NBA playoff power ranking: Golden State sul trono, è bagarre ad Est

NBA Playoff Power Ranking

I playoff NBA sono ormai alle porte e si preannunciano più spettacolari che mai, pur dovendo fare a meno di LeBron James, assente dopo 13 stagioni. La fine della regular season ha sancito le 16 squadre che si giocheranno il titolo, 8 per la Western Conference e altrettante per la Eastern Conference.
Immancabile il Power Ranking per analizzare tutte le franchigie che proveranno a darsi battaglia per arrivare alle Finals e conquistare il Larry O’Brien Trophy.

NBA PLAYOFF POWER RANKING: LA GRADUATORIA

#16 Orlando Magic

Steve Clifford.

Sette anni sono bastati per interrompere il digiuno playoff dei Magic. Alla sua prima stagione in Florida, coach Steve Clifford è riuscito nell’impresa di ricondurre Orlando nella postseason, spuntandola su Heat e Hornets in un’entusiasmante lotta nella Eastern Conference. Grande merito della qualificazione a Nikola Vucevic. Il centro montenegrino è reduce da un’annata fantastica, conclusa con una doppia doppia di media, e che gli è valsa anche la prima convocazione in carriera all’All Star Game.

Abbastanza incostante e meno brillante del solito invece Aaron Gordon, secondo miglior realizzatore stagionale seguito dagli ottimi Evan Fournier, Terrence Ross e D.J. Augustin. Una frattura alla tibia ha messo fine anzitempo alla regular season del rookie Mo Bamba, per il quale i Magic non hanno divulgato nessuna informazione riguardo il suo rientro in campo. L’euforia dell’accesso alla postseason potrebbe risultare il principale fattore a vantaggio di Orlando, che parte sulla carta come una delle squadre meno attrezzate per mettere in difficoltà le contender.

#15 Detroit Pistons

Blake Griffin.

Non tutte le squadre qualificate ai playoff possono vantare la presenza nel proprio roster di due all star, possibilità di cui i Pistons possono invece godere, grazie alla coppia Andre Drummond-Blake Griffin. I due hanno vissuto prestazioni altalenanti nel corso della stagione, ma comunque di alto livello. Il vero problema dei Pistons in ottica playoff è però rappresentato dal cast di supporto ai due lunghi.

Fatta eccezione per alcuni eccellenti tiratori come Reggie Jackson, Luke Kennard e Wayne Elligton, pochi altri elementi di valore sono a disposizione di Dwane Casey, che con la sua esperienza potrebbe tuttavia rappresentare l’arma in più di Detroit. Chance importanti per veterani come José Calderon e Zaza Pachulia; e per i giovani Thon Maker e Sviatoslav Mykhailiuk, entrambi arrivati via trade a febbraio.

#14 Brooklyn Nets

Borsino playoff.
D’Angelo Russell.

Mentre tutti gli occhi a New York sono puntati sui Knicks e sulle possibili mosse estive, Brooklyn si è resa protagonista di una stagione indimenticabile. Il lungo processo di rebuilding ha iniziato finalmente ha portare i risultati sperati dalla dirigenza. L’investimento D’Angelo Russell si è rivelato più che mai azzeccato, con l’ex Lakers capace addirittura di diventare all-star per la prima volta in carriera.

Difficile capire quanta strada potrà fare la squadra di coach Kenny Atkinson, guidata da giovani con esperienza nei playoff pari a 0. I talentuosi Spencer Dinwiddie, Joe Harris e Jarrett Allen sono però  pronti a supportare Russell al meglio delle proprie possibilità. C’è ancora tanta voglia di stupire.

#13 Los Angeles Clippers

Danilo Gallinari.

La trade che ha coinvolto Tobias Harris poco prima dello scadere della trade deadline, sembrava voler significare che i Clippers erano intenzionati ad alzare bandiera bianca nella corsa playoff, da cui sono invece usciti trionfatori. Doc Rivers è riuscito a tirare fuori il meglio da una franchigia il cui obbiettivo principale era trascorrere una stagione nella norma in attesa dei possibili fuochi d’artificio che si accenderanno durante la free agency.

Un fantastico Danilo Gallinari è più che mai pronto a fare il proprio ritorno nella postseason, dopo un’avvicinamento in cui si è dimostrato leader indiscusso del quintetto titolare, mettendo a referto circa 20 punti di media a partita. L’impegno contro i Golden State Warriors nel primo turno è sulla carta proibitivo. A rendere ancora più pericolosa LA in vista dei playoff è però la grande profondità del proprio roster, che può contare su un mix di giovani (Shai Gilgeous-Alexander, Ivica Zubac, Landry Shamet), e veterani pronti a rendersi pericolosi subentrando dalla panchina, guidati da Lou Williams e Montrezl Harrell.

#12 Indiana Pacers

Bojan Bogdanovic in azione contro Jayson Tatum.

Il grave infortunio di Victor Oladipo sembrava aver seriamente compromesso la stagione di Indiana, che è invece riuscita a rimanere a galla nella Eastern Conference. Gli avversari nei playoff sono agguerritissimi, e l’assenza di una star di livello a cui poter affidare le giocate-chiave dei match rischia di risultare determinante nel percorso che conduce verso il titolo NBA. Affrontare Boston al primo turno inoltre non è di certo il migliore dei modi per fare più strada possibile nel percorso che conduce alle Finals.

Le ottime cose viste fino ad ora infondono comunque speranza nei tifosi di Indiana, consapevoli della presenza in squadra di giocatori decisivi ma spesso sottovalutati come Bojan Bogdanovic e Domantas Sabonis. Ci si aspetta come sempre qualcosa in più da Myles Turner, mentre può essere data grande fiducia all’assortito gruppo di uomini di esperienza, di cui fanno parte Wesley Matthews, Thaddeus Young, Darren Collison e Tyreke Evans.

#11 San Antonio Spurs

Gli eterni Spurs sono pronto a dare battaglia ai playoff per il 22° anno consecutivo. La trade che ha spedito Kawhi Leonard ai Toronto Raptors sembrava il punto di partenza di una possibile ricostruzione, che invece continua a non verificarsi. La squadra di Gregg Popovich non parte certo con i favori del pronostico, soprattutto nel selvaggio West, ma non si è abituati a vederli perdere.

DeMar DeRozan ha continuato a mettersi in mostra come trascinatore assoluto, così come fatto in passato con i Raptors. Grande stagione anche da parte dell’altro all star della squadra texana, LaMarcus Aldridge. I due hanno le potenzialità per provocare seri danni a diverse contender, supportati da un eccellente gruppo di giovani e soprattutto di veterani, fra cui Rudy Gay e gli inossidabili Patty Mills e Marco Belinelli. Un roster composto in gran parte da uomini di esperienza che potranno dare una grande mano durante la postseason. Attenzione al tiro da tre, grazie alla presenza di numerosi giocatori dalle alte percentuali da dietro l’arco (Dante Cunningham, Davis Bertans, Rudy Gay, Bryn Forbes, Patty Mills e Marco Belinelli), elemento di cui invece continua a scarseggiare DeRozan.

#10 Utah Jazz

Donovan Mitchell.

Pur essendo sempre ai vertici della lega durante la regular season, ci si aspetta un ulteriore miglioramento da parte della franchigia dello Utah in ottica postseason. Anche in questa stagione gli Jazz sono reduci da un eccellente piazzamento in classifica nella Western Conference e sono chiamati a rispondere presente nei playoff, in cui lo scorso anno sono riusciti a rendersi protagonisti di un’ottima prestazione, battendo Oklahoma nel primo turno.

Avere in squadra due giocatori dal calibro di Rudy Gobert e Donovan Mitchell non è certamente un fattore di poca importanza, a cui vanno aggiunti altri elementi di grande valore. Tra questi vi sono Darrick Favors, Joe Ingles, e i due esperti Ricky Rubio e Kyle Korver. Nonostante Utah non sia di certo la squadra più talentuosa della lega, Quin Snyder guida un sistema che si è ormai consolidato ed è rimasto di fatto inalterato rispetto al 2017/2018, in attesa di alzare l’asticella dell’obbiettivo già a partire da questa stagione.

#9 Denver Nuggets

Jamal Murray e Nikola Jokic.

Ad inizio stagione probabilmente nessuno avrebbe pensato ad un tale piazzamento dei Nuggets, capaci di dare battaglia ai Warriors per la vetta della Western Conference. Denver ha a che fare con una situazione intrigante e che presenta molte analogie con quella dei Milwaukee Bucks, ovvero un eccezionale miglioramento rispetto al passato, guidati da una star di alto livello (Nikola Jokic), e da un buon roster costituito da elementi di spessore (Jamal Murray, Paul Millsap, Will Barton,  Gary Harris).

C’è grande curiosità per capire se tutto quel che di buono si è visto da ottobre ad oggi permetterà alla franchigia del Colorado di consacrarsi definitivamente ai vertici della lega. A prescindere da come andrà nella postseason però, grande merito a coach Mike Malone, che ha dato vita ad una delle più grandi sorprese della regular season. L’inesperienza dei componenti del roster di Denver tuttavia, non gioverà affatto nel corso delle prossime settimane, e rischia di rivelarsi il principale avversario dei Nuggets stessi.

#8 Portland Trail Blazers

Damian Lillard e C.J. McCollum.

L’incognita di ogni postseason. Portland è da sempre una delle squadre più sottovalutate della lega ma che riesce, nel silenzio, a concludere ogni regular season nelle prime posizioni ad Ovest, così come dimostrato dal terzo posto appena ottenuto. Nel passato i playoff si sono però dimostrati un tabù, compresi quelli dello scorso anno in cui è arrivata l’eliminazione al primo turno contro i New Orleans Pelicans.

Guidati da uno dei migliori playmaker in circolazione, Damian Lillard, i Blazers hanno tutte le carte in regole per far male a chiunque intralci il loro cammino. Purtroppo per i fan della franchigia dell’Oregon, gli infortuni di C.J. McCollum e Jusuf Nurkic rischiano di compromettere anche i prossimi match. Meno grave del previsto il problema di McCollum, già rientrato sul parquet ma senza certezze riguardanti la sua forma fisica. Molto più complicata la situazione del centro bosniaco. Un terribile infortunio alla gamba ha tenuto con il fiato sospeso gli appassionati del mondo della palla a spicchi, e lo costringerà a rimanere fuori dal terreno di gioco sino alla fine del 2018/2019. Ci si aspetta dunque molto da Enes Kanter, che si è rivelato l’acquisto ideale della dirigenza di Portland, permettendo di avere un sostituto di livello allo sfortunato Nurkic.

Punto di domanda anche sulla panchina, che potrebbe rivelarsi decisiva, nel bene o nel male.

#7 Oklahoma City Thunder

Una grande stagione chiusa nel peggiore dei modi. I Thunder fino a dicembre potevano essere visti come i principali candidati ad insidiare Golden State per ottenere lo scettro della Western Conference. La pazzesca annata di Paul George non si è però rivelata sufficiente, almeno ad oggi. Il pessimo ed inspiegabile finale di stagione ha generato più di qualche perplessità fra gli addetti ai lavori.

L’uomo dei record Russell Westbrook potrebbe rivelarsi l’arma decisiva a vantaggio di OKC, andando a formare una fantastica coppia di all star con PG 13. Il ruolo in uscita dalla panchina di Dennis Schroder risulterà di primaria importanza, così come il lavoro svolto da altri uomini chiave del sistema di Donovan, quali Steven Adams, Jerami Grant e l’ultimo arrivato Markieff Morris. Occhi puntati anche su Terrence Ferguson, che potrebbe essere determinante. Una cosa è certa, nonostante un finale in affanno, guai a sottovalutare Oklahoma dopo averne intraviste le potenzialità nel corso della regular season, ovvero una squadra in grado di conciliare nel migliore dei modi la fase difensiva e quella offensiva.

#6 Philadelphia 76ers

Philadelphia Sixers
Joel Embiid e Ben Simmons.

La dirigenza 76ers sembra aver ormai accelerato il Processo di ricostruzione, dopo la scelta dei migliori free agent della scorsa estate di non trasferirsi in Pennsylvania. La volontà di Philadelphia è quindi chiara: vincere il prima possibile. È questa la spiegazione dietro le trade effettuate per affiancare Tobias Harris e Jimmy Butler alle due giovani star Joel Embiid e Ben Simmons.

