Il Limbo NBA: la teoria del Triangolo delle Bermuda applicata al basket a stelle e strisce

Limbo NBA

Limbo NBA, praticamente la dura verità che alcune squadre devono affrontare: restare a metà strada tra diventare grandi e ripartire da zero. In questo articolo, andremo ad analizzare la situazione critica di alcune squadre che, per una serie di errori di management fatti in passato sono cadute in una sorta di limbo dalla quale fanno fatica ad uscire. Nella concezione religiosa, il limbo è un termine usato per indicare il luogo privo di pena ma anche della visione di Dio. Applicando questo concetto al basket potremmo dire che il limbo è raggruppamento di squadre che non sono nè cosi scarse da tankare, nè così forti da poter puntare al titolo. Ovviamente questa è una definizione abbastanza approssimativa, che però ci aiuterà ad esporre la condizione di certe franchigie che necessitano di un profondo cambiamento se non vogliono disperdersi come appunto se fossero nel Triangolo delle Bermuda. Numerose sono le squadre in tale situazione, ma in particolare analizzeremo le seguenti 4:

  • Indiana Pacers,
  • Memphis Grizzlies,
  • Detroit Pistons
  • Washington Wizards.

La particolarità di queste 4 squadre è il fatto che siano, a mio parere, tanto uguali quanto diverse.

 

Limbo la situazione dei Pacers e non solo

Partendo dai Pacers, bisogna riconoscere loro che prima dell’infortunio di Oladipo che li ha totalmente ridimensionati, erano una squadra che in prospettiva di playoffs nessuno avrebbe voluto incontrare per via della loro buona organizzazione e del loro fattore campo, infatti alla Bankers Life FieldHouse di Indianapolis il loro record recita un 18-7 che comprende vittorie di un certo spessore come quelle contro Bucks, Celtics e Raptors che sarebbero sulla carta le prime 3 squadre ad est se escludiamo gli imprevedibili 76ers.

Queste sono tutte testimonianze di come la squadra di McMillan avesse le potenzialità per quantomeno infastidire le squadre top dell propria conference.

La domanda sorge spontanea allora… come mai hai deciso di inserirli in questo limbo accumunandoli a squadre che faticano molto di più come ad esempio i Grizzlies ? Beh, poichè dal momento che difficilmente una superstar del calibro di Durant, Leonard o Davis deciderà di vestire la casacca gialloblù che anni fa è appartenuta a Reggie Miller, i Pacers sono destinati ad arrivare sempre ai playoffs,per poi essere eliminati ai primi turni da squadre più competitive a meno di exploits vivendo perennemente una sorta di dejàvu per ogni stagione che passa.

Urge specificare che questo è un punto di vista molto pessimistico e la svolta può essere sempre dietro l’angolo, chiedere ad esempio ai Nuggets che fino a qualche anno fa sembrano essere finiti irrimediabilmente in questa situazione ma poi hanno pescato con la 41esima scelta del draft 2014 un tale Nikola Jokic.

Per analizzare la posizione dei Grizzlies e dei Pistons,invece, partiremo da una serie di presupposti che valgono per entrambe, ma evidenzieremo in conclusione una sostanziale presa di posizione di una delle due franchigie che può far capire le mosse da compiere per provare ad uscire da questo fatidico limbo.

Sia la squadra di Detroit che quella di Memphis possono vantare la presenza di due stelle nelle loro fila, Griffin e Drummond da una parte e Gasol e Conley dall’altra, inoltre entrambe, cosiccome i sopracitati Pacers, non sono piazze in grado di cogliere attenzione da parte dell’elite della lega.

La differenza che ho messo in risalto nell’introduzione di queste due franchigie risale ad una notizia fresca di pochi giorni, secondo la quale il GM di Memphis, Chris Wallace, di comune accordo con il coach JB Bickerstaff, ha deciso di rendere disponibili sul mercato proprio i due giocatori cardine vale a dire Gasol e Conley. Questo sta a manifestare che molto intelligentemente, secondo la mia opinione, le due parti ( dirigenza e giocatori) hanno capito che insieme non sarebbero arrivati a vincere ed hanno deciso di prendere strade differenti facendo si che le due stelle possano accasarsi in un’altra organizzazione e che i Grizzlies invece rifondino, partendo dal loro talentuoso rookie Jaren Jackson Jr.

Questo tipo di ragionamento non è stato fatto invece dai piani alti dei Pistons, poichè, dal momento che la nuova arena costruita nel centro di Detroit viene anche considerata come un modo di dare un sostegno alla comunità della Motor City, scambiare gli unici giocatori in grado di fare vincere qualche partita alla franchigia locale sarebbe un suicidio economico visto anche che i dati di affluenza alla nuova Little Caesars Arena non sono del tutto esaltanti anzi…

Per quanto riguarda i Washington Wizards, sono stati inseriti nell’articolo per mettere in luce un’altra tipologia di squadra persa nella “terra di nessuno”, infatti quest’ultimi sono il caso che più avvalora la tesi iniziale secondo la quale quelle scelte di management discutibili alla lunga si pagano. Le premesse per i Wizards erano ottime dal momento che, dopo l’avvincente semifinale di conference persa 4 a 3 contro i Celtics di Isaiah Thomas, sembrava che finalmente Beal e Wall avessero unito i loro intenti e grazie a un supporting cast di un buon livello composto da Otto Porter, Morris e Gortat potessero ambire a un posto al sole nella non irresistibile Eastern Conference per usare un eufemismo. Alla lunga tutto ciò si è rivelato solo un’illusione e dopo la rifirma di Porter a cifre astronomiche la franchigia capitolina si ritrova con un salary cap intasato e con una squadra disunita e martoriata da infortuni (vero John Wall ? ). Nonostante ciò il GM dei Wizards ( Ernie Grunfeld) ha voluto insistere su questo core di giocatori, rifiutando l’opzione trade per Beal che a quanto pare sembra essere l’unico con un discreto valore sul mercato. Ecco che si è creata una situazione dalla quale difficilmente si otterrà qualcosa di buono per Washington che al momento della stesura di questo articolo risulterebbe fuori dai playoffs ad est (!!).

Queste erano le 4 analisi di squadre che, per sforuna e cattive decisioni sono accumunate da un non florido futuro…E voi cosa ne pensate ? Cosa suggerireste ai rispettivi GM per migliorare le sorti delle loro squadre?

 

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Moving on.

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Phoenix Suns: perdere oggi per vincere domani

Phoenix Suns

I Phoenix Suns continuano il loro processo di rebuilding, con una squadra costruita con giocatori esperti a supporto dei giovani in rampa di lancio. L’inizio da sole due vittorie nelle prime 12 partite è indicativo del basso livello del team, il cui unico obiettivo nel breve periodo è quello di far crescere il più velocemente possibile i talentuosi giovani del roster. Nonostante il record poco incoraggiante, alcuni spunti interessanti sono già usciti fuori, andiamo ad analizzarli, insieme ai problemi che i Suns stanno attraversando.

LA PESSIMA ATTITUDINE DIFENSIVA

Come preventivabile, i lati negativi prevaricano i lati positivi di questa metà stagione dei Suns. Partiamo dalla difesa.

Phoenix tradizionalmente non è una squadra dalla difesa ferrea, ed anche quest’anno il canovaccio è simile. I Suns, infatti, sono costantemente tra gli ultimi posti come difensive rating, e la situazione si è ulteriormente aggravata con la decisione dello staff di liberare Tyson Chandler, unico lungo in grado di essere un fattore sotto le plance in difesa. La scelta è stata presa per lasciare totalmente spazio alla crescita della first pick 2018 DeAndre Ayton, giocatore talentuoso, ma ovviamente acerbo, soprattutto per reggere l’urto di lunghi più esperti per tutto l’arco della partita.

I troppi turnover sono uno dei principali motivi di discussione, la gestione del pallone da parte degli esterni è spesso superficiale, ed i palloni sprecati portano molte volte a facili conclusioni in contropiede. Trevor Ariza è l’unico giocatore del roster in grado di fare la differenza nella metà campo difensiva, infatti senza di lui, gli altri interpreti vanno spesso in difficoltà, sia nella difesa degli uno contro uno, sia sul pick an roll e la scelta di scambiarlo con i Wizards ha aggravato questa situazione. Emblematico il video sottostante, riguardante la partita con i Thunder, dove i piccoli di Oklahoma, in particolare il fulmineo Westbrook, bucano a ripetizione la fragile difesa perimetrale del front court dei Suns, portando a tiri con alto coefficiente di realizzazione.

