizione, intuito, capacità di ragionare,prendere decisioni…si, decisioni bisogna prenderne veramente molte e se si erra a prenderne una, ci sono delle conseguenze spesso poco felici; sbagliare un passaggio, può portare a subire un contropiede, ed in base alla situazione della partita, la gravità di quella palla persa varia drasticamente.

Bisogna scegliere alla svelta!

Dover scegliere, è parte del gioco, ma la difficoltà vera, sono le tempistiche con cui bisogna farlo; dopo aver sbattuto le palpebre, bisogna far si che la decisione sia stata presa e non solo…già messa in atto. Siamo sinceri, nella successione di caratteristiche elencate sopra, ne manca una indispensabile per sopravvivere nell’Nba contemporanea: la velocità. Salvo particolari casi, in qualsiasi posizione si giochi, serve essere più rapidi del proprio difensore, in primis a livello mentale e poi a livello fisico; riflessi sempre funzionanti al 100%, sempre pronti ad arrivare primi su una palla vagante, andare in coast to coast battento il record di Usain nei 100 metri, avere un primo passo fulmineo, conquistare ogni rimbalzo possibile…  E’ innegabile che i ritmi di gioco siano diventati veramente intensi, però anche ai massimi livelli si può assistere ad episodi in cui la rapidità d’esecuzione, viene confusa con la fretta; è sempre stato l’errore in cui in tanti sono inciampati, d’altro canto il gioco del Basket, è interamente strutturato su dei countdown continui, in maniera più ossessiva degli altri grandi sport. 5 secondi per la rimessa, 8 per superare la propria metà campo, tirare entro 24, non sostare troppo nel pitturato… parlando per assurdo nel calcio, se in grado, una squadra potrebbe sempre tenere il possesso del pallone fino al termine dell’incontro. Teoria decisamente improbabile, però rende bene l’idea di quali e quante tempistiche, siano presenti nella Pallacanestro;  Il fattore tempo è stato sempre l’unica risorsa non controllabile dall’uomo, però in specifici casi, certi individui, sono stati molto vicini a farlo… a Boston c’è ne stato uno molto bravo: Paul Pierce aka ”The Truth” .

Il vero riconosce il vero

Adattarsi ai ritmi NBA, come abbiamo detto fino ad ora, è un’impresa piuttosto ardua, ma essere in grado di diventare una delle più grandi superstar all’interno della lega, mantenendo il proprio flow di gioco, è strabiliante. Paul è stato un giocatore particolare, uno di quelli che passa ogni tanto, unico ed inimitabile proprio per il suo stile in campo. La sua carriera da professionista è iniziata nella tragedia, una storia in perfetta tendenza “Get rich or die trying”, con Pierce al posto di 50 Cent e i nove proiettili sostituiti da undici coltellate. Quando si dice il vero riconosce il vero… sopravvivendo alla morte è tornato più forte di prima, conferma che “ciò che non  uccide, ti fortifica”, pronto ad andare a prendersi ciò che gli spettava. Il percorso che ha intrapreso è stato tutt’altro che semplice, infatti dopo essersi conquistato il suo soprannome (regalo di Shaq, stranamente) demolendo i Lakers, ha collezionato prestazioni su prestazioni straordinarie, caricandosi sulle spalle tutta la franchigia, il Boston Garden e i suoi tifosi. Per ricollegarci al concetto di rapidità, il capitano dei Celtics, ha dovuto aspettare un po’ di anni prima di poter arrivare a competere veramente per il titolo, oltre al tempo, ha atteso anche i rinforzi (KG e Ray Allen), che una volta arrivati hanno reso Boston una corazzata decisamente difficile da fermare e il King lo sa molto bene. Anche Kobe ne sa qualcosa… dopo svariati anni, la finale delle finali si è ripresentata – Celtics vs Lakers – ed è qui che Paul ha manifestato al meglio le caratteristiche del suo gioco; quella velocità sovrana in campo, viene altamente ignorata da The Truth, esponente di un ritmo a bassi toni, calmo, tendente alla lentezza…

Slow flow – all day, every day

Partendo dalla consapevolezza di non poter spiegare come questo sia possibile, possiamo solo fare delle riflessioni guardando quello che è stato lasciato sul campo; non è questione di età od infortuni (certo, l’aggressione ha avuto la sua buona influenza), ma sin dai primi match disputati, era evidente come la sua tendenza fosse quella di far adattare la partita a lui, imponendo violentemente le sue tempistiche. E’ veramente strano vedere come i difensori accoppiati a lui, specialmente in momenti decisivi della partita, non siano stati in grado di fermarlo; perche questo?  Prendiamo come riferimento un ultimo possesso di Boston contro Indiana (playoff 2003), ovviamente palla in mano a Pierce; tra lui e il canestro troviamo  Al Harrington, di certo non il giocatore più elegante, ma a livello fisico nulla da dire, tosto e grezzo…  mancano pochi secondi alla fine del terzo quarto, i due fermi poco dopo la linea di metà campo, con Paul che sta aspettando il momento perfetto per entrare in azione; dopo che Al ha mandato via prepotentemente il raddoppio/aiuto difensivo, non ci sono dubbi sulle sue intenzioni: un vero 1vs1  come sui Playground…  per i pochi che avevano ancora dubbi, un caldo trash talking tra i due non lascia spazio a fraintendimenti.  Quando mancano sette secondi, The Truth, palleggiando con la mano destra, ma con il corpo chiaramente indirizzato verso  sinistra, si mette in movimento, seguito stretto dalla difesa; niente shake’n’ bake o movimenti particolari, solo un passo lungo di arresto, giusto per darsi l’equilibrio corretto per un buon tiro dietro l’arco dei tre punti… solo retina. Sorge (ignorantemente parlando) una domanda… perché Harrington non ha provato a mangiargli un po’ di spazio, togliergli libertà d’esecuzione; ma se si guarda attentamente, proprio mentre Pierce ferma il palleggio, pronto ad elevarsi per rilasciare la palla, Al allunga il braccio per arrecare disturbo, ma è leggermente in ritardo… ribadisco che Pierce non ha fatto nessun movimento eclatantemente confusionario per il difensore, ma è stato comunque in grado di metterlo fuori ritmo, guadagnando il tempo necessario per tirare. Gli sono bastati i “gesti”, probabilmente anche involontari, del suo corpo e la sua naturale velocità d’esecuzione (un giro indietro agli altri per citare l’Avvocato Buffa); non sto assolutamente dicendo che prevedere la sua intenzione e contrastare il tiro fosse una passeggiata, Chiaramente no! Però fa impressione vedere come trovarsi di fronte ad un flow di gioco non adeguato agli standard a cui si è abituati, possa mettere in ampia difficoltà la difesa (ancor più se questo flow, è al di sotto della media).

Come muoversi in campo?