Nonostante un quintetto di partenza favoloso, di cui fa parte anche un esperto tiratore come J.J. Redick; apparentemente manca ancora qualcosa per fare il definitivo passo in avanti. I due grandi scambi fatti durante la stagione hanno inoltre tolto abbastanza profondità all’organico a disposizione di coach Brown, che comunque può contare su ottimi giocatori anche dalla panchina (McConnell, Scott, Ennis, Bolden). Potrebbe rivelarsi importante anche l’esperienza della scorsa stagione, in cui Philadelphia fu eliminata al secondo turno per mano dei Boston Celtics.

#5 Boston Celtics

Pronostici NBA 18-19-Boston Celtics 2018/2019
Boston Celtics.

Forse una delle franchigie più deludenti della regular season. Strano, per una squadra capace di chiudere al quarto posto della Eastern Conference, ma le aspettative ad inizio anno facevano sperare in prestazioni più convincenti da parte dei bostoniani. Pur potendo contare finalmente su Gordon Hayward, sembra esserci stato un passo indietro rispetto alla stagione precedente, conclusa con una cocente eliminazione in gara 7 delle finali di Conference.

Nonostante ciò i Celtics rimangono avversari di prima fascia per chiunque voglia ambire al titolo NBA. Kyrie Irving è pronto a prendere in mano la propria squadra, prima di diventare free agent in estate. Dietro di lui tanti altri vogliosi di far bene per dimostrare tutte le proprie qualità. A guidare questo gruppo ovviamente Jayson Tatum, oltre al già citato Hayward ed i vari Al Horford, Jaylen Brown, Marcus Morris e Marcus Smart. Quest’ultimo però, a causa di un infortunio, sarà costretto a stare fuori circa 4-6 settimane. Un altro punto a favore di Boston è senza dubbio rappresentato da coach Brad Stevens, capace di rendersi protagonista anche dalla panchina.

#4 Milwaukee Bucks

Giannis Antetokounmpo
Giannis Antetokounmpo.

Dopo aver ottenuto il miglior record della regular season, i Milwaukee Bucks sono pronti a giocare un ruolo da protagonista nei prossimi playoff. L’arrivo di coach Mike Budenholzer ha giovato al sistema Bucks, in particolar modo a Giannis Antetokounmpo. Il greco è riuscito a conquistare meritatamente lo scettro di miglior giocatore della Eastern Conference, lasciato libero da LeBron James. Poter contare sull’apporto del candidato MVP è il principale vantaggio della franchigia del Wisconsin, che può fare affidamento anche su eccellenti tiratori dall’arco dei tre punti (Middleton e Brook Lopez in primis), e di un buon roster, migliorato dall’arrivo a stagione in corso di Nikola Mirotic, George Hill e Pau Gasol.

Il maggiore ostacolo in vista della postseason è rappresentato dall’inesperienza del gruppo a disposizione di Budenholzer. Pur avendo infatti a disposizione numerosi veterani, il risultato massimo raggiunto nelle ultime stagioni è la qualificazione ai playoff con successiva eliminazione al primo turno (sconfitta 4-3 contro Boston lo scorso anno). Quest’anno si prospetta un deciso miglioramento stando a quanto visto da ottobre ad oggi, ma la pressione potrebbe giocare un brutto scherzo ai Bucks qual’ora si dovessero verificare difficoltà.

#3 Houston Rockets

Houston Rockets-Chris Paul-Rockets-Timberwolves streaming
Chris Paul e James Harden.

L’effetto Harden si è più che mai sentire nel corso della regular season. Il Barba è salito in cattedra dopo un complicato inizio di stagione, nel corso della quale i Rockets hanno dovuto fare i conti anche con la cattiva sorte, che ha colpito Chris Paul e Clint Capela, vittima di infortuni.

Se ad inizio stagione si poteva pensare ad una possibile rivale dei Warriors, Houston era senza dubbio la principale avversaria con cui gli uomini di Steve Kerr avrebbe dovuto fare i conti, forti del fatto che lo scorso anno una gara 7 ha separato la franchigia texana dalle Finals. Oggi Mike D’Antoni non può contare su giocatori importanti come Ryan Anderson e Trevor Ariza, ma saranno determinanti i soliti Eric Gordon, Paul e Capela. Da non sottovalutare gli ultimi arrivati Faried e Rivers, ma le speranze dei Rockets si basano inevitabilmente sulle prestazioni di Harden. Attenzione tuttavia al tabellone dei Rockets, che potrebbe compromettere il cammino playoff: in caso di approdo alle semifinali di Conference, affronteranno la vincente di Warriors-Clippers.

#2 Toronto Raptors

Kawhi Leonard.

Come ogni anno, i Raptors occupano le parti alte del power ranking pre-playoff. La postseason rappresenta da sempre l’ostacolo apparentemente insormontabile. Questa volta però la situazione sembra essere cambiata decisamente. Le pretendenti ad Est sono molte, ma non vi è più LeBron James, l’eterno giustiziere dei canadesi. L’arrivo di Kawhi Leonard aggiunge inoltre al roster a disposizione di coach Nurse un leader vincente, che vanta nella propria bacheca già un titolo NBA e di MVP delle finali con la maglia dei San Antonio Spurs.

Il n°2 non è di certo l’unico pezzo pregiato. Non possono essere messi in secondo piano Kyle Lowry, ormai un punto fermo dei Raptors; Il candidato MIP Paskal Siakam, e soprattutto Marc Gasol, su cui la dirigenza ha puntato poco prima dello scadere della trade deadline per fornire un altro rinforzo di spessore. Resta tuttavia ancora da capire se questo basterà per porre fine alla maledizione che aleggia su Toronto.

#1 Golden State Warriors

Il super-quintetto dei Golden State Warriors:, Kevin Durant, Draymond, Stephen Curry, Klay Thompson e DeMarcus Cousins.

I principali favoriti per alzare al cielo l’ambitissimo Larry O’Brien Trophy. Non potrebbe essere altrimenti per una squadra che ha vinto tre degli ultimi quattro titoli ed ha addirittura migliorato il proprio roster con l’aggiunta di DeMarcus Cousins. L’ex Pelicans è andato a completare un quintetto di soli all star in grado di far paura a chiunque.

La storia dei playoff NBA ha però insegnato che non può esistere un team imbattibile, e che le sorprese sono sempre dietro l’angolo. La squadra di coach Steve Kerr diverse volte nel corso della regular season ha mostrato tratti di vulnerabilità, ed ogni episodio da Aprile in poi potrebbe rivelarsi determinante, che si tratti di un infortunio o di un avversario complicato sin dai primi turni. Da tenere sott’occhio inoltre la coesistenza fra le cinque stelle titolari. Non può non tornare alla memoria la lite fra Kevin Durant e Draymond Green, ma anche l’inesperienza di Cousins nell’ambito dei playoff. Molto dipenderà dall’apporto degli Splash Brothers, Steph Curry e Klay Thompson; e della panchina, pur consapevoli che, sulla carta, nessun team ha le qualità per competere con i campioni in carica.

My First Time: la prima “volta” non si scorda mai

Boston Celtics-Prima volta
C’era una volta un bimbo, c’era una volta un bimbo che guardava la sua prima partita di basket. 10 giugno 2010: inizia il classico zapping pomeridiano che per caso si ferma su Sky sport 2 dove va in onda la replica di gara 5 delle NBA Finals giocata la mattina alle 2.00 ora Italiana. Non va in scena una partita in realtà, va in scena “La Partita” con la “P” maiuscola. Si sta giocando la serie eterna, tra le 2 franchigie più vincenti della storia NBA: è Boston Celtics contro Los Angeles Lakers.

L’atmosfera e le emozioni del basket

Il TD Garden e il suo parquet incrociato, la palla a spicchi che rimbalza, Tranquillo e Buffa in cabina di commento. Non poteva esistere momento migliore per innamorarsi della pallacanestro NBA. La magia di quella partita è indescrivibile, i Celtics giocano sul velluto con il motto di “trust each other” inculcato da Doc Rivers, dall’altra parte i Lakers non stanno giocando la miglior partita della stagione, anzi, sono proprio assenti. Iniziato il terzo quarto i bianco verdi provano a dare lo strappo definitivo alla partita con un Paul Pierce in gran serata, Rondo è ispirato nel servire i compagni e Garnett che era stato sottotono in tutta la serie è finalmente tornato il giocatore che tutti conoscevano. I Celtics riuscirebbero anche a scappare via nel punteggio e chiudere la gara, se non fosse per uno in maglia giallo viola con il 24 sulla schiena, che si rifiuta letteralmente di perdere, segna a ripetizione, da ogni posizione, la sua faccia è cattiva e determinata, incute timore, ma ogni pallone che esce dalle sue mani è talmente morbido che accarezza dolcemente la retina quando va dentro.
Bang, bang, bang, inizia a grandinare nel canestro dei Celtics, che difendono come meglio non si può, Kobe Bryant è semplicemente più bravo, perché è così che si chiama quello con il 24.
Conclude il secondo quarto con 4 punti consecutivi e ne segna 17 di fila anche nella prima metà del terzo quarto per un totale di 21, “in a row” come si dice oltre oceano.
Quel bambino sono proprio io che scrivo, l’avrete capito, e percepisco perfettamente la fame di Kobe e la sua riluttanza verso la sconfitta, quella che poi prenderà il nome di Mamba mentality, io in quel momento ne potevo vedere solo un piccolo estratto. Percepivo l’emozione di quel momento, che sarà poi  cruciale per l’evolversi della serie, anche se ancora non sapevo nemmeno cosa fosse una serie, ogni possesso è sempre più frenetico, i Celtics difendono forte e spingono in transizione, i Lakers si affidano al 24. Ancora non conoscevo le regole del gioco, ma mi batteva già forte il cuore; la prima volta non si scorda mai!

NBA Passion Awards 2018/19

Non c’è dubbio: per vedere la NBA al suo meglio, bisogna aspettare i playoff. L’intensità sale, la tattica è curata al minimo dettaglio, non c’è troppo margine d’errore. Va avanti solo che vale davvero, gli altri tornano a casa. Però è la regular season a gettare le basi per quello che succederà nelle settimane più ‘calde’. Un viaggio lungo sei mesi in cui accade tutto e il contrario di tutto, in cui i problemi nascono e si risolvono, in cui le squadre trovano la loro alchimia, in cui alcune carriere prendono il volo, mentre altre si inabissano. Insomma, anche in regular season si fa la storia. Al netto delle critiche (in ogni caso comprensibili, essendo la pallacanestro un gioco di squadra), i premi individuali sono uno specchio piuttosto affidabile di quanto successo tra ottobre e aprile. Raccontano di chi ha sorpreso, di chi si è confermato e di chi è entrato definitivamente nella leggenda di questo gioco. Da qualche anno, la NBA comunica i vincitori a stagione conclusa, quando i playoff hanno già emesso i loro feroci verdetti. Essendo questi premi relativi alla stagione regolare, però, noi di NBA Passion restiamo fedeli alle tradizioni, assegnandoli ‘a caldo’. Dopo settimane di infuocate votazioni, è dunque il momento di scoprire le scelte della redazione: arrivano gli NBA Passion Awards 2018/19!

 

Rookie Of The Year: Luka Doncic (Dallas Mavericks)

Luka Doncic, uno dei grandi protagonisti di questo 2018/19
Luka Doncic, uno dei grandi protagonisti di questo 2018/19

Non succede spesso ma, in questo 2018/19, tutte le primissime scelte al draft hanno disputato una solida stagione da rookie. DeAndre Ayton ha messo insieme cifre di tutto rispetto (16.3 punti a 10.3 rimbalzi di media), anche se in una ‘polveriera’ come gli attuali Phoenix Suns, Marvin Bagley si è ritagliato un ruolo importante nei sorprendenti Sacramento Kings e Jaren Jackson Jr. è stato tra le pochissime note liete per i Memphis Grizzlies. Esordio tutto sommato positivo, seppure in contesti perdenti e con gli inevitabili alti e bassi del caso, per Collin Sexton (Cleveland) e Kevin Knox (New York), mentre saranno da rivedere Mohamed Bamba (utilizzato pochissimo a Orlando) e Wendell Carter Jr. (infortunatosi troppo presto, dopo un buon avvio in maglia Bulls). Tra gli altri giocatori scelti al primo giro, si sono fatti notare soprattutto Shai Gilgeous-Alexander, che ha presto conquistato un posto da titolare ai Clippers, Josh Okogie, che ha fatto lo stesso in maglia Timberwolves, e Landry Shamet, letale tiratore che ha portato punti dalla panchina prima ai Sixers, poi (dopo essere stato incluso nella trade per Tobias Harris) alla corte di Doc Rivers. Da segnalare anche il buon debutto di Mikal e Miles Bridges (Phoenix e Charlotte), Kevin Huerter e Omari Spellman (Atlanta), mentre dal secondo giro sono ‘spuntati’ Jalen Brunson (Dallas), Rodions Kurucs (Brooklyn) e Mitchell Robinson, che ha vissuto un anno da matricola estremamente incoraggiante con i New York Knicks.

