“Vale tutto” di Lorenzo Sani – La recensione

Chiunque abbia avuto a che fare con il giornalismo italiano di pallacanestro prima o poi si è imbattuto in Federico Buffa. Logico. La sua abilità narrativa ha fulminato sulla via di Damasco numerosi discepoli dell’arancia. Ecco, lo storytelling di Lorenzo Sani non è per nulla secondo a quello del collega di Sky.

Anzi, vi rivaleggia alla pari per ricerca delle fonti ed efficacia comunicativa.

Coetaneo di Buffa, Sani è inviato di lungo corso del Quotidiano Nazionale su cronaca, società, politica. Su “Giganti del basket” teneva una rubrica di palla a spicchi quasi a tempo perso, anche se leggere Sani tempo perso non lo è mai.

Può capitare, ad esempio, che ti squaderni la storia del campione NBA Connie Hawkins che fu provinato dalla Fortitudo Bologna.

Non confermato per dubbi legati più alla sua personalità che al suo fisico, si innamorò perdutamente del capoluogo emiliano, tanto da restarvi un anno senza giocare.

Oppure che rievochi come si sia arrivati vicini a un derby professionistico tra la Nino Fornaciari e la futura Pallacanestro Reggiana, e tra le fila dei primi un bomber di provincia menomato ma implacabile.

O anche che sveli come Mike D’Antoni abbia acquisito il passaporto italiano ma abbia evitato il servizio militare, il tutto grazie all’uomo-ovunque dell’Olimpia chiamato “Bersella”.

Quest’ultimo riuscì anche ad alterarsi con una sua vecchia conoscenza in quel momento Presidente del Consiglio.

Può capitare, per dire, che Sani racconti della seconda vita di Roscoe Pondexter, di Sugar Ray contro il Ciccio amico di Lou Carnesecca e di un bolognese e un triestino alla ricerca del maestro Vujosevic nei territori in conflitto della allora Jugoslavia.

Tutto questo e molto di più è “Vale tutto”, un libro dal valore inestimabile per la qualità dei suoi racconti e l’interesse che sa suscitare.

Sani L. (2014), “Vale tutto – Le storie segrete della pallacanestro italiana”, Italica Edizioni, San Lazzaro di Savena

“Dialogo sul team” di Messina e Bergami: recensione

La letteratura sportiva moderna ha visto fiorire e svilupparsi, in tempi recenti, una tipologia di testo che prima non era stata presa in considerazione, ovvero la commistione tra racconto e divulgazione, per lo più umanistica.

Così, nel tempo sono emersi testi che, attraverso gli esempi e i fatti dello sport illustrano, per esempio, processi di team building. È il caso di “Dialogo sul team”, scritto a quattro mani da Ettore Messina e Massimo Bergami.

Il volume ripercorre la stagione 2000/2001 della Virtus Bologna, allora targata Kinder, che si concluse con il Grande Slam e l’ultima vittoria, ad oggi, di una squadra italiana nella massima competizione europea.

Lo fa in forma di dialogo tra i due autori, e questo rende più fluida e vivace la narrazione: così, argomenti come la socializzazione, la differenziazione di status e di ruolo, le norme di gruppo, il rinforzo, il sociale, le competenze, la gestione del conflitto, la comunicazione, la pressione e la performance sono trattati in maniera leggera ma interessante, con un occhio alla squadra.

La spiegazione di quelli che sono i processi di team building e teamwork si mixono con l’improvviso addio di Danilovic, la preparazione delle partite, il caso doping di Sconochini, l’arrivo di Ambrassa, gli schemi per un determinato match, l’approccio mentale ai playoff, la vittoria finale in Europa.

Il fattore in più di questo libro è che Messina e Bergami riescono a essere unire la divulgazione e la narrazione sportiva “da dentro”, così il lettore impara e allo stesso tempo è avvinto da quella cavalcata virtussina.

Un libro non solo interessante ma anche educativo, dunque, dove emergono tutta la cura dei dettagli, l’intelligenza, l’ironia, la competenza e la determinazione di un uomo, Ettore Messina, che è diventato bandiera del basket italiano all’estero.

Bergami M., Messina E. (2001), “Dialogo sul team”, Baldini&Castoldi, Milano

Codice ISBN: 8884900948

“Fuori tempo” di Alberto Bucci: la recensione

Da quando il basket è tornato uno sport popolare, sembra che ci sia un solo modo di concepirlo, analizzarlo, persino raccontarlo. È il modo che tratta di stats, All-Star, MVP, rim protector, points per game e chi più ne ha più ne metta.

