Quintetti NBA, Klay Thompson snobbato: “5 finali non contano nulla? Meglio un altro titolo”

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La NBA ha annunciato i prime tre quintetti stagionali, tra presenze scontate, quelle dei tre candidati MVP James Harden, Giannis Antetokounmpo, e Paul George, conferme, prime volte – Nikola Jokic dei Denver Nuggets e Kemba Walker degli Charlotte Hornets – ed i consueti esclusi eccellenti, a partire da Bradley Beal degli Washington Wizards e dal 5 volte finalista NBA Klay Thompson.

Oltre che argomento di conversazione ad uso e consumo dei tifosi, ed a mezzo riconoscimento e di status “tra pari” tra i giocatori NBA, la nomina in uno dei primi quintetti stagionali ha anche dei risvolti concreti, economici, che regