Regular Season NBA 2018/2019 – Le pagelle (seconda parte)

A metà aprile, in NBA si inizia a fare sul serio; ai playoff tutti i nodi verranno al pettine, il reale valore delle squadre emergerà. E’ durante la regular season, però, che si trovano le alchimie e i ritmi necessari per arrivare pronti alle partite che contano. Come ogni anno, approfittiamo della chiusura della stagione regolare per dare i voti alle trenta franchigie. Con un occhio alle aspettative della vigilia, cercheremo di capire come le sedici qualificate si presentano alla post-season, e proveremo a fare un bilancio finale sulle quattordici che pensano già alle vacanze. E’ il momento del ‘pagellone’ 2018/19!

(La prima parte è visibile a questo link)

 

Miami Heat: voto 5

Coach Erik Spoelstra e Dwyane Wade. Per il numero 3, il 2018/19 è stata la stagione d'addio
Coach Erik Spoelstra e Dwyane Wade. Per il numero 3, il 2018/19 è stata la stagione d’addio

Se il tuo miglior giocatore è un trentasettenne che ha annunciato da tempo il pensionamento, vuol dire che la tua franchigia ha qualche problema. Miami si è presentata alla festa d’addio di Dwyane Wade a mani vuote, senza il biglietto valido per l’ultima corsa del leggendario numero 3 ai playoff. Il 2018/19 degli Heat è stato la mediocrità fatta stagione, tanto che gli unici momenti da ricordare sono stati il commiato a Wade e il ritiro della maglia di Chris Bosh; gli ultimi simboli di un’epoca gloriosa, ma ormai lontana. Indubbiamente, gli infortuni che hanno tenuto a lungo fermi Goran Dragic, Dion Waiters e James Johnson hanno influito, ma coach Erik Spoelstra non è riuscito a spremere nulla di eclatante dagli altri uomini di punta. Josh Richardson e Justise Winslow hanno chiuso con le migliori cifre in carriera, ma il vero salto di qualità non è arrivato. Hassan Whiteside ha continuato la sua parabola discendente, pur confermandosi una macchina da doppie-doppie; è facile pensare che l’anno prossimo, con il contratto in scadenza, lascerà sempre più spazio al più giovane e ‘affamato’ Bam Adebayo. A proposito di giovani, il ventunenne Derrick Jones Jr. ha ridato un po’ di entusiasmo ai tifosi con le sue devastanti schiacciate; se riuscisse ad ampliare il suo bagaglio offensivo, magari seguendo le orme di Zach LaVine, per una franchigia ‘immobilizzata’ dal monte salari ingolfato ci sarebbe un minimo di speranza.

 

Milwaukee Bucks: voto 9

Coach Mike Budenholzer e Giannis Antetokounmpo, protagonisti del grande 2018/19 dei Bucks
Coach Mike Budenholzer e Giannis Antetokounmpo, protagonisti del grande 2018/19 dei Bucks

Il 10 non arriva solo perchè l’avevamo dato agli Warriors versione 2015/16 (quelli del 73-9), ma la regular season dei Bucks è stata pressoché perfetta. Solidamente al comando della Eastern Conference dall’inizio alla fine, hanno chiuso col miglior record della lega, col probabile MVP (Giannis Antetokounmpo) e col quasi certo Coach Of The Year (Mike Budenholzer). Ma a far sorridere Milwaukee non sono solo bilanci e riconoscimenti, bensì la consapevolezza di aver compiuto un passo che, l’anno scorso, sembrava più lungo della gamba: diventare una contender.

Coach Bud ha cucito il suo gioco su misura per le caratteristiche fuori dal comune del fenomeno greco-nigeriano, circondandolo di tiratori (ma al contempo abili penetratori) per lasciargli l’area sgombra. Un po’ come ha fatto Mike D’Antoni con James Harden. Con tutti gli effettivi pienamente coscienti del loro ruolo e delle loro responsabilità, il gruppo si è presto uniformato in una vera e propria corazzata. Ecco dunque Malcolm Brogdon ed Eric Bledsoe non solo coesistere, ma addirittura rivelarsi determinanti in più di un’occasione. Tanto che Bledsoe, finora un’eterna incompiuta, si è guadagnato un rinnovo contrattuale nella miglior squadra della stagione (numeri alla mano). Brook Lopez, grazie alle voragini create dalle penetrazioni del numero 34, ha avuto ‘licenza di uccidere’ dall’arco dei tre punti, dando vita a una sorta di Stephen Curry versione ‘deluxe’. Anche Khris Middleton è stato valorizzato al massimo, tanto da meritare il primo All-Star Game in carriera, mentre via trade è arrivato un fit perfetto come Nikola Mirotic. L’ottimo lavoro dell’allenatore si è visto anche nell’affidabilità della panchina, da cui si sono alzati veterani come Ersan Ilyasova e George Hill, ma anche i giovani D.J. Wilson, Pat Connaughton, Sterling Brown e Donte DiVincenzo, che pur hanno dovuto fare più volte la ‘spola’ tra NBA e G-League. Anche qualora le Finals non venissero raggiunte quest’anno, con l’inarrestabile ascesa di ‘The Greek Freak’, le decisioni giuste in chiave-rinnovi (Middleton, Brogdon, Lopez e Mirotic andranno in scadenza a fine stagione) e qualche piccolo ritocco potremmo trovarci di fronte alla prossima dinastia.

 

Minnesota Timberwolves: voto 5

Da sinistra, Andrew Wiggins, Karl-Anthony Towns e Derrick Rose
Da sinistra, Andrew Wiggins, Karl-Anthony Towns e Derrick Rose

Sembra passato un secolo da “occhio a Minnesota”, invece è un mantra che risale ad appena un anno e mezzo fa. I Timberwolves sembravano destinati alla grandezza, ma il loro momento non è ancora arrivato. E forse non arriverà mai. Il 2018/19 è stata una stagione sprecata, principalmente per via delle tardive separazioni da Jimmy Butler e Tom Thibodeau. La richiesta di cessione e la permanenza ‘forzata’ del primo e il destino segnato dell’allenatore hanno lasciato la squadra in un limbo da cui non è mai uscita. Mentre Minnesota cercava (invano) un’identità, le altre candidate ai playoff avevano già trovato i giusti meccanismi, acquisendo un vantaggio ormai incolmabile. I nuovi Timberwolves, con Dario Saric e Robert Covington al posto di Butler, dovevano ricominciare da capo, come se il training camp fosse appena iniziato. L’aggancio all’ottavo posto non è mai stato un obiettivo credibile, ed ecco dunque il brusco passo indietro rispetto alla passata stagione.

In mezzo a tante incertezze, qualcosa di sicuro c’è: Karl-Anthony Towns e Andrew Wiggins non sono ancora (e forse non saranno mai) i leader di una squadra di prima fascia. Il primo ha raggranellato cifre altisonanti, fatte registrare soprattutto quando si giocava senza più obiettivi, il secondo è regredito in maniera preoccupante, rispetto a due stagioni fa. Le uniche note liete della stagione sono state il debutto di Josh Okogie, promosso in quintetto dal nuovo allenatore Ryan Saunders, e la rinascita di Derrick Rose, una delle storie più belle di questo 2018/19. Per il resto, Minneapolis non è mai stata così fredda…

 

New Orleans Pelicans: voto 5

Julius Randle e Anthony Davis, ovvero la notizia migliore e quella peggiore del 2018/19 dei Pelicans
Julius Randle e Anthony Davis, ovvero la notizia migliore e quella peggiore del 2018/19 dei Pelicans

Prima o poi doveva succedere. Il matrimonio fra un potenziale MVP e una franchigia perennemente mediocre era destinato a finire, e in questo 2018/19 la minaccia si è di fatto concretizzata. Anthony Davis ha scelto le modalità e le tempistiche peggiori per comunicare la sua intenzione di lasciare New Orleans. Con la decisiva complicità del suo agente, Rich Paul, ha contribuito a mandare a rotoli sia la stagione dei Lakers, sia quella dei Pelicans. Fino a quel momento, la squadra di Alvin Gentry aveva alternato prestazioni incoraggianti e serie negative, dando la sensazione di non poter ripetere i risultati dello scorso anno (sesto piazzamento a Ovest e secondo turno playoff). Nel frattempo, Davis dominava come non mai, ‘ingolosendo’ ulteriormente Magic Johnson, LeBron James e compagnia e spingendoli al fallimentare all-in.

E’ vero, la decisione dell’ormai ex-general manager Dell Demps (recentemente sostituito da David Griffin) di rifiutare l’offerta gialloviola è stato un forte atto di ribellione nei confronti di una tendenza ormai evidente, che rischia di minare gli equilibri tra franchigie e giocatori. Tenere Davis, però, ha costretto sia il giocatore che la squadra a passare il finale di stagione in un limbo oscuro, in attesa degli sviluppi estivi. Con la loro star a minutaggio ridotto, se non addirittura in borghese, i Pelicans hanno comunque onorato l’impegno, mettendo in campo tutto il loro orgoglio e regalando a Gentry qualche motivo di soddisfazione; su tutti l’ottima annata di Julius Randle (alla miglior stagione in carriera), ma una nota di merito va anche agli estemporanei exploit di Jahlil Okafor (oltre 20 punti e 10 rimbalzi di media a fine gennaio) ed Elfrid Payton (cinque triple-doppie consecutive a marzo). L’epilogo della vicenda-Davis, previsto tra la fine di giugno e l’inizio di luglio, sarà il più importante crocevia nella storia della franchigia. Le contropartite che si riusciranno a ottenere (le pretendenti non mancano) potrebbero fare la differenza tra un futuro roseo e un futuro…altrove.

 

New York Knicks: voto 4,5

Mitchell Robinson (a sinistra) e Kevin Knox, i due rookie dei Knicks versione 2018/19
Mitchell Robinson (a sinistra) e Kevin Knox, i due rookie dei Knicks versione 2018/19

Il mezzo voto in più è dato dalla cessione di Kristaps Porzingis, che ha tolto alla dirigenza la spinosa questione del rinnovo e che ha portato a New York lo spazio salariale necessario per puntare ai grossi free-agent. Con la speranza che qualcuno ci voglia andare davvero, a New York. Ecco, ‘speranza’ è il termine più appropriato per definire le strategie dei Knicks. La speranza che Kevin Durant e Kyrie Irving preferiscano la grande piazza (d’altronde, ci sono grattacieli enormi! E la pizza è buo… no, non ce la faccio a scriverlo). Che poi è la stessa speranza che hanno Nets, Lakers e Clippers; qualcuno dovrà pur rimanere a bocca asciutta. Ma anche la speranza (più concreta) che la draft lottery porti in dote Zion Williamson, colui che, secondo i ‘piani’, dovrebbe magicamente spazzare via decenni di umiliazioni.

In questo 2018/19 i Knicks hanno toccato il fondo, eguagliando il peggior record della loro storia. La stagione appena terminata, la quattordicesima senza playoff negli ultimi diciotto anni, non ha lasciato alcun motivo di ottimismo. La cronica assenza di Porzingis è stata ovviamente un grosso handicap, ma il problema principale sta alla base: dopo anni nei bassifondi, non si è intravisto neanche lo straccio di un progetto tecnico. Il roster dei Knicks 2018/19 era un’accozzaglia di ‘oggetti misteriosi’ in cerca di riscatto, ma solo Emmanuel Mudiay (che ha chiuso con le migliori cifre in carriera) può dirsi riuscito nell’intento; gli altri, bocciati senza appello. Tra i giovanissimi, spesso Allonzo Trier e Damyean Dotson hanno oscurato i più attesi Kevin Knox e Mitchell Robinson. Chiariamo subito: gli ultimi due hanno mostrato grande potenziale, ma niente che non si possa sacrificare per arrivare a qualche pesce grosso. Il povero David Fizdale ha dovuto inventarsi ogni sera un quintetto e una rotazione, aspettando con ansia che il supplizio finisse. Come da tradizione della casa, non sono mancate le polemiche fuori dal parquet, con la contestazione al proprietario, James Dolan, che si è fatta sempre più feroce. Un bell’ambientino in cui andare a giocare, no? Venghino, siori!

 

Oklahoma City Thunder: voto 6,5

Russell Westbrook (#0) e Paul George (#13), stelle dei Thunder
Russell Westbrook (#0) e Paul George (#13), stelle dei Thunder

Fino alla pausa per l’All-Star Game, il 2018/19 dei Thunder era da 8 in pagella. Guidati da un Paul George formato MVP (e miglior difensore dell’anno, premio per cui resta favorito), gli uomini di coach Billy Donovan terrorizzavano la Western Conference, gravitando stabilmente intorno al terzo posto. La partita contro gli Utah Jazz del 22 febbraio, vinta al doppio overtime con 45 punti di PG13, ha segnato un imprevedibile punto di svolta. Da quel momento, 11 vittorie e 13 sconfitte. Solo una netta ripresa nel finale, con cinque successi nelle ultime cinque gare, ha permesso a OKC di chiudere al sesto posto la Western Conference, evitando i Golden State Warriors al primo turno playoff. Il brusco calo di marzo è in parte dovuto all’infortunio alla spalla patito da George, che al rientro è sembrato meno dominante, ma il crollo è stato generale.
Dopo aver lasciato inaspettatamente il palcoscenico a PG13 per gran parte della stagione, Russell Westbrook ha provato a caricarsi la squadra sulle spalle. A volte ha preso le solite scelte affrettate ma, più di frequente, si è rivelato decisivo. Chiudere la terza stagione consecutiva in tripla-doppia di media non è una cosa normale, è qualcosa di cui si parlerà per decenni, una volta ritirato. Ma, lasciando da parte le statistiche, è la sua nuova leadership a suggerire che l’ex-MVP sia quasi pronto al grande salto, quello che porta al titolo. Per compierlo, dovrà aiutare la squadra a superare le recenti incertezze. Al suo fianco, oltre a George, ci saranno la garanzia Steven Adams, gli emergenti Jerami Grant e Terrance Ferguson e il ritrovato Dennis Schroder, tra i migliori della lega in uscita dalla panchina in questo 2018/19.

 

Orlando Magic: voto 7,5

Nikola Vucevic, Terrence Ross e Aaron Gordon, colonne portanti dei Magic 2018/19
Nikola Vucevic, Terrence Ross e Aaron Gordon, colonne portanti dei Magic 2018/19

Aiutati dalla mediocrità della concorrenza, i Magic hanno centrato la prima qualificazione ai playoff dal lontano 2012, quando sotto i tabelloni dominava Dwight Howard. Un traguardo ottenuto in modo abbastanza inaspettato, sopratutto per le dinamiche. A inizio stagione, le attenzioni erano rivolte sui giovani, nella speranza che qualcuno riuscisse finalmente a ‘sbocciare’ come possibile uomo-franchigia. Invece Mohamed Bamba è rimasto a lungo in panchina, Jonathan Isaac si è visto a sprazzi e Aaron Gordon è apparso addirittura involuto, rispetto allo scorso anno. A fare la differenza sono stati due giocatori in scadenza di contratto, il che addensa ulteriormente le già fittissime nubi. Terrence Ross ha portato punti pesanti dalla panchina, avanzando una timida candidatura per il premio di Sixth Man Of The Year. Nikola Vucevic ha fatto ancora meglio: un 2018/19 da 20.8 punti e 12 rimbalzi di media (di gran lunga le migliori cifre in carriera) gli è valso la prima convocazione all’All-Star Game. Peccato che entrambi potrebbero salutare la Florida a luglio, riaprendo così i cantieri di una ricostruzione che non è mai terminata del tutto. Anche perchè gli altri protagonisti della sorprendente cavalcata di questi Magic si chiamano Evan Fournier e D.J. Augustin, non proprio delle giovani promesse…

Il ritorno ai playoff è una tappa cruciale per la ripartenza di Orlando ma, una volta finita la corsa, torneranno le incognite: Ross e Vucevic rinnoveranno? Quanto valgono davvero i giovani, per cui sono state spese scelte molto alte negli ultimi draft? Riuscirà Markelle Fultz, arrivato alla trade deadline, a esprimere il suo enorme potenziale? Questo 2018/19 è stato una vera svolta, oppure un episodio isolato?

 

Philadelphia 76ers: voto 7,5

Da sinistra, Joel Embiid, Ben Simmons e Jimmy Butler
Da sinistra, Joel Embiid, Ben Simmons e Jimmy Butler

Per una valutazione completa sul 2018/19 dei Sixers bisognerà aspettare almeno fino al prossimo luglio, quando Jimmy Butler e Tobias Harris saranno chiamati al rinnovo contrattuale. Quel che è certo, però, è che la squadra di Brett Brown si presenta ai playoff con tutte le carte in regola per tentare davvero l’approdo alle Finals. Butler e Harris, chiamati in corso d’opera dopo un avvio stentato, hanno dato una nuova dimensione a un gruppo che, fino al loro approdo, si affidava completamente a due giocatori tanto forti, quanto acerbi. Naturalmente, Ben Simmons e Joel Embiid sono rimasti al centro del progetto. Non poteva essere altrimenti; il primo ha preso in mano le redini della squadra fin dal suo debutto, è stato chiamato meritatamente all’All-Star Game e, appena svilupperà il suo tiro dalla distanza, potrebbe fare la voce gorssa in chiave MVP. Un premio a cui Embiid pensa già: il centro camerunese ha disputato una regular season mostruosa, dominando incontrastato ai due lati del campo e imponendosi, al suo terzo anno da professionista, tra i migliori lunghi NBA.

Un affidabile realizzatore come Harris (alla miglior stagione in carriera) e un two-way-player d’elite come Butler hanno certamente colmato delle lacune, sia sul piano tecnico, sia in termini di esperienza. Forse, alcuni equilibri non sono ancora perfetti; Brown ha optato spesso per una comoda ‘democrazia’, alternando sul parquet due stelle alla volta per distribuire equamente minutaggi e possessi. Però ai playoff servono i grandi giocatori, e Phila ora ce li ha. Interessanti le mosse alla trade deadline, con la cessione di un Markelle Fultz che non era più possible aspettare e con gli innesti di Mike Scott, Boban Marjanovic, Jonathon Simmons e James Ennis a dare profondità e ‘mestiere’ alla panchina. Se questo all-in sia stato la mossa giusta non si può ancora sapere ma, per quanto riguarda il presente, ci sono pochi dubbi: nella corsa al trono dell’Est bisognerà fare i conti coi Sixers.

 

Phoenix Suns: voto 4

Devin Booker (#1) e DeAndre Ayton (#22), giovani stelle dei Suns
Devin Booker (#1) e DeAndre Ayton (#22), giovani stelle dei Suns

La partita-manifesto del 2018/19 dei Suns è quella giocata il 25 marzo a Salt Lake City: Devin Booker segna 59 punti, ma Phoenix perde di 33 contro gli Utah Jazz. Se, con un talento del genere a disposizione, chiudi tre stagioni di fila col peggior record a Ovest (penultimo posto nel 2015/16, anno del debutto di Booker), vuol dire che troppe cose non funzionano. Giocatori come Booker, ma anche come DeAndre Ayton, prima scelta assoluta al draft 2018, sono capitati nel posto peggiore per iniziare la loro avventura in NBA. Che i Suns fossero una franchigia allo sbando lo si capiva già da tempo, ma nell’ultima stagione si sono raggiunti picchi memorabili; dal licenziamento del general manager Ryan McDonough (mai ufficialmente rimpiazzato) poco prima dell’avvio allo scambio di persona tra Dillon e MarShon Brooks che ha fatto saltare una trade con Memphis, dai primi quarti da soli nove punti contro Sacramento e Portland alle minacce del proprietario, Robert Sarver, di trasferire la franchigia in caso di mancate sovvenzioni per il rinnovamento dell’arena. In questa bolgia infernale, i risultati sul campo sono stati una naturale conseguenza, con l’ultimo posto matematico già a novembre. Dei lievi miglioramenti si sono avuti con gli innesti di Kelly Oubre e Tyler Johnson, ma l’euforia per le vittorie contro Bucks e Warriors si è presto spenta. Booker e Ayton hanno messo insieme cifre individuali di tutto rispetto, ma la loro maturazione non potrà mai avvenire in un contesto in cui la cultura perdente è così radicata. Il loro potenziale, unito al buonissimo impatto di Oubre e Johnson e a una tra le primissime scelte al prossimo draft rappresentano comunque una speranza che qualcosa possa cambiare. Per un ulteriore fallimento, però, non ci sarebbero più scuse.

 

Portland Trail Blazers: voto 7,5

Da sinistra, C.J. McCollum, Damian Lillard e coach Terry Stotts
Da sinistra, C.J. McCollum, Damian Lillard e coach Terry Stotts

Con ogni probabilità, anche in questo 2018/19 i Blazers non andranno lontano. Il bruttissimo infortunio di Jusuf Nurkic è una mazzata tremenda per gli uomini di Terry Stotts, che si presentano ai playoff senza un giocatore fondamentale. Gli annali registreranno dunque una nuova eliminazione precoce, forse quella che farà saltare definitivamente il banco. Però la loro stagione, esattamente come quella passata, non è affatto da buttare. Portland si è confermata una delle migliori squadre della Western Conference, divincolandosi con personalità dalla lotta per i piazzamenti più scomodi nella griglia playoff e centrando un prestigioso terzo posto.

