Portland Trail Blazers: che sia finalmente l’anno buono?

Ogni anno che passa la Western Conference si fa sempre più agguerrita con le superstars NBA che tendono a muoversi in squadre appunto della costa ovest e puntualmente i bookmakers snobbano Portland preferendo a loro franchigie che magari in estate si sono mosse bene ma che non hanno la stessa solidità e compatezza che quella di Terry Stotts può vantare.
Ad essere sinceri, tutti noi pensavamo che dopo la batosta bella e buona che Lillard e company avevano subito dai Pelicans privi di Cousins nei playoffs 2018, la squadra dell’Oregon fosse destinata a “morire” piano piano per poi iniziare un inevitabile processo di rebuilding.
Al contrario, nello stupore generale, i Blazers forti di un Nurkic che al fianco di Lillard e McCollum sembra aver sprigionato il suo intero potenziale fino all’anno scorso mai espresso, si trovano ora al quarto posto nella Western Conference, piazzamento che consentirebbe loro di avere il fattore campo a favore perlomeno nel primo turno di post-season.
In questo articolo cercheremo di rispondere alla fatidica domanda: sono i Blazers solo un fuoco di paglia oppure è la volta buona per Dame di fare scintille anche nel basket di aprile e possibilmente maggio?
Inizialmente specifichiamo che nonostante sir Charles Barkley abbia pronosticato i Blazers alle NBA Finals,difficilmente la franchigia dell’Oregon si spingerà tanto avanti però si chiede a Portland quantomeno un po’ di lotta al primo turno cosa che l’anno scorso non c’è stata nella già citata sconfitta contro i Pelicans.
Molto dipenderà a mio parere dal loro posizionamento e dal conseguente accoppiamento al primo round, poichè infatti se la stagione finisse oggi Lillard e co. affronterebbero i temibili Thunder di Westbrook e Paul George in versione MVP. Questo scontro almeno sulla carta penderebbe inesorabilmente verso l’Oklahoma dal momento che la squadra di Billy Donovan sembra aver trovato la quadra che da anni ricercava dopo l’addio di KD.
Per fare degli esempi concreti di matchups che i Blazers potrebbero vincere potremmo citare i Jazz o gli Spurs che, nonostante siano entrambe due compagini rognose potrebbero patire non poco la bravura dei ragazzi di Stotts nell’eseguire giochi di alto livello.
Analizziamo ora i punti di forza dei Blazers. Come detto nelle righe precedenti il fattore che permette ai tifosi di Portland di sognare è Jusuf Nurkic il quale sta fornendo delle prestazioni finalmente all’altezza delle pretese che tutti gli insiders avevano sul centro bosniaco.
Statisticamente Nurk sta avendo la sua migliore stagione con 15 punti 10 rimbalzi e 3 assist di media con in più 1.4 stoppate a partita, ma quello che impressiona di più è come abbia trovato una chimica di gioco con in particolare Lillard e McCollum. L’esempio più lampante di questa alchimia sono i numerosi tagli back-door che in ogni partita riescono a sorprendere gli avversari nonostante questi nel loro scout pre-partita cerchino di evitarli e contrastarli. Tutto ciò è anche possibile grazie all’affidabile tiro da fuori che Nurkic ha sviluppato, infatti ora non è più battezzabile ed il difensore di turno è costretto a stare più vicino al centro bosniaco e, se aggiungiamo la pericolosità di Lillard e McCollum nelle uscite dai blocchi, ecco che il taglio back-door diventa un’arma in più nell’arsenale di Terry Stotts.
Inoltre la franchigia di Rip City ha fatto delle aggiunte importanti a roster rispetto all’anno scorso inserendo a roster tiratori come Hood, Seth Curry e Layman e sopperendo al problema rimbalzi con uno specialista come Kanter.
Insomma, che sia l’anno buono per Portland per dimostrare il proprio valore? lo scopriremo solo andando avanti a seguire la lega più divertente del mondo.

Yogi Ferrell ha scelto i Kings, rifiutando l’accordo iniziale con i Mavs

I Sacramento Kings sono riusciti a firmare il free agent Yogi Ferrell, mettendolo sotto contratto per due anni, in cambio di 6.2 milioni di dollari. Il giocatore avrebbe quindi rifiutato un accordo verbale che aveva precedentemente stipulato con i Dallas Mavericks, almeno stando a quanto riportato dalla giornalista di Yahoo Sports Shams Charania.

Giovedì sembrava che Yogi Ferrell fosse sul punto di rinnovare con i Mavs, firmando un biennale da 5.3 milioni di dollari. Tuttavia il suo agente ha fatto sapere che si sentivano messi poco a loro agio e hanno quindi deciso di vagliare anche altre opzioni. In questi giorni i Kings hanno firmato anche un altro giocatore “rubandolo” ai Philadelphia 76ers, Nemanja Bjelica si è infatti accordato con Sacramento, per un contratto biennale da 13 milioni di dollari.

Ferrell, una guardia in grado di giocare in modo molto versatile, è sceso in campo tutte e 82 le partite con Dallas la scorsa stagione, viaggiando con una media di 10.2 punti in 27.8 minuti di utilizzo per partita.

Collin Sexton è pronto a guidare i Cavaliers

collin sexton

Nonostante le ottime performance riportate da Cedi Osman e da Ante Zizic in queste prime gare di summer league, il futuro dei Cleveland Cavaliers sembra sulle spalle del rookie Collin Sexton.

Scelto al draft soltanto 10 giorni prima dell’addio di LeBron James, il giovane si è dimostrato fin da subito molto sicuro di sé, nonostante i 19 anni si dice pronto a fare il leader.

Onestamente, mi è parso che ad Alabama sono diventato il leader molto velocemente” – ha dichiarato Sexton dopo la vittoria dei sui Cavs contro i Sacramento Kings, in cui ha segnato 25 punti – “Quindi credo che sarà solo un processo continuativo. Anche se si tratta di un diverso gruppo di persone ora, specialmente più grandi di me“.

Non è ancora chiaro il futuro dei due veterani Kevin Love e J. R. Smith, che potrebbero lasciare la squadra in estate. Con l’addio di James si apre per i Cavs, e inevitabilmente per Collin Sexton, un futuro molto incerto, tanto che nella prossima stagione potrebbe addirittura risultare complesso raggiungere i playoff. Tutto però dipende da come la dirigenza sceglierà di muoversi sul mercato.

I Suns non hanno nessun interesse a scambiare la prima scelta per Leonard

NBA lottery Draft

Secondo quanto riportato da Scott Bordow dell’Arizona Republic i Phoenix Suns non hanno alcun interesse a scambiare la prima scelta del draft di giovedì 21 giugno. Diverse voci di mercato avevano ipotizzato un possibile approdo di Kawhi Leonard in Arizona tramite questo scambio, ipotesi che però ora pare farsi molto più remota.

Lo stesso rapporto tra il giocatore e i Suns sarebbe stato difficile; Leonard ha infatti ancora un solo anno di contratto e sembra improbabile che possa decidere di rinnovare con un team in piena ricostruzione e che ha vinto meno di 25 gare in ognuna delle ultime tre stagioni.

Bordow ha poi anche confermato la sensazione ora presente secondo cui Kawhi vorrebbe diventare free agent la prossima estate. Situazione che potrebbe ovviamente variare se i San Antonio Spurs riuscissero a scambiarlo verso qualche squadra di suo gradimento. I più accreditati ad ora sono i Los Angeles Lakers.

Aver scartato l’opzione di un possibile scambio potrebbe anche condizionare le scelte che la dirigenza Suns farà tra tre giorni; il candidato principale adatto a Phoenix sembra essere sempre più Andre Ayton.

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Cleveland si arrende, il titolo è dei Warriors: le pagelle di gara 4

I Cleveland Cavaliers, sotto 3-0, provano a lottare per i primi due quarti, ma alla prima accelerazione dei Golden State Warriors, tra secondo e terzo quarto, si arrendono. Per la squadra della Baia è il secondo titolo consecutivo, il terzo negli ultimi quattro anni. Per il team dell’Ohio ora il futuro è misterioso, a partire dalle intenzioni di Sua Maestà LeBron James. Ma noi fermiamoci pure al presente, per andare a valutare l’ultima recita degli attori di queste Finals.

Cleveland Cavaliers

Jr Smith, voto 5.5: riflette la prova della squadra, giocando solo il primo tempo, in cui mette impegno difensivo e segna anche qualche tiro aperto ben costruito. A inizio secondo tempo si innervosisce, sbaglia alcune buone conclusioni e smette di difendere. Non il suo anno.

LeBron James, voto 7: mette insieme cifre di tutto rispetto (23 punti, 7 rimbalzi e 8 assist), anche se non sembra aggressivo come dovrebbe in un momento di tale difficoltà. Probabilmente capisce che lo sforzo sarebbe inutile e lascia il palcoscenico ai compagni, che lo tradiscono ancora. Se le prime tre gare sono comunque state in equilibrio, alla fine il merito è suo, che ha giocato da gara 2 con una mano fratturata, dominando comunque, come sempre ha fatto. Da tutta la pallacanestro: Grazie LeBron.

Kevin Love, voto 5.5: prova ad essere aggressivo e prendersi la squadra sulle spalle offensivamente, prendendo anche buoni tiri, ma finisce solo per spadellare (4/13 dal campo). Nel finale viene risparmiato, dopo una finale giocata da secondo violino di tutto rispetto. L’unico, fedele scudiero del Re. Volenteroso.

Tristan Thompson, voto 5: gioca solo 16 minuti, in cui tenta di mettere la solita pressione a rimbalzo offensivo, ma non è efficace in questo fondamentale come altre volte. Segna qualche canestro con buoni tagli, ma non può essere lui la terza opzione offensiva per vincere un titolo. Inefficace.

Panchina, voto 5: Spiccano i 10 punti con 8 rimbalzi di Hood e i 7 con altrettante carambole per Larry Nance, che cerca di mettere la sua solita energia. Korver, una volta di più, non riesce ad entrare in partita, e lo stesso vale per Jeff Green. A nulla vale, per la valutazione dei cambi di Cleveland, il garbage time. Non pervenuti.

Golden State Warriors

Klay Thompson, voto 6: segna solo 10 punti e tira male (4/10), ma in difesa è sempre attento e, nel terzo periodo, segna un paio di canestri che certificano l’allungo definitivo su Cleveland. Ha pur sempre giocato su una caviglia estremamente malandata. Utilissimo.

Kevin Durant 8,5: il palcoscenico stavolta non è suo, ma la tripla doppia (20 punti, 12 rimbalzi e 10 assist), unita alla mostruosa prova di gara 3, gli vale il titolo di MVP della Finale, discusso o meno che sia, ma comunque meritato. Siamo davanti a uno dei migliori realizzatori di sempre, ora finalmente maturato. Mostruoso.

Draymond Green, voto 6: anche stanotte ha tirato malissimo da tre punti (1/5), ma tutte le piccole cose e gli sforzi che fa per la squadra gli valgono assolutamente la sufficienza. Il leader emotivo dei Warriors rimane sempre lui, anche quando non può essere troppo protagonista. Prezioso.

Javale McGee, voto 6.5: altra ottima prova per lui. Sui raddoppi eseguiti da Cleveland sui compagni più illustri, taglia e si fa trovare al ferro per punti facili. In difesa è una presenza costante nel pitturato, a difesa del canestro. Una bella storia.

Panchina, voto 7: incide ben oltre l’ultimo e non decisivo ultimo quarto. Iguodala fa saltare i piani difensivi dei Cavs segnando tre triple nel primo tempo, Bell porta la solita energia difensiva, stavolta incanalata meglio. I veterani Livingston, West e Young mettono a disposizione della squadra giocate di intelligenza nelle pieghe della partita. Efficienti.

Il migliore

Stephen Curry, voto 9.5: comincia fortissimo con quattro canestri da tre punti, poi comincia a forzare e sbagliare diverse conclusioni, ma gestisce intelligentemente i raddoppi della difesa avversaria. Tra secondo e terzo quarto straccia con costanza la retina e affossa ogni speranza di rimonta dei padroni di casa, proprio come in gara 2. Forse avrebbe meritato l’MVP quest’anno più che mai, ma poco importa, anzi, a lui non è mai importato nulla oltre la vittoria. MVP comunque.

Il peggiore

George Hill, voto 5: 25 minuti, ancora una volta, di assoluta inconsistenza. Non è stato il tipo di addizione che ci si aspettava quando è arrivato. Anche questa notte non è esistito in attacco e solo poche volte ha mostrato le proprie doti difensive, peraltro spesso frustrate dai fenomeni avversari. Fantasma.

Kobe Bryant: “Chi potrebbe battermi in un 1 contro 1 in allenamento? Nessuno”

kobe-timberwolves, Lakers, Basketball

L’ultima gara di Kobe, la leggenda, contro gli Utah Jazz, l’ultima assoluta del Black Mamba in NBA. Non è stato possibile non restare da mattina a sera a fissare la tv per un ultimo saluto ad uno dei più grandi giocatori della storia di questo sport. Un fenomeno, un vincente, semplicemente il Mamba che aveva una cultura del lavoro fuori dall’ordinario.

