Manuale Chicago Bulls 2018/2019: gli ingranaggi adeguati per un grande ritorno

Chicago Bulls 2018/2019

“I’m coming home”...Tutti si aspettano una frase del genere da Derrick Rose. Ma quest’anno per i Chicago Bulls il ritorno a “casa” è stato quello di un altro nativo della capitale dell’Illinois, Jabari Parker.

Non sarà facile conquistare subito i playoffs, ma la squadra di Fred Hoiberg vuole stupire, forte di un Lauri Markkanen con un anno di esperienza sulle spalle, di due giovani come Zach Lavine e Kris Dunn finalmente integri dalla prima gara di regular season e con un Jabari Parker in più, in grado di mettere una discreta quantità di punti a referto (15.3 per l’esattezza, nell’arco della sua breve carriera NBA).

In questo contesto anche le rotazioni non saranno povere di giocatori interessanti, con Antonio Blakeney, Denzel Valentine, Robin Lopez, Bobby Portis e Cristiano Felicio da contorno. Dal draft è arrivato anche Chandler Hutchison, ala molto interessante via Pelicans (nella trade che ha portato Mirotic durante la deadline di febbraio a New Orleans).

Insomma un mix esplosivo. Può funzionare? Dipende da quanto riusciranno a maturare e che intesa potranno sviluppare. Finalmente, dopo svariati anni di purgatorio, l’hype intorno ai Bulls sta ritornando ai livelli che la franchigia si merita.

Chicago Bulls 2018/2019
Jabari Parker e Zach Lavine: i nuovi Chicago Bulls 2018/2019

MANUALE CHICAGO BULLS 2018/2019: L’ANNATA PRECEDENTE

  • Record: 27-55
  • Piazzamento: seed #13 in NBA Eastern Conference
  • Offensive Rating: 103.8 (28th of 30)
  • Defensive Rating: 110,9 (24th of 30)
  • Leaders: Nikola Mirotic (16.8 PTS) & Zach LaVine (16.7 PTS), Lauri Markkanen (7.5 REB), Kris Dunn (6.0 AST)

MANUALE CHICAGO BULLS 2018/2019: I MOVIMENTI ESTIVI

  • ARRIVI: 7ª scelta al Draft: Wendell Carter Jr. (Duke), 22ª scelta: Chandler Hutchison, Jabari Parker (Milwaukee Bucks), Antonius Cleveland (Atlanta Hawks)
  • PARTENZE: Noah Vonleh (New York Knicks), Quincy Pondexter (San Antonio Spurs), David Nwaba (Cleveland Cavaliers), Sean Kilpatrick (tagliato), Paul Zipser (tagliato)

Fondamentale il rinnovo di Lavine che vorrà sicuramente rifarsi dopo l’annata precedente alquanto sfortunata. La franchigia dei tori, quest’estate, ha infatti pareggiato un’offerta dei Kings da 78 milioni in 4 anni. Da segnalare, inoltre, l’importante innesto di Jabari Parker che non è riuscito a trovare fortuna a Milwaukee. La PF ex Duke torna a Chicago (città natale) e di certo ci si aspetta tanto da lui, in quanto, se ritrovasse davvero la miglior forma, potrebbe fare la voce grossa, non solo a livello di squadra, ma nell’intera lega. Hutchinson viene da un’annata da 20 punti di mediaBoise State University, chissà se sarà in grado di confermarsi anche tra i più grandi. La ricostruzione dei Bulls passerà infine da Wendell Carter, lungo pronto a farsi spazio con prepotenza nella lega.

Hanno salutato, invece, giocatori avanti con l’età e a cui si può facilmente rinunciare. La mancanza di talento è stata una delle problematiche a Chicago nell’ultima stagione. Dando un’occhiata alle partenze e agli arrivi sembra che il GM Gar Forman voglia invertire la rotta, puntando sul futuro, attraverso gli inserimenti a roster di giovani di buone prospettive.

Chicago Bulls 2018/2019
I due rookies dei Chicago Bulls 2018/2019: Wendell Carter JR e Chandler Hutchison

MANUALE CHICAGO BULLS 2018/2019: L’ANALISI

La squadra è parecchio interessante. Tanti giovani potrebbero crescere e dare una mano alla squadra di Hoiberg al fine di raggiungere un posto tra le prime otto ad Est nella griglia dei playoff 2019. L’anno scorso le aspettative sono state deluse. Difatti, sulla carta la squadra valeva sicuramente di più del record che ha portato a casa. Una spiacevole vicenda ha inoltre fomentato delle critiche sulla gestione del team. Si tratta del clamoroso tanking (presunta strategia che consiste nel perdere partite “appositamente” per accaparrarsi un posto in alto al draft) di fine stagione. Hoiberg è stato infatti accusato di aver lasciato in panchina Robin Lopez e Justin Holiday (due dei suoi pilastri) per più di 5 partite di fila, nonostante non avessero alcun tipo di problema fisico.

Il quintetto per il nuovo anno è stravolto rispetto a quello della passata stagione. Hoiberg ha addirittura l’imbarazzo della scelta. Kris Dunn e Zach Lavine saranno le due PG (Justin Holiday è anche una valida alternativa), mentre Jabari Parker agirà da ala piccola, Lauri Markkanen da grande e Wendell Carter partirà già subito titolare come 5. Altre alternative invece sarebbero quelle di lasciare uno di questi 5 in panchina per avere un po’ di costanza, senza sbalzi a livelli statistici tra i 5 titolari e i panchinari. Avere una panchina lunga non è sicuramente un privilegio che tutte le squadre possono permettersi. Questi Bulls ne hanno una tutt’altro che da ultime posizioni ad Est. Robin Lopez ha 10 anni di esperienza alle spalle, Bobby Portis ci ha abituato a solide e discrete prestazioni la scorsa annata e Denzel Valentine sembra stia ingranando la giusta marcia, avendo raddoppiato, durante la sua stagione da sophomore, i punti messi a segno (da 5.1 ppg a 10.2ppg). Gli addetti ai lavori sono convinti che quest’ultimo possa sentirsi maggiormente a suo agio in un gruppo contornato da giovani, ed è quello in cui sperano i tifosi Bulls.

I giornalisti di ESPN spiegano che impatto potrà avere Jabari Parker nel sistema Bulls

Il peso dell‘attacco sarà retto dai giocatori chiave. LaVine ha dimostrato di non saper solo schiacciare, la guardia ex UCLA è anche uno scorer (18.9 punti di media nella sua ultima stagione a Minnesota). Markkanen potrebbe rivelarsi un’arma letale, sia dentro il pitturato che fuori dall’arco, essendo un lungo che non si limita ai soli rimbalzi e tiri ravvicinati ma anche a tiri dalla media e da tre punti (per non parlare dell’ottimo palleggio). Parker dovrà solo trovare continuità. La sua versatilità non è infatti da mettere in dubbio, bisogna solo che l’ex Bucks trovi fiducia e ingrani la giusta marcia. Wendell Carter è un jolly poiché è un rookie e sicuramente una scommessa su cui puntare. Studiare il suo minutaggio sarà compito dell’head coach. La sua esplosione è ciò in cui spera la società per poter veramente credere in un futuro prospero.
La difesa è invece un tasto dolente per lo staff di coach Hoiberg. Essa dovrà essere oggetto di miglioramento per la stagione a venire, senza mezzi termini. Difatti, i 110 punti di media subiti lo scorso anno (terza peggior difesa) sono davvero eccessivi per un team che quest’anno ambisce ad altre mete. Tuttavia, essendosi ringiovaniti i giocatori a roster dei Bulls (per intenderci, il quintetto ha un’eta media di 22 anni), il copione verrà completamente stravolto. In questo contesto, la versatilità e l’atletismo saranno le due armi segrete: i cambi sui blocchi (problema numero 1 nell’NBA attuale per le difese) non saranno più un problema, e la cattiveria agonistica dei giovani cancellerà ogni dubbio su una possibile strategia di tanking.

Il nuovo centro dei Chicago Bulls 2018/2019 in azione nella preseason: Wendell Carter Jr

 

CONCLUSIONI

I Chicago Bulls di quest’anno hanno tanto da dare, ma anche tanto da perdere, in quanto non sono intenzionati a ripetere i risultati dell’annata precedente. Per riuscire a stupire saranno dotati di ottime ed interessanti risorse e scommesse. La stagione è molto lunga e i giocatori avranno modo di ambientarsi sotto tutti i punti di vista per fare esperienza e per creare una vera chimica di squadra. Non manca assolutamente la voglia di fare bene né la voglia di riscattarsi da parte di alcuni singoli. Ad Hoiberg non serve altro. C’è solo da lavorare sodo per ricordare alle altre squadre chi sono e cosa rappresentano i Chicago Bulls!

 

NBA Preview: Cleveland Cavaliers vs San Antonio Spurs

LeBron James rompe ogni record: finito nella top 5 MVP-LeBron James: "Ho raggiunto il livello più alto della mia carriera ora"

Due franchigie in piena zona playoff, due squadre completamente agli antipodi: questa giornata NBA si apre alle 21.30 con lo scontro tra i Cleveland Cavaliers e i San Antonio Spurs. Da un lato il sistema corale di Popovich, dall’altro lo strapotere individuale di LeBron, una sfida tutta da seguire.

La rivoluzione invernale ha dato finora una scossa positiva all’ambiente Cavs: la squadra è tornata a correre e a vincere regolarmente (4-1 il record dopo la trade deadline). La difesa che fino al mese scorso concedeva 110 punti di media a partita, adesso ne subisce più o meno 102. Mentre l’efficienza offensiva è rimasta invariata a quota 111 punti di media. Notevoli miglioramenti si sono riscontrati anche nella percentuale realizzativa, grazie soprattutto ad un ritrovato JR Smith. I nuovi arrivati non hanno manifestato problemi di ambientamento anzi, sono parsi sin da subito perfettamente a loro agio nel sistema di Tyronn Lue. La filosofia di gioco è rimasta sempre la stessa: Cleveland è una squadra che ama correre e fulminare gli avversari in contropiede. LeBron è solito orchestrare il pick and roll in punta per poi dare la palla al rollante in area, oppure scaricare in angolo per i vari tiratori di turno. Anche se troppo spesso si affidano a James in isolamento (con fortune alterne), I Cavs sono finalmente tornati a passarsi il pallone e questa è una buona notizia.

In fase difensiva invece gli uomini di Lue hanno ripreso a pressare i portatori di palla (e qui gran parte del merito va a George Hill), fare closeout sui tiratori avversari e portare aiuti sul lato debole; proprio quest’ultimo aspetto negli ultimi tempi veniva sorvolato in maniera costante e soprattutto molto irritante. Certo, le ultime prestazioni vanno prese con le pinze perché, come si suol dire, una rondine non fa primavera. Ma i Cavs sono sicuramente tornati sulla scena, pronti a dar battaglia per riprendersi la vetta della Eastern Conference.

Gli Spurs si presentato a questo incontro privi di Kawhi Leonard, out da gennaio per i soliti problemi al quadricipite destro. La franchigia texana sta vivendo un periodo di preoccupante flessione: solo una vittoria nelle ultime 8 partite, per giunta ottenuta contro dei Suns in totale sbando. Guai però a darli per morti perchè hanno sempre storicamente compiuto grandi prestazioni contro le squadre al vertice. Nel loro sistema di gioco gli Spurs tendono a muoversi senza palla, smarcarsi attraverso una fitta serie di blocchi e sfruttare tutti i 24 secondi per creare la miglior conclusione possibile. Nelle situazioni di pick and roll il play di turno (Tony Parker o Dejounte Murray) predilige il lob per il rollante, mentre nel pop LaMarcus Aldridge o Pau Gasol dopo aver portato il blocco si aprono per il tiro da tre punti, soluzione che quest’anno si sta rivelando molto efficace (lo spagnolo in particolare sta viaggiando col 40% da oltre l’arco).

Il roster di Pop conta validi giocatori difensivi, su tutti Kawhi Leonard e Danny Green. Durante la fase del pick an droll usano la soluzione contenimento: il piccolo spezza il blocco per poi inseguire l’avversario e al contrario il lungo si stacca dal suo uomo per contenere la penetrazione in attesa del rientro difensivo del compagno. Ciò che però più stupisce del sistema texano è la cura nei dettagli come il tagliafuori oppure la comunicazione che troppe volte si tende a sottovalutare nella pallacanestro moderna. Non è un caso infatti che gli Spurs detengano una delle migliori difese della lega.

Aldilà del risultato finale si preannuncia una sfida spettacolare dove anche le motivazioni individuali potranno avere un peso determinante. Prevarrà il gioco corale degli speroni oppure lo strapotere individuale di LeBron? Ancora poche ore e lo scopriremo.

10 motivi per seguire la stagione NBA 2017/18

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C’è chi definisce la NBA “un circo”, chi la ritiene noiosa e scontata, chi addirittura “l’antibasket”. Eppure, la febbre per l’inizio della stagione 2017/18 è più alta che mai, e non risparmia nemmeno i critici. Come sempre in questo periodo, gli appassionati di pallacanestro contano i giorni, le ore che mancano alla ripresa delle operazioni del campionato americano, che riaccenderà i riflettori stanotte dopo una pausa leggermente più breve del solito, ma comunque lunghissima. Come ogni anno, ci sono parecchi motivi per seguire con estremo interesse la nuova stagione. In questo pezzo, come ormai da tradizione, abbiamo analizzato i primi 10. Che lo spettacolo abbia inizio!

 

1 – L’alba di una dinastia

Da sinistra: Kaly Thompson, Draymond Green, Kevin Durant e Stephen Curry. In arrivo un'altra stagione da dominatori?
Da sinistra: Kaly Thompson, Draymond Green, Kevin Durant e Stephen Curry. In arrivo un’altra stagione da dominatori?