A guidare la truppa sono stati i ‘soliti noti’, a cominciare da Damian Lillard. Forse, stavolta non entrerà nel primo quintetto All-NBA (nonostante il suo rendimento sia grossomodo identico a quello del 2017/18), ma il numero 0 si è confermato una stella tra le stelle, un fenomeno che meriterebbe di competere per il traguardo più grosso. Al suo fianco, il sempre affidabile C.J. McCollum e l’emergente Nurkic, la cui carriera sembra ora a repentaglio. Però i Blazers versione 2018/19 non si fermano ai loro tre leader. L’esplosione di Jake Layman e gli innesti in corsa di Rodney Hood ed Enes Kanter hanno dato a Stotts quella profondità che è sempre mancata al suo roster. Volendo trovare una nota negativa, che l’impatto dei veterani (Evan Turner, Al-Farouq Aminu, Maurice Harkless, Seth Curry) sia stato di gran lunga superiore a quello dei giovani (Meyers Leonard, Zach Collins, Anfernee Simons, Gary Trent Jr.) non è troppo incoraggiante, guardando al futuro.

 

Sacramento Kings: voto 7,5

De'Aaron Fox e Marvin Bagley, giovani speranze dei Kings
De’Aaron Fox e Marvin Bagley, giovani speranze dei Kings

Il digiuno da playoff, che perdura dal 2006, non è stato interrotto, ma per i Kings il 2018/19 è stata la stagione della svolta. La franchigia disfunzionale per eccellenza si è trasformata in un progetto giovane e ambizioso, che ha tutte le carte in regola per far parlare di sé negli anni a venire. La dirigenza, archiviata una volta per tutte l’era-DeMarcus Cousins, ha inanellato una serie di scelte azzeccate che ha dato una nuova identità alla squadra. Al timone ha messo De’Aaron Fox il quale, dopo un anno da rookie comprensibilmente in chiaroscuro, è finalmente esploso. Merito anche della decisione presa in sede di draft, con il lungo Marvin Bagley (cresciuto esponenzialmente negli ultimi mesi) preferito a Luka Doncic, che avrebbe quasi certamente bloccato la maturazione di Fox (come avvenuto a Dallas con Dennis Smith Jr.). Intorno a lui una serie di tiratori, tra cui spicca un eccellente Buddy Hield, un centro atletico e ‘sporco’ come Willie Cauley-Stein (che finalmente è riuscito a dimostrare il suo valore), un two-way-player d’eccezione come Harrison Barnes e due giovani di grande talento e solidità in uscita dalla panchina come Bogdan Bogdanovic e Harry Giles.

Già allo stato attuale, i Kings sono rimasti in zona playoff per gran parte della stagione, cedendo il passo nel finale a rivali più attrezzate come Clippers e Spurs. Con la crescita dei giovani talenti e i giusti ritocchi estivi (si parla di un interesse per Nikola Vucevic, in uscita da Orlando), per i calfiorniani il ritorno alla post-season potrebbe essere molto vicino. L’auspicabile salto di qualità verrebbe compiuto senza coach Dave Joerger, ‘silurato’ senza troppe giustificazioni dal riconfermato general manager Vlade Divac e prontamente rimpiazzato da Luke Walton.

 

San Antonio Spurs: voto 6,5

Coach Gregg Popovich tra LaMarcus Aldridge (a sinistra) e DeMar DeRozan
Coach Gregg Popovich tra LaMarcus Aldridge (a sinistra) e DeMar DeRozan

La ventiduesima partecipazione consecutiva ai playoff è un traguardo eccezionale, soprattutto considerando le partenze di Kawhi Leonard e Tony Parker, il ritiro di Manu Ginobili, il grave infortunio di Dejounte Murray e quello un po’ meno grave di Derrick White. Però gli Spurs 2018/19 erano pur sempre la squadra di DeMar DeRozan e LaMarcus Aldridge, due stelle ancora nei loro anni migliori. Il settimo posto finale (stesso piazzamento dell’anno scorso) non si butta certo via, ma la sensazione è che il motore nero-argento stia battendo sempre più in testa. I giovani non hanno strabiliato; sia Davis Bertans che Jakob Poltl sono cresciuti, ma non quanto ci si aspettasse. Detto degli infortuni di Murray e White, anche Lonnie Walker, selezionato allo scorso draft, non ha quasi messo piede in campo. Coach Gregg Popovich si è dovuto affidare ai soliti veterani, da Patty Mills a Rudy Gay, passando per Marco Belinelli, affidabile come sempre in uscita dalla panchina. La regular season di San Antonio è stata un’altalena continua. Il punto più basso si è raggiunto con il tradizionale ‘rodeo trip’ di febbraio, chiuso con una sola vittoria su otto partite disputate; quello più alto subito dopo, con i nove successi consecutivi che hanno cementato la qualificazione ai playoff. Il motto “mai scommettere contro gli Spurs” è sempre di moda, però (salvo enormi sorprese) questa stagione sembra destinata a chiudersi massimo al secondo turno, e così anche la prossima e quella dopo ancora, almeno fino a quando l’addio di Popovich non porterà a una svolta obbligata. Da che parte vuole andare San Antonio?

 

Toronto Raptors: voto 8

Kawhi Leonard (a sinistra) e Pascal Siakam, uomini chiave per il 2018/19 dei Raptors
Kawhi Leonard (a sinistra) e Pascal Siakam, uomini chiave per il 2018/19 dei Raptors

Con l’operazione che, l’estate scorsa, aveva portato in Canada Kawhi Leonard, la franchigia ha fatto una dichiarazione d’intento: proveremo a vincere subito, per il futuro si vedrà. Giudicando la splendida regular season disputata, in cui i Raptors sono stati gli unici, credibili rivali dei Bucks per il primato a Est, il piano procede al meglio. Il fatto che Leonard abbia saltato molte partite, per recuperare con calma dal misterioso infortunio patito con gli Spurs, aggiunge valore a quanto fatto dagli uomini di Nick Nurse, al primo anno da capo-allenatore. L’ex assistente di Dwane Casey è riuscito a inserire perfettamente Leonard e l’altro nuovo arrivato, Danny Green, ha valorizzato al massimo Pascal Siakam, che si appresta a diventare un All-Star, e ha tirato fuori il meglio dall’improbabile coppia formata da Serge Ibaka e Jonas Valanciunas, spesso alternandoli in campo. A febbraio, il lituano (che avrà una ‘scomoda’ player option in estate) è stato incluso nel pacchetto che ha portato a Toronto Marc Gasol. Per un giocatore abituato ad essere il punto di riferimento a Memphis, assimilare un ruolo più marginale in una franchigia così diversa non è affatto semplice, e infatti Gasol non ci è ancora riuscito del tutto. Anche i 34 anni suonati non giocano proprio a suo favore, ma per un progetto a brevissimo termine come quello dei Raptors, la classe e l’esperienza di Marc (a cui si è aggiunto anche Jeremy Lin, dopo il buyout con Atlanta) sono gli ingredienti che potrebbero dare alla torta il sapore perfetto.

 

Utah Jazz: voto 7,5

Joe Ingles, Donovan Mitchell e Rudy Gobert
Joe Ingles, Donovan Mitchell e Rudy Gobert

A capodanno, il 2018/19 dei Jazz sembrava già un mezzo flop; 18 vittorie e 19 sconfitte, undicesimo posto a Ovest. Complice un calendario piuttosto impegnativo (con il più alto numero di trasferte in tutta la lega, fino a quel momento), la squadra di Quin Snyder faticava a ritrovare il ritmo con cui aveva sorpreso nella stagione precedente. Con l’arrivo dell’anno nuovo, ecco l’inversione di rotta, con un’inarrestabile progressione che ha portato Utah ai piani alti della Western Conference. Il netto miglioramento della squadra è coinciso con la spaventosa crescita dei suoi leader, Donovan Mitchell e Rudy Gobert. Il primo, dopo essersi accollato qualche (frettolosa) critica di troppo, ha viaggiato a oltre 26 punti di media nel 2019 (contro i 20.1 dei primi mesi), mentre il francese ha messo insieme le migliori cifre in carriera (15.7 punti e 12.9 rimbalzi); avessero giocato a Est, entrambi sarebbero andati all’All-Star Game, ma chissà che non sia semplicemente una questione di tempo… Intorno a loro, il solito, iper-collaudato gruppo di veterani: Joe Ingles, Ricky Rubio, Derrick Favors, Jae Crowder e il nuovo innesto Kyle Korver, che ai playoff potrebbe tornare piuttosto utile. Con un attacco estremamente equilibrato e la seconda miglior difesa NBA (dietro a quella dei Bucks), i Jazz saranno la più scomoda delle avversarie nella corsa al trono dell’Ovest.

 

Washington Wizards: voto 4,5

Bradley Beal (#3) e Thomas Bryant (#13), tra le poche note liete dei 2018/19 degli Wizards
Bradley Beal (#3) e Thomas Bryant (#13), tra le poche note liete dei 2018/19 degli Wizards

Una disfatta. Il 2018/19 doveva essere la stagione del rilancio, quella in cui lasciarsi alle spalle l’etichetta di ‘eterna incompiuta’. Un obiettivo apparentemente alla portata, in una Eastern Conference senza padroni. Invece è diventato il capolinea, per un gruppo destinato a sfaldarsi al più presto. I pessimi risultati in avvio e uno spogliatoio spaccato fin da subito hanno indotto la dirigenza a un’assurda ‘rivoluzione a metà’. Sono partiti Otto Porter, Kelly Oubre, Markieff Morris e Austin Rivers, ma è arrivato Trevor Ariza (perchè??) e sono rimasti John Wall e Bradley Beal. Se il primo non ha oggettivamente mercato, visto il grave infortunio al tendine d’Achille e il contratto faraonico che sta per partire, cedere Beal avrebbe quantomeno accelerato la ricostruzione, visto che ai playoff ci credevano solo le parole degli interessati. Il numero 3 si è consacrato fra le stelle NBA, e ha già fatto intendere che il suo futuro nella capitale non è affatto scontato.

Dopo l’ennesimo tracollo, sembra tutto pronto per la rivoluzione ‘vera’. La prima testa a cadere è stata quella del presidente Ernie Grunfeld; non è escluso che la prossima sia quella di coach Scott Brooks, che ormai sembra aver fatto il suo tempo a Washington. Qualche piccola base su cui ricostruire c’è, come dimostrano l’esplosione di Thomas Bryant (l’ennesimo giovane ‘scartato’ dai Lakers, titolare dopo l’infortunio a lungo termine di Dwight Howard) e il buon impatto di Bobby Portis e Jabari Parker, arrivati a febbraio in cambio di Porter. Poi ci sarà da gestire il rientro di Wall (anche se non è detto che avvenga nella prossima stagione), e lì la questione si farà spinosa…

Regular Season 2018/19 – Le pagelle (prima parte)

A metà aprile, in NBA si inizia a fare sul serio; ai playoff tutti i nodi verranno al pettine, il reale valore delle squadre emergerà. E’ durante la regular season, però, che si trovano le alchimie e i ritmi necessari per arrivare pronti alle partite che contano. Come ogni anno, approfittiamo della chiusura della stagione regolare per dare i voti alle trenta franchigie. Con un occhio alle aspettative della vigilia, cercheremo di capire come le sedici qualificate si presentano alla post-season, e proveremo a fare un bilancio finale sulle quattordici che pensano già alle vacanze. E’ il momento del ‘pagellone’ 2018/19!

(la seconda parte è visibile a questo link)

 

Atlanta Hawks: voto 7

John Collins (a sinistra) e Trae Young, giovani stelle degli Hawks 2018/19
John Collins (a sinistra) e Trae Young, giovani stelle degli Hawks 2018/19

Per gli Hawks, questo 2018/19 si presentava come una stagione di tanking selvaggio, ma così non è stato. Certo, le sconfitte sono fioccate a grappoli, ma la squadra di Lloyd Pierce si è battuta valorosamente, lasciandosi nettamente alle spalle formazioni come Chicago, Cleveland e New York che, almeno sulla carta, sembravano decisamente più attrezzate. Atlanta ha vinto più del previsto, e lo ha fatto sopratutto grazie a una coppia di giovani stelle. Trae Young, partito con qualche difficoltà, ha strabiliato nella seconda parte del suo anno da matricola, imponendosi come unica credibile alternativa a Luka Doncic nella corsa al Rookie Of The Year Award. A beneficiare delle sue invenzioni è stato soprattutto John Collins. Il lungo da Wake Forest, alla seconda stagione NBA, ha sfiorato i 20 punti e 10 rimbalzi di media: cifre che sembrano proiettarlo verso un futuro da All-Star.
Intorno ai due fenomeni si sono intraviste le giuste basi per la costruzione di un ottimo progetto: giocatori funzionali alla causa, seppur tutti da formare (Kevin Huerter e Omari Spellman, positivi al debutto da professionisti), un allenatore a cui è stata lasciata carta bianca e una dirigenza illuminata, guidata dall’ottimo general manager Travis Schlenk. Tutto ciò vale molto più di un’improbabile rincorsa ai playoff o di una spudorata caccia alla prima scelta (New York e Cleveland). Che poi, di prime scelte Atlanta ne avrà quasi certamente due: oltre alla propria (che difficilmente uscirà dalle prime 6), ci sarà anche quella di Dallas (se non sarà tra le prime 5), ottenuta nello scambio che ha mandato in Texas Luka Doncic. Allora, cedere lo sloveno (terza chiamata assoluta nel 2018) per Young e una scelta futura era stato additato da molti come pura follia; sicuri che sia stato un errore così grossolano?

 

Boston Celtics: voto 5,5

Il quintetto dei Celtics per il 2018/19
Il quintetto dei Celtics per il 2018/19

Anche il tifoso più ottimista lo ammetterà: il 2018/19 dei Celtics non sta andando come previsto. Magari ai playoff ritroveremo la squadra gagliarda della passata stagione, quella fermata solo dai Cavs di LeBron James in gara-7 delle Conference Finals, ma oggi quella squadra non c’è più. O forse non c’è ancora. I rientri di Gordon Hayward e, soprattutto, Kyrie Irving non sono stati assolutamente ‘digeriti’ da coloro che avevano trascinato il gruppo l’anno scorso. Terry Rozier è sembrato più il discreto giocatore degli esordi, che lo ‘Scary Terry’ comparso su migliaia di T-shirt durante gli scorsi playoff, Jaylen Brown è stato a tratti irriconoscibile, Jayson Tatum ha alternato prestazioni da futuro MVP a serate di totale anonimato che, in post-season, potrebbero rivelarsi fatali. Molto meglio i veterani, da Marcus Smart a Marcus Morris, fino all’insostituibile Al Horford, eterno ‘faro’ su entrambi i lati del campo.
Guai a ‘incolpare’ Hayward e Irving per una situazione così delicata. Il primo sta disperatamente tentando di tornare ai grandi livelli del pre-infortunio, mentre il secondo si è confermato un fenomeno in una lega di fenomeni. Forse nella sua spasmodica ricerca della leadership ha incontrato qualche forzatura, forse l’incertezza sul suo futuro ha contribuito a destabilizzare l’ambiente, ma sul piano tecnico non gli si può rimproverare nulla. Semplicemente, Boston è incappata in quei ‘dolori di crescita’ inevitabili, per chi vuole arrivare in alto. Coach Brad Stevens ha davanti a sé il talento, e dietro di sé l’organizzazione giusta per risolvere questi problemi. Non dovesse farcela, nell’immediato futuro ci saranno decisioni molto delicate da prendere.

 

Brooklyn Nets: voto 7,5

D'Angelo Russell e Jarrett Allen, giovani speranze dei Nets
D’Angelo Russell e Jarrett Allen, giovani speranze dei Nets

Il 2018/19 è la stagione della rinascita, per i Nets, quella che permette loro di lasciarsi definitivamente alle spalle la maledetta trade che, nel 2013, aveva portato a Brooklyn le versioni ‘crepuscolari’ di Kevin Garnett e Paul Pierce. Quello scambio è finito col ‘regalare’ ai Celtics Jaylen Brown, Jayson Tatum e una parte di Kyrie Irving (arrivato a Boston in cambio di un pacchetto comprendente la scelta 2018), ed è costato ai Nets il futuro immediato.
Per riemergere dalle macerie, Brooklyn si è affidata al lavoro del general manager Sean Marks e di coach Kenny Atkinson. Con l’esiguo margine di manovra a disposizione, Marks ha assemblato un roster giovane, formato da ottimi role players e da qualche talento di prospettiva. Della prima categoria fanno parte giocatori come Joe Harris (vincitore del Three Point Contest 2019), DeMarre Carroll, il rookie Rodions Kurucs e Spencer Dinwiddie (che si è guadagnato un’estensione contrattuale), mentre nella seconda spiccano Jarrett Allen e D’Angelo Russell. Il centro da University of Texas sembra sulla buona strada per entrare, un giorno, nell’élite dei migliori lunghi NBA. In questa regular season si è tolto persino la soddisfazione di rifilare due memorabili stoppate a LeBron James e Giannis Antetokounmpo; roba che, per molti, varrebbe un’intera carriera… Russell ha vissuto la stagione della consacrazione, quella in cui ha raggiunto un meritatissimo All-Star Game, ha trascinato la squadra ai playoff e ha fatto venire più di un rimpianto ai tifosi dei Lakers. Rimpianti condivisibili fino a un certo punto; una maturazione del genere poteva avvenire solo in una franchigia organizzata, scrupolosa e paziente. Cosa che i Lakers non erano nel 2017 (quando ‘D-Lo’ è stato ceduto ai Nets), e che forse non saranno mai.
Questa ottima stagione permetterà a Brooklyn di riassaporare il clima playoff dopo quattro anni e, allo stesso tempo, di lanciare un forte messaggio ai prossimi free-agent: “Venite da noi, siamo pronti a diventare grandi”.

 

Charlotte Hornets: voto 5

Per coach James Borrego e Kemba Walker, il 2018/19 potrebbe essere stato il primo e unico anno insieme
Per coach James Borrego e Kemba Walker, il 2018/19 potrebbe essere stato il primo e unico anno insieme

L’imminente scadenza del contratto di Kemba Walker rendeva questo 2018/19 la stagione della svolta obbligata. Invece è stata l’ennesima annata mediocre, nonostante un Kemba al suo meglio (eletto titolare nell’All-Star Game disputato proprio a Charlotte). Il nuovo allenatore, James Borrego, non è riuscito a far cambiare rotta a un gruppo che, ormai, non ha più nulla da dare. I progressi di Jeremy Lamb (anche lui in scadenza) e Malik Monk sono stati troppo timidi per ravvivare le speranze di un futuro roseo, il rookie Miles Bridges si è visto solo a sprazzi e Frank Kaminsky, frustrato per lo scarso utilizzo, è diventato un vero e proprio ‘caso’; il suo addio (in estate avrà una qualifying offer) sembra ormai certo. Il grigiore di quest’annata ha contagiato anche Tony Parker, che forse poteva scegliere un posto migliore per il dopo-Spurs.
La scarsa competitività, la mancanza di scelte alte al draft, l’inesistente appetibilità per i free-agent e il monte salari ingolfato dai contratti assurdi di Nicolas Batum, Bismack Biyombo, Cody Zeller, Marvin Williams e Michael Kidd-Gilchrist (a libro paga per 85 milioni di dollari l’anno prossimo) hanno un significato comune, per la franchigia di Michael Jordan; un’altra estate senza prospettive. O meglio, con l’unica prospettiva di perdere il suo miglior giocatore e sprofondare nuovamente negli abissi, come ai tempi dei Bobcats.

 

Chicago Bulls: voto 4,5

I Chicago Bulls versione 2018/19
I Chicago Bulls versione 2018/19

Mezzo voto in più per i numerosi infortuni che hanno martoriato l’avvio di stagione, ma il 2018/19 dei Bulls è stato pessimo, soprattutto in virtù di quanto fatto l’anno scorso. Sembrava che la ricostruzione fosse partita col piede giusto, con le premesse ideali a renderla tutto sommato rapida. Anzi, il livello medio della Eastern Conference (escluse le prime quattro / cinque squadre) faceva intravedere, in fase di pronostici, qualche flebile speranza di playoff. Invece, dopo poche settimane è andato tutto a rotoli; basti pensare alla questione-allenatore, con coach Fred Hoiberg licenziato e con il suo sostituto, Jim Boylen, messo sotto accusa da parte dello spogliatoio per i metodi di allenamento troppo duri. Lo sviluppo dei giovani è proceduto a rilento; Kris Dunn a tratti involuto, Wendell Carter Jr. messo k.o. da un problema al pollice dopo appena 44 partite, le stesse giocate dall’altro rookie Chandler Hutchison. Lauri Markkanen, dopo i lampi da matricola, è tornato arruolabile solo a dicembre. L’unica nota lieta di questo 2018/19 è stato Zach LaVine (23.7 punti di media), che in un contesto più competitivo avrebbe forse conquistato l’All-Star Game. L’altro potenziale riferimento offensivo, Jabari Parker, è stato prima messo fuori rosa, poi ceduto (insieme a Bobby Portis) a Washington, in cambio di Otto Porter Jr.. L’innesto di quest’ultimo, insieme a una delle primissime chiamate al draft 2019, potrebbe dare la spinta decisiva per un rilancio che, a questo punto, non può più essere rimandato.