Nei minuti di riposo di Ariza, soprattutto con in campo giocatori difensivamente rivedibili come Ryan Anderson, Devin Booker e Jamal Crawford, gli attacchi avversari hanno finora banchettato, sia nel pitturato che sugli esterni. Qualcosa comincia a migliorare, come spiegheremo dopo, ma finora pochi sono gli spunti positivi sull’argomento. Oltre al sopracitato Ariza, la speranza è nel graduale miglioramento dei giovani prospetti del roster.

IL PROCESSO DI CRESCITA DELL’ATTACCO

Booker e Warren, fari dell’attacco dei Suns – fonte: nba.com

Offensivamente i Suns, sebbene inseriti nella parte bassa della graduatoria anche come offensive rating, godono di una situazione leggermente migliore rispetto alla difesa. Infatti, la posizione in graduatoria è figlia di un inizio pessimo sotto l’aspetto realizzativo, migliorato nelle ultime giornate.

I migliori realizzatori della squadra sono la stella Devin Booker ed il rookie DeAndre Ayton. Il mix di talento ed esperienza quindi non manca, ma i problemi offensivi nascono da una circolazione della palla poco fluida, che porta molto spesso Devin Booker a prendersi troppe responsabilità, situazione che nel singolo match può avere successo (vedi W con Menphis), ma nella maggior parte dei casi non permette alla squadra di portare a casa la vittoria. Phoenix, infatti, è tra le ultime come assist per partita, e la mancanza di passatori affidabili sta pesando molto. I giocatori che stanno soffrendo di più questa situazione sono i tiratori, come Anderson e Crawford, tra i più deludenti della stagione dei Phoenix Suns.

Coach Igor Kokoskov dovrà lavorare molto per responsabilizzare di più il supporting cast, con un gioco più fluido, per togliere pressione alle stelle della squadra spesso ingabbiate nei minuti finali delle partite.

LE STELLE IN ASCESA, E QUELLE NASCENTI

Veniamo ora alle note liete dell’inizio di Regular Season dei Phoenix Suns. Il principale motivo di sorriso sono l’esplosione di Devin Booker e l’impatto dei giovani, in primis DeAndre Ayton.

Devin Booker si sta ergendo a stella della squadra, veleggiando tranquillamente sopra i 25 ppg con ottime percentuali, nonostante l’alto numero di tiri presi a partita. Il 22enne figlio d’arte sta definitivamente esplodendo in questa stagione, migliorando tutte le proprie statistiche rispetto all’anno passato. Se Phoenix è riuscita a vincere alcune partite, gran parte del merito è proprio sua.

DeAndre Ayton si è presentato nella Lega con un pedigree di tutto rispetto, che gli è valso la prima scelta al draft. Finora non sta deludendo le aspettative, mostrando i primi miglioramenti sotto l’aspetto tecnico, con movimenti spalle e fronte canestro sempre più fluidi ed efficaci. Difensivamente c’è ancora tanto da lavorare, ma l’età è dalla sua e migliorerà col tempo.

Un capitolo a parte lo merita una delle sorprese positive dell’inizio di stagione dei Suns, T.J. Warren. Il prodotto di North Carolina State, sta viaggiando a più di 15 pt/p con un bel 50% dalla lunga distanza, ergendosi a terzo violino dell’attacco di Phoenix. Come detto, la circolazione di palla dei Suns deve migliorare, e proprio Warren sarà il primo a beneficiarne.

Lo staff di coach Kokoskov sta lavorando alacremente per migliorare l’intesa di squadra ed i primi frutti stanno uscendo. Infatti, paradossalmente, la partita migliore fin qui disputata dai Suns non è una delle due vittorie racimolate ad inizio RS, ma è una delle ultime gare, la sconfitta all’OT contro i Boston Celtics. I Suns, infatti, sono riusciti ad imbrigliare una delle migliori squadre della lega, con un primo tempo perfetto, toccando anche i 19 punti di vantaggio. Nella ripresa Irving e soci hanno fatto valere il maggiore spessore tecnico, agguantando all’ultimo l’OT e vincendo la partita. Proprio in questa sfida, oltre al solito, strepitoso Devin Booker (38 punti e leadership da vendere), c’è stata la consacrazione del sopracitato T.J. Warren, con una gara da 29 punti, a cui il 25enne ha aggiunto un’ottima prova difensiva sul pericoloso Tatum. Di seguito trovate il recap della partita che, confrontato col precedente video, rende evidenti i miglioramenti difensivi della squadra, soprattutto sotto l’aspetto dell’intensità e dell’agonismo.

CONCLUSIONE

La strada intrapresa sembra quindi quella giusta per portare la squadra ad un miglioramento graduale. Almeno per quest’anno, le sconfitte non sono importanti, la franchigia vuole continuare il processo di crescita attraverso il draft e con la maturazione dei giovani già presenti. “Trust the process” dicevano a Philadelphia fino ad un paio di anni fa, e proprio come per i Sixers a suo tempo, anche per i Phoenix Suns la strada può essere solo in salita.

Utah Jazz, alla ricerca della nota giusta

Utah Jazz 2018/2019

Da mina vagante nella selvaggia Western Conference a squadra sul filo del rasoio per quanto riguarda la lotta per i playoff. La stagione degli Utah Jazz è al momento costellata da alti e bassi, arricchita da scalpi importanti come quelli dei campioni in carica dei Golden State Warriors e le due vittorie contro i Boston Celtics a sconfitte inaspettate come contro i Minnesota Timberwolves in casa.

La squadra dal canto suo sta reagendo in maniera positiva alle difficoltà di inizio stagione (nelle prime 21 partite il record era di nove vittorie e dodici sconfitte) visto che delle ultime dodici partite ne ha vinte dieci, con un Donovan Mitchell che si sta ritrovando dopo i primi mesi di appannamento.

Il prodotto di Louisville, infatti, in questo lasso di tempo sta viaggiando ad una media di 29.6 punti, 5.7 assist e 4.6 rimbalzi tirando con il 49.4% dal campo e il 40.9% da tre. Mitchell è inoltre diventato il primo giocatore dei Jazz a far registrare due partite consecutive da 35 punti dai tempi di Karl Malone nell’Aprile del 1998.

L’abilità di Mitchell di segnare dal palleggio-arresto e tiro
Il sophomore ha migliorato anche la capacità di mettere in ritmo i compagni.

CALENDARIO AGEVOLE

I Jazz, come detto, hanno avuto un inizio di regular season non facile non essendo stati aiutati dal calendario abbastanza complicato di inizio stagione che li hanno visti contrapposti alle migliori squadre della lega. Le prossime partite della squadra allenata da Quin Snyder saranno quasi tutte in casa (sei delle prossime otto si giocheranno a Salt Lake City) e tutte le prossime partite saranno contro squadre dell’Ovest, evitando le scomode trasferte per attraversare il paese.

Se continueranno a giocare come stanno facendo nelle ultime settimane, Mitchell e compagni potranno ritagliarsi un posto più alto per i playoff.

STAR POWER E SUPPORTING CAST

Se Mitchell sta elevando il suo livello di prestazione, anche Rudy Gobert non sta certamente sfigurando. Il centro francese sta viaggiando ad una media di 15.2 punti, 12.8 rimbalzi e 2.2 stoppate, confermandosi come l’ancora difensiva della squadra ed uno dei migliori centri della lega.

Rudy Gobert.

Dal supporting cast stanno arrivando segnali confortanti, dopo l’inizio di stagione non entusiasmante. Jae Crowder, Kyle Korver (arrivato a stagione in corso dai Cleveland Cavaliers) e Joe Ingles hanno elevato il proprio gioco come dimostrato dalle percentuali del tiro da fuori nelle ultime partite. In particolare l’australiano sembra poter essere il leader carismatico del team, affiancando il giovane Mitchell nel guidare i compagni.

Anche Ricky Rubio, dopo le difficoltà delle prime stagioni nella lega, sembra aver trovato continuità di rendimento (15 punti e 7 assist di media nelle ultime 5 partite al ritorno da un infortunio che lo ha tenuto lontano dal campo per sei match).

FATTORE ESPERIENZA

I Jazz si sono già trovati in una situazione simile l’anno scorso quando, dopo l’addio di Gordon Hayward andato ai Boston Celtics, riuscirono ad agguantare addirittura il quinto posto nella griglia dei playoff, guidati dalle prestazioni straordinarie di Mitchell che gli sono valse il primo quintetto nelle matricole e il secondo posto nella corsa al Rookie dell’Anno.

Le aspettative per questa stagione erano leggermente diverse ma in una Western Conference cosi agguerrita, dove sostanzialmente ogni partita rappresenta un’insidia diversa, fare pronostici è certamente complicato.