“Vogliamo diventare come i Chicago Bulls degli Anni ‘90” ha dichiarato di recente Klay Thompson. Fino a qualche anno fa, tale affermazione avrebbe comportato sonore risate, se non reazioni degne della Signorina Silvani dei tempi d’oro. Nel 2017, invece, i proclami del numero 11 sono tutt’altro che campati per aria. Negli ultimi anni, il triumvirato Joe Lacob – Bob Myers – Mark Jackson ha gettato le basi per quella che somiglia sempre di più a una dinastia. Con il reverendo in panchina sono esplosi Stephen Curry e lo stesso Thompson, che hanno tirato fuori i Golden State Warriors da un anonimato quasi perenne. Poi è arrivato Steve Kerr a mettere insieme gli ultimi ingranaggi di una macchina perfetta. Dal 2014 ad oggi, gli Warriors hanno rivoluzionato il gioco del basket e, a differenza di altri precursori (come i Phoenix Suns di Mike D’Antoni, per esempio), lo hanno fatto vincendo. Anzi, stra-vincendo. Due titoli in tre anni, inframmezzati dalla stagione in cui è crollato un record all’apparenza inavvicinabile: quello dei grandi Bulls, per l’appunto.
Mentre in campo i ragazzi della Baia dominavano, negli uffici dirigenziali si muovevano le pedine per far sì che tale dominio potesse continuare negli anni a venire. Ecco allora i contratti a prezzi ‘di saldo’ fatti firmare a Curry (44 milioni in 4 anni nel 2012, quando in pochi prevedevano ciò che sarebbe diventato), Thompson (68 in 4 stagioni nel 2015) e Draymond Green (82 in 5 anni, sempre nel 2015), le aggiunte di preziosi veterani a compensi ben più ridotti e la ciliegina sulla torta dell’acquisizione di Kevin Durant, probabilmente il più grande talento puro degli ultimi vent’anni. Dopo l’ ‘incidente di percorso’ del 2016, quando un immenso LeBron James (e un clamoroso harakiri dei californiani),  regalò il titolo ai Cavs, gli ultimi playoff hanno messo in evidenza la dura realtà; da una parte Golden State, dall’altra le altre 29 franchigie che si affannano a tenere il passo.

La presenza di così tante star nel roster aveva fatto sorgere parecchi dubbi, di carattere prima tecnico (la presunta incompatibilità tra ‘maschi alfa’), poi economico; la vittoriosa cavalcata del 2017 e il rinnovo con lo ‘sconto’ di KD li hanno spazzati via tutti. Quelli che si presentano al via della stagione 2017/18 sono degli Warriors giovani e affamati di nuovi successi. Le manovre di mercato hanno rinforzato la concorrenza, ma al momento è difficile individuare una credibile minaccia per i ‘Dubs’. Se in California riuscissero a non rovinare il ‘giocattolo’, la stagione che sta per cominciare potrebbe rendere ‘ufficiale’ il fatto che siamo di fronte a una dinastia.

 

2 – L’ultimo ballo dei Cavs

Dwyane Wade (#9) e LeBron James (#23), di nuovo insieme dopo i fasti di Miami
Dwyane Wade (#9) e LeBron James (#23), di nuovo insieme dopo i fasti di Miami

A proposito di concorrenza. i Cleveland Cavaliers, ormai storici rivali degli Warriors, potrebbero essere molto vicini alla fine di un ciclo. Kyrie Irving deve averlo intuito prima di tutti visto che, dopo le finali perse, si è affrettato a chiedere la cessione. D’altronde, le premesse per un’imminente svolta ci sono tutte, e sono tutte riconducibili ad una sola persona; LeBron James, ovvero LA franchigia, è all’ultimo anno di contratto. Dopo aver portato il titolo in Ohio nel 2016 (“Cleveland…this is for you!”), un suo nuovo addio verrebbe certamente ‘perdonato’ da società e tifosi. Sebbene sia ancora il padrone incontrastato della lega, gli anni stanno per diventare 33. Il Re vuole vincere ancora e, qualora le prossime Finals (così come le scorse) dovessero sentenziare che con i Cavs non è più possibile, la tentazione di un’ultima, grande avventura altrove potrebbe diventare molto forte.
Da qui a luglio 2018, però, c’è di mezzo una stagione in cui provare in tutti i modi a giocare un altro ‘scherzetto’ a Steph Curry e compagni. Il numero 23 e la sua squadra sono in piena modalità ‘all in’; ora o mai più. Perso Irving, LeBron si ritrova al suo fianco un ‘supporting cast’ inedito e mai così ricco. Oltre ai ‘soliti’ Kevin Love, J.R. Smith, Tristan Thompson, Iman Shumpert e Kyle Korver sono arrivati Jae Crowder, Jeff Green e Cedi Osman. Soprattutto, ci saranno Dwyane Wade, Derrick Rose e Isaiah Thomas. Tutte pedine perfette per la caccia al titolo, ma tutti sotto contratto fino a quel fatidico primo luglio.

Avere a disposizione il miglior giocatore al mondo, perlopiù con una gran fame di vittorie, conferma Cleveland come la principale pretendente al trono degli Warriors, ma la strada verso il quarto (e ultimo?) atto della ‘saga’ sarà molto faticosa. Le maggiori incognite sono rappresentate proprio dai nuovi arrivi. Quando tornerà Isaiah Thomas dall’infortunio all’anca? Soprattutto: sarà in grado di ripetere le meraviglie messe in mostra a Boston, dove aveva un’intera città ai suoi piedi? E ancora: quali versioni di Wade e Rose si presenteranno alla Quicken Loans Arena?
Il reale contributo dei nuovi innesti sarà il vero ago della bilancia, visto che non sempre King James ha potuto contare sui suoi fidi ‘scudieri’ nei momenti decisivi (i vari Smith, Thompson, Shumpert e Korver sono letteralmente scomparsi per gran parte dell’ultima serie finale). Scudieri che, peraltro, sono gli unici ad avere la certezza (trade permettendo) di rimanere in Ohio anche il prossimo anno. Comunque si concluda questo 2017/18, la sensazione è che sulla franchigia aleggi l’ombra nera di una svolta epocale. Che siate tifosi o meno, assaporate ogni secondo di quella che potrebbe essere una stagione storica, l’ultima del grande condottiero nella città che lo ha reso (e che ha reso) immortale

3– I nuovi Celtics

I nuovi 'Big Three' dei Celtics. Da sinistra: Kyrie Irving, Gordon Hayward e Al Horford
I nuovi ‘Big Three’ dei Celtics. Da sinistra: Kyrie Irving, Gordon Hayward e Al Horford

Quella appena conclusa è stata una off-season ricca di grandi cambiamenti. Tra le franchigie maggiormente rinnovate ci sono i Boston Celtics, che avranno parecchi riflettori puntati addosso in questo 2017/18. La finale di Conference persa contro Cleveland ha chiuso di fatto un’epoca, quella della ricostruzione post-‘Big Three’. Molti protagonisti di questa fase di transizione sono stati ‘sacrificati’ al fine ultimo, ovvero tornare a competere per il titolo NBA. Alcune sono state rinunce dolorose (Avery Bradley, Jae Crowder, Kelly Olynyk), una in particolare è stata molto dolorosa. In soli due anni (era arrivato a Boston nel 2015, insieme a Gigi Datome), Isaiah Thomas era diventato l’uomo-simbolo dei Celtics, risvegliando quel ‘Celtic Pride’ che al TD Garden sembrava sopito ormai da troppo tempo. Il piccoletto da Tacoma aveva offerto anima e corpo alla causa, ricevendo in cambio due convocazioni all’All Star Game e un’inclusione nella lista dei candidati MVP per il 2016/17. Eppure, l’imminente scadenza del suo contratto (2018) rappresentava un enorme cruccio per Danny Ainge e soci. Non solo per via dell’infortunio all’anca che lo aveva costretto ad abbandonare la battaglia contro i Cavs agli scorsi playoff, ma soprattutto per la consapevolezza che, con lui come leader (il suo rinnovo avrebbe quasi certamente comportato il massimo salariale), non si sarebbe mai potuti arrivare a compiere l’ultimo passo, quello che porta dritti alle Finals. Ecco allora la rivoluzione.

Thomas, Crowder, Ante Zizic e la preziosissima prima scelta 2018 di Brooklyn sono stati utilizzati come pedine di scambio per ottenere Kyrie Irving, togliendolo proprio ai più pericolosi rivali. Per il nuovo numero 11 biancoverde (il suo storico 2 è stato ritirato in onore di Red Auerbach, secondo Celtic più importante di sempre – dopo il fondatore Walter Brown) la prossima stagione rappresenta un crocevia fondamentale. Prima giovanissimo leader di una squadra perdente, poi primo ‘scudiero’ di Sua Maestà LeBron nella caccia all’anello, Irving ha deciso di ‘emanciparsi’. A Boston il leader sarà lui, almeno secondo il copione scritto da Ainge e soci. Se il talento è fuori discussione, la capacità di essere il giocatore di riferimento di una squadra da titolo è ancora tutta da dimostrare.
Oltre che sul nuovo playmaker, coach Brad Stevens potrà contare sul suo vecchio pupillo Gordon Hayward, già allenato ai tempi di Butler University. Come per Kyrie, anche per l’ex stella degli Utah Jazz questo 2017/18 sarà una sorta di ‘esame di maturità’. Hayward è esploso in un contesto molto particolare, quanto più lontano possibile dalle luci dei riflettori. Se riuscisse a confermarsi (se non a crescere ulteriormente), il suo ingaggio potrebbe rivelarsi la vera chiave di volta della storia recente dei Celtics. Intorno alle due nuove star c’è un roster tutto da collaudare (soprattutto in fase difensiva, dopo le partenze di Bradley e Crowder) e forse per abbracciare il Larry O’Brien Trophy per la diciottesima volta ci vorranno ancora tempo e lavoro. A Boston, però, il dado è stato tratto; questo 2017/18 potrebbe essere l’inizio di un nuovo, trionfale ciclo.

 

4 – Arrivano i Super-Team

Carmelo Anthony, nuova stella dei Thunder, cerca di contrastare Chris Paul, grande rinforzo in casa Rockets
Carmelo Anthony, nuova stella dei Thunder, cerca di contrastare Chris Paul, grande rinforzo in casa Rockets

L’inarrestabile ascesa dei Golden State Warriors ha fissato l’asticella ad un livello mai raggiunto. Anche solo per provare a competere con la truppa di Steve Kerr, gli altri top team hanno dovuto ricorrere a misure straordinarie. Se Cleveland ha puntato tutte le sue fiches su ex-superstar come Rose e Wade e Boston ha scelto la coppia Irving-Hayward, nella Western Conference ci sono due squadre che hanno optato per delle soluzioni quasi ‘estreme’. Houston Rockets e Oklahoma City Thunder hanno costruito dei veri e propri ‘Super-Team’, riunendo sotto lo stesso tetto stelle di prima grandezza che, finora, in pochi credevano in grado di coesistere.

Prendiamo James Harden e Chris Paul, ad esempio. Entrambi sono stati per anni il perno unico attorno a cui ruotava il sistema di gioco delle rispettive squadre (Rockets e Clippers). In particolare, il ‘Barba’ è entrato nella ionosfera delle star NBA quando Mike D’Antoni ha deciso di affidargli ufficialmente il ruolo di playmaker. Ora che a fargli compagnia ci sarà CP3, una delle più grandi point guard della storia, l’ex-Thunder sarà chiamato ad un’importante prova di maturità. Dovessero trovare la giusta alchimia (entrambi sembrano avere i requisiti tecnici e mentali per far si che ciò avvenga), D’Antoni avrebbe tra le mani un ‘doppio motore’ senza eguali, in grado di far girare a mille la squadra nell’arco di tutti i 48 minuti. La ricetta di base non cambierebbe: via di corsa e ‘fucilate’ per i tiratori dietro l’arco, pronti a scatenare una pioggia di triple. Oppure, dritti al ferro. In più, nei momenti in cui i due playmaker saranno in campo contemporaneamente, il loro continuo movimento lontano dalla palla potrebbe far impazzire qualsiasi difesa. Insomma, questi Rockets promettono spettacolo. Per diventare una credibile contender, però, Houston avrà bisogno di un valido apporto dalla panchina (con le rotazioni pressoché dimezzate dopo la trade con i Clippers) e di rendere quantomeno presentabile la fase difensiva, tutta da (ri)organizzare dopo la partenza del ‘faro’ Patrick Beverley.

Se la sopraffina intelligenza e versatilità di Paul possono rappresentare un notevole vantaggio per il suo inserimento ai Rockets, in casa Thunder le incognite sono decisamente maggiori. Paul George e Carmelo Anthony, i grandi innesti estivi, sono stati fin dai loro esordi le principali opzioni offensive delle loro squadre. Nazionale a parte, non hanno mai giocato insieme ad altre superstar (Melo è stato compagno prima di Iverson, poi di Porzingis, ma in entrambi i casi una delle due stelle non era ancora al top della carriera). Russell Westbrook è stato per anni il ‘secondo violino’ di Kevin Durant, poi però è arrivata la ‘Triple-Double Season’ che lo ha consacrato MVP. Difficile ricordare una situazione con così tanti galli nello stesso pollaio. Per evitare un roboante flop, i nuovi ‘Big Three’ dovranno calarsi anima e corpo in un contesto totalmente inedito. Dei tre, la vera chiave sarà PG13. A 27 anni, la sua carriera è pronta raggiungere il picco massimo. Nell’Indiana è diventato un All-Star, ora è arrivato per lui il momento di provare a vincere. Le sue strabilianti doti tecnico-atletiche e la sua versatilità tattica lo rendono un potenziale MVP, ma per puntare all’anello con i Thunder dovrà accettare un ruolo da co-protagonista. Ci riuscirà? Con le voci su un possibile futuro gialloviola (magari da uomo-franchigia) mai del tutto sopite, potrebbe rivelarsi l’ingranaggio più delicato della macchina di Billy Donovan.
Come nel caso dei Rockets, anche per OKC il principale difetto è la scarsa profondità del roster. Per arrivare a George e Anthony (che l’anno prossimo potrebbero decidere di andarsene) sono stati ceduti Victor Oladipo, Doug McDermott, Domantas Sabonis ed Enes Kanter; il pericolo di trovarsi con la ‘coperta corta’ è tangibile.