Osservare Paul Pierce, mi ha fatto riflettere sull’importanza di certe parole che ti vengono ripetute fin da piccolo durante gli allenamenti.. “spezzate i movimenti!” E’ un concetto più complicato di quel che sembra… però a grandi linee, si intende variare direzione e velocità ripetutamente per avvantaggiarsi sulla difesa, senza dargli punti di riferimento, sia quando ci si muove senza palla (azione di taglio o smarcamento), sia con la palla in mano. In quest’ultimo caso, per spezzare il ritmo del difensore, ci sono varie armi a disposizione del giocatore…  Il movimento di esitazione è una di queste. E’ un frammento temporale quasi impercettibile, dove  chi lo esegue è come se fosse sospeso in una dimensione dove tempo e spazio non esistono; il palleggio viene “rallentato” giusto quanto basta per non farsi fischiare nessuna infrazione, si cambia improvvisamente velocità… e se tutto è stato fatto come si deve, il difensore non si sarà accorto di niente e voi sarete proiettati al ferro. L’evoluzione di questa “move”, prevede anche un drastico cambio di direzione oltre la variazione di velocità , inducendo la difesa a leggere la situazione nella maniera errata, finendo dalla parte opposta dell’attaccante… Crossover.  Tra i massimi esponenti di quest’arma micidiale troviamo Allen Iverson, Jamal Crawford, Kyrie e Steph…  tutti giocatori di stampo street. Se il crossover è particolarmente aggressivo e violento, le caviglie potrebbero “lievemente” cedere, stendendo sul parquet il difensore (per maggiori informazioni sugli anklebreaker, chiedete ad Antonio Daniels, sicuramente non un grande amico di The Answer).

Ciò che mi ha sempre colpito intensamente di Paul Pierce, è proprio il fatto che non è un giocatore di questo tipo, anzi è veramente distante dai livelli atletici della lega; eppure le sue azioni rimarranno nella storia, esattamente come il suo nome nella franchigia di Boston. Il fato ha voluto che alla fine degli anni ’90, dopo una dinastia intoccabile evolutasi nel corso degli anni, grazie a leggende come Bill Russel e Larry Bird, Pierce fosse il continuatore di questo percorso magico, composto da delusioni, fatica, sudore e successi. Una sera, parlando con amici, sono  saltate fuori un paio di frasi del tipo – “Se c’è la fa lui, può riuscirci chiunque” – “Sembra un ottantenne” – però credo che chiunque fosse lì in quel momento, mentre sono state pronunciate quelle parole, sapesse benissimo quanto fossero buttate lì e di che livello di complessità raggiungessero i “lenti” movimenti di questo giocatore. Il suo “Slow Flow” uccide la partita e l’autostima di ognuno dei suoi avversari, spianandogli  la strada verso il ferro… e verso la vittoria.

E.R. – stile in prima linea                                                                                                                                 

Corsa al titolo di MVP, ecco chi sono i 5 favoriti per la vittoria finale

MVP

Quello di MVP (Most Valuable Player) è senza dubbio il premio più ambito tra quelli assegnati dalla NBA a fine stagione. Il riconoscimento premia il giocatore che più si è fatto valere in stagione, prendendo in considerazione numeri personali e risultati di squadra.

La statuetta bronzea è il sogno di ogni bambino che desidera giocare nella lega. Il premio è’ intitolato a Maurice Podoloff, primo Commissioner NBA (1946-1963) che istituì il trofeo.

L’MVP viene assegnato tramite votazione: i più influenti esperti e giornalisti tra Canada e USA formano una loro classifica personale, assegnando 10 punti al primo, 7 al secondo, 5 al terzo, 3 al quarto e 1 al quinto classificato. Il giocatore con il punteggio più alto vince il premio.

Nella storia della NBA vi è stato finora un solo Most Valuable Player unanime: Stephen Curry nella stagione 2015\16, quando i suoi Golden State Warriors ottennero il record NBA per vittorie in stagione regolare (73).

L’attuale detentore del trofeo è James Harden, guardia degli Houston Rockets. Il “Barba” trascinò lo scorso anno i suoi, con 30 punti, 9 assist e 5 rimbalzi di media, al primo posto nella Western Conference ed al miglior record NBA assoluto (65-17).

Durante tutta la stagione sul sito della NBA è possibile trovare la classifica aggiornata dei favoriti, sponsorizzata da KIA. Vediamo assieme la situazione attuale.

5. Nikola Jokic

 

Il Joker, soprannome di Nikola Jokic, lungo dei Denver Nuggets, sta avendo la stagione della definitiva consacrazione tra le stelle più brillanti del cielo NBA.

Il serbo è un giocatore amatissimo dai fan, sia per la sua atipicità in campo, sia per la sua particolarità fuori dal parquet. Lo stesso Jokic ha raccontato come, mentre veniva selezionato al draft NBA 2014 con la 41esima scelta assoluta, lui si trovasse a casa sua in Serbia, a dormire. Oggi Jokic sta viaggiando su medie da 20 punti, 10 rimbalzi e 7 assist a partita, conducendo i sorprendenti e giovani Denver Nuggets da vero leader.

Oggi la franchigia del Colorado, che l’anno scorso mancò i playoffs perdendo lo scontro diretto contro i Minnesota Timberwolves all’ultimo partita di stagione regolare, sta lottando per le primissime posizioni ad Ovest.

Nikola Jokic è un centro molto atipico, senza dubbio quello con le migliori qualità di passatore (7 assist di media!) e di certo non il più atletico: sono pochissime le schiacciate messe a referto in stagione.

Ecco allora una candidatura credibile alla top 5 per il titolo di MVP. Il Joker sta conducendo una squadra di giovani, di cui è apparentemente l’unica stella, ai piani alti della tostissima Western Conference. E lo sta facendo con numeri da capogiro, molto rari per un centro e vicini ad una tripla doppia di media.

Fosse anche atletico, staremmo parlando di un mostro, sebbene forse la sua vera forza (e simpatia) stia nel fare tutto ciò che fa, senza essere un superuomo.

POSIZIONE NUMERO 4>>>

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Celtics, alla ricerca di un’identità definitiva

La stagione dei Boston Celtics è stata costellata fin dall’inizio da alti e bassi, i quali hanno determinato finora solamente la quinta posizione nella Eastern Conference con le prime due posizioni, occupate dai Milwaukee Bucks e i Toronto Raptors, che rimarranno quasi sicuramente irraggiungibili. Il bilancio della stagione, fermandosi a questa analisi, sarebbe disastroso (e in generale non si può dire che sia esaltante) ma nelle ultime partite si è visto qualcosa di diverso, sicuramente in positivo.

Nell’ultimo viaggio appena concluso della squadra sulla costa Ovest si sono visti miglioramenti sensibili dal punto di vista del gioco, della circolazione di palla e dell’atteggiamento. I risultati sono stati visibili sul campo dal momento che i Celtics hanno portato a casa tre dei quattro match, collezionando due vittorie di prestigio sui Golden State Warriors e sui Los Angeles Lakers.