La squadra può contare su uno dei più organizzati staff tecnici della lega e sicuramente lotterà fino alla fine per raggiungere i playoff per il terzo anno consecutivo ed essere una delle mine vaganti della competizione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Superstars NBA: quanti realmente degni di tale nominativo?

Superstars NBA-lebron-lakers-foto

Le Superstars NBA, chi sono? Oggi si parla troppo spesso di super star nell’ambito di tanti tantissimi giocatori. Nell’ NBA odierna non siamo in grado di avere molte certezze: continue trade, infortuni e fattori che dall’altra parte dell’oceano vengono definiti untangibles fanno­ si che le sorti di giocatori e franchigie cambino totalmente in un brevissimo lasso temporale.

 

Una delle poche certezze sopracitate è la seguente: !Per provare a vincere, servono almeno due superstar”, poichè difficilmente si ripeteranno episodi come quello che vide i Dallas Mavs di Dirk Nowitzki trionfare da underdog nelle NBA Finals contro i Miami Heat di LeBron James, Dwyane Wade e Chris Bosh. Lo stesso LeBron, da molti considerato come G.O.A.T ( Greatest Of All Time), l’anno passato non è stato in grado di portare i Cleveland Cavaliers oltre una finale NBA, nella quale la squadra dell’Ohio è stata letteralmente annientata da dei Golden State Warriors che dal canto loro potevano vantare la presenza di 4 All Stars, dimostrando come neppure il migliore giocatore al mondo posso condurre da solo una squadra al Larry O’Brien Trophy ( titolo NBA ndr).

 

 

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Welcome back Big Dawg!!! @boogiecousins

Un post condiviso da Draymond Green (@money23green) in data: Gen 18, 2019 at 11:08 PST

Superstars NBA: chi sono? Indicazioni per l’uso

In questo articolo andremo ad analizzare quindi ciò che si intende per superstar e che cosa differenzia questi ultimi dagli ottimi giocatori che invece non possiedono questo status di Superstars NBA. Il concetto di superstar non è per tutti gli appassionati di NBA lo stesso, infatti alcuni ritengono tali gli All Stars, altri riconducono l’appellativo solamente ai giocatori in grado di vincere premi personali e qualcuno pensa che gli individui degni di questo nome si possano contare sulle dita di una mano. A mio parere una superstar è un giocatore che, innanzitutto è in grado di portare il suo contributo in qualsiasi contesto di gioco e che inoltre, riesca a prendere per mano la propria squadra nei possessi delicati, non necessariamente segnando, ma facendo la giocata giusta. Per fare degli esempi concreti, nelle prossime righe lancerò una provocazione che per molti risulterà come blasfemia cestistica.

 

Un giocatore alla Draymond Green che risulta essere uno dei più antipatici della lega, in una franchigia che ha l’obbiettivo di vincere adesso senza guardare al futuro potrebbe da molti insiders essere preferito rispetto ad un giocatore dallo sconfinato talento e potenziale come Karl Anthony Towns. Vi chiederete, perchè proprio questo confronto così particolare tra questi giocatori tanto differenti? Beh, ora argomenterò con i fatti questa suggestione. Partiamo dal prodotto di Kentucky, giocatore cardine dei Minnesota Timberwolves; KAT se si analizzano le statistiche personali fin dal suo ingresso nella lega potrebbe risultare uno dei giocatori d’elite della lega tanto che con la recente nomina , può vantare già due presenze all’All Star Game nelle sue prime 4 stagioni in NBA. Quello che si discute al giocatore originario della Repubblica Dominicana, è l’impegno nella metà campo difensiva e non solo, poichè l’anno scorso nella sua prima esperienza di playoffs non è stato in grado di dare un grande contributo neppure offensivamente, mettendo a referto cifre “normali” e venendo oscurato da un centro come Clint Capela a cui madre natura ha dato forse un decimo del talento cestistico di Towns. Come è possibile tutto ciò?Ovviamente è ingeneroso verso il numero 23 dei T-Wolves fare questo tipo di processo così spietato nei suoi confronti perchè come detto prima era il suo esordio nella post season, però in pochi avrebbero pronosticato questo scarso impatto del prodotto di Kentucky. Lo stesso tipo di ragionamento è stato evidentemente effettuato però anche da Jimmy Butler, il quale ha chiesto una trade ritenendo che Towns e Wiggins non avrebbero potuto aiutarlo a vincere in quelli che sono gli anni di picco fisico e mentale della sua carriera, essendo lui del 1989 ( a settembre compierà 30 anni ). Fatico chiaramente a credere che KAT nelle sue prossime apparizioni nel basket di aprile, maggio e chissà se giugno ( periodo di Finals) avrà le stesse difficoltà riscontrate nella passata stagione, però, rimanendo fedeli alla precedente premessa, ecco che iniziano ad insediarsi più dubbi su Towns.

 

Dall’altra parte, parlando di Draymond Green, bisogna specificare che non rientra nella tipologia di giocatori valutabili in base al loro apporto statistico, essendo lui un giocatore bravo a fare un po’ di tutto sul parquet che però è in grado di dare un impatto emotivo alla partita difficilmente replicabile.

Il prodotto dell’University of Michigan, ha vinto 3 titoli NBA con i suoi Golden State Warriors e in ognuno di essi ha portato alla causa un grosso contributo. Ci soffermeremo però sulle finali NBA del 2016 che, hanno visto i Cleveland Cavaliers vincere proprio contro i Warriors una serie dove si erano trovati sotto per 1-3, ribaltando questo tipo di risultato per la prima volta nella storia a livello di Finals. Tale serie è stata piena di capovolgimenti di fronte senza esclusione di momenti ad alta tensione. Green arrivò a questa finale con sul groppone un alto numero di falli tecnici e flagrant che, se avesse raggiunto un tale limite, avrebbe costretto Draymond a saltare una partita. In gara 4, i Warriors ottennero una fondamentale vittoria in quel di Cleveland che li proiettò appunto sul 3 a 1, però Green, si lasciò andare e reo di aver tirato un calcetto nelle parti intime di LeBron James, venne squalificato in gara 5 dal momento che la NBA rubricò tale fallo come flagrant, facendo si che si raggiungesse il numero limite prima citato.

 

Game 5, senza il prodotto di Michigan, diede inizio alla rimonta della franchigia al tempo guidata da LeBron, Irving e Love, con una vittoria di quest’ultimi che rimise tutto in discussione. La franchigia dell’Ohio, vinse in casa anche gara 6, assicurandosi il biglietto per la fatidica gara 7, scontro da dentro o fuori, che avrebbe assegnato il Larry O’Brien Trophy. E’ in questo caso che secondo me Green mostrò la sua grandezza, poichè nonostante la sconfitta lui mise a referto una prova da vero leader, diventando il migliore della sua squadra per punti, rimbalzi e assist compiendo una partita da 32, 15 e 9 che per un assist mancante non diventò una paurosa tripla doppia.

 

In questo modo Draymond dimostrò, non che ce ne fosse bisogno, che oltre al suo clamoroso impatto difensivo ( ha fatto parte del miglior quintetto difensivo nelle stagioni 2015, 2016, 2017) è in grado di fornire prove di spicco anche a livello statistico non in una partita qualsiasi.

Detto ciò ovviamente questo è un parere personale argomentato da una serie di provocazioni che sono mirate a far riflettere sul concetto di superstar.

E tu, cosa ne pensi? Cosa è per te una superstar?

 

È tutta una questione di soldi: i 5 Paperoni della NBA

I soldi non fanno la felicità, figuriamoci la miseria“, cosi recita un noto proverbio popolare. Lo sanno bene gli atleti professionisti che a prescindere dallo sport di loro competenza guadagnano cifre da capogiro fra stipendi e sponsor. Tuttavia gli Sportman più ricchi al mondo potrebbero non corrispondere totalmente con quelli più conosciuti. Tra i più pagati del 2018 si riscontrano numerose sorprese in testa alla classifica mentre alcuni degli atleti più famosi non rientrano nella top five. Roger Federer, per esempio, si classifica al settimo posto nonostante sia acclamato come il miglior tennista di sempre. Gli sportivi più pagati sono ovviamente i calciatori: ben 3 esponenti occupano le zone alte della classifica (Lionel Messi, Cristiano Ronaldo e Neymar). A guardare tutti dall’alto è però un pugile di 41 anni con all’attivo 50 vittorie e 0 sconfitte. Parliamo ovviamente Floyd Mayweather che ha incassato in un anno 242 milioni di dollari. E la NBA? Quanto guadagnano i giocatori che militano nella lega di basket più famosa del mondo? Andiamo ad analizzare quelli che sono i 5 Paperon de Paperoni della pallacanestro.

