Miami Heat: una stagione al di sopra delle aspettative, con vista sui playoff

Miami Heat

In una Eastern Conference orfana del suo Re (LeBron James),  alcune squadre si sono distinte disputando una stagione straordinaria come ad esempio, i Milwaukee Bucks che hanno dominato tutto il campionato dall’inizio alla fine conquistando la prima posizione o i Brooklyn Nets, una squadra giovane ma molto solida che tornerà a giocare i playoff dopo tre anni di assenza. Tra le squadre rivelazione ci sono anche i Miami Heat: una squadra poco talentuosa ma di grande cuore, trascinata dal suo leader tecnico Dwyane Wade (giunto all’ultima stagione) e dalla maestria del capo allenatore Erik Spoelstra, oggi occupano l’ottava e ultima posizione utile per i playoff.

VECCHI E NUOVI LEADER

Wade e Spoelstra a colloquio.

La stagione non è iniziata nel migliore dei modi: l’assenza di Dion Waiters fermo ai box e l’infortunio di Goran Dragic dopo solo sette partite,  ha tolto agli Heat due pedine fondamentali, capaci di risolvere le partite con tiri da tre punti e assist formidabili. Nei momenti di difficoltà la squadra si affida ad un immenso Wade che, nonostante gli acciacchi fisici, sta disputando una stagione formidabile in uscita dalla panchina (14.3 punti-4.0 assist- 3.8 rimbalzi). Da non dimenticare i due giovani Justise Winslow (12.7 punti- 4.3 assist- 5.4 rimbalzi) e Josh Richardson (16.2 punti- 4.1 assist- 4.7 rimbalzi) che non hanno fatto rimpiangere gli assenti. Da menzionare alcune vittorie contro squadre più attrezzate come: Houston, Milwaukee e Golden State.

LO SVILUPPO DEL GIOCO

Con l’assenza di un vero playmaker la palla passa spesso dalla mani di Wade , Richardson e Winslow i quali sfruttano il gioco a due con i compagni   per concludere in solitaria con un appoggi al ferro o tiri dalla media distanza. Nel caso in cui i cervelli della squadra non fossero in grado di ricevere, la palla passa automaticamente all’interno dell’aria sfruttando la fisicità di Whiteside (in doppia doppia di media con 12.3 punti – 11. 6 rimbalzi) o di Adebayo (8.6 punti -6.9 rimbalzi) pronti a concludere con una schiacciata nel pitturato. Le armi principali sono l’atletismo, i punti da seconda opportunità grazie all’enorme quantità di rimbalzi offensiva. Da segnalare anche l’ottima difesa che permette un celere recupero palla e il tiro da tre punti che viene sfruttato poco ma trasformato con ottime percentuali (35.3%).

Dai pick and roll spesso gli Heat trovano la strada verso il canestro.

I Miami Heat sono la ventiseiesima squadra per rating offensivo con 105.8 punti di media a partita, e ultimi per tiri liberi con il 69% in stagione, se la partita si mantiene su un ritmo e un punteggio basso gli Heat hanno dimostrato spesso di vincerla. Sicuramente sono una delle squadre meno attrezzate e talentuose di tutta la NBA, ma grazie alla tenacia, il grandissimo cuore, e le giocate superlative di Wade (come il buzzer beater contro Golden State) si stanno guadagnando un inaspettato posto ai playoff.

PROSPETTIVE PLAYOFF

Scambio di maglia tra Wade, Antetokounmpo e Middleton durante l’ultima partita a Milwaukee.

 

Miami ha disputato una stagione incredibile per le sue possibilità, e l’approdo ai playoff è già un grande risultato. L’avversario più probabile visto il posizionamento in classifica è: Milwaukee, l’armata prima in classifica capitanata dal greco Antetokounmpo (Futuro MVP) , da Middleton e da altri ottimi giocatori. La serie è piuttosto complessa, anche se si trovasse una soluzione per marcare Antetokounmpo, i Bucks hanno tante altre armi a cui far fronte. Le possibilità di vittoria da parte di Miami sono pressochè pochissime, ma il rientro di Dragic e Waiters e la voglia di Wade di stupire ancora una volta il suo pubblico e tutto il mondo cestistico ci assicurano, eventualmente, una serie davvero accesa.

 

Paul George e il teorema dell’MVP

Paul George

“Dicesi MVP il giocatore capace, con grandi prestazioni individuali, di migliorare i propri compagni e i risultati della squadra”, troppo generico? Forse sì, ritentiamo. “Dicesi MVP il giocatore che porta la propria squadra a grandi risultati con grandi prestazioni, tanto in attacco quanto in difesa“. Però quanto ha mai davvero pesato il rendimento difensivo nell’assegnazione di questo premio? Non ci siamo ancora e, anzi, non arriveremo mai alla definizione di un “teorema dell’MVP”, che ci descriva i lineamenti necessari a ricevere il prestigioso premio. E quando viene meno l’assoluta certezza della teoria, non rimane che basarsi sulla relativa sicurezza dell’esperienza. Ed è così che cercheremo di capire se la stagione di Paul George merita di essere considerata per la corsa al Most Valuable Player.

La stagione giocata da Paul George può davvero essere considerata nella corsa all'MVP?
La stagione giocata da Paul George può davvero essere considerata nella corsa all’MVP?

UNA GRANDE STAGIONE SU DUE META’ CAMPO, MA…

28.2 punti, 8.2 assist, 4.2 assist e 2.2 rubate parlano della miglior stagione della carriera di Paul George, senza dover nemmeno scendere troppo nei dettagli di statistiche più complesse. Partiamo dall’attacco. Non c’è dubbio che il non dover più convivere con Carmelo Anthony abbia giovato considerevolmente a PG, che è diventato primo terminale offensivo nella squadra di un Russell Westbrook che, spadellando al tiro (perdonate la terminologia Minors), si è reso sempre più ecumenico, lasciando che il numero tredici potesse prendersi ben 20.8 conclusioni a gara, il massimo della carriera. Non solo quantità, ma anche altrettanta qualità per un giocatore che tira con il 44% dal campo e il 39% da tre punti (con ben 9.8 tentativi a partita). Completezza. La completezza di un giocatore che abbandona i luoghi comuni e si rende pericoloso anche dal mid-range (291 tentativi in stagione con il 42% di realizzazione). Completezza di un giocatore che sta imparando anche a far segnare i compagni, con i 4.2 assist che rappresentano un altro massimo in carriera.