Il nostro premio di Rookie Of the Year, però, non poteva che essere conteso da Luka Doncic e Trae Young, protagonisti di un discusso scambio la notte del draft (Doncic a Dallas e Young, più una prima scelta 2019, ad Atlanta). A suon di grandi prestazioni e di giocate mozzafiato, i due si sono imposti da subito come uomini-franchigia di Mavericks e Hawks, mostrando potenziale da superstar e accendendo le speranze dei tifosi per un futuro roseo. Nelle nostre votazioni ha prevalso Doncic perchè ha avuto un impatto immediato; sono bastate poche partite per far scoppiare la ‘Luka-Mania’. Young è partito più lentamente, salvo poi esplodere nella seconda parte di regular season. In questo 2018/19 entrambe le squadre hanno chiuso nelle retrovie, ma il loro avvenire, così come quello dell’intera lega, sembra in ottime mani.

Albo d’oro
2015/16: Karl-Anthony Towns (Minnesota Timberwolves)
2016/17: Dario Saric (Philadelphia 76ers)
2017/18: Ben Simmons (Philadelphia 76ers)

All-Rookie Team:
Trae Young (Atlanta Hawks)

Shai Gilgeous-Alexander (Los Angeles Clippers)
Luka Doncic (Dallas Mavericks)
Marvin Bagley (Sacramento Kings)
DeAndre Ayton (Phoenix Suns)

 

Coach Of The Year: Mike Budenholzer (Milwaukee Bucks)

Mike Budenholzer, prima stagione alla guida dei Milwaukee Bucks
Mike Budenholzer, prima stagione alla guida dei Milwaukee Bucks

Il premio di allenatore dell’anno è sempre uno dei più difficili da assegnare. Ogni stagione è caratterizzata da squadre che rendono oltre le aspettative soprattutto grazie al lavoro del coach, e questo 2018/19 non fa eccezione. Mike Malone e Doc Rivers hanno guidato Denver Nuggets e Los Angeles Clippers ai playoff nonostante gli infortuni (Denver) e la cessione in corsa del miglior realizzatore (Tobias Harris, passato da L.A. a Philadelphia), mentre Terry Stotts e Quin Snyder hanno confermato Portland Trail Blazers e Utah Jazz tra le corazzate della Western Conference. Restando a Ovest, Dave Joerger ha dato ‘nuova vita’ ai Sacramento Kings, e Gregg Popovich ha condotto i soliti San Antonio Spurs ai ventiduesimi playoff consecutivi, nonostante gli svariati problemi. Anche sull’altra costa non mancavano i candidati: da Nate McMillan, capace di tenere in alto gli Indiana Pacers malgrado l’infortunio di Victor Oladipo, a Nick Nurse, ‘timoniere’ degli ottimi Toronto Raptors. Doveroso citare anche Steve Clifford e Kenny Atkinson, il cui lavoro ha finalmente regalato a Orlando Magic e Brooklyn Nets la speranza di poter uscire da un tunnel che sembrava interminabile.

A stravincere le nostre votazioni è stato però Mike Budenholzer, perchè ha fatto compiere ai Milwaukee Bucks un salto che, fino alla scorsa estate, sembrava impossibile: passare da eterna incompiuta a contender. Ci è riuscito seguendo una filosofia comune a Golden State Warriors e Houston Rockets: ‘estremizzare’ il proprio gioco, cucendolo su misura per le peculiarità uniche dell’uomo di riferimento. I Bucks, il cui roster era pressoché invariato rispetto al 2017/18, sono diventati a tutti gli effetti la squadra di Giannis Antetokounmpo. ‘The Greek Freak’ ha dominato in lungo e in largo nonostante la scarsa pericolosità dalla distanza, e lo ha fatto anche perchè a molti compagni è stata concessa ‘carta bianca’ da oltre l’arco. Ecco allora la stagione da All-Star di Khris Middleton e quella altrettanto superba di Brook Lopez, ma anche gli sporadici exploit dei vari Pat Connaughton, D.J. Wilson, Sterling Brown e Donte DiVincenzo. Un altro grande merito di ‘Coach Bud’ è stato quello di valorizzare al massimo la coesistenza (tutt’altro che scontata) fra Malcolm Brogdon ed Eric Bledsoe. Il suo arrivo ha dato a Milwaukee la consapevolezza necessaria a prendersi il miglior record della regular season e a guardare con inedita fiducia agli imminenti playoff.

Albo d’oro
2015/16: Brad Stevens (Boston Celtics)
2016/17: Brad Stevens (Boston Celtics)
2017/18: Mike D’Antoni (Houston Rockets)

 

Sixth Man Of The Year: Lou Williams (Los Angeles Clippers)

Lou Williams è diventato il miglior realizzatore di sempre in uscita dalla panchina
Lou Williams è diventato il miglior realizzatore di sempre in uscita dalla panchina

Prima o poi, questo premio verrà ribattezzato Lou Williams Award. La guardia dei Los Angeles Clippers si aggiudica il nostro riconoscimento per il secondo anno di fila, e con ogni probabilità solleverà il vero trofeo, quello assegnato dalla NBA, per la terza volta in carriera (aveva già vinto nel 2015 e nel 2018), eguagliando così il primato di Jamal Crawford. Il 2018/19 ha consacrato il ‘Mago Lou’, diventato il miglior realizzatore di sempre in uscita dalla panchina. Al di là del record, il suo impatto è stato decisivo per il raggiungimento dei playoff da parte dei Clippers, da febbraio privi di Tobias Harris (fino a quel momento, il loro top scorer stagionale). Un giocatore da 20 punti di media che percepisce ‘appena’ 8 milioni di dollari di stipendio (fino al 2021) e che si accontenta, anzi, pretende, di partire dalla panchina, è un tesoro di inestimabile valore per la franchigia, nonché un’ulteriore attrattiva per le superstar a cui i Clips daranno la caccia in estate.
Il fatto che Doc Rivers avesse a disposizione la miglior second unit della lega non è certificato solo dai numeri (53 punti a gara segnati dalle riserve), ma anche dalla presenza di Montrezl Harrell tra i possibili rivali di Williams per la conquista del Sixth Man Of The Year Award. Tra gli altri candidati troviamo Domantas Sabonis (Pacers), Spencer Dinwiddie (Nets), Dennis Schroder (Thunder), Malik Beasley (Nuggets), Terrence Ross (Magic) e Derrick Rose, che ha vissuto la stagione della ‘rinascita’ con la maglia dei Minnesota Timberwolves.

Albo d’oro
2015/16: Jeremy Lin (Charlotte Hornets)
2016/17: Eric Gordon (Houston Rockets)
2017/18: Lou Williams (Los Angeles Clippers)

 

Defensive Player Of The Year: Paul George (Oklahoma City Thunder)

Per Paul George un 2018/19 straordinario sui due lati del campo
Per Paul George un 2018/19 straordinario sui due lati del campo

Essere decisivi su entrami i lati del campo: spiega il professor Paul George. La stella dei Thunder ha disputato un 2018/19 ‘leonardiano’ (riferito a Kawhi, non a Da Vinci), guidando la truppa di Billy Donovan sia in attacco (miglior realizzatore di squadra e miglior media punti in carriera) che nella propria area, dove è stato il miglior esponente di quella che è stata la miglior difesa NBA per quasi tutta la regular season. Quel “quasi” è la parola che potrebbe cambiare il futuro immediato del giocatore, visibilmente calato dopo un infortunio alla spalla (con conseguente estromissione dalla corsa per l’MVP) e quello di OKC, letteralmente colata a picco nella fase finale ed entrata ai playoff da un ingresso meno nobile.
A contendere il premio a PG13 c’erano altri giocatori che hanno fatto la differenza sotto entrambi i tabelloni, come Giannis Antetokounmpo, Joel Embiid, Jimmy Butler e il ‘solito’ Kawhi Leonard, ma anche veri e propri ‘specialisti’ difensivi come Rudy Gobert, Patrick Beverley, Marcus Smart e classici ‘rim protector’ (che non mancano mai in queste graduatorie) come Myles Turner, Jarrett Allen e Serge Ibaka.

Albo d’oro
2015/16: Kawhi Leonard (San Antonio Spurs)
2016/17: Rudy Gobert (Utah Jazz)
2017/18: Rudy Gobert (Utah Jazz)

 

Most Improved Player Of The Year: Pascal Siakam (Toronto Raptors)

Per Pascal Siakam, il 2018/19 è stato l'anno della consacrazione
Per Pascal Siakam, il 2018/19 è stato l’anno della consacrazione

Il premio al giocatore più migliorato è forse quello più interessante. Racconta di un atleta che, nel corso della stagione, è riuscito a fare un evidente (e spesso imprevedibile) salto di qualità. In molti casi, il singolo che ‘sboccia’ improvvisamente dà una spinta decisiva alla sua squadra, cambiandone di colpo le prospettive. In questo 2018/19, i Toronto Raptors partivano già tra le favorite a Est, ma la loro nuova superstar, Kawhi Leonard, avrebbe avuto delle restrizioni sul minutaggio, per recuperare al meglio dal lungo infortunio subito ai tempi di San Antonio. Poco male; coach Nick Nurse si è trovato in casa un’altra stella. Non parliamo di Kyle Lowry, in fase calante seppur con la solita leadership, bensì di Pascal Siakam.
Scoperto da Luc Mbah a Moute, il camerunese era stato scelto da Toronto con la ventisettesima chiamata al draft 2016. Il suo atletismo era sotto gli occhi di tutti fin dall’inizio, ma Siakam sembrava uno dei tanti ‘talenti grezzi’ della storia recente dei Raptors. Il suo primo anno è stato vissuto più in G-League che in NBA, ma con ottimi risultati: nel 2017 ha guidato al titolo i Raptors 905, venendo eletto MVP delle finali. Ha conquistato così un posto stabile nelle rotazioni del roster principale e, al secondo anno, è passato da 4.2 a 7.3 punti di media. Un miglioramento, ma nulla in confronto al salto compiuto in questo 2018/19: 16.9 punti in 32 minuti a partita, titolare fisso e presenza insostituibile ai due lati del campo. Più volte miglior realizzatore di squadra, Pascal ha riscritto più volte il suo career-high (fissato ora a 44 punti, segnati contro Washington il 13 febbraio).

Tra gli inseguitori spicca D’Angelo Russell, che da All-Star ha trascinato ai playoff i Brooklyn Nets, ma è doveroso menzionare anche Khris Middleton (Bucks, anche lui debuttante all’ASG), Nikola Vucevic (Magic, idem come sopra), Montrezl Harrell (Clippers), Buddy Hield (Kings), Zach LaVine (Bulls), Julius Randle (Pelicans), Bojan Bogdanovic (Pacers) e Thomas Bryant (Wizards).

Albo d’oro
2015/16: C.J. McCollum (Portland Trail Blazers)
2016/17: Nikola Jokic (Denver Nuggets)
2017/18: Victor Oladipo (Indiana Pacers)

 

Breakout Team Of The Year: Denver Nuggets

Jamal Murray e Nikola Jokic, giovani stelle dei Denver Nuggets
Jamal Murray e Nikola Jokic, giovani stelle dei Denver Nuggets

L’anno scorso, il sogno di Denver era sfumato all’overtime dell’ultima partita di regular season, persa contro Minnesota. Anche per questo, ci si aspettava che il 2018/19 avrebbe riportato i Nuggets ai playoff. In pochi, però, avrebbero immaginato di vedere gli uomini di Mike Malone contendere fino alla fine il primo posto nella Conference ai Golden State Warriors. Questo eccellente risultato è stato reso possibile dal grande lavoro dell’allenatore, dalla consacrazione di Nikola Jokic, dalla crescita di Jamal Murray, dall’esplosione di Malik Beasley e dall’impatto di alcuni protagonisti inattesi, come Monte Morris (tre partite a Denver e tanta D-League nel 2017/18) e Torrey Craig (undrafted nel 2014, poi tre stagioni in Australia). Il miglior record di franchigia dal 2012/13 è stato ottenuto malgrado i numerosi infortuni che hanno martoriato il roster: durante la stagione si sono fermati (per periodi piuttosto lunghi) Gary Harris, Will Barton e Paul Millsap, Isaiah Thomas ha debuttato solo a ridosso dell’All-Star Game (per poi uscire quasi subito dalle rotazioni), mentre Michael Porter Jr., quattordicesima scelta assoluta allo scorso draft, non ha mai messo piede in campo. Poco da aggiungere, Denver ha disputato davvero una grande regular season.