LA CRESCITA DI HAYWARD

Uno dei giocatori che ha sicuramente beneficiato di questo mini viaggio è Gordon Hayward. L’ex giocatore degli Utah Jazz ha messo a referto durante questa serie di partite una media di 16.2 punti, 3.2 rimbalzi e 4 assist di media, mostrando sprazzi del vecchio Hayward versione Jazz.

Il game winner del nativo di Brownsburg contro i Sacramento Kings

Avere il prodotto di Butler coinvolto nella partita è in generale un buon segnale per i Celtics sia dal punto di vista tecnico (Hayward ha la capacità di portare palla e fungere da secondo playmaker in campo) e sia dal punto di vista del rendimento della squadra. Il record di Boston, quando Hayward prende più di 10 tiri, è infatti di 10 vittorie 3 sconfitte e quando segna più di 12 punti si alza a 21 vittorie e solo 3 sconfitte.

Riuscire a tenerlo in ritmo in vista delle partite che contano potrebbe rivelarsi fondamentale per coach Brad Stevens e soci, soprattutto se dovesse continuare a uscire dalla panchina.

IL RENDIMENTO DI BROWN

Jaylen Brown
Jaylen Brown.

Altro atleta che ha tratto guadagno da un cambio di ruolo è Jaylen Brown, partito dapprima in quintetto dopo aver giocato dei playoff ad altissimi livelli lo scorso anno, e insignito sostanzialmente della palma di sesto uomo di lusso.

Il prodotto di Cal University si è reso protagonista di ottime prestazioni dopo un inizio altalenante, pieno di dubbi nelle selezioni di tiro e a livello di playmaking.

Lo spostamento in quintetto di Marcus Smart ha dato un po più di equilibrio alla squadra e ha permesso a Brown di poter guidare la second unit insieme a Terry Rozier, in attesa di poterlo vedere decisivo come durante la scorsa postseason.

LA LEADERSHIP DI IRVING

La sua energia ci ha portai ad un altro livello. E’ stato un gran leader per noi nonostante le voci che sono circolate ultimamente

Queste le parole di Marcus Morris su Kyrie Irving, riguardo cosa ha aiutato i Celtics a compattarsi durante questo giro di trasferte. L’ex Cleveland Cavaliers è stato criticato durante tutta la stagione per mancanza di leadership all’interno dello spogliatoio e qualcuno ha anche suggerito che i rapporti fra i giovani della squadra e il nativo di Melbourne fossero poco idilliaci.

Stando alle recenti parole del compagno di squadra, le divergenze sembrano essere state chiarite in vista di un obbiettivo più grande, con la speranza che Boston possa arrivare fino in fondo a giocarsi tutte le sue carte.

 

 

 

Il sistema dei Milwaukee Bucks: un progetto ed un sistema vincente

Il sistema dei Milwaukee Bucks è un sistema che rappresenta al meglio l’evoluzione che il basket ha avuto in questi ultimi anni: infatti il roster è composto da lunghi atipici, in quanto sono tutti in grado di segnare dalla lunga distanza e da esterni in grado di giocare in avvicinamento al ferro e di strappare molti rimbalzi, sia offensivi che difensivi. I Bucks sono una delle sorprese più piacevoli in questa stagione, visto che si trovano in prima posizione nella prima Eastern Conference senza LeBron James con un record che dice 50 partite vinte e 17 partite perse (prima squadra della lega a raggiungere le 50 vittorie stagionali) ed in casa hanno un record di 27-5 che fa veramente paura alle avversarie.

Il sistema dei Milwaukee Bucks ha la sua forza nel gruppo
Il sistema dei Milwaukee Bucks ha la sua forza nel gruppo

Il sistema dei Milwaukee Bucks è ovviamente basato sul loro giocatore più forte, ovvero il greco Giannis Antetokounmpo, ma prevede comunque che tutti i giocatori diano il proprio contributo secondo le proprie caratteristiche; a testimonianza di questa affermazione è il fatto che i Milwaukee Bucks abbiano in rosa ben 6 giocatori in doppia cifra per punti segnati. Quando si parla dei Milwaukee Bucks però non si può non parlare di Giannis Antetokounmpo, serio candidato al titolo di MVP di questa stagione: l’ala dei Bucks è infatti un giocatore in grado di trascinare i compagni verso il gioco che lui preferisce fare ed è in grado di caricarsi la squadra sulle spalle, oltre a trasmettere gioia alla squadra ed ai tifosi giocando; il greco predilige il gioco in velocità, infatti sui tiri avversari il sistema dei Milwaukee Bucks prevede quattro giocatori a presidiare l’area ed eventualmente fare tagliafuori difensivo, per permettere ad Antetokounmpo di prendere il rimbalzo difensivo ed andare immediatamente in transizione offensiva, che spesso si conclude o con una penetrazione del greco (primo giocatore della lega per conclusioni al ferro, oltre quota 400), o con uno scarico sui tiratori posizionati nei due angoli e nelle posizioni di ala.

L’efficace transizione del sistema dei Milwaukee Bucks

Il roster dei Bucks è infatti costruito sulle caratteristiche del greco, visto che troviamo tanti tiratori per potersi permettere di lasciare l’area libera e giocare “5 fuori” in modo da lasciar spazio alle penetrazioni di Antetokounmpo; infatti nel roster dei Milwaukee Bucks ci sono Brook Lopez che tira da 3 con il 37%, Khris Middleton quasi con il 38%, Malcom Brogdon addirittura con il 43%, Nikola Mirotic con il 38%, quindi viene anche difficile alle difese avversarie dire di sfidare al tiro giocatori con una percentuale così alta al tiro dall’arco, mentre se lasci un uno contro uno ad Antetokounmpo (attenzione, che sta mettendo anche un buon tiro da 3 punti…) l’azione finisce quasi sempre con una schiacciata. I tiri dei Milwaukee Bucks avvengono, come del resto la pallacanestro moderna vuole, o da 3 punti o al ferro (oltre l’80% dei loro tiri è in queste due situazioni) e questo sistema sembra essere difficilmente contrastabile, in quanto, come detto in precedenza, i Bucks hanno il miglior record della lega. Nella metà campo difensiva inoltre Coach Budenholzer è un vero maestro, visto che i Bucks sono la nona miglior difesa della lega pur essendo il secondo miglior attacco: ciò significa che la sua squadra riesce a mantenere un’intensità elevata in entrambe le metà campo, sicuramente anche perché il coach dei Bucks può utilizzare una rotazione profonda avendo tanti giocatori affidabili in uscita dalla panchina (George Hill, Nikola Mirotic, Tony Snell, Ersan Ilyasova, Pat Connaughton e Donte DiVincenzo, oltre alla grande esperienza di Pau Gasol se necessaria). Inoltre un giocatore fondamentale che merita di essere menzionato è Eric Bledsoe, il quale pur non avendo un ottimo tiro da 3 punti riesce grazie alla sua tanta fisicità ed esplosività ad essere un giocatore importantissimo per la sua squadra, sia in difesa sia in attacco, dove segna oltre 15 punti di media e distribuisce più di 5 assist a partita, mentre in difesa riesce a marcare la maggior parte dei giocatori avversari e ad essere efficace sui blocchi, permettendo ai propri lunghi di restare in area a protezione del ferro. Insomma, il sistema dei Milwaukee Bucks sembra funzionare in tutte le sue sfumature.