Mai come quest’anno Paul George ha mostrato un repertorio offensivo completo

E poi c’è la difesa, quell’elemento che lo aveva portato in NBA nel 2011 come grande specialista, insieme a Jimmy Butler e Kawhi Leonard, altri due che hanno poi dimostrato di saperci fare anche in attacco. Già solo le 2.2 rubate con appena 2.8 falli personali basterebbero a rendere di idea di che difensore sulla palla sia Paul George. E il lavoro in retroguardia di PG cambia tutto il panorama per gli Oklahoma City Thunder: il suo defensive rating si assesta su un impressionante 97.3 nelle vittorie, mentre sale a un preoccupante 110 nelle sconfitte. Questo significa essere fattore, un fattore importante, ma deve essere considerata anche l’altra faccia della medaglia. I Thunder hanno perso praticamente il 42% delle loro partite stagionali. Ciò altro non indica se non il fatto che in quasi metà delle partite stagionali la squadra di Donovan, George compreso, difende molto male. E allora siamo così sicuri che il Defensive Player Of The Year sia di assegnazione tanto scontata?

…L’INCOSTANZA CONDANNA SEMPRE

E ora si arriva al vero punto dolente, probabile condanna di Paul George nella corsa all’MVP. Dopo l’All Star Game le cifre dell’ala dei Thunder raccontano di prestazioni al di sotto degli standard della prima metà di stagione, non tanto nella produzione, ma nella qualità di questa stessa produzione. Per dare un’idea concreta: le percentuali dal campo scendono al 38.6%, con un rivedibile 32.9% dall’arco dei tre punti. Un calo evidente, verificatosi anche nella stagione passata. Andando oltre questi dati superficiali, vediamo anche il defensive rating salire a 107.2 dopo la partita delle Stelle, davvero troppo per una squadra dal talento limitato. Un calo individuale e, di conseguenza, anche di squadra. Perché, se cede il leader, cede il gruppo, e questo non depone a favore del suddetto leader. Può quindi Paul George essere in corsa per l’MVP? La risposta è no, senza troppi fronzoli. L’MVP, pur non essendo premio dai criteri assoluti e certi, deve guidare il proprio team per tutta la stagione, con costanza, e impedirne gli sbandamenti. Nel post-All Star, Paul George non è stato in grado di farlo. Non è meritevole dell’MVP, ma la stagione di PG rimane la più grande della sua carriera.

La stagione di Lou Williams

Low Williams buzzer beater

La stagione di Lou Williams è semplicemente mostruosa e sembra di aver trovato la piazza giusta per diventare una vera e propria stella della NBA, in quanto la guardia dei Los Angeles Clippers sta giocando una pallacanestro esemplare ed efficacissima, utilizzando al meglio le sue caratteristiche che da sempre lo contraddistinguono: segnare e seguire il proprio istinto. Inoltre la stagione di Lou Williams (e non solo) sta permettendo alla squadra biancorossa di LA di raggiungere un posto tra le magnifiche otto squadre della Western Conference nonostante ad inizio anno i Clippers non sembrassero essere una seria candidata per raggiungere la postseason.

Infatti i Los Angeles Clippers stanno beneficiando dei grossi contributi dati alla causa da Tobias Harris (prima di viaggiare verso Philadelphia) e da Lou Williams, Montrezl Harrell e Danilo Gallinari. Infatti la stagione di Lou Williams lo vede come vero leader del gruppo allenato da coach Doc Rivers insieme a Danilo Gallinari; la guardia statunitense sta viaggiando con 20.3 punti, 5.3 assist e 2.9 rimbalzi di media a partita ed è diventato recentemente il giocatore a segnare più punti partendo dalla panchina nella storia della NBA, un record sicuramente di cui vantarsi.

Lou Williams, stella dei Los Angeles Clippers

IL GIOCO DI LOU WILLIAMS

La stagione di Lou Williams si può definire anche innovativa rispetto alle sue passate stagioni, in quanto sta dimostrando di avere anche una leadership che in passato non gli era attribuita e di essere anche un giocatore clutch (ha segnato contro i Brooklyn Nets il suo primo buzzer beater della sua carriera) ed in grado di coinvolgere molto i lunghi, eguagliando anche il suo record personale di assist distribuiti al momento in media stagionale. Lou Williams nasce come un realizzatore micidiale, un giocatore in grado di segnare tanti punti ogni volta che si allaccia le scarpe; la guardia dei Los Angeles Clippers ha sempre avuto un buon tiro da 3 punti, ma la sua specialità è sicuramente il tiro da 2 punti, il quale lo bilancia molto bene tirando sia in avvicinamento al ferro e sia dalla media distanza.

La stagione di Lou Williams lo ha visto anche migliorare nelle conclusioni al ferro, infatti sta dimostrando di saper gestire meglio la pressione negli aiuti dei lunghi nonostante la sua statura, riuscendo spesso ad eludere l’aiuto del lungo avversario oppure a scaricare per il proprio lungo permettendogli di segnare due punti facili. Inoltre Lou Williams in questa stagione ha instaurato un’intesa ottima con Montrezl Harrell, un lungo dinamico ed esplosivo che fa dell’atletismo il suo punto di forza: infatti la maggior parte degli assist di Lou Williams sono destinati al lungo americano ed in generale circa l’80% degli assist di Lou Williams sono destinati ai propri lunghi.

Sweet Lou si sta dimostrando un’arma efficace anche in pick and roll.

La capacità di segnare ma anche di servire i propri lunghi con passaggi precisi sta anche condizionando le difese avversarie. Infatti quando in campo c’è Lou Williams bisogna in qualche modo adeguarsi e fare delle scelte proprio per lui, ovvero si deve costruire il proprio piano partita difensivo basandosi sulle caratteristiche della guardia dei Clippers.

PROSPETTIVE E FUTURO

Il futuro di Lou Williams dovrebbe essere legato ancora ai Los Angeles Clippers, al netto del suo contratto fino all’estate 2021 e al fatto che sembra abbia finalmente trovato un sistema dove si può esaltare. Uscendo dalla panchina sta dando il meglio di sé, in quanto riesce a spaccare la partita con i suoi canestri e ad entrare quindi subito in ritmo; salvo qualche colpo di scena i Clippers, continueranno a puntare su di lui. Inoltre, grazie a diverse prestazioni messe in scena nell’arco di questa annata (alcune da record), ha grosse possibilità di aggiungere in bacheca il suo terzo titolo di sesto uomo dell’anno già vinto da lui sia nel 2015 che nel 2018.

Western Conference, dove l’equilibrio regna (quasi sovrano): che bagarre per i playoff 2019

playoff 2019

Anche in questa stagione la Western conference si è dimostrato il campionato più equilibrato della lega, eccezion fatta per Golden State e i Denver Nuggets che hanno fatto una gara a parte restando al vertice da inizio stagione ad oggi. Le altre squadre si sono date battaglia superandosi reciprocamente in classifica in più occasioni. Ad oggi La situazione ad Ovest è la seguente: Oklahoma City Thunder , San Antonio Spurs, Utah Jazz e Los Angeles Clippers occupano le ultime quattro posizioni utili per i playoff con un record identico di 42 vittorie e 30 sconfitte, divise solamente dagli scontri diretti che determinano le posizioni finali. Una vera e propria bagarre in vista dei playoff 2019.