Nella corsa all’NBA Passion Award come sorpresa dell’anno, i Nuggets battono in volata i Los Angeles Clippers, anche loro alla post-season nonostante la cessione di Tobias Harris, miglior realizzatore di squadra fino a quel momento. Tra le altre candidate i Sacramento Kings, inaspettatamente vicini ai playoff, e tre squadre che i playoff li giocheranno, in una Eastern Conference formato ‘terrà delle opportunità”: Indiana Pacers, Brooklyn Nets e Orlando Magic.

Albo d’oro
2015/16: Portland Trail Blazers
2016/17: Washington Wizards
2017/18: Utah Jazz

 

Disappointing Team Of The Year: Los Angeles Lakers

Per LeBron James, un 2018/19 da dimenticare
Per LeBron James, un 2018/19 da dimenticare

Come diceva il leopardo nella famosa pubblicità: “What did you expect?”. Il premio più semplice da assegnare, tra i nostri Awards, è quello per la delusione dell’anno. Perchè i Lakers 2018/19 non sono stati una semplice delusione, bensì un flop colossale, destinato ad essere ricordato a lungo. Una squadra che sembrava avere le carte in regola per tornare in alto, dopo anni bui, si è invece ritrovata fuori dalla corsa playoff a due mesi dal termine della regular season. Un fallimento figlio di molti padri, di cui tanto si è discusso e di cui tantissimo si discuterà.
L”uomo-simbolo di questa disfatta non può che essere LeBron James, chiamato a Los Angeles per riportare i Lakers sui palcoscenici che hanno calcato per decenni. Attribuirgli tutte le colpe sarebbe superficiale, ma è innegabile che parte delle responsabilità per la disastrosa stagione siano da imputare al fenomeno da Akron. Uno che in campo è stato il solito portento (anche se con troppi atteggiamenti deplorevoli in fase difensiva), ma la cui influenza sul management, dettata dall’urgenza di vincere ma (purtroppo per lui) dura a morire, ha contribuito a far andare a rotoli la situazione. Prima l’ ‘incoraggiamento’ ad arruolare veterani rivelatisi poi non così utili (da Lance Stephenson a Michael Beasley), poi il patetico ‘teatrino’ con Anthony Davis e Rich Paul, che di fatto ha compromesso sia l’annata dei Lakers, sia quella dei New Orleans Pelicans.

Chiaro, tutto ciò non sarebbe stato possibile con una dirigenza all’altezza, qualcosa che manca da tempo nella Los Angeles gialloviola. Magic Johnson e Rob Pelinka, nella smania di tornare protagonisti, hanno ‘sbugiardato’ più volte il (confusionario) lavoro portato avanti dalla franchigia negli ultimi anni, non esitando a mettere sul mercato l’intero roster (senza esagerare) per affidarsi completamente a un quasi trentacinquenne (James) e a una stella perennemente infortunata (Davis). Per carità, due fenomeni assoluti, ma lo dicevano anche i nostri nonni: spesso, la fretta è cattiva consigliera…
Mentre in California i vari Kyle Kuzma, Brandon Ingram e Lonzo Ball venivano ‘scrutinati’ partita dopo partita, senza mai convincere fino in fondo (per svariati motivi), lontano da quei riflettori e da quella pressione diversi ex-Lakers come D’Angelo Russell, Julius Randle, Lou Williams, Brook Lopez e, udite udite, Thomas Bryant, si ritagliavano un ruolo di primissimo piano nelle rispettive squadre. Certo, ogni caso va contestualizzato, ma tutto ciò vorrà pur dire qualcosa! A concludere degnamente questa ‘memorabile’ stagione sono arrivate le dimissioni di Magic, annunciate prima della sfida contro Portland. Una scelta più che comprensibile sul piano personale, ma che lascia la franchigia sempre più in balia delle onde.

La ‘tragicommedia’ gialloviola ha inevitabilmente messo in ombra altre squadre che, in questo 2018/19, hanno deluso le aspettative. Cleveland Cavaliers e Chicago Bulls, pur con mille problemi, sembravano avere roster adeguati per fare un pensierino ai playoff, invece sono finite subito in fondo alla Eastern Conference. Così come i Dallas Mavericks a Ovest, nonostante una buona partenza. Menzioni ‘d’onore’ anche per le eterne incompiute Minnesota Timberwolves e Washington Wizards e per i Miami Heat, finiti in un tunnel di mediocrità che non sembra avere fine.

Albo d’oro
2015/16: Chicago Bulls
2016/17: New York Knicks
2017/18: Oklahoma City Thunder

 

Most Valuable Player: Giannis Antetokounmpo (Milwaukee Bucks)

Giannis Antetokounmpo, stella dei Milwaukee Bucks
Giannis Antetokounmpo, stella dei Milwaukee Bucks

Sarà pure un premio inutile, una celebrazione molto americana del singolo che stona con i concetto di ‘sport di squadra’, ma alla fine la domanda “Chi è l’MVP?” se la fanno tutti. Venire eletto Most Valuable Player non è l’unico modo, ma è certamente un modo per imprimere a fuoco il proprio nome nei libri di storia NBA. E’ un riconoscimento che indica inequivocabilmente un giocatore capace di dominare una regular season, svettando su una lega piena di fenomeni. E’ il caso di Giannis Antetokounmpo, che si prende la nostra statuetta virtuale dopo aver guidato i Milwaukee Bucks al miglior record della lega. Da quando è apparso in NBA, ‘The Greek Freak’ si è reso protagonista di un’inarrestabile ascesa. Prima acerba matricola, poi grande promessa, quindi All-Star, ora MVP (almeno per la redazione di NBA Passion). Al di là delle cifre, in costante crescita (ma non nettamente superiori a quelle dell’anno scorso), in questo 2018/19 Giannis ha ufficialmente avanzato la sua candidatura a ‘ nuovo volto della lega’. Coach Mike Budenholzer gli ha cucito addosso i Bucks su misura, lasciandogli carta bianca per terrorizzare le difese con le sue incursioni. Decisivo sia in attacco che in difesa, sul finire della regular season Antetokounmpo ha anche migliorato (visibilmente) il suo gioco da oltre l’arco, oscurando sempre più il cielo sopra l’America cestistica. Grazie al loro fenomeno, i Bucks sono diventati a tutti gli effetti una contender. Forse gli Warriors sono ancora superiori, magari anche per le FInals è presto, ma il motto ‘Feer The Dear’ non è mai stato così d’attualità.

Gli sfidanti per il premio non sono mancati: Kawhi Leonard ha iniziato molto forte, ma le restrizioni sul minutaggio hanno inciso sulla sua candidatura (difficile che si strugga in un letto di dolore, per questo), Paul George è stato frenato da un infortunio a una spalla e dal calo generale dei suoi Thunder, mentre Stephen Curry e Kevin Durant si sono come al solito fatti concorrenza interna (giocando oltretutto a marce bassissime, in attesa dei playoff). Joel Embiid e Nikola Jokic avrebbero avuto qualche chance, in una stagione normale, ma in questo 2018/19 l’unico a tenere davvero testa ad Antetokounmpo è stato James Harden. Dopo un avvio stentato, l’MVP in carica si è preso gli Houston Rockets sulle spalle, trascinandoli dal quattordicesimo al terzo posto nella Western Conference nonostante gli infortuni eccellenti di Chris Paul, Eric Gordon e Clint Capela. Ci è riuscito mettendo insieme cifre mostruose (36.1 punti di media, la più alta dal 1986/86, quando Michael Jordan chiuse a 37.1), con il picco delle 32 partite consecutive con almeno 30 punti a referto, tra cui un back-to-back da 57 e 58 punti (contro Memphis e Brooklyn) e la prova da 61 punti e 15 rimbalzi al Madison Square Garden (23 gennaio). Un mostro, che però nulla ha potuto, nelle nostre votazioni, contro il dominio del ‘Freak’ di Milwaukee.

Albo d’oro
2015/16: Stephen Curry (Golden State Warriors)
2016/17: Russell Westbrook (Oklahoma City Thunder)
2017/18: LeBron James (Cleveland Cavaliers)

All-NBA Team (come per l’All-Rookie Team, abbiamo votato senza suddivisione per ruoli):
James Harden (Houston Rockets)

Paul George (Oklahoma City Thunder)
Giannis Antetokounmpo (Milwaukee Bucks)
Nikola Jokic (Denver Nuggets)
Joel Embiid (Philadelphia 76ers)

Sacramento Kings: stagione con più luci che ombre

sacramento kings-squadra

I Sacramento Kings sono una della franchigie storiche della NBA, nella quale hanno militato alcuni dei migliori giocatori della Lega, ma da ben tredici anni non riescono a qualificarsi per i playoff. Nonostante l’ennesima esclusione dalla post-season, questa è stata una stagione molto positiva: l’ottimo lavoro al draft del general manager Vlade Divac, la crescita dei due giovani leader, Buddy Hield e De’Aaron Fox, e l’esperienza di Harrison Barnes, hanno permesso di gettare le basi per un futuro davvero promettente

SACRAMENTO KINGS: IL GIOCO

Il gioco dei Sacramento Kings è molto rapido, la palla passa principalmente dalla mani del  giocatore più tecnico: Fox con 7.3 assist di media è un grandissimo passatore, spesso gioca il pick and roll con Marvin Bagley III (59.5% nel pitturato) sfruttando la sua fisicità e la sua ottima capacità di taglio in area. Con i suoi 17.3 punti di media è anche un temibile attaccante, capace di attaccare il ferro o di colpire con il tiro da dietro l’arco (36.8% in stagione). Hield invece con i suoi 20.8 punti di media è il miglior realizzatore della squadra, l’arma principale è il tiro da 3 punti che sta realizzando con percentuali mostruose (42.6%). Ai due Leader della squadra si aggiungono dei comprimari di altissimo livello: Harrison Barnes, giocatore di esperienza e campione NBA con i Golden State Warriors, attaccante davvero temibile sia spalle a canestro che da dietro l’arco, Bogdan Bogdanovic è un giocatore molto solido e ha disputato una splendida stagione in uscita dalla panchina (14.1 punti- 3.9 assist- 3.5 rimbalzi), e lo stesso Marvin Bagley al suo primo anno ha già  dimostrato grandi cose sia in attacco (14.8 punti) che a rimbalzo (7.6). La fase offensiva  non è sicuramente un problema per Sacramento che  può attaccare in tutte le maniere: sia da dentro l’area con il 56.8 % nel pitturato e sia con il tiro da 3 punti che realizzano con il  37.7 % (quarti in NBA). Con 114.0 punti di media sono la nona squadra NBA per rating offensivo, il vero problema è la difesa: nonostante una buona propensione nel recupero palla (8.3 di media a partita) e le poche palle perse (13.4 di media) i Kings subiscono 113.4 canestri di media a partita, a causa della scarsa fisicità che si riversa anche nella statistica dei rimbalzi 45.4 di media a partita che la posizionano a metà della classifica NBA. Numeri troppo alti per una squadra che vuole competere ad alto livello

PROSPETTIVE FUTURE A SACRAMENTO? 