 

Cleveland Cavaliers: voto 4

Kevin Love ha passato ai box gran parte di questo 2018/19
Kevin Love ha passato ai box gran parte di questo 2018/19

Se nel giro di un anno passi dalle NBA Finals al penultimo posto della Eastern Conference mantenendo lo stesso roster, con la notabile eccezione di Jeff Green e quella ancor più notabile di LeBron James, si possono trarre due conclusioni: gli elementi sottratti erano decisamente influenti (sopratutto uno dei due, con buona pace del caro Jeff) e la tua franchigia è allo sbando. Pur senza il miglior giocatore della sua storia, in questo 2018/19 Cleveland aveva le carte in regola per puntare a un piazzamento playoff, soprattutto in una Conference che ha dato speranza persino agli Orlando Magic. Invece, la stagione dei Cavs è durata appena sei partite. Dopodiché, come direbbe Montalbano, è finita a schifìo.
Il licenziamento di coach Tyronn Lue è avvenuto con un tempismo inspiegabile (c’era bisogno di quelle sei figuracce per decidere che era meglio voltare pagina?) e ha messo a nudo l’inconsistenza del front-office. Una volta capita l’antifona, i veterani si sono messi di traverso, facendo intendere di non voler essere parte di un progetto (?) di ricostruzione. Qualcuno è stato ceduto (Kyle Korver, George Hill, Rodney Hood), qualcun altro si è presto infortunato (Kevin Love e Tristan Thompson), mentre J.R. Smith è rimasto ‘intrappolato’ in Ohio, nella vana attesa che qualcuno spendesse una prima scelta futura (risata di sottofondo) per portarselo via.
Volendo trovare una nota lieta, gli unici due giovani di prospettiva (Cedi Osman e il rookie Collin Sexton) hanno mostrato interessanti lampi di talento, ma per trovare un potenziale uomo-franchigia bisognerà passare dal prossimo draft. D’altronde, la strategia dei Cavs è ormai chiara: navigare a vista in attesa che cada dal cielo il ‘nuovo LeBron’.

 

Dallas Mavericks: voto 5

Luka Doncic, grande protagonista di questo 2018/19, insieme a Rick Carlisle
Luka Doncic, grande protagonista di questo 2018/19, insieme a Rick Carlisle

L’eccezionale debutto di Luka Doncic e l’operazione che ha portato in Texas Kristaps Porzingis hanno indubbiamente gettato le basi per un futuro interessante. Ciò non toglie che questo 2018/19 sia stato abbastanza deludente, soprattutto in virtù di come era iniziato. A dicembre, i Mavs erano in piena zona playoff e giocavano un ottimo basket. Coach Rick Carlisle era riuscito a inserire alla perfezione i nuovi arrivati (Doncic, Jalen Brunson e DeAndre Jordan) in un roster giovane ma collaudato. Le visioni dello sloveno e la presenza sotto i tabelloni di Jordan esaltavano le doti dei componenti del nucleo ‘storico’ (su tutti Dwight Powell e Maxi Kleber, ma anche Dorian Finney-Smith e il super-veterano J.J. Barea). L’unico realmente ‘penalizzato’ dal nuovo assetto è stato Dennis Smith Jr.. Messo inevitabilmente in secondo piano (in termini di responsabilità e possessi) dall’exploit di Doncic, il prodotto di NC State è entrato presto in rotta di collisione con lo staff tecnico. L’inevitabile separazione è arrivata alla trade deadline, quando Smith, Jordan e Wesley Matthews sono finiti a New York in cambio di Porzingis, Tim Hardaway Jr., Trey Burke e Courtney Lee. Una mossa che ha indicato chiaramente le intenzioni di Mark Cuban e il suo staff: lasciar perdere questa stagione (che infatti è totalmente naufragata, da febbraio in poi) per provare a diventare una contender in futuro. Poco da obiettare, a parte il fatto che affidarsi completamente a un rookie e a un fenomeno fermo da un anno e mezzo che potrebbe non rinnovare è comunque un bel rischio. Certo, se dovesse andar bene…

 

Denver Nuggets: voto 9

I Denver Nuggets di Gary Harris, Nikola Jokic e Jamal Murray sono una delle grandi rivelazioni di questo 2018/19
I Denver Nuggets di Gary Harris, Nikola Jokic e Jamal Murray sono una delle grandi rivelazioni di questo 2018/19

Forse la più grande sorpresa di questa regular season. Che per i Nuggets il 2018/19 potesse essere l’anno del ritorno ai playoff era abbastanza prevedibile, ma indicare la squadra di Mike Malone come principale avversaria degli Warriors per il miglior record a Ovest avrebbe comportato un ricovero d’urgenza. Invece Denver ha stupito il mondo con una stagione sontuosa, giocata dall’inizio alla fine con incredibile sicurezza e determinazione. Attribuire i meriti esclusivamente a Nikola Jokic sarebbe assolutamente fuorviante. Il serbo ha vissuto un’annata da All-Star e da candidato MVP, illuminando il Pepsi Center con giocate di pura classe, ma intorno a lui Malone ha costruito un gruppo solido e dalle mille risorse. Anche in questo caso, qualche pronostico è stato smentito; molti si aspettavano che il talento di Jamal Murray e la versatilità di Gary Harris sarebbero stati dei fattori chiave, molti meno pensavano di vedere una delle migliori squadre della NBA schierare in quintetto Monte Morris e Torrey Craig. Oppure che Juancho Hernangomez e Mason Plumlee potessero decidere delle partite, o ancora che Malik Beasley quadruplicasse di colpo la sua media punti (11.3 nel 2018/19, contro i 3.3 delle prime due stagioni). Lo stato di grazia di questi Denver Nuggets è evidenziato ulteriormente dalla reazione agli infortuni di Will Barton e Paul Millsap, sulla carta elementi indispensabili del roster. Non solo i loro compagni sono riusciti a restare ai vertici ma i due, al loro ritorno, sono stati reinseriti alla perfezione, senza intaccare minimamente gli equilibri. Probabilmente Denver non andrà molto lontano ai playoff, ma questa grande stagione getta indubbiamente solide basi affinché possano accadere grandi cose, in Colorado.

 

Detroit Pistons: voto 6

Andre Drummond (#0) e Blake Griffin (#23)
Andre Drummond (#0) e Blake Griffin (#23)

Staccare il biglietto per un primo turno playoff era l’obiettivo minimo per i Pistons 2018/19, e verosimilmente anche l’obiettivo massimo. La squadra di Dwane Casey ha compiuto la missione, ma con qualche affanno di troppo. Un buon avvio, poi un calo (solo quattro vittorie nel mese di dicembre), quindi un bello sprint, infine una nuova crisi, che ha rischiato di compromettere la qualificazione (l’ottavo posto è stato matematico solo all’ultima partita). A guidare la truppa ci ha pensato un ottimo Blake Griffin, tornato a grandi livelli e, di conseguenza, re-invitato all’All-Star Game. A inizio stagione, la squadra era completamente nelle sue mani (non superava i 24 punti di media dal 2013/14, quando era tra i candidati MVP), poi a dargli manforte sono arrivati Andre Drummond (niente chiamata tra le stelle, ma un eccellente finale di regular season) e Reggie Jackson, in crescita malgrado la solita incostanza. Intorno a quei tre, niente di memorabile; Reggie Bullock, finito ai Lakers a febbraio, è stato subito rimpiazzato (come ruolo e come rendimento) da Wayne Ellington, giunto da Miami. L’oggetto misterioso Stanley Johnson è stato scambiato con un oggetto ancora più misterioso, Thon Maker. Luke Kennard, Ish Smith e Langston Galloway si sono confermati affidabili role players in uscita dalla panchina, e Zaza Pachulia ha garantito i soliti 10 minuti abbondanti di ‘lavoro sporco’. Ora sotto con i playoff, con la certezza quasi aritmetica di non poter neanche pensare alle finali di Conference. Un copione che potrebbe ripetersi puntuale da qui alle prossime stagioni, visto il monte salari ingolfato e le scarse prospettive di crescita degli uomini chiave.

 

Golden State Warriors: voto 6,5

Il ‘Dream Team’ degli Warriors versione 2018/19

Per la migliore squadra di sempre, la regular season potrebbe sembrare una semplice formalità, quasi un fastidio, in attesa di un nuovo viaggio alle NBA Finals. Invece è proprio nell’intenso e logorante periodo che va da ottobre ad aprile che si trovano le giuste alchimie, che si incontrano e si superano i problemi più disparati. Golden State assomiglia parecchio a una squadra a fine corsa. Non perchè i suoi fenomeni siano ‘vecchi’ o in fase calante, ma perchè coach Steve Kerr fatica sempre più a spremere motivazioni da un gruppo che ha vinto, dominato, perso, rivinto e stra-dominato. In effetti, questo 2018/19 è stato stancante; gli Warriors hanno avuto vistosi cali di intensità e risultati. Il momento più critico è arrivato a novembre, in seguito all’infortunio di Stephen Curry; sei sconfitte, di cui quattro consecutive (non succedeva dal 2013), su undici gare senza il due volte MVP e il famigerato litigio tra Kevin Durant e Draymond Green che, per un attimo, sembrava poter minare gli equilibri dello spogliatoio. Rientrato Curry, passata la paura, ma una nuova sfida si è stagliata all’orizzonte: DeMarcus Cousins. Inserire in un meccanismo così collaudato un giocatore dal talento e dalla personalità così ‘ingombranti’ non è stato semplice e, arrivati ai playoff, il processo non si può ancora definire completato.
Pur zoppicando più del solito, la corazzata della Bay Area si è confermata la squadra da battere. I suoi tre fenomeni hanno mostrato i soliti lampi di onnipotenza (anche Klay Thompson, partito male, ha regalato perle come le 14 triple – record all-time – mandate a bersaglio contro i Bulls il 29 ottobre), mentre la panchina, pur variando i protagonisti (Damian Jones, Jonas Jerebko e Alfonzo McKinnie hanno preso il posto dei vari JaVale McGee, Nick Young, Zaza Pachulia e David West nelle rotazioni), ha garantito la solita affidabilità. Ancora una volta, il principale avversario degli Warriors potrebbero essere gli Warriors stessi, con l’imminente free-agency di Durant e Thompson che potrebbe rappresentare una distrazione di troppo. Ma è più una speranza per gli avversari, che una concreta possibilità…

 

Houston Rockets: voto 6,5

Coach Mike D'Antoni con Chris Paul e James Harden
Coach Mike D’Antoni con Chris Paul e James Harden

Per i Rockets, la regular season 2018/19 è stata piuttosto complicata. Tremenda in avvio, con le sconfitte che si susseguivano (14 nelle prime 25 partite), una squadra irriconoscibile, i dubbi sul rendimento di Chris Paul (fresco di faraonico rinnovo contrattuale) e l’innesto di Carmelo Anthony che si è trasformato subito in un ‘caso’. A peggiorare ulteriormente le cose sono arrivati gli infortuni, che hanno letteralmente decimato il roster. Senza Paul, Clint Capela ed Eric Gordon, coach Mike D’Antoni ha dovuto prodigarsi non poco per schierare in campo un quintetto all’altezza. Arrivati fino al penultimo posto nella Western Conference, serviva qualcosa di straordinario per non mandare prematuramente a rotoli i sogni di gloria. Ed è allora che è salito in cattedra l’MVP.
Avvicinandosi al periodo natalizio, è iniziato il James Harden Show. La tripla-doppia da 50 punti, 10 rimbalzi e 11 assist realizzata contro i Lakers il 13 dicembre ha inaugurato una serie di 32 partite consecutive con almeno 30 punti a referto, tra cui spiccano un back-to-back da 57 e 58 punti (contro Memphis e Brooklyn) e la prova da 61 punti e 15 rimbalzi al Madison Square Garden (23 gennaio). Di quelle 32 gare, Houston ne ha vinte 21, riportandosi ai piani alti della Conference. Inizialmente si è trattato di un one man show (che ha fatto piovere sul Barba una curiosa pioggia di critiche), poi il rientro degli infortunati e alcune ottime mosse della dirigenza (come gli innesti di Austin Rivers e Kenneth Faried dal mercato degli svincolati) hanno permesso ai Rockets di ritrovare la forma migliore e rimettersi sulla scia di Warriors e Nuggets.
Come Golden State, anche i texani hanno risposto a chi mette in dubbio l’utilità della regular season, utilizzando questi mesi per affrontare e superare di volta in volta i vari problemi. Quella che si presenta ai playoff è una squadra ritrovata, guidata da una delle stelle più luminose dell’era moderna; sottovalutarla potrebbe essere un errore fatale per chiunque.

 

Indiana Pacers voto 8

Ottima stagione per gli Indiana Pacers, nonostante l'infortunio di Victor Oladipo (#4)
Ottima stagione per gli Indiana Pacers, nonostante l’infortunio di Victor Oladipo (#4)

E’ raro che una squadra riesca a sorprendere per due stagioni di fila, ma Indiana c’è riuscita. L’anno scorso era partita con prospettive di ricostruzione, in virtù della partenza di Paul George, per poi chiudere quinta a Est, grazie soprattutto all’esplosione di Victor Oladipo. A questo 2018/19, la squadra di Nate McMillan si presentava tra le certezze della Eastern Conference; ripetersi era l’obiettivo minimo. Dopo un buonissimo avvio, il grave infortunio di Oladipo sembrava aver compromesso tutto. I Pacers, invece, si sono fatti forza e hanno resistito, lottando fino alla fine per il quarto posto e cedendolo a Boston solo nelle ultime partite. Sono rimasti a galla grazie a una pallacanestro ‘operaia’ e democratica; otto giocatori in doppia cifra di media per punti, ma nessuno oltre i 20. Oladipo era una perla, la cui assenza peserà soprattutto ai playoff, ma intorno a lui c’era comunque tanta sostanza. Dal punto di vista della produzione, a fare le sue veci sono stati Wesley Matthews, ingaggiato dopo il buyout con i Knicks, e Bojan Bogdanovic, grande protagonista della seconda parte di regular season. Myles Turner non è ancora esploso (e a questo punto viene da chiedersi se mai lo farà), ma si è rivelato un lungo affidabile, così come Domantas Sabonis, che ha confermato le ottime doti messe in mostra fin dal suo arrivo a Indianapolis. Importante anche il contributo di veterani come Thaddeus Young, Tyreke Evans (anche se lontano parente di quello visto l’anno scorso a Memphis) e Darren Collison, qualche segnale interessante dal rookie Aaron Holiday, che potrebbe ritagliarsi un ruolo importante in futuro.
E’ lecito pensare che la corsa playoff di Indiana sia destinata a finire presto, ma è altrettanto certo che questi Pacers venderanno cara la pelle. In estate, tutti i veterani andranno in scadenza di contratto. Confermarli alle cifre giuste o sostituirli accuratamente sarà una scelta determinante per poter restare ad alti livelli, magari provando a diventare una contender.

 

Los Angeles Clippers: voto 7,5

Montrezl Harrell e Lou Williams
Montrezl Harrell e Lou Williams

Al di là dell’ottavo posto finale, il 2018/19 dei Clippers è stato molto positivo. Una partenza sprint, poi un brusco calo, quindi un nuovo scatto, decisivo per tornare ai playoff dopo un anno di astinenza. Tutto ciò nonostante la cessione, a stagione in corso, del miglior giocatore della squadra, quel Tobias Harris che, a Est (dove effettivamente è finito, ma con le selezioni ormai chiuse), sarebbe stato un All-Star. Lo scambio con i Sixers ha portato in dote Landry Shamet, che con Shai Gilgeous-Alexander ha formato una straordinaria coppia di rookie, promossa titolare nel quintetto di Doc Rivers. Soprattutto, ha garantito ai Clippers scelte future (da utilizzare magari come pedine per una trade) e lo spazio salariale (non garantito, in caso di player option esercitata da Harris) per dare la caccia, in estate, ad almeno un grande free-agent. Nel migliore scenario possibile, Jerry West e soci avrebbero rinunciato a un anno di Tobias Harris per avere Kevin Durant, Kawhi Leonard e Anthony Davis. Mica male!
Il fatto che i grossi calibri possano approdare sulla sponda meno ‘nobile’ di Los Angeles è tutt’altro che una suggestione. A differenza dei Lakers, i Clippers hanno un progetto chiaro, delle gerarchie ben definite (coach Rivers ha da poco ottenuto un rinnovo contrattuale) e un roster già in grado di competere per i playoff. Merito dei due rookie, della produzione offensiva di Lou Williams (diventato di recente il miglior realizzatore di sempre in uscita dalla panchina) e di quella difensiva di Patrick Beverley, dell’energia di Montrezl Harrell e della presenza sotto i ferri del giovane Ivica Zubac, ‘scippato’ agli sprovveduti cugini gialloviola. Se i Clippers sono ai playoff, però, è anche grazie a uno splendido Danilo Gallinari, alla miglior stagione in carriera. I quasi 23 milioni di dollari che percepirà nel suo ultimo anno di contratto lo candidano automaticamente a finire in qualche trade ma, soprattutto se dovessero sfumare i sogni Leonard e Durant, sarà molto difficile che Rivers si separi da uno dei suoi leader.

 

Los Angeles Lakers: voto 4

Gli uomini più attesi del 2018/19 gialloviola. Da sinistra: Lonzo Ball, LeBron James, Kyle Kuzma e Brandon Ingram
Gli uomini più attesi del 2018/19 gialloviola. Da sinistra: Lonzo Ball, LeBron James, Kyle Kuzma e Brandon Ingram

Sul 2018/19 dei Lakers si è scritto di tutto e di più, e se ne scriverà ancora a lungo. Semplicemente, è stato uno dei più clamorosi fallimenti nella storia dello sport. Certo, non ci si poteva aspettare che una squadra reduce da sei stagioni passate nei bassifondi della Western Conference vincesse di colpo il titolo, però almeno qualificarsi ai playoff era un obiettivo ampiamente alla portata. Se non altro per la presenza di LeBron James, il quarto miglior marcatore della storia NBA. Quello che, insieme a Michael Jordan, è al centro di eterne discussioni su chi sia il più grande giocatore di sempre. Soprattutto quello che, a partire dal 2011, non aveva mai mancato un appuntamento con le Finals. Invece, la stagione gialloviola è di fatto terminata a febbraio, con l’attenzione rivolta più verso la draft lottery, che verso l’ottavo posto.

Le cause di questo disastro sono molteplici, e a riguardo sono già stati riempiti centinaia di articoli e dibattiti. Forse il problema sta alla radice: il percorso di una franchigia giovane e ancora impegnata in una lunga ricostruzione non era compatibile con quello di uno straordinario fenomeno arrivato quasi a fine corsa, dunque desideroso di vincere subito. La disperata caccia ad Anthony Davis (per cui erano stati offerti ai New Orleans Pelicans tutti i giovani di punta), che ha spaccato irrimediabilmente lo spogliatoio, è stata una chiara dichiarazione d’intento: a noi interessa provarci oggi, non domani. I Lakers, allo stato attuale, non erano pronti. Coach Luke Walton era stato assunto per guidare la ricostruzione, non per condurre al titolo LeBron. Lonzo Ball e Brandon Ingram hanno impiegato mesi per trovare un ruolo ben definito all’interno del roster, salvo poi infortunarsi e salutare anzitempo la compagnia. Gli infortuni hanno certamente avuto un peso, ma non possono essere l’unico alibi; anche squadre come Denver, Houston e Indiana ne sono state particolarmente bersagliate, eppure… Tra gli altri giovani, Kyle Kuzma è stato il più convincente, ma sembra che la sua spiccata personalità abbia creato qualche frizione di troppo con il Re. I veterani (Rajon Rondo, Lance Stephenson e JaVale McGee su tutti) hanno dato un buon contributo, anche se troppo altalenante, e comunque l’incertezza sul futuro si è fatta sentire anche per loro. Gli addii a Magic Johnson e Luke Walton hanno inaugurato quella che, nella Città degli Angeli, si preannuncia un’estate rovente, con una serie di interrogativi di cui sentiremo parlare con una certa frequenza…

 

Memphis Grizzlies: voto 5

Da sinistra, Jaren Jackson Jr., Mike Conley e Kyle Anderson
Da sinistra, Jaren Jackson Jr., Mike Conley e Kyle Anderson

Un giorno di metà novembre, Memphis si è svegliata con una sorpresa: era al comando della Western Conference! Questo incredibile posizionamento era spiegabile in diversi modi: da un lato l’eccellente organizzazione difensiva e il rientro a pieno regime di Mike Conley, dall’altro la classifica corta e la falsa partenza delle avversarie più quotate. Nel giro di poche settimane, i reali valori sono emersi, e i Grizzlies sono sprofondati fino al penultimo posto. Durante la caduta, la dirigenza ha realizzato che l’unica strada percorribile era la rifondazione, e ha quindi messo sul mercato i pochi pezzi pregiati. Un’illuminazione piuttosto tardiva; aver aspettato così a lungo ha notevolmente abbassato il valore di Marc Gasol, ceduto ai Raptors in cambio dei contratti in scadenza di Jonas Valanciunas, C.J. Miles e Delon Wright e una seconda scelta futura (non il massimo per l’uomo-simbolo della franchigia), e reso pressoché impossibile scambiare Conley (titolare di un contratto mostruoso fino al 2021) e Chandler Parsons. Insomma, questo 2018/19 rischia seriamente di rallentare la ricostruzione.
Quantomeno, un raggio di sole ha illuminato i campi del Tennessee (agevolando non poco il cammino di Franco Battiato): Jaren Jackson Jr. ha disputato un’ottima stagione d’esordio. Sebbene sia un giocatore tutto da costruire, ha confermato i lampi di talento e la versatilità che avevano convinto Memphis a selezionarlo con la quarta scelta assoluta nel 2018. Dal lungo da Michigan State, dall’inevitabile addio di Conley, dal nuovo allenatore (J.B. Bickerstaff è stato esonerato qualche giorno fa) e da una scelta alta, ma non altissima, al prossimo draft, partirà il prossimo capitolo della storia della franchigia. Un capitolo che dovrà essere scritto alla perfezione, altrimenti il ritorno dei Seattle SuperSonics si farebbe sempre più vicino…

Road to Vitoria: CSKA Mosca – KIROLBET Baskonia Vitoria-Gasteiz

La stagione di Eurolega si avvicina alla sua fase cruciale. Dopo le 30 partite di Regular Season, il Fenerbahce di Melli e Datome ha prevalso sul CSKA Mosca per il primo posto nella classifica generale.