LOS ANGELES CLIPPERS

Lou Williams, Danilo Gallinari e Karl-Anthony Towns

Un ottima stagione per la franchigia meno blasonata di Los Angeles, un solidissimo Danilo Gallinari (19.5 punti-2.5 assist- 6.0 rimbalzi) e la tecnica e l’estro del Mago Lou Williams (20.3 punti- 5.3 assist- 3.0 rimbalzi) diventato il primo marcatore di sempre in uscita dalla panchina stanno trascinando i Clippers che ad oggi occupano l’ottava posizione. A completare il trio fino a metà stagione c’era Tobias Harris che probabilmente stava disputando la sua miglior stagione, neanche lo scambio che lo ho portato a Philadelphia ha scombinato i piani per i playoff. Delle otto squadre sono sicuramente la meno talentuosa, la grinta e la buona difesa sono le armi principali, ottimi giocatori in uscita dalla panchina come Beverley e Harrel, le iniziative personali del Gallo e di Williams e la straordinaria guida tecnica di Doc Rivers fanno dei Clippers una mina vagante.

UTAH JAZZ

Utah Jazz.

La franchigia guidata da coach Snyder si appresta a partecipare ai playoff per il terzo anno consecutivo. L’inizio di stagione non è stato dei migliore, ed è coinciso con le brutte prestazioni del suo giovane Leader Donovan Mitchell. A tenere in piedi la squadra ci hanno pensato i due veterani: Gobert (15.4 punti- 2.1 assist- 12.9 rimbalzi) e Rubio (12.6 punti -6.2 assist-3.7 rimbalzi), ma  la mancanza delle giocate decisive di Mitchell si sentiva, capace con le sue penetrazioni e l’ottimo tiro da tre di risolvere le partite. Con il rientro in forma del giovane  la squadra ha ripreso a girare alla grande mettendo a segno cinque vittorie consecutive nel mese di ,arzo, occupando la settima posizione. Utah è una delle indiziate ad uscire al primo turno ma con Mitchell in piena forma possono dare fastidio a tutte.

SAN ANTONIO SPURS

DeMar DeRozan e Gregg Popovich.

Dati per morti prima dell’inizio  della stagione a causa dei vari cambiamenti subiti i San Antonio Spurs sono la squadra rivelazione di quest’anno. Il gioco è incentrato sulle due superstar: DeRozan e Aldridge che spesso utilizzano iniziative personali per vincere le partite,  mentre il secondo quintetto utilizza più circolazione di palla e tiro da tre, da non trascurare l’ottima difesa di squadra. Gli Spurs hanno disputato una stagione fantastica posizionandosi attualmente al sesto posto. Come Utah sono una delle squadra sfavorite per la corsa al titolo per la mancanza di un sistema di gioco credibile, ma siamo tutti convinti che quello stratega di Popovich ha ancora qualche asso nella manica.

OKLAHOMA CITY THUNDER

Paul George e Russell Westbrook.

I Thunder che occupano la quinta posizione sono l’incognita di questi playoff, talento pazzesco fornito dalle due superstar: Paul George (28.2 punti- 4.2 assist-8.2 rimbalzi) miglior difensore della lega per palle recuperate, e Russell Westbrook (23.2 punti- 10.4 assist- 11.2 rimbalzi) il quale rischia di chiudere per la terza stagione consecutiva in tripla doppia di media nonostante abbia tirato malissimo da tre durante l’anno (28.8%) . il resto della squadra è molto meno talentuosa ma utilizza la grinta, l’atletismo, l’ottima difesa e i rimbalzi offensivi come arma vincente, un esempio lampante sono Adams e Grant. Hanno dimostrato di potersela giocare contro tutti durante la stagione, sono la squadra più accreditata come antagonista di Golden State. Se George giocasse i playoff come la regular season e Russell ritrovasse fiducia nel sul tiro, chissà dove potrebbero arrivare.

San Antonio Spurs: playoff, ci siamo quasi…

A San Antonio (Texas) nessuno ad inizio stagione credeva che la squadra cinque volte campione NBA e il loro capitano Gregg Popovich potessero centrare la qualificazione ai playoff per il ventunesimo anno consecutivo. Le ragioni erano molteplici. Lo scambio enigmatico che ha portato Demar DeRozan e Jakop Poeltl a vestire la maglia degli Spurs e Kawhi Leonard e Danny Green quella dei Toronto Raptors; l’approdo di Tony Parker a Charlotte ed il ritiro di Manu Ginobili, giocatore simbolo della franchigia. Tutto lasciava presagire una stagione di transizione e la chiusura di un ciclo. Ma la corazzata di Gregg Popovich ha smentito tutti con una stagione superba. Ad oggi infatti gli speroni si trovano al quinto posto a Ovest con un record di 42 vittorie e 29 sconfitte.

UNA NUOVA SAN ANTONIO

La pioggia di triple dei San Antonio Spurs contro gli OKC Thunder

L’inizio di stagione è stato piuttosto altalenante: da ricordare le vittorie contro dirette avversarie come Houston e Golden State e le sconfitte con squadre di più bassa caratura come i Magic e i Suns. La squadra ha due tipi di gioco che variano in base al quintetto che si trova in campo. Con DeRozan (44.3% da 2) e Aldridge (47.1%) il gioco si restringe parecchio con più isolamenti, penetrazioni al ferro e tiri dalla media distanza. Con il secondo quintetto, invece, dove sono presenti Mills (39.3% da 3), Belinelli (38.4%) e Bertans (45%) si utilizza di più il tiro da tre punti. Quest’ultima modalità è risultata decisiva per vincere molteplici match. Un esempio sono le 14 triple consecutive contro OKC. Il rating offensivo non è dei migliori: sono la diciassettesima squadra della Lega con 111.9 punti per gara. La differenza dunque la fa un ottima difesa di sistema, la buona capacità di andare a rimbalzo e ovviamente la guida esperta e saggia di coach Popovich.