Marvin Bagley III e De’Aaron Fox

La stagione si conclude con un ottimo nono posto ad Ovest che fa ben sperare per la stagione prossima. I Kings sono indubbiamente una squadra giovane e di enorme talento e la strada è sicuramente quella giusta. Il lavoro fatto da Divac nei precedenti  draft è ottimo, ma per poter competere con le altre squadre e partecipare ai playoff sarebbe necessario aggiungere un paio di giocatori di esperienza su entrambi i lati del campo, per risolvere le partite più facilmente ed aiutare i giovani talenti della squadra a crescere più in fretta. Continuare con il grande lavoro fatto all’head coach poi è essenziale per dare continuità a questi ragazzi terribili. Da qui ripartire con “Dave” Joerger alla guida: dopo aver dimostrato di essere una delle squadre rivelazione, il prossimo anno sarà quello giusto per far quel salto in avanti decisivo e che molte franchigie nella storia NBA hanno faticato a compiere. Da bella promessa i Kings diventeranno una mina vagante anche in ottica playoffs? Lo scopriremo tra meno di un anno…

Perchè Luka Doncic è il rookie dell’anno?

Luka Doncic Rookie dell'anno

Lubiana, 28 Febbraio 1999. Queste coordinate potrebbero essere per lo sport mondiale molto più importante di quanto ad oggi crediamo: nasceva il nuovo volto del basket europeo, Luka Doncic. Faccia da bravo ragazzo, 2 metri di altezza e un talento incontenibile; è veramente Luka Doncic il miglior candidato al premio di rookie dell’anno?

Già dalle giovanili dell’Union Olimpija, sua prima squadra, si intravedeva che Luka era un ragazzo speciale. A Madrid l’esplosione: d’altronde non tutti possono vantare in 5 anni di cantera e giovanili premi quali Miglior Giovane della Liga, Miglior Giovane Eurolega, MVP del campionato spagnolo, MVP Eurolega e MVP Finals Eurolega. Ma i premi raccontano parzialmente quello che è questo ragazzo cresciuto a pane e basket, con un pizzico di Drazen che non guasta mai.

LUKA DONCIC ROOKIE DELL’ANNO? IL CONTESTO DI DALLAS

Dodicesima giornata Dunkest NBA
Luka Doncic a colloquio con coach Rick Carlisle.

L’impatto con la NBA molti addetti ai lavori lo pronosticavano, forse non a questo livello ma era un successo annunciato.

Nella scorsa estate Luka per non farsi mancare niente decide di caricarsi sulle spalle, insieme a Goran Dragic, una nazione e portarla al titolo europeo. Tornando a parlare di Luka e la NBA, la loro storia parte in sordina: selezionato alla 3 dagli Atlanta Hawks, scambiato subito a Dallas in cambio della scelta numero 5.
Tutti i riflettori sono su la prima scelta DeAndre Ayton, sul corso di LeBron a Los Angeles, e via discorrendo. Lui inizia subito a lavorare.

Dallas è uno dei contesti migliori in cui inserirsi per un giovane: un coach esperto e con una mentalità europea, una squadra ricostruita e senza troppe pressioni, un lungo da poter sfruttare per il gioco i pick and roll, specialità della casa Doncic ma soprattutto un maestro da osservare e da cui apprendere ogni dettaglio: Dirk Nowitzki.
L’impatto è devastante, a novembre il titolo di Rookie dell’anno sembra già suo. Ma Luka Doncic è il Rookie dell’anno? La risposta è si e no. Del rookie ha sicuramente l’età e l‘inesperienza NBA. Del rookie sicuramente non ha il timore nel gioco, la poca consapevolezza dei suoi punti forti, la determinazione.

Luka non è un rookie, pare non esserlo con quel palmares, con quelle responsabilità a Madrid e con il successo con la nazionale. La sfida per il titolo di matricola, per un affascinante gioco del caso, è proprio con il giocatore che ha ottenuto Atlanta al posto di Doncic, Trae Young. Una bella sfida, un duello a suon di triple e assist da una parte e triple doppie dall’altra.

IL FUTURO?

Kristaps Porzingis con la casacca dei New York Knicks.

Ora il futuro cosa ci riserva? Quanto può migliorare ancora il suo gioco? Sicuramente per quanto riguarda la difesa può e deve notevolmente crescere. Il suo essere clutch è già molto sviluppato,  ci sono già ottime capacità di playmaking unite alla visione di gioco e capacità realizzative.
Solo il tempo può darci la risposta e il prossimo anno ci sarà anche Kristaps Porzingis, per un duo tutto made in Europe niente male. Dallas scalda i motori, saranno una realtà da qui in avanti?

Los Angeles Lakers: un’annata fallimentare, su tutta la linea

Los Angeles Lakers

Dall’entusiasmo alla disperazione, all’amarezza, allo sconforto. Basta poco per passare da uno stato d’animo all’altro, per veder le proprie aspettative bruciare inesorabilmente e cercare la ricetta giusta per ripartire da capo. Doveva essere la stagione della definitiva rinascita dei Los Angeles Lakers, e invece il tutto si è concluso con un clamoroso fiasco: nemmeno l’arrivo di LeBron James è servito per centrare un obiettivo, quello dei playoff, che almeno fino a Natale sembrava alla portata. Dopo l’impresa contro i Golden State Warriors, qualcosa si è rotto. Anzi, tutto si è rotto, facendo sfociare l’annata in un fallimento.

Fallimento su tutta la linea, in cui ognuno ha contribuito negativamente alla causa.

LE COLPE DI LUKE WALTON

Lakers Walton
Luke Walton.

Il primo nome che balza sul banco degli imputati è quello di Luke Walton. L’operato dell’head coach è stato alquanto discutibile, tra una gestione troppo farraginosa delle rotazioni e minutaggio dei giocatori e nessun miglioramento tecnico registrato a livello collettivo. Troppe volte i Los Angeles Lakers sono parsi una squadra senza anima, senza una trama specifica, o uno spartito da eseguire. Offensivamente la transizione ha comunque prodotto (19.2 punti a partita), ma quando di fronte c’è stata la difesa schierata si è ricorso spesso agli isolamenti o a conclusioni poco fruttuose. Il pick and roll centrale non è bastato, insomma. Per non parlare della difesa che ha lasciato a desiderare: rotazioni fuori tempo, close out eseguiti male o del tutto assenti, giocatori poco reattivi negli aiuti dal lato debole. Fattori che, uniti alla mancanza di applicazione, hanno generato un mix amaro per i gialloviola e dolce degli avversari, andati spesso a segno facilmente. Il destino del figlio del grande Bill è in bilico, dopo tre stagioni potrebbe salutare la Città degli Angeli senza aver messo i pezzi del puzzle al posto giusto.

L’OPERATO DEL FRONT OFFICE

Magic Johnson & Pelinka (Lakers.com)
Magic Johnson e Rob Pelinka.

Hanno costruito la squadra firmando diversi ball handler ed elementi versatili, in grado di dare una mano a livello difensivo per poi sfruttare il contropiede. Magic Johnson e Rob Pelinka, in estate, si sono adoperati per assemblare una squadra pronta a seguire questa filosofia anche se, forse, sarebbe servito prendere un tiratore puro in modo da aprire meglio in campo. Tutto sembrava filar liscio almeno fino a gennaio, quando i Lakers hanno imboccato un tunnel da cui non sono più usciti. A sparigliare le carte inoltre ci ha pensato la famigerata richiesta di trade ai New Orleans Pelicans da parte di Anthony Davis, divenuto all’improvviso obiettivo principale dei due dirigenti losangelini. Magic e Pelinka hanno fatto quello che dovevano fare per un giocatore del genere, ossia all-in (in modo da anticipare la concorrenza).

Il problema è stato la gestione mediatica della trattativa, con le troppe indiscrezioni trapelate che alla fine hanno creato una telenovela terminata in un nulla di fatto. Dopo lo scoccare della trade deadline, le scorie del mancato accordo hanno avuto effetto su gran parte dei giocatori , che si sono sentiti messi in discussione, usati come semplici pedine di scambio. Un atteggiamento ingiustificabile a certi livelli, soprattutto in una lega come la NBA dove, tranne per le superstar, tutti possono essere scambiati da un momento all’altro; altrettanto vero che un po’ di ordine nella faccenda avrebbe fatto comodo.

Incomprensibile la trade che ha portato Ivica Zubac ai Clippers (insieme all’esubero Michael Beasley, una delle scommesse perse dalla dirigenza) in cambio di Mike Muscala.

LOS ANGELES LAKERS: TRA SCONFITTE PESANTI E TROPPI INFORTUNI

LeBron James, Los Angeles Lakers vs Indiana Pacers at Bankers Life Fieldhouse
LeBron James ha saltato ben 17 partite consecutive dopo il suo infortunio.

Perdere partite contro Cleveland Cavaliers, Atlanta Hawks, New York Knicks e Phoenix Suns (tutte franchigie in piena ricostruzione) alla fine ha pesato nel mancato accesso ai playoff. L’atteggiamento è stato troppo superficiale in questi appuntamenti che erano da non sbagliare. L’incostanza e gli errori tecnici, a volte davvero grossolani, si sono presi la scena soprattutto nella seconda parte di stagione.

Non bisogna dimenticare però gli infortuni che hanno colpito il roster. Rajon Rondo costretto a fermarsi due volte a causa dei problemi alla mano destra, il guaio alla schiena di Kyle Kuzma , la polmonite di JaVale McGee che è rimasto fuori nel suo momento migliore; fino ad arrivare al problema alla caviglia di Lonzo Ball e alla trombosi di Brandon Ingram, problemi che hanno causato la prematura conclusione della stagione ai ragazzi. Ma di importanza è stato di sicuro lo stop di LeBron James, avvenuto proprio quando la squadra pareva aver trovato un minimo di quadra. Fino a Natale, il Prescelto ha avuto le redini delle operazioni, ha vestito il ruolo di classico trascinatore mascherando alcuni difetti della squadra. Poi l’infortunio all’inguine nella gara contro i Golden State Warriors che è stato come l’inizio di un effetto domino rivelatosi poi fatale.

Al suo rientro James non è riuscito a dare quella marcia in più che serviva per raggiungere l’agognato traguardo.  La modalità playoff ha tutt’altro che ingranato, forse a causa di un recupero che è avvenuto in maniera parziale. C’è da dire anche che il poco mordente nella metà campo difensiva e alcune esternazioni pubbliche sui compagni potevano essere evitate; sta di fatto che James ha promesso di interromperela maledizione regalando il ritorno in postseason nella prossima annata. Il Prescelto ha tutto il tempo per rimettersi in sesto e tornare ai suoi livelli abituali.

UN’ESTATE DA NON SBAGLIARE

L’estate 2019 sarà cruciale per i Lakers, che vanno incontro ad un’altra rivoluzione tecnica. Rivoluzione che é partita dal front office viste le clamorose dimissioni di Magic Johnson. L’obiettivo, in ogni caso, é portare in dote un’altra superstar al fianco di LeBron in modo da alzare finalmente l’asticella. E non solo, perchè servirà costruire il roster a seconda dell’allenatore che verrà. Lo spazio salariare c’è, e anche gli asset per una eventuale trade. Insomma, serve procedere con attenzione e premura: un altro fallimento costerebbe caro all’intera organizzazione.

 

 

Carsen Edwards: un nuovo Enfant Prodige

Carsen Edwards

7 aprile 2019, un semplice tweet segna l’inizio di una futura carriera nell’Olimpo del basket per Carsen Edwards, guardia titolare di una delle squadre rivelazione della March Madness, i Purdue Boilermakers.

Un tweet carico di emozione, voglia di volare alto, riconoscenza verso coloro che lo hanno plasmato, portandolo ad affrontare uno dei momenti chiave della sua vita e della sua imminente carriera professionistica.

Innanzitutto vorrei ringraziare Dio per avermi benedetto ogni singolo giorno durante questo viaggio. Un viaggio tra alti e bassi, un viaggio imprevedibile. Nonostante tutto, la presenza di Dio è stato un punto fermo, un porto sicuro. Vorrei ringraziare la mia famiglia, senza di loro non sarei arrivato dove sono ora. La gente che mi conosce realmente sa che siete sempre stati il mio tutto. Vorrei ringraziarli per il loro amore e per il loro supporto. Concludo ringraziando i miei compagni di squadra, lo staff tecnico e la persona che più di tutte, mi ha guidato lungo questo percorso, Coach Painter. Questi ultimi 3 anni sono stati una corsa fantastica insieme ai migliori compagni e ai migliori coach che lo stato abbia mai avuto. Non scambierei per nulla al mondo il tempo e i successi alla Purdue. Ho sempre sognato di giocare nella NBA. Ci siamo, sento che è arrivato finalmente il momento. Entrerò nel prossimo draft supportato da un agente. Questo è solo l’inizio di un nuovo viaggio, di una nuova avventura. Sono grato a tutti per il supporto ricevuto. È giunto il momento di iniziare un nuovo capitolo della mia vita

Chi è Carsen Edwards?