La narrazione sembra fatta delle stesse favole che gli astanti ripetono all’infinito in modo similare e che ogni lettore finisce per ruminare in più salse.

In questo panorama di espressioni americaneggianti più o meno assortite e di storie a stampino sembra quasi essersi perso il gusto dell’aneddoto, della curiosità nel piccolo mondo antico (a volte persino troppo, esagerando nell’altro senso) che è sempre stata l’Italia e la sua palla a spicchi.

“Fuori tempo”, il libro che ripercorre la vita e la carriera di Alberto Bucci, è una delle poche, piacevolissime, eccezioni.

L’attuale presidente della Virtus Bologna esplora, insieme al lettore, quelle che sono state le tappe più importanti del suo viaggio nel basket tricolore.

Gli esordi in Promozione e Prima Divisione, le crescentine in Fortitudo, gli spaghetti di mezzanotte a Rimini, l’eliminazione di Rieti in A1 con la Fabriano di A2, la stella alla Virtus, gli scherzi a Livorno, la parola data a Verona, le tre finali a Pesaro, il ritorno in bianconero e il rapporto con Danilovic: da questo e da tanto altro è composto “Fuori tempo” di Alberto Bucci.

Un racconto appassionante perché sa di pane e salame, una prosa convincente che alterna i racconti in prima persona del coach con testimonianze sullo stesso Bucci, interventi esterni del passato o richiesti ad hoc per il volume.

Un racconto che sa di pane e salame, ma anche di riflessioni sulla vita al di là della palla a spicchi, dalla genitorialità alle amicizie.

Un libro imperdibile, un’immersione che non narra di storie esotiche ma di leggende nostrane. Anche se non parla di stats.

“Centodieci storie di basket” di Christian Giordano: la recensione

Abbiamo imparato a conoscere Christian Giordano come un profondissimo conoscitore della palla a spicchi, uno studioso di quanto concerne l’in and out della realtà cestistica, un documentario vivente del giornalismo, che guarda prima all’uomo e poi al giocatore, campione affermato, mezzo figurante o stella esplosa che sia. Avremmo quindi dovuto essere preparati, nel momento del primo approccio a “Centodieci storie di basket” a un volume researched, nel significato giornalistico anglosassone del termine. Errore.

“Centodieci storie di basket”, prima ancora che della stessa collana, è della stessa famiglia di “NBA Ten Finals” di Claudio Limardi. Buon sangue non mente, e vale per il primo volume la stessa definizione data a suo tempo per il secondo: una Wikipedia cartacea in un’era pre-digitale, una raccolta di storie, aneddoti, curiosità che non convince e avvince senza stravincere, ovvero senza prendere il sopravvento sul lettore.

La prosa dell’autore è sobria, rispettosa di chi si appresta a sfogliare il suo libro, ma allo stesso tempo è filtrata attraverso passione o ironia, a seconda delle circostanze, e qualche volta anche insieme.

Il dottor Naismith e l’invenzione del basket, con risvolti rosa successivi. I Buffalo Germans prima grande squadra. I grandi cannonieri delle high school. Ned Irish l’imprenditore. La prima partita trasmessa in tv. Bob Petitt fuoriclasse fai da te. Havlicek e DeBusscherre, i flirt mancati con i football e baseball rispettivamente. Wilt Chamberlain ritirato… dopo la stagione da rookie. Al Attles duro vero.

Non c’è nulla in “Centodieci storie di basket” che non un lettore non troverà interessante, o ben scritto, e c’è ben poco (salvo rare eccezioni) che potrà dire che sapeva già prima di immergersi nello scorrere delle pagine.

La prefazione di Roberto Gotta, perfettamente coerente con la descrizione appena stilata, si allinea al contenuto e al tono del volume. Uno di quelli imperdibili, per gli appassionati e i curiosi di basket.

Giordano C. (2001), “Centodieci storie di basket”, Libri di Sport, Bologna

Codice ISBN: 978887676044

Quarter Tales: Joe Bunn (parte III)

Ci eravamo lasciati con Joe Bunn, il centro sottodimensionato, anzi, quasi tyrionesco per il ruolo, tornato per la terza volta a vestire la maglia biancoblù del Peñarol. La stagione è difficile: la squadra ha vissuto tre anni pericolosamente, e nella stagione precedente a quella del ritorno del nostro protagonista ha pure rischiato di retrocedere.

I morsi del default argentino, distante meno di un lustro, si fanno sentire anche qui, e parecchio. Il club deve affrontare svariati problemi economici, esce al primo nel torneo Super 8, quello che si gioca a metà stagione, circa in dicembre. I tempi dei successi (quattro titoli in cinque campionati tra il 2009/2010 e il 2013/2014) sono ancora di là da venire. La scalata inizierà con il Super 8 2006, quando però Joe è già a Reggio Calabria.

Sì, perché Bunn nella stagione 2006/2007 viene in Italia. Approda alla Viola che l’anno prima è scesa in Legadue, peraltro in modo drammatico. Vinte tre partite su trentaquattro, con due successi nelle prime tre giornate. Il primo dei quali al supplementare contro la Treviso di Blatt che finirà sculettata, e Bargnani prima scelta del Draft NBA. Il come: una tripla dell’Ave Maria sulla sirena timbrata da Anthony “Tony” Giovacchini. L’ultima vittoria degli arancio-neri, alla decima di andata. Poi, ventiquattro rovesci di fila.  

Quella Viola, si capisce, vive sul filo, come tante, troppe, società, costrette a fare le nozze con i fichi secchi con un sistema che finisce per autofagocitarsi. Il coach del 2006/2007 è Paolino Moretti, che ha lasciato una Livorno in A per affrontare la sfida della serie cadetta con i calabresi. Il roster è completamente nuovo.

C’è Dusan Mladjan, giovane promettente che l’anno prima ha fatto molto bene a Udine dalla panchina. C’è Federico Lestini, ben prima di diventare un caso mediatico causa screzi con la Fossa della Fortitudo Bologna. C’è Antonio Maestranzi appena uscito da Northern Illinois, che poi giocherà a Jesi e Montegranaro, ma soprattutto sarà il play euclideo a cui Simone Pianigiani affiderà la regia della Nazionale per l’Eurobasket lituano. Surclassato dai serbi nel primo incontro a causa della taglia ridotta finirà alla Virtus Roma nel 2011/2012, poi non troverà più spazio e deciderà di dedicarsi all’azienda di famiglia.

Ah sì, e poi ovviamente c’è Joe Bunn. Che affina l’intesa con Maestranzi e finisce secondo nella classifica marcatori segnando 23.4 punti di media, e sesto per percentuale nella classifica generale per la percentuale da due (62,05) La squadra viaggia nella parte bassa della classifica, ma si salva, due punti sopra la penultima Imola. Come sempre però d’estate gli uffici delle imposte contraddicono il verdetto del campo. L’Andrea Costa resta in Legadue, la Viola nell’estate del 2007 sparisce.

Malgrado il contesto da cuori forti, però, l’esperienza ha un risvolto positivo per Joe, che trova il modo di restare in Europa, previo il solito passaggio centroamericano (ai Maratonistas di Porto Rico) per guadagnare qualche dollaro in più.

Il 2007/2008, infatti, Joe lo passa al BCM Gravelines-Dunkerque, nella regione denominata Hauts-de-France. Il piazzamento della squadra? Terz’ultimo, con un punto (sì, lì si usa così) sulla penultima che retrocede. Se vi sembra una storia già sentita l’anno prima, mettetevi in fila.

Nell’estate del 2008 il fenomeno delle sliding doors regala un’altra delle sue innumerevoli perle. Bunn va all’Andrea Costa sempre in Legadue. Sarà capocannoniere a fine campionato con 23.1 di media ma l’incredibile è che Imola retrocede da penultima ma la stagione successiva si ripresenta puntualmente ai nastri di partenza della cadetteria perché in estate è saltata Livorno.

Il seguito sarà un mezzo accordo con Latina annullato nelle festività natalizie del 2009 a causa delle precarie condizioni fisiche del centro-bonsai, un ritorno in Argentina tra Juárez e Junìn, due anni in Messico a Nogales e il 2013 chiuso tra Estudiantes de Concordia e Tomás de Rocamora.

Ora qualcuno di voi si starà chiedendo: “Perché abbiamo perso tempo a leggere di un centro newyorchese alto meno di due metri, con punti nelle mani e giramondo, per non dire proprio con la tendenza al vagabondaggio?”. La domanda in sé contiene già un abbozzo di risposta.

Se volete un senso, invece, è facile. Sono quelle storie che solo la palla a spicchi sa regalare. Tutto il resto è noia.

 

“Basketball R-Evolution” di Flavio Tranquillo: la recensione

L’inglese è una lingua favolosa: unisce la sintesi dei popoli nordici alla poetica di quelli mediterranei, e permette, grazie alla propria estrema flessibilità giochi di parole a man bassa. Il titolo di “Basketball R-Evolution” ne è una testimonianza non indifferente. Contiene in sé il sunto del libro, e della materia cestistica.
In termini di “Evolution”, perché la pallacanestro va di pari passo con il progresso, il progresso con la storia, la storia con il tempo. Ovvero, sempre avanti e mai indietro, sempre in movimento e mai statico, perché chi si ferma è perduto perché fossilizzarsi porta all’estinzione.
Ma anche in termini di “Revolution”, perché non esiste progresso senza cambiamento, e non esiste cambiamento senza una scintilla che poi divampa, senza una goccia che poi si fa ondata. Ognuna delle cinque storie che l’autore Flavio Tranquillo ha selezionato e raccontato sfugge all’assioma di Eraclito del “Tutto scorre” o alla legge della conservazione della massa: “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”.
Bob Douglas e il suo approccio manageriale a una squadra-pietra miliare perché composta esclusivamente da afroamericani, gli Harlem (o New York, da vulgata) Renaissance. Kenny Sailors e il suo tiro in sospensione censurato in un primo momento dai puristi e poi, beh, quando iniziò ad entrare persino accettato. Jack Molinas, la sua furbizia mista ad arroganza, e la sua esistenza sempre al limite che finì per presentargli un salatissimo conto. Earl Strom, arbitro dal carattere fumantino che rese chiaro il concetto (per quanti non lo avessero adamantino) che anche i fischietti sono persone e nel loro piccolo… Last, but not least, Pete Newell, che portò al successo una squadra improbabile che vinse perché era squadra.
Basketball R-Evolution è un racconto dinamico, non un excursus nozionistico, un insieme di persone tratteggiate e non di personaggi stereotipati. Arrivando in fondo all’ultima pagina, è la conclusione che viene sponteaneo trarre.

Tranquillo F. (2016), “Basketball R-Evolution”, Baldini&Castoldi, Milano
Codice ISBN: 978-886852881

“Cinque piedi e un funerale” di Chiara Zanini: la recensione

NBA Passion

Che cos’è la pallacanestro se non un vortice di emozioni dietro l’altro dovuto ai rapidi ribaltamenti di fronte, una palla a spicchi che batte sul parquet producendo un suono simile al battere del cuore, un sentimento per qualcuno o qualcosa che abbiamo potuto anche solo sfiorare e ci ha lasciato indelebili sensazioni?
Il lettore chiude l’ultima pagina di “Cinque piedi e un funerale” e non può che fermarsi un attimo sovrappensiero a riflettere sul basket che era, che è e che viene, e sul perché questo sport (sport… arte giocata, più che altro) è e non può non essere, o in alcuni casi non è e non può essere.
Chiara Zanini ci racconta l’Allen Iverson che ti aspetti e quello che non sospetti. Ce lo racconta in maniera così tanto coinvolta ed emotiva che viene il sospetto (peraltro ben supportato) che questo volume sia una dichiarazione d’amore sotto spoglie neanche troppo mentite lunga pagine duecentottantuno. Ognuna di esse trasuda un sentimento viscerale, in cui Chiara sembra stata trascinata, “hooked on a feeling”, verrebbe da pensare riferendoci alla canzone del 1974 dei Blue Swede, guarda caso due anni prima che la nostra aeda (ma si può dire?) venisse alla luce. Nota a margine sulla canzone: in realtà la prima incisione è del ’68, anno di rivoluzioni e rivoluzionari, e dell’ultima categoria l’autrice è discreta vessillifera.
Chiara Zanini forma ed informa, rifinisce e regola, illumina il passato di The Answer per chi l’ha visto e per chi non c’era, e per chi quel giorno lì inseguiva una sua chimera. Chiara Zanini la sua chimera l’ha inseguita, raggiunta, forse persino abbracciata: alta abbastanza per fare la differenza su un campo da basket senza essere uno di quei mostri di culturismo moderni e postmoderni, Iverson è stato un po’ la chimera e il sogno di tutti per il suo palleggio diabolico, la sua velocità elettrica, l’audacia che lo portava a non aspettare più di tanto, a cucire il tempo e a portarti di là, dove diceva lui.
Chiara, sempre citando Lucio Dalla, ha un materasso di parole scritte apposta per Allen Iverson. Duecentottantuno pagine. Tutte da leggere.

“Altro giro, altro tiro, altro regalo” di Flavio Tranquillo: la recensione

Detta alla Lucio Dalla: “Guarda come son Tranquillo io”. Già, Tranquillo, Flavio Tranquillo, agitato e non mescolato. Di Tranquillo ce n’è uno, unico, non replicabile. Per esperienza, aneddoti, ragionamenti.
Tutti elementi presenti in Altro giro, altro tiro, altro regalo, volume che coinvolge direttamente il lettore perché la penna che l’ha redatto vuole coinvolgerlo, non lasciarlo nella passività di fruitore ma costringerlo a pensare, a reagire, a porre in discussione le sue convinzioni. Di esperienza è permeata tutta la narrazione, ognuno dei cinque capitoli che trattano temi su ciascuna delle differenti categorie tirate in ballo.
Di aneddoti ce ne sono diversi, e tutti stimolanti. La visione di Dejan Bodiroga su un pingue lungo catalano che nessuno avrebbe detto così forte. Pregrag Danilovic che faceva piovere improperi sulla testa di Nesterovic per la più logica delle psicologie inverse. Aldo Giordani da Superbasket che intuì le doti del sodale di sempre dell’autore, Federico Buffa. Le prime, pionieristiche telecronache di NBA. E altri, che non vogliamo anticiparvi per non farvi perdere il piacere… dell’immersione, perché quella dentro questo volume non può essere una semplice e banale lettura.
Al di là di ciò che segnerà ciascuno dei potenziali sub di Altro giro, altro tiro, altro regalo, una cosa è certa: Flavio Tranquillo rappresenta perfettamente il soprannome (“The Voice”) con cui è conosciuto nell’ambiente della palla a spicchi. La Voce, una voce che non parla a caso, che vale la pena di essere ascoltata quando parla.
La fortuna di chi si avventura curioso nel libro è infatti che una voce come la sua risponde a molteplici domande perché ha alle spalle l’esperienza di molteplici ruoli ricoperti. Non molti possono vantare un tale curriculum, un tale bagaglio tecnico, ma soprattutto una tale prospettiva, in quanto a storie ed excursus, e questo è il motivo principale per il quale Tranquillo val bene una mossa. Se ne esce più ricchi, senza alcun dubbio.
Tranquillo F. (2015), “Altro giro, altro tiro, altro regalo”, Baldini&Castoldi, Milano
Codice ISBN: 9788868527235

Quarter Tales: Joe Bunn (parte II)

Ci eravamo lasciati alla fine della scorsa puntata con Joe Bunn, il nostro eroico centro che non tocca i due metri, impegnato nel cambio di università da North Carolina A&M a Old Dominion da coach Jeff Capel, santone del North Carolina momentaneamente residente in Virginia alle dipendenze del college situato a Norfolk. La squadra l’anno precedente, nella Conference USA, è riuscita a strappare un biglietto per il torneo NCAA. Ancora meglio, ha raggiunto il secondo turno e ha eliminato Villanova detentrice del terzo seed del Regional. Si tratta del miglior risultato per i Monarchs in dieci anni, e che rimarrà tale fino al 2010. In quest’ultima occasione, la Baylor che fa fuori i biancoblù si ferma alle Elite Eight, sconfitta da una Duke futura vincitrice. Questa però chiaramente è un’altra storia.

Nel 1996, il bis non riesce. Un nuovo viaggio nella March Madness riuscirà nel 1997, ma Joe allora sarà già andato. A Old Dominion non è aria, meglio tentare altrove. Philips University, per dire, che non propriamente nota ai più ma a suo tempo alma mater di Doug Roby, che fu presidente del comitato olimpico statunitense nella controversa spedizione di Città del Messico del ’68. Sì, quella di Tommy Smith e John Carlos con il pugno alzato e i piedi scalzi per la solidarietà con le Black Panthers. Si trovano poche informazioni sulla sezione a spicchi di Philips, figurarsi poi quante possiamo reperirne sull’anno da senior di Joe Bunn. Ad occhio però diremmo che non è stato esattamente un disastro.

Il nostro lungo newyorchese, infatti, nella prima stagione da professionista è già nella cadetteria spagnola, per giunta in una città magnifica come Alicante. Si fa notare in un Club Lucentum de Baloncesto che nel 1999/2000 si guadagna la promozione nella massima serie. In quell’anno, però, Bunn gioca a Lleida, in Catalogna. E si ripeterà questa casualità: nel 2000/2001, quando il nostro protagonista sarà tornato in America, i catalani conquisteranno saliranno di categoria.

Non è un caso che abbiamo scritto “in America” e non “negli Stati Uniti”. Joe, infatti, evidentemente a suo agio con il castigliano dopo due anni in Spagna, va in Argentina, la cui tradizione cestistica è rinomata da decenni e che a livello di nazionali sta per vivere l’epopea della Generaciòn de Oro. Ad aspettare Bunn c’è il Peñarol di Mar del Plata. La prima associazione che vi viene è all’omonimo club calcistico uruguagio? Normale, ma occhio: questo Peñarol non ha nulla da invidiare a quell’altro.

Campazzo, che ha fatto sobbalzare sui divani numerosi tra appassionati e addetti ai lavori alle ultime Olimpiadi, e ancora ai Mondiali iberici, per il suo quoziente intellettivo e la sua fragorosa incoscienza? È cestisticamente nato qui. Leonardo Gutierrez, che delle Olimpiadi 2004 e 2008 fu mai troppo considerato elemento, preziosissimo per esperienza e acume? Dal 2009 presta i suoi servizi qui.

Daniel Farabello, che non fece parte della vittoriosa spedizione ateniese ma di quella comunque onorevole giapponese del 2006, che conquistò una promozione a Ferrara e del club estense fu bandiera in A? La sua carriera esplose tra la Plata argentina e il Vasco da Gama brasiliano. Sergio Hernandez, ct e/o vice ct alla bisogna? È stato qui in due parentesi, la prima di sei anni. Andrés Nocioni, che non stiamo neanche a presentare? Nel 2011 scelse il Peñarol come soggiorno in attesa che il lockout finisse e che la NBA riaprisse i battenti.

In realtà, anche qui, Joe non si ferma molto. Nella sola stagione 2000/2001 cambia casacca quattro volte: il già citato Peñarol, poi Gaiteros in Venezuela, Metropolitanos in Repubblica Dominicana e Indios in Porto Rico. Nella stagione seguente siamo da capo: Atenas in Argentina, che a fine annata vincerà la Liga Nacional, poi Red Bull Thunder nelle Filippine, Toros in Venezuela per concludere. Sono anni indubbiamente difficili, in ambienti in cui costruire è già difficile di per sé, figurarsi poi nella società liquida che va a formarsi. Società liquida che farà sentire la sua influenza anche nella palla a spicchi.

È infatti in questo periodo storico che il mercato cestistico in Europa viene sempre più deregolamentato, fino a produrre quel via vai che ancora oggi lo caratterizza. Prova ne sia il 2002/2003, che Joe inizia nel Cantabria in Spagna, appena retrocesso nella seconda divisione, per poi tornare a girare in Centro e Sud America. Ma la sua carriera sta per avere una finalmente una fermata. Ad offrirgli l’occasione sono i vecchi amici del Peñarol.

Quarter tales: Joe Bunn (parte I)

Vi presento Joe Bunn

Joe Bunn in una foto recente
Joe Bunn in una foto recente

“Qui siamo a New York: se ce la fai qui, ce la puoi fare ovunque”. Parole tratte da “Qualcosa è cambiato”, un filmettino di nicchia di fine Novecento che qualcosuccia ha vinto. Per dire: Jack Nicholson miglior attore protagonista secondo la Academy of Motion Picture, Elent Hunt miglior attrice, nomination come miglior film e miglior sceneggiatura originale. Questo solo per restare ai famigerati Oscar, perché il palmarès sarebbe decisamente più ricco da srotolare se solo avessimo tempo a sufficienza e non temessimo di annoiarvi con l’enumerazione aneddotica dei tituli. Andiamo avanti, ché se no si fa notte.

Si diceva: se ce la fai a New York, ce la fai ovunque. Il protagonista della nostra storia è uno che ce l’ha fatta a New York. E poi anche ovunque. Bingo. Il suo nome è Joseph Ray Bunn Stallins, più familiarmente Joe. È, supponiamo, un newyorchese come tanti, che in testa, quando si parla di “ball”, fa uno ed un solo collegamento: ça va sans dire, la spicchiata.

Proprio in relazione al glorioso feticcio arancione, la vita ci mette un nanosecondo ad offrirgli subito un gustosissimo spin move: Joe viene infatti al mondo una settimana esatta prima che i Golden State Warriors allenati da Al Attles e condotti in campo da Rick Barry e Jamaal Wilkes vincano il loro ad oggi penultimo titolo NBA. L’ultimo, come è ultranoto, arriverà quarant’anni esatti dopo, con un tipo di basket che in generale non è replicabile e che in giornata di grazia è inarrestabile. Un tipo di basket in cui persino il buon Joe avrebbe avuto spazio se non avesse scollinato, per l’appunto i quaranta giusto un paio di mesetti prima.

Torniamo a noi. Joe dunque nasce, cresce e corre a New York. Oddio, sul primo e sul terzo concetto nulla da dire, sul secondo qualche dubbio viene. Nello specifico: siamo poco i due metri, i chili proporzionati. E uno così, cosa fai, lo metti a giocare guardia, play se ha un ball handling decente, ala se proprio ti senti generoso ma occhio che paghi sui cambi difensivi.

No, Joe Bunn, il Joe Bunn che non si allungherà mai oltre i 198 centimetri registrati all’ultimo giro di giostra, gioca centro. Ripetiamo: centro. Se siete stati colti da un colpo apoplettico dopo aver letto, sappiate che avete tutta la nostra comprensione.

Un centro sottodimensionato, ma sotto sotto. Molto sotto. Terribilmente sotto, ma a Joe non importa perché “Calma o foga, purché se zoga”. Hai voglia. La prima opportunità da grande è nel North Carolina, ma Tar Heels e Wolfpack sono distanti anni luce. In realtà sarebbe una North Carolina State, il principale problema è che davanti ci sono quelle due lettere, A&T, che stanno per “Agricultural and Technical”, e più che per le Final Four, i titoli NCAA e la corsa ai talenti più promettenti a livello liceale si è distinta negli anni per la nanoscienza, le gallerie d’arte universitarie site nel “James B. Dudley memorial building” e  i sit in ai tempi del Movimento per i Diritti Civili.

Volendo soprassedere sulle orripilanti battute che si potrebbero fare collegando la materia “nano” con l’altezza inconsueta di Joe per il ruolo, in merito a North Carolina A&T State potremmo cavarcela con uno sbrigativo: “Altra roba”.

Potrebbe esser peggio. Vero, ma potrebbe anche esser meglio. E lo è, perché dopo un anno si apre il nostro protagonista l’opportunità ai Monarchs di Old Dominion University. Saltone, direte. Verissimo, ma Bunn ha due fortune. Prima: si tratta comunque di un college di Division I e viste le premesse il bacio sui gomiti è pratica obbligatoria. Seconda: trova un coach qualche aggancio ce l’ha. Jeff Capel II.

Passo indietro e parentesi graffa su Capel. Passo indietro: è il coach che ha reclutato Bunn per North Carolina A&T State nel ’94, ma poi non ha saputo resistere alla chiamata di un college di prima classe (ok, qui il concetto di prima classe è alquanto ampio, concedetecelo), ma quel newyorchese tutto cuore non lo ha mai scordato. E alla prima occasione, lo porta di nuovo con sé.

Parentesi graffa: Capel è un uomo profondamente radicato nel North Carolina, da cui proprio non riesce a staccarsi. Con lo studio e la pratica della palla a spicchi, riesce a crearsi una reputazione da santone locale, che lo proietterà poi sulla panchina dei Bobcats di Charlotte nei loro primi sette anni di vita, per poi emigrare verso l’Amore Fraterno un paio di stagioni, sotto una leggenda locale (tra Illinois e Michigan) come Doug Collins. Evidentemente tra santoni ci si piglia in un attimo.

Per la cronaca: i due pargoli di Capel sono immersi anche loro nell’arancia. Jeff III da inizio millennio è stato assistente allenatore a Old Dominion (il caso…), Virginia Commonwealth, Oklahoma e Duke, e attualmente è un associate head coach a Duke. Il fratello Jason è stato tecnico in comando di Appalachian State, college di Division I nel North Carolina (il caso…)  e rispetto al fratelli ha avuto una carriera professionistica più rilevante. Lo vedemmo tra il 2005 e il 2007 anche dalle nostre parti, Roseto e Avellino.

E Joe Bunn? Come andò con Capel padre? Lo scopriamo nel prossimo episodio.

 

New York Basketball Stories – La recensione

Dice la saggezza popolare che c’è un tempo e un luogo per ogni cosa. Plausibile, d’altra parte la pallacanestro ne è esempio concreto e insindacabile: il tempo è l’ultima frazione di secolo, diciamo dagli anni ’20 in qua, e il luogo è e può essere uno solo: New York.

Non esiste landa sulla Terra che più della Grande Mela adori, onori e incensi la palla a spicchi, in rapporto alla brulicare della popolazione, dell’attività del genere umano stanziato. Deve essersene accorto evidentemente anche Claudio Limardi, che da livornese di pallacanestro non può non saperne e non saperne raccontare, infatti indubbiamente ne sa e ne sa raccontare. Folgorato sulla via del Garden, “New York Basketball Stories” è un compendio biblico di tutto ciò che è spicchi d’arancia in Quella Città.

new york basketball storiesScrive lo stesso autore nell’introduzione: “Questo libro vuole essere una raccolta di racconti e un atto d’amore verso un luogo. Spero di avere mixato bene l’entusiasmo con una più fredda analisi delle situazioni, anche se poi l’obiettivo era quello di raccontare e spiegare”. Obiettivo centrato, ma conoscendo Limardi non poteva essere altrimenti.

Lo abbiamo descritto come un compendio biblico perché contiene persone e fatti salienti del basket newyorchese, che paiono però quasi ammantate di una sorta di sacralità, forse proprio perché a New York stesso il basket è pratica religiosa più che semplice attività agonistica. Gli eventi cruciali ci sono tutti: l’8 maggio 1970 del primo anello dei Knicks; il secondo titolo del 1973 e la costruzione di quel roster operata da Holzman; Earl Manigault e il Rucker Park; il vecchio Garden; Harlem; i migliori playmaker prodotti dalla Grande Mela; i Knicks di Riley e quelli di Van Gundy; Coney Island e i Marbury. Aggiungete poi aneddoti a piacere su persone importanti nella storia della città (Fiorello La Guardia in primis) e consigli dell’autore e che l’autore ha ricevuto e vi troverete con in mano un manuale perfetto per orientarvi nella New York dei canestri.

Un volume talmente importante che nel 2016 ha richiesto un aggiornamento. Detto tutto.

Limardi C. (2004), New York Basketball Stories, Libri di Sport, Bologna

ISBN: 9788887676364

Basket, uomini e altri pianeti – La recensione

Se qualcuno chiedesse di descrivere il libro “Basket, uomini e altri pianeti” sinteticamente in una parola, la migliore sarebbe questa: occasione. “Basket, uomini e altri pianeti” è senza dubbio alcuno una vera e propria occasione. Le ragioni che ci portano a sostenere ciò sono numerosi e ben giustificati.

Perché l’avventura di Ettore Messina come assistente allenatore ai Los Angeles Lakers 2011/2012 è una prospettiva ravvicinata sul mondo della NBA, delle sue dinamiche, delle opinioni, reputazioni, credenze, rivalità vere e presunte. Perché è una full immersion nel basket giocato, in quanto offre spunti per ragionare su uno sport che è, paradossalmente, allo stesso tempo meno semplice e meno complicato di quanto appare. Perché attraverso gli occhi dell’attuale secondo di Gregg Popovich il narratore arriva a circondarsi non solo della pallacanestro, ma anche della mentalità statunitense, del modo di concepire la vita personale e professionale, che affascina da queste parti dai tempi di “Tu vuò fa l’americano”, o forse persino prima. Perché, sempre tramite il filtro del protagonista, ne riviviamo il passato italiano, dagli inizi giovanili veneziani ai confronti virtussini con il leggendario Porelli, fino agli ultimi anni trevigiani nel nostro paese, per poi approfondire le esperienze all’estero, prima quella soddisfacente a Mosca e poi quella meno fortunata a Madrid, sponda Real.

Ettore Messina, oltre a essere formidabile personaggio della nostra pallacanestro, è narratore capace e mai banale, abile nel tenere il lettore concentrato sul testo grazie tanto alla competenza quanto alla capacità di esprimere quest’ultima in modo comprensibile e talvolta originale. Ricco di aneddoti, citazioni culturalmente azzeccate e considerazioni sulla pallacanestro in sé, “Basket, uomini e altri pianeti” è un testo imprescindibile per gli appassionati, o anche solo per chi è curioso di approcciarsi alla palla a spicchi. Il racconto di un’avventura americana. No less.

Messina E. (2012), “Basket, uomini e altri pianeti”, Add, Torino

ISBN: 9788896873816