LA CHIAVE DEL GIOCO

Le due stelle dei San Antonio Spurs: Demar DeRozan e LaMarcus Aldridge

Le chiavi della squadra sono affidate ai due leader tecnici ed emotivi che sono: DeRozan e Aldridge. Il primo è un giocatore di grande tecnica che sfrutta le sue doti di palleggiatore per entrare in area e appoggiare comodamente al vetro o scaricare fuori per un compagno pronto a tirare da 3. In alternativa, la guardia ex Raptors si diletta con iniziative personali utilizzando lo step pack e concludendo con un tiro da due punti. Attualmente, il numero 10 sta viaggiando a 21.6 punti 6.1 assist e 6.2 rimbalzi di media. Aldridge invece è un giocatore più compassato. Cerca spesso l’isolamento per sfruttare il mismatch con un avversario più piccolo. Ed è così che, grazie alla sua stazza, può tirare sopra la testa del suo diretto marcatore, punendolo con un tiro infallibile dalla media distanza. Oltre a ciò, occorre menzionare la sua ottima capacità di andare a rimbalzo, fattore chiave per canestri decisivi. I numeri del 12 bianconero sono i seguenti: 21.2 punti 2.4 assist e 9.0 rimbalzi di media in stagione. I San Antonio Spurs non sono più una squadra di sistema, ma spesso e volentieri si affidano alle iniziative personali di questi due fuoriclasse per tirarsi fuori dai guai.

ASPETTATIVE PLAYOFF

Festeggiamenti dell’ultimo anello dei San Antonio Spurs

La striscia positiva di nove vittorie consecutive ottenute contro avversati blasonati come OKC, Nuggets, Bucks e GSW, dimostra come San Antonio sia ancora una squadra competitiva. Con la quinta posizione attualmente occupata, la squadra dell’Alamo è dunque quasi sicura di un’altra partecipazione ai playoff. Nonostante la stagione positiva la franchigia texana è data per sfavorita e rischia di uscire al primo turno come l’anno precedente. Rispetto alle altre squadre, infatti, San Antonio risulta inferiore sul piano del gioco. Anche le sue superstar sembrano meno decisive delle altre, ma la storia ci ha insegnato a non dubitare mai degli Spurs, capaci di vincere da sfavoriti il titolo NBA del 2014 contro gli Heat. Anche in questa occasione siamo tutti convinti che venderanno cara la pelle prima di arrendersi al verdetto del campo.

 

NBA scambi estivi: ecco alcune 5 possibilità interessanti

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Arrivati a questo punto della stagione, i roster delle franchigie sono pressoché definitivi salvo piccoli aggiustamenti, ma c’è chi pensa già nella NBA agli scambi estivi.

Lo scatto finale della Regular season, la corsa ai premi individuali e i tanto attesi playoffs si preparano ad infiammare la primavera americana sotto canestro. Gli addetti ai lavori dei front-office delle 30 squadre hanno tuttavia già da un pezzo la testa alla preparazione della prossima stagione, che passa dalla off-season estiva.

Draft, free-agency e possibilità di scambi stanno riempiendo teste e scrivanie.

Nei mesi antecedenti e subito successivi alla trade-deadline di questa stagione (7 febbraio 2019) alcuni giocatori e alcune franchigie sono stati chiari protagonisti. E’ indubbio che questo avrà strascichi ed effetti diretti sui movimenti della off-season imminente.

Vediamo quali sono gli scambi che potrebbero infiammare il mercato, quelli non scontati ed anzi piuttosto differenti dai soliti rumors, e che si basano proprio sugli eventi dello scorso febbraio.

5. Kevin Love agli Charlotte Hornets

Un’altra trade deadline è passata, e Kemba Walker è rimasto a Charlotte, nonostante i tanti rumors che negli ultimi anni hanno ipotizzato un’eventuale partenza tramite scambio della star degli Hornets.

Le motivazioni sono sostanzialmente due:Il contratto di Walker scadrà a fine stagione: questo da un lato potrebbe aver scoraggiato altre squadre a farsi avanti per il prodotto di UConn, rischiando di sacrificare giocatori e scelte per perdere il giocatore già in estate.

Da un altro lato, un’eventuale giuramento di fedeltà agli Hornets da parte di Kemba potrebbe aver portato i suoi a non accettare eventuali offerte, naturalmente rilanciate al ribasso a causa dell’imminente free-agency del giocatore.

La tesi del rinnovo sarebbe suffragata dalle ripetute dichiarazioni d’affetto verso la franchigia rilasciate, negli anni, dalla stessa point-guard degli Hornets.

Spingendoci un poco in la e dando per assodato il nuovo contratto di Kemba Walker, se la franchigia di Michael Jordan volesse puntare con decisione ai prossimi playoffs, dovrebbe cercare una seconda stella da affiancargli. Gli Hornets, “piagati” da una situazione salariale difficile, dovrebbero ricorrere ad una trade.

La soluzione potrebbe trovarsi in una stella le cui quotazioni siano in calo. Una di loro gioca in una squadra che vuole alleggerire il suo monte ingaggi per uscire dalla fascia Luxury Tax (pagata dalle franchigie dopo un limite di circa 120 milioni del totale stipendi): Kevin Love dei Cleveland Cavaliers, vistosi poco in stagione a causa di un infortunio.

Il pacchetto proposto dagli Hornets potrebbe essere composto da:

  • Bismack Byombo, con un contratto che scadrà nel 2020, se il giocatore attiverà, a giugno, l’opzione da 17 milioni;
  • Malik Monk, con un anno rimasto nel suo contratto rookie da circa 4 milioni e un opzione di squadra da 5 milioni fino al 2021;
  • Il giocatore selezionato in sede di Draft 2019 dagli Hornets, sotto ovvie indicazioni dei Cavs; (la scelta non potrebbe andare direttamente ai Cavs per la “Stepien rule“, che vieta ad una squadra di scambiare la propria prima scelta per due anni consecutivi)
  • La prima scelta degli Hornets all Draft 2020.

I Cleveland Cavs si libererebbero del lungo contratto di Love (scadenza 2023), ottenendo in cambio un contratto in scadenza (Biyombo) ed un giovane con potenziale (Monk), oltre alle due scelte al draft.

Una nuova point guard per i Detroit Pistons >>>

Cleveland Cavaliers 2018/2019

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La situazione in casa Dallas Mavericks: il futuro promette bene

La stagione dei Dallas Mavericks è stata una stagione in cui si sono gettate le basi per un futuro luminoso, visto che la scelta di puntare su Luka Doncic ha ripagato eccome.

Infatti il talento sloveno ha disputato sin qui una stagione straordinaria, dimostrando di poter segnare in tutti i modi possibili ma non solo; infatti l’ex giocatore del Real Madrid è anche un ottimo passatore oltre a saper anche catturare vari rimbalzi ed è sicuramente il candidato numero uno alla vittoria del Rookie Of The Year. Le statistiche in stagione della stella dei Dallas Mavericks sono esorbitanti: 21.1 punti, 7.5 rimbalzi e 5.8 assist di media, anche se deve migliorare leggermente le sue percentuali al tiro, specialmente quello da 3 punti e dalla lunetta.

DALLAS MAVERICKS: IL CAMBIO DI ROTTA CON LA MAXI-TRADE PER PORZINGIS

Kristaps Porzingis con la casacca dei New York Knicks.