Carsen Edwards (Humble-City, Houston) è considerato uno dei prospetti più intriganti in vista del prossimo draft NBA, che si terrà giovedì 20 giugno al Barclays Center di New York.

ESPN ha inserito la guardia di Purdue nella top 100 (posizione n.25) per il prossimo draft. Edwards è attualmente è considerato una delle migliori point guard collegiali assieme al ragazzo prodigio di Murray State Ja Morant e a Darius Garland dei Vanderbilt Commodores.

In questa stagione Edwards ha mantenuto una media di 24.3 punti, 2.9 assist, tirando con il 39.4% dal campo. Numeri e statistiche che trovano ulteriore conferma nella partita vinta contro Villanova durante il torneo NCAA. Con 42 punti, tirando 9\16 dal campo, firmando la miglior prestazione offensiva del torneo dal 2004. Non contento, Edwards ha ripetuto la medesima prestazione nella partita contro Virginia. Altri 42 punti che purtroppo non hanno garantito il passaggio alla Purdue alle final four.

Chi avrà il coraggio di prendere delle decisioni, diventerà un giocatore…, chi saprà prendere quelle giuste, rimarrà leggenda

– Kobe Bryant –

Dichiararsi eleggibile per il draft non è una decisione semplice, è una mossa azzardata che solo il tempo è in grado di quantificare.

Dichiararsi eleggibili significa costruire da zero una nuova carriera. Significa dimenticare prestazioni memorabili, i record frantumati e i trofei vinti per diventare un giocatore nuovo, una persona nuova.

Il draft è la prima tappa obbligatoria in un lungo percorso nel quale un atleta impara a conoscersi, a migliorarsi, fino a diventare quel giocatore che ha sempre sognato di essere. Carsen Edwards ha intrapreso questo percorso verso “the Greatness”, la grandezza. Solo il tempo decreterà veramente la scelta di uno dei miglior talenti prodotti dall’ateneo di Purdue.

Quanto durerà l’egemonia Warriors?

SuperTeam NBA-DeMarcus Cousins si sta davvero inserendo nel quintetto divino dei Warriors?

Ogni fan NBA sa perfettamente quale sia il team per eccellenza da battere ormai da qualche anno a questa parte. I  Golden State Warriors hanno creato un nucleo di giocatori difficilmente correlabili al concetto di sconfitta, anche se i fan di LeBron o di qualsiasi altra squadra/giocatore, ogni anno, sognano e pregustano l’abbattimento dell’armata di Oakland. E’ quasi stupida come domanda, ma…  quanti di voi, in questi anni hanno dato per scontato la finale LBJ vs Steph? Molti forse, ma non è una questione poi così ovvia. Vediamone i plausibili motivi.

LA SITUAZIONE DAL PUNTO DI VISTA DI LEBRON

Warriors-Cavaliers-pista Lakers
LeBron James a duello con Stephen Curry.

Ogni cosa, quando diventa scontata, rischia di risultare noiosa; però questo faccia a faccia evolutosi nel corso di questi ultimi anni, ha reso magico quel senso di aspettativa insito in ognuno di noi appassionati, anche se uno dei due team coinvolti è sempre stato troppo in bilico e mai veramente stabile come avrebbe dovuto. Stiamo chiaramente parlando di Cleveland, che però, tra le sue linee, ha sempre potuto contare su uno dei giocatori migliori di sempre: Mr. James. Il Prescelto (soprannome alquanto privo di responsabilità) ha letteralmente caricato la squadra sulle sue spalle, vincendo ad est, arrivando costantemente in finale e affrontando a testa altissima i suoi più grandi rivali. I risultati sono a tutti noi noti, però è il gesto in sè, di arrivare dove sono arrivati, ad avere dell’incredibile. Dobbiamo essere sinceri con noi stessi, LeBron ci ha abituato molto bene in questi ultimi anni. Pensandoci, è un po’ come vedere giocare gli Harlem Globetrotters… spiegazione:  se andate ad una loro partita/show, è chiaro che vi aspettate di vedere canestri da metà campo, acrobazie e cose simili, però le devono fare… non è così naturale, che tutte le sere, se in un momento dello spettacolo uno dei giocatori deve eseguire e realizzare(!) cinque tiri half court di fila, li faccia . E’ il loro lavoro e si alleneranno tutto il giorno a farlo, però comunque ha dell’incredibile. Forse il segreto è continuare a stupirsi e non abituarsi a quello che vediamo, recependolo come normale e scontato. Il concetto appena espresso, è facilmente traslabile sul mondo di LeBron James, Steph e di tutta la NBA in generale.

La grande sfortuna di LeBron, è stata quella di trovare sul suo cammino delle squadre paragonabili a dei rulli compressori…  In primis San Antonio, ma ci sono poche parole da aggiungere all’evidenza delle immagini proposte dai plotoni del generale Pop. Detroit non è sicuramente da meno… c’è stato un momento , circa a metà della prima decade del 2000, in cui si è generata una di quelle squadre diverse da qualsiasi altra. Non erano delle superstar (almeno inizialmente), ma dei grandissimi giocatori di sicuro, ognuno specializzato nel suo e facilmente complementari tra loro; il tutto si è amalgamato ed evoluto definitivamente con l’arrivo del mitico Rasheed Wallace.. Hanno reso la vita del Re sicuramente molto dura. Lo stesso vale per i Boston Celtics, che hanno creato una rivalità piuttosto intensa ad est con i Cavs/Heat di James, ma su quella realtà c’è poco da dire… un team unito e spettacolare su entrambe le parti del campo. Dallas. Semplicemente wow. Una favola vissuta realmente… Dirk immarcabile in quella stagione e vittoria clamorosa contro una delle squadre più forte di sempre; gli Heat dei Big 3.  Per ultimi dal punto di vista cronologico troviamo i GSW… C’è veramente bisogno di dire qualcosa?

BATTERE I WARRIORS: MISSIONE IMPOSSIBILE?

La Run TMC: Tim Hardaway, Chris Mullin e Mitch Richmond.

LeBron nella sua carriera, si è trovato di fronte a vari ostacoli, ma nulla mai come i Warriors di questi ultimi anni. Questa franchigia storicamente ha visto grandi giocatori indossare la loro maglia, uno su tutti Wilt Chamberlain, quando la squadra era ancora nel quel di Philadelphia. La bandiera che tutti associamo a Golden State, è senz’altro Chris Mullin, spettacolare giocatore e tiratore, membro anche del Dream Team del 1992. Negli anni ’90, possiamo ricordare fenomeni come Tim Hardaway, Chris Webber e un leggendario Latrell Sprewell.  Poco dopo, la situazione divenne alquanto buia e l’aria dei playoff tirava veramente poco, tanto che si è dovuto aspettare un momento leggermente più thug, giusto per citare 2Pac. Infatti i perni di quel team (stagione 2008) erano Matt Barnes, Stephen Jackson e … il Barone. OK, i risultati sono decisamente migliorati e considerando gli anni precedenti, direi anche di molto, ma comunque vengono eliminati nei playoff, ai quali non riusciranno ad accederci più, fino all’esplosione di Steph Curry. In tutta questa sintetica cronostoria, non è stata menzionata la virgola color verde – bianco – rosso di questa franchigia; è sempre piacevole ricordare che proprio loro hanno selezionato al draft Marco Belinelli, il quale oltre ad una summer league strepitosa, ha collezionato, se pur con pochi minuti concessi, giocate entusiasmanti.

Quando nel 2009 arrivò Steph, gli infortuni bussarono prontamente alla sua porta, difficoltà fisiche che  rallentarono di qualche hanno l’inevitabile. Era destino che ci trovassimo una star alquanto anomala, se confrontata al prototipo di super giocatore che abbiamo ben in mente; Steph è uno di noi, c’è poco da dire… sia dal punto di vista fisico, che nell’immaginario visivo. E’ il classico bravo ragazzo, ma chiaramente ossessionato dalla vittoria… non può non essere così, chiunque abbia quei mezzi e quella confidenza in essi, non può non pensare costantemente a vincere. C’è da dire che la franchigia gli ha dato una grossa mano, merito anche delle numerose stagioni perdenti!

Essere riusciti a portare tra le proprie fila giocatori come Andrew Bogut, Klay Thompson e Harrison Barnes, ha aiutato notevolmente…  Avere una quasi totale protezione dell’area grazie al primo, potenziale di fuoco dal perimetro grazie al secondo (1/2 degli Splash Brothers), grande consistenza da entrambe le parti del campo grazie al terzo… insomma cosa si vorrebbe avere di più? Semplice… una buona panchina.                                                                 Anche in questo caso ci sarebbero diversi nomi, ma uno vale su tutti, Shaun Livingston; probabilmente una delle storie sportive più incredibili di sempre… un giocatore messo k.o. da uno degli infortuni più ardui da superare, torna e nel corso degli anni diventa ancora più forte, tanto da diventare campione.. per più di una volta. Spettacolo.

Klay-Thompson-festeggia
Stephen Curry e Klay Thompson, gli Splash Brothers.

Attenzione però, ci sono ancora un paio di nomi che vanno assolutamente menzionati… Andre Iguodala e Draymond Green. Forse il vero collante di questo roster, fossero chiaramente loro. Il primo è un giocatore silenzioso, che a fine partita magari non mette a referto cifre stratosferiche, ma è maestro in tutte quelle importantissime giocate invisibili alla gente, senza le quali la partita potrebbe scappare di mano. Il secondo è evidentemente la continuazione di quello spirito guerriero e barbaro, presente nei Warriors del 2008.               Spesso criticato proprio per il suo comportamento in campo, ma è proprio grazie a lui se la difesa ha retto anche agli attacchi più duri. Tutto il contesto in cui è inserito e circondato, lo ha agevolato nello svolgere al meglio e più liberamente il suo lavoro.

MEGLIO PREVENIRE CHE CURARE!

Ci sono state varie partite, in cui l’assenza (sempre per i famosi problemi fisici) del figlio di Dell Curry, si è sentita parecchio, tanto da portare i tifosi e anche determinati addetti ai lavori, a pensare se anche senza la loro superstar per eccellenza, i GSW avessero potuto raggiungere gli stessi traguardi. Per non porsi neanche il problema, la società ha messo le mani, prima su Kevin Durant e poi su DeMarcus Cousins. Vedendo il fascino di un possibile quintetto All-Star in campo e andando più a fondo della faccenda, a livello storico, vengono in mente pochissime situazioni paragonabili a queste. Probabilmente i Bulls di Jordan e le squadre sopra elencate, ma un concentrato di talento ed istinto killer di questo tipo, è più unico che raro.

Kevin Durant.

KD probabilmente è il più letale giocatore attivo in questo momento e senza dubbio sfiora il livello di immarcabilità. E’ riuscito a raggiungere il suo scopo diventando campione, anche se la polemica (che sia sterile o meno) del modo in cui ha conquistato il trofeo, lo insegue ancora oggi; che abbia scelto la strada più facile? Forse non è  proprio così, anche perché il sistema in cui si è proiettato era già collaudato, funzionante e certificato, perciò mantenere l’equilibrio è stato tutt’altro che semplice. A proposito di adeguarsi, DMC non è e realmente inquadrabile in questo momento Il titolo di miglior centro della lega ora è attribuito a Joel Embiid; ma Boogie può ancora ben dire la sua, in maniera anche alquanto espansiva. Il problema è che deve stare bene ed essere inserito in un contesto dedito a valorizzarlo, cosa che Golden State ha fatto nella propria maniera. Bisogna vedere se nel futuro le strade del giocatore e della società, potranno realmente essere compatibili.