Per il CSKA si prospetta quindi una sfida alla meglio delle 5 gare con la settima qualificata, il Baskonia Vitoria-Gasteiz. Nel doppio confronto di stagione regolare, ciascuna squadra ha prevalso sul parquet casalingo. Finì 76-73 per il Baskonia in Spagna in dicembre, 82-78 per il CSKA a Mosca nell’ultimo turno, il 4 aprile.

Prima di analizzare nel dettaglio le chiavi tecniche della contesa, forniamo un elenco dei roster delle due squadre.

CSKA MOSCA, 2°, 24 W – 6 L

1 DE COLO, NANDO G 1.96
3 BOLOMBOY, JOEL F 2.04
4 KHOMENKO, ALEXANDER G 1.92
5 PETERS, ALEC F 2.06
7 UKHOV, IVAN G 1.93
9 GAVRILOV, ALEXANDER G 1.95
11 ANTONOV, SEMEN F 2.02
12 ERSHOV, ALEKSANDR G 1.97
13 RODRIGUEZ, SERGIO G 1.91
20 VORONTSEVICH, ANDREY F 2.07
21 CLYBURN, WILL F 2.01
22 HIGGINS, CORY G 1.96
23 HACKETT, DANIEL G 1.93
28 LOPATIN, ANDREI F 2.08
30 KULAGIN, MIKHAIL G 1.91
41 KURBANOV, NIKITA F 2.02
42 HINES, KYLE C 1.98
44 HUNTER, OTHELLO C 2.03
Head coach: ITOUDIS, DIMITRIS

KIROLBET BASKONIA VITORIA GASTEIZ, 7°, 15-15

1 PENAVA, AJDIN C 2.06
3 VILDOZA, LUCA G 1.91
5 GONZALEZ, MIGUEL G 2.01
7 VOIGTMANN, JOHANNES C 2.14
8 SEDEKERSKIS, TADAS F 2.00
9 HUERTAS, MARCELINHO G 1.90
11 JANNING, MATT G 1.93
12 DIOP, ILIMANE C 2.11
15 GRANGER, JAYSON G 1.89
17 POIRIER, VINCENT C 2.13
20 RAIESTE, SANDER F 2.04
21 JONES, JALEN F 2.01
23 SHENGELIA, TORNIKE C 2.06
29 GARINO, PATRICIO F 2.01
31 SHIELDS, SHAVON F 2.01
32 HILLIARD, DARRUN F 1.98
47 KURUCS, ARTURS G 1.90
Head coach: PERASOVIC, VELIMIR

VINCE IL CSKA SE…

La squadra allenata da Itoudis è una delle grandi favorite alla vittoria finale. Una sconfitta ai playoff contro il Baskonia sarebbe un evento clamoroso e significherebbe sicuramente esonero per l’allenatore e rivoluzione in estate. Hackett e compagni non vogliono nemmeno considerare questa eventualità.

Il CSKA si piazza al secondo posto in Eurolega per punti segnati a partita, 87,  dietro all’Olimpia Milano ormai eliminata. Il Baskonia è sesto con 82 di media: già da questa prima statistica è facile stabilire a quale delle due squadre spetti il primato in termini di potenzialità in attacco. I meccanismi offensivi dei moscoviti sembrano a tratti inarrestabili. Nel corso di sfide equilibrate, il parziale capace di porre fine alle velleità avversarie è sempre dietro l’angolo. Il dato riguardante i punti segnati per partita non varia qualora si tenga conto delle sole partite in trasferta: il CSKA è una squadra esperta e difficilmente influenzabile dall’ambiente in cui si trova a giocare.

Itoudis può legittimamente sperare di violare la Fernando Buesa Arena di Vitoria. Le prime due partite si giocheranno a Mosca, in un palazzo dove il CSKA ha perso solo una volta in stagione. Anche in caso di sconfitta casalinga, la squadra russa potrà raddrizzare le sorti della sfida in Spagna, data la freddezza e l’esperienza dei suoi giocatori.

Il reparto esterni del CSKA è clamoroso: se nel primo quintetto l’attacco passa per lo più per le mani di De Colo, affiancato da Hackett e Kurbanov, dalla panchina si alzano il ‘Chacho’ Rodriguez, Cory Higgins e Will Clyburn. I due americani della squadra di Itoudis sono candidati al miglior quintetto della stagione. Higgins è uno dei giocatori più clutch della lega, possibile MVP della competizione e giocatore di impatto anche difensivo. Clyburn è inarrestabile in avvicinamento a canestro e sarà il più grande rebus per la difesa di Vitoria.

Will Clyburn tende a battere l’avversario diretto in palleggo…

Il CSKA dovrà trovare il modo di limitare  i lunghi avversari nel pitturato. Poirier, Voigtmann e il redivivo Shengelia costituiscono un reparto in grado di mettere in difficoltà i pari ruolo moscoviti. Itoudis privilegia i cambi sui blocchi in difesa, ma potrebbe rivedere questa tattica in particolare contro Shengelia, difficile da contenere per le guardie.

Daniel Hackett, ormai divenuto elemento chiave delle rotazioni, sarà importante per mantenere alta l’intensità difensiva su Vildoza e Huertas. Il giovane italo-argentino tende a perdere molti palloni se pressato con continuità. Limitando lui, Hackett potrebbe bloccare l’attacco del Baskonia. La coppia di americani e il talento di Nando De Colo faranno il resto.

VINCE IL BASKONIA SE…

Conditio sine qua non: il pieno recupero di Tornike Shengelia. Nella vittoria casalinga  contro il CSKA del 7 dicembre, Shengelia segnò 15 punti conditi con 8 rimbalzi e 3 assist. Pur limitato da un infortunio che lo ha tenuto fermo gran parte della stagione, il georgiano può essere il giocatore in grado di mettere in difficoltà i russi. L’unica, piccola falla della difesa del CSKA può essere proprio in ala grande: Bolomboy è inadeguato, Vorontsevich sempre infortunato, Peters leggero per un Shengelia sano.  Itoudis cercherà forse di limitarlo con la fisicità di Antonov, ma il russo non può contenere Shengelia per molti minuti senza incorrere in problemi di falli.

Se Shengelia è davvero ristabilito, il Baskonia ha una chance.

Il reparto lunghi del Baskonia può rivelarsi superiore a quello della squadra di Mosca, non solo sulla singola sfida ma anche nel corso di una serie. Per provare a strappare una partita fuori casa, coach Perasovic avrà bisogno del dominio a rimbalzo di Poirier e Voigtmann. Il francese è uno dei giocatori più migliorati in questa stagione e sancì con i suoi 18 punti e 8 rimbalzi la vittoria della Fernando Buesa Arena.

Il reparto guardie dei baschi non dovrà farsi stritolare dalla pressione difensiva che i russi cercheranno di imporre fin dai primi minuti. Vildoza è chiamato a un ulteriore step in avanti nella sua ottima stagione, Marcelinho Huertas dovrà guidare i suoi con esperienza e il ritorno dell’infortunato Janning potrebbe togliere parte del peso offensivo dalle spalle dei due play.

Ultimo fattore che può arridere ai baschi è l’incredibile supporto dei tifosi. Vitoria ospiterà le Final Four di Eurolega 2019. Se i ragazzi di Perasovic riuscissero a portare a termine l’upset ai danni del Cska, avrebbero concrete possibilità di vincere il titolo data l’atmosfera rovente che si verrebbe a creare a Vitoria-Gasteiz tra il 17 e il 19 maggio. Con il pubblico dalla propria parte, il Baskonia potrebbe sopperire ai limiti tecnici nei confronti delle squadre più quotate e rivelarsi difficile da battere.

Per prima cosa bisognerà però pensare a ribaltare il fattore campo vincendo un’improba sfida con il CSKA a Mosca.

PRONOSTICI E STREAMING

La prima palla a due della contesa si alzerà il 16 aprile alle 19 italiane. Tutte le gare saranno visibili in streaming live e on demand sulle piattaforme di Eurosport Player e Euroleague.tv. Le prime due partite si svolgeranno a Mosca, la terza e l’eventuale quarta a Vitoria, mentre si ritornerà in Russia per la possibile quinta partita.

I favori del pronostico sono tutti dalla parte del CSKA. In particolare, saranno fondamentali gara 1 e gara 3. Il Baskonia cercherà subito il colpo grosso, per poi confidare sull’aiuto dei suoi tifosi. Tuttavia, il CSKA difficilmente si farà sorprendere: se dovessimo azzardare un pronostico, diremmo 3-1 in favore della squadra di Itoudis, con una reazione di orgoglio dei baschi in gara 3 e un trionfo russo in gara 4, con gli avversari allo stremo di energie fisiche e mentali.

 

 

Inside the duel: Celtics-Pacers

Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare. E’ questa l’espressione che riassume i Playoff NBA, mai come quest’anno all’insegna dell’equilibrio soprattutto nella Eastern Conference. Già, perchè se ad Ovest i Golden State Warriors sono i candidati principali per la finale, ad Est regna uno stato di incertezza, con cinque squadre su tutte che daranno vita a grandi battaglie. Due di queste sono i Boston Celtics e gli Indiana Pacers.

Le due squadre vengono da due regular season opposte: da una parte, Boston ha deluso le aspettative degli addetti ai lavori che vedevano la franchigia allenata da coach Brad Stevens stabilmente fra le prime due posizioni della classifica nella Conference di appartenenza. Dall’altra, Indiana, protagonista di un’ottima annata a livello di risultati e di chimica di squadra trovata, vero punto di forza del team gestito da Nate McMillan.

LO SCORE IN REGULAR SEASON

Boston Celtics

  • Record: 49-33 (#4, Eastern Conference)
  • Offensive rating: 112.2
  • Defensive rating: 107.8
  • Team leaders: Kyrie Irving (23.8 PPG); Al Horford (6.7 RPG); Kyrie Irving (6.9 APG)

Indiana Pacers

  • Record: 48-34 (#5, Western Conference)
  • Offensive rating: 109.9
  • Defensive rating: 106.5
  • Team leaders: Victor Oladipo (18.8 PPG), Domatas Sabonis (9.4 RPG), Darren Collison (6 APG)

CELTICS-PACERS: IL DUELLO

La serie fra queste due squadre si preannuncia abbastanza equilibrata nonostante i risultati degli scontri diretti vedano in vantaggio la franchigia del Massachusetts per 3-1 (con due di queste vittorie arrivate sopra i 15 punti).

Una delle chiavi sarà rappresentata dall’organizzazione difensiva dei due team dato che si affrontano due delle migliori interpreti della lega. Se Boston non è stata sempre solida e attenta in questo aspetto, Turner & soci hanno elevato le proprie prestazioni, soprattutto dopo l’infortunio di Victor Oladipo, leader e star della squadra, il quale ha dovuto terminare anzitempo la stagione.

Il duello principale sarà rappresentato perciò da Kyrie Irving e Bojan Bogdanovic, chiamati a caricarsi la squadra sulle spalle nei momenti più complicati. L’ex Cleveland Cavaliers viaggia a quasi 20 punti media contro i Pacers, impreziositi dal game winner della gara del 30 marzo al TD Garden. Il playmaker ha a disposizione un parco mosse ampissimo, divenendo indispensabile nei momenti clutch dei match con soluzioni personali e combinazioni con i compagni (in particolare il pick and roll con Horford).

Il layup vincente che ha assicurato ai Celtics il fattore campo nella serie.
Dall’altra parte Bogdanovic, dopo l’infortunio di Oladipo, è diventato la prima opzione offensiva del team registrando numeri da all star. Il croato, come insegna la scuola europea, è dotato di ottimi fondamentali, molto completo in attacco e capace di punire molti mismatch, che probabilmente saranno molto frequenti nel corso di queste partite. L’ex giocatore dei Brooklyn Nets ha compiuto dei miglioramenti anche in fase difensiva ma nonostante ciò verrà probabilmente attaccato dalle ali avversarie.

 

Un modo in cui Bogdanovic può far male è per esempio il midrange jumper.

 

Un altro aspetto fondamentale sarà rappresentato dalla sfida tra i lunghi: Al Horford, Aron Baynes e Marcus Morris per i biancoverdi e Myles Turner, Thaddeus Young e Domatas Sabonis. La continuità di rendimento di questo trio sarà probabilmente l’ago della bilancia della serie: dal punto di vista tecnico, le qualità che questi giocatori possono esprimere sono abbastanza simili e chi saprà essere più incisivo potrà portare molti vantaggi alla propria squadra.

Fattore assolutamente da non sottovalutare è sicuramente quelle che riguarda la panchina, con quella di Boston leggermente favorita data la presenza di Gordon Hayward (in crescita nell’ultimo periodo), probabilmente di Jaylen Brown (dipenderà dalle condizioni di Marcus Smart che potrebbe saltare le prime due serie playoff) e Terry Rozier contro Sabonis, Cory Joseph, Tyreke Evans e jolly come Doug McDermott e TJ Leaf.

CELTICS: ROSTER E ROTAZIONI

  • Kyrie Irving #11
  • Marcus Morris #13
  • Al Horford #42
  • Jayson Tatum #0
  • Jaylen Brown #7
  • Marcus Smart #36
  • Semi Ojeleye #37
  • Terry Rozier #12
  • RJ Hunter #28
  • PJ Dozier #50
  • Aron Baynes #46
  • Gordon Hayward #20
  • Robert Williams #44
  • Guerschon Yabusele #30
  • Daniel Theis #27
  • Brad Wanamaker #9
  • Jonathan Gibson #8

PACERS: ROSTER E ROTAZIONI

  • Bojan Bogdanovic #44
  • Myles Turner #33
  • Thaddeus Young #21
  • Domatas Sabonis #11
  • Victor Oladipo #4
  • TJ Leaf #22
  • Doug McDermott #20
  • Tyreke Evans #12
  • Wesley Matthews #23
  • Darren Collison #2
  • Cory Joseph #6
  • Edmond Summer #5
  • Davon Reed #32
  • Kyle O’Quinn #10
  • Aaron Holiday #3
  • Alize Johnson #24

CELTICS-PACERS STREAMING

Celtics-Pacers streaming della serie, dove cercarlo? Questa sarà una serie molto interessante. Si affrontano i Boston Celtics di Al Horford e Jayson Tatum e gli Indiana Pacers di Bojan Bogdanovic e di Myles Turner. Come vedere Celtics-Pacers in streaming?

Ci sono due metodi:

  • Celtics-Pacers streaming su Sky Go
  •  Celtics-Pacers streaming su NBA League Pass

Su Sky si potranno assistere anche ad altre sfide playoff, attraverso l’applicazione per smartphone, tablet e pc. Occorre avere un abbonamento con Sky da almeno un anno ed avere attivo il pacchetto sport. Le partite potranno essere viste in diretta oppure potranno essere registrate per guardarle quando si vuole. Riguardo la seconda opzione, invece basta abbonarsi sul sito web NBA League Pass, selezionare il pacchetto desiderato e potrete vedere tutte le gare anche in contemporanea.

 

 

 

Inside the duel: Raptors-Magic

Raptors-Magic streaming: la necessità di vincere contro la leggerezza della sorpresa

Non tutto nella giostra della pallacanestro, come nella vita, gira con regolarità. Lo sanno bene gli Orlando Magic. Non se n’è parlato quasi mai, eppure ci siamo svegliati a regular season finita e ci siamo trovati la squadra di coach Steve Clifford ai playoff. Un pessimo cliente per i loro favoriti avversari, i Toronto Raptors. La rinnovata squadra di Nurse ha un compito che può diventare oneroso sotto pressione: dimostrare di aver chiuso con il ciclo precedente, per diventare contender, per arrivare in fondo e, perché no, provare a portare un titolo NBA in Canada. Raptors-Magic streaming e chiavi dell’incontro, entriamo nel vivo. Ora si fa sul serio, ma la giostra continua a girare a modo suo (forse).

LO SCORE IN REGULAR SEASON

Toronto Raptors

  • Record: 58-24 (#2, Eastern Conference)
  • Offensive Rating: 112.5
  • Defensive Rating: 106.8
  • Team Leaders: Kawhi Leonard (26.6 PTS); Serge Ibaka (8.1 REB); Kyle Lowry (8.7 AST)

Orlando Magic

  • Record: 42-40 (#7, Eastern Conference)
  • Offensive Rating: 108.1
  • Defensive Rating: 107.5
  • Team Leaders: Nikola Vucevic (20.8 PTS); Nikola Vucevic (12 REB); DJ Augustin (5.3 AST)

RAPTORS-MAGIC: IL DUELLO

Non sarà una serie adeguata a chi si aspetti ritmi alti e tanto gioco in transizione. I Toronto Raptors e gli Orlando Magic sono rispettivamente quindicesimi e ventiquattresimi per numero di possessi a partita. Avrà quindi inevitabilmente un peso significativo il gioco a metà campo e, insieme a questo, un ruolo fondamentale sarà giocato dalle due difese (Toronto e Orlando sono quinta e ottava per defensive rating). Entrambe le squadre si nutrono del grande lavoro difensivo dei loro esterni. I Raptors possono fare conto sulle leve lunghe e sull’energia di Pascal Siakam, Danny Green e OG Anunoby, oltre che sul miglior difensore della Lega, Kawhi Leonard, ben coadiuvato dalla fisicità di Kyle Lowry, in un un team che produce ben 8.3 recuperi a partita e quasi 6 stoppate, potendo contare su un rim-protector come Serge Ibaka e sulla capacità di tenere la posizione di Marc Gasol. Dall’altro lato i Magic hanno necessità di tutelare Nikola Vucevic, difensore mediocre, come testimonia la loro capacità di tenere gli avversari a basse percentuali da tre punti (34.7%, come gli stessi Raptors). Da questo punto di vista non potrà che giovare l’atletismo e la capacità di cambiare su tutti i ruoli dei vari Aaron Gordon, Jerian Grant, Jonathon Simmons e Michael Carter-Williams, difensori di primo livello. La pressione sul perimetro potrebbe scendere quando ci sia in campo la coppia DJ Augustin-Terrence Ross e per questo sarà imprescindibile il contributo di Mo Bamba, lungo atletico e dalle braccia lunghe, con l’istinto dello stoppatore. Infine, la squadra di Clifford non dovrà mancare di imporre il proprio dominio a rimbalzo difensivo, vera forza di un team che raccoglie il 75.4% dei rimbalzi disponibili sotto il proprio ferro.

La difesa molto mobile e aggressiva dei Toronto Raptors.

Vedremo sicuramente attacchi lunghi e abbastanza manovrati. I Raptors quest’anno segnano circa il 60% dei loro canestri a seguito di un assist, miglioramento significativo rispetto al gioco di isolamenti delle scorse stagioni, frutto anche della crescita in costruzione di Lowry (8.7 assist rispetto ai 7 della passata stagione). Ovviamente la possibilità di tutti i giocatori più importanti di segnare da dietro l’arco permette anche che Kawhi Leonard, con il suo uno contro uno, sia la ciliegina sulla torta del quinto miglior attacco NBA su cento possessi. Troverà spazi anche Marc Gasol, che dovrà creare spalle a canestro per sé e per i compagni. La forza dell’attacco di Toronto arriva anche dalla panchina, dalla quale escono giocatori come Jeremy Lin e Fred Van Vleet, con diversi punti nelle mani e importanti perciò per dar respiro ai titolari. L’aspetto della coralità dovrà essere decisamente più accentuato nella fase offensiva di Orlando, appena ventiduesima per offensive rating in stagione. Qui i canestri assistiti sono ben il 63%, uno dei dati più alti della Lega. Tutto nasce ovviamente dal gioco vicino al ferro di Vucevic, capace sì di segnare ma anche di far segnare (oltre 3 assist di media). Sugli esterni invece il tanto atletismo non è accompagnato da altrettanto talento. Starà allora all’esperienza di Augustin e all’estro di Evan Fournier cercare di produrre qualcosa di positivo a giochi rotti. In questo una mano importante potrebbe arrivare dalla panchina grazie a Ross (15 punti di media), che però tanto dà in attacco quanto toglie in difesa.

La tecnica spalle a canestro di Vucevic sarà fonte di gioco importante per i Magic.