Chi batterebbe Kobe in un 1 contro 1 in allenamenti? 

Il Mamba ha risposto alle domande dei giornalisti e su una in particolare si è soffermato: “Kobe Bryant, chi potrebbe batterti in un 1 contro 1 in allenamento?”

Lo sguardo dice tutto: NESSUNO, ci potete scommettere”, Kobe ha aggiunto una piccola postilla: “Se un giocatore avrebbe potuto battermi, uno in particolare, si è ritirato nel 1998, dopo il suo ultimo tiro a Utah”

Ecco più chiaro di così? Jordan contro Bryant, il maestro contro l’allievo, la superstar dei Bulls contro quella dei Lakers. Uno scontro generazionale, che è arrivato al termine con il ritiro prima di MJ e poi con quello del Mamba. Oggi abbiamo giocatori diversi, attaccanti diversi, difensori diversi e si mai nessuno potrà avere la mentalità di questi due fenomeni totali.

Kobe Bryant's ceremony Kobe Bryant: "Il basket è arte, lo sport è arte" Kobe Bryant cortometraggio

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Luka Doncic Draft 2018: chi sceglierà il fenomeno sloveno?

Luka Dončić

Luka Doncic Draft 2018: vi è già capitato di orecchiare questo accostamento nel corso della stagione cestistica corrente? Facile immaginare che la risposta sia affermativa, data la possibile portata di un evento che si avvicina sempre più al tanto atteso compimento. Diciamo la verità: ormai l’Europa fornisce sempre più talenti di livello NBA alla grande lega statunitense, ma astri luminosi come quello di Luka Doncic brillano raramente dalle parti del Vecchio Continente. E forse una stella tanto luminosa non veniva avvistata dai tempi del compianto Drazen Petrovic, un altro che sapeva fare un paio di cose col pallone da pallacanestro.

LUKA DONCIC: STORIA DI UN PREDESTINATO

Probabilmente più piccolo è il luogo di nascita, più è alta la probabilità che da esso venga fuori un grande talento (riferimenti casuali alla Akron di Sua Maestà Lebron James, nonché di Stephen Curry, e scusate se è poco). E’ il 28 febbraio del 1999, quando a Lubiana, nella piccola Slovenia, nasce un ragazzo che potrebbe essere come tanti altri, figlio del giocatore di pallacanestro Sasa Doncic; il suo nome è Luka. Come sempre l’influsso del padre si fa sentire e il piccolo Luka, già alla tenere età di sei anni, ha un pallone da pallacanestro in mano. Non ha ancora finito il proprio percorso nel minibasket, a 11 anni, quando entra a far parte del settore giovanile più importante della nazione: quello dell’Olimpia Lubiana. La sua avventura in terra natia dura però appena due anni, “a causa” della finale pazzesca che Doncic gioca al prestigioso torneo internazionale Under 13 Lido di Roma, facendo registrare una tripla doppia da 54 punti, 11 rimbalzi e 10 assist e portando a casa un decisamente scontato titolo di MVP.

Luka Doncic Draft 2018
Luka Doncic Draft 2018: il talento sloveno si è dimostrato grande fin da giovanissimo

Il Real Madrid, che tanto tiene al proprio settore giovanile, non perde l’occasione e fa firmare al giovanissimo sloveno un contratto quinquennale. Troppo forte per giocare con i propri coetanei, Luka è sempre schierato assieme alle squadre più grandi e ha appena 15 anni quando comincia a militare nella Under 18 blanca e nel Real Madrid B, con il quale chiude la stagione a 14.5 punti, 6.2 rimbalzi e 3.1 assist di media. La stagione è suggellata dalla vittoria del Next Generation Tournament (torneo giovanile dell’Eurolega), vinto proprio dal Real Madrid, con Luka Doncic, ancora una volta, MVP indiscusso. A soli 16 anni, il 30 aprile del 2015 esordisce in ACB contro Malaga.