Blake Griffin

Salary: 31.8 milioni di dollari.

Carrer Stats: 21.9 punti, 9.2 rimbalzi e 4.4 assist.

Fosse più continuo e meno sgarbato varrebbe ogni centesimo riportato sul suo contratto. Griffin è un’ala forte fisicamente possente, abile nel gioco in post e amante delle schiacciate con le quali chiude la maggior parte dei suoi 1 vs 1. Negli ultimi anni è anche esponenzialmente migliorato nel computo degli assist e nel tiro dalla lunga distanza (38% in questa stagione). A volte però scende in campo svogliato e nervoso, attacca briga con tutti, sia avversari che compagni; alterna performance opache a partite in cui chiude in tripla doppia con oltre 30 punti segnati. I Clippers, consapevoli della sua poca leadership, lo hanno spedito a Detroit alla prima occasione ricevendo in cambio Avery Bradley, Tobias Harris e Boban Marjanovic. Il suo contratto scadrà al termine della regular season, sta a lui ora dimostrare in questi mesi che gli rimangono di che pasta è fatto.

LeBron James

Salary: 35.6 milioni di dollari

Carrer Stats: 27.2 punti, 7.4 rimbalzi e 7.2 assist

LeBron è il miglior giocatore della lega, detentore di molti record storici ma è “solo” quarto nella classifica dei Paperoni NBA, in virtù del quinquennale siglato in estate con i Lakers. All’età di 34 anni, il Re si è messo a capo di una squadra di ragazzi giovani (Ball, Hart, Ingram e Kuzma) accompagnata da un nucleo di veterani (Stephenson, Rondo, McGee e Beasley) con cui spera di tornare a competere per le Finals quanto prima. Attualmente i Los Angeles Lakers occupano il quarto posto della Western Conference e James sta giocando la miglior stagione della carriera se comparata con il minutaggio che gli viene concesso, appena 30 minuti a partita. Il prossimo anno la dirigenza giallo-viola disporrà del più alto spazio salariale della NBA, il fascino “reale” di Los Angeles potrebbe portare in dote i pezzi grossi della free agency.

LeBron James non poteva che essere tra i Paperoni della NBA
LeBron James non poteva che essere tra i Paperoni della NBA

Chris Paul

Salary: 35.6 milioni di dollari

Carrer Stats: 18.6 punti, 4.5 rimbalzi e 9.7 assist.

Tanto talentuoso quanto sfortunato. Il feeling tra Paul e la fortuna non è mai stato idilliaco, come testimoniano i tanti infortuni subiti in carriera e nei momenti cruciali della stagione. L’ultimo, occorso nella gara contro gli Heat, lo terrà ai box per qualche mese. In estate ha firmato un ricco contratto con i Rockets con cui è diventato il terzo giocatore più pagato della NBA. Malgrado sia considerato uno dei migliori playmaker della lega, dominante in cabina di regia quanto nella metà campo offensiva, la sua propensione agli infortuni avrebbe dovuto far tentennare la franchigia di Houston: ora con il salary cap intasato, il G.M Morley avrà pochissimo margine di manovra nella prossima Free Agency, a meno di improvvise e “pericolose” trade.

Russell Westbrook

Salary: 35.7 milioni di dollari

Carrer Stats: 22.9 punti, 6.8 rimbalzi e 8.2 assist

Amato e allo stesso tempo detestato, Russell Westbrook rimane un giocatore straordinario, un all-around player con una cattiveria agonistica e un atletismo superiori agli altri playmaker. La scelta di rimanere a Oklahoma dopo l’addio di Durant ha ridotto le sue chance di vittoria (anche se con questo Paul George mai dire mai…), ma almeno ha pagato sul piano economico: lo scorso settembre ha firmato un rinnovo faraonico da 205 milioni complessivi che lo legherà ai Thunder fino al 2023. Ha sempre diviso l’opinione pubblica per il suo modo di giocare e per la sua personalità, a detta di molti egoista e arrogante, tanto da essersi inimicato perfino i compagni di squadra. Il giocatore più discusso della lega, ma anche il secondo più pagato.

Stephen Curry

Salary: 37.5 milioni di dollari

Carrer Stats: 23.3 punti, 4.5 rimbalzi e 6.7 assist

3 titoli NBA negli ultimi 4 anni, 2 MVP di cui uno assegnatogli all’unanimità, record di triple segnate in regular season e uno dei pochi eletti capace di chiudere una stagione con il 50% dal campo, 40% da tre e 90% ai liberi. Bastano questi numeri per giustificare il ricco stipendio che percepisce Steph Curry, il Paperon de’ Paperoni della NBA. Il figlio di Dell è il motore di Golden State, il fondamento su cui poggia una delle squadre più forti di sempre. Nell’era Kerr i Warriros hanno finora totalizzato il record 265-50 con Curry in campo, 23-20 senza. A dimostrazione del fatto che c’è solo un uomo al comando della Baia.

Il re dei Paperoni NBA altri non è che il miglior tiratore di sempre: Stephen Curry
Il re dei Paperoni NBA altri non è che il miglior tiratore di sempre: Stephen Curry

 

Porzingis a Dallas: chi ha vinto la trade tra Mavs e Knicks?

Porzingis Dallas

La prima, profonda scossa nell’immobilismo del mercato NBA arriva sull’asse New York-Dallas. Kristaps Porzingis è stato speditoai Dallas Mavericks di Luka Doncic insieme a Tim Hardaway Jr., Trey Burke e Courtney Lee. Ai Knicks vanno invece Dennis Smith Jr., DeAndre Jordan e Wesley Matthews, oltre a due prime scelte future.

New York si è liberata dei terribili contratti di due giocatori non più nei piani della dirigenza: per Hardaway si tratta di 18 milioni di dollari il prossimo anno e 19 nella stagione 2020/2021; per Lee, fuori dalle rotazioni a New York, altri 12 milioni da percepire nella prossima stagione. Sono evidentemente due tra i peggiori contratti NBA, anche se Hardaway Jr. potrebbe migliorare la sua efficienza in un contesto più organizzato dei Knicks attuali.

Per liberarsi di questi due contratti, New York ha dovuto cedere il suo miglior giocatore, Porzingis, fermo dallo scorso anno dopo la rottura del legamento del ginocchio sinistro. In cambio, ha ricevuto una giovane guardia in Dennis Smith Jr., che fu passato al Draft 2017 in favore di Frank Ntilikina. Oltre a Dennis Smith Jr., i Knicks ottengono i contratti in scadenza di DeAndre Jordan e Wesley Matthews. Presumibilmente entrambi saranno tagliati e lasciati liberi di firmare con altre squadre.

A un primo sguardo, la reazione di un tifoso Dallas a questa trade dovrebbe essere simile a questa:

Mark Cuban, proprietario di Dallas, mostra i muscoli.

La prospettiva del tifoso medio Knicks viene assunta invece in maniera eloquente da Joel Embiid, stella dei 76ers:

Andiamo ora ad analizzare più nel dettaglio questo scambio, per scoprire se le prime impressioni siano corrette.

DALLAS MAVERICKS: UNA NUOVA DINASTIA?

Luka Doncic e Kristaps Porzingis si sfidarono durante gli Europei 2017, e si troveranno ora a indossare la stessa divisa. Agli Europei, prevalse la Slovenia di Doncic (27 con 9 rimbalzi), nonostante un Porzingis stellare ma gravato di problemi di falli (34+6).

Fu una delle partite più entusiasmanti del torneo. Porzingis e Doncic sfoderarono grandiose prestazioni.

Doncic e Porzingis si salutano dopo la recente sfida tra Dallas e New York.

A Dallas, i due dovranno coesistere in campo, verosimilmente a partire dalla prossima stagione, data la lungodegenza di Porzingis. Un asse potenzialmente letale quello messo nelle mani di coach Carlisle: se Doncic sta dimostrando di essere già una stella NBA, andando oltre ogni più rosea aspettativa, Porzingis è un essere sovrannaturale anche in una lega come la NBA. Il lettone è un lungo di 2 metri e 20 abbondanti, capace di segnare da qualsiasi posizione, combinando precisione dal perimetro a potenza e tecnica nel pitturato. Un giocatore più unico che raro, un Unicorn, come viene soprannominato oltre oceano. Ci si dimentica di quanto fosse forte il lettone prima dell’infortunio al ginocchio: forse il terzo lungo più forte della lega insieme a Embiid e Davis. L’incognita rimane ovviamente la ripresa della piena forma fisica dopo un infortunio devastante come quello subito da Porzingis. Nessuno può avere una risposta certa a questo punto interrogativo, se non forse i medici che lo stanno seguendo nel percorso di riabilitazione.