RAPTORS: ROSTER E ROTAZIONI

  • Patrick McCaw, #1
  • Kawhi Leonard, #2
  • OG Anunoby, #3
  • Kyle Lowry, #7
  • Jordan Loyd, #8
  • Serge Ibaka, #9 C-
  • Malcolm Miller, #13
  • Danny Green, #13
  • Eric Moreland, #15
  • Jeremy Lin, #17
  • Jodie Meeks, #20
  • Fred Van Vleet, #23
  • Norman Powell, #24
  • Chris Boucher, #25
  • Marc Gasol, #33
  • Pascal Siakam, #43

MAGIC: ROSTER E ROTAZIONI

  • Aaron Gordon, #00
  • Jonathan Isaac, #1
  • Jarell Martin, #2
  • Troy Caupain, #3
  • Mo Bamba, #5
  • Michael Carter-Williams, #7
  • Nikola Vucevic, #9
  • Evan Fournier, #10
  • Amile Jefferson, #11
  • DJ Augustin, #14
  • Markelle Fultz, #20
  • Timofey Mozgov, #21
  • Jerian Grant, #22
  • Khem Birch, #24
  • Wes Iwundu,#25
  • Terrence Ross, #31
  • Melvin Frazier Jr., #35

RAPTORS-MAGIC STREAMING

Raptors-Magic streaming della serie, cercate questo? Lo spettacolo è assicurato, così come le giocate dei campioni che scenderanno in campo. Raptors-Magic streaming è visibile in due modi. Ecco quali.

  • Raptors-Magic streaming su Sky Go
  • Raptors-Magic streaming su NBA League Pass

Nel primo caso sarà possibile seguire i playoff Sky attraverso l’applicazione per smartphone, tablet e pc. Occorre avere un abbonamento con Sky da almeno un anno e possedere il pacchetto sport. Così potrete vedere in diretta i match, oppure registrarli e guardarli successivamente. Gara 1 sarà visibile a tutti sul sito di ‘skysport.it’  Il secondo metodo prevede la sottoscrizione di un abbonamento sul sito web di NBA League Pass, selezionare il pacchetto desiderato e vedere così tutte le gare in contemporanea sui vostri dispositivi.

Raptors-Magic streaming: la necessità di vincere contro la leggerezza della sorpresa
Raptors-Magic streaming: la necessità di vincere contro la leggerezza della sorpresa

La sensazione? E’ quella che, in una serie che si svilupperà a metà campo, i Magic avranno bisogno di prove straordinarie di coralità per battere i Toronto Raptors, più profondi e soprattutto più talentuosi, ma anche pressati dalla necessità di fare bene per davvero in post-season, oltre che dal bisogno di convincere Leonard a rimanere in Canada.

Inside the duel: Bucks-Pistons

Pistons-Bucks streaming

Quella tra Milwaukee Bucks e Detroit Pistons potrebbe essere una delle serie più interessanti che ci viene proposta in questo primo turno di playoff, in quanto si affrontano due squadre che giocano in maniera totalmente opposta e che quindi dovranno cercare di imporre il proprio ritmo nelle varie partite. I Bucks si sono aggiudicati la prima posizione nella Eastern Conference ottenendo peraltro il miglior record della lega, mentre i Pistons hanno ottenuto il pass per la postseason all’ultima giornata battendo i New York Knicks nonostante l’assenza della loro stella Blake Griffin. L’ultima serie playoff disputata tra le franchigie risale al 2004, quando la Motor City si impose sul team del Wisconsin per 4-1 nella serie proprio al primo turno di playoff.

LO SCORE IN REGULAR SEASON

Milwaukee Bucks

  • Record: 60-22 (#1, Eastern Conference)
  • Offensive rating: 113.5
  • Defensive rating: 104.9
  • Team leaders: Giannis Antetokounmpo (27.7 PTS), Giannis Antetokounmpo (12.5 REB), Giannis Antetokounmpo (5.9 AST)

Detroit Pistons

  • Record: 41-41 (#8, Eastern Conference)
  • Offensive rating: 108.3
  • Defensive rating: 108.6
  • Team Leaders: Blake Griffin (24.5 PTS), Andre Drummond (15.6 REB), Blake Griffin (5.4 AST)

BUCKS-PISTONS: IL DUELLO

Questa sarà una serie tatticamente complessa, visto che da una parte troviamo una squadra che ama correre il campo e prendersi tiri in transizione, una squadra che predilige dunque un gioco in velocità piuttosto che attaccare a difesa schierata (Bucks); mentre dall’altra parte abbiamo una squadra che gioca una pallacanestro a ritmi bassi e che si affida molto agli isolamenti e agli 1 vs 1 (i Pistons).

I Detroit Pistons dovranno dimostrarsi una squadra solida, vincendo anche almeno una gara fuori casa per ribaltare il fattore campo (impresa ardua visto il record pesantemente negativo in trasferta avuto dalla squadra di coach Dwane Casey ed il record quasi impeccabile dei Bucks in casa); inoltre dovranno cercare di controllare il ritmo delle partite e concedere il meno possibile canestri in contropiede ai Bucks, visto che se dovessero trovare vita facile Antetokounmpo e compagni sarebbero sciolti e supererebbero la pressione che hanno sulle spalle. Già, pressione, questo è un tema caldo in casa Bucks perchè è si vero che hanno ottenuto il miglior record della lega, ma non è così

scontato che riusciranno a reggere mentalmente la pressione, vista la gioventù del gruppo. Un tema tattico interessante nella serie sarà sicuramente chi marcherà (o almeno chi ci proverà a marcarlo) Giannis Antetokounmpo. A disposizione di Coach Casey non ci sono difensori affidabili; il principale indiziato potrebbe essere Blake Griffin dato che entrambi giocano da ala grande ed anche negli scontri in RS era stato proprio l’ex Clippers a prendersi cura della stella greca. Questo potrebbe sicuramente essere un duello chiave: Griffin non è di certo conosciuto per la sua attitudine difensiva ed Antetokounmpo potrebbe dominare magari mettendo Griffin in difficoltà  per eventuali problemi di falli. Ad alternarsi con Blake Griffin in marcatura sul greco potrebbe essere Andre Drummond, un difensore senza dubbio più solido di Griffin che però paga sicuramente una velocità nettamente minore ed una lentezza di piedi del quale Antetokounmpo potrebbe approfittare. Sicuramente il compito di chi marcherà Antetokounmpo sarà quello di sfidarlo al tiro da tre punti, l’arma meno letale a disposizione del fenomeno greco.

 

Una possibile opzione per contenere l’attacco dei Bucks potrebbe essere quello di difendere a zona, una novità tattica che anche se concederebbe qualcosina dal perimetro ai tanti tiratori che coach Mike Budenholzer schiererà, potrebbe rivelarsi un grattacapo fastidioso da risolvere per i Milwaukee Bucks. L’altro duello chiave potrebbe rivelarsi anche quello tra Brook Lopez ed Andre Drummond: il lungo dei Bucks ama giocare sul perimetro e prendersi tantissime conclusioni da tre punti (anche con notevoli risultati, 36.5% al tiro pesante) mentre Drummond non ha nessunissima voglia di uscire dalla propria area per difendere, oltre al fatto che pagherebbe molto negli 1 vs 1 lontano da canestro. I Milwaukee Bucks d’altra parte, per vincere la serie, dovranno semplicemente riuscire a giocare la propria pallacanestro e magari trovare tante conclusioni in campo aperto, difendendo il fattore campo. Dovranno inoltre difendere in maniera intelligente sugli isolamenti di Griffin e magari dare una mano ad Antetokounmpo per evitare che il greco si trovi con problemi di falli. Inoltre i Bucks dovranno controllare i rimbalzi difensivi per partire in contropiede, limitando anche quindi gli extra possessi ai Pistons che hanno in Drummond un rimbalzista formidabile, mentre a difesa schierata attaccheranno sicuramente Blake Griffin per mettergli pressione e costringerlo a spendere falli.

BUCKS: ROSTER E ROTAZIONI

Queste le rotazioni ed il roster dei Bucks:

  •  Giannis Antetokounmpo, #34
  •  Eric Bledsoe, #6
  • Malcom Brogdon, #13
  • Sterling Brown, #23
  • Bonzie Colson, #50
  • Pat Connaughton, #24
  • Donte DiVincenzo, #9
  • Tim Frazier, #12
  •  Pau Gasol, #17
  •  George Hill, #3
  •  Ersan Ilyasova, #77
  • Brook Lopez #11
  • Khris Middleton, #22
  • Nikola Mirotic, #41
  • Tony Snell, #21
  • D.J. Wilson, #5

PISTONS ROSTER E ROTAZIONI:

Queste sono le rotazioni dei Pistons invece:

  •  Bruce Brown, #6
  •  Jose Calderon, #81
  • Andre Drummond,  #0
  •  Wayne Ellington, #20
  • Langston Galloway, #9
  • Blake Griffin, #23
  • Reggie Jackson, #1
  • Luke Kennard, #5
  • Jon Leuer, #30
  • Kalin Lucas, #24
  • Thon Maker, #7
  •  Svi Mykhailiuk, #19
  •  Zaza Pachulia, #27
  •  Glenn Robinson III, #22
  •  Ish Smith, #14
  •  Khyri Thomas, #13
  •  Isaiah Whitehead, #12

BUCKS-PISTONS STREAMING

Bucks-Pistons streaming della serie.  Dove trovarlo? Il confronto si preannuncia veramente interessante, anche solamente perchè in campo troveremo Giannis Antetokounmpo e Blake Griffin, due dei giocatori più spettacolari della lega. Volete sapere dove trovare Bucks-Pistons streaming? Ecco qui le modalità per seguire la serie:

  1. Bucks-Pistons streaming su Sky Go
  2. Bucks-Pistons streaming su NBA League Pass

Con la prima modalità sarà possibile seguire i playoff su Sky, attraverso l’applicazione disponibile per Smartphone, tablet e pc. I requisiti? Bisogna avere un abbonamento con Sky da almeno un anno col pacchetto sport attivo. Con Sky Go potrete seguire le partite in diretta ma anche registrarli e riguardarli comodamente, quando vorrete, sui vostri dispositivi preferiti Si partirà lunedì 15 aprile alle ore 01:00 italiane con Gara 1, Gara 2 sarà alle ore 02:00 italiane giovedì 18 aprile , Gara 3 domenica 21 alle ore 02:00 italiane e Gara 4 martedì 23 aprile alle 02.00 italiane.  Per le eventuali altre gare sono ancora da definire gli orari. Con NBA League Pass invece basta abbonarsi sul sito web di NBA League Pass, selezionare il pacchetto desiderato e potrete così vedere tutte le gare in diretta e anche in contemporanea su PC, tablet o cellulare. Insomma, potrete vedere Bucks-Pistons streaming come preferirete.

Mike Budenholzer, coach dei Milwaukee Bucks.

I favoriti sono sicuramente i Milwaukee Bucks, che mai come quest’anno hanno ambizioni di NBA Finals, ma attenzione perchè gli NBA playoff possono giocare brutti scherzi sotto il punto di vista di sfortuna e di pressione.

NBA playoff power ranking: Golden State sul trono, è bagarre ad Est

NBA Playoff Power Ranking

I playoff NBA sono ormai alle porte e si preannunciano più spettacolari che mai, pur dovendo fare a meno di LeBron James, assente dopo 13 stagioni. La fine della regular season ha sancito le 16 squadre che si giocheranno il titolo, 8 per la Western Conference e altrettante per la Eastern Conference.
Immancabile il Power Ranking per analizzare tutte le franchigie che proveranno a darsi battaglia per arrivare alle Finals e conquistare il Larry O’Brien Trophy.

NBA PLAYOFF POWER RANKING: LA GRADUATORIA

#16 Orlando Magic

Steve Clifford.

Sette anni sono bastati per interrompere il digiuno playoff dei Magic. Alla sua prima stagione in Florida, coach Steve Clifford è riuscito nell’impresa di ricondurre Orlando nella postseason, spuntandola su Heat e Hornets in un’entusiasmante lotta nella Eastern Conference. Grande merito della qualificazione a Nikola Vucevic. Il centro montenegrino è reduce da un’annata fantastica, conclusa con una doppia doppia di media, e che gli è valsa anche la prima convocazione in carriera all’All Star Game.

Abbastanza incostante e meno brillante del solito invece Aaron Gordon, secondo miglior realizzatore stagionale seguito dagli ottimi Evan Fournier, Terrence Ross e D.J. Augustin. Una frattura alla tibia ha messo fine anzitempo alla regular season del rookie Mo Bamba, per il quale i Magic non hanno divulgato nessuna informazione riguardo il suo rientro in campo. L’euforia dell’accesso alla postseason potrebbe risultare il principale fattore a vantaggio di Orlando, che parte sulla carta come una delle squadre meno attrezzate per mettere in difficoltà le contender.

#15 Detroit Pistons

Blake Griffin.

Non tutte le squadre qualificate ai playoff possono vantare la presenza nel proprio roster di due all star, possibilità di cui i Pistons possono invece godere, grazie alla coppia Andre Drummond-Blake Griffin. I due hanno vissuto prestazioni altalenanti nel corso della stagione, ma comunque di alto livello. Il vero problema dei Pistons in ottica playoff è però rappresentato dal cast di supporto ai due lunghi.

Fatta eccezione per alcuni eccellenti tiratori come Reggie Jackson, Luke Kennard e Wayne Elligton, pochi altri elementi di valore sono a disposizione di Dwane Casey, che con la sua esperienza potrebbe tuttavia rappresentare l’arma in più di Detroit. Chance importanti per veterani come José Calderon e Zaza Pachulia; e per i giovani Thon Maker e Sviatoslav Mykhailiuk, entrambi arrivati via trade a febbraio.

#14 Brooklyn Nets

Borsino playoff.
D’Angelo Russell.

Mentre tutti gli occhi a New York sono puntati sui Knicks e sulle possibili mosse estive, Brooklyn si è resa protagonista di una stagione indimenticabile. Il lungo processo di rebuilding ha iniziato finalmente ha portare i risultati sperati dalla dirigenza. L’investimento D’Angelo Russell si è rivelato più che mai azzeccato, con l’ex Lakers capace addirittura di diventare all-star per la prima volta in carriera.

Difficile capire quanta strada potrà fare la squadra di coach Kenny Atkinson, guidata da giovani con esperienza nei playoff pari a 0. I talentuosi Spencer Dinwiddie, Joe Harris e Jarrett Allen sono però  pronti a supportare Russell al meglio delle proprie possibilità. C’è ancora tanta voglia di stupire.

#13 Los Angeles Clippers

Danilo Gallinari.

La trade che ha coinvolto Tobias Harris poco prima dello scadere della trade deadline, sembrava voler significare che i Clippers erano intenzionati ad alzare bandiera bianca nella corsa playoff, da cui sono invece usciti trionfatori. Doc Rivers è riuscito a tirare fuori il meglio da una franchigia il cui obbiettivo principale era trascorrere una stagione nella norma in attesa dei possibili fuochi d’artificio che si accenderanno durante la free agency.

Un fantastico Danilo Gallinari è più che mai pronto a fare il proprio ritorno nella postseason, dopo un’avvicinamento in cui si è dimostrato leader indiscusso del quintetto titolare, mettendo a referto circa 20 punti di media a partita. L’impegno contro i Golden State Warriors nel primo turno è sulla carta proibitivo. A rendere ancora più pericolosa LA in vista dei playoff è però la grande profondità del proprio roster, che può contare su un mix di giovani (Shai Gilgeous-Alexander, Ivica Zubac, Landry Shamet), e veterani pronti a rendersi pericolosi subentrando dalla panchina, guidati da Lou Williams e Montrezl Harrell.

#12 Indiana Pacers

Bojan Bogdanovic in azione contro Jayson Tatum.

Il grave infortunio di Victor Oladipo sembrava aver seriamente compromesso la stagione di Indiana, che è invece riuscita a rimanere a galla nella Eastern Conference. Gli avversari nei playoff sono agguerritissimi, e l’assenza di una star di livello a cui poter affidare le giocate-chiave dei match rischia di risultare determinante nel percorso che conduce verso il titolo NBA. Affrontare Boston al primo turno inoltre non è di certo il migliore dei modi per fare più strada possibile nel percorso che conduce alle Finals.

Le ottime cose viste fino ad ora infondono comunque speranza nei tifosi di Indiana, consapevoli della presenza in squadra di giocatori decisivi ma spesso sottovalutati come Bojan Bogdanovic e Domantas Sabonis. Ci si aspetta come sempre qualcosa in più da Myles Turner, mentre può essere data grande fiducia all’assortito gruppo di uomini di esperienza, di cui fanno parte Wesley Matthews, Thaddeus Young, Darren Collison e Tyreke Evans.

#11 San Antonio Spurs

Gli eterni Spurs sono pronto a dare battaglia ai playoff per il 22° anno consecutivo. La trade che ha spedito Kawhi Leonard ai Toronto Raptors sembrava il punto di partenza di una possibile ricostruzione, che invece continua a non verificarsi. La squadra di Gregg Popovich non parte certo con i favori del pronostico, soprattutto nel selvaggio West, ma non si è abituati a vederli perdere.

DeMar DeRozan ha continuato a mettersi in mostra come trascinatore assoluto, così come fatto in passato con i Raptors. Grande stagione anche da parte dell’altro all star della squadra texana, LaMarcus Aldridge. I due hanno le potenzialità per provocare seri danni a diverse contender, supportati da un eccellente gruppo di giovani e soprattutto di veterani, fra cui Rudy Gay e gli inossidabili Patty Mills e Marco Belinelli. Un roster composto in gran parte da uomini di esperienza che potranno dare una grande mano durante la postseason. Attenzione al tiro da tre, grazie alla presenza di numerosi giocatori dalle alte percentuali da dietro l’arco (Dante Cunningham, Davis Bertans, Rudy Gay, Bryn Forbes, Patty Mills e Marco Belinelli), elemento di cui invece continua a scarseggiare DeRozan.

#10 Utah Jazz

Donovan Mitchell.

Pur essendo sempre ai vertici della lega durante la regular season, ci si aspetta un ulteriore miglioramento da parte della franchigia dello Utah in ottica postseason. Anche in questa stagione gli Jazz sono reduci da un eccellente piazzamento in classifica nella Western Conference e sono chiamati a rispondere presente nei playoff, in cui lo scorso anno sono riusciti a rendersi protagonisti di un’ottima prestazione, battendo Oklahoma nel primo turno.

Avere in squadra due giocatori dal calibro di Rudy Gobert e Donovan Mitchell non è certamente un fattore di poca importanza, a cui vanno aggiunti altri elementi di grande valore. Tra questi vi sono Darrick Favors, Joe Ingles, e i due esperti Ricky Rubio e Kyle Korver. Nonostante Utah non sia di certo la squadra più talentuosa della lega, Quin Snyder guida un sistema che si è ormai consolidato ed è rimasto di fatto inalterato rispetto al 2017/2018, in attesa di alzare l’asticella dell’obbiettivo già a partire da questa stagione.

#9 Denver Nuggets

Jamal Murray e Nikola Jokic.

Ad inizio stagione probabilmente nessuno avrebbe pensato ad un tale piazzamento dei Nuggets, capaci di dare battaglia ai Warriors per la vetta della Western Conference. Denver ha a che fare con una situazione intrigante e che presenta molte analogie con quella dei Milwaukee Bucks, ovvero un eccezionale miglioramento rispetto al passato, guidati da una star di alto livello (Nikola Jokic), e da un buon roster costituito da elementi di spessore (Jamal Murray, Paul Millsap, Will Barton,  Gary Harris).

C’è grande curiosità per capire se tutto quel che di buono si è visto da ottobre ad oggi permetterà alla franchigia del Colorado di consacrarsi definitivamente ai vertici della lega. A prescindere da come andrà nella postseason però, grande merito a coach Mike Malone, che ha dato vita ad una delle più grandi sorprese della regular season. L’inesperienza dei componenti del roster di Denver tuttavia, non gioverà affatto nel corso delle prossime settimane, e rischia di rivelarsi il principale avversario dei Nuggets stessi.

#8 Portland Trail Blazers

Damian Lillard e C.J. McCollum.

L’incognita di ogni postseason. Portland è da sempre una delle squadre più sottovalutate della lega ma che riesce, nel silenzio, a concludere ogni regular season nelle prime posizioni ad Ovest, così come dimostrato dal terzo posto appena ottenuto. Nel passato i playoff si sono però dimostrati un tabù, compresi quelli dello scorso anno in cui è arrivata l’eliminazione al primo turno contro i New Orleans Pelicans.

Guidati da uno dei migliori playmaker in circolazione, Damian Lillard, i Blazers hanno tutte le carte in regole per far male a chiunque intralci il loro cammino. Purtroppo per i fan della franchigia dell’Oregon, gli infortuni di C.J. McCollum e Jusuf Nurkic rischiano di compromettere anche i prossimi match. Meno grave del previsto il problema di McCollum, già rientrato sul parquet ma senza certezze riguardanti la sua forma fisica. Molto più complicata la situazione del centro bosniaco. Un terribile infortunio alla gamba ha tenuto con il fiato sospeso gli appassionati del mondo della palla a spicchi, e lo costringerà a rimanere fuori dal terreno di gioco sino alla fine del 2018/2019. Ci si aspetta dunque molto da Enes Kanter, che si è rivelato l’acquisto ideale della dirigenza di Portland, permettendo di avere un sostituto di livello allo sfortunato Nurkic.

Punto di domanda anche sulla panchina, che potrebbe rivelarsi decisiva, nel bene o nel male.