Prima della trade deadline i Dallas Mavericks si trovavano in lotta per un posto nei playoff, ma poi la scelta della trade per portare Kristaps Porzingis a Dallas insieme a Trey Burke, Courtney Lee e Tim Hardway Jr. in cambio di DeAndre Jordan, Wesley Matthews , Dennis Smith Jr. e due prime scelte future ha sicuramente cambiato le aspettative sui Dallas Mavericks in questa stagione, vista specialmente l’assenza di Kristaps Porzingis fino alla prossima stagione. Da quel momento in poi la stagione dei Mavs è precipitata, visto che sono arrivate molte sconfitte, ma le ambizioni sono diventate molto più elevate in quanto la prossima stagione Luka Doncic avrà al suo fianco un’altra superstar come il lettone, un lungo dal talento cristallino in grado di sfornare doppie doppie e ventelli a raffica.

FREE AGENCY E FUTURO

Kemba Walker, obbiettivo dei Dallas Mavericks nella prossima Free Agency

Con l’arrivo in quel di Dallas del lungo lettone Kristaps Porzingis, i Dallas Mavericks potranno anche tentare di firmare degli ottimi giocatori nella prossima free agency, visto che una squadra con Luka Doncic, Kristaps Porzingis ed una società seria come quella dei Mavs gode sicuramente di ottima reputazione e di fascino all’interno della lega; a questo proposito, un nome interessante in orbita Dallas Mavericks è quello di Kemba Walker, che andrebbe a formare insieme alle due già citate stelle dei Mavericks dei nuovi big three, oltre magari a qualche altro buon giocatore di contorno che potrà essere firmato dalla franchigia di Dallas.

Infatti la prossima free agency sarà piena di ottimi giocatori e visto che ci saranno a disposizione stelle come Kevin Durant, Kyrie Irving e Kawhi Leonard, i Dallas Mavericks potrebbero approfittarne per avere meno concorrenza su altri ottimi giocatori come appunto Kemba Walker ma non solo, visto che ci sono tantissimi ottimi giocatori che potrebbero partire in estate. Insomma, il futuro promette bene in quel di Dallas. Per quanto riguarda invece le scelte al draft, Dallas ha scambiato molte delle sue scelte, infatti gli restano a disposizione soltanto una scelta al secondo giro del 2020 dai Rockets o dagli Warriors ed una seconda scelta nel 2023 dai Miami Heat.

Sarà dunque certa la presenza attiva nelle prossime offseason dei Dallas Mavericks, oltre magari a concludere qualche trade scoppiettante come quella conclusa positivamente per Porzingis.

I New York Knicks e la free agency: un’estate per tornare grandi

New York Knicks, James Dolan intenzionato a vendere: "Ascolto solo buone offerte"

Si avvicinano i playoff e come succede da 6 anni a questa parte, i New York Knicks non ne prenderanno parte. Quindicesimo posto della Eastern Conference, ultimo attacco e terzultima difesa della NBA. Durante la deadline inoltre si sono anche liberati della loro All-Star, Kristaps Porzingis, volata con Tim Hardaway Jr. a Dallas in cambio di Dennis Smith Jr. e DeAndre Jordan. Dalla cessione di Carmelo Anthony la franchigia della Grande Mela ha avviato una rebuilding che non sembra avere fine e che con la cessione del lettone si è fatta ancora più tortuosa. Quali scenari futuri si profilano per i New York Knicks?

Post Clippers-Knicks, parla Fizdale: "Stanno costruendo qualcosa di importante per il prossimo anno"
Post Clippers-Knicks, parla Fizdale: “Stanno costruendo qualcosa di importante per il prossimo anno”

NEW YORK KNICKS: LO SCENARIO MIGLIORE

Con la cessione di Porzingis New York si è liberata della sua punta di diamante, ma anche del pesante contratto di Tim Hardaway Jr. Dennis Smith sarà il playmaker del futuro, mentre DeAndre Jordan con ogni probabilità non verrà rifirmato al termine della stagione. I Knicks si preparano ad un estate particolarmente calda in sede di mercato, forti di un’alta scelta al draft (quasi sicuramente tra le prime 3) e di un immenso spazio salariale. L’obiettivo è mettere sotto contratto due All-Star affermate che rispondono al nome di Kevin Durant e Kyrie Irving. Se tutto andrà a buon fine e i giovani come Kevin Knox proseguiranno il loro regolare percorso di crescita, i New York Knicks potranno presto tornare a competere per il titolo.

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Kevin Durant e Kyrie Irinvg, i sogni probiti dei New York Knicks

 

NEW YORK KNICKS: LO SCENARIO PEGGIORE

Non va però trascurata l’altra faccia della medaglia. C’è infatti il forte rischio che New York rimanga a bocca asciutta nella prossima free agency: Il futuro di Durant è ancora un mistero, Irving potrebbe rimanere a Boston o volare verso altri lidi (Lakers?); Kawhi Leonard piace e non poco ai Clippers, mentre Klay Thompson vorrebbe continuare la sua avventura nella Baia. Molto dipenderà dall’entità della sua prima scelta e da chi sarà selezionato (Zion Williamson?). In caso alla fine non dovesse arrivare nessuno dei sopracitati, i New York Knicks sarebbero costretti ad affrontare l’ennesima fallimentare stagione nella speranza di ottenere un giovane portento al draft. Si punterebbe su Knox e gli altri giovani (Dotson, Trier…) seguendo il modello dei Philadelphia 76ers.

 

 

È l’ora della verità per i Knicks, c’è tutta un’estate davanti per tornare ad essere grandi.

 

 

Derrick Rose: storia di una rinascita in quel di Minneapolis

Derrick Rose

Gli atleti della NBA appaiono al pubblico come della macchine perfette: indistruttibili, inarrivabili, ma anche loro sono umani e come tutti hanno una storia alle spalle. Storie di povertà,  di vite difficoltose e di continui spostamenti in cerca di fortuna. Storie di cadute e rivincite. Tutte store accomunate da una sola cosa: l’amore per il basket. Una delle storie che più ha commosso il mondo del basket è quella di Derrick Rose, passato dall’essere il più giovane MVP della lega, al fantasma di se stesso, fino al riscatto nella stagione 2018/2019.

 

DERRICK ROSE: IL NUOVO INIZIO COI TIMBERWOLVES

Derrick Rose sta trovando una seconda giovinezza in uscita dalla panchina di Minnesota
Derrick Rose ha trovato una seconda giovinezza nella franchigia dei Lupi

A Minnesota Rose rincontra l’amore tecnico della sua vita: Tom Thibodeau, l’uomo che lo ha lanciato nel grande Basket e che crede tantissimo in lui. Il primo acuto del nuovo Rose arriva dopo la quarta partita di Regular Season; contro i Mavericks fa registrare una prestazione da 28 punti, 5 assist,  5 rimbalzi, 2 palle recuperate e un 40% al tiro da 3 e 52.4% complessivo dal campo in 32 minuti uscendo dalla panchina. Finalmente si inizia a intravedere il Derrick Rose che noi tutti conosciamo. Il vero capolavoro arriva il 31 Ottobre del 2018 contro gli Utah Jazz: Rose mette a segno: 50 punti (career high), 6 assist, 4 rimbalzi con il 57.1% da 3 punti e il 61.3% dal campo. Tutta la frustrazione, le critiche subite, la voglia di riscatto si evincono dalle lacrime a fine partita. Un nuovo inizio di carriera per D-Rose che finalmente scaccia via i fantasmi del passato.