La NBA moderna è dominata dai giochi a due tra i migliori giocatori di ogni squadra. Un talento completo come Doncic potrebbe diventare inarrestabile qualora accompagnato da un lungo dalla doppia dimensione come Porzingis. Fin troppo semplice per un giocatore dalla visione di Doncic penetrare nel cuore dell’area per cercare uno scarico verso il lunghissimo Porzingis, non arginabile in avvicinamento e temibile dalla media distanza.

IL PROBLEMA DEL RINNOVO

La trade che ha portato Porzingis a Dallas nasconde però alcune insidie. Il lungo lettone vedrà terminare il suo contratto da rookie in estate e diventerà restricted free agent. Pare tuttavia che Porzingis valuti l’ipotesi di firmare la qualifying offer (un’estensione del contratto da rookie che le squadre possono proporre ai giocatori per renderli restricted).

Qualora firmata, questa clausola consentirebbe a Porzingis di rimanere un altro anno a Dallas, divenendo però unrestricted free agent nel 2020. Il lettone diventerebbe così pieno padrone del proprio destino e in grado di firmare liberamente per qualsiasi squadra.

Un’ipotesi decisamente poco gradevole per Mark Cuban e la dirigenza Dallas. Bisognerà attendere la prossima estate per avere sviluppi sulla vicenda. Dallas offrirà ovviamente un super rinnovo a Porzingis, confidando nel suo rientro in piena forma dopo l’infortunio. Rimane da capire se Luka Doncic e Dirk Nowitzki (alla sua ultima stagione?) riusciranno a convincere Porzingis a rimanere a Dallas a lungo termine.

NEW YORK KNICKS: LA RINASCITA IN FREE AGENCY

Analizziamo ora la trade dalla prospettiva dei Knicks. Per comprendere il significato di questo scambio, è fondamentale notare che Porzingis non era più per New York ciò che può diventare per Dallas. Mi spiego meglio. L’amore tra il lettone e i Knicks non è mai sbocciato definitivamente, tra i primi fischi nella notte del Draft, i malintesi con la dirigenza e la volontà dei Knicks di tankare per puntare al Draft 2019. Si dice che la dirigenza spingesse per non farlo tornare in questa stagione per non vincere troppe partite e inficiare le chance di prima scelta. Porzingis avrebbe invece voluto giocare per riprendersi più rapidamente dall’infortunio.

Porzingis commenta così misteriosamente la trade.

Per i Knicks, il valore di Porzingis era decisamente più basso rispetto a quello che assume ora per Dallas. Il rinnovo del lettone era tutt’altro che certo, alto invece il rischio di perderlo per nulla nel 2020. Con questa prospettiva bisogna analizzare la mossa della dirigenza di New York, che si è liberata di due contratti scomodi accumulando asset per il futuro.

Le scelte di Dallas potrebbero essere alte, se Porzingis tornasse dall’infortunio forte come prima, ma anche in lottery, se il lettone non si ristabilisse completamente o addirittura non rifirmasse con Dallas. Per quanto riguarda la stagione attuale, liberarsi di Tim Hardaway Jr. significa privarsi dell’unico giocatore che potesse portare qualche vittoria di troppo a New York. Matthews e Jordan saranno molto probabilmente tagliati. Con pochissime possibilità di vittoria, incrementano le percentuali di una prima scelta al Draft 2019, che potrebbe portare al Madison Square Garden Zion Williamson.

Williamson sulla possibilità di andare ai Knicks.

Zion Williamson sembra il prototipo di giocatore capace di esaltarsi in un ambiente come quello di New York, oltre che un elemento su cui fondare i successi futuri.

LA FREE AGENCY 2019

New York libera tantissimo spazio salariale per dare l’assalto a un grosso free agent in estate. La trade Porzingis potrà quindi essere giudicata in tutte le sue sfaccettature all’inizio della prossima stagione. I Knicks offriranno il contratto al massimo salariale a Kevin Durant e/o a Kyrie Irving. Tuttavia, i Knicks avranno un roster privo di qualsiasi attrattiva per chiunque voglia vincere subito, in quanto Dennis Smith Jr., Kevin Knox, Robinson e Ntilikina non sembrano pronti per competere ad altissimo livello. L’unica possibilità di competere subito si presenterebbe solo se i free agent firmati fossero due e di altissimo livello, come appunto Irving e Durant.

I free agent più corteggiati potrebbero però scegliere altre squadre più pronte all’assalto al titolo. In quel caso, i Knicks dovranno ripiegare su seconde scelte come Butler, Kemba Walker o Tobias Harris. Tutti ottimi giocatori, ma non trascinatori tali da poter trasformare i giovani Knicks in una contender. Strapagare una coppia come Walker-Harris significherebbe condannarsi ad anni di playoff senza grandi chanche di raggiungere le Finals.

Concludendo, i Knicks si sono liberati di contratti terribili cedendo un giocatore ormai in rotta con la franchigia. Il cap vuoto dovrà però essere utilizzato nel modo corretto, e solo dopo l’estate si potrà dare un voto alla dirigenza di New York.

Super Bowl LIII: taste the feeling

Super Bowl LIII

A cura di Daniele Maggio e Luigi Ercolani

Dall’area metropolitana di Boston alla istrionica Los Angeles. L’asse si surriscalda, come ai tempi dei duelli alle NBA Finals tra Celtics e Lakers, protagonisti di una rivalità tra poli diametralmente opposti. In questa occasione però la palla non è a spicchi, ma ovale, e l’ultimo atto stagionale non si gioca al meglio delle sette, è una gara secca. Anzi, più che una gara: una battaglia, uno spettacolo tra chi è ormai abituato a certi palcoscenici e chi ci ritorna dopo tanto tanto tempo. La solida garanzia, la certezza indissolubile e la capacità di adattarsi col passare del tempo. La vivacità, la freschezza, l’entusiasmo. Ingredienti di un mix dalle mille sfaccettature, dai tanti sapori. Gli ingredienti per una partita coi fiocchi. Ingredienti tipici di una famosissima bevanda spumeggiante e dal sapore dolce, il cui stabilimento si trova proprio ad Atlanta, teatro del big match. Per qualcuno, c’è da dire, il retrogusto sarà amaro… Tagliamo corto: il Super Bowl LIII, Patriots vs Rams.

 

QUI PATRIOTS

Bill Belichick per il sesto. Non sarebbe neanche così tanto strano, per uno che potrebbe essere serenamente definito come il miglior allenatore che abbia calcato un campo NFL. Entusiasmo da fan? Mica tanto. Non è solo questione sul periodo temporale che il coach nativo di Nashville sta trascorrendo in vetta. Anzi, quella è la conseguenza. La causa è il suo talento nel comprendere come posizionare gli uomini in campo e cosa fargli fare perché rendano al meglio. Non è un mago della difesa o dell’attacco, perché in diciotto anni si sono visti Patriots mordaci nella propria metà campo ed efficaci in quella altrui.

Ha una capacità di intuizione quasi luciferina di profilare il giocatore e inserirlo in un contesto di squadra che ne esalti i pregi e ne nasconda i difetti. Sembra facile farlo per uno, ma provate a impostare un sistema così per ventidue gli uomini in campo e vedrete che le cose cambiano. Giusto per essere chiari: Tom Brady quando è arrivato in NFL uno dei più talentuosi quarterback in circolazione, e neanche lo è diventato con il tempo. Bill Belichick però ne ha analizzato le caratteristiche, lo ha fatto lavorare sui suoi pregi fino a farli diventare veri e propri punti di forza, che potremmo sintetizzare in un lancio pulito e una velocità continua anche per l’età che ha. Invito: diffidate di chi dice che la velocità non si allena. Si allena, si allena eccome, prova ne sia che alcuni studi recenti dimostrano che Brady è più veloce ora di quanto fosse al college. Il suo stesso head coach l’anno passato ammise che non era un grande atleta naturale, ma che fosse un giocatore di football intelligente e istintivo.

Quando Brady ha spazio e tempo di agire, i Patriots conquistano terreno facilmente.

TB12 però è solo la punta dell’iceberg di un sistema. L’ultimo della nidiata in questo senso è Sony Michel. Il running back di Georgia l’anno passato era un running back aggressivo e bruciante, ma la cui energia paradossalmente a volte era un problema, e che aveva difficoltà negli spostamenti laterali. La differenza con la solidità di rendimento che ha raggiunto quest’anno la deve soprattutto al suo capo allenatore. Per fare una differenza con due grandi del passato, quelli che a dire il vero hanno segnato la professione, Vince Lombardi era uno stratega e Tom Landry un generale, ed entrambi sono legati a un’epoca di maggiori rischi in campo (si giocava con una scodella in campa, ricordiamolo) e minori pressioni fuori. Bill Belichick invece è un funzionalista in un’epoca in cui la NFL è più sicura, ma anche la prima lega professionistica al mondo per entrate. Stiamo temporeggiando, perché la realtà è che non vorremmo rispondere alla domanda che attanaglia i lettori e che (teoricamente) di una preview dovrebbe essere il cuore: che Super Bowl giocheranno i Patriots? La risposta è: non è dato saperlo, almeno fino a domenica quando verrà effettivamente giocato.