#7 Oklahoma City Thunder

Una grande stagione chiusa nel peggiore dei modi. I Thunder fino a dicembre potevano essere visti come i principali candidati ad insidiare Golden State per ottenere lo scettro della Western Conference. La pazzesca annata di Paul George non si è però rivelata sufficiente, almeno ad oggi. Il pessimo ed inspiegabile finale di stagione ha generato più di qualche perplessità fra gli addetti ai lavori.

L’uomo dei record Russell Westbrook potrebbe rivelarsi l’arma decisiva a vantaggio di OKC, andando a formare una fantastica coppia di all star con PG 13. Il ruolo in uscita dalla panchina di Dennis Schroder risulterà di primaria importanza, così come il lavoro svolto da altri uomini chiave del sistema di Donovan, quali Steven Adams, Jerami Grant e l’ultimo arrivato Markieff Morris. Occhi puntati anche su Terrence Ferguson, che potrebbe essere determinante. Una cosa è certa, nonostante un finale in affanno, guai a sottovalutare Oklahoma dopo averne intraviste le potenzialità nel corso della regular season, ovvero una squadra in grado di conciliare nel migliore dei modi la fase difensiva e quella offensiva.

#6 Philadelphia 76ers

Philadelphia Sixers
Joel Embiid e Ben Simmons.

La dirigenza 76ers sembra aver ormai accelerato il Processo di ricostruzione, dopo la scelta dei migliori free agent della scorsa estate di non trasferirsi in Pennsylvania. La volontà di Philadelphia è quindi chiara: vincere il prima possibile. È questa la spiegazione dietro le trade effettuate per affiancare Tobias Harris e Jimmy Butler alle due giovani star Joel Embiid e Ben Simmons.

Nonostante un quintetto di partenza favoloso, di cui fa parte anche un esperto tiratore come J.J. Redick; apparentemente manca ancora qualcosa per fare il definitivo passo in avanti. I due grandi scambi fatti durante la stagione hanno inoltre tolto abbastanza profondità all’organico a disposizione di coach Brown, che comunque può contare su ottimi giocatori anche dalla panchina (McConnell, Scott, Ennis, Bolden). Potrebbe rivelarsi importante anche l’esperienza della scorsa stagione, in cui Philadelphia fu eliminata al secondo turno per mano dei Boston Celtics.

#5 Boston Celtics

Pronostici NBA 18-19-Boston Celtics 2018/2019
Boston Celtics.

Forse una delle franchigie più deludenti della regular season. Strano, per una squadra capace di chiudere al quarto posto della Eastern Conference, ma le aspettative ad inizio anno facevano sperare in prestazioni più convincenti da parte dei bostoniani. Pur potendo contare finalmente su Gordon Hayward, sembra esserci stato un passo indietro rispetto alla stagione precedente, conclusa con una cocente eliminazione in gara 7 delle finali di Conference.

Nonostante ciò i Celtics rimangono avversari di prima fascia per chiunque voglia ambire al titolo NBA. Kyrie Irving è pronto a prendere in mano la propria squadra, prima di diventare free agent in estate. Dietro di lui tanti altri vogliosi di far bene per dimostrare tutte le proprie qualità. A guidare questo gruppo ovviamente Jayson Tatum, oltre al già citato Hayward ed i vari Al Horford, Jaylen Brown, Marcus Morris e Marcus Smart. Quest’ultimo però, a causa di un infortunio, sarà costretto a stare fuori circa 4-6 settimane. Un altro punto a favore di Boston è senza dubbio rappresentato da coach Brad Stevens, capace di rendersi protagonista anche dalla panchina.

#4 Milwaukee Bucks

Giannis Antetokounmpo
Giannis Antetokounmpo.

Dopo aver ottenuto il miglior record della regular season, i Milwaukee Bucks sono pronti a giocare un ruolo da protagonista nei prossimi playoff. L’arrivo di coach Mike Budenholzer ha giovato al sistema Bucks, in particolar modo a Giannis Antetokounmpo. Il greco è riuscito a conquistare meritatamente lo scettro di miglior giocatore della Eastern Conference, lasciato libero da LeBron James. Poter contare sull’apporto del candidato MVP è il principale vantaggio della franchigia del Wisconsin, che può fare affidamento anche su eccellenti tiratori dall’arco dei tre punti (Middleton e Brook Lopez in primis), e di un buon roster, migliorato dall’arrivo a stagione in corso di Nikola Mirotic, George Hill e Pau Gasol.

Il maggiore ostacolo in vista della postseason è rappresentato dall’inesperienza del gruppo a disposizione di Budenholzer. Pur avendo infatti a disposizione numerosi veterani, il risultato massimo raggiunto nelle ultime stagioni è la qualificazione ai playoff con successiva eliminazione al primo turno (sconfitta 4-3 contro Boston lo scorso anno). Quest’anno si prospetta un deciso miglioramento stando a quanto visto da ottobre ad oggi, ma la pressione potrebbe giocare un brutto scherzo ai Bucks qual’ora si dovessero verificare difficoltà.

#3 Houston Rockets

Houston Rockets-Chris Paul-Rockets-Timberwolves streaming
Chris Paul e James Harden.

L’effetto Harden si è più che mai sentire nel corso della regular season. Il Barba è salito in cattedra dopo un complicato inizio di stagione, nel corso della quale i Rockets hanno dovuto fare i conti anche con la cattiva sorte, che ha colpito Chris Paul e Clint Capela, vittima di infortuni.

Se ad inizio stagione si poteva pensare ad una possibile rivale dei Warriors, Houston era senza dubbio la principale avversaria con cui gli uomini di Steve Kerr avrebbe dovuto fare i conti, forti del fatto che lo scorso anno una gara 7 ha separato la franchigia texana dalle Finals. Oggi Mike D’Antoni non può contare su giocatori importanti come Ryan Anderson e Trevor Ariza, ma saranno determinanti i soliti Eric Gordon, Paul e Capela. Da non sottovalutare gli ultimi arrivati Faried e Rivers, ma le speranze dei Rockets si basano inevitabilmente sulle prestazioni di Harden. Attenzione tuttavia al tabellone dei Rockets, che potrebbe compromettere il cammino playoff: in caso di approdo alle semifinali di Conference, affronteranno la vincente di Warriors-Clippers.

#2 Toronto Raptors

Kawhi Leonard.

Come ogni anno, i Raptors occupano le parti alte del power ranking pre-playoff. La postseason rappresenta da sempre l’ostacolo apparentemente insormontabile. Questa volta però la situazione sembra essere cambiata decisamente. Le pretendenti ad Est sono molte, ma non vi è più LeBron James, l’eterno giustiziere dei canadesi. L’arrivo di Kawhi Leonard aggiunge inoltre al roster a disposizione di coach Nurse un leader vincente, che vanta nella propria bacheca già un titolo NBA e di MVP delle finali con la maglia dei San Antonio Spurs.

Il n°2 non è di certo l’unico pezzo pregiato. Non possono essere messi in secondo piano Kyle Lowry, ormai un punto fermo dei Raptors; Il candidato MIP Paskal Siakam, e soprattutto Marc Gasol, su cui la dirigenza ha puntato poco prima dello scadere della trade deadline per fornire un altro rinforzo di spessore. Resta tuttavia ancora da capire se questo basterà per porre fine alla maledizione che aleggia su Toronto.

#1 Golden State Warriors

Il super-quintetto dei Golden State Warriors:, Kevin Durant, Draymond, Stephen Curry, Klay Thompson e DeMarcus Cousins.

I principali favoriti per alzare al cielo l’ambitissimo Larry O’Brien Trophy. Non potrebbe essere altrimenti per una squadra che ha vinto tre degli ultimi quattro titoli ed ha addirittura migliorato il proprio roster con l’aggiunta di DeMarcus Cousins. L’ex Pelicans è andato a completare un quintetto di soli all star in grado di far paura a chiunque.

La storia dei playoff NBA ha però insegnato che non può esistere un team imbattibile, e che le sorprese sono sempre dietro l’angolo. La squadra di coach Steve Kerr diverse volte nel corso della regular season ha mostrato tratti di vulnerabilità, ed ogni episodio da Aprile in poi potrebbe rivelarsi determinante, che si tratti di un infortunio o di un avversario complicato sin dai primi turni. Da tenere sott’occhio inoltre la coesistenza fra le cinque stelle titolari. Non può non tornare alla memoria la lite fra Kevin Durant e Draymond Green, ma anche l’inesperienza di Cousins nell’ambito dei playoff. Molto dipenderà dall’apporto degli Splash Brothers, Steph Curry e Klay Thompson; e della panchina, pur consapevoli che, sulla carta, nessun team ha le qualità per competere con i campioni in carica.

NBA Passion Awards 2018/19

Non c’è dubbio: per vedere la NBA al suo meglio, bisogna aspettare i playoff. L’intensità sale, la tattica è curata al minimo dettaglio, non c’è troppo margine d’errore. Va avanti solo che vale davvero, gli altri tornano a casa. Però è la regular season a gettare le basi per quello che succederà nelle settimane più ‘calde’. Un viaggio lungo sei mesi in cui accade tutto e il contrario di tutto, in cui i problemi nascono e si risolvono, in cui le squadre trovano la loro alchimia, in cui alcune carriere prendono il volo, mentre altre si inabissano. Insomma, anche in regular season si fa la storia. Al netto delle critiche (in ogni caso comprensibili, essendo la pallacanestro un gioco di squadra), i premi individuali sono uno specchio piuttosto affidabile di quanto successo tra ottobre e aprile. Raccontano di chi ha sorpreso, di chi si è confermato e di chi è entrato definitivamente nella leggenda di questo gioco. Da qualche anno, la NBA comunica i vincitori a stagione conclusa, quando i playoff hanno già emesso i loro feroci verdetti. Essendo questi premi relativi alla stagione regolare, però, noi di NBA Passion restiamo fedeli alle tradizioni, assegnandoli ‘a caldo’. Dopo settimane di infuocate votazioni, è dunque il momento di scoprire le scelte della redazione: arrivano gli NBA Passion Awards 2018/19!

 

Rookie Of The Year: Luka Doncic (Dallas Mavericks)

Luka Doncic, uno dei grandi protagonisti di questo 2018/19
Luka Doncic, uno dei grandi protagonisti di questo 2018/19

Non succede spesso ma, in questo 2018/19, tutte le primissime scelte al draft hanno disputato una solida stagione da rookie. DeAndre Ayton ha messo insieme cifre di tutto rispetto (16.3 punti a 10.3 rimbalzi di media), anche se in una ‘polveriera’ come gli attuali Phoenix Suns, Marvin Bagley si è ritagliato un ruolo importante nei sorprendenti Sacramento Kings e Jaren Jackson Jr. è stato tra le pochissime note liete per i Memphis Grizzlies. Esordio tutto sommato positivo, seppure in contesti perdenti e con gli inevitabili alti e bassi del caso, per Collin Sexton (Cleveland) e Kevin Knox (New York), mentre saranno da rivedere Mohamed Bamba (utilizzato pochissimo a Orlando) e Wendell Carter Jr. (infortunatosi troppo presto, dopo un buon avvio in maglia Bulls). Tra gli altri giocatori scelti al primo giro, si sono fatti notare soprattutto Shai Gilgeous-Alexander, che ha presto conquistato un posto da titolare ai Clippers, Josh Okogie, che ha fatto lo stesso in maglia Timberwolves, e Landry Shamet, letale tiratore che ha portato punti dalla panchina prima ai Sixers, poi (dopo essere stato incluso nella trade per Tobias Harris) alla corte di Doc Rivers. Da segnalare anche il buon debutto di Mikal e Miles Bridges (Phoenix e Charlotte), Kevin Huerter e Omari Spellman (Atlanta), mentre dal secondo giro sono ‘spuntati’ Jalen Brunson (Dallas), Rodions Kurucs (Brooklyn) e Mitchell Robinson, che ha vissuto un anno da matricola estremamente incoraggiante con i New York Knicks.

Il nostro premio di Rookie Of the Year, però, non poteva che essere conteso da Luka Doncic e Trae Young, protagonisti di un discusso scambio la notte del draft (Doncic a Dallas e Young, più una prima scelta 2019, ad Atlanta). A suon di grandi prestazioni e di giocate mozzafiato, i due si sono imposti da subito come uomini-franchigia di Mavericks e Hawks, mostrando potenziale da superstar e accendendo le speranze dei tifosi per un futuro roseo. Nelle nostre votazioni ha prevalso Doncic perchè ha avuto un impatto immediato; sono bastate poche partite per far scoppiare la ‘Luka-Mania’. Young è partito più lentamente, salvo poi esplodere nella seconda parte di regular season. In questo 2018/19 entrambe le squadre hanno chiuso nelle retrovie, ma il loro avvenire, così come quello dell’intera lega, sembra in ottime mani.

Albo d’oro
2015/16: Karl-Anthony Towns (Minnesota Timberwolves)
2016/17: Dario Saric (Philadelphia 76ers)
2017/18: Ben Simmons (Philadelphia 76ers)

All-Rookie Team:
Trae Young (Atlanta Hawks)

Shai Gilgeous-Alexander (Los Angeles Clippers)
Luka Doncic (Dallas Mavericks)
Marvin Bagley (Sacramento Kings)
DeAndre Ayton (Phoenix Suns)

 

Coach Of The Year: Mike Budenholzer (Milwaukee Bucks)

Mike Budenholzer, prima stagione alla guida dei Milwaukee Bucks
Mike Budenholzer, prima stagione alla guida dei Milwaukee Bucks

Il premio di allenatore dell’anno è sempre uno dei più difficili da assegnare. Ogni stagione è caratterizzata da squadre che rendono oltre le aspettative soprattutto grazie al lavoro del coach, e questo 2018/19 non fa eccezione. Mike Malone e Doc Rivers hanno guidato Denver Nuggets e Los Angeles Clippers ai playoff nonostante gli infortuni (Denver) e la cessione in corsa del miglior realizzatore (Tobias Harris, passato da L.A. a Philadelphia), mentre Terry Stotts e Quin Snyder hanno confermato Portland Trail Blazers e Utah Jazz tra le corazzate della Western Conference. Restando a Ovest, Dave Joerger ha dato ‘nuova vita’ ai Sacramento Kings, e Gregg Popovich ha condotto i soliti San Antonio Spurs ai ventiduesimi playoff consecutivi, nonostante gli svariati problemi. Anche sull’altra costa non mancavano i candidati: da Nate McMillan, capace di tenere in alto gli Indiana Pacers malgrado l’infortunio di Victor Oladipo, a Nick Nurse, ‘timoniere’ degli ottimi Toronto Raptors. Doveroso citare anche Steve Clifford e Kenny Atkinson, il cui lavoro ha finalmente regalato a Orlando Magic e Brooklyn Nets la speranza di poter uscire da un tunnel che sembrava interminabile.

A stravincere le nostre votazioni è stato però Mike Budenholzer, perchè ha fatto compiere ai Milwaukee Bucks un salto che, fino alla scorsa estate, sembrava impossibile: passare da eterna incompiuta a contender. Ci è riuscito seguendo una filosofia comune a Golden State Warriors e Houston Rockets: ‘estremizzare’ il proprio gioco, cucendolo su misura per le peculiarità uniche dell’uomo di riferimento. I Bucks, il cui roster era pressoché invariato rispetto al 2017/18, sono diventati a tutti gli effetti la squadra di Giannis Antetokounmpo. ‘The Greek Freak’ ha dominato in lungo e in largo nonostante la scarsa pericolosità dalla distanza, e lo ha fatto anche perchè a molti compagni è stata concessa ‘carta bianca’ da oltre l’arco. Ecco allora la stagione da All-Star di Khris Middleton e quella altrettanto superba di Brook Lopez, ma anche gli sporadici exploit dei vari Pat Connaughton, D.J. Wilson, Sterling Brown e Donte DiVincenzo. Un altro grande merito di ‘Coach Bud’ è stato quello di valorizzare al massimo la coesistenza (tutt’altro che scontata) fra Malcolm Brogdon ed Eric Bledsoe. Il suo arrivo ha dato a Milwaukee la consapevolezza necessaria a prendersi il miglior record della regular season e a guardare con inedita fiducia agli imminenti playoff.

Albo d’oro
2015/16: Brad Stevens (Boston Celtics)
2016/17: Brad Stevens (Boston Celtics)
2017/18: Mike D’Antoni (Houston Rockets)

 

Sixth Man Of The Year: Lou Williams (Los Angeles Clippers)

Lou Williams è diventato il miglior realizzatore di sempre in uscita dalla panchina
Lou Williams è diventato il miglior realizzatore di sempre in uscita dalla panchina

Prima o poi, questo premio verrà ribattezzato Lou Williams Award. La guardia dei Los Angeles Clippers si aggiudica il nostro riconoscimento per il secondo anno di fila, e con ogni probabilità solleverà il vero trofeo, quello assegnato dalla NBA, per la terza volta in carriera (aveva già vinto nel 2015 e nel 2018), eguagliando così il primato di Jamal Crawford. Il 2018/19 ha consacrato il ‘Mago Lou’, diventato il miglior realizzatore di sempre in uscita dalla panchina. Al di là del record, il suo impatto è stato decisivo per il raggiungimento dei playoff da parte dei Clippers, da febbraio privi di Tobias Harris (fino a quel momento, il loro top scorer stagionale). Un giocatore da 20 punti di media che percepisce ‘appena’ 8 milioni di dollari di stipendio (fino al 2021) e che si accontenta, anzi, pretende, di partire dalla panchina, è un tesoro di inestimabile valore per la franchigia, nonché un’ulteriore attrattiva per le superstar a cui i Clips daranno la caccia in estate.
Il fatto che Doc Rivers avesse a disposizione la miglior second unit della lega non è certificato solo dai numeri (53 punti a gara segnati dalle riserve), ma anche dalla presenza di Montrezl Harrell tra i possibili rivali di Williams per la conquista del Sixth Man Of The Year Award. Tra gli altri candidati troviamo Domantas Sabonis (Pacers), Spencer Dinwiddie (Nets), Dennis Schroder (Thunder), Malik Beasley (Nuggets), Terrence Ross (Magic) e Derrick Rose, che ha vissuto la stagione della ‘rinascita’ con la maglia dei Minnesota Timberwolves.

Albo d’oro
2015/16: Jeremy Lin (Charlotte Hornets)
2016/17: Eric Gordon (Houston Rockets)
2017/18: Lou Williams (Los Angeles Clippers)

 

Defensive Player Of The Year: Paul George (Oklahoma City Thunder)

Per Paul George un 2018/19 straordinario sui due lati del campo
Per Paul George un 2018/19 straordinario sui due lati del campo

Essere decisivi su entrami i lati del campo: spiega il professor Paul George. La stella dei Thunder ha disputato un 2018/19 ‘leonardiano’ (riferito a Kawhi, non a Da Vinci), guidando la truppa di Billy Donovan sia in attacco (miglior realizzatore di squadra e miglior media punti in carriera) che nella propria area, dove è stato il miglior esponente di quella che è stata la miglior difesa NBA per quasi tutta la regular season. Quel “quasi” è la parola che potrebbe cambiare il futuro immediato del giocatore, visibilmente calato dopo un infortunio alla spalla (con conseguente estromissione dalla corsa per l’MVP) e quello di OKC, letteralmente colata a picco nella fase finale ed entrata ai playoff da un ingresso meno nobile.
A contendere il premio a PG13 c’erano altri giocatori che hanno fatto la differenza sotto entrambi i tabelloni, come Giannis Antetokounmpo, Joel Embiid, Jimmy Butler e il ‘solito’ Kawhi Leonard, ma anche veri e propri ‘specialisti’ difensivi come Rudy Gobert, Patrick Beverley, Marcus Smart e classici ‘rim protector’ (che non mancano mai in queste graduatorie) come Myles Turner, Jarrett Allen e Serge Ibaka.

Albo d’oro
2015/16: Kawhi Leonard (San Antonio Spurs)
2016/17: Rudy Gobert (Utah Jazz)
2017/18: Rudy Gobert (Utah Jazz)

 

Most Improved Player Of The Year: Pascal Siakam (Toronto Raptors)

Per Pascal Siakam, il 2018/19 è stato l'anno della consacrazione
Per Pascal Siakam, il 2018/19 è stato l’anno della consacrazione

Il premio al giocatore più migliorato è forse quello più interessante. Racconta di un atleta che, nel corso della stagione, è riuscito a fare un evidente (e spesso imprevedibile) salto di qualità. In molti casi, il singolo che ‘sboccia’ improvvisamente dà una spinta decisiva alla sua squadra, cambiandone di colpo le prospettive. In questo 2018/19, i Toronto Raptors partivano già tra le favorite a Est, ma la loro nuova superstar, Kawhi Leonard, avrebbe avuto delle restrizioni sul minutaggio, per recuperare al meglio dal lungo infortunio subito ai tempi di San Antonio. Poco male; coach Nick Nurse si è trovato in casa un’altra stella. Non parliamo di Kyle Lowry, in fase calante seppur con la solita leadership, bensì di Pascal Siakam.
Scoperto da Luc Mbah a Moute, il camerunese era stato scelto da Toronto con la ventisettesima chiamata al draft 2016. Il suo atletismo era sotto gli occhi di tutti fin dall’inizio, ma Siakam sembrava uno dei tanti ‘talenti grezzi’ della storia recente dei Raptors. Il suo primo anno è stato vissuto più in G-League che in NBA, ma con ottimi risultati: nel 2017 ha guidato al titolo i Raptors 905, venendo eletto MVP delle finali. Ha conquistato così un posto stabile nelle rotazioni del roster principale e, al secondo anno, è passato da 4.2 a 7.3 punti di media. Un miglioramento, ma nulla in confronto al salto compiuto in questo 2018/19: 16.9 punti in 32 minuti a partita, titolare fisso e presenza insostituibile ai due lati del campo. Più volte miglior realizzatore di squadra, Pascal ha riscritto più volte il suo career-high (fissato ora a 44 punti, segnati contro Washington il 13 febbraio).