L’UOMO GIUSTO AL MOMENTO GIUSTO

Come si riesce a gestire al meglio un roster così talentuoso, ma altrettanto caldo? Sulla panchina deve esserci per forza un coach con gli attributi.  Steve Kerr è uno di quelli. Lo era da giocatore a fianco di Jordan e di Tim Duncan, e lo è anche da allenatore. Un buon merito credo lo abbiano i suoi maestri: Il coach più zen di tutti, Phil Jackson e Gregg Popovich. E’ chiaro che Kerr oggi sia uno degli allenatori più vincenti, anzi, il più vincente, non tanto per i numeri, ma proprio a livello attitudinale: la situazione è tale proprio perché è sempre stato abituato a giocare/lavorare in contesti vincenti, circondato da persone vincenti. Gli Warriors nella loro storia recente, hanno avuto altri allenatori simbolo se così possiamo chiamarli. Don Nelson: il personaggio esplica e rispecchia chiaramente l’andamento delle stagioni dei Warriors, dalla metà degli anni ’90 alla metà dei 2000, anche se non in tutte, era lui il capo allenatore.  Geniale ma situato in un mondo tutto suo. L’altro è Mark Jackson, oltre ad essere stato un ottimo giocatore, è stato colui che ha risollevato i  Warriors portandoli ai playoff, creando un modello base, successivamente migliorato e finalizzato da Steve Kerr.

 

Steve Kerr
Steve Kerr, head coach dei Golden State Warriors.

 

Ora la domanda delle domande che un po’ tutti ci facciamo è: Per quanto ancora i GSW, domineranno incontrastati la lega? Ognuno può dire la sua ovviamente, però se le cose continueranno così, Steph & co. potranno faticare più o meno in base alla situazione, però saranno sempre loro a spuntarla. Perché non è tanto il talento che hanno a disposizione ad impressionare (anche se), ma come quest’ultimo viene gestito ed utilizzato. Quest’anno ad ovest ci sono state delle belle sorprese (Nuggets e Clippers), ma la sensazione di fondo è sempre la stessa. Golden State è troppo forte. Ovviamente può anche a trionfare  sia una squadra dell’est, ma al momento sembra utopistico .                                                                                                                                                                                                Di certo possiamo solo dire che quello che il team di Oakland ha creato, è qualcosa di unico, sia per il calore dei tifosi, pronti a  rendere l’arena infuocata, sia per il tipo di squadra assemblata: fino a che riusciranno a gestire tutti i tasselli del puzzle come hanno fatto fino ad oggi, sarà un’impresa ardua spodestarli. Dalla prossima estate si vedrà

 

 

I segreti dei Denver Nuggets? Uno in particolare, Paul Millsap

Manuale Denver Nuggets: sarà ancora chiave l'esperienza di Paul Millsap?

Siamo ad aprile 2018 ed i Denver Nuggets di coach Mike Malone hanno appena perso lo scontro diretto da dentro o fuori valevole per la qualificazione alla post-season contro i  Minnesota Timberwolves dell’ormai ex Jimmy Butler, dalla sconfitta del Target Center Denver ne esce con le ossa rotte dal momento che, il giocatore firmato in estate ossia Paul Millsap, dal quale ci si aspettava il definitivo salto di qualità, aveva deluso le aspettative sia in questa partita fondamentale ma anche nell’arco di tutta la stagione.

Il prodotto di Lousiana Tech veniva da stagioni esaltanti con la casacca degli Atlanta Hawks che gli erano valse la ricca offerta contrattuale da parte della franchigia del Colorado, proposta che ovviamente non poteva rifiutare: 90 milioni di dollari in tre anni con la team option valida per l’ultima annata. Tutti pensavano che questo colpo fosse un ulteriore passo avanti per Denver che mirava ad una qualificazione ai playoffs mancante ormai da troppo tempo.

Tim Connelly.

Ecco che allora la delusione era tanta dopo il mancato raggiungimento di tale obbiettivo e il GM dei Nuggets, Tim Conelly, affiancato dalla fondamentale presenza di Arturas Karnisovas, si trovava davanti ad un bivio che presentava due strade diverse: la prima, più attendista era quella di continuare a portare pazienza ed aspettare che Millsap trovasse la giusta chimica con i suoi compagni di squadra; la seconda opzione, molto radicale, riguardava l’esplorazione del mercato delle trade coinvolgenti il numero 4 che, dall’alto dei suoi 33 anni vedeva il suo valore diminuire sempre di più. Conelly ha correttamente scelto la prima opzione e quest’anno si sono visti i risultati dal momento che ad oggi, 4 aprile 2019, i Nuggets si trovano al secondo posto di una temibilissima Western Conference con un discreto distacca sulle terza piazza occupata momentaneamente dagli Houston Rockets.

L’IMPATTO DI PAUL MILLSAP NEL SISTEMA DEI DENVER NUGGETS

Il sistema ideato da Mike Malone risulta essere perfetto per sfruttare al meglio giocatori come Jokic, Harris, Barton, Murray ed infine Millsap. Il contributo di quest’ultimo si fa sentire sotto tutti i punti di vista infatti, analizzando le statistiche dell’ex Hawks noteremo come in nessun aspetto egli emerga, però una stat-line composta da 12.6 punti, 7.3 rimbalzi conditi da 1.2 palle rubate, il tutto con il 48.4 % dal campo va assolutamente tenuta in considerazione quando si pensa ai segreti del successo di Denver.

Millsap è bravo nel dare il suo apporto sotto i tabelloni con un’ottima presenza a rimbalzo ed è inoltre abile nel sfruttare i possessi in the clutch dove è richiesta freddezza non indifferente. Talvolta decide di affrontare il suo diretto avversario spalle a canestro. Al di là del prodotto di Louisiana Tech, i Nuggets hanno la loro miglior arma offensiva nel pick and roll tra Jokic e Murray il quale è un vero rompi-capo per le difese avversarie.

 

La presenza di Paul Millsap nel pitturato è fondamentale per i Nuggets.

Inoltre, forse il vero punto di forza di Denver è l’apporto che viene fornito dalla panchina che può vantare la presenza di giocatori del calibro di Plumlee, Morris, Beasley ed anche Hernangomez. Il backcourt del secondo quintetto di Malone formato dai già citati Morris e Beasley è una combinazione di punti veloci e difesa che risulta essere fondamentale nelle gerarchie del coach ex Kings. Entrambi i due giocatori stanno avendo la loro miglior stagione dal loro ingresso nella lega e sono in grado di dare energia extra ogni volta che calcano un parquet di gioco.

QUALCHE DUBBIO IN VISTA DEI PLAYOFF

Ovviamente come sempre bisogna analizzare entrambe le facce della medaglia e bisogna dire che, se tutte le squadre con il biglietto per la postseason farebbero carte false per incontrare i Nuggets anziché Rockets, Thunder ecc. un motivo ci sarà. Questo motivo è la difesa dei ragazzi di coach Malone che nonostante in regular season abbia mantenuto numeri positivi, sembra essere alquanto vulnerabile soprattutto grazie alla presenza della star offensiva Nikola Jokic. Anche offensivamente si nutre delle riserve su Denver dal momento che il loro sistema viene ritenuto inadatto alla pallacanestro di maggio.
Non ci resta che aspettare e vedere se la franchigia che gioca un miglio sopra il livello del mare riuscirà ad eliminare i dubbi di tutti gli insider o fallirà al contatto con la post season NBA.

IL CONTRATTO DI PAUL MILLSAP

Denver Nuggets Jokic e Millsap
Nikola Jokic e Paul Millsap.

Nonostante l’ottima stagione di Paul Millsap, difficilmente la dirigenza dei Nuggets deciderà di esercitare la team option che farebbe intascare a Paul la modica cifra di 30 milioni di dollari nella stagione 2019/2020. Tale ammonto di denaro è riservato solo all’èlite della lega, della quale il nativo di Monroe non sembra più fare parte. Nel caso probabile che questa opzione venga declinata non è comunque da escludere che lo scenario che vedrebbe Millsap rifirmare con Denver ad una cifra più contenuta per far sì di avere spazio salariale libero con lo scopo di portare in Colorado un altro giocatore di livello.

Minnesota Timberwolves: un’annata al di sotto delle aspettative

Minnesota Timberwolves

Una stagione al di sotto delle aspettative per i Minnesota Timberwolves, i quali non hanno centrato l’obbiettivo playoff e stanno terminando la stagione peggio di come l’avevano iniziata. Le cause sono molteplici: il rendimento poco soddisfacente di Andrew Wiggins, lo scambio che ha portato Jimmy Butler, leader tecnico della squadra a Philadelphia e Dario Saric (poco integrato nella squadra) e Covington (fuori per infortunio fino al termine della stagione) ai Wolves, il licenziamento di  Tom Thibodeau per scarsi risultati con la conseguente scelta di mettere Saunders come allenatore ad interim. La stagione di Minnesota è sicuramente negativa, ma ci sono alcune note positive da cui ripartire.

MINNESOTA TIMBERWOLVES: LA FINE DEI BIG THREE

Derrick Rose ha ‘preso il posto’ di Butler e ha preso per mano i compagni di squadra. Il suo pick and roll coi lunghi ha  funzionato.

La stagione è iniziata rilento con 4 vittorie e 9 sconfitte e la conseguente decisione di Butler di essere ceduto a tutti i costi. Il 13 Novembre 2018 si accasa ai Philadelphia 76ers. Con lui in campo si è preferito a far circolare poco la palla, dividendo i possessi con Wiggins e Towns che spesso utilizzano l’isolamento spalle a canestro per concludere in solitaria. Indubbiamente i Wolves hanno perso una superstar su entrambi i lati del campo ma ne hanno guadagnato in serenità all’interno dello spogliatoio e in gioco di squadra. A sostituire uno dei big three ci  ha pensato Derrick Rose, il quale ha giocato probabilmente la miglior stagione della carriera post infortunio. Con lui in campo Minnesota ha messo in mostra un’ottima pallacanestro di squadra, una circolazione di palla più fluida, registrando una media di 24.5 assist per partita. L’attacco riprende a girare con 112.7 punti di media per partita, la difesa invece fa acqua da tutte le parti con 113.9 punti subiti di media. I dati poco incoraggianti  i risultati hanno poi causato il licenziamento del capo allenatore Tom Thibodeau il 7 Gennaio del 2019.

TUTTA COLPA DI THIBODEAU?

Tom Thibodeau a colloquio con Karl Anthony Towns.

La squadra poi è stata affidata a Ryan Saunders (allenatore in seconda). I Minnesota Timberwolves hanno minimamente reagito facendo registrare nel mese di gennaio un record di 8 vittorie e 6 sconfitte (unico mese in positivo della stagione). In generale hanno fatto fatica a trovare un’identità di gioco e si sono affidati alle giocate di un ritrovato Rose e del giovane talento Towns per risolvere le partite. Jeff Teague, il playmaker titolare, non è riuscito a far cambiare marcia alla squadra, Wiggins invece sembra essersi perso in questa stagione e anche Saric sembra un lontano parente del giocatore che era a Philadelphia. Il 12 Marzo è arrivato un nuovo infortunio per Rose che lo ha costretto a terminare la stagione anzitempo. Senza di lui Minnesota è calata definitivamente. Tutto questo unito a un difesa disastrosa ha prodotto una stagione di transizione. Possiamo indicare Thibodeau come unico colpevole? Di  sicuro l’ex guida dei Chicago Bulls non è riuscito a mettere assieme i pezzi del puzzle, ma i giocatori non sono sempre stati costanti nel rendimento, per non parlare di un roster assemblato in maniera disfunzionale con le idee di basket del momento.

INCERTEZZE E CAPISALDI PER IL FUTURO

Wiggins e Towns, le due stelle della squadra.

La stagione sta volgendo al termine e i Wolves devono programmare il futuro ripartendo dalle note positive di quest’anno e facendo attenzione ad alcune incognite. La scelta del nuovo allenatore è fondamentale per gestire al meglio un gruppo che ha bisogno di una guida forte. L’ennesimo infortunio di Rose lascia in apprensione tutta Minnesota con la speranza che non sia nulla di grave e possa tornare più forte di prima. il contratto pesante di Wiggins a fronte di una stagione poco positiva è un altro tema da affrontare in casa Timberwolves. Per ripartire  si può contare sul completo inserimento di Saric e Covington , oltre alla stagione comunque positiva di Karl Anthony Towns in doppia doppia di media, sempre più leader e uomo franchigia a cui affidarsi per le speranze future.

Chicago Bulls, un’annata di transizione

Siamo arrivati agli sgoccioli di questa Regular Season, ed i primi verdetti stanno uscendo. Mentre continua la bagarre playoff da ambo i lati, alcuni team hanno ormai ben poco da dire in questa stagione, proiettandosi fin da subito alla prossima annata. Tra quest’ultime, ci sono sicuramente i Chicago Bulls, ampiamente fuori dalle zone nobili della Eastern Conference. Nonostante il pessimo record e tanti problemi, qualche spunto positivo per il futuro c’è nella città del vento.