 

UN ROSE… PIÙ RIFLESSIVO

 

Non sarà esplosivo come un tempo, ma Derrick Rose sa come sbarazzarsi del proprio marcatore. Anche sfruttando il pick and roll.

Il Rose di Chicago era un giocatore immarcabile grazie ad un primo passo che lasciava tutti sul posto, attaccava il ferro con tutta la sua potenza chiudendo spesso e volentieri con una schiacciata. Non coinvolgeva troppo i compagni, preferendo le iniziative personali. Adesso è un giocatore più riflessivo, conscio dei suoi limiti fisici sfrutta la tecnica e l’intelletto. Utilizza il suo ball handling per ubriacare gli avversari e poter entrare nel pitturato per concludere l’azione in layup (circa il 46% dei suoi punti proviene dal pitturato) o scaricando per i compagni liberi. Quando l’area è chiusa e non può penetrare ha inserito nella suo bagaglio tecnico un arresto e tiro piuttosto credibile (44.4 % dalla media e 37% da 3 ). Rose è il leader tecnico ed emotivo della squadra, è il giocatore che apre le difese attirando i raddoppi su di se lasciando così libero un suo compagno pronto a ricevere l’assist. I numeri della stagione in corso sono i seguenti: 18.0 punti di media 4.3 assist e 2.7 rimbalzi con il 48.2% dal campo e 85.6% ai tiri liberi. Un giocatore completamente ritrovato, spesso decisivo per le vittorie della sua squadra, dimostrando che la partita contro gli Utah Jazz  non era un caso fortuito.

 

IL FUTURO DEI TIMBERWOLVES

Derrick Rose assieme a Karl-Anthony Towns e Andrew Wiggins.

La stagione dei Minnesota Timberwolves sta volgendo al termine,  la franchigia può praticamente dire addio ai playoff. Sicuramente non è andata come l’ambiente sperava e ci sono altrettante incertezze sul futuro: la scelta di un nuovo allenatore, l’impatto di Andrew Wiggins che in questa stagione è stato davvero minimo. Ci sono anche delle certezze da cui ripartire: le prestazioni mostruose di Karl-Anthony Towns, l’inserimento da inizio anno di due ragazzi interessanti come Dario Saric e Robert Convigton, ma soprattutto l’aver ritrovato un giocatore così decisivo come Rose, capace di risolvere le partite quando serve. In scadenza di contratto, il suo futuro è tutto da scrivere. Ed intanto il buon Derrick può godersi la sua rinascita.

 

 

 

Portland Trail Blazers: che sia finalmente l’anno buono?

Ogni anno che passa la Western Conference si fa sempre più agguerrita con le superstars NBA che tendono a muoversi in squadre appunto della costa ovest e puntualmente i bookmakers snobbano Portland preferendo a loro franchigie che magari in estate si sono mosse bene ma che non hanno la stessa solidità e compatezza che quella di Terry Stotts può vantare.
Ad essere sinceri, tutti noi pensavamo che dopo la batosta bella e buona che Lillard e company avevano subito dai Pelicans privi di Cousins nei playoffs 2018, la squadra dell’Oregon fosse destinata a “morire” piano piano per poi iniziare un inevitabile processo di rebuilding.
Al contrario, nello stupore generale, i Blazers forti di un Nurkic che al fianco di Lillard e McCollum sembra aver sprigionato il suo intero potenziale fino all’anno scorso mai espresso, si trovano ora al quarto posto nella Western Conference, piazzamento che consentirebbe loro di avere il fattore campo a favore perlomeno nel primo turno di post-season.
In questo articolo cercheremo di rispondere alla fatidica domanda: sono i Blazers solo un fuoco di paglia oppure è la volta buona per Dame di fare scintille anche nel basket di aprile e possibilmente maggio?
Inizialmente specifichiamo che nonostante sir Charles Barkley abbia pronosticato i Blazers alle NBA Finals,difficilmente la franchigia dell’Oregon si spingerà tanto avanti però si chiede a Portland quantomeno un po’ di lotta al primo turno cosa che l’anno scorso non c’è stata nella già citata sconfitta contro i Pelicans.
Molto dipenderà a mio parere dal loro posizionamento e dal conseguente accoppiamento al primo round, poichè infatti se la stagione finisse oggi Lillard e co. affronterebbero i temibili Thunder di Westbrook e Paul George in versione MVP. Questo scontro almeno sulla carta penderebbe inesorabilmente verso l’Oklahoma dal momento che la squadra di Billy Donovan sembra aver trovato la quadra che da anni ricercava dopo l’addio di KD.
Per fare degli esempi concreti di matchups che i Blazers potrebbero vincere potremmo citare i Jazz o gli Spurs che, nonostante siano entrambe due compagini rognose potrebbero patire non poco la bravura dei ragazzi di Stotts nell’eseguire giochi di alto livello.
Analizziamo ora i punti di forza dei Blazers. Come detto nelle righe precedenti il fattore che permette ai tifosi di Portland di sognare è Jusuf Nurkic il quale sta fornendo delle prestazioni finalmente all’altezza delle pretese che tutti gli insiders avevano sul centro bosniaco.
Statisticamente Nurk sta avendo la sua migliore stagione con 15 punti 10 rimbalzi e 3 assist di media con in più 1.4 stoppate a partita, ma quello che impressiona di più è come abbia trovato una chimica di gioco con in particolare Lillard e McCollum. L’esempio più lampante di questa alchimia sono i numerosi tagli back-door che in ogni partita riescono a sorprendere gli avversari nonostante questi nel loro scout pre-partita cerchino di evitarli e contrastarli. Tutto ciò è anche possibile grazie all’affidabile tiro da fuori che Nurkic ha sviluppato, infatti ora non è più battezzabile ed il difensore di turno è costretto a stare più vicino al centro bosniaco e, se aggiungiamo la pericolosità di Lillard e McCollum nelle uscite dai blocchi, ecco che il taglio back-door diventa un’arma in più nell’arsenale di Terry Stotts.
Inoltre la franchigia di Rip City ha fatto delle aggiunte importanti a roster rispetto all’anno scorso inserendo a roster tiratori come Hood, Seth Curry e Layman e sopperendo al problema rimbalzi con uno specialista come Kanter.
Insomma, che sia l’anno buono per Portland per dimostrare il proprio valore? lo scopriremo solo andando avanti a seguire la lega più divertente del mondo.