Non è per fare i fenomeni, ma semplicemente perché il Super Bowl LII vide una prima parte tutta con schemi eseguiti raramente da New England e Philadelphia, ivi compresi dei trick play. Nella stagione finora disputata il punto di forza dei finalisti del 2018 è stata la linea d’attacco in grado di proteggere Brady (e Rob Gronkoswki come lineman aggiunto), White e la sua bravura nel chiudere i down, e James Develin a sparigliare il mazzo, oltre al già citato Michel.

Fino a domenica, però, sono tutte ipotesi. Con una sola certezza: che Bill Belichick il funzionalista ha già pianificato il pianificabile. Per festeggiare una sesta volta.

 

QUI RAMS

Dove eravamo rimasti? Ah sì, l’infinito dibattito dell’opinione pubblica sulla mancata chiamata dell’interferenza tra Robey-Coleman e Lewis nel Championship game coi Saints.  Un errore grosso, che ha inciso sulla gara in maniera concreta. Ma che a conti fatti ha messo in secondo piano la bontà del percorso fatto dai ragazzi di Sean McVay in questa stagione. Record di 13-3 con una streak di 8 vittorie consecutive iniziali, il divisional round passato contro i Cowboys e il pass per il Super Bowl strappato a Drew Brees e compagnia cantante. I californiani sono stati plasmati a immagine e somiglianza del proprio giovane head coach: sbarazzini e disinvolti, sfrontati e non di certo introversi (per usare un termine romanzato e dire conservatori).

I Rams predicano un football a trazione anteriore, dove il playbook offensivo è ricchissimo di schemi. Jared Goff è il ragazzotto a cui è affidata la regia: al quarterback non dovranno tremare le gambe, e soprattutto dovrà mostrare di reggere la pressione come il collega più anziano ed esperto fa da secoli. Assistito dalla linea offensiva, Goff dovrà decidere in fretta il da farsi e innescare la batteria dei ricevitori lì in profondità o sulle corsie esterne dove i Patriots possono soffrire. Questo perchè i Pats hanno pronto un bel trattamento nei suoi confronti, come quello riservato a Patrick Mahomes nell’AFC Championship game (sackato 4 volte). Sulla farsa riga dei Rams del ‘greatest show on surf‘, i californiani possono disporre di tante frecce al proprio arco per poter far male agli avversari: una di queste è rappresentata dalle rapide e taglienti corse che hanno visto finora protagonisti Todd Gurley II e C.J. Anderson. Il primo è un giovincello straripante ed esplosivo, il suo saper svariare ed e seminare gli avversari lo rendono un’arma versatile e imprevedibile (all’occorrenza può fungere da ricevitore); il secondo sta emergendo in questa postseason, dimostrandosi granitico nel compiere traiettorie dritte e a ritmo cadenzato. Anderson è smaliziato, esperto: basta ricordare che un Super Bowl lui l’hai vinto (il cinquantesimo), coi Denver Broncos.

I Rams corrono, corrono tanto.

Già, proprio quei Broncos che potevano usufruire anche dell’aiuto del defensive coordinator Wade Philipps, oggi a Los Angeles. Il santone ha rattoppato la retroguardia come si deve, dato le giuste indicazioni finora risultate vincenti. Cattiveria, aggressività, potenza. Bisogna dire che Philipps ha messo assieme i pezzi di un puzzle arrivati da una offseason proficuaNdamukong Suh (nose tackle) e il possente Aaron Donald (defensive tackle) sono i pilastri del castello eretto dal nativo di Orange, che può contare anche sui cornerback Marcus Peters e Aqib Talib, padroni di una secondary che spesso balbetta un po’. Per questo la prima linea dovrà sbattersi dall’inizio alla fine, chiudere i varchi per le corse e non lasciare respiro alla creatività di Brady. Praticamente la devono buttare sull’intensità, cercare di non far pensare troppo i Pats, duttili quanto estremamente furbi e camaleontici.

Diciassette anni fa i Rams, che avevano sede a Saint Louis, persero da favoriti contro gli allora emergenti Patriots, trascinati da un Brady che iniziò la sua scalata. Fu una sorta di passaggio di consegne: la storia, a volte, si ripete…

 

SUPER BOWL LIII: CHE PARTITA ASPETTARCI?

L’esperienza e la capacità di leggere e cambiare le partite peseranno eccome sulla contesa. Belichick può costringere McVay a variare il proprio gameplan perchè i fattori in ballo sono tanti, troppi. Uno di questi di sicuro sarà la battaglia tra la offensive line di New England e la linea difensiva dei Rams: il lavoro sporco per proteggere Brady è sempre attento e costante, per non parlare del fatto che si riesce facilmente ad agevolare il rushing game di Mitchell. In tal senso Suh sarà importante per stoppare ogni velleità, e agevolare i blitz. Occhio alla variabile Gronkowski, devastante in fase di ricezione e utile per portare i blocchi ai compagni; difficile che il tight end venga marcato a uomo, almeno inizialmente.

L’equilibrio è sottile, dipenderà dal ritmo in cui verrà incanalata la gara: se i Rams difendono in maniera thrilling e riescono a macinare yard come sanno fare, i Pats avranno poco tempo per pensare. Ma del resto, con la vecchia volpe Bill e il baluardo Tom la magata è sempre dietro l’angolo. Vincerà, forse, chi riuscirà a sorprendere la controparte, ad uscire l’asso nel momento topico.

From The Corner #32: In pacem di Dennis Smith Jr.

Dennis Smith Jr.-knicks

Lo disse, il Micione, me lo ricordo bene, vestiva la maglia vinaccia ma la bocca inviperita colpiva quello che ha fatto la recentissima storia, sedendo sul pino, dei gialloviola, per i quali, magari non lo avessimo appreso, sono i suoi colori attuali infortunio permettendo: Dennis Smith Jr. si parliamo di lui.

Ovviamente la freccia era rivolta a Phil Jackson, in un mashup che piace tra cui la NBA, Beautiful e soap opera assortite (senza tralasciare le storie parallele tipo MJ, Phil Jackson, Magic ecc. ci siete? ecco, piano corretto). Disse bene e rotondo: “I Knicks hanno sbagliato a non prendere Dennis Smith Jr.” e chi non lo scelse fu proprio il fantasma del baffo che mediava tra Shaq e Kobe ad inizio millennio.

Pace col Karma fatta, NY-Dennis Smith Jr.

Che poi, a dire ancor di più la verità, si sapeva che a Kristaps non piacesse l’ambiente della Grande Mela. Non che ci sia qualcuno a cui piaccia davvero, e non solo nel basket, vedi Giants e Jets di quelli del Super Bowl. Ma addirittura stupirsi per la trade appena strutta lo trovo un po’ ipocrita, con tutto il rispetto parlando.
Ed il dispiacere diventa ancora più grande quando vedi che contropartita ha ottenuto NY, la quale le ha permesso di redimersi dopo le parole di LeBron cui sopra: Dennis Smith Jr., infatti, è un nuovo Knickerbocker e mentre il mondo si sta entusiasmando e galvanizzando (e ne hanno ben donde, s’intende) per l’imminente coppia Doncic-Porzingis, io non riesco a pattinare via dal pensiero del povero Dennis.
Si la stagione è statisticamente peggiore alla scorsa, quando ebbe la cupidigia di avere quasi tutti i palloni in mano, tanto da inserirlo nella parte seria dei discorsi riguardanti il ROY. E forse la problematica principale è che semplicemente non ha ancora fatto quella esplosione che ci si aspettava da lui. Ma a dire la verità ci sarebbe da considerare qualche guaio fisico patito durante la stagione in corso ed un ancora non facile assestamento insieme al suo (ormai) ex compagno sloveno. Insomma, il talento tecnico, fisico ed intellettuale c’è, bastava solo un po’ di fiducia in più, cosa che a Dallas potevano pure concedere data la non impellenza di classifica. Dite che è meglio avere Porzingis in quel contesto? Solo perchè c’era Nowitzki, vi rispondo io (dato che ormai ha preso la via del mare da un paio d’anni).