Due Super-Team non ancora da titolo, forse, ma veder giocare tutte queste star assieme per almeno 82 partite rappresenta sicuramente un validissimo motivo per aspettare con trepidazione la stagione NBA 2017/18

5– Il regno dei lupi

Il trio di giovani star dei T'Wolves. Da sinistra: Andrew Wiggins, Karl-Anthony Towns e Jimmy Butler
Il trio di giovani star dei T’Wolves. Da sinistra: Andrew Wiggins, Karl-Anthony Towns e Jimmy Butler

Anche l’anno scorso i Minnesota Timberwolves partivano con i riflettori puntati addosso. Da loro ci si aspettava il salto di qualità che li avrebbe riportati ai playoff, invece la loro stagione è finita ad aprile, esattamente come le dodici precedenti. Esito sorprendente, ma fino a un certo punto; i ‘giovani lupi’ erano ancora da svezzare. Il ‘sergente’ Tom Thibodeau ci ha provato, si è dannato, ma non era ancora il momento. Serviva dell’altro lavoro, quello portato avanti dalla dirigenza in una off-season da assoluti protagonisti.
Tutto è iniziato la sera del draft, quando il GM Scott Layden e soci hanno spedito Zach LaVine, Kris Dunn e la settima scelta (Lauri Markkanen) a Chicago in cambio di Jimmy Butler. Poi è arrivata la free-agency, che ha portato nel Minnesota Jeff Teague (che prenderà il posto di Ricky Rubio, finito ai Jazz), Aaron Brooks, Jamal Crawford e Taj Gibson. Tanti giocatori di esperienza (ma non vecchi, a parte il sempreverde ‘J-Crossover’) e una superstar (Butler) in grado di fare la differenza su entrambi i lati del campo. Tutto questo in attesa che i veri fenomeni della squadra esplodano definitivamente. Karl-Anthony Towns e Andrew Wiggins (fresco di lauto rinnovo contrattuale da 148 milioni di dollari in cinque anni) sono attesi alla stagione della consacrazione, quella che potrebbe regalare ad entrambi la prima apparizione ad un All Star Game. KAT ha tutte le potenzialità per diventare uno dei più grandi giocatori della nuova generazione mentre Wiggins. realizzatore sempre più continuo (23.6 punti di media nel 2016/17, sedicesimo in tutta la NBA), ha talento e mezzi atletici per migliorare tanto anche in difesa. Ecco, la difesa…

Una delle principali cause (insieme all’inesperienza) del fallimento della scorsa stagione è stata un’applicazione difensiva inaccettabile, soprattutto per una squadra allenata da Thibodeau. Butler e Gibson possono garantire un enorme miglioramento da quel punto di vista, ma sarà soprattutto il loro approccio a dover essere un esempio per i più giovani, Wiggins e Towns su tutti. Anche perché ‘Thibs’ non è uno che fa prigionieri. Finché la squadra sarà nelle sue mani, cercherà di plasmarla sempre più secondo i suoi rigidi dettami. Dovesse riuscirci, potremmo trovarci di fronte ad una versione evoluta dei suoi vecchi Bulls. Mica male!
Aspettarci una squadra da titolo sarebbe ingiusto; parliamo pur sempre di un gruppo assemblato da pochissimo tempo. La sensazione predominante, però, è che sentiremo parlare molto presto di questi T’Wolves. il regno dei Lupi sta per cominciare.

 

6 – The Process: part 2

Trio di belle speranze anche a Philadelphia: Ben Simmons (#25), Joel Embiid (#21) e Markelle Fultz (#20)
Trio di belle speranze anche a Philadelphia: Ben Simmons (#25), Joel Embiid (#21) e Markelle Fultz (#20)

A proposito di futuri dominatori; i Timberwolves della Eastern Conference sono indubbiamente i Philadelphia 76ers. Quello che l’ex-GM Sam Hinkie definì “The Process” è ormai pronto per entrare nella seconda fase. La prima ha visto anni di sconfitte, record negativi e roster imbarazzanti; tutto ciò con lo scopo di accumulare più talento possibile in sede di draft. Il compimento di questo ‘diabolico’ piano si è avuto con le prime scelte assolute delle ultime due edizioni, che si sono trasformate in Ben Simmons e Markelle Fultz. Entrambi sono accompagnati da aspettative altissime, visto il talento cristallino messo in mostra nelle rispettive – e brevissime – carriere collegiali. Un conto però è brillare in mezzo ai ‘ragazzini’, un altro è confermarsi tra i migliori atleti del mondo. Un compito reso ancora più difficile dal fatto di trovarsi nella stessa squadra, con l’inevitabile conseguenza di togliersi luce a vicenda. Che poi, di luce, non ce n’è moltissima, visto che il 2017/18 sarà il secondo anno tra i professionisti di Joel Embiid.

L’inizio di carriera del centro camerunese parla di 31 partite disputate in tre stagioni (scelto al draft 2014, ha saltato le prime due per i continui problemi a un piede), ma in quelle 31 partite si è visto un autentico fenomeno. Non solo per le mere cifre (27 punti, 10.5 rimbalzi, 3.1 assist e3.1 stoppate di media) che comunque sono eclatanti, bensì per aver mostrato una paurosa combinazione di qualità; mani morbidissime, gran controllo del corpo (decisamente insolito per un colosso di 213 cm per 113 kg), movimenti in post basso da centro puro e range di tiro da lungo moderno. Non ci sono dubbi; un Embiid sano diverrebbe presto un enorme problema per chiunque. La dirigenza lo sa bene, perciò ha deciso di investire su di lui un sontuoso contratto da 148 milioni in cinque anni.
Se anche una soltanto fra queste grandi promesse dovesse rispettare le attese, Phila avrebbe in mano un giocatore su cui costruire i successi futuri. Il roster a disposizione di Brett Brown è estremamente giovane (solo J.J. Redick, Jerryd Bayless, Amir Johnson, Kris Humpries e il redivivo Emeka Okafor sono nati prima del 1990) e molti di questi ragazzi non saranno possibili superstar – come i tre già citati – ma hanno già trovato il modo di imporsi ad un livello così alto (Dario Saric su tutti).
Come nel caso dei Timberwolves, non bisogna avere fretta. “I ragazzi si faranno” direbbe De Gregori. Servirà ancora un po’di pazienza, e magari qualche altra sconfitta. Visto il crollo della competizione ad Est, però, i nuovi Sixers possono legittimamente puntare ad un ruolo da ‘outsider’ ai prossimi playoff.

7 – (Verso) il ritorno dello Showtime

Da sinistra: Brandon Ingram, Lonzo Ball e Kyle Kuzma. Il nuovo corso dei Lakers ruoterà intorno a loro
Da sinistra: Brandon Ingram, Lonzo Ball e Kyle Kuzma. Il nuovo corso dei Lakers ruoterà intorno a loro

Se Wolves e Sixers (ma anche Celtics) sono arrivati alla fine di una lunga fase di ricostruzione, i Los Angeles Lakers vi ci sono tuttora impantanati. Negli ultimi anni è stata commessa una moltitudine di errori sotto ogni punto di vista, tanto che, nel corso della passata stagione, la presidentessa Jeanie Buss ha deciso di fare ‘piazza pulita’ nello staff dirigenziale. Dopo quattro stagioni senza playoff, i gialloviola devono ripartire da zero per l’ennesima volta. Questo 2017/18, però, si apre con un entusiasmo e un ottimismo che non si percepivano da parecchio tempo. Un po’ perché il nuovo president of basketball operations è Magic Johnson, ovvero l’entusiasmo e l’ottimismo fatte persona, ma soprattutto perché in città è arrivato un giovane che farà parlare molto di sé (se non altro per il circo mediatico che lo accompagna ormai da diversi mesi).

Lonzo Ball non deve essere atteso come il nuovo Messia, sarebbe deleterio per tutti. Però è il tipo di giocatore di cui i californiani avevano bisogno: un playmaker, non da intendere semplicemente come posizione, bensì come attitudine. Nel suo anno a UCLA si è messo in luce per l’innata leadership e per la capacità di dettare i tempi ad una squadra per lui nuova, come lo saranno i Lakers nel 2017/18. Già nella vittoriosa Summer League di Las Vegas (torneo di cui è stato eletto MVP), Lonzo ha preso subito in mano le chiavi dell’attacco, esaltando al massimo le qualità di compagni perlopiù sconosciuti.
Tra questi c’era Kyle Kuzma, la vera rivelazione di questo avvicinamento alla regular season. Dopo essere stato premiato come MVP della finale di Summer League, ha continuato a brillare in preseason, chiudendo spesso e volentieri come miglior realizzatore di squadra. Dovesse confermarsi anche quando si inizierà a fare sul serio, metterebbe una certa pressione sulle spalle di Julius Randle, che vedrebbe il suo posto in quintetto non più così sicuro. Nei suoi primi tre anni da professionista, l’ex ala di Kentucky ha mostrato sprazzi di grande talento, ma il suo effettivo potenziale rimane tuttora un mistero, vista l’estrema incostanza di rendimento.

Il principale compito di coach Luke Walton sarà capire su chi puntare, tra i tanti giovani a disposizione. Ball è il leader designato, ma dovrà reggere l’impatto con una lega che, a causa delle ‘sparate’ del padre, potrebbe accoglierlo non proprio a braccia aperte. Poi c’è Brandon Ingram, seconda scelta assoluta al draft 2016, su cui Magic ha dichiarato di contare molto. La sua stagione da rookie è stata piuttosto incolore, soprattutto in relazione alle aspettative; in questo secondo anno dovrà trovare un modo per emergere. Chiaro, se Ball e Ingram si rivelassero effettivamente i fenomeni che sembrano, ci sarebbero tutte le premesse per una nuova versione dello ‘Showtime’. Intorno a loro, però, bisognerà costruire una squadra. Cosa che, in questo momento, i Lakers non sono ancora. Il roster con cui Walton apre la stagione è un interessante mix di giovanissimi e veterani, ma in una Western Conference così competitiva, in casa gialloviola faranno bene ad armarsi di santa pazienza

 

8 – 2017: un’ottima annata

Alcuni tra i migliori prospetti del draft 2017. Da sinistra: Lonzo Ball, Jayson Tatum, Markelle Fultz, Josh Jackson e De'Aaron Fox
Alcuni tra i migliori prospetti del draft 2017. Da sinistra: Lonzo Ball, Jayson Tatum, Markelle Fultz, Josh Jackson e De’Aaron Fox

Dopo il grande esordio di Karl-Anthony Towns, Kristaps Porzingis e Devin Booker l’anno precedente, la classe 2016 del draft NBA ha reso ben al di sotto delle aspettative, almeno per quanto riguarda il primo impatto con la lega. I talenti più attesi (da Brandon Ingram a Kris Dunn) hanno faticato enormemente ad emergere, rivelandosi ancora troppo acerbi per affrontare il grande salto fra i professionisti. Oltretutto Ben Simmons, la prima scelta assoluta, è stato tenuto ai box per tutta la stagione per recuperare da un infortunio al piede. Il suo debutto renderà ancora più interessante l’ultima infornata di talenti. Per quel poco visto finora (Summer League e preseason), il draft 2017 ha tutte le potenzialità per essere ricordato come uno dei più ricchi degli ultimi anni.

Alcuni fra i giocatori scelti sembrano in grado di poter cambiare le sorti delle rispettive franchigie, di cui potranno diventare i leader fin dall’inizio. Prendiamo Lonzo Ball, ad esempio, scelto da Magic Johnson come nuovo volto dei decaduti Los Angeles Lakers. Oppure De’Aaron Fox, fulmineo playmaker da Kentucky chiamato a guidare i nuovi Sacramento Kings. O ancora Dennis Smith Jr., giocatore attorno al quale i Dallas Mavericks sperano di costruire la squadra del post-Nowitzki.
Se è vero che i tre citati sembrano gli unici potenziali uomini-franchigia, dall’ultimo draft sono usciti anche talenti che potrebbero comunque diventare delle stelle nella NBA del 2020. E’ il caso di Markelle Fultz, prima scelta assoluta dei Philadelphia 76ers (a proposito: com’è che, in fase di pronostico sul possibile rookie dell’anno, ci si sia dimenticati di lui? Non doveva essere “un talento che passa una sola volta, da non farsi scappare”?), di Jayson Tatum, grandissimo realizzatore dei Boston Celtics o di Josh Jackson, ala dei Phoenix Suns in grado di fare la differenza su entrambe le metà campo.
Ci sono poi le possibili sorprese, quelli che potrebbero fallire clamorosamente così come esplodere inaspettatamente. Eco allora Jonathan Isaac, intrigante lungo degli Orlando Magic, Lauri Markkanen, che ha mostrato grandissime doti all’ultimo EuroBasket, Malik Monk e Donovan Mitchell, possibili soluzioni alle lacune offensive di Charlotte Hornets e Utah Jazz, o Kyle Kuzma, al momento il principale candidato al titolo di “steal of the draft” (scelto con la ventisettesima chiamata da Brooklyn e spedito ai Lakers nella trade per D’Angelo Russell).

La storia, soprattutto quella recente, ci ha più volte insegnato a non esagerare con l’entusiasmo e con le aspettative. Prima di poter valutare con un minimo di chiarezza le scelte compiute dalle varie franchigie e le carriere di questi ‘ragazzini’ potrebbero servire parecchi anni. Ciò non toglie che i debuttanti della stagione 2017/18 meritino di essere seguiti con particolare curiosità

9 – Corsa all’ MVP

Da sinistra. LeBron James, Kevin Durant, Kawhi Leonard e Russell Wesbrook. Sono loro, insieme a James Harden, i principali favoriti per il titolo di MVP.
Da sinistra. LeBron James, Kevin Durant, Kawhi Leonard e Russell Wesbrook. Sono loro, insieme a James Harden, i principali favoriti per il titolo di MVP.

E’ vero, il titolo di Most Valuable Player può stonare con il concetto di “sport di squadra” e molte volte non dice tutto sulla stagione del vincitore. Però un MVP entra di fatto nella storia del gioco, consacrando il suo nome tra quelli degli immortali. Dopo l’egemonia di Stephen Curry nel biennio 2015-2016, lo scorso anno ci ha riservato una caccia al premio più agguerrita che mai. La memorabile regular season di James Harden, Kawhi Leonard e LeBron James non è bastata, per quanto incredibile da affermare. Russell Westbrook, infatti, ha deciso di stracciare tutti i libri di storia, chiudendo in tripla-doppia di media e superando il leggendario record di Oscar Robertson di 41 triple-doppie stagionali.

Riguardo alla stagione che sta per cominciare, il fenomeno degli Oklahoma City Thunder rimane un candidato d’obbligo per la conquista del trofeo, ma di certo non è né il primo, né l’unico. Gli arrivi di Paul George e Carmelo Anthony fanno sì che il numero zero non avrà più a sua completa disposizione il 90% dell’attacco dei Thunder. L’one man show del 2016/17, in fin dei conti l’unico modo possibile per dare un senso alla stagione della prima OKC post-Durant, chiuderà con ogni probabilità i battenti, lasciando spazio ad un attacco finalmente più vario, che darà alla squadra di Billy Donovan delle chance più concrete di fare strada ai playoff. Westbrook potrebbe certamente ambire alla statuetta qualora riuscisse ad imporsi come lìder maximo anche in mezzo a compagni di grande livello. Un po’ quello che è successo a Kevin Durant, il maggiore indiziato per sollevare il trofeo nel 2018. Nella passata stagione, KD ha dimostrato non solo di poter giocare con Steph Curry e Klay Thompson, ma addirittura di poterli utilizzare quasi da ‘gregari’ fino alla volata finale, quella che gli ha permesso di conquistare, da protagonista, il suo primo titolo NBA. Scrollatosi finalmente di dosso il pesante fardello di ‘perdente’ (ma davvero?), il numero 35 potrebbe non fermarsi più. A tal proposito, giova ricordare come anche l’anno scorso, fino al momento dell’infortunio, Durant fosse uno dei più credibili rivali di RW.