Los Angeles Clippers: un vento favorevole sospinge i velieri

Montrezl Harrell Los Angeles Clippers

I velieri buoni sono quelli che sanno resistere alla tempesta senza subire grossi danni. I velieri più efficienti sono quelli che, passato il peggio, sanno sfruttare il vento in poppa per viaggiare rapidamente verso la loro meta. Nomen omen direbbero i latini: i Los Angeles Clippers hanno attraversato le intemperie della cessione della loro prima punta, Tobias Harris, hanno puntato sui giovani, hanno proseguito sulle loro convinzioni, hanno insignito Danilo Gallinari di un rinnovato ruolo da leader e, ora, potrebbero avere di fronte uno dei futuri prossimi più brillanti della NBA. Perché il vento favorevole lo porta la fortuna, ma i bravi naviganti la fortuna sanno anche meritarsela. Doc Rivers, Steve Ballmer e il front office dei Los Angeles Clippers sono naviganti bravissimi.

LA FORZA DELLE GERARCHIE…

Se ci si mette davanti a una partita dei Clippers la prima osservazione che viene spontanea è: questi hanno delle gerarchie chiare, dei meccanismi ben oliati, nonostante i numerosi cambiamenti in corso d’opera. Si parte da un quintetto con idee molto precise: tre giovani che, a poco prezzo, in futuro potranno essere “pezzi importanti” di una squadra vincente. Shai Gilgeous-Alexander è un playmaker molto ordinato, dotato di leve lunghe preziose in difesa; ama far giocare i compagni ed alzare il ritmo. Tira poco (8.3 tentativi dal campo), ma lo fa con efficienza notevole alla sua età (47% dal campo). La stessa efficienza che appartiene all’altro rookie, l’ex-76ers Landry Shamet, un tiratore da oltre 40% dall’arco, con un’incredibile capacità di scegliersi i tiri migliori. Infine c’è Ivica Zubac: sicuramente non sarà mai un fenomeno, ma un lungo così bravo a rollare dopo aver bloccato e dotato di un’insospettata esplosività e prontezza non può che far comodo.

Shai Gilgeous-Alexander è una delle ottime scoperte della stagione dei Los Angeles Clippers
Shai Gilgeous-Alexander è una delle ottime scoperte della stagione dei Los Angeles Clippers

E poi due veterani ad accompagnare il processo di crescita di questi giovani. Patrick Beverley sta decisamente cambiando la stagione dei Los Angeles Clippers. L’ex-Olympiacos in questa stagione è forse il miglior difensore della Lega, che ha ben poco da invidiare a un artista della materia come Kawhi Leonard. La sua capacità di togliere dai giochi l’avversario più forte crea una sicurezza molto salda nelle retroguardia di coach Rivers. E infine il leader designato, un Danilo Gallinari finalmente continuo dal punto di vista fisico. Non ferma troppo il pallone, prende un numero di tiri tutto sommato limitato (12.8) e comunque produce 19.3 punti, anche grazie alla capacità di andare tanto in lunetta (quasi 6 liberi a partita con il 90.3%), una caratteristica che sta facendo la fortuna di tutta la squadra, la migliore nel lucrare gite alla linea della carità in questa stagione (circa 28 per match).

…E DELLA PANCHINA

E poi i Los Angeles Clippers sono una squadra davvero lunga. Badate bene, non si tratta tanto di un discorso quantitativo quanto qualitativo. La panchina di Doc Rivers è la prima per punti segnati (la bellezza di circa 50 a partita) e dà l’impressione di non andare sotto contro nessuno; anzi, spesso sono le riserve stesse a dare uno strappo decisivo alla partita (vedere il parziale tra terzo e quarto periodo contro i Celtics). Una panchina che porta grande solidità difensiva in uomini come JaMychal Green e Garrett Temple, ma anche tanto talento. Lou Williams e Montrezl Harrell producono rispettivamente 20.3 e 16.2 punti e dai loro giochi a due nascono spazi e praterie anche per tutti gli altri, in questo modo alleggeriti e agevolati nei loro compiti offensivi. Siamo quindi davanti alla forza di una squadra che sa distribuire molto bene il proprio talento e a quella di un allenatore che ha avuto il coraggio di fare scelte nette e di proseguire il proprio percorso, contro ogni più malevola aspettativa. Chapeau, coach Doc Rivers.

Uno dei letali giochi a due tra Williams e Harrell

LOS ANGELES CLIPPERS: PRESTO UNA CONTENDER?

Le mosse dei Los Angeles Clippers durante la trade deadline non hanno solo una valenza tecnica, ma anche “economica”. Hanno permesso infatti di liberarsi di alcuni contratti importanti, di prendere alcuni giovani interessanti ancora con contratto da rookie e di ottenere altri contratti in scadenza. Insomma, per non annoiare i lettori con dati finanziari poco allettanti, la sostanza è che, in estate, i Clippers potranno aggiungere al cuore pulsante del roster attuale due superstar, di quelle da contratti al massimo salariale. Un nome su tutti, al momento, è quello di Kawhi Leonard, ma non sarà il solo che sentiremo nei prossimi mesi.

Piove. Il gatto è morto. La fidanzata mi ha lasciato…e io tifo Clippers

Un haiku firmato Federico Buffa che lascia intendere quanto i Velieri siano sempre vissuti nell’ombra della NBA, spesso derisi. Quest’anno, pur solidissimi, difficilmente supereranno il primo turno di playoff, ma l’anno prossimo potrebbero avere una rosa di primissima fascia. I Golden State Warriors presto si sfalderanno, il fascino dei Lakers è in calo, tante stelle saranno free agent e i Los Angeles Clippers, per quanto Clippers, stanno pur sempre in una città come Los Angeles. Forse l’anno prossimo si smetterà di deriderli; i Clippers, per allora, potrebbero essere anche i più forti.

“Tankare” (non) è il miglior metodo per ricostruire una franchigia

NBA Draft 2018-Rebuild

Applicare un processo di “Rebuild” a una franchigia e tankare significa, letteralmente, mirare a ricostruirla dalle fondamenta attraverso strategie chiare di perdere oggi per vincere domani. O in casi più tragici, dalle macerie. Si addice a squadre i cui progetti tecnici sono falliti, che hanno perso giocatori chiave nel mercato free-agent o il cui ciclo vincente è semplicemente giunto al termine. Parliamo di un processo che involve quasi tutte le squadre, prima o poi.

Benchè non esista una scienza esatta di ricostruzione, ci sono alcune tecniche molto usate. La più comune nella moderna NBA è quella del “Tanking“. Questa coinvolge in particolare le franchigie che si ritrovano chiaramente senza speranze di contendere. Comincia con il rinunciare ai propri giocatori migliori, se ve ne sono di rimanenti, scambiandoli verso altri lidi, in cambio di giovani o scelte al Draft.