Lo “Slow Flow” di Paul Pierce

Paul Pierce maglia ritirata

Quali sono i termini principali che vengono in mente per descrivere  un buon giocatore NBA? Istintivamente in molti direbbero talento! Vero, ma è un vocabolo alquanto generico che a mio avviso include una moltitudine di sfaccettature non indifferenti, per esempio: tecnica, concentrazione, forza di volontà, potenza fisica, visione – abilità di lettura sul campo, interpretazione del gioco, studio dei filmati, dedizione, intuito, capacità di ragionare,prendere decisioni…si, decisioni bisogna prenderne veramente molte e se si erra a prenderne una, ci sono delle conseguenze spesso poco felici; sbagliare un passaggio, può portare a subire un contropiede, ed in base alla situazione della partita, la gravità di quella palla persa varia drasticamente.

Bisogna scegliere alla svelta!

Dover scegliere, è parte del gioco, ma la difficoltà vera, sono le tempistiche con cui bisogna farlo; dopo aver sbattuto le palpebre, bisogna far si che la decisione sia stata presa e non solo…già messa in atto. Siamo sinceri, nella successione di caratteristiche elencate sopra, ne manca una indispensabile per sopravvivere nell’Nba contemporanea: la velocità. Salvo particolari casi, in qualsiasi posizione si giochi, serve essere più rapidi del proprio difensore, in primis a livello mentale e poi a livello fisico; riflessi sempre funzionanti al 100%, sempre pronti ad arrivare primi su una palla vagante, andare in coast to coast battento il record di Usain nei 100 metri, avere un primo passo fulmineo, conquistare ogni rimbalzo possibile…  E’ innegabile che i ritmi di gioco siano diventati veramente intensi, però anche ai massimi livelli si può assistere ad episodi in cui la rapidità d’esecuzione, viene confusa con la fretta; è sempre stato l’errore in cui in tanti sono inciampati, d’altro canto il gioco del Basket, è interamente strutturato su dei countdown continui, in maniera più ossessiva degli altri grandi sport. 5 secondi per la rimessa, 8 per superare la propria metà campo, tirare entro 24, non sostare troppo nel pitturato… parlando per assurdo nel calcio, se in grado, una squadra potrebbe sempre tenere il possesso del pallone fino al termine dell’incontro. Teoria decisamente improbabile, però rende bene l’idea di quali e quante tempistiche, siano presenti nella Pallacanestro;  Il fattore tempo è stato sempre l’unica risorsa non controllabile dall’uomo, però in specifici casi, certi individui, sono stati molto vicini a farlo… a Boston c’è ne stato uno molto bravo: Paul Pierce aka ”The Truth” .

Il vero riconosce il vero

Adattarsi ai ritmi NBA, come abbiamo detto fino ad ora, è un’impresa piuttosto ardua, ma essere in grado di diventare una delle più grandi superstar all’interno della lega, mantenendo il proprio flow di gioco, è strabiliante. Paul è stato un giocatore particolare, uno di quelli che passa ogni tanto, unico ed inimitabile proprio per il suo stile in campo. La sua carriera da professionista è iniziata nella tragedia, una storia in perfetta tendenza “Get rich or die trying”, con Pierce al posto di 50 Cent e i nove proiettili sostituiti da undici coltellate. Quando si dice il vero riconosce il vero… sopravvivendo alla morte è tornato più forte di prima, conferma che “ciò che non  uccide, ti fortifica”, pronto ad andare a prendersi ciò che gli spettava. Il percorso che ha intrapreso è stato tutt’altro che semplice, infatti dopo essersi conquistato il suo soprannome (regalo di Shaq, stranamente) demolendo i Lakers, ha collezionato prestazioni su prestazioni straordinarie, caricandosi sulle spalle tutta la franchigia, il Boston Garden e i suoi tifosi. Per ricollegarci al concetto di rapidità, il capitano dei Celtics, ha dovuto aspettare un po’ di anni prima di poter arrivare a competere veramente per il titolo, oltre al tempo, ha atteso anche i rinforzi (KG e Ray Allen), che una volta arrivati hanno reso Boston una corazzata decisamente difficile da fermare e il King lo sa molto bene. Anche Kobe ne sa qualcosa… dopo svariati anni, la finale delle finali si è ripresentata – Celtics vs Lakers – ed è qui che Paul ha manifestato al meglio le caratteristiche del suo gioco; quella velocità sovrana in campo, viene altamente ignorata da The Truth, esponente di un ritmo a bassi toni, calmo, tendente alla lentezza…

Slow flow – all day, every day

Partendo dalla consapevolezza di non poter spiegare come questo sia possibile, possiamo solo fare delle riflessioni guardando quello che è stato lasciato sul campo; non è questione di età od infortuni (certo, l’aggressione ha avuto la sua buona influenza), ma sin dai primi match disputati, era evidente come la sua tendenza fosse quella di far adattare la partita a lui, imponendo violentemente le sue tempistiche. E’ veramente strano vedere come i difensori accoppiati a lui, specialmente in momenti decisivi della partita, non siano stati in grado di fermarlo; perche questo?  Prendiamo come riferimento un ultimo possesso di Boston contro Indiana (playoff 2003), ovviamente palla in mano a Pierce; tra lui e il canestro troviamo  Al Harrington, di certo non il giocatore più elegante, ma a livello fisico nulla da dire, tosto e grezzo…  mancano pochi secondi alla fine del terzo quarto, i due fermi poco dopo la linea di metà campo, con Paul che sta aspettando il momento perfetto per entrare in azione; dopo che Al ha mandato via prepotentemente il raddoppio/aiuto difensivo, non ci sono dubbi sulle sue intenzioni: un vero 1vs1  come sui Playground…  per i pochi che avevano ancora dubbi, un caldo trash talking tra i due non lascia spazio a fraintendimenti.  Quando mancano sette secondi, The Truth, palleggiando con la mano destra, ma con il corpo chiaramente indirizzato verso  sinistra, si mette in movimento, seguito stretto dalla difesa; niente shake’n’ bake o movimenti particolari, solo un passo lungo di arresto, giusto per darsi l’equilibrio corretto per un buon tiro dietro l’arco dei tre punti… solo retina. Sorge (ignorantemente parlando) una domanda… perché Harrington non ha provato a mangiargli un po’ di spazio, togliergli libertà d’esecuzione; ma se si guarda attentamente, proprio mentre Pierce ferma il palleggio, pronto ad elevarsi per rilasciare la palla, Al allunga il braccio per arrecare disturbo, ma è leggermente in ritardo… ribadisco che Pierce non ha fatto nessun movimento eclatantemente confusionario per il difensore, ma è stato comunque in grado di metterlo fuori ritmo, guadagnando il tempo necessario per tirare. Gli sono bastati i “gesti”, probabilmente anche involontari, del suo corpo e la sua naturale velocità d’esecuzione (un giro indietro agli altri per citare l’Avvocato Buffa); non sto assolutamente dicendo che prevedere la sua intenzione e contrastare il tiro fosse una passeggiata, Chiaramente no! Però fa impressione vedere come trovarsi di fronte ad un flow di gioco non adeguato agli standard a cui si è abituati, possa mettere in ampia difficoltà la difesa (ancor più se questo flow, è al di sotto della media).