In quanto al due volte MVP Steph Curry, il discorso è quantomeno simile a quello della passata stagione; con una presenza così ‘ingombrante’ al suo fianco, dovrà per forza sacrificare parecchio spazio sul palcoscenico. Anche se la sua preseason è stata incredibile, è difficile pronosticare un suo tris nel 2018.
Oltre agli ex ‘fratelli’ Westbrook e Durant, i nomi più papabili sono quelli dei runner-up dello scorso anno. LeBron James è più carico che mai. Al posto di un super attaccante come Kyrie Irving avrà al suo fianco dei ‘secondi violini’ più convenzionali come Derrick Rose e Dwyane Wade. A 33 anni, King James potrebbe avere ancora voglia di lasciare un segno indelebile anche prima del solito periodo tra la fine di maggio e la metà di giugno. Anche in questo caso è doveroso un promemoria: nel 2016/17 è stato il giocatore con il minutaggio medio più alto della lega (alla faccia di chi parla di “riscaldamento per i playoff”).
Kawhi Leonard è sempre il ‘primo degli umani’, quello pronto a vincere il premio al netto delle prestazioni dell’alieno di turno (vedi Curry nel 2016 e ‘Mr. Triple-Double’ l’anno scorso). Come sempre è il miglior two-way player (attacco e difesa) della NBA e, come ogni anno, ha la certezza quasi matematica che i suoi Spurs finiscano tra le prime della classe.
Se si parla di ‘fame’, però, quello che ne ha più di tutti è James Harden, a cui un paio di stagioni stratosferiche non sono bastate per arrivare sul tetto del mondo. Considerando che i suoi Houston Rockets sono più forti che mai e che il connubio con Chris Paul potrebbe (il condizionale è comunque d’obbligo) fare faville, scommettere su di lui potrebbe non essere un grosso azzardo.
Riguardo a Giannis Antetokounmpo, un altro dei nomi più citati in questo periodo, la sensazione è che sia ancora presto. Avrà i Milwaukee Bucks totalmente ai suoi piedi e la possibilità di lottare per i primi quattro posti ad Est, ma la concorrenza è di un livello stellare. Saremmo comunque ben felici di ricrederci!

 

10 – Italians (could do it better)

Nuova stagione e nuove maglie per Marco Belinelli (Atlanta Hawks) e Danilo Gallinari (Los Angeles Clippers)
Nuova stagione e nuove maglie per Marco Belinelli (Atlanta Hawks) e Danilo Gallinari (Los Angeles Clippers)

Stagione di grandi cambiamenti per gli ultimi due giocatori italiani rimasti in NBA. Per Marco Belinelli non è certo una novità, visto che gli Atlanta Hawks saranno la sua ottava squadra in undici anni oltreoceano. Dopo l’apoteosi del titolo NBA e della vittoria alla gara del tiro da tre punti con la maglia dei San Antonio Spurs, la carriera del ‘Beli’ è stata un continuo girovagare. Prima le follie di Sacramento, con il dualismo George Karl – DeMarcus Cousins, poi la delusione di Charlotte, con gli Hornets rimasti fuori dai playoff malgrado le grandi ambizioni. I suoi nuovi Hawks non sono proprio il contesto ideale per chi vuole tornare a competere ad alti livelli. Lasciati partire anche gli ultimi pezzi della squadra che arrivò in finale di Conference nel 2015, in Georgia è iniziata ufficialmente la ricostruzione. Anche in un Est nettamente meno competitivo rispetto al passato, la post-season appare un obiettivo fuori portata. Anzi, scegliere in lotteria al prossimo draft non dovrebbe dispiacere più di tanto a dirigenza e tifosi. Marco avrà comunque l’occasione di mettersi in mostra in un contesto che gli dovrebbe garantire parecchi minuti (è partito spesso in quintetto in preseason), per poi andare a caccia di nuove avventure la prossima estate. Oltretutto, in panchina c’è Mike Budenholzer, un allenatore capace, in passato, di valorizzare al massimo i suoi giocatori, a prescindere dall’effettiva caratura (vi ricordate di DeMarre Carroll, quasi All-Star con coach Bud e ora parcheggiato nel ‘sottobosco’ di Brookyln?).

Prospettive decisamente più interessanti per Danilo Gallinari, il cui grado di popolarità ha recentemente subito un brusco calo in seguito allo stupido gesto che gli è costato l’Europeo. Archiviata ufficialmente la parentesi da presunto uomo-franchigia a Denver (non che abbia fatto male, più che altro i Nuggets non hanno mai avuto un vero e proprio ‘leader supremo’), il ‘Gallo’ approda per la prima volta in carriera in un contesto davvero competitivo. I Los Angeles Clippers sembrano (incredibilmente) usciti più forti dalla trade che ha portato Chris Paul a Houston. Coach Doc Rivers, che ha più volte dichiarato di aver sempre voluto allenare un giocatore come Danilo, si ritrova con un roster più completo e profondo che mai. Se il backcourt è tutto da scoprire (Milos Teodosic potrebbe incantare, ma anche deludere e tornare in Europa nel giro di un paio d’anni), quello che una volta avremmo definito ‘reparto avanzato’ ha un potenziale spaventoso. Con l’atletismo e la presenza sotto canestro di DeAndre Jordan, il ritorno agli standard abituali di un Blake Griffin finalmente in salute e l’inedita varietà offensiva garantita dall’innesto di Gallinari, la franchigia potrebbe anche arrivare laddove il grande CP3 non è mai riuscito a portarla. Sempre che la vecchia maledizione non torni a colpire…

Cleveland Cavaliers: Boardwalk Empire

Sentirsi in qualche modo padroni della propria città tanto da esserne un simbolo internazionalmente riconosciuto, nel bene e nel male, non è un’emozione che in tanti abbiano provato nella vita. Un privilegio per pochi eletti. Eletti come Enoch ‘Nucky’ Thompson. Tesoriere della propria città, Atlantic City, nel periodo del proibizionismo e in realtà personaggio losco, dedito ad attività illegali. Cerca di arricchirsi proprio vendendo quei liquori proibiti negli anni ’20, ma nella sua personalità si nasconde qualcosa di più profondo rispetto all’idea di criminale avaro. In fondo, per Enoch, Atlantic City non è che un territorio da valorizzare e lui, da figura di rilievo della città, vuole esserne in qualche maniera il paladino. Il paladino di una città famosa proprio per le opportunità di divertimento che offre e che, col proibizionismo, il governo statunitense cerca di occultare. Enoch non ci sta, il patrimonio offerto dalla città del New Jersey va tutelato, anche se non si tratta di New York o Miami.

I Cleveland Cavaliers giocano in una città che di certo non vale New York o Los Angeles; ma è una città che ha un proprio paladino, un proprio eroe riconosciuto a livello globale. E questa figura leggendaria porta il nome di LeBron Raymone James. Da quando è tornato e si è riconciliato con la sua gente, come i veri eroi sanno fare, Cleveland non è più solo il ‘mistake on the Lake’. LeBron ha portato definitivamente la sua città ad essere conosciuta, regalandole un titolo NBA. Come Enoch, anche il Re è discusso per come si rapporta con la società, per le sue continue richieste e presunte lamentele. Ma non importa, anche la sua figura va oltre azioni che possono parere subdole, è la figura di un simbolo, di uno che ha commesso errori e si è pentito, di uno che, alla fine, vuole solo salvaguardare una città come tante altre. Sì, come tante altre, ma rimane pur sempre la sua città.

Proprio da James partono le ambizioni e le basi tecniche dei Cleveland Cavaliers. Chiariamoci, la squadra si è allungata e rinforzata in quasi tutti i reparti, ma è l’avere in squadra il più forte di tutti che fa davvero la differenza. Banalità? Probabilmente. Ma il basket è uno sport più semplice di quanto si creda. LeBron sarà ancora il leader dello spogliatoio e il generale in campo. Il suo compito sarà quello di condurre il team con la sua capacità di fare tutto sul campo e di caricarselo sulle spalle nei momenti difficili. Sarà ancora lui a dettare il ritmo offensivo e ad essere al centro del gioco. Ma sia chiaro, a Cleveland, senza Irving, ci sono comunque altre stelle. Kevin Love è chiamato ad essere maggiormente protagonista, senza limitarsi al tiro da tre punti sugli scarichi. Dwyane Wade avrà il compito di portare punti e creare gioco soprattutto quando il King non sarà in campo, permettendogli di diminuire un minutaggio che la scorsa stagione è stato troppo elevato.

Per i Cleveland Cavaliers è il momento che Kevin Love torni ai suoi massimi livelli in quanto primo scudiero del Re

E i Cleveland Cavaliers potrebbero avere altre due stelle a roster, ma devono vincere un paio di sommesse. Le due scommesse si chiamano Isaiah Thomas e Derrick Rose. Il primo arriva da una stagione da assoluto dominatore offensivo a Boston, ma ora il problema all’anca rischia di comprometterne la carriera. Salterà i primi due o tre mesi di stagione e tutto dipenderà da come si rimetterà. Se fosse veramente sano, Cleveland avrebbe ben poco da recriminare sulla partenza di Kyrie. Potenzialmente letale è, poi, Rose nel ruolo di backup. Nella scorsa annata a New York le sue cifre sono tornate a buoni livelli (18 punti a partita). Ora deve portare punti dalla panchina, in modo che non si crei la siccità offensiva tipica dei momenti in cui James si riposa. E forse i primi mesi da titolare gli ridaranno fiducia, insieme con lo stimolo di lottare per il titolo.

Derrick Rose Thomas Crowder: tutti ai Cleveland Cavaliers
Derrick Rose per i Cleveland Cavaliers potrebbe essere il vero X-Factor

A proposito di panchina. Quella dei Cleveland Cavaliers è profondissima in teoria e dovrà esserlo anche in pratica. La teorica possibilità di avere rotazioni lunghe durante la stagione è molto golosa e gli uomini a disposizione sono interessanti. Richard Jefferson e Jae Crowder dovranno dare minuti di riposo a James senza farne sentire troppo la mancanza. JR Smith potrebbe esser fatto partire dalla panca per affiancare a Rose un tiratore. Channing Frye potrà essere utilizzato in coppia con Love per aprire il campo grazie al suo tiro da tre punti. E lo stesso dovrà fare Kyle Korver, che non avrà moltissimi minuti ma dovrà svolgere un lavoro di qualità. Da non sottovalutare la duttilità di Jeff Green, altra scommessa che potrebbe lavorare da numero quattro nello small ball e portare qualche punto alla causa.

Il vero salto di qualità i Cleveland Cavaliers devono però farlo in difesa. Da questo punto di vista, Tristan Thompson e Jae Crowder saranno gli uomini-chiave. TT grazie alla sua capacità di cambiare e di stare bene coi piccoli; Crowder con la sua fisicità dovrà spesso occuparsi dell’avversario più talentuoso. Senza dimenticarsi di Iman Shumpert: lo spazio per lui sarà ridottissimo, ma le sue doti difensive, in certi frangenti, potrebbero rivelarsi utili sui portatori di palla avversari. La dedizione difensiva sarà ciò da cui dovranno partire i giovani Cedi Osman e Ante Zizic per trovare i loro minuti. Il secondo pare in una situazione più semplice e forse saprà conquistarsi il ruolo di riserva di Thompson.

Crowder può essere l’uomo della svolta difensiva dei Cavs.

L’aspettativa intorno alla squadra può essere solo la vittoria del titolo. Prima di tutto bisognerà vincere la Eastern Conference contro la concorrenza dei Boston Celtics. E se i miglioramenti difensivi e la lunghezza del roster si dimostreranno tali anche sul campo, i Cleveland Cavaliers risulteranno dei contendenti terribili per i Golden State Warriors.

San Antonio Spurs: Westworld

In un futuro non molto lontano, c’è un immenso parco tematico western abitato da robot con sembianze umane. Uomini e donne sono soliti frequentare il parco di Westworld per passare una splendida giornata a tema western, interagendo con i robot stessi che, oltre ad essere indistinguibili dagli esseri umani, presentano una complessa componente psicologica. Le regole sono semplici: i robot sono determinati da una serie di linee narrative studiate dagli sceneggiatori del parco. Agli umani è concesso accettare di partecipare alle linee narrative previste dagli sceneggiatori accentando, ad esempio, di partecipare alla cattura di un pericoloso bandito, o se frequentare e visitare tranquillamente il parco. Per ogni robot la vita è una sorta di loop: giornalmente vengono ricalibrati e riprogrammati, annullando i ricordi legati alla giornata precedente, aumentando però la loro conoscenza e diventando sempre più indistinguibili dagli esseri umani.

Il tutto viene gestito da fuori, come detto, da tecnici ed esperti che monitorano quello che succede e che decidono cosa far fare ai robot e quando, negando agli stessi la conoscenza del mondo esterno al parco. Nulla è più simile di Westworld se non la franchigia di San Antonio.

Gregg Popovich.

Ci sono voluti circa 15 anni perchè gli Spurs diventassero una piccola Westworld, che trova come esempio per eccellenza Kawhi Leonard. Definito da molti analisti Robocop, Leonard incarna a tutti gli effetti cosa significa la Spurs Culture: disinteressarsi (si fa per dire) alla regular season, controllo del minutaggio, dominio della partita, pace controllato e soprattutto efficienza. Mai una parola fuori posto, tutto sempre sotto controllo, anche nei momenti più tesi di una partita, l’applicazione sistematica dei principi di Popovich a beneficio di tutta la squadra, il tutto nel corpo del prodotto di San Diego State. Kawhi Leonard ha raccolto non senza difficoltà (mascherate dal sistema e dalla cultura creata da Popovich) il testimone di Tim Duncan ed è proprio su di lui che verte il futuro della franchigia.

La scorsa stagione si è interrotta, in buona sostanza, con la vittoria dei neroargento sui Golden State Warriors in Gara 1 della finale di Conference, anche se il risultato dice tutt’altro. Gli Spurs hanno dato filo da torcere ai loro avversari, compattando tutto il gruppo dopo l’infortunio di Kawhi.