Sono infatti questi ultimi due valori citati i protagonisti del cosiddetto “Tanking”. La franchigia coinvolta manda in campo quanti più giovani prospetti possibili per farli crescere e ottenere quante più sconfitte, contro squadre aventi esperienza e fisicità nettamente superiori. Accumulando sconfitte allora, si assicurano scelte alte al Draft successivo, speranzosi di pescare altri giovani di belle speranze.

DeAndre Ayton-Devin Booker, supportato da Ayton e Jackson, ha una sola missione da ora: dominare

Tanking e Draft, scienze quantomeno poco esatte

Diverse squadre sono diventate famose per questo metodo, alcune con successo, altre meno. I Philadelphia 76ers ci hanno costruito le loro fortune non solo sportive. Il “The Process” è diventato un vero simbolo mediatico del brand in tutto il mondo.

Ma siamo così sicuri sia il metodo migliore per una franchigia?

Non c’è dubbio che questa strategia abbia portato i Sixers a tornare competitivi, dopo tanti anni di sofferenze. Ma tutto è andato per il verso giusto? “The Process” non è stato un percorso lineare, ha visto tanti cambi interni tra GMs e allenatori, e tanti fallimenti.

Philadelphia ha rinunciato ai Playoff dal 2013 al 2017, 5 anni di fila, con l’obbiettivo di pescare nuovi fenomeni al Draft. Oggi in campo hanno Ben Simmons e Joel Embiid, due scelte altissime ai rispettivi Draft, 2016 e 2014. Ma il recente fallimento della scelta numero 1 del 2017 Markelle Fultz è solo l’ultima dimostrazione del fatto che questa non sia una scienza esatta.

Spesso scelte alte al Draft possono deludere, e non poco. I Sixers lo sanno bene. Prima di Fultz hanno preso un abbaglio con Nerlens Noel (sesta scelta 2013) e Jahlil Okafor (terza scelta 2015). Tralasciamo le critiche alla scelta di 3 Big Men in altrettante lotterie di fila. A fare impressione è che Fultz, Noel e Okafor non abbiano ridato indietro alla franchigia pressochè nulla. Ma quanto è costato ottenerli? Tre stagioni di cocenti sconfitte e delusioni che ledono l’immagine di un brand, ottenute in modo volontario. Questo fa male.

I Sixers hanno avuto la faccia tosta di insistere, e, tra i tanti fallimenti, hanno pescato due stelle. Oggi affiancate da altre due, Jimmy Butler e Tobias Harris, ottenuti con scambi.

Tuttavia non sempre questo stile di ricostruzione porta a buoni risultati. In Florida, gli Orlando Magic stanno andando per tentativi di anno in anno nella lotteria. Faticano tuttavia a pescare un uomo che dia la svolta alla loro franchigia. Continuano a reclutare invece giovani fenomeni da college, che in NBA diventano oggetti misteriosi. Ne sono esempi Jonathan Isaac e il recentissimo Mo Bamba, tralasciando l’infortunio, qualcuno quest’anno ha sentito parlare di lui?

I Sacramento Kings invece, hanno provato per anni a ricostruire dal Draft intorno a una stella che avevano già in casa: DeMarcus Cousins. Risultato? 6 anni dopo hanno dovuto scambiare proprio il centro ai New Orleans Pelicans, per non perderlo come Free-agent. 

Un grandissimo problema delle squadre che decidono di passare per il Tanking infatti, è che perdono ogni fascino per giocatori free-agents o in scadenza di contratto ed eleggibili per rinnovo.

Altri metodi di ricostruzione: Boston e Toronto

Come anticipato, esistono altre vie di ricostruzione, più graduali del Tanking. Ne sono la prova squadre come i Boston Celtics o i Toronto Raptors.

Queste tre franchigie hanno dimostrato che si può ricostruire senza prendere decisioni drastiche volte al fallimento volontario.

Boston Celtics

Danny Ainge è in carica come Executive dei Celtics dal 2003. E in questi 16 anni ha sbagliato poche mosse. Ha portato, per esempio, Kevin Garnett e Ray Allen al TD Garden, formando, con Paul Pierce e Rajon Rondo, il Big 4 che vinse il titolo 2008 e perse le finals 2010.

Forse però, la miglior mossa di Ainge è stata di sciogliere questo Core di stelle. L’ha fatto prima che perdesse del tutto valore senza ridare nulla indietro, gettando la squadra nei meandri del Tanking. Ha cercato una franchigia abbastanza disperata per un po’ di successo da cedere tutto per delle star verso fine ciclo.

L’ha trovata nei Nets nell’estate 2013. Gli ha spedito Pierce, Garnett, Jason Terry e DJ White, ricevendo 5 giocatori, ma soprattutto QUATTRO prime scelte al Draft.

La genialità di questa mossa sta in quattro punti:

Ainge ha anticipato i tempi di declino previsto delle sue stelle, e se ne è liberato finchè valevano qualcosa per qualcun’altro. Per la sua valutazione non avevano molto altro da offrire ai Celtics.

La sua valutazione è stata corretta: i Nets hanno miseramente fallito nel competere e gli ex Celtics hanno abbandonato la nave che affondava. Risultato? Nets in fondo all’NBA, ma senza scelte al Draft, in mano ai Celtics. Boston si è ritrovata 4 scelte di una squadra distrutta e senza vie di miglioramento.

-Muovendosi in questo modo ha permesso che i suoi restassero in lotta per la post-season e che la sua franchigia non perdesse fascino per i Free-agents.

-Ha saputo valorizzare al massimo le scelte ottenute in questa operazione: nel 2016 ha draftato Jaylen Brown; nel 2017 ha completato il miracolo ottenendo un’ulteriore scelta dai Sixers per lasciargli la 1 dei Nets e accontentarsi della 3, e ha poi scambiato ai Cavs la scelta del 2018. Risultati? Scelta dei Sixers: Markelle Fultz, scelta dei Celtics: Jason Tatum. Ah, dai Cavs è arrivato Kyrie Irving.

Così una Rebuild lampo e geniale ha lasciato i Celtics in lotta per i primi posti a Est, mentre li migliorava continuamente. Oggi, solo 6 anni dopo, Boston è di nuovo ricca di stelle che aspettano solo la scintilla giusta per diventare supernove.

Toronto Raptors

La franchigia di Toronto ha una grande peculiarità ad oggi. E’ in lotta per il titolo ma non ha neanche un giocatore scelto alla lotteria del Draft. Come è possibile?

Il Canada non è mai stato, storicamente, punto di approdo di interesse per Free-agents, nè punto a favore dei Raptors per i rinnovi dei contratti. Serviva dunque un’altra strategia, più ponderata.