Come muoversi in campo?

Osservare Paul Pierce, mi ha fatto riflettere sull’importanza di certe parole che ti vengono ripetute fin da piccolo durante gli allenamenti.. “spezzate i movimenti!” E’ un concetto più complicato di quel che sembra… però a grandi linee, si intende variare direzione e velocità ripetutamente per avvantaggiarsi sulla difesa, senza dargli punti di riferimento, sia quando ci si muove senza palla (azione di taglio o smarcamento), sia con la palla in mano. In quest’ultimo caso, per spezzare il ritmo del difensore, ci sono varie armi a disposizione del giocatore…  Il movimento di esitazione è una di queste. E’ un frammento temporale quasi impercettibile, dove  chi lo esegue è come se fosse sospeso in una dimensione dove tempo e spazio non esistono; il palleggio viene “rallentato” giusto quanto basta per non farsi fischiare nessuna infrazione, si cambia improvvisamente velocità… e se tutto è stato fatto come si deve, il difensore non si sarà accorto di niente e voi sarete proiettati al ferro. L’evoluzione di questa “move”, prevede anche un drastico cambio di direzione oltre la variazione di velocità , inducendo la difesa a leggere la situazione nella maniera errata, finendo dalla parte opposta dell’attaccante… Crossover.  Tra i massimi esponenti di quest’arma micidiale troviamo Allen Iverson, Jamal Crawford, Kyrie e Steph…  tutti giocatori di stampo street. Se il crossover è particolarmente aggressivo e violento, le caviglie potrebbero “lievemente” cedere, stendendo sul parquet il difensore (per maggiori informazioni sugli anklebreaker, chiedete ad Antonio Daniels, sicuramente non un grande amico di The Answer).

Ciò che mi ha sempre colpito intensamente di Paul Pierce, è proprio il fatto che non è un giocatore di questo tipo, anzi è veramente distante dai livelli atletici della lega; eppure le sue azioni rimarranno nella storia, esattamente come il suo nome nella franchigia di Boston. Il fato ha voluto che alla fine degli anni ’90, dopo una dinastia intoccabile evolutasi nel corso degli anni, grazie a leggende come Bill Russel e Larry Bird, Pierce fosse il continuatore di questo percorso magico, composto da delusioni, fatica, sudore e successi. Una sera, parlando con amici, sono  saltate fuori un paio di frasi del tipo – “Se c’è la fa lui, può riuscirci chiunque” – “Sembra un ottantenne” – però credo che chiunque fosse lì in quel momento, mentre sono state pronunciate quelle parole, sapesse benissimo quanto fossero buttate lì e di che livello di complessità raggiungessero i “lenti” movimenti di questo giocatore. Il suo “Slow Flow” uccide la partita e l’autostima di ognuno dei suoi avversari, spianandogli  la strada verso il ferro… e verso la vittoria.

E.R. – stile in prima linea                                                                                                                                 

Corsa al titolo di MVP, ecco chi sono i 5 favoriti per la vittoria finale

MVP

Quello di MVP (Most Valuable Player) è senza dubbio il premio più ambito tra quelli assegnati dalla NBA a fine stagione. Il riconoscimento premia il giocatore che più si è fatto valere in stagione, prendendo in considerazione numeri personali e risultati di squadra.

La statuetta bronzea è il sogno di ogni bambino che desidera giocare nella lega. Il premio è’ intitolato a Maurice Podoloff, primo Commissioner NBA (1946-1963) che istituì il trofeo.

L’MVP viene assegnato tramite votazione: i più influenti esperti e giornalisti tra Canada e USA formano una loro classifica personale, assegnando 10 punti al primo, 7 al secondo, 5 al terzo, 3 al quarto e 1 al quinto classificato. Il giocatore con il punteggio più alto vince il premio.

Nella storia della NBA vi è stato finora un solo Most Valuable Player unanime: Stephen Curry nella stagione 2015\16, quando i suoi Golden State Warriors ottennero il record NBA per vittorie in stagione regolare (73).

L’attuale detentore del trofeo è James Harden, guardia degli Houston Rockets. Il “Barba” trascinò lo scorso anno i suoi, con 30 punti, 9 assist e 5 rimbalzi di media, al primo posto nella Western Conference ed al miglior record NBA assoluto (65-17).

Durante tutta la stagione sul sito della NBA è possibile trovare la classifica aggiornata dei favoriti, sponsorizzata da KIA. Vediamo assieme la situazione attuale.

5. Nikola Jokic

 

Il Joker, soprannome di Nikola Jokic, lungo dei Denver Nuggets, sta avendo la stagione della definitiva consacrazione tra le stelle più brillanti del cielo NBA.

Il serbo è un giocatore amatissimo dai fan, sia per la sua atipicità in campo, sia per la sua particolarità fuori dal parquet. Lo stesso Jokic ha raccontato come, mentre veniva selezionato al draft NBA 2014 con la 41esima scelta assoluta, lui si trovasse a casa sua in Serbia, a dormire. Oggi Jokic sta viaggiando su medie da 20 punti, 10 rimbalzi e 7 assist a partita, conducendo i sorprendenti e giovani Denver Nuggets da vero leader.

Oggi la franchigia del Colorado, che l’anno scorso mancò i playoffs perdendo lo scontro diretto contro i Minnesota Timberwolves all’ultimo partita di stagione regolare, sta lottando per le primissime posizioni ad Ovest.

Nikola Jokic è un centro molto atipico, senza dubbio quello con le migliori qualità di passatore (7 assist di media!) e di certo non il più atletico: sono pochissime le schiacciate messe a referto in stagione.

Ecco allora una candidatura credibile alla top 5 per il titolo di MVP. Il Joker sta conducendo una squadra di giovani, di cui è apparentemente l’unica stella, ai piani alti della tostissima Western Conference. E lo sta facendo con numeri da capogiro, molto rari per un centro e vicini ad una tripla doppia di media.

Fosse anche atletico, staremmo parlando di un mostro, sebbene forse la sua vera forza (e simpatia) stia nel fare tutto ciò che fa, senza essere un superuomo.

POSIZIONE NUMERO 4>>>

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