Quello che però si può certamente dire è che a questo punto della sua avventura Gregg Popovich si trova ad un bivio cruciale: perseguire con i due lunghi, in totale controtendenza con l’andamento generale della lega, e puntare tutto sul dominio (mentale e del ritmo) della partita da parte del numero 2 e sulla efficienza (offensiva e difensiva); oppure alzare il ritmo della partita, attraverso un più elevato pace e passando allo small ball? Popovich, infatti, dispone potenzialmente di un 4 che non vuole giocare 5, che è LaMarcus Aldridge, ed un Rudy Gay che non potrebbe scalare nella posizione di ala forte. Ed eventualmente ci sarebbe anche Leonard, che subirebbe un’ulteriore evoluzione.

Durante la offseason, agli Spurs sono stati associati numerosi giocatori, soprattutto nel ruolo di point guard, scoperto dopo l’infortunio di Tony Parker: si è parlato anche di Kyrie Irving, operazione che non è nemmeno partita. Alla fine sono stati offerti nuovi contratti a Pau Gasol e Patty Mills, entrambi  confermati.

Il movimento di mercato più importante dell’estate in casa San Antonio, è, però, la firma per un biennale di Gay, reduce da un infortunio importante al tendine d’Achille. Il suo acquisto è fondamentale perché sopperisce a Jonathan Simmons. Popovich scommette sulla possibilità di avere un giocatore molto simile a Simmons dal punto di vista della strutturazione fisica, che lo rende in grado di poter difendere e giocare diversi ruoli, ma allo stesso tempo potrà disporre di uno scorer naturale, in grado di costruirsi un tiro anche da fermo. Se le parole di Gay incoraggiano dal punto di vista della sua motivazione personale ad essere determinante e sulla sua voglia di mostrare anche le sue capacità difensive, da un punto di vista tecnico sarà complicato capire quanto tempo ci vorrà perché il giocatore si riveli un fit importante per gli Spurs. In questa stagione più che mai è estremamente complicato capire quale sarà la conformazione degli Spurs, l’ordine nelle gerarchie e soprattutto come verranno utilizzati i lunghi.

Guardando il roster, appare evidente che vi sia una sovrabbondanza nei ruoli 1 e 2, e gravi lacune se si pensa alla qualità generale nel frontcourt: i nomi che spiccano sono chiaramente quello di Pau Gasol che ha giocato un Eurobasket straordinario, alla veneranda età di 37 anni, e Aldridge, additato da tutti come il giocatore non all’altezza delle aspettative, specie perché la sua presenza e la sua immobilità intasa l’area non agevolando le spaziature. Senza contare che alcuni giocatori sono avanti con l’età (Manu Ginobili ha 40 anni, per esempio), e i giovani non sembrano essere capaci di esplodere o diventare decisivi.

Anche in questa stagione tutto sembra sarà in mano a Leonard, divenuto, ormai, totalizzante. E’ perfettamente in grado di condizionare tanto in difesa quanto in attacco. L’incoronazione, a seguito della miglior stagione della carriera (25.5 punti, 5.8 rimbalzi, 3.5 assist a partita), è di Michael Jordan: E’ il miglior two-way player della Lega”.

Soprattutto nei primi mesi della stagione gli verrà richiesto di prendere tutte le decisioni in attacco, ruolo che andrà sicuramente a condividere con Parker al momento del ritorno. Come detto, la scorsa annata è stata la migliore dal punto di vista individuale, ma i numeri non spiegano quanto sia stato importante per la squadra. Era la prima stagione senza Duncan e lui si è dimostrato prontissimo a coglierne il testimone, che non è una eredità nel senso puramente tecnico, ma dal punto di vista di leadership: la capacità di essere sempre presente per la squadra, di essere una guida silenziosa e di sfruttare, a beneficio degli altri e all’interno del sistema, il corpo che si ritrova.

Grandissima dell’economia offensiva degli Spurs passa dalle mani di Leonard.

 

La stagione che gli Spurs hanno all’orizzonte è, per i motivi più diversi, particolarmente importante. Sono attesi, con non poche aspettative, i giovani che, per i motivi che abbiamo precedentemente detto, troveranno, specialmente all’inizio, largo spazio: stiamo parlando di Dejonte Murray e Kyle Anderson. Entrambi sono stati nella scorsa stagione gradualmente inseriti trovando largo spazio soprattutto nella parte finale. Come dimostra l’altezza, sono degli esterni con una strutturazione fisica versatile che li rende facilmente accoppiabili con un vasto numero di giocatori NBA. In particolare Anderson potrebbe rivelarsi una versione giovane e rivisitata (secondo gli insider) di Boris Diaw, per l’elevato IQ cestistico e la buonissima capacità da passatore, ma con dei limiti fisici particolarmente evidenti (mancanza di rapidità e di forza fisica). Le lacune fisiche di Anderson sono però oscurate dall’impianto di gioco che gli hanno consentito un Plus/Minus difensivo pari a 3.7, dietro solo a Leonard e Danny Green. Il suo miglioramento e il conseguente miglioramento della squadra  passerà anche dalla sua capacità di prendere più tiri da 3, dopo aver lavorato a lungo con l’assistente Chip Engelland (che migliorò il tiro di Ginobili e ampliò il raggio di tiro di Leonard).

In rotazione, gli Spurs dispongono anche di Joffrey Lauvergne, che ha fatto innamorare Buford per la sua capacità di sopperire la sua mancanza di atletismo  con una elevata comprensione del gioco e la varietà di movimenti in post e la duttilità che gli consente di giocare da 4 e da 5 indifferentemente, grazie anche alla sua capacità di conquistarsi il rimbalzo. Ultimo, non per ordine di importanza è Davis Bertans, il tassello dimenticato della trade che portò a San Antonio Kawhi in cambio di George Hill. Nella scorsa stagione il lettone si è costruito un altarino molto solido presso Popovich, stupito dalle sue letture dalla sicurezza con cui il giovane ha giocato in tutta la stagione. Per strutturazione fisica, Bertans è il giocatore utile anche nel tiro da tre (40% su 2.5 tentativi a partita).

Ci sono molti motivi per cui la regular season degli Spurs, anche se l’estate non è stata certo memorabile, potrebbe rivelarsi oltre le aspettative. Popovich dispone di un gruppo solido, che conosce perfettamente cosa il coach desidera in ogni aspetto. I giovani sono stati mantenuti ed educati nel corso di questi anni molto sotto traccia, lasciando loro sviluppare le singole qualità che servono a giocare per questa particolarissima squadra. Sarà sicuramente una stagione transitoria, in quanto sarà necessario trovare il modo più coerente per far convivere il trio Leonard-Gay-Aldridge e non soffrire nella metà campo difensiva. Lo sviluppo della squadra passerà dal limitare le lacune individuali di Gay e Aldridge in fase offensiva, perché sono molto propensi a giocare isolamenti, ed integrarli in un sistema che li renda partecipi ma che non rovinino la spaziature, come è successo negli ultimi anni.

Rudy Gay.

La chiave sarà sicuramente la costruzione del tiro da 3; gli Spurs, infatti, sono i migliori dal punto di vita della efficienza da oltre l’arco (39.1%), ma venticinquesimi per tiri tentati (23.5), che non impatta minimamente nel considerarli pericolosi in quella zona del campo. Questa particolarità è data da una inflessione al tiro del veterano Danny Green, l’elemento di stabilità della squadra, e dal fatto che i neroargento non hanno tiratori affidabili. Gasol, che ha iniziato a tirare da tre in maniera continuativa, non è assolutamente un fattore da questo punto di vista (meno di un tentativo realizzato a partita). Trovare il modo di aprire le difese avversarie sarà fondamentale per provare a rimanere ad alti livelli anche ai playoff e per permettere a Gay e Aldridge (gli scorer puri) fare quello che sanno fare meglio. Ancora una volta il punto di forza degli Spurs sarà la panchina, guidata da Mills,un  altro veterano. E se nei momenti importanti della stagione Ginobili dovesse avere qualche sprazzo dei suoi…

Pronti ad essere smentiti, è facilmente prevedibile l’ingresso degli Spurs in postseason, cosa che succede da circa vent’anni. Questa volta, però, l’ingresso tra le prime quattro non è così scontato come negli anni scorsi, anche perché la concorrenza ad Ovest è spietata.

Milwaukee Bucks: Mr Robot

Elliot Alderson è una persona diversa dalle altre, ha un modo di vivere singolare, una mente strabiliante e uno scopo chimerico: liberare l’umanità dai debiti con le banche e smascherare i corruttori che stanno distruggendo il mondo. Lo smantellamento dello status quo rappresentato dalla E(vil) Corp, non è impresa facile, perciò si avvale di suoi colleghi hacker e insieme si riuniscono sotto il nome di fsociety (Fuck society).

Giannis Antetokounmpo è una persona diversa dalle altre, ha una storia inverosimile, un fisico incredibile e un obiettivo utopico: lo smantellamento dello status quo della NBA. In una lega dominata da superteam dove più all star si uniscono per provare a vincere, Giannis, insieme ai suoi compagni (e al suo Mr. Robot) proverà a portare il titolo a una franchigia di uno small market, i Milwaukee (fnba) Bucks.

Se Elliot è undiverso cupo, con problemi mentali e difficoltà a relazionarsi, Giannis è invece solare e affabile, ma entrambi devono collaborare per raggiungere un traguardo semi-impossibile e il loro essere ‘diversi’ devono trasformarlo in un vantaggio.

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“Io capisco che significa essere diversi, sono molto diverso anche io”

I Milwaukee Bucks sono una delle franchigie più intriganti della NBA, specialmente grazie alla sua stella ‘the greek freak’, ma non solo. Il restyling grafico, Jason Kidd come coach, la nuova arena in vista, la loro idea di Big Small Ball e l’essere una squadra giovane sono alcuni dei motivi per cui bisogna tenerli d’occhio. Dato che si fa un discorso simile con i 76ers e altre squadre, viene da chiedersi quali sono le reali probabilità di vederli in alto per un ciclo vincente? 7 gradini su 10 sono stati saliti, ma sono gli ultimi 3 quelli in salita per davvero, non ci resta che vedere se ce la faranno.

I fratelli Antetokounmpo da bambini.

L’ascesa di Giannis è stata troppo rapida per permettere ai Bucks di creargli attorno un supporting cast all’altezza. Troppo forte da troppo giovane, come LBJ nella prima versione ai Cavs (o anche Elliot da bambino in Mr Robot come si vede nei flashback), così da portare i Bucks in zona playoff e non in lottery per avere un compagno degno di affiancarlo per puntare a essere una contender. In più la situazione salary cap non aiuta, i Bucks sono una delle franchigie che spende di più, stando ad hoopshype. Come se ne esce?

  •  Giannis diventa così forte da sopperire a eventuali debolezze dei compagni.
  • Uno o più compagni ha una resa decisamente migliore rispetto a quella ipotizzata (es: Brogdon ROY con la 36esima scelta).
  • Coach Kidd trova la quadra come ha fatto più volte Gregg Popovich e assembla un gruppo vincente pur senza passare nuovamente dal draft.
  • Un’altra star della NBA decide di andare a giocare insieme al greco in quel di Milwaukee.

Antetokounmpo è tutt’altro che un giocatore intoccabile, anche se per molti lo sta diventando, ma non sarebbe lecito chiedergli di essere il LeBron James del 2007 che trascinò alle Finals un roster inadatto a giocare la postseason. Per fortuna di Milwaukee la squadra non è così malvagia e la competizione ad Est non è delle più ferree. L’anno prossimo è giusto attendersi un ulteriore passo in avanti, però non scordiamoci che se solo avesse avuto un impatto con la lega buono e non straordinario, probabilmente sarebbe stato affiancato da altri giocatori scelti molto in alto nei draft e la storia avrebbe preso un altro corso.

La speranza però è tutt’altro che finita, il picco di Giannis deve ancora venire e tutta il mondo lo attende con ansia perchè sarebbe davvero un peccato non assistere alla sua ultima evoluzione.

“You know it make me god damn numb
When I see ‘em die, so god damn young”

Post Malone

Pinotto

 

Gianni e Pinotto sono un duo comico statunitense storico, che ha segnato un’epoca, ecco Milwaukee ha il suo GianniS, chi è Pinotto? Parker, Brogdon, Middleton o uno da prendere, chi è il giocatore che manca o che deve fare il definitivo salto di qualità? Nella NBA del 2017 è difficile essere al vertice con un alpha dog, dato che più squadre hanno costruito dei roster con più superstar e il salary cap cresce. Antetokounmpo non può fare tutto da solo, ha bisogno di compagni importanti. Tornando al paragone con la serie tv, il protagonista oltre a scendere a patti con Mr. Robot, si avvale di altri hacker per compiere il suo progetto e questi saranno determinanti nello svolgimento, perché Elliot è troppo fragile mentalmente per riuscirci da solo. Ecco ora riprendiamo il discorso dei Bucks: è vero che il greco può/deve migliorare, ad esempio nel tiro da 3, nelle scelte a difesa schierata, nella leadership e nella costanza in difesa, ma è davvero inverosimile che solo il suo miglioramento porti Milwaukee a giocarsi il titolo. Quindi servirebbe almeno un compagno a quel livello, ma un po’ per gli infortuni e un po’ per l’età media, non sembra esserci nel roster e le ambizioni importanti sono da rimandare. Tra la crescita di Brogdon, il rientro di Parker e Middleton e le potenzialità di Snell, Maker e Wilson, la dirigenza di Milwaukee spera di averlo in casa il secondo violino, perché in fondo “ogni GianniS ha il suo Pinotto” o almeno questo è quello che si augurano nel Wisconsin.

 

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In Mr. Robot, Elliot (Gianni) ha in Darlene la sua Pinotto.

 

La situazione salariale della franchigia non ha permesso movimenti importanti in free agency, Greg Monroe è stato confermato con la player option da 17.8 milioni, Tony Snell ha rifirmato a 46 milioni (44 garantiti) per 4 anni e con lui i Bucks sono arrivati a 118.5 milioni di dollari di monte ingaggi, a fronte dei 119.266 milioni che è la cifra massima per non incorrere nella luxury. Un nuovo arrivo a Milwaukee però c’è stato: tramite draft è arrivato DJ Wilson da Michigan.

21enne di 208cm x 109 kg, con mano ottima sia per tirare da 3 punti, sia per trattare la palla. Uno stretch four che può allargare il campo e liberare l’area per le penetrazioni del freak greco, ma che potrebbe anche giocare dei minuti da centro in un quintetto votato alla Big Small Ball (tutti giocatori molto lunghi e grossi, ma con gioco perimetrale). Il prodotto da Michigan sarà sicuramente un elemento utilissimo dalla panchina di coach Kidd e il suo rendimento non bisognerà valutarlo nel breve periodo, ma nel medio-lungo come per Maker e Snell.