Tra gli inseguitori spicca D’Angelo Russell, che da All-Star ha trascinato ai playoff i Brooklyn Nets, ma è doveroso menzionare anche Khris Middleton (Bucks, anche lui debuttante all’ASG), Nikola Vucevic (Magic, idem come sopra), Montrezl Harrell (Clippers), Buddy Hield (Kings), Zach LaVine (Bulls), Julius Randle (Pelicans), Bojan Bogdanovic (Pacers) e Thomas Bryant (Wizards).

Albo d’oro
2015/16: C.J. McCollum (Portland Trail Blazers)
2016/17: Nikola Jokic (Denver Nuggets)
2017/18: Victor Oladipo (Indiana Pacers)

 

Breakout Team Of The Year: Denver Nuggets

Jamal Murray e Nikola Jokic, giovani stelle dei Denver Nuggets
Jamal Murray e Nikola Jokic, giovani stelle dei Denver Nuggets

L’anno scorso, il sogno di Denver era sfumato all’overtime dell’ultima partita di regular season, persa contro Minnesota. Anche per questo, ci si aspettava che il 2018/19 avrebbe riportato i Nuggets ai playoff. In pochi, però, avrebbero immaginato di vedere gli uomini di Mike Malone contendere fino alla fine il primo posto nella Conference ai Golden State Warriors. Questo eccellente risultato è stato reso possibile dal grande lavoro dell’allenatore, dalla consacrazione di Nikola Jokic, dalla crescita di Jamal Murray, dall’esplosione di Malik Beasley e dall’impatto di alcuni protagonisti inattesi, come Monte Morris (tre partite a Denver e tanta D-League nel 2017/18) e Torrey Craig (undrafted nel 2014, poi tre stagioni in Australia). Il miglior record di franchigia dal 2012/13 è stato ottenuto malgrado i numerosi infortuni che hanno martoriato il roster: durante la stagione si sono fermati (per periodi piuttosto lunghi) Gary Harris, Will Barton e Paul Millsap, Isaiah Thomas ha debuttato solo a ridosso dell’All-Star Game (per poi uscire quasi subito dalle rotazioni), mentre Michael Porter Jr., quattordicesima scelta assoluta allo scorso draft, non ha mai messo piede in campo. Poco da aggiungere, Denver ha disputato davvero una grande regular season.

Nella corsa all’NBA Passion Award come sorpresa dell’anno, i Nuggets battono in volata i Los Angeles Clippers, anche loro alla post-season nonostante la cessione di Tobias Harris, miglior realizzatore di squadra fino a quel momento. Tra le altre candidate i Sacramento Kings, inaspettatamente vicini ai playoff, e tre squadre che i playoff li giocheranno, in una Eastern Conference formato ‘terrà delle opportunità”: Indiana Pacers, Brooklyn Nets e Orlando Magic.

Albo d’oro
2015/16: Portland Trail Blazers
2016/17: Washington Wizards
2017/18: Utah Jazz

 

Disappointing Team Of The Year: Los Angeles Lakers

Per LeBron James, un 2018/19 da dimenticare
Per LeBron James, un 2018/19 da dimenticare

Come diceva il leopardo nella famosa pubblicità: “What did you expect?”. Il premio più semplice da assegnare, tra i nostri Awards, è quello per la delusione dell’anno. Perchè i Lakers 2018/19 non sono stati una semplice delusione, bensì un flop colossale, destinato ad essere ricordato a lungo. Una squadra che sembrava avere le carte in regola per tornare in alto, dopo anni bui, si è invece ritrovata fuori dalla corsa playoff a due mesi dal termine della regular season. Un fallimento figlio di molti padri, di cui tanto si è discusso e di cui tantissimo si discuterà.
L”uomo-simbolo di questa disfatta non può che essere LeBron James, chiamato a Los Angeles per riportare i Lakers sui palcoscenici che hanno calcato per decenni. Attribuirgli tutte le colpe sarebbe superficiale, ma è innegabile che parte delle responsabilità per la disastrosa stagione siano da imputare al fenomeno da Akron. Uno che in campo è stato il solito portento (anche se con troppi atteggiamenti deplorevoli in fase difensiva), ma la cui influenza sul management, dettata dall’urgenza di vincere ma (purtroppo per lui) dura a morire, ha contribuito a far andare a rotoli la situazione. Prima l’ ‘incoraggiamento’ ad arruolare veterani rivelatisi poi non così utili (da Lance Stephenson a Michael Beasley), poi il patetico ‘teatrino’ con Anthony Davis e Rich Paul, che di fatto ha compromesso sia l’annata dei Lakers, sia quella dei New Orleans Pelicans.

Chiaro, tutto ciò non sarebbe stato possibile con una dirigenza all’altezza, qualcosa che manca da tempo nella Los Angeles gialloviola. Magic Johnson e Rob Pelinka, nella smania di tornare protagonisti, hanno ‘sbugiardato’ più volte il (confusionario) lavoro portato avanti dalla franchigia negli ultimi anni, non esitando a mettere sul mercato l’intero roster (senza esagerare) per affidarsi completamente a un quasi trentacinquenne (James) e a una stella perennemente infortunata (Davis). Per carità, due fenomeni assoluti, ma lo dicevano anche i nostri nonni: spesso, la fretta è cattiva consigliera…
Mentre in California i vari Kyle Kuzma, Brandon Ingram e Lonzo Ball venivano ‘scrutinati’ partita dopo partita, senza mai convincere fino in fondo (per svariati motivi), lontano da quei riflettori e da quella pressione diversi ex-Lakers come D’Angelo Russell, Julius Randle, Lou Williams, Brook Lopez e, udite udite, Thomas Bryant, si ritagliavano un ruolo di primissimo piano nelle rispettive squadre. Certo, ogni caso va contestualizzato, ma tutto ciò vorrà pur dire qualcosa! A concludere degnamente questa ‘memorabile’ stagione sono arrivate le dimissioni di Magic, annunciate prima della sfida contro Portland. Una scelta più che comprensibile sul piano personale, ma che lascia la franchigia sempre più in balia delle onde.

La ‘tragicommedia’ gialloviola ha inevitabilmente messo in ombra altre squadre che, in questo 2018/19, hanno deluso le aspettative. Cleveland Cavaliers e Chicago Bulls, pur con mille problemi, sembravano avere roster adeguati per fare un pensierino ai playoff, invece sono finite subito in fondo alla Eastern Conference. Così come i Dallas Mavericks a Ovest, nonostante una buona partenza. Menzioni ‘d’onore’ anche per le eterne incompiute Minnesota Timberwolves e Washington Wizards e per i Miami Heat, finiti in un tunnel di mediocrità che non sembra avere fine.

Albo d’oro
2015/16: Chicago Bulls
2016/17: New York Knicks
2017/18: Oklahoma City Thunder

 

Most Valuable Player: Giannis Antetokounmpo (Milwaukee Bucks)

Giannis Antetokounmpo, stella dei Milwaukee Bucks
Giannis Antetokounmpo, stella dei Milwaukee Bucks

Sarà pure un premio inutile, una celebrazione molto americana del singolo che stona con i concetto di ‘sport di squadra’, ma alla fine la domanda “Chi è l’MVP?” se la fanno tutti. Venire eletto Most Valuable Player non è l’unico modo, ma è certamente un modo per imprimere a fuoco il proprio nome nei libri di storia NBA. E’ un riconoscimento che indica inequivocabilmente un giocatore capace di dominare una regular season, svettando su una lega piena di fenomeni. E’ il caso di Giannis Antetokounmpo, che si prende la nostra statuetta virtuale dopo aver guidato i Milwaukee Bucks al miglior record della lega. Da quando è apparso in NBA, ‘The Greek Freak’ si è reso protagonista di un’inarrestabile ascesa. Prima acerba matricola, poi grande promessa, quindi All-Star, ora MVP (almeno per la redazione di NBA Passion). Al di là delle cifre, in costante crescita (ma non nettamente superiori a quelle dell’anno scorso), in questo 2018/19 Giannis ha ufficialmente avanzato la sua candidatura a ‘ nuovo volto della lega’. Coach Mike Budenholzer gli ha cucito addosso i Bucks su misura, lasciandogli carta bianca per terrorizzare le difese con le sue incursioni. Decisivo sia in attacco che in difesa, sul finire della regular season Antetokounmpo ha anche migliorato (visibilmente) il suo gioco da oltre l’arco, oscurando sempre più il cielo sopra l’America cestistica. Grazie al loro fenomeno, i Bucks sono diventati a tutti gli effetti una contender. Forse gli Warriors sono ancora superiori, magari anche per le FInals è presto, ma il motto ‘Feer The Dear’ non è mai stato così d’attualità.

Gli sfidanti per il premio non sono mancati: Kawhi Leonard ha iniziato molto forte, ma le restrizioni sul minutaggio hanno inciso sulla sua candidatura (difficile che si strugga in un letto di dolore, per questo), Paul George è stato frenato da un infortunio a una spalla e dal calo generale dei suoi Thunder, mentre Stephen Curry e Kevin Durant si sono come al solito fatti concorrenza interna (giocando oltretutto a marce bassissime, in attesa dei playoff). Joel Embiid e Nikola Jokic avrebbero avuto qualche chance, in una stagione normale, ma in questo 2018/19 l’unico a tenere davvero testa ad Antetokounmpo è stato James Harden. Dopo un avvio stentato, l’MVP in carica si è preso gli Houston Rockets sulle spalle, trascinandoli dal quattordicesimo al terzo posto nella Western Conference nonostante gli infortuni eccellenti di Chris Paul, Eric Gordon e Clint Capela. Ci è riuscito mettendo insieme cifre mostruose (36.1 punti di media, la più alta dal 1986/86, quando Michael Jordan chiuse a 37.1), con il picco delle 32 partite consecutive con almeno 30 punti a referto, tra cui un back-to-back da 57 e 58 punti (contro Memphis e Brooklyn) e la prova da 61 punti e 15 rimbalzi al Madison Square Garden (23 gennaio). Un mostro, che però nulla ha potuto, nelle nostre votazioni, contro il dominio del ‘Freak’ di Milwaukee.

Albo d’oro
2015/16: Stephen Curry (Golden State Warriors)
2016/17: Russell Westbrook (Oklahoma City Thunder)
2017/18: LeBron James (Cleveland Cavaliers)

All-NBA Team (come per l’All-Rookie Team, abbiamo votato senza suddivisione per ruoli):
James Harden (Houston Rockets)

Paul George (Oklahoma City Thunder)
Giannis Antetokounmpo (Milwaukee Bucks)
Nikola Jokic (Denver Nuggets)
Joel Embiid (Philadelphia 76ers)

Los Angeles Lakers: un’annata fallimentare, su tutta la linea

Los Angeles Lakers

Dall’entusiasmo alla disperazione, all’amarezza, allo sconforto. Basta poco per passare da uno stato d’animo all’altro, per veder le proprie aspettative bruciare inesorabilmente e cercare la ricetta giusta per ripartire da capo. Doveva essere la stagione della definitiva rinascita dei Los Angeles Lakers, e invece il tutto si è concluso con un clamoroso fiasco: nemmeno l’arrivo di LeBron James è servito per centrare un obiettivo, quello dei playoff, che almeno fino a Natale sembrava alla portata. Dopo l’impresa contro i Golden State Warriors, qualcosa si è rotto. Anzi, tutto si è rotto, facendo sfociare l’annata in un fallimento.

Fallimento su tutta la linea, in cui ognuno ha contribuito negativamente alla causa.

LE COLPE DI LUKE WALTON

Lakers Walton
Luke Walton.

Il primo nome che balza sul banco degli imputati è quello di Luke Walton. L’operato dell’head coach è stato alquanto discutibile, tra una gestione troppo farraginosa delle rotazioni e minutaggio dei giocatori e nessun miglioramento tecnico registrato a livello collettivo. Troppe volte i Los Angeles Lakers sono parsi una squadra senza anima, senza una trama specifica, o uno spartito da eseguire. Offensivamente la transizione ha comunque prodotto (19.2 punti a partita), ma quando di fronte c’è stata la difesa schierata si è ricorso spesso agli isolamenti o a conclusioni poco fruttuose. Il pick and roll centrale non è bastato, insomma. Per non parlare della difesa che ha lasciato a desiderare: rotazioni fuori tempo, close out eseguiti male o del tutto assenti, giocatori poco reattivi negli aiuti dal lato debole. Fattori che, uniti alla mancanza di applicazione, hanno generato un mix amaro per i gialloviola e dolce degli avversari, andati spesso a segno facilmente. Il destino del figlio del grande Bill è in bilico, dopo tre stagioni potrebbe salutare la Città degli Angeli senza aver messo i pezzi del puzzle al posto giusto.

L’OPERATO DEL FRONT OFFICE

Magic Johnson & Pelinka (Lakers.com)
Magic Johnson e Rob Pelinka.

Hanno costruito la squadra firmando diversi ball handler ed elementi versatili, in grado di dare una mano a livello difensivo per poi sfruttare il contropiede. Magic Johnson e Rob Pelinka, in estate, si sono adoperati per assemblare una squadra pronta a seguire questa filosofia anche se, forse, sarebbe servito prendere un tiratore puro in modo da aprire meglio in campo. Tutto sembrava filar liscio almeno fino a gennaio, quando i Lakers hanno imboccato un tunnel da cui non sono più usciti. A sparigliare le carte inoltre ci ha pensato la famigerata richiesta di trade ai New Orleans Pelicans da parte di Anthony Davis, divenuto all’improvviso obiettivo principale dei due dirigenti losangelini. Magic e Pelinka hanno fatto quello che dovevano fare per un giocatore del genere, ossia all-in (in modo da anticipare la concorrenza).

Il problema è stato la gestione mediatica della trattativa, con le troppe indiscrezioni trapelate che alla fine hanno creato una telenovela terminata in un nulla di fatto. Dopo lo scoccare della trade deadline, le scorie del mancato accordo hanno avuto effetto su gran parte dei giocatori , che si sono sentiti messi in discussione, usati come semplici pedine di scambio. Un atteggiamento ingiustificabile a certi livelli, soprattutto in una lega come la NBA dove, tranne per le superstar, tutti possono essere scambiati da un momento all’altro; altrettanto vero che un po’ di ordine nella faccenda avrebbe fatto comodo.

Incomprensibile la trade che ha portato Ivica Zubac ai Clippers (insieme all’esubero Michael Beasley, una delle scommesse perse dalla dirigenza) in cambio di Mike Muscala.

LOS ANGELES LAKERS: TRA SCONFITTE PESANTI E TROPPI INFORTUNI

LeBron James, Los Angeles Lakers vs Indiana Pacers at Bankers Life Fieldhouse
LeBron James ha saltato ben 17 partite consecutive dopo il suo infortunio.

Perdere partite contro Cleveland Cavaliers, Atlanta Hawks, New York Knicks e Phoenix Suns (tutte franchigie in piena ricostruzione) alla fine ha pesato nel mancato accesso ai playoff. L’atteggiamento è stato troppo superficiale in questi appuntamenti che erano da non sbagliare. L’incostanza e gli errori tecnici, a volte davvero grossolani, si sono presi la scena soprattutto nella seconda parte di stagione.

Non bisogna dimenticare però gli infortuni che hanno colpito il roster. Rajon Rondo costretto a fermarsi due volte a causa dei problemi alla mano destra, il guaio alla schiena di Kyle Kuzma , la polmonite di JaVale McGee che è rimasto fuori nel suo momento migliore; fino ad arrivare al problema alla caviglia di Lonzo Ball e alla trombosi di Brandon Ingram, problemi che hanno causato la prematura conclusione della stagione ai ragazzi. Ma di importanza è stato di sicuro lo stop di LeBron James, avvenuto proprio quando la squadra pareva aver trovato un minimo di quadra. Fino a Natale, il Prescelto ha avuto le redini delle operazioni, ha vestito il ruolo di classico trascinatore mascherando alcuni difetti della squadra. Poi l’infortunio all’inguine nella gara contro i Golden State Warriors che è stato come l’inizio di un effetto domino rivelatosi poi fatale.

Al suo rientro James non è riuscito a dare quella marcia in più che serviva per raggiungere l’agognato traguardo.  La modalità playoff ha tutt’altro che ingranato, forse a causa di un recupero che è avvenuto in maniera parziale. C’è da dire anche che il poco mordente nella metà campo difensiva e alcune esternazioni pubbliche sui compagni potevano essere evitate; sta di fatto che James ha promesso di interromperela maledizione regalando il ritorno in postseason nella prossima annata. Il Prescelto ha tutto il tempo per rimettersi in sesto e tornare ai suoi livelli abituali.

UN’ESTATE DA NON SBAGLIARE

L’estate 2019 sarà cruciale per i Lakers, che vanno incontro ad un’altra rivoluzione tecnica. Rivoluzione che é partita dal front office viste le clamorose dimissioni di Magic Johnson. L’obiettivo, in ogni caso, é portare in dote un’altra superstar al fianco di LeBron in modo da alzare finalmente l’asticella. E non solo, perchè servirà costruire il roster a seconda dell’allenatore che verrà. Lo spazio salariare c’è, e anche gli asset per una eventuale trade. Insomma, serve procedere con attenzione e premura: un altro fallimento costerebbe caro all’intera organizzazione.

 

 

Quanto durerà l’egemonia Warriors?

SuperTeam NBA-DeMarcus Cousins si sta davvero inserendo nel quintetto divino dei Warriors?

Ogni fan NBA sa perfettamente quale sia il team per eccellenza da battere ormai da qualche anno a questa parte. I  Golden State Warriors hanno creato un nucleo di giocatori difficilmente correlabili al concetto di sconfitta, anche se i fan di LeBron o di qualsiasi altra squadra/giocatore, ogni anno, sognano e pregustano l’abbattimento dell’armata di Oakland. E’ quasi stupida come domanda, ma…  quanti di voi, in questi anni hanno dato per scontato la finale LBJ vs Steph? Molti forse, ma non è una questione poi così ovvia. Vediamone i plausibili motivi.

LA SITUAZIONE DAL PUNTO DI VISTA DI LEBRON

Warriors-Cavaliers-pista Lakers
LeBron James a duello con Stephen Curry.

Ogni cosa, quando diventa scontata, rischia di risultare noiosa; però questo faccia a faccia evolutosi nel corso di questi ultimi anni, ha reso magico quel senso di aspettativa insito in ognuno di noi appassionati, anche se uno dei due team coinvolti è sempre stato troppo in bilico e mai veramente stabile come avrebbe dovuto. Stiamo chiaramente parlando di Cleveland, che però, tra le sue linee, ha sempre potuto contare su uno dei giocatori migliori di sempre: Mr. James. Il Prescelto (soprannome alquanto privo di responsabilità) ha letteralmente caricato la squadra sulle sue spalle, vincendo ad est, arrivando costantemente in finale e affrontando a testa altissima i suoi più grandi rivali. I risultati sono a tutti noi noti, però è il gesto in sè, di arrivare dove sono arrivati, ad avere dell’incredibile. Dobbiamo essere sinceri con noi stessi, LeBron ci ha abituato molto bene in questi ultimi anni. Pensandoci, è un po’ come vedere giocare gli Harlem Globetrotters… spiegazione:  se andate ad una loro partita/show, è chiaro che vi aspettate di vedere canestri da metà campo, acrobazie e cose simili, però le devono fare… non è così naturale, che tutte le sere, se in un momento dello spettacolo uno dei giocatori deve eseguire e realizzare(!) cinque tiri half court di fila, li faccia . E’ il loro lavoro e si alleneranno tutto il giorno a farlo, però comunque ha dell’incredibile. Forse il segreto è continuare a stupirsi e non abituarsi a quello che vediamo, recependolo come normale e scontato. Il concetto appena espresso, è facilmente traslabile sul mondo di LeBron James, Steph e di tutta la NBA in generale.

La grande sfortuna di LeBron, è stata quella di trovare sul suo cammino delle squadre paragonabili a dei rulli compressori…  In primis San Antonio, ma ci sono poche parole da aggiungere all’evidenza delle immagini proposte dai plotoni del generale Pop. Detroit non è sicuramente da meno… c’è stato un momento , circa a metà della prima decade del 2000, in cui si è generata una di quelle squadre diverse da qualsiasi altra. Non erano delle superstar (almeno inizialmente), ma dei grandissimi giocatori di sicuro, ognuno specializzato nel suo e facilmente complementari tra loro; il tutto si è amalgamato ed evoluto definitivamente con l’arrivo del mitico Rasheed Wallace.. Hanno reso la vita del Re sicuramente molto dura. Lo stesso vale per i Boston Celtics, che hanno creato una rivalità piuttosto intensa ad est con i Cavs/Heat di James, ma su quella realtà c’è poco da dire… un team unito e spettacolare su entrambe le parti del campo. Dallas. Semplicemente wow. Una favola vissuta realmente… Dirk immarcabile in quella stagione e vittoria clamorosa contro una delle squadre più forte di sempre; gli Heat dei Big 3.  Per ultimi dal punto di vista cronologico troviamo i GSW… C’è veramente bisogno di dire qualcosa?