LUKA DONCIC DRAFT 2018: IL DOMINIO IN EUROPA COME BIGLIETTO DA VISITA

L’ascesa continua: nella stagione 2015/2016 Luka Doncic fa il suo esordio nel secondo campionato più competitivo al mondo, l’Eurolega, iniziando ad assaggiare il dolce, ma anche talvolta aspro sapore della ionosfera del gioco europeo. A una prima stagione di rodaggio, con dodici presenze, fa seguito una seconda da elemento fisso nelle rotazioni di coach Pablo Laso. La stagione regolare è un percorso di continua crescita per la stellina slovena, che culmina nel doppio riconoscimento di MVP settimanale in occasione di gara 3 e 4 dei playoff sul difficilissimo campo del Darussafaka, sul cui terreno Doncic impone un dominio mai visto per un ragazzo appena maggiorenne. Purtroppo per lui, la Final Four di Istanbul non si rivela una debacle solo a livello di squadra, ma anche a livello personale. Nelle due gare finali Doncic totalizza la miseria di 6 punti, tutti segnati dalla lunetta. Schiacciato dalla pressione e dalle aspettative, anche lui si dimostra umano.

Luka Doncic Draft 2018
Luka Doncic Draft 2018: il fallimento alla Final Four di Istanbul è stato solo un piccolo intoppo

Ma per coloro che sono grandi, il fallimento altro non è che la strada più tortuosa, ma allo stesso tempo più diretta per il successo. La stagione corrente fornisce un’informazione ben precisa: Luka Doncic è il nuovo leader del Real Madrid. Aldilà dei pesanti infortuni nel roster dei Blancos, il ragazzo di Lubiana guida la squadra spagnola a una regular season da quinto posto e conseguente partecipazione ai playoff. Le cifre parlano di 16.9 punti (61.4% da due), 4.8 rimbalzi e 4.8 assist, il tutto condito con la saporita salsa di giocate risolutive nelle partite più complesse (chiedere ai calorosi tifosi della Stella Rossa). Ai playoff, il Panathinaikos dispone una grande gabbia difensiva per Doncic, che però, pur dovendo calare di molto nelle cifre, ha la maturità di mettersi a disposizione della squadra senza forzare, attendendo il suo momento. momento che arriva nella decisiva gara 4, in cui i 17 punti di Luka guidano il Real all’ennesima Final Four, che, statene certi, difficilmente la giovane star slovena steccherà.

LUKA DONCIC DRAFT 2018: TANTI (OTTIMI) MOTIVI PER SCEGLIERLO

E Luka Doncic giocherà buone ( o magari grandi) Final Four perché sa che a giugno c’è il Draft NBA, dove lui è uno dei pezzi grossi. Facile che sia tra le prime tre scelte, praticamente impossibile che scenda sotto la Top 5. Diciamolo onestamente: nessun altro candidato ha la sua stessa dose di esperienza. E questo per il semplice fatto che lo sloveno viene da tre anni giocati al massimo livello professionistico europeo, tra l’altro da protagonista assoluto. Nulla di comparabile al pur buon campionato NCAA. L’abitudine a palcoscenici importanti, a partite sempre giocate al massimo dell’intensità e alla gestione di palloni pesanti sono uniche e non possono che andare a favore del classe 1999.

Tecnica e tanta freddezza per il talentino sloveno.

 

Entrando nel dettaglio tecnico, Luka Doncic è un giocatore perfettamente descrivibile con l’aggettivo completo. Segna, recupera rimbalzi e distribuisce assist, elementi che piacciono molto agli scout NBA. Letale quando attacca il ferro, rimane alterno al tiro da tre punti (32% in questa stagione), ma mette quelli che contano, sapendo essere efficace soprattutto dal palleggio. Ha doti tecniche notevoli per un playmaker di 201 centimetri, caratterizzato da eccellente ball handling e mani educatissime. L’atletismo per escursioni sopra al ferro non manca e, con esso, si abbina una fisicità che gli consente di subire molti falli (146/178 ai liberi in Eurolega). Buon difensore, anche se raffinabile, sul pallone, il punto debole è sicuramente l’alterna concentrazione lontano dalla sfera e sul lato debole in particolare. La ricerca da parte dei Suns di un playmaker da affiancare a Booker e il bisogno dei Grizzlies di un esterno giovane, di talento e che sia già pronto fanno di queste due squadre le principali indiziate alla chiamata, ma a questo contribuirà significativamente anche la sorte. Intanto Doncic crescerà, farà esperienza e continuerà questa meravigliosa storia, cominciata in quell’ospedale di Lubiana il 28 febbraio di diciannove anni fa.

Marcus Morris vorrebbe giocare subito gara 5

Marcus Morris

Marcus Morris è parso particolarmente irritato nel post partita di gara 4 tra i suoi Boston Celtics e i Philadelphia 76ers. La sua squadra ha perso per 103 e 92 rimandando quindi il passaggio del turno. Ora la serie è infatti sul 3 a 1 per Boston.