Si apre comunque un capitolo nuovo per il Dennis da tripla doppia proprio contro i Knicks, durante la sua ultima uscita. Un capitolo che spero per lui possa trovare la via verso le stelle che merita e che può percorrere. A New York trova una prateria inesplorata che può sorprendersi ancora di più per le sue prodezze in campo e dove può sentire ancora di più la maglia attaccata sulla pelle. E poi giochi pur sempre al Madison, cosa che non butterei mai via…

Ah, piccola deviazione: ora c’è DeAndre a proteggere il ferro, Zion può arrivare tranquillamente.

Lakers, ora Lebron ci dimostri quanto vale

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Ora Lebron ci dimostri quanto vale, si parte da qui per l’approfondimento sui Lakers della settimana. Ieri notte coi Suns dovrebbe essere stata l’ultima partita senza Lebron James, il pluri mvp si è regolarmente allenato ieri e ieri è stato fuori dalla gara solo per via cautelativa.

 

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LeBron si riprende i suoi Lakers

I Lakers senza di lui si sono trovati in estrema difficoltà, solo sei vittorie su sedici partite giocate e problemi di tutti i tipi. Il caso Walton che non accenna a spegnersi, ormai è chiaro che Jeanie Buss ha imposto il suo veto sull’esonero anche se Lebron e non solo, ha chiesto un cambio immediato. Gli infortuni che continuano a vessare la squadra purple-gold, Ball ne avrà per un paio di settimane almeno e ultimo della lista Kuzma con problemi all’anca.

Tutto questo mentre impazzano le voci di trade praticamente di chiunque, nessuno è incedibile, tutti sul mercato. Un caos totale che sta portando la barca dei Lakers fuori dal mare dei Playoff. La gara contro i Suns era da vincere e non è stata dura quanto ci si aspettava senza stelle salvo la speranza di Ingram o di Rondo. Da ora in poi quindi non ci resta che appigliarci al Re, il suo ritorno è fondamentale per tornare a credere ai Playoff.

E’ vero manca ancora molto, i giochi sono aperti, ma se i Clippers dovessero allungare troppo (in settimana sarà di scena il derby) poi le cose potrebbero decisamente complicarsi. Detto di Walton che sembra saldo al comando, ci saranno dei movimenti di mercato, minori o enormi non possiamo saperlo. Quel che è certo che è arrivato il momento di fare sul serio non si può più sbagliare, troppe sconfitte evitabili, sarebbe un miracolo sopravvivere alla partita si questa notte. Front office quindi pronto per potenziare la squadra, che ha chiaramente bisogno di nuova linfa, per tornare competitiva. Non ci resta che aspettare la trade deadline fiduciosi, con un Lebron in più, che ora più che mai deve allacciarsi le scarpe e caricarsi di nuovo tutti sulle spalle. Non sarà una Cleveland 2.0 ci aveva detto Magic ad inizio stagione…. Speriamo lo sia, diciamo noi altrimenti saremo ancora fuori dai Playoff per l’ennesima volta.

Di questo ed altro abbiamo parlato nel nostro podcast, con tutte le operazioni di mercato presunte e no, trattate nei minimi dettagli, buon ascolto

 

Rinforzi low cost per le contender: i tagli NBA. Le possibili occasioni per le contende

La trade deadline si avvicina e le squadre NBA preparano le ultime mosse di mercato in vista della post-season. I rinforzi possono arrivare non solo grazie alle trade, che richiedono risorse spendibili come scelte o giovani promettenti. In alcuni casi, le contender possono rinforzarsi firmando giocatori tagliati da squadre non più in corsa per i playoff. Spesso le dirigenze decidono di accordarsi con giocatori indesiderati per risparmiare qualche dollaro e consentire ai giocatori di continuare a competere. Una win- win situation per giocatori e dirigenze. Talvolta, i tagli sono dovuti alla necessità di perdere più partite possibili per puntare a scelte alte al draft. Veterani capaci di portare alcune vittorie diventano così paradossalmente dannosi, e possono essere tagliati. Le contender o squadre in corsa per un piazzamento nella griglia playoff tentano di afferrare tali occasioni usando lo spazio libero a cap (eventualità rara) o firmando i veterani al minimo salariale.

Elenchiamo qui alcuni dei possibili tagli che potrebbero costituire rinforzi validi per le squadre da playoff.

JR SMITH, CLEVELAND CAVALIERS

JR SMITH

La guardia dei Cavs è uno dei giocatori più controversi del panorama NBA. Detestato da molti fan, è calato decisamente durante lo scorso anno, ma resta un veterano che può vantare numerosissime apparizioni alle Finals, al fianco di LeBron. JR Smith è spesso stato sguinzagliato su formidabili attaccanti come Durant o DeRozan, non offrendo un contributo costante ma finendo per essere imprescindibile nella squadra di James. Se avesse ancora voglia di competere, la sua difesa e la sua capacità dall’arco (altalenante, certo, ma pur sempre rispettabile) potrebbero aiutare diverse squadre. Smith è l’unico giocatore del nostro elenco ad avere contratto anche per la prossima stagione: bisognerà capire se Cleveland sia disposta a tagliare un giocatore che si troverebbe a cap ancora a lungo.

Possibili destinazioni: Houston Rockets, Los Angeles Lakers, Philadelphia 76ers.

ROBIN LOPEZ, CHICAGO BULLS

Robin Lopez.

 

Il centro dei Bulls potrebbe rivelarsi una delle migliori aggiunte se fosse tagliato dalla franchigia di Chicago. Per ora, il front office si è detto scettico su tale possibilità, ma dopo la deadline tenere a roster un Lopez in scadenza non avrebbe molto senso. I Bulls devono infatti liberare spazio per Wendell Carter Jr., Bobby Portis e dare un senso al terribile contratto di Felicio.

Lopez è un obiettivo noto dei Golden State Warriors, ma potrebbe anche romanticamente tornare al fianco di LaMarcus Aldridge o dare respiro a Joel Embiid.

Possibili destinazioni: Golden State Warriors, San Antonio Spurs, Philadelphia 76ers.

JABARI PARKER, CHICAGO BULLS

Jabari Parker.

L’ex seconda scelta al Draft dei Milwaukee Bucks è stata una delle grandi scommesse della dirigenza di Chicago. Dopo il chiaro fallimento della prima parte di stagione e la sicura declinazione della team option estiva, i Bulls potrebbero optare per tagliare Parker consentendogli di firmare con altre squadre.

Anche in questo caso, c’è la suggestione romantica che porta a Milwaukee, che pare però poco probabile: non idilliaco il rapporto tra giocatore e dirigenza.

Possibili destinazioni: Milwaukee Bucks, Brooklyn Nets, Utah Jazz.

ENES KANTER, NEW YORK KNICKS

Enes Kanter
Enes Kanter.

Anche Kanter potrebbe essere uno dei grandi bersagli delle contender in caso di taglio. Le sue lacune in difesa sono note, ma la sua propensione a rimbalzo (soprattutto offensivo) e la voglia di competere dopo il periodo buio a New York potrebbero renderlo una scommessa vincente.

Ancora una volta ci facciamo prendere dalla nostalgia: potrebbero ricostituirsi le Twin Towers Adams-Kanter a Oklahoma? Il rapporto con il leader Westbrook e gli ex compagni sembra essere idilliaco; l’arma del doppio lungo aveva fatto male perfino a Golden State nella serie (persa) del 2016.

I Sacramento Kings si sono interessati al centro turco. Piuttosto che spendere asset per acquisirlo via trade, potrebbero attendere un eventuale taglio, rischiando però di vederlo scegliere altre squadre.

Probabili destinazioni: Oklahoma City Thunder, Los Angeles Clippers, Sacramento Kings

JEREMY LIN, ATLANTA HAWKS

Jeremy Lin in azione.

Lin sembra uno dei giocatori più ambiti sul mercato in questo momento. L’ex stella Knicks si è ormai riciclata come play di riserva, un ruolo fondamentale da coprire per qualsiasi squadra punti in alto ai playoffs. Sacramento sembra la squadra più interessata, ma anche in questo caso Vlade Divac potrebbe scegliere di rischiare, offrendo a Lin più soldi (i Kings sono una delle pochissime squadre con spazio a cap) e la certezza di avere un ruolo nelle rotazioni fino a fine anno. D’altro canto, Lin potrebbe preferire firmare al minimo con una squadra con reali chances in postseason.