Da quando nel 2013 è in carica come GM, Masai Ujiri ha saputo fare le scelte giuste. Ha capito che il miglior modo per arrivare ad avere un rosa competitiva fosse attraverso gli scambi. Si è inoltre impegnato ad accrescere l’appeal della sua squadra mantenendola in zona Playoff, spingendosi così a dover pescare al Draft nelle scelte medio-basse del primo Round.

Ujiri ha basato le sue operazioni su un metodo simile a quello di Danny Ainge. Ha mandato i suoi giocatori con qualche valore di scambio, ma non per il progetto Raptors, verso franchigie disperate per giocatori di qualità.

Lo scambio di Andrea Bargnani è un esempio perfetto di questo progetto. Il nostro Andrea purtroppo ha deluso in terra canadese, così è stato spedito ai New York Knicks in cambio di vari giocatori e la prima scelta del 2016. Questa è stata la numero 9, con cui i Raptors hanno pescato Poetl, che nell’estate 2018 è finito a San Antonio nello scambio che ha portato Kawhi Leonard a Toronto. Curiosità? Nello stesso Draft, con la loro scelta numero 27, hanno preso Paskal Siakam, che oggi è in corsa per il premio di Most Improved Player ed è la seconda forza offensiva dei suoi.

Il processo si è concluso nell’ultima Trade Deadline, quando ha lasciato il Canada l’ultimo Lottery Pick rimasto in squadra. Valanciunas (quinta scelta 2011) è stato spedito a Memphis insieme ad altri giocatori in cambio di Marc Gasol.

La cosa interessante è che negli ultimi 3 anni sono arrivati sempre almeno in semifinale di Conference. Qualcuno si era accorto stessero ricostruendo?

Leonard-Toronto Raptors

 

 

Phoenix Suns, aspettative deluse. Cosa è andato, cosa no

Phoenix Suns

Ultimi nella Western Conferencequartultimo attacco e penultima difesa della lega. Anche quest’anno i Phoenix Suns sperano di giocare i playoff la prossima stagione. Tuttavia non c’è da sorprendersi: la franchigia dell’Arizona nelle ultime annate ha iniziato un lento processo di rebuilding che l’ha portata a sbarazzarsi nel tempo delle sue punte di diamante (Goran Dragic, Eric Bledsoe…) e puntare tutto sul draft. Gli arrivi di Devin Booker e DeAndre Ayton fanno ben sperare per il futuro, ma il presente non è certo dei migliori. Ripercorriamo allora la regular season dei Suns, analizzandone le debolezze e i punti di forza.

PHOENIX SUNS: COSA HA FUNZIONATO

Devin Booker in azione.

A giudicare dai risultati, molto poco. Tra i pochi a salvarsi DeAndre Ayton e Devin Booker. La prima scelta al draft ha dimostrato di essere fisicamente e tecnicamente pronto per la NBA, al netto di qualche uscita a vuoto. I 16.6 punti, 10.3 rimbalzi e 1.9 assist di media fanno ben sperare per il futuro, del quale farà sicuramente parte Booker: il prodotto di Kentucky ha confermato quanto di buono visto negli ultimi 4 anni. In preseason Ayton ha detto che sarebbero diventati i nuovi Kobe e Shaq. Chissà che un giorno non ripercorrano le loro orme, ma per il momento il paragone sembra azzardato. Gli innesti tardivi di Kelly Oubre Jr. e Tyler Johnson segnano un punto a favore per la dirigenza, finalmente attiva sul mercato. In particolare l’ex Wizards, che si è ben integrato nel sistema di Phoenix, rilevandosi uno straordinario scorer in uscita dalla panchina. I Phoenix Suns inoltre nelle ultime gare si sono anche tolti la soddisfazione di battere i Warriors e due volte i Bucks, le capolista delle rispettive conference. Che qualcosa inizi finalmente a girare in vista della prossima stagione?

 

PHOENIX SUNS: COSA NON HA FUNZIONATO

deandre ayton sulla sua difesa
DeAndre Ayton.

Essere penultimi nella lega significa che molte cose sono andate storte sia a livello corale che individuale. I Phoenix Suns hanno segnato in media 104.9 punti a partita, pochi per aspirare alla postseason. L’attacco poggia esclusivamente sulle spalle di Booker che ha sempre dato il suo contributo quando chiamato in causa. Il numero 1 però ha saltato finora 17 gare manifestando una preoccupante attitudine agli infortuni. Il roster giovane e talentuoso si è rivelato troppo discontinuo e ancora acerbo per i parquet NBA. Josh Jackson, Dragan Bender e Mikal Bridges ne sono la prova. Manca forse la giusta dose di esperienza per incentivare la crescita di questi ragazzi. Trevor Ariza è infatti tornato nella capitale e il solo Jamal Crawford non può bastare. C’è poi il caso Ayton che, come detto in precedenza, ha alternato partite monumentali a prestazioni insufficienti. DeAndre dovrà soprattutto migliorare il rendimento difensivo, in quanto è apparso per nulla temibile sotto le plance, malgrado la sua grande mole (0.7 stoppate a partita, il peggiore tra i lunghi titolari). Proprio la difesa è il principale tallone di Achille di questa squadra: 113.4 punti di media subiti, peggio di loro solo i bistrattati Cleveland Cavaliers.

Urge quindi una ripetizione ai ragazzi dell’Arizona e anche in fretta. Booker è desideroso di giocare una posteseason a cui i Phoenix Suns però non partecipano da 9 anni. Se dovessero proseguire nel loro declino, sarà dura convincerlo a restare per le prossime annate.

OKC Thunder, vanno male le ultime uscite, che succede?

Westbrook e George-free agency Paul George Sky Sport NBA programma

La Lega si conferma molto severa quest’anno sui commenti negativi riguardo le prestazioni arbitrali, Paul George, giocatore degli OKC Thunder, dovrà sborsare 25 mila dollari per il video registrato nello spogliatoio dopo la sconfitta di ieri, contenente dichiarazioni durissime sugli ufficiali di gara. La stella dei Thunder era uscito anzitempo dalla partita persa con i Los Angeles Clippers per somma di falli. A fargli compagnia i compagni Westbrook e Adams.

Paul George aveva dichiarato di non percepire di essere tutelato dagli arbitri, ma che, anzi, essi andassero costantemente contro di lui e i suoi compagni. In effetti nella speciale classifica dei falli commessi Westrbrook è sesto, Ferguson 23esimo e lo stesso PG 36esimo.

Queste dichiarazioni tuttavia, benchè avessero un certo fondamento, visto l’arbitraggio non perfetto della partita con i Clippers, sono state spinte all’esagerazione probabilmente per il difficile momento della squadra. Situazione frustrante per PG e i suoi, senza alcun dubbio.

Okc Thunder che succede?

Manca sempre meno ai Playoff e le ultime 10 gare di OKC sono state tutt’altro che rassicuranti: 3-7. La squadra di Coach Billy Donovan conferma il suo andamento altalenante visto già in altri momenti della stagione.

