Penne a canestro: Christian Giordano

christian-giordanoDefinire Christian Giordano un giornalista è come definire Cristiano Ronaldo un calciatore, Kevin Durant un cestista o Usain Bolt un atleta. Certo, è il loro mestiere, la loro “qualifica professionale”, come direbbero gli esperti, ma è riduttivo. Quelle nominate rappresentano molto di più, nei rispettivi ambiti: sono dei fuoriclasse. Così anche Christian Giordano per il panorama giornalistico italiano.

Le tre discipline (con relativi campioni) citate sono tutt’altro che buttate lì: nella sua ventennale carriera, infatti, si è occupato di calcio, pallacanestro, ciclismo, atletica, pugilato. Nato a Senigallia come quel Fabrizio Tarducci, in arte Fabri Fibra, che piaccia o non piaccia comunque resta un fuoriclasse del suo settore, Christian Giordano è stato firma di alcune delle testate più importanti del nostro paese, come Repubblica, Guerin Sportivo, SKY Sport 24, più alcune riviste specialistiche come Calcio 2000 o l’ei fu American Superbasket. Inoltre, ha unito a queste esperienze una collaborazione con World Soccer, e la corrispondenza italiana per l’agenzia italiana Sport Media Solutions.

Per entrare più specifico alla palla a spicchi, che è poi il nostro interesse principale, Christian Giordano ha offerto un contributo notevole in termini di storytelling, nello specifico relativo al basket americano. Stimolanti e accurati gli scorci d’America narrati dalle pagine del già citato American Superbasket, persino toccanti nel loro focalizzarsi in prima battuta sull’essere umano di cui trattavano, così come approfonditi e imperdibili, per chi intenzione di immergersi intensamente negli Stati Uniti, i tre libri da lui vergati: Micheal “Air” Jordan (1999), documentario documentato su vita, opere e miracoli di colui che è stato la vera icona dello sport negli anni ’90; Centodieci storie di basket, raccolti di aneddoti dagli albori ai tempi moderni, reperiti in loco e traslati su carta; Lost Souls, di cui già narrammo l’anno passato più o meno in questo periodo.

In generale, come sarà risultato chiaro da queste righe, il lavoro dell’autore marchigiano si segnala per la meticolosità con la quale il materiale, sempre interessante, viene trattato. In più, a coronare il tutto, lo stile sempre scorrevole, vivace, di ampio respiro, ironico quando serve, banale mai. Federico Buffa, collega in diverse occasioni di Christian Giordano, nella prefazione sintetizza così: “Quello che so è che da quella penna esce solo qualcosa che è stata scritta come doveva venir scritta”.

Non è un caso che il preambolo di Lost Souls sia affidato alle sempre perfettamente tratteggianti parole di Federico Buffa: il sodalizio tra i due infatti è di lunga data, come scoprirà chi avrà voglia di indagare, magari attraverso la bibliografia di uno dei due autori (o perché no di entrambi). I due rappresentano un modo completo, avvincente, istruttivo, dinamico di intendere il giornalismo, di stampo anglosassone ma che in Italia trova però numerosi e competenti proseliti. Due autentici geni, diversi, perché dove Buffa è un Superman per la sua esposizione mediatica, Christian Giordano è un Batman per il suo essere incisivo pur muovendosi lontano dalle luci. “Buffa & Giordano: Dawn of Journalism”.

Penne a canestro: Franco Montorro

Montorro_1È difficile, per chi scrive, raccontare il ruolo che Franco Montorro ha avuto nella comunicazione della pallacanestro senza farsi prendere dalla malinconia. Sì, perché se è vero, come sosteneva un professore universitario di chi scrive, che l’obiettività in realtà non esiste perché tutti dobbiamo partire necessariamente da un punto di vista, ecco che facciamo molta fatica a essere obiettivi su quello che, per noi, è stato un misto tra il Virgilio dantesco e Lorenz, mentre ci addentravamo nel mondo fino ad allora sconosciuto della palla a spicchi.
Ricordiamo piacevolmente i pomeriggi passati ad ascoltare “Basket Time”, trasmissione dell’allora Radio Nettuno, quando insieme al collega Roberto Martini spiegava, raccontava e commentava i fatti della pallacanestro italiana sempre in maniera lucida, con toni pacati ma allo stesso tempo decisi, mai alzati né per critiche né per lodi. Proprio questo equilibrio di Franco Montorro abbiamo apprezzato immediatamente, alla radio così come sul Superbasket che allora dirigeva, fatto di editoriali chiari e onesti, ironici nel sottolineare le pecche del nostro movimento cestistico e mai ruffiani nell’evidenziare viceversa ciò che funzionava. Non esitiamo ad aggiungere che le sue analisi sono state per chi scrive un percorso da seguire, una sorta di cammino del giornalista virtuoso, pur se nel nostro caso si tratta di livello puramente dilettantistico, ora come ora e in attesa di rivedere cosa rivelerà il futuro.
Per la Cantelli Editore ha diretto negli periodo a cavallo tra il nuovo e il vecchio millennio, oltre al già citato Superbasket il fratello American Superbasket,“Il Sole 24 Ore Sport”, “Giganti del Basket”, “Hurrà Juventus” e “Calcio Gold”, oltre a essere stato a so tempo caporedattore del Guerin Sportivo e di Autosprint. Una ragguardevole competenza in più settori, e davanti alla quale ci verrebbe da parafrasare Mourinho affermando che chi sa solo di basket, non sa niente di basket. Montorro invece ne ha sempre saputo, e non a caso è stato chiamato a dirigere due società come Rieti prima e Lucca poi, oggi purtroppo entrambe fagocitate da quel sistema cestistico italiano che anno dopo anno, ogni anno, fa acqua da tutte le parti perdendo iscritte e non riesce a trovare un sistema per tamponare le falle.
Il contributo di Franco Montorro alla comunicazione della palla a spicchi, in un periodo in cui l’interesse andava scemando dopo i fasti degli anni Ottanta e Novanta, non sono comunque offuscate da questi due ultimi incidenti di percorso, come detto insiti nella nostra pallacanestro e dunque di fatto indipendenti dall’impegno profuso dal singolo. Anche se l’avvento dell’era digitale ha ulteriormente complicato le cose Montorro è stato, senza alcun dubbio è stato l’ideale proseguimento della strada tracciata da Aldo Giordani, perché Superbasket, sotto la sua direzione, ha mantenuto quell’impostazione di giornalismo-cane da guardia nei confronti della nostra pallacanestro voluta in principio dal fondatore. Un giornalismo, permetteteci la chiosa nostalgica, che manca sempre di più.

Penne a canestro: Roberto Gotta

Roberto-Gotta«No, Kobe (…) non è bravo perché ha segnato 81 punti, ma ha segnato 81 punti perché è bravo, e la differenza tra queste due semplici affermazioni è profonda». Forse basterebbe questa frase, estrapolata dallo speciale estivo 2009 di American Superbasket, per spiegare il buon senso e la competenza di Roberto Gotta, la cui sterminata cultura sugli sport anglosassoni va a braccetto con un’onestà intellettuale che cerca sempre di fornire un punto di vista razionale e approfondito.

Dagli inizi come conduttore per radio e tv locali bolognesi alle telecronache della NFL per Fox Sports, dagli editoriali per Superbasket e American Superbasket ai commenti tecnici per Rai sport sul football americano nel suo complesso, dal ruolo di addetto stampa della IFL (la lega italiana della palla ovale) alle analisi accurate e gli aneddoti folkloristici sul calcio inglese dalle pagine del “Guerin Sportivo”, tutte queste esperienze hanno reso Gotta una figura ad ampio raggio del giornalismo sportivo italiano.

Non trascurabile, per dire, il suo contributo nella divulgazione di pallacanestro, in particolar modo quella a stelle e strisce. Per gli appassionati sono imperdibili libri come “Oh, Micheal”, che ripercorre la carriera di His Airness sin da Wilmington, e “Chicago Basketball Stories”, che offre un quadro dettagliato di personaggi ed episodi della palla a spicchi giocata nella “Windy City”, così come restano di assoluto valore gli articoli scritti per American Superbasket e i numeri da lui stesso diretti, veri e propri spaccati degli Stati Uniti. Materiali preziosissimi, in cui l’autore prende posizioni anche forti, mai banali (una su tutte, quella dell’assurdità di eleggere a modelli di vita atleti solo perché sono bravi in quello che fanno), e si approccia tuttavia al lettore con garbo britannico e sempre rispettoso della sua intelligenza.

Per i motivi elencati sopra, chi scrive ha rispettato Gotta fin da subito, apprezzandone la sincerità, l’educazione nell’esporre il proprio pensiero e quel lasciare spazio alla materia trattata non mettendosi mai davanti ad essa, e tutto ciò prima ancora di scoprire che con l’autore aveva in comune la scuola superiore frequentata (con circa trent’anni di gap, sia chiaro), oltre alla città di provenienza. Ma che si tratti di segno del destino o di semplice coincidenza poco importa: lo stile di Gotta si porta dietro i cromosomi del giornalismo di stampo anglosassone, quello vero, ricercato, mai esagerato e sempre lucido e onesto nelle sue analisi. Un’eccellenza, nel panorama attuale.