M****, sarei pronto per giocare adesso” – ha dichiarato Morris nell’intervista post partita secondo quanto riportato da Chris Forsberg di ESPN – “Hanno fatto quello che si aspettavano di fare in casa loro. Ce ne andiamo con questo 3 a 1 e speriamo di chiuderla comunque“.

Morris ha battibeccato parecchio durante la gara con Joel Embiid, più volte facendo riferimento al risultato di 3 a 0, come si può notare nel video che segue.

https://www.youtube.com/watch?v=e284ZwPm7Pw

Perché era la realtà” – ha risposto Morris quando gli è stato chiesto il perché di quel segno con le mani. Marcus ha contribuito con 17 punti, 5 rimbalzi e 6 su 15 dal campo in 34 minuti di utilizzo. Il suo apporto però non è stato sufficiente.

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Igor Kokoskov sarà il primo head coach europeo

Igor Kokoskov sarà il primo head coach europeo ad allenare nella maggiore lega cestistica mondiale. I Phoenix Suns hanno annunciato la sua firma mercoledì, Igor lascia quindi il ruolo di assistant coach per gli Utah Jazz che ha ricoperto negli ultimi tre anni. Continuerà nel frattempo ad allenare, come vice però, la nazionale slovena.

Kokoskov, che è già stato nello staff dei Suns nel quinquennio 2008-2013, ha firmato un contratto di 3 anni, secondo quando riportato da Adrian Wojnarowski di ESPN.

Siamo entusiasti di aver riportato agli abitanti di Phoenix Igor Kokoskov come capoallenatore dei Suns” – ha dichiarato il GM Ryan McDonough – “Igor è sempre stato un pioniere lungo la sua carriera cestistica e porterà da noi esperienza unita ad un alto livello di coaching“.

Kokoskov, 46 anni, ha lavorato come assistant coach negli ultimi 18 anni in NBA, gli ultimi tre con i Jazz. Sarà ufficialmente coach dei Suns alla fine di questa stagione di Utah, attualmente è infatti impegnato in una dura serie di playoff contro gli Houston Rockets.

Tra i suoi principali successi spicca sicuramente l’europeo di basket vinto nel 2017 a capo della nazionale slovena. Oltretutto a fine giugno Phoenix potrebbe avere una delle prime scelte e tra i giocatori più quotati c’è proprio lo sloveno Luka Doncic.

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Lillard e McCollum: il desiderio di una leadership perduta

Damian Lillard e CJ McCollum.

Damian Lillard e CJ McCollum: c’è stata forse una coppia più discussa, finora, in questi playoff NBA? La risposta non può che essere un laconico ma quantomai veritiero no. Ed era anche inevitabile, d’altronde il lavoro dei media è criticare (e badate bene, il termine non ha solo significato negativo) e la critica si fa soprattutto su chi riesce a distinguersi, nello sport come nel resto, per aver compiuto gesta degne di lode o, per converso, per essersi meritato il biasimo della pubblica opinione. Purtroppo per loro e per i Portland Trail Blazers, Lillard e McCollum rientrano nella seconda categoria. Sono bastate quattro, inverosimilmente complesse, gare di playoff ad obliare quasi del tutto una regular season che li aveva incoronati come uno dei backcourt più produttivi della lega, al livello della coppia Curry-Thompson. Eppure la sorpresa non dovrebbe neanche essere troppa: a volte la stagione regolare, come le apparenze, inganna e, alla fine, la terza testa di serie viene eliminata dalla sesta con un poco equivoco 4-0.

Portland Trail Blazers-Jusuf Nurkic, Lillard
Lillard e McCollum non sono riusciti a condurre Portalnd al secondo turno

 