Una delle problematiche della stagione dei Milwaukee Bucks è stata quella di trovare pericolosità dall’arco senza però perdere troppo difensivamente. In questo senso i playoff giocati da Tony Snell, che nella serie contro i Toronto Raptors ha viaggiato in doppia cifra di media e ha anche tirato con oltre il 50% da 3, sono un segnale incoraggiante. E’ ovvio che non ci si aspetta il 50% per tutto l’anno, ma un 40-42% farebbe tutta la differenza del mondo per lui e per la squadra; lui si garantirebbe minuti importanti e di conseguenza i risultati migliorerebbero. In più Brogdon e Maker sophomore teoricamente saranno ancor più centrali nel progetto, rientrerà Jabari dall’infortunio, Monroe e Dellavedova definitivamente inquadrati come subentranti potranno gestire le forze e infine (last but not least) Giannis può e deve ancora crescere. Il futuro è dei cervi!

Contendenti.

I Milwaukee Bucks possono essere la squadra del PLJ (Post LeBron James) nella Eastern Conference? Ci sono delle epoche storiche caratterizzate da squadre inarrivabili e perciò perchè incaponirsi nel combatterle? Ad esempio i Philadelphia 76ers hanno fatto questo ragionamento (sommato a tantissimi altri) e hanno deciso di intraprendere il Process e i Boston Celtics hanno scelto di dar via i pezzi pregiati a fine carriera per ricostruire una squadra da titolo, al contrario dei Toronto Raptors che continuano nel loro percorso che difficilmente porterà ad un anello. I Milwaukee Bucks sono troppo forti per attendere il prossimo giro, ma sono ancora troppo giovani per affrontare ad armi pari i Cavs di LeBron James, perciò il front office dovrà decidere se e quando andare all in per il titolo. Questo semplificando significa scegliere quando sforare la luxury tax firmando un altro grande giocare per competere con il Re. LeBron è più in forma che mai ed è pericoloso darlo per morto troppo presto, ancora per qualche anno sarà in cima alla lega e di conseguenza lo sarà anche la squadra dove gioca.

Milwaukee potrebbe essere la squadra che chiude l’era del prescelto e Antetokounmpo potrebbe riceverne il testimone…questo perchè verosimilmente già dal 2017/2018 i Bucks, dopo i Celtics, sono la squadra più accreditata per il ruolo da antagonista di Cleveland e chissà che nel giro di qualche anno, con l’età che aumenta per James e e la crescita della Giannis Antetokounmpo Corporation, sarà proprio il greco a troneggiare nella Eastern Conference.

Il PLJ è aperto a molti scenari dai più classici come Boston di nuovo al top, ai più intriganti come i Bucks o il The Process o addirittura una soprendente ascesa dei New York Kni…scherziamo, c’è un limite anche alla fantasia. In definitiva, attualmente soltanto scalfire LeBron James è impresa ardua figuriamoci detronizzarlo, ma i Bucks hanno fame ed il ruolo di padroni dell’Est è lì che li attende.

Il finale della seconda stagione di Mr. Robot ha lasciato numerosi interrogativi aperti e l’imminente terza stagione dovrà sviluppare molte storie non concluse, così come la nuova stagione NBA avrà il compito di svelare le reali possibilità di Milwaukee. Gli obiettivi sono principalmente due:

  • Andare ai playoff possibilmente da testa di serie (considerando Cavs e Celtics sicuramente sopra, dovranno lottarsela soprattutto con Wizards, Raptors e Heat)
  • Superare quantomeno il primo turno playoff e giocarsi il secondo da underdog e non da vittima sacrificale.

 

Houston Rockets: Sons of Anarchy

Mike D’Antoni come vate di una filosofia visionaria, fuori dagli schemi. James Harden e il nuovo arrivato Chris Paul sono i suoi aguzzini, o meglio, coloro a cui è affidato il compito di concretizzare il pensiero del coach. Un po’ come Jackson ‘Jax’ Teller, che ad un tratto trova il diario del padre, fondatore della banda di bikers SAMCRO, scoprendo quali siano in realtà gli ideali che il gruppo deve seguire. Un gruppo, quello della serie Sons of Anarchy, che finisce rapidamente in un vortice di violenza, conflitti e vendetta. Un gruppo che deve farsi strada nella città immaginaria di Charming, battendo la concorrenza delle bande rivali per ottenere il controllo del posto. Cercando di uscire dal traffico illegali di armi, indispensabile all’inizio per mantenersi.

Il fine degli Houston Rockets è più o meno lo stesso: ritrovare la via, ritrovare la vittoria, che ormai manca dal lontano 1995. Soverchiare le gerarchie, creare scompiglio, fare mambassa ad Ovest, cercare il rispetto e l’approvazione di tutti. Una missione tutt’altro che semplice, visto che da quelle parti i Golden State Warriors dominano incontrastati.

CP3 ‘costringerà’ di fatto Harden a tornare al vecchio ruolo di guardia, dopo aver giocato una sontuosa stagione nei panni di point guard. Un problema? No, almeno sulla carta. I due potranno tranquillamente spartirsi i possessi, soprattutto a seconda della situazione che si presenterà in campo: grazie alla sua imprevedibilità e alla sua visione di gioco ad ampissimo raggio, l’ex Los Angeles Clippers si occuperà di scardinare le difese schierate; il Barba invece potrà pigiare il piede sull’acceleratore in contropiede. Il livello di playmaking sarà sempre eccelso, anche quando in panchina si accomoderà l’uno o l’altro. Per quel concerne la fase realizzativa, il numero 13 rispolvererà senz’altro le sue capacità di colpire off the ball, tagliando in continuazione grazie anche ai blocchi eseguiti dai compagni.

Harden è capace di saper colpire anche senza aver bisogno di aver per forza il pallone in mano.

 

Ma anche il buon Paul non scherza: in modalità catch and shooting, da tre, il prodotto di Wake Forest ha messo a referto un ottimo 49.3% dal campo. Per non parlare del fatto che lo stesso darà un cospicuo contributo dal midrange, con il suo proverbiale arresto e tiro.

I Rockets ovviamente faranno incetta di pick and roll, un’arma affilata utile ad aprire ulteriormente il campo e favorire eventuali penetrazioni. Clint Capela, protagonista di un significativo miglioramento nella passata a nozze, non può che continuare sulla strada intrapresa. Il centro svizzero, grazie alla sua verticalità e a delle straripanti doti atletiche, può seriamente mettere in difficoltà le retroguardie avversarie e banchettare agevolmente nel pitturato ( 69.6% al tiro, con 3.1 punti totalizzati in situazioni di giochi a due nell’annata 2016/2017). Specializzato nel portare a casa una buona quantità di second chance points, immaginiamo sfrutterà al meglio la miriade di lob che la coppia CP3-Harden smazzerà (sotto espressa richiesta) Il suo ricambio sarà ancora una volta Nene, pronto a proseguire il lavoro da mentore e a svolgere un ruolo importante per la protezione del ferro.  Come vuole la tradizione dantoniana, sul perimetro, in agguato, ci saranno i soliti tiratori pronti a colpire sugli scarichi dei compagni: i vari Trevor Ariza, Ryan Anderson ed Eric Gordon dovranno essere freddi ed efficienti.

Capela e Nene, nella passata stagione, hanno giocato una quantità significativa di pick and roll mettendo a referto numeri importanti: con l’arrivo di Paul, il trend continuerà. E in particolare il centro svizzero potrà continuare la sua crescita (non solo in termini di punti…)

L’attacco texano sarà in perpetuo movimento, con continui backdoor da parte dei giocatori pronti a sfruttare i blocchi per liberarsi dalle rispettive marcature. Insomma, non ci saranno grossi stravolgimenti al sistema di gioco che, oltre alle indicazioni del Baffo, continuerà a declamare la filosofia Moreyball,  riducendo gli sprechi offensivi e prendendo conclusioni ad alta produttività (penetrazioni e tentativi dall’arco). Ciò è permesso dalla fisionomia del roster, attrezzato al fine di schierare quintetti versatili e diversi fra loro. Lo small ball è d’obbligo, compreso quello estremizzato con Anderson schierato centro, in modo da aprire quanto più possibile il campo e potenziare le opzioni offensive (e, di conseguenza, agevolando gli extrapass). Ma non solo: tali schieramenti possono permettere, in difesa, di ruotare e di cambiare su chiunque e di affrontare al meglio i mismatch.

A tal proposito saranno molto utili P.J. Tucker e Luc Mbah a Moute, arrivati in estate. Entrambi estremamente duttili (rispettivamente uno swingman e un’ala), allungheranno le rotazioni dei Rockets portando in dote abilità non trascurabili soprattutto riguardanti le retrovie.  Se l’ex Toronto Raptors è un valido gregario che fa il lavoro sporco e ogni tanto attacca il canestro o si concede una tripla, il camerunense è un vero proprio specialista, un jolly da avere sempre nel proprio mazzo di carte. Mbah a Moute è l’uomo che fa al caso per alzare il livello della difesa dei Rockets: non perde mai di vista la propria controparte, sa chiudere gli spazi e impedire i tagli, è intelligente nei cambi e negli intercetti.  Un mastino come lui serve eccome, soprattutto ai Rockets che danno importanza all’attenzione sul perimetro.

D’Antoni non ama le rotazioni lunghe ma durante la regular season, per far rifiatare qualcuno, gente come Zhou Qi o Chinanu Onuaku potrebbero usufruire di spazio (per quanto esiguo possa essere).

I Rockets tendono a raddoppiare i giochi a due avversari per poi ruotare e cercare di spegnere le velleità.

Questa banda ribelle ha l’obbiettivo di correre più degli altri ed assicurarsi un posto in top 3 nel selvaggio Ovest, popolato da altri clan agguerriti e pericolosi. Dagli Oklahoma City Thunder del trio di frombolieri Westbrook-George-Anthony ai vecchi volponi dei San Antonio Spurs del silenzioso Kawhi Leonard. Passando per i giovani e affamati Minnesota Timberwolves e i rinnovati e ruvidi Los Angeles Clippers. Ma chi ha il controllo di tutto sono i terribili Warriors, probabili avversari di un eventuale finale di Conference, che alla fine dei conti sarebbe un traguardo più che dignitoso.

 

Orlando Magic: Once Upon a Time

Caratteristica principale di ogni favola è il sogno. La capacità di immaginare un cambiamento, un futuro migliore è il motore della maggior parte delle favole. In casa Orlando Magic, però, delle favole sembra essere rimasto solo l’incipit, ovvero quel “C’era una volta”, che nel loro caso lascia però poco spazio ai sogni. C’era una volta Shaq. C’era una volta Howard. C’era una volta la speranza. Come Emma e gli altri personaggi della serie TV Once Upon a Timeanche i Magic, nel corso della loro storia, si sono riscoperti per ben due volte protagonisti di una storia fantastica, che stava per portarli a un passo dalla gloria eterna. Due Finals raggiunte, nel 1995 e nel 2009, altrettante sconfitte. E il ricordo di queste sembra essere stato rimosso dalla memoria collettiva.

Shaquille O’Neal ai tempi degli Orlando Magic.

Gli Orlando Magic sono allo stesso tempo una delle franchigie più fortunate e disgraziate della NBA. Draft leggendari, ma anche tradimenti, infortuni e occasioni colossali non sfruttate a dovere ne hanno segnato la storia. Shaq non capita a tutti. Idem per quanto riguarda il Penny Hardaway pre-infortuni. Due stelle giovanissime prese al Draft e una Finale persa facevano pensare a un futuro radioso per la franchigia della Florida. Poi, nel 1996 il primo tradimento. Shaq firma per i Los Angeles Lakers e vince tutto. I Magic rimangono fermi al palo.

Ci hanno riprovato, ad Orlando. Prima il tentativo di accoppiare Tracy McGrady e Grant Hill, mai andato in porto per via di una eccessiva dose di sfortuna. Poi è arrivato Dwight Howard. Superman ha riportato la speranza, quella che i Magic avevano perso, ma proprio come gli illustri predecessori si è fermato in Finale, prima di accettare anch’egli l’offerta dei gialloviola. L’addio di Howard sembra aver lanciato una maledizione sui Magic, simile al sortilegio che impedisce ai protagonisti di Once Upon a Time di ricordare la loro vera identità.

I Magic si presentano ai nastri di partenza della stagione 2017/18 con scarsissime certezze, non troppo talento e gli strascichi di una gestione recente non perfetta (vedi Serge Ibaka). Certo, ci sono nuove facce in giro: Jonathon Simmons è sicuramente l’aggiunta più interessante, oltre al rookie Jonathan Isaac, che probabilmente partirà dalla panchina. Da seguire anche l’altro rookie da Kansas St., Wesley Iwundu. Uno dei giocatori più interessanti del roster rimane Aaron Gordon: il numero 00 entra nella sua quarta stagione consapevole di giocarsi un’ottima chance, visto che l’ala è in procinto di diventare restricted free agent l’estate prossima.

Per il resto, il roster dei Magic sembra fermo nel tempo, sospeso immobile come le lancette del municipio di Storybrooke. Per il terzo anno di fila il backcourt sarà composto da Elfrid Payton e Evan Fournier. Nikola Vucevic e Terrence Ross dovrebbero completare il quintetto titolare, ma Bismack Biyombo (giocatore più pagato dei Magic insieme a Fournier) e lo stesso Simmons sono pronti a scavalcarli nelle gerarchie di coach Frank Vogel. La panchina è un po’ più lunga rispetto allo scorso anno grazie agli arrivi di Arron Afflalo – alla seconda esperienza in Florida – e Shelvin Mack.

Frank Vogel
Frank Vogel

 

Il gioco di coach Frank Vogel è sempre stato basato, soprattutto al tempo degli Indiana Pacers, sulla difesa. In attacco invece, anche negli anni migliori, le sue squadre hanno sempre incontrato difficoltà a sviluppare un sistema affidabile. “Ho dovuto dimenticare quasi tutto ciò che sapevo delle spaziature offensive a causa del modo in cui si gioca nella lega oggi” – ha ripetuto spesso Vogel durante lo scorso anno. Ma la prima stagione ai Magic non è stata un granché da questo punto di vista, visti anche gli interpreti a disposizione.