CHICAGO BULLS: UNA STAGIONE BURRASCOSA

Fred Hoiberg, esonerato dopo il pessimo avvio dei suoi Chicago Bulls

Ovviamente, non possiamo che partire dai lati negativi della stagione dei Bulls. Il record è emblematico nella sua negatività, con solo Knicks e Cavaliers in grado di fare peggio ad Est.

Chicago ha iniziato la regular season con un buon mix di giovani e veterani, e con la possibilità di diventare una delle outsider nella livellata (verso il basso) Eastern Conference. La strada è però risultata subito in salita, con la prima svolta arrivata all’inizio di dicembre, con l’esonero di Hoiberg e la promozione di Boylen, dopo il tremendo avvio da 19 sconfitte in 24 partite. Se a questo aggiungiamo i due mesi iniziali saltati da Markkanen e lo stop di Dunn, dopo pochi mesi a Chicago ci si era già resi conto che sarebbe stata una stagione da lacrime e sangue. Le poche trade minori imbastite in inverno non hanno cambiato l’antifona, con una squadra che ha continuato a veleggiare nelle zone basse della classifica. La recente decisione di tenere a riposo fino alla fine della stagione Markkanen (vittima di uno strano battito accelerato ed affanno che stanno preoccupando lo staff), ed i rookie Carter jr e Hutchinson (per decisione della franchigia), sta chiudendo mestamente la stagione dei Bulls.

I TANTI PROBLEMI IN ATTACCO E IN DIFESA

I problemi più grandi i Bulls li hanno avuti in attacco, dove la palla ha sempre girato poco, affidandosi spesso ad azioni individuali e forzate. Il risultato sono il secondo peggior Offensive Rating della Lega, ed una prevedibilità offensiva a tratti imbarazzante, conseguenza di un roster poco talentuoso, che nei momenti di difficoltà tende ad affidarsi sempre ai soliti noti. Non si può parlar bene neanche della difesa dei Tori, vista la presenza di molti giocatori che difensivamente vanno in difficoltà coi pari-ruolo, per struttura fisica (Markkanen ed Arcidiacono) o per mancanza di attitudine (un esempio è Lavine, ma è parzialmente giustificato dall’apporto fondamentale in attacco).

In generale, Chicago è parsa una squadra senza idee, che è entrata in un vortice negativo incredibile fin dall’inizio della RS, non riuscendo a cambiare rotta, anche per la decisione della franchigia di puntare definitivamente ad un alto asset nel prossimo Draft, che si preannuncia ricco di talenti pronti ad esplodere.

CHICAGO BULLS, UN UOMO SOLO AL COMANDO: ZACH LAVINE

Il leader dei Bulls Zach Lavine è uno dei motivi per guardare con fiducia al futuro

In questo marasma generale, una luce in fondo al tunnel per i Bulls c’è, ed è rappresentata dal proprio go to guy stagionale, Zach Lavine.

Arrivato in sordina due anni fa dai Twolves, Lavine doveva scrollarsi di dosso la nomea di giocatore spettacolare, ma poco incisivo. La sua sfortuna finora è stata ritrovarsi in squadre perennemente in difficoltà, e con poche chance di accedere alla post season. In ogni caso, la stagione di Lavine è stata veramente ottima, mostrando una leadership finora mai vista da parte sua.

Lavine è il top scorer della squadra con quasi 24 punti ad allacciata di scarpe. Il talento non è mai mancato all’ex UCLA, ma ciò che sorprende è vedere come il suo bagaglio tecnico sia sempre in evoluzione, con soluzione al tiro molto varie, che rendono difficili la sua marcatura. I 4.5 assist a partita valgono più del mero numero, vista la pochezza offensiva del resto della squadra, che vede nei solo Porter e Markkanen gli unici in grado di poter supportare a dovere Lavine in fase realizzativa.

Tutto il talento di Zach Lavine

Lavine è migliorato in quasi tutte le voci statistiche personali, e questa stagione da punto di riferimento offensivo, gli è sicuramente servita per fare un’importante salto di qualità come leadership e freddezza nelle fasi calde del match.

Se Chicago sarà in grado di togliergli un pò di pressione costruendogli attorno una squadra competitiva,  una possibile nuova superstar può esplodere definitivamente.

CONCLUSIONE

Resettare. Solo questo può fare Chicago per poter guardare positivamente al futuro, e non entrare nel circolo vizioso del tanking. La speranza è che qualcosa di importante esca dal prossimo draft, e che Markkanen superi i problemi fisici che ne hanno minato una stagione dove lentamente stava cominciando ad ingranare. Il finnico e Lavine sono la base sulla quale costruire i Bulls che verranno, e decisamente non è male. Sta ora al front office effettuare dei movimenti di mercato adeguati per far tornare Chicago nelle zone nobili della Lega, e dare soddisfazioni ad un pubblico caldo e partecipe come quello dello United Center.

 

 

 

 

 

Around the Garden: “I mali oscuri dei Boston Celtics”

Boston Celtics

Si attendeva con ansia il dopo pausa dell’All Star Game per vedere all’opera finalmente la vera versione dei Boston Celtics,che a detta di molti restano comunque tra i favoriti per la finale di Giugno. Invece la stranissima e travagliata stagione degli uomini di coach Stevens ha mostrato la sua peggiore versione di questa incredibile annata.

Il record in questo periodo è addirittura in rosso e nelle 16 partite giocate hanno messo insieme solo 6 vittorie e addirittura 10 sconfitte di cui molte clamorose dopo aver dilapidato vantaggi clamorosi. Ma qual’è o quali sono i mali oscuri che limitano quello che molti definivano come un roster dalle potenzialità infinite? Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza partendo dall’inizio.

Le 3 stagioni e mezzo dei Boston Celtics

La pazza stagione dei Celtics si può suddividere in 3 fasi e un pezzettino distinte tra loro.
  • La prima fase regala un record di 10 vittorie e 10 sconfitte. Venti partire che fanno sorgere i primi dubbi sulla reale decantata forza dei Celtics. Hayward fatica tremendamente a tornare produttivo e Brown subisce clamorosamente la riduzione di ruolo tanto da sembrare l’ombra dell’eccellente giocatore delle passata stagione. La soluzione trovata da Stevens per uscire da questa intricata situazione è stata rimescolare le carte e promuovere una nuova starting lineup con la promozione di Smart e Morris che sino a li avevano tentato di tener su la baracca.
  • La seconda fase sembra l’alba di una nuova era per i ragazzi di coach Stevens che rianimati dalla nuova lineup e con i progressi di Brown e Gordon mettono in fila un ottima serie di vittorie (8) e fanno registrare un record di tutto rispetto nei mesi di Dicembre e Gennaio che recita 24-9 con net rating da top della lega. Nonostante questo ogni qual volta I Celtics incappano in qualche sconfitta inaspettata tipo le 3 in trasferta di metà Gennaio ecco che i vecchi vespai di polemiche si alzano fuori e ancor più preoccupante dentro la squadra. Ancora vivi nella memoria restano la lite Morris-Brown oppure le dichiarazioni pepate di Irving nel dopo Orlando in cui chiarò in causa i giovani compagni e la loro scarsa concentrazione.
  • Il piccolo break che va dalla Dead Line all’All Star Break è breve quanto pieno di avvenimenti. Quatto partite in cui i Celtics perdono disastrosamente le due casalinghe contro le Losangeline dilapidando con i Clippers un vantaggio di 28 punti e facendosi bruciare da l’ex Rondo sul suono della sirena contro i rivali di sempre in maglia gialloviola. Altre polemiche soprattutto ad un gruppo che sembra squassato dalle dalle recenti voci che avevano messo Tatum,Brown e Rozier in ipotetiche Trade per Anthony Davis nella prossima estate.
  • L’ultima parte dopo l’ASG l’abbiamo già accennata un record addirittura negativo di 6-10 che si è aperto con una striscia di 5 partite perse consecutive mostrando il lato più brutto della squadra,quello del totale disinteresse per le vicende della Regular Season. Irving lo ha annunciato ai quattro venti prima del viaggio a Ovest: “È ormai tardi per inseguire il seeding,in una seria da sette partite non vedo avversari in grado di batterci.” Una squadra che in questa ultima fase è stata capace di tutto e il suo contrario. Dalle batoste di Toronto e Los Angeles (Clippers) alla largissima vittoria sul campo dei campioni in carica. Lo specchio la cocente sconfitta sul campo degli Hornets quando in vantaggio di 18 punti a 7 dalla fine hanno subito un parziale di 30-5 che ha regalato la partita agli increduli padroni di casa.

La questione Kyrie Irving

Tiene banco da un po’ di tempo la vicenda che vede coinvolto Irving e la sua infelicita’ all’interno dell’ambiente Celtics.
Esplosa durante l’approssimarsi della Dead Line con le dichiarazioni che mettevano in dubbio un suo ritorno ai Celtics la prossima stagione è via via peggiorata. Kyrie che sino a Gennaio stava vivendo una stagione con numeri eccezionali,per efficienza offensiva e tutto sommato decenti per quella difensiva,si è via via incupito tanto da sembrare svogliato in campo ed estremamente criptico nelle dichiarazioni post partita. Quest’anno ha praticamente attaccato,direttamente o indirettamente,tutti dai giovani rei di non capire l’importanza del momento a Stevens, nell’ultima sconfitta a Charlotte,reo di non aver escogitato qualche soluzione per limitare Kemba Walker.
In tutto questo bailamme c’è chi come Kevin O’Connor di The Ringer che ipotizza che le amicizie di Kyrie dentro il gruppo inizino e finiscono con Jayson Tatum con cui condivide anche il manager.

Che fine ha fatto Jayson Tatum?

Era atteso come uno tra i nuovi protagonisti della lega,invece dopo un buon inizio si è perso nelle difficoltà della squadra.
Dopo una prima parte della stagione discreta sia per numeri che per produzione globale nel post ASG Tatum sembra essersi perso.
Scesa di quasi 3 punti a partita la sua media che vede in picchiata (28%) la produzione dalla distanza,situazione figlia di una scarsa fiducia creatasi probabilmente dopo le voci che un giorno sì l’altro pure lo inserivano in fanta trade pro Anthony Davis.
Il ragazzo ancora giovanissimo è stato probabilmente travolto da qualcosa di nuovo l’essere messo sul bancone del supermercato l’ha probabilmente destabilizzato sebbene da qui in avanti se vorrà far strada dovrà abituarsi.
Specchio del suo andamento altalenante può essere la partita con Cleveland dove dopo un primo tempo dominante da 21 punti ne ha fatto un secondo con 0 punti e solo 2 tiri.

Cosa aspettarsi dal prossimo futuro in casa Boston Celtics?

Prevedere il futuro è sempre cosa molto complicata,farlo con questa versione dei Celtics una quasi impossibile.
Anche i più ottimisti che ad inizio stagione redarguivano gli scettici con il classico “arriverà Aprile” sono diventati molto più cauti nelle loro esternazioni spaventati dalle altalenati prestazioni della squadra.
Lo stesso Wyc Grousbeck in una recente intervista ha dichiarato sereno di aspettarsi di tutto e il suo contrario: “potremmo uscire al primo turno come arrivare sino in fondo” il motto lapalissiano che nasconde la preoccupazione di chi non sa più cosa aspettarsi dalla sua creatura.
I punti di forza restano sostanzialmente 4:
  1. La squadra che è arrivata ad un passo dalle finals è sostanzialmente la stessa e non può nell’arco di 12 mesi aver smarrito tutte le sue potenzialità.
  2. Il talento si base c’è e quando arriverà il dentro fuori tutti dovrebbero accantonare gli inutili egoismi di regular season che hanno tarpato le ali a questa squadra.
  3. Quando la compagine di Stevens ha affrontato avversari importanti soprattutto ad est ha quasi sempre “giocato” la partita regalando poche delusioni.
  4. Il calendario già praticamente fissato ci metterà di fronte due avversarie (Indiana, Milwaukee) toste ma con assenze importanti (Oladipo, Brogdon, Mirotic e Gasol) che ai playoff potrebbero rivelarsi fattori decisivi.
Non ci resta che aspettare e guardare le restanti 7 gare che decideranno solo chi tra Indiano e i Celtics avrà il fattore campo ed è bello sapere che potranno farlo sfidandosi 2 volte facendo diventare la serie sulle 9 partire invece che le canoniche 7