Certo, probabilmente sarebbe giusto per parlare del disastro di tutto il collettivo di coach Stotts; tuttavia, di fronte a una tale debacle, è giusto che si discuta di ciò che (non) hanno fatto i due leader designati. Aspettate, però, due leader? Non suona quasi strano? Il leader, per definizione stessa, non dovrebbe essere uno solo riconosciuto? E, allora, chi, tra Lillard e McCollum, dovrebbe essere quello dei Blazers? Beh, il problema più grosso emerge subito: il team in primis non conosce la risposta alla questione. E ciò ha pesato più che mai nell’economia della serie contro i Pelicans. Supportiamoci con le statistiche: Lillard ha prodotto 18.5 punti con un riprovevole 35.2% dal campo e con 105.1 punti prodotti per 100 possessi; all’opposto, McCollum ha viaggiato a 25.3 punti con un buon 51.9% dal campo e il 42.3% dall’arco, tenendo un eccellente offensive rating, pari a 108.1, tre punti in più del compagno, non poco. Tra i due, il capo giocatore (scuserà coach Tanjevic l’uso della sua espressione) dovrebbe essere Damian, per anzianità ed esperienza ai playoff, eppure le cifre hanno detto altro. L’impressione è stata quella di una convivenza tecnica sull’orlo del precipizio, in cui Dame non ha accettato di lasciare il comando a CJ, chiaramente più in palla, e di non forzare contro il suo marcatore Holiday, attualmente miglior difensore perimetrale della lega.

 

La difesa di Holiday su Lillard è stata una delle chiavi della serie Trail Blazers-Pelicans.

Eppure l’egoismo di Lillard non può bastare a spiegare il disastro della coppia che scoppia, o meglio, è scoppiata durante la serie. I due esterni hanno condiviso un paio di aspetti negativi nel loro gioco, che devono contribuire a smascherare McCollum come complice e colpevole, quasi alla parti del compagno, dell’eliminazione di Portland. Il primo delitto è quello commesso in difesa, dove le due guardie di Stotts hanno fatto più danni che altro: entrambi presentano un defensive rating superiore a 119, uno sproposito e hanno concesso a Rondo di creare gioco facilmente e ad Holiday di dominare anche nella metà campo offensiva, palesandosi come ottimo secondo violino di Anthony Davis.

Inoltre ha pesato, per entrambi, molto più del solito, l’incapacità di coinvolgere i compagni e generare un sistema offensivo davvero pericoloso in tutti i suoi elementi (4.8 assist per Lillard e 3.5 per McCollum); non sono certo queste le prerogative di un vero leader tecnico ed emotivo. Perché ambedue si sono contesi, a spese della squadra, la possibilità di reggere lo scettro nei momenti decisivi, ma nessuno dei due ha dimostrato di poter essere davvero (e poi non lo ripeteremo più) un leader.

Marcus Smart potrebbe rientrare per gara 6

Smart e Morris-Boston-Marcus Smart-infortunio Marcus Smart

Se tutto va come previsto la prossima volta che Marcus Smart vedrà il suo dottore dovrebbe ricevere il via libera per poter tornare in campo, precisamente giovedì in gara 6.

La guardia dei Boston Celtics aveva subito un’operazione chirurgica alla mano destra e la sua situazione sarà rivalutata martedì da uno staff medico di New York. Sono sue le parole secondo cui potrebbe tornare a giorni, stando a quanto riportato da Adam Himmelsbach del Boston Globe.

Per ora questa è la previsione” – ha dichiarato Smart prima di gara 4 – “Siamo sulla strada giusta, ho recuperato tutto tranne il contatto fisico, quando anche quello sarà a posto potrò tornare in campo“.

“Penso che l’operazione abbia fatto il suo dovere, sento bene il dito e mi sento forte per tornare in campo, sto solo aspettando l’OK“.

Il 24enne aveva inizialmente ipotizzato un rientro per gara 7, aggiungendo anche che non si sarebbe rischiato per farlo tornare in campo prima. Nella peggiore delle ipotesi Smart tornerà disponibile per il secondo turno se Boston riuscirà a sorpassare l’ostacolo Milwaukee Bucks.

Marcus ha finito la regular season come il settimo miglior marcatore della squadra con 10.2 punti di media, a cui si aggiungono 3.5 rimbalzi, 4.8 assist e 1.3 palle rubate in 29.9 minuti di utilizzo per partita.

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Rockets-Timberwolves: l’inerzia è dalla parte dei texani

I primi due atti di Rockets-Timberwolves ci dicono che l’inerzia, almeno per il momento, è a favore della franchigia texana. I vincitori della Western Conference hanno fatto valere il proprio fattore campo portandosi avanti 2-0 nella serie.

In gara 1 c’è stata competizione, l’allungo decisivo è infatti giunto negli ultimi 3 minuti (punteggio finale di 104-101). L’acclamato James Harden è stato il grande protagonista: 44 punti, 4 rimbalzi e 8 assist lo score del Barba, contrapposto alla ‘quasi’ tripla doppia di Jeff Teague (15 punti, 9 rimbalzi e 8 assist) e ai 18 punti di Andrew Wiggins. Agli ospiti non sono bastati cinque giocatori andati in doppia cifra e una second unit dei Rockets in serata no.

Invece il secondo faccia a faccia è terminato con un divario più ampio (102-82). A far la voce grossa è stato un Chris Paul da 27 punti e 10 assist (Harden in ombra stavolta). Dopo un primo quarto finito in svantaggio, la banda guidata da Mike D’Antoni ha preso le redini e ha controllato la partita, seppur tirando con percentuali non eccelse.

 

ROCKETS-TIMBERWOLVES: LE CHIAVI DEI PRIMI DUE ATTI

Sì, il pick and roll texano è una brutta gatta da pelare per i Timberwolves. Clint Capela è un giocatore atleticamente straripante, mentre Harden e Paul sono degli handler che sanno leggere istantaneamente la situazione e agire di conseguenza. Gli uomini di Tom Thibodeau non riescono a cambiare su questi giochi a due, e il risultato è stato che la difesa si è mossa male il più delle volte, aprendo la strada verso il canestro. Karl Anthony-Towns totalmente a disagio, Taj Gibson ha cercato di metterci la pezza quando era possibile.

 

Harden, in questa situazione, viene proprio invitato a concludere.

Proprio la retroguardia scricchiolante dei Lupi è uno dei fattori più incisivi di questa serie. Nella prima partita è stata sbagliata la scelta di mettere in marcatura Wiggins su Harden: il canadese è stato spazzato via dalla furia del Barba che ha fatto soffrire anche un marcatore aggressivo come Jimmy Butler, colui che era designato prendere in consegna l’avversario per gran parte del match. Derrick Rose, che per alcuni minuti ha dovuto occuparsi del numero 13, ha ottenuto risultati rivedibili. Ma non solo. Sul perimetro i Timberwolves hanno concesso qualche conclusione pulita ai Rockets, invece che prestare più attenzione (soprattutto in gara 2, dove Houston ha registrato solo il 30.8% da tre). Rotazioni fatte lentamente o del tutto assenti.

I Rockets stanno sfruttando le lacune dei contendenti continuando a predicare il loro credo, partendo appunto dal pick and roll per poi attaccare il ferro oppure scaricare la palla sull’arco. Il tutto a ritmi non eccessivamente forsennati. A proposito di triple, alcuni dei tiri vanno selezionati e costruiti meglio in ottica futura. I Timberwolves stanno banchettando, come era prevedibile, nel pitturato, giochicchiando col cronometro e creando varchi per le penetrazioni dei vari Wiggins, Jeff Teague e Butler; invece al tiro da tre il team di Minneapolis ha confermato i soliti limiti che potrebbero costar caro (34.8% in gara 1 e 27.8% in gara 2).

 

 

ROCKETS-TIMBERWOLVES: I SINGOLI

Se al debutto di questa postseason Harden ha fatto mambassa, lo stesso non si può dire di gara 2, visto che il Barba ha forzato troppi tiri ed è stato limitato dai cambi in marcatura. Situazione simile per Paul: opaco in gara 1, si è fatto perdonare nel secondo match, mettendo in ritmo i compagni e infilando canestri in situazioni di uno contro uno. Tra le due point guard spunta Capela, spina nel fianco sotto il tabellone dei Timberwolves grazie alla sua fisicità e difensore arcigno, in grado di reggere i cambi e di proteggere il ferro con le sue lunghe leve.

Towns-Butler
Andrew Wiggins e Jimmy Butler.

Sull’altro versante c’è da registrare il flop di Towns: inefficiente in attacco (solo 13 punti totali per lui infilati grazie ad un misero 27.8% dal campo) e praticamente nullo in difesa. Tentare più tiri da tre potrebbe renderlo un’arma alternativa ai soliti schemi e costringere Capela (o chi per lui) a guardarlo a vista, in modo da aprire il campo. Wiggins è uno dei terminali più prolifici (15.5 punti di media col 44.8%), anche se il suo repertorio offensivo limitato lo rende troppo prevedibile. Butler a sprazzi, Teague sta cercando di mettere ordine alla manovra e di dare una mano nel lavoro sporco.

 

Il Target Center sarà teatro delle prossime due partite. Per ora la filosofia visionaria ed estremista di D’Antoni sta avendo la meglio su quella vintage, praticata in parte, di Thibodeau: senza le giuste contromisure e senza il classico coniglio dal cilindro, le cose potrebbero non cambiare.