I Magic hanno dimostrato nel corso della passata stagione di voler tenere un ritmo mediamente alto (12° nella lega), specie dopo la cessione di Serge Ibaka. L’attacco non ne ha comunque giovato, visto che Orlando si trovava al penultimo posto nella lega sia per quanto riguarda i punti segnati ogni 100 possessi (103.7) sia per la percentuale reale dal campo (48.9%). Mettiamoci anche che i Magic non brillavano a rimbalzo in attacco (21° posto in percentuale di rimbalzi disponibili catturati) e traduciamo così: la squadra di Vogel non ha avuto molti possessi a disposizione, e ha sfruttato malissimo quelli che ha avuto.

La scarsa efficacia in attacco ha portato i Magic a privarsi di Ibaka – una mossa molto discussa – per puntare su un quintetto piccolo e agile con l’inserimento di Terrence Ross. Lo small ball potrà aiutare in attacco, ma non bisogna dimenticare che i problemi ad Orlando non si esauriscono in quella metà campo, dato che non abbiamo ancora visto la difesa marchio di fabbrica di coach Vogel (22° posto in punti concessi per 100 possessi nel 2016/17). Gli arrivi dei quattro veterani potranno senz’altro aiutare i giovani ad alzare l’asticella in allenamento. Vogel ha ammesso di volere i playoffs quest’anno, ma passare da 29 vittorie alla postseason non è per niente facile.

Dopo il sortilegio scagliato dalla Regina Cattiva, i personaggi di Once Upon a Time devono rinunciare non solo alle proprie identità fantastiche: trasformati in anonimi abitanti di una cittadina isolata nel mondo reale, essi devono dire addio anche al canonico lieto fine.

Un lieto fine che ai Magic non è mai stato concesso. La magia della vicina Disneyland ha forse influito nella possibilità di scegliere Shaq o Superman, ma per un motivo o per un altro Orlando non è mai riuscita a sfruttare questi enormi colpi di fortuna fino in fondo. Fortuna che, nella NBA, torna raramente.

In Once Upon a Time Emma torna per salvare tutti ventotto anni dopo l’inizio del sortilegio. I tifosi Magic si augurano di dover aspettare molto meno per poter ricominciare ancora a credere nelle favole.

Oklahoma City Thunder: Dexter

Oklahoma City Thunder

Guardandolo attentamente negli occhi, non dubitereste mai di lui. Ha un volto così amichevole, così pulito, all’apparenza sincero. Eppure, dietro quel viso adorabile, si nasconde uno spietato serial killer, che agisce di notte, nell’ombra, per punire tutti coloro che sono riusciti a sfuggire alla giustizia. Il suo nome è Dexter Morgan, il protagonista della serie a lui intitolata, e come avrete facilmente intuito ha qualità fuori da comune, nel bene e nel male, che gli permettono di svolgere eccellentemente il suo lavoro notturno.

Russell Westbrook è un killer implacabile, che studia le sue vittime e le fa a pezzi in tutti i modi possibili. Proprio come il protagonista della serie Dexter Russell possiede delle abilità e delle caratteristiche straordinarie, fuori dal comune, che lo hanno portato nell’elite del basket d’oltreoceano. Il perno degli Oklahoma City Thunder sarà chiamato anche quest’anno a usare il suo arco pieno di frecce per trascinare la squadra a qualcosa di più grande di una comparsa nella postseason. Tra pick & roll e schiacciate terrificanti il killer di Long Beach cercherà insieme ai suoi compagni (e che compagni) di conquistare il tanto agognato anello.

Durante la free agency Sam Presti si è mosso in maniera magistrale, portando a Oklahoma City due talenti di classe sopraffina: Paul George in primis e, come ultimo botto della caldissima estate dei Thunder, Carmelo Anthony. Due fuoriclasse, due giocatori con qualità straordinarie, che assieme a Russell Westbrook andranno a formare un terzetto che ha pochi eguali nella lega.
Russell Westbrook, Paul George e Carmelo Anthony tutti nella stessa squadra. Ma in che modo coesisteranno? Andiamo a scoprirlo.

Nella scorsa stagione i nuovi big three di Oklahoma City sono stati tutti nella top 10 della lega per numero di isolamenti giocati a partita. Con tutti e tre nella stessa squadra, tutto ciò non sarà ovviamente possibile. Billy Donovan dovrà ridisegnare l’intero piano offensivo e riuscire a combinare i tre giocatori di punta della squadra nel miglior modo possibile. Tutto passerà con ogni probabilità sempre e comunque da Russell Westbrook, che avrà il controllo della manovra, ma che dovrà migliorare la sua efficienza e la sua capacità di leggere le partite. Il numero #0 resterà la prima opzione offensiva della squadra, ma i suoi tiri e la sua USG% caleranno sicuramente.

Paul George invece è proprio la spalla ideale di Russell: sa tirare con efficienza dalla lunga distanza, sa crearsi il proprio tiro, ha una miriade di soluzioni offensive ed è discreto anche come passatore. Quando Westbrook porterà a spasso mezza difesa ‘P’ (come lo chiama Carmelo Anthony) dovrà farsi trovare pronto sugli scarichi, come ha fatto lo scorso anno. L’ex Indiana potrà anche beneficiare degli eccellenti blocchi portati da Steven Adams, per prendere un tiro dal midrange o eludere la difesa al ferro.

Oklahoma City Thunder
La mappa di tiro di Paul George della scorsa stagione

Per la prima volta in carriera Carmelo Anthony non sarà la prima scelta offensiva della squadra e non sarà quindi costretto a portare tutto il peso dell’attacco sulle sue spalle. Il nuovo arrivato in casa Thunder giocherà nel ruolo di ala grande, come confermato da Billy Donovan. Non proprio  la sua posizione ideale, ma è un ruolo che ha già ricoperto in passato con buoni risultati, come si vede dal grafico sottostante.

Le media punti di Carmelo Anthony da PF

Anthony si appresta ad essere un giocatore più efficiente rispetto allo scorso anno: con due attaccanti del calibro di George e Westbrook avrà sicuramente meno attenzioni e diminuirà il numero dei suoi isolamenti a partita. ‘Melo andrà ad allargare il campo soprattutto grazie alle sue incredibili doti in situazioni di spot-up, che apriranno spazi per le incursioni al ferro di giocatori come Steven Adams.
Le sue grandi abilità balistiche potranno anche essere usate in un’eventuale pick and pop con Russell Westbrook, che sarebbe letteralmente devastante, magari con un tiratore dall’altro lato del campo pronto a beneficiare di uno scarico.

Oklahoma City Thunder
Carmelo Anthony prende e spara da tre punti: solo rete

Il repertorio offensivo di Anthony è praticamente illimitato e la sua presenza darà a Billy Donovan svariate opportunità che il coach dovrà essere bravo a conciliare con le esigenze della squadra. Il suo gioco spalle a canestro rimane tutt’oggi uno dei migliori della lega, e nonostante il suo primo passo non sia più quello micidiale di un tempo, Carmelo riesce comunque ad essere produttivo in isolamento (42,39 di offensive value added in queste situazioni secondo NBA Math).

Oklahoma City Thunder
Il gioco spalle a canestro di Carmelo Anthony: eccellente

Aldilà delle sue capacità da scorer, ci sono altri aspetti interessanti del gioco di Melo. A detta di Sam Presti infatti, Billy Donovan lo vede come un passatore sottovalutato e questa rappresenta un’altra opzione offensiva per la squadra. Anthony non avrà il quoziente cestistico e la visione di gioco di Durant e James ma potrebbe in alcune situazioni fungere da play aggiunto, proprio come fanno spesso Kevin e LeBron per dare un’alternativa al gioco degli Oklahoma City Thunder. Se andiamo a vedere nel dettaglio le situazioni in cui Melo funge da play notiamo come abbia una buona visione di gioco e una discreta mano da passatore.

Oklahoma City Thunder
Noah blocca per Melo che lo premia con un passaggio schiacciato a terra: schiacciata vincente

Nella stragrande maggioranza dei casi nei quali ‘Melo gioca il pick and roll è lui a prendersi il tiro o a concludere l’azione, ma talvolta può essere produttivo anche come passatore per il rollante a canestro, come si vede nella gif soprastante.

Fucilata di Carmelo Anthony nell’angolo per Porzingis: tripla a segno

Il grande punto debole del gioco di Carmelo Anthony è sicuramente la poca abnegazione nella metà campo difensiva. Nella scorsa stagione il suo rendimento difensivo è stato altamente insufficiente: spesso si è dimostrato svogliato e poco impegnato. Bisogna però anche considerare che la scorsa stagione è stata molto difficile per l’ex giocatore di Nuggets e Knicks. La squadra non ha raggiunto i playoff ed è probabile che Melo sia stato anche poco motivato. Quest’anno arriva in una realtà nuova in quella che potrebbe essere l’ultima chance importante della sua carriera e forse vedremo dei miglioramenti sotto questo punto di vista. Carmelo si ritroverà a dover marcare i 4 avversari e dovrà dimostrare spirito di sacrificio e impegno. Le qualità per difendere in maniera quantomeno accettabile le ha tutte, ora sta a lui dimostrarlo.

Quando si mette d’impegno Carmelo Anthony può tenere i 4 con buoni risultati, come in questa azione

La presenza di tre giocatori di livello assoluto come Westbrook George ed Anthony, come detto in precedenza, consentirà agli altri giocatori della squadra di avere più spazio. Lo scorso anno, complici delle spaziature pessime, l’area era spesso affollata ed era difficile attaccare il ferro con ottimi risultati. Quest’anno invece, con l’arrivo di tre giocatori che aprono il campo (George, Anthony e Patterson) ci sarà molto più spazio per le penetrazioni a canestro, e di tutto ciò beneficerà sicuramente un giocatore come Steven Adams.
Ci si aspettava la sua consacrazione, ma diversi motivi non lo è stato. Ci sono stati dei miglioramenti per quanto riguarda la metà campo offensiva, con il giocatore neozelandese che ha mostrato buone cose soprattutto dal post basso e ai tiri liberi. Nonostante ciò, Adams è stato il giocatore che più ha faticato per via di uno space-rating gravemente insufficiente.
In questa stagione dovrebbe avere più libertà nel pitturato, dove dovrà essere bravo ad agire soprattutto come finalizzatore. Oltre a ciò, sembra stia lavorando anche sul suo tiro e non sarà una sorpresa se dovessimo vedere qualche tripla o qualche tiro dalla media distanza.

Nella prossima stagione dovrà dimostrare molto anche per quanto riguarda la metà campo difensiva, dove spesso lo scorso anno aveva lasciato a desiderare. Steven è il prototipo del centro moderno: è un buon rim protector, sa tenere bene sui piccoli e sa cambiare in difesa. Ha tutto per diventare l’ancora difensiva di questa squadra, ma dovrà essere più concentrato e determinato.

Un altro giocatore che sarà fondamentale nella metà campo difensiva, ma su di lui non c’è alcun dubbio, è Andre Roberson. Lo scorso anno si è confermato come uno dei migliori difensori della lega ed è stato inserito nel secondo quintetto difensivo. I Thunder fanno affidamento su di lui per contenere le stelle delle squadre avversarie che Roberson riesce spesso a limitare grazie alle sue lunghe leve e alla sua velocità di piedi e quest’anno potrebbe anche provare a vincere il premio di miglior difensore, visto che ha tutte le qualità per farlo. Nella metà campo offensiva invece scenderà probabilmente la sua USG%, che prenderà meno tiri e verrà presumibilmente utilizzato più come bloccante o come tagliante, cercando di rendersi utile come può per sopperire alle sue evidenti lacune tecniche.

Un aspetto che dovrà sicuramente migliorare in questa stagione è sicuramente l’apporto dei giocatori in uscita dalla panchina. Negli scorsi playoffs la second unit della banda Donovan si è classificata come undicesima, con soli 26.6 punti di media a partita e ha rappresentato il motivo principale della sconfitta al primo round, in quanto quando il signore con lo zero sulle spalle si sedeva a riposare quasi nessuno riusciva ad essere incisivo.
Quest’estate la dirigenza si è mossa anche in questo senso, garantendo a Billy Donovan un degno backup di Russell Westbrook con la firma di Raymond Felton e uno stretch four moderno come Patrick Patterson, pronto a colpire sugli scarichi e a dare una mano in difesa. A Felton spetterà il controllo della manovra, con Abrines e Grant che dovranno farsi trovare pronti e che dovranno fare il salto di qualità.

Dexter
Patrick Patterson dovrà essere uno dei punti di forza della panchina dei Thunder

Lo spagnolo ha fatto vedere cose interessanti nella scorsa stagione, risultando spesso importante per la sua capacità di segnare da tre punti con efficienza. Quest’anno dovrà confermarsi e migliorare quanto di buono fatto, con i suoi minuti che dovrebbero crescere. Stesso discorso per Grant, che ha dimostrato un atletismo fuori dalla media nella passata stagione e delle discrete capacità difensive, che dovrà affinare quest’anno. Spesso potrà anche essere utilizzato in un ipotetico quintetto piccolo con lo stesso Jerami da 5 ad aprire ancora di più il campo viste le sue buone capacità realizzative da oltre l’arco.

Billy Donovan avrà ottantadue partite per sperimentare quintetti e trovare la giusta alchimia di squadra e le soluzioni per lui sotto questo punto di vista sono svariate. Ci riuscirà? Sarà in grado di far convivere tre stelle di così alta caratura?

Gli Oklahoma City Thunder hanno tutte le carte in regola per far bene e giocarsela per i primi posti della Western Conference. A questo punto, come ogni anno, parlerà il campo.

Miami Heat: Una serie di sfortunati eventi

I Miami Heat, in questi ultimi anni, come nella famosa Serie tv Una serie di sfortunati eventi, hanno dovuto affrontare numerosi ostacoli. Il percorso che li ha portati alla rinascita è stato pieno di imprevisti e dolorosi addii, che ad oggi, però, pesano meno del previsto e hanno aiutato la franchigia a crescere sulle proprie gambe.

Coach Erik Spoelstra e Pat Riley infatti, dopo aver dovuto fronteggiare le importanti perdite nel team, hanno voluto scavare a fondo nelle ragioni del fallimento, e come i protagonisti Violet e Klaus Baudelaire si sono lanciati in un viaggio senza ritorno verso la verità. Ecco quindi spiegata la similitudine con il famigerato sceneggiato, che se potesse essere fusa nel contesto cestistico dell’NBA, vedrebbe la perfetta rappresentazione dell’antagonista Conte Olaf, con l’intera Eastern Conference.