A inizio anno, dopo essere partiti con 3 vittorie, ne persero 4 filate con Warriors, Clippers, Kings e Celtics. Risposero poi con altre 7 vittorie di fila per salvare il posto in panchina di Donovan, che stava già traballando. Nelle prime 7 partite infatti PG13 non aveva agito affatto a livelli da MVP, e ci si era messo anche un infortunio di Westbrook a complicare le cose.

Le 7 vittorie di fila poi, e la continua maturazione di George come stella e di Westbrook come efficiente comprimario, avevano fatto ben sperare per il continuo della stagione.

I Thunder si stavano confermando terza forza a Ovest, mentre alle loro spalle Houston Rockets e Portland Trail Blazers sembravano destinate a lottare solo per il quarto posto. Le ultime 10 partite tuttavia hanno riaperto i giochi. Ed è curioso che, subito prima di questo passaggio a vuoto, la squadra di Oklahoma avesse ottenuto due vittorie che, sembravano definitive, proprio contro le due franchigie inseguitrici.

Dopo la vittoria casalinga con Portland, per iniziare l’ultima serie di 10 partite, OKC perde a New Orleans. Ottiene poi una vittoria illusoria in casa con i Jazz, che sarà seguita da una serie pesante di 4 sconfitte, nel mezzo della quale perde la stella PG per un problema alla spalla. Kings, Nuggets, 76ers e Spurs, tutte hanno la meglio su Westrbrook, rimasto conduttore solitario dalla partita con i 76ers in poi, e compagni.

Ancora senza Paul George, OKC ritrova il segno W in casa con i Grizzlies. L’ala piccola torna contro i Wolves, che però gli rovinano la festa, tenendolo a 25 punti. I Thunder arrivano così ad un’altra sfida con i Blazers, con il disperato bisogno di una vittoria. E la ottengono dopo una battaglia all’overtime e tanti falli tecnici.

Il filotto da 3-7 si è chiuso ieri notte Los Angeles, con un’altra sconfitta pesante, e con l’esplosione del numero 13 a fine partita.

Cosa è mancato? Male la difesa, mai in mano il pallino del gioco

Serie che ha destato non poche preoccupazioni in casa Thunder. I Rockets ora sono avanti in classifica, i Blazers appaiati. Tutto il vantaggio costruito con ottime prestazioni offensive e difensive nei mesi passati sembra svanito.

Paul George è l’ombra del giocatore che era, fino a qualche settimana fa, prima dello stop per infortunio, in corsa per l’MVP. Adams sta fornendo sempre meno apporto offensivo. Mentre Westbrook non può caricarsi una squadra sulle spalle da solo, quantomeno non spingerla fino al terzo posto.

Serve che Coach Donovan ribalti ancora la situazione e porti i suoi ad uscire da uno dei soliti momenti di calo, a cui purtroppo la squadra ha abituato.Deve ritrovare il miglior PG13 e ridare stimoli in fase difensiva ai suoi, che nelle ultime partite sono stati sempre sotto agli avversari, dall’inizio alla fine. Sebbene infatti le partite finiscano con punteggi alti e vicini tra loro, i ragazzi di Oklahoma City non danno mai l’impressione di condurre i giochi. Bensì di cercare di stare affannosamente al passo offensivamente con gli avversari, che non riescono a prevenire dal continuare a segnare nel loro canestro.

Tornano attuali le parole che Donovan ha pronunciato dopo la vittoria con i Grizzlies. “Dobbiamo trovare un’identità“. Ora più che mai Coach.

 

Difesa sul pick and roll: alcune strategie da Eurolega

difesa sul pick and roll shved

Senza avere una decente difesa sul pick and roll nell’Eurolega di oggi diventa difficile sopravvivere o, quantomeno, concedere meno di 90 punti a partita. Il più utilizzato gioco a due della pallacanestro pone dubbi e costringe a prendere decisioni, soprattutto quando si giovi del coinvolgimento dei tre attaccanti restanti. E allora i difensori hanno una necessità: cercare di mantenere il pick and roll nei confini del due contro due, in spazi che siano il più stretti possibile. Eppure, a volte, condizioni particolari richiedono l’attenzione anche dei tre difendenti non direttamente chiamati in causa. E’ una questione di scelte. Noi vogliamo analizzarne tre, prese da alcune delle maggiori forze della competizione, per vedere cosa comporti ogni diversa difesa sul pick and roll.

IL CAMBIO SISTEMATICO: LA STRATEGIA DELLE GRANDISSIME

Nel basket contemporaneo le più grandi difese di Eurolega sul pick and roll cambiano in maniera sistematica, a prescindere dall’avversario che si trovino davanti. In cosa consiste il cambio difensivo? Semplice: i due difensori coinvolti direttamente nell’azione si “scambiano” sostanzialmente le marcature. E’ la difesa tipica del CSKA e del Fenerbahce, a cui è resa possibile dalla presenza di lunghi dai piedi incredibilmente veloci (Vesely, Hunter e soprattutto Kyle Hines, il miglior lungo di sempre sui cambi difensivi), ma anche dall’organizzazione di un sistema che copre il missed-match a cui è costretto l’esterno contro il lungo avversario.

La difesa sul pick and roll del Fener alle Final Four 2017

Nel caso particolare della squadra turca la difesa sul pick and roll può farsi anche più complessa, appunto per evitare che venga sfruttato il vantaggio del lungo avversario contro il cambio. Già dal video si nota come Vesely cambi in modo molto aggressivo, facendo perdere al palleggiatore il momento buono per far uscire il pallone. Spesso è in questo momento che la squadra di Obradovic coinvolge un terzo difensore: una delle due ali cambia a sua volta con il piccolo che si trova in missed-match, ristabilendo una situazione più sostenibile per la difesa, grazie a quello che è diventato un cambio a tre. Arte.

DIFESA SUL PICK AND ROLL: L’INTELLIGENZA DEL CONTENIMENTO

Non tutte le situazioni permettono di attuare sistematicamente il cambio difensivo, soprattutto quando si abbiano lunghi di grande stazza e, quindi, più lenti con i piedi. Lo sa benissimo Pablo Laso, che ha a roster un centro di 222 centimetri, rispondente al nome di Walter Tavares. E allora esiste un’altra soluzione: tenere il proprio lungo a protezione dell’area, senza costringerlo a compiti che non possono appartenergli.

Una difesa sul pick and roll di contenimento mal riuscita

Ovviamente questo tipo di difesa può essere coniugato in due modi diversi dall’esterno: può passare sopra il blocco (grazie allo spazio lasciato dal lungo che resta in area) o può passarvi sotto. La soluzione scelta dipende in genere dalla capacità del ball-handler di realizzare da tre punti; se questa è notevole, si sceglie la prima opzione. Ovviamente non esiste difesa migliore per confinare il pick and roll nel due contro due, ma si pone un grosso problema, come si nota dal video. Contro Spanoulis la scelta deve essere quella di passare sopra; quando questo non avvenga, l’esterno si trova a inseguire e il lungo rimane uno contro due, una situazione terminale nella maggior parte dei casi. E’ chiaro che lo scopo principale di questo tipo di difesa sia costringere l’attacco a un poco pregiato (e ci sarebbe da discutere su questo) tiro dal mid-range, ma per ottenere il risultato sperato bisogna sapersi assumere le proprie responsabilità individuali, cosa che in questa situazione particolare Causeur non riesce a fare.