BATTERE I WARRIORS: MISSIONE IMPOSSIBILE?

La Run TMC: Tim Hardaway, Chris Mullin e Mitch Richmond.

LeBron nella sua carriera, si è trovato di fronte a vari ostacoli, ma nulla mai come i Warriors di questi ultimi anni. Questa franchigia storicamente ha visto grandi giocatori indossare la loro maglia, uno su tutti Wilt Chamberlain, quando la squadra era ancora nel quel di Philadelphia. La bandiera che tutti associamo a Golden State, è senz’altro Chris Mullin, spettacolare giocatore e tiratore, membro anche del Dream Team del 1992. Negli anni ’90, possiamo ricordare fenomeni come Tim Hardaway, Chris Webber e un leggendario Latrell Sprewell.  Poco dopo, la situazione divenne alquanto buia e l’aria dei playoff tirava veramente poco, tanto che si è dovuto aspettare un momento leggermente più thug, giusto per citare 2Pac. Infatti i perni di quel team (stagione 2008) erano Matt Barnes, Stephen Jackson e … il Barone. OK, i risultati sono decisamente migliorati e considerando gli anni precedenti, direi anche di molto, ma comunque vengono eliminati nei playoff, ai quali non riusciranno ad accederci più, fino all’esplosione di Steph Curry. In tutta questa sintetica cronostoria, non è stata menzionata la virgola color verde – bianco – rosso di questa franchigia; è sempre piacevole ricordare che proprio loro hanno selezionato al draft Marco Belinelli, il quale oltre ad una summer league strepitosa, ha collezionato, se pur con pochi minuti concessi, giocate entusiasmanti.

Quando nel 2009 arrivò Steph, gli infortuni bussarono prontamente alla sua porta, difficoltà fisiche che  rallentarono di qualche hanno l’inevitabile. Era destino che ci trovassimo una star alquanto anomala, se confrontata al prototipo di super giocatore che abbiamo ben in mente; Steph è uno di noi, c’è poco da dire… sia dal punto di vista fisico, che nell’immaginario visivo. E’ il classico bravo ragazzo, ma chiaramente ossessionato dalla vittoria… non può non essere così, chiunque abbia quei mezzi e quella confidenza in essi, non può non pensare costantemente a vincere. C’è da dire che la franchigia gli ha dato una grossa mano, merito anche delle numerose stagioni perdenti!

Essere riusciti a portare tra le proprie fila giocatori come Andrew Bogut, Klay Thompson e Harrison Barnes, ha aiutato notevolmente…  Avere una quasi totale protezione dell’area grazie al primo, potenziale di fuoco dal perimetro grazie al secondo (1/2 degli Splash Brothers), grande consistenza da entrambe le parti del campo grazie al terzo… insomma cosa si vorrebbe avere di più? Semplice… una buona panchina.                                                                 Anche in questo caso ci sarebbero diversi nomi, ma uno vale su tutti, Shaun Livingston; probabilmente una delle storie sportive più incredibili di sempre… un giocatore messo k.o. da uno degli infortuni più ardui da superare, torna e nel corso degli anni diventa ancora più forte, tanto da diventare campione.. per più di una volta. Spettacolo.

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Stephen Curry e Klay Thompson, gli Splash Brothers.

Attenzione però, ci sono ancora un paio di nomi che vanno assolutamente menzionati… Andre Iguodala e Draymond Green. Forse il vero collante di questo roster, fossero chiaramente loro. Il primo è un giocatore silenzioso, che a fine partita magari non mette a referto cifre stratosferiche, ma è maestro in tutte quelle importantissime giocate invisibili alla gente, senza le quali la partita potrebbe scappare di mano. Il secondo è evidentemente la continuazione di quello spirito guerriero e barbaro, presente nei Warriors del 2008.               Spesso criticato proprio per il suo comportamento in campo, ma è proprio grazie a lui se la difesa ha retto anche agli attacchi più duri. Tutto il contesto in cui è inserito e circondato, lo ha agevolato nello svolgere al meglio e più liberamente il suo lavoro.

MEGLIO PREVENIRE CHE CURARE!

Ci sono state varie partite, in cui l’assenza (sempre per i famosi problemi fisici) del figlio di Dell Curry, si è sentita parecchio, tanto da portare i tifosi e anche determinati addetti ai lavori, a pensare se anche senza la loro superstar per eccellenza, i GSW avessero potuto raggiungere gli stessi traguardi. Per non porsi neanche il problema, la società ha messo le mani, prima su Kevin Durant e poi su DeMarcus Cousins. Vedendo il fascino di un possibile quintetto All-Star in campo e andando più a fondo della faccenda, a livello storico, vengono in mente pochissime situazioni paragonabili a queste. Probabilmente i Bulls di Jordan e le squadre sopra elencate, ma un concentrato di talento ed istinto killer di questo tipo, è più unico che raro.

Kevin Durant.

KD probabilmente è il più letale giocatore attivo in questo momento e senza dubbio sfiora il livello di immarcabilità. E’ riuscito a raggiungere il suo scopo diventando campione, anche se la polemica (che sia sterile o meno) del modo in cui ha conquistato il trofeo, lo insegue ancora oggi; che abbia scelto la strada più facile? Forse non è  proprio così, anche perché il sistema in cui si è proiettato era già collaudato, funzionante e certificato, perciò mantenere l’equilibrio è stato tutt’altro che semplice. A proposito di adeguarsi, DMC non è e realmente inquadrabile in questo momento Il titolo di miglior centro della lega ora è attribuito a Joel Embiid; ma Boogie può ancora ben dire la sua, in maniera anche alquanto espansiva. Il problema è che deve stare bene ed essere inserito in un contesto dedito a valorizzarlo, cosa che Golden State ha fatto nella propria maniera. Bisogna vedere se nel futuro le strade del giocatore e della società, potranno realmente essere compatibili.

L’UOMO GIUSTO AL MOMENTO GIUSTO

Come si riesce a gestire al meglio un roster così talentuoso, ma altrettanto caldo? Sulla panchina deve esserci per forza un coach con gli attributi.  Steve Kerr è uno di quelli. Lo era da giocatore a fianco di Jordan e di Tim Duncan, e lo è anche da allenatore. Un buon merito credo lo abbiano i suoi maestri: Il coach più zen di tutti, Phil Jackson e Gregg Popovich. E’ chiaro che Kerr oggi sia uno degli allenatori più vincenti, anzi, il più vincente, non tanto per i numeri, ma proprio a livello attitudinale: la situazione è tale proprio perché è sempre stato abituato a giocare/lavorare in contesti vincenti, circondato da persone vincenti. Gli Warriors nella loro storia recente, hanno avuto altri allenatori simbolo se così possiamo chiamarli. Don Nelson: il personaggio esplica e rispecchia chiaramente l’andamento delle stagioni dei Warriors, dalla metà degli anni ’90 alla metà dei 2000, anche se non in tutte, era lui il capo allenatore.  Geniale ma situato in un mondo tutto suo. L’altro è Mark Jackson, oltre ad essere stato un ottimo giocatore, è stato colui che ha risollevato i  Warriors portandoli ai playoff, creando un modello base, successivamente migliorato e finalizzato da Steve Kerr.

 

Steve Kerr
Steve Kerr, head coach dei Golden State Warriors.

 

Ora la domanda delle domande che un po’ tutti ci facciamo è: Per quanto ancora i GSW, domineranno incontrastati la lega? Ognuno può dire la sua ovviamente, però se le cose continueranno così, Steph & co. potranno faticare più o meno in base alla situazione, però saranno sempre loro a spuntarla. Perché non è tanto il talento che hanno a disposizione ad impressionare (anche se), ma come quest’ultimo viene gestito ed utilizzato. Quest’anno ad ovest ci sono state delle belle sorprese (Nuggets e Clippers), ma la sensazione di fondo è sempre la stessa. Golden State è troppo forte. Ovviamente può anche a trionfare  sia una squadra dell’est, ma al momento sembra utopistico .                                                                                                                                                                                                Di certo possiamo solo dire che quello che il team di Oakland ha creato, è qualcosa di unico, sia per il calore dei tifosi, pronti a  rendere l’arena infuocata, sia per il tipo di squadra assemblata: fino a che riusciranno a gestire tutti i tasselli del puzzle come hanno fatto fino ad oggi, sarà un’impresa ardua spodestarli. Dalla prossima estate si vedrà

 

 

I segreti dei Denver Nuggets? Uno in particolare, Paul Millsap

Manuale Denver Nuggets: sarà ancora chiave l'esperienza di Paul Millsap?

Siamo ad aprile 2018 ed i Denver Nuggets di coach Mike Malone hanno appena perso lo scontro diretto da dentro o fuori valevole per la qualificazione alla post-season contro i  Minnesota Timberwolves dell’ormai ex Jimmy Butler, dalla sconfitta del Target Center Denver ne esce con le ossa rotte dal momento che, il giocatore firmato in estate ossia Paul Millsap, dal quale ci si aspettava il definitivo salto di qualità, aveva deluso le aspettative sia in questa partita fondamentale ma anche nell’arco di tutta la stagione.

Il prodotto di Lousiana Tech veniva da stagioni esaltanti con la casacca degli Atlanta Hawks che gli erano valse la ricca offerta contrattuale da parte della franchigia del Colorado, proposta che ovviamente non poteva rifiutare: 90 milioni di dollari in tre anni con la team option valida per l’ultima annata. Tutti pensavano che questo colpo fosse un ulteriore passo avanti per Denver che mirava ad una qualificazione ai playoffs mancante ormai da troppo tempo.

Tim Connelly.

Ecco che allora la delusione era tanta dopo il mancato raggiungimento di tale obbiettivo e il GM dei Nuggets, Tim Conelly, affiancato dalla fondamentale presenza di Arturas Karnisovas, si trovava davanti ad un bivio che presentava due strade diverse: la prima, più attendista era quella di continuare a portare pazienza ed aspettare che Millsap trovasse la giusta chimica con i suoi compagni di squadra; la seconda opzione, molto radicale, riguardava l’esplorazione del mercato delle trade coinvolgenti il numero 4 che, dall’alto dei suoi 33 anni vedeva il suo valore diminuire sempre di più. Conelly ha correttamente scelto la prima opzione e quest’anno si sono visti i risultati dal momento che ad oggi, 4 aprile 2019, i Nuggets si trovano al secondo posto di una temibilissima Western Conference con un discreto distacca sulle terza piazza occupata momentaneamente dagli Houston Rockets.

L’IMPATTO DI PAUL MILLSAP NEL SISTEMA DEI DENVER NUGGETS

Il sistema ideato da Mike Malone risulta essere perfetto per sfruttare al meglio giocatori come Jokic, Harris, Barton, Murray ed infine Millsap. Il contributo di quest’ultimo si fa sentire sotto tutti i punti di vista infatti, analizzando le statistiche dell’ex Hawks noteremo come in nessun aspetto egli emerga, però una stat-line composta da 12.6 punti, 7.3 rimbalzi conditi da 1.2 palle rubate, il tutto con il 48.4 % dal campo va assolutamente tenuta in considerazione quando si pensa ai segreti del successo di Denver.

Millsap è bravo nel dare il suo apporto sotto i tabelloni con un’ottima presenza a rimbalzo ed è inoltre abile nel sfruttare i possessi in the clutch dove è richiesta freddezza non indifferente. Talvolta decide di affrontare il suo diretto avversario spalle a canestro. Al di là del prodotto di Louisiana Tech, i Nuggets hanno la loro miglior arma offensiva nel pick and roll tra Jokic e Murray il quale è un vero rompi-capo per le difese avversarie.

 

La presenza di Paul Millsap nel pitturato è fondamentale per i Nuggets.

Inoltre, forse il vero punto di forza di Denver è l’apporto che viene fornito dalla panchina che può vantare la presenza di giocatori del calibro di Plumlee, Morris, Beasley ed anche Hernangomez. Il backcourt del secondo quintetto di Malone formato dai già citati Morris e Beasley è una combinazione di punti veloci e difesa che risulta essere fondamentale nelle gerarchie del coach ex Kings. Entrambi i due giocatori stanno avendo la loro miglior stagione dal loro ingresso nella lega e sono in grado di dare energia extra ogni volta che calcano un parquet di gioco.

QUALCHE DUBBIO IN VISTA DEI PLAYOFF

Ovviamente come sempre bisogna analizzare entrambe le facce della medaglia e bisogna dire che, se tutte le squadre con il biglietto per la postseason farebbero carte false per incontrare i Nuggets anziché Rockets, Thunder ecc. un motivo ci sarà. Questo motivo è la difesa dei ragazzi di coach Malone che nonostante in regular season abbia mantenuto numeri positivi, sembra essere alquanto vulnerabile soprattutto grazie alla presenza della star offensiva Nikola Jokic. Anche offensivamente si nutre delle riserve su Denver dal momento che il loro sistema viene ritenuto inadatto alla pallacanestro di maggio.
Non ci resta che aspettare e vedere se la franchigia che gioca un miglio sopra il livello del mare riuscirà ad eliminare i dubbi di tutti gli insider o fallirà al contatto con la post season NBA.

IL CONTRATTO DI PAUL MILLSAP

Denver Nuggets Jokic e Millsap
Nikola Jokic e Paul Millsap.

Nonostante l’ottima stagione di Paul Millsap, difficilmente la dirigenza dei Nuggets deciderà di esercitare la team option che farebbe intascare a Paul la modica cifra di 30 milioni di dollari nella stagione 2019/2020. Tale ammonto di denaro è riservato solo all’èlite della lega, della quale il nativo di Monroe non sembra più fare parte. Nel caso probabile che questa opzione venga declinata non è comunque da escludere che lo scenario che vedrebbe Millsap rifirmare con Denver ad una cifra più contenuta per far sì di avere spazio salariale libero con lo scopo di portare in Colorado un altro giocatore di livello.

L’ultima volta senza LeBron James ai playoff NBA

LeBron James

E’ ormai arcinoto che i Los Angeles Lakers targati LeBron James non disputeranno i playoff e il fatto che una superstar di quel calibro non sarà presente in postseason è già di per se una notizia, che acquisisce ancor di più valore in quanto non accadeva dal 2004/2005.

L’ultima volta che LeBron non era presente ai playoff aveva appena vent’anni ed era alla seconda annata in NBA. Il 23 gialloviola da lì in poi ha accumulato migliaia di record e statistiche, tra cui 3 titoli, 9 finali di cui 8 consecutive e ben 13 partecipazioni playoff. La lega, e il mondo intero, è cambiata moltissimo da quella stagione e per rendersene conto appieno bisogna mettere in prospettiva il tutto e noi proveremo a farlo con dati (fonte ESPN, Sky, wikipedia) e curiosità varie.

I premi individuali furono assegnati a:

  • NBA Most Valuable Player Award: Steve Nash, Phoenix Suns
  • NBA Rookie of the Year Award: Emeka Okafor, Charlotte Bobcats
  • NBA Defensive Player of the Year Award: Ben Wallace, Detroit Pistons
  • NBA Sixth Man of the Year Award: Ben Gordon, Chicago Bulls
  • NBA Most Improved Player Award: Bobby Simmons, Los Angeles Clippers
  • NBA Coach of the Year Award: Mike D’Antoni, Phoenix Suns
  • NBA Executive of the Year Award: Bryan Colangelo, Phoenix Suns

LA SITUAZIONE IN NBA NEL 2004/2005: CHE NUMERI PER LEBRON JAMES

Il 95.6% dei giocatori attualmente in NBA non c’era nel 2004/2005. Dei partecipanti alle Finals di quella stagione, tra San Antonio Spurs e Detroit Pistons, l’unico ancora in NBA è Tony Parker. Steph Curry aveva iniziato a giocare da un anno nelle giovanili Charlotte Christian School, iniziava a calcare i primi parquet semi seri. Giannis Antetokounmpo, 10 anni, non aveva ancora iniziato a giocare a pallacanestro e aiutava la famiglia come venditore ambulante. Brandon Ingram e Lonzo Ball avevano 7 anni e da poco leggevano e scrivevano. Luke Walton, attuale coach di LeBron James ai Lakers, era al suo secondo anno da giocatore NBA. Ray Allen, con cui James ha vinto a Miami, era il miglior giocatore dei compianti Seattle Supersonics all’ultimo anno che fecero playoff. Le squadre della lega erano sì 30, ma lo erano appena diventate visto che i Charlotte Bobcats fecero il debutto proprio nel 2004/2005.

NBA Live affidò la copertina al giovane Carmelo Anthony; mentre NBA 2K5, all’epoca videogioco meno importante, scelse Ben Wallace dai Pistons come immagine di riferimento.

Quella stagione è anche la prima dall’addio di Shaquille O’Neal ai Lakers, a Natale ovviamente ci fu l’epica sfida col suo ex compagno Kobe Bryant, vinta da Miami 104-102. La NBA e gli Indiana Pacers salutano Reggie Miller nella stagione del ritiro. Il 2004/2005 è l’anno di Steve Nash, passato in estate ai Phoenix Suns e subito MVP della lega, insieme a Mike D’Antoni rivoluzionarono la pallacanestro e l’ex Olimpia Milano infatti fu votato come allenatore dell’anno in virtù del miglior record della lega 62-20. Vi dice qualcosa “The Malice at the Palace”? Beh, è solo la più grande rissa nella storia della NBA tra i Pistons e i Pacers. Ron Artest sospeso per le rimanenti 73 partite di regular più i playoff. Allen Iverson con 30.7 punti di media si laurea capocannoniere, vince anche l’MVP dell’All Star Game disputatosi al Pepsi Center di Denver, mettendo a referto 15 punti, 10 assist e 5 rubate nella vittoria 125-115 della Eastern Conference.

Steve Nash.

Con il record di 42-40 i Cavs di LeBron James non riescono a partecipare ai playoff, il Prescelto chiude l’anno con 27.2 punti, 7.4 rimbalzi e 7.2 assist e 2.2 recuperi di media in 42.4 minuti a partita (career high. Beh, anche lui come Federer e Nadal, non è cambiato poi molto in termini di mera produzione.

LA SERIE A DI BASKET E GLI ALTRI SPORT

Danilo Gallinari giocava per il Casalpusterlengo a 16 anni, prima di passare a Pavia. Romeo Sacchetti allenava il Castelletto Ticino. La Serie A 2004/2005 di pallacanestro ha sancito il secondo titolo della Fortitudo Bologna, in finale con l‘Olimpia Milano; l’MVP di quella stagione è stato Massimo Bulleri. La Serie A calcistica non è assegnata per quell’anno, in quanto la Juventus è stata condannata per illecito col caso Calciopoli. Il capocannoniere era stato Cristiano Lucarelli con 26 gol col Livorno. Il mondiale di F1 2005 va a Fernando Alonso su Renault: la leggenda dello spagnolo partirà da lì. Nel tennis Roger Federer vinceva Wimbledon e US Open, mentre Rafa Nadal si aggiudicava il suo primo Roland Garros (non è cambiato poi tanto in questo sport).

NEL MONDO

Gli Stati Uniti e in particolare l’area di New Orleans viene distrutta via dall’uragano Katrina, uno dei più paurosi nella storia dell’america. Le vittime ammontano a 1836 e i danni stimati in 108 miliardi di dollari, uno degli effetti è stato che la franchigia di Charlotte si è spostata per un periodo ad OKC e questo è stato importante per avere la successiva nascita dei Thunder. Il 16 febbraio entra in vigore il protocollo di Kyoto sull’emissione di gas tossici; vi aderiscono 141 Paesi, esclusi gli Stati Uniti. Il 2 Aprile muore Karol Wojtyla, papa Giovanni Paolo II. Il 2005 è anche l’anno della fondazione di uno dei siti più significativi della storia: Youtube. Ai premi Oscar 2005 The Aviator di Martin Scorsese si aggiudica 5 premi e Million Dollar Baby di Clint Eastwood 4, ma quest’ultimo le statuette nelle categorie più ambite ed importanti.

LeBron James con la casacca dei Cleveland Cavaliers.

La NBA è cambiata molto nel gioco e negli atleti, i superteam non erano ancora sbocciati e l’incidenza del tiro da tre punti stava, proprio in quegli anni con Mike D’Antoni ai Suns, iniziando ad aumentare esponenzialmente. Ebbene questi soltanto due esempi che evidenziano un‘ottica diversa e l’era James è maestosa anche perché lui si è adattato ai cambiamenti suoi, dei compagni e di ciò che lo circondava. Il tutto aumentando la sua bravura in campo esponenzialmente, già il solo fatto che LBJ se non va in postseason sarà un brutto colpo per l’audience del prodotto ed è difficile immaginarselo di nuovi fuori anzitempo anche l’anno prossimo.

Magic e Pelinka in estate si giocano il loro futuro e quello della franchigia, perché LeBron non ai playoff per più di una stagione sarebbe incredibile. King James cercherà di aiutarli con telefonate e incontri con le superstar disponibili, ma la sensazione è che l’anno prossimo ci saranno almeno 2 giocatori molto forti in aggiunta al roster, tramite free agency e/o trade, il Re l’anno prossimo se va ai playoff non ci va per fare la comparsa, anzi.