Possibili destinazioni: Sacramento Kings, Indiana Pacers, New Orleans Pelicans, Miami Heat

DEWAYNE DEDMON, ATLANTA HAWKS

Dewayne Dedmon

In casa Hawks potrebbe esserci una svendita dei pochi veterani in squadra. Dedmon ha già esperienza ai playoff con la maglia degli Spurs e garantirebbe presenza sotto canestro e grinta a chiunque voglia puntare su di lui. Il suo contratto è decisamente favorevole per una trade, e alte sono le chances che si muova prima della deadline. In caso contrario, potrebbe anch’egli diventare un prezioso cambio di Embiid o tornare sotto la guida di Popovich.

Possibili destinazioni: Philadelphia 76ers, San Antonio Spurs, Houston Rockets

CARMELO ANTHONY, CHICAGO BULLS

Melo-lebron
LeBron James e Carmelo Anthony.

Anthony è stato recentemente tradato ai Bulls dopo la brevissima e sfortunata esperienza a Houston. Chicago lo taglierà immediatamente, consentendogli di firmare altrove. Molto probabilmente Carmelo Anthony potrà raggiungere LeBron ai Lakers, oppure lanciarsi in una sfida più accattivante, in una squadra che abbia un posto in rotazione per lui. Difficile che questo accada: Anthony vorrà tentare un ultimo sussulto in carriera e chi più di James può dare garanzie di successo ai playoff?

Possibili destinazioni: Los Angeles Lakers, Portland Trail Blazers, Miami Heat

Pelicans tanti giocatori con il futuro incerto che dipendono da Anthony Davis

LeBron James-Anthony Davis il possibile duo Anti-Warriors?

I New Orleans Pelicans devono ripartire da zero o possono contare ancora su Anthony Davis per il futuro? il destino della franchigia di New Orleans dipende certamente dalla scelta del monociglio che in caso di addio a New Orleans porterebbe un vero terremoto. In due sensi, ovviamente: andrebbe a spostare il suo peso sotto canestro in una delle franchigie con più storia e più possibilità di vincere rispetto ai Pelicans, modificando gli equilibri della lega ed al tempo stesso distruggerebbe le ambizioni di NOLA nel vincere.

Anthony Davis futuro nel mistero?

Anthony Davis è un centro tra i più dominanti in assoluto ed è ancora giovanissimo. Nonostante questo già viene considerato tra i primi 5-6 giocatori della lega. Unico problema del ragazzo è quello relativo agli infortuni che lo hanno spesso costretto negli ultimi anni a saltare diverse partite. Dalla sua parte però c’è da dire che nelle ultime stagioni sembra essere superato il pericolo di diventare un giocatore injury prone, ovvero sempre destinato ad infortunarsi e mai completamente sano.

Anthony Davis è il punto di diamante di una squadra che fatica a decollare e che sta trovando diverse difficoltà nell’ultimo periodo non solo sotto il punto di vista fisico ma soprattutto sotto il punto di vista del gioco e della continuità di risultati.

E’ inoltre notizia di qualche settimana fa la possibilità che New Orleans non voglia far partire in estate Anthony Davis e farà di tutto per tenerlo dalla propria parte. Dall’altro lato però ha parlato anche AD della sua situazione: il monociglio ha scosso l’ambiente di NOLA dopo le sue dichiarazioni riguardanti il futuro. Nulla di certo è stato ancora svelato ma il monociglio ha detto che valuterà sì la questione economica e ma soprattutto le possibilità di aprire una dinastia e di cercare di vincere l’anello cosa che a New Orleans sembra essere praticamente impossibile.

Se consideriamo poi che New Orleans potrebbe restare anche fuori dai play-off la situazione diventa ancora più grave del previsto. Anthony Davis allora potrebbe partire andando a rinforzare attraverso una trade squadre come Los Angeles che vogliono un centro dominante ed affiancare una stella a LeBron James oppure i Boston Celtics altra squadra con una grande storia e tradizione che vuole inserire l’ultimo tassello per provare a migliorare ulteriormente un roster già molto competitivo e ricco di talento.

infortunio anthony davis

L’effetto domino a New Orleans

Ecco allora che se dovesse partire Anthony Davis potrebbe esserci un effetto domino sulla franchigia di New Orleans. A quel punto sarebbe giusto ripartire propriamente da zero e magari ricostruire una franchigia partendo dal draft e da giocatori come Julius Randle ma non sono. Chi potrebbe partire in caso di mancato accordo con Anthony Davis?

Gli indiziati sono due e sono giocatori che potrebbero fare le fortune delle squadre in cui si troverebbero a giocare in caso di scambio o di firma durante la free agency.

Il primo è sicuramente più importante dei due è Holiday, un ottimo difensore ed un grande attaccante che sta però facendo meno bene rispetto alla scorsa stagione egli ultimi play-off in cui è stato letteralmente dominante per New Orleans insieme ad Anthony Davis. Oggi è  diventando uno dei migliori two way players ovvero giocatori in grado di avere un impatto sia difensivo che offensivo della lega. Su Holiday potrebbe scatenarsi una vera e propria asta visto che è una guardia con un contratto non troppo pesante e che garantisce un rendimento veramente eccezionale.

l’altro indiziato è invece il giocatore diverso: si tratta di Nikola Mirotic anche lui alle prese negli ultimi periodi con diversi infortuni di natura muscolare e non solo. Nikola è un giocatore in grado di avere un impatto solo ed esclusivamente a livello offensivo mentre a livello difensivo paga ancora dazio rispetto agli avversari causa un fisico troppo leggero e soprattutto una scarsa propensione all’abnegazione difensiva.

Difficile si scateni una vera e propria asta ma un giocatore del genere che in uscita dalla panchina possa portare punti per alleggerire il lavoro dei titolari ed allungare il roster farebbe comodo veramente a molti. Non è infatti una novità che soprattutto lo scorso anno sia stato uno dei migliori per quanto riguarda l’impatto a livello di entrata in corso quando c’era ancora sano DeMarcus Cousins mentre ha visto poi affievolire il suo impatto durante i play-off. C’è da dire però che è stato altrettanto dominante quando il centro ex Kings si è infortunato ed ha dovuto giocare lui in quintetto titolare al fianco di Anthony Davis. Un giocatore utile a molti. Chi si farà sotto per Nikola Mirotic ed Holiday? Se partisse Anthony Davis prepariamoci ad un terremoto ad ovest…

Toronto Raptors si punta ad un altro colpo di mercato?

toronto-raptors-Kyle Kuzma, Los Angeles Lakers vs Toronto Raptors at Staples Center

Molte sono le franchigie che stanno valutando se cedere o meno le proprie stelle durante il mercato che si chiuderà a febbraio definitivamente con la trade deadline: tra le franchigie che sono maggiormente interessate ad un possibile rafforzamento ce ne sono sicuramente due che si sono ritrovate in testa ad est senza esserne troppo convinte a livello di aspettative dei tifosi e degli addetti ai lavori, ovvero Toronto Raptors e Bucks.

Infatti sia Toronto che Milwaukee potrebbero aggiungere altro talento alle proprie panchine o al proprio starting five andando a rimpolpare un roster già molto competitivo, oggi parliamo dei Raptors nel particolare.

Toronto Raptors pronti a fare follie per Beal?

Partendo infatti dalla franchigia del Canada abbiamo visto come la squadra voglio andare a provare a mettere sotto contratto Bradley Beal cosa piuttosto complicata ma non impossibile. con Kawhi Leonard della propria parte e Danny Green a dare una mano a livello difensivo la squadra si sta ritrovando come una delle migliori della lega in assoluto in grado di essere una delle favorite ad arrivare alle finali di conference e le Finals NBA come appunto i Milwaukee Bucks, Boston Celtics parlando delle squadre ad est.

Se Toronto proverà in tutti i modi a mettere sotto contratto Bradley Beal non è detto che i Wizards siano così disponibili a scambiarlo visti gli ultimi rumors. Di cosa parlano gli insider? Confermano che la franchigia della capitale vorrebbe tenere Beal per cercare di scambiare invece proprio Otto Porter. E’ proprio quest’ultimo il giocatore indiziato a lasciare la franchigia di Washington per fare spazio salariale e concedere alla squadra di avere lo spazio giusto di manovra in estate per assorbire il nuovo contratto di John Wall e per provare a firmare un altro giocatore interessante visti i tanti contratti in scadenza.

Per arrivare in Canada, Toronto dovrà fare dei sacrifici importanti ma punta ad aggiungere un giocatore con quelle caratteristiche:

  • ottimo scorer
  • punti facili
  • esperienza
  • contratto non troppo pesante
  • talentuoso

Il motivo potrebbe essere anche quello di provare a convincere Kawhi Leonard in tutti i modi a restare ancora a Toronto, con dei giocatori di livello assoluto al suo fianco, giovane e che possono migliorare anno dopo anno… Sarà Bradley Beal il rinforzo giusto?