IL GRANDE RISCHIO DELLO “SHOW” DIFENSIVO

A volte l’idea della difesa sul pick and roll è quella di togliere a tutti i costi la palla dalle mani del ball-handler avversario, perché lo si ritiene l’elemento più pericoloso della squadra e si vuole costringere i suoi compagni a prendere decisioni al posto suo. Per far questo, ovviamente, bisogna estremizzare. Da qui deriva lo “show” difensivo, in cui il lungo fa uno o due passi in uscita per ostacolare la visuale del palleggiatore e rallentare l’uscita della palla dal pick and roll. Ovviamente questo genere di difesa coinvolge fortemente il lato debole e presuppone che chi difende sulla palla recuperi rapidamente dopo aver subito il blocco. Il rischio è quello di esagerare, e a saperlo molto bene è l’Olimpia Milano.

Il rischio estremo dello show difensivo milanese

Il video ci illustra chiaramente quanto sia rischioso praticare questa scelta difensiva. Il primo rischio nasce dal lavoro del lungo Arturas Gudaitis, che in questo caso si espone troppo per negare una linea di passaggio in realtà già chiusa (alla sinistra del palleggiatore) e rientra tardivamente sul suo uomo (proprio nel rientro sta la differenza con il cambio o il raddoppio). Mike James, che difende sul palleggiatore, è poi chiaramente troppo pigro e non mette pressione, lasciando che Campazzo veda facilmente tre quarti di campo. Infine il lato debole: Daris Bertans avrebbe il compito di riempire l’area completamente sguarnita, ma per fare questo deve lasciare il libero un grande tiratore come Jaycee Carroll; la sua esitazione costa due punti facili. La soluzione migliore? Portare l’aiuto in area nel momento in cui il lungo sta ricevendo, in modo da costringerlo ai passi o comunque all’indecisione, senza permettergli un facile scarico in angolo. D’altronde questa difesa vorrebbe proprio creare indecisione nei compagni del palleggiatore, ma per eseguirla bene ci vuole un’incredibile preparazione, tecnica e mentale.

Orlando Magic: passato glorioso, futuro da costruire

Orlando Magic

Nati nel 1989 gli Orlando Magic sono una franchigia relativamente giovane, il nome Magic è stato scelto da i tifosi per la vicinanza con Disneyland, chiudono la loro prima stagione con 18 vittorie e 64 sconfitte. Nel 1992 con la prima chiamata al Draft scelgono un centro di 216 cm di nome Shaquille O’Neal che li porterà nel 1995 a giocare la prima storica Finale in NBA, persa malamente contro gli Houston Rockets per 4-0. Nel 2009 tornano in Finale, la squadra è allenata da Stan Van Gundy e i giocatori chiave sono: il play Jameer Nelson, Hidayet Turkoglu giocatore di grande esperienze e il poderoso centro (scelto al draft del 2004) Dwight Howard, arriverà l’ennesimo dispiacere per i Magic che perderanno la serie 4-1 per mano dei Los Angeles Lakers. Dopo il 2009 più nulla, tante stagioni deludenti e una franchigia da rifondare. Come sono i Magic del 2019?

ORLANDO MAGIC: IL BILANCIO STAGIONALE

Mo Bamba.

Nell’estate del 2018 gli Orlando Magic chiamano come sesta scelta del draft Mohamed Bamba, ragazzo di origine statunitense di appena venti anni che per caratteristiche fisiche (e difensive) ricorda il suo predecessore Dwight Howard, dunque viene subito individuato come il giocatore da cui ripartire, affiancato dall’esperienza di Aaron Gordon e Nikola Vucevic. Nonostante l’arrivo di questo straordinario atleta nessuno punta su Orlando, in molti sono convinti infatti  che a fine stagione occuperà gli ultimi posti in classifica così da potersi accaparrare un’altra ottima scelta al Draft 2019. Il mese di novembre si chiude con un record di 11 vittorie e 12 sconfitte, da menzionare le vittorie con avversari di caratura superiori come  Boston e Philadelphia e le due vittorie contro i Lakers decise da due grandi prestazioni di Vucevic con 36 punti e 13 rimbalzi nella prima e 31 punti e 15 rimbalzi nella seconda.

Il mese di dicembre si apre con la vittoria contro i diretti avversari per la corsa playoff: i Miami Heat per  105-90, in seguito arrivano tre  sconfitte di fila  contro i Denver Nuggets, Indiana Pacers e i Dallas Mavericks che ridimensionano il morale della squadra. I Magic reagiscono e mettono a segno due vittorie prima di sprofondare contro San Antonio che la punisce con 39 punti di scarto, arrivano altre due sconfitte pesanti seguite da due buone prestazioni contro i Toronto Raptors e Detroit Pistons. Dicembre si chiude con un Record di 16 vittorie e 20 sconfitte che valgono la nona posizione a Est. Il mese di gennaio inizia nel peggiori dei modi con 4 sconfitte di fila e termina  con una sconfitta contro OKC. il record di gennaio è di 4 vittorie e 11 sconfitte, quello complessivo è 20 vittorie e 31 sconfitte, non sufficiente per ambire ai playoff.

 

TUTTO SUL FUTURO

Markelle Fultz.

 

Il gioco dei Magic è fatto principalmente di palle in post basso sfruttando la forza dei lunghi, poco gioco per gli esterni e poco tiro da tre che la portano ad essere la ventesima squadra per efficienza offensiva in NBA, con percentuali al tiro del 40% in totale.  In compenso sono la decima squadra per rating difensivo con 107.8 punti subiti a partita, la presenza di Vucevic, Gordon e Bamba garantiscono molti rimbalzi e giocate da seconda opportunità. La rivoluzione parte proprio dalla difesa, 6 vittorie e una sola sconfitta prima della pausa con un Vucevic da 19.7 punti di media e 12.5 rimbalzi di media che valgano la convocazione all’ All Star Game di Charlotte. L’infortunio di Bamba e lo scambio tra Jonathon Simmons e Markel Fultz anche esso infortunato destabilizza l’ambiente dei Magic che tra fine febbraio e inizio marzo hanno un record di 4 vittorie e 4 sconfitte e un totale di 31-36 che le valgano la nona posizione a un paio di partite di distanza da Miami  ottava.

L’arrivo di Fultz che sarà disponibile dalla prossima stagione offre ai Magic la possibilità di avere una point guardin grado di creare gioco dal palleggio e aumentare la percentuale del tiro da 3, e il completo ristabilimento di Bamba, giocatore di presenza sotto canestro e ottimo difensore come dimostrano le 64 stoppate fatte sino ad ora, danno più armi a Orlando e le assicurano un futuro radioso.