Esatto: l’Eastern Conference è stata l’antagonista principale dei poveri Miami Heat, che orfani del loro Big Three hanno dovuto subire l’esclusione dagli ultimi playoff e la sconfitta in quelli precedenti. La gioia negata a questa squadra è pesata molto anche sul morale dell’intera franchigia, che però, con il sano e genuino intervento dei due suoi eroi (coach Spoelstra e Pat Riley) è riuscita a ritrovare la strada che la porterà ai segreti per il successo, che fino ad ora erano stati proibiti da una serie sfortunata di eventi.

Miami Heat
Pat Riley ed Erik Spoelstra.

Tutto cominciò nel lontano Luglio del 2014, quando la prima stella dei Big Three, LeBron James, decise di abbandonare la franchigia, facendola precipitare nel caos. Dopo questo primo addio, Pat Riley ed Erik Spoelstra cominciarono a pensare che tutto era stato compromesso, e che una soluzione andava immediatamente trovata. Quindi si adoperarono subito per mantenere saldi i rapporti con le altre stelle rimaste, garanzia di successo per la franchigia, senza però far i conti con il tempo. Infatti, tra un contratto e l’altro, gli Heat furono costretti a salutare anche Ray Allen, gregario stellato, che col passare del tempo dovette cedere il passo al proprio fisico, lasciando la sua squadra orfana di un saggio consigliere.

Tutto pian piano riprese e la Florida rivide la luce, ma proprio nel momento migliore ecco che arrivò un altro imprevisto: Chris Bosh non potrà più giocare a basket per via dei suoi problemi ai polmoni.

I due eroi di Miami, spaventati dalla notizia ma comunque affezionati al loro giocatore, cercarono di dare al ragazzo il giusto riconoscimento, ma mentre la seconda stella dei Big Three abbandonava la nave, gli avversari di Conference ne approfittavano rubando i migliori giocatori sul mercato ed escludendo sempre di più gli Heat dalla competizione. Pat ed Erik non si fecero fermare neanche da questo, e mentre si stava sempre di più delineando la fine del periodo vincente, cominciarono a porre le basi per un futuro migliore.

Nel loro percorso rifletterono sugli errori commessi e sui vuoti da riempire, ed ecco che all’improvviso arrivarono Goran Dragic e Hassan Whiteside, pronti ad impugnare le armi ed immolarsi per il futuro della franchigia.

I due nuovi giocatori si inserirono alla perfezione nel team, dando a coach Spoelstra un centro su cui fare cieco affidamento e un playmaker dalle transizioni rapide e letali. La situazione sembrava esser tornata alla normalità e prima o poi le scelte avrebbero dato i propri frutti, ma ad un tratto successe l’impossibile: The Flash, Dwyane Wade, fece le valigie.

L’addio fu il più doloroso per al coppia di eroi, che in Wade vedeva un maestro per le giovani promesse e un perfetto collante tra squadra e dirigenza. La decisione dell’ultima stella rimasta pesò molto sui cuori dei tifosi dei Miami Heat, che per un anno vagarono nel vuoto senza una precisa destinazione.

Proprio quando tutto sembrava andare a rotoli, Erik Spoelstra e Pat Riley ebbero un’illuminazione, e cominciarono a lavorare sodo per portare a termine il loro sogno: far tornare a splendere i Miami Heat. I due cominciarono a reclutare nuovi giocatori, ad impostare nuovi sistemi di gioco fino ad arrivare al risultato di oggi.

Partendo dai giocatori, recentemente, hanno incontrato sul loro percorso un nuovo protagonista: Dion Waiters. Il ragazzo arrivava da una stagione deludente ad Oklahoma, e promise ai due avventurieri di portare la franchigia alla gloria come ripicca verso tutti quelli che prima non avevano mai creduto in lui. La guardia oggi infatti, ricopre un posto di spicco nella franchigia e, insieme ai compagni Goran Dragic e Hassan Whiteside, ha dato una forte speranza di rinascita alla Florida cestistica. Inoltre, sono arrivati da questa ultima fase del viaggio (offseason) altri preziosi aiutanti, pronti a dare fiato ai titolari e a mettersi in mostra per un posto in prima linea, nella franchigia che hanno promesso di onorare fino alla fine. Oltre a questi nuovi arrivi, tra i quali figurano i nomi di Kelly Olynyk e Mickey Jordan, ci sono stati importanti ed emozionanti ritorni, come Udonis Haslem e il ritrovato Justise Winslow.

 

In generale, possiamo dire che Erik Spoelstra tempo addietro imparò molto dai suoi errori e cominciò a proporre un gioco veloce, con pochi lunghi in campo e una pressione asfissiante. Il risultato non si vide subito, e l’ultima stagione fu un successo a metà: ma ora gli Heat sembrano aver appreso gli insegnamenti del loro coach, che dopo aver ritrovato la gioia di allenare farà di tutto per continuare sulla retta via. Quest’anno il team punterà molto sull’attacco in contropiede, sfruttando la velocità e la coralità della propria squadra nella manovra offensiva, che grazie al neo campione d’Europa, Goran Dragic, avrà una maggiore efficacia.

Recuperare il pallone e catapultarsi nella metà campo avversaria, sfruttando la velocità di Dragic: una delle soluzioni su cui gli Heat punteranno molto nell’arco della stagione.

A ricevere e giocarsi più palloni di tutti, sugli scarichi, quest’anno sarà di certo Dion Waiters, che dopo aver ritrovato la fiducia ha aumentato le sue cifre al tiro e anche in termini di plus/minus durante la partita. Whiteside sarà a dominare sotto le plance  come le stagioni precedenti, ma quest’anno dovrà esser più costante se vorrà aiutare i compagni: molto importante sarà il suo contributo a rimbalzo difensivo, in modo da spegnere le velleità avversarie e dare l’incipit alla ripartenza conseguente. Infine, a supportare la prima linea ci sarà un gruppo di giovane e promettenti ragazzi, scelti apposta per poter mantenere il ritmo alto e non subire blackout difensivi.

Per quanto riguarda la metà campo difensiva, gli Heat dovranno continuare a fare quello che hanno fatto nell’ultima seconda metà dell’annata passata, concedendo meno transizioni ai contendenti, affrontandoli a viso aperto per ostruire la costruzione della trama.

 

Quest’anno, quindi, la franchigia più calda della Florida dovrà far tesoro dei segreti trovati dai due eroi, e affrontare la regular season seguendo la dottrina, imparata e marchiata sulla loro pelle durante questo lungo ed incredibile viaggio, che oltre ai tanti imprevisti darà molte soddisfazioni.

 

 

 

 

 

 

 

Denver Nuggets: Sense8

Otto. Otto persone che sviluppano un legame telepatico, un’empatia di altissimo livello, una connessione psichica che li rende in grado di comunicare mentalmente tra loro e condividere abilità e conoscenze. L’avete già sentita? Sì, potrebbe essere la trama di Sense8, la cui cancellazione programmata da Netflix ha provocato le vibranti proteste dei fanche sono state ascoltate. 

Oppure potrebbe essere lo script dei Nuggets 2017/2018, con conclusione simile a quella appena citata se anche questa stagione dovesse essere avara di soddisfazioni per Denver.

Intendiamoci: Michael Malone non è uno stratega al livello delle sorelle Wachowski (Matrix) o Straczynski (Babylon 5), le menti dietro il successo di Sense8, ma ha tra le mani otto giocatori la cui chimica risulterà cruciale per le sorti dei Nuggets. Trattasi di, in ordine di ruolo, Jameer Nelson, Emmanuel Mudiay, Will Barton, Kenneth Faried, Wilson Chandler, Paul Millsap, Darrell Arthur e, ça va sans dire, Nikola Jokic.

Paul Millsap.

Due play, tre esterni con punti nelle mani, due ali versatili, un lungo interno, uno tiratore e il centro di cui è stato detto tanto da rendere superflue ulteriori presentazioni. Logico che il 5 serbo conti che la propria squadra si riveli una sorpresa. Meno logico che invece questo accada, perché (giova ricordarlo) Denver non gioca una gara di postseason dal 2013.

Quando fu allontanato George Karl, e non è un’ipotesi così peregrina pensare che sia allora, e non quest’estate con la partenza di Danilo Gallinari, che i Nuggets hanno perso il loro top player.  Non paia una provocazione fine a sé stessa, perché Denver nel 2004 tornò ai playoff dopo un decennio grazie a Carmelo Anthony, ma fu grazie all’arrivo l’anno successivo di Karl che si stabilizzò.  Il coach di scuola UNC è un personaggio che ha fatto e fa discutere, chiaro, ma la sua competenza mette tutti d’accordo. Prova ne sia la splendida stagione 2012/2013, con i Nuggets condotti al terzo posto in stagione regolare e poi usciti al primo turno contro i primi vagiti dei Golden State Warriors che ora tremare il mondo fan.  Denver negli anni ha perso fior di stelle (Camby, Miller, Martin, Iverson, Melo, Billups) ma è sempre arrivata in alto perché aveva uno sul pino che conosceva il gioco come pochi.

Perso Gallinari in favore dei Clippers, prima punta dell’attacco del Colorado quando era integro, ora i Nuggets per riagguantare i playoff devono fare fronte comune ed essere un cuore solo e un’anima sola.

Malone, non ce la si prenda a male, non è George Karl. È un coach preparato, si è abbeverato a fonti importanti (Don Chaney, Mike Brown, Mark Jackson) ma ha allenato da capo solo tre stagioni e spicci, a Sacramento ha ballato poco più di una stagione e a Denver non ha vinto più delle quaranta dell’anno passato. L’esperienza quindi non è il suo forte, e a meno che il front office dei Nuggets non decida di silurarlo a stagione in corso (è libero uno come Scott Skiles, per dire…) toccherà ai giocatori farsi carico di riportare i Nuggets a giocare a metà aprile.

Nelson dovrà tornare a colpire dal palleggio, Mudiay essere guizzante, Harris colpire da fuori e da dentro, Faried dare sostanza, Chandler prendere rimbalzi, Arthur aprirsi e Jokic creare. E dovranno essere tutti sulla stessa lunghezza d’onda.  Fondamentale sarà il ruolo di Millsap, su entrambe le metà campo: quando ci sarà da colpire l’avversario, l’ex Atlanta Hawks dovrà garantire opzioni dal post e giocare coi compagni molti pick and pop/roll; in difesa avrà il compito di sopperire le lacune del compagno di reparto, quel Jokic tanto fragile in ambito protezione ferro (e non solo). Con le sua esperienza e versatilità, il buon Paul può essere il trascinatore tecnico del team

I Nuggets, come i concittadini Broncos, sono a un giocatore top da diventare davvero una mina vagante e un pericolo per tutti quelli che non hanno scritto Warriors sul petto. Per il momento non c’è, ma non è detto non possa arrivare o rivelarsi tra quelli che sono già nel roster. I playoff sono possibili, il resto… si vedrà.

Detroit Pistons: Leftovers

E se un giorno ti svegliassi e gran parte di chi conosci fosse scomparso nel nulla? Come ti sentiresti? Sicuramente dapprima sconfortato, spaesato, stupito.

Poi però cercheresti delle risposte, vorresti capire l’accaduto. Un po’ come Kevin Garvey, il protagonista della serie TV Leftovers, che cerca di scoprire cosa sia accaduto nel mondo, quando scompaiono nel nulla oltre 140 milioni di persone, di cui oltre 100 suoi compaesani. C’è chi sostiene di trovarsi davanti ad un fenomeno mistico, il cosiddetto ‘Rapimento della Chiesa’; c’è chi invece sposa lo scetticismo più totale, sostenendo che nessuna profezia regge. Sta di fatto che nessuno, compreso Kevin, riesce a darsi pace, riesce a trovare una spiegazione logica a tale fenomeno. Senza però perdersi d’animo.

Devono essersi sentiti cosi i tifosi dei Detroit Pistons quando i giocatori con più talento sono scomparsi improvvisamente dalla città dei motori dopo anni di successi e trionfi, e questo da un giorno all’altro.

Avery Bradley - Detroit Pistons
Avery Bradley, nuova guardia dei Detroit Pistons.

Dopo una stagione disastrosa che li ha visti non partecipare ai playoffs, Stan Van Gundy dovrà cercare di ritrovare il gioco e la quadratura del cerchio scomparsi quasi misteriosamente. Cerchiamo di capire i Pistons che verranno: salutati Kentavious Caldwell-Pope e Marcus Morris, in estate i Pistons si ritrovano con una guardia di sicuro affidamento sia difensivo che offensivo come Avery Bradley, uno degli artefici della stupenda stagione dei Celtics culminata con l’arrivo alle Eastern Conference Finals. Il classe 1989 potrà aiutare a far crescere inoltre la scelta numero 12 di questo draft, Luke Kennard, sul quale la franchigia del Michigan ripone speranze di un’esplosione rapida, così da poter fronteggiare la questione rinnovo di Bradley con più opzioni sul tavolo a fine anno.

Il problema principale rimane però quello della costruzione del gioco: Reggie Jackson non ha dato garanzie lo scorso anno, e la mancanza di fluidità nella circolazione di palla, unita alla lentezza e alla prevedibilità della stessa, ha reso i Pistons una delle squadre col peggior attacco ad Est (ventiquattresimi nella graduatoria riguardante l’offensive rating). Per questo come backup nello spot di playmaker è stato firmato Langston Galloway, che potrà dare dalla panchina soluzioni diverse a quelle di Reggie. Se uniamo a questo anche le poche soluzioni dall’arco capiamo che la matassa per Van Gundy è davvero complicata da sbrogliare. Nella posizione di centro ci sarà ancora Andre Drummond, una macchina da doppia doppia di media ma fin troppo monodimensionale per la NBA che oggi si sta sviluppando, che trova difficoltà ad essere lasciato in campo nei momenti finali della partita perchè preda fin troppo facile dell’ Hack-a-Shaq (38.6% di realizzazioni dalla lunetta nella stagione passata).

Andre Drummond.

Tobias Harris, salvo clamorose sorprese, dovrebbe partire come sesto uomo, ruolo nel quale, nonostante la mediocrità della stagione passata del suo team, è spiccato per efficienza e continuità (16.1 punti di media per 31 minuti). La lineup sarà quasi sicuramente composta da Jackson, Bradley, Johnson, Leuer e Drummond, gruppo che sulla carta non è poi così male.

La parola chiave per i Pistons dev’essere ritrovarsi. L’aspettativa minima sarebbe quella di combattere per l’ottavo posto, anche per giustificare un salary cap stracolmo che non porta ai successi sperati nonostante la poca competitività ad Est. Stan Van Gundy deve essere come Kevin Garvey e riportare a Detroit l’entusiasmo e il gioco, scomparsi come gli abitanti di Mapleton ormai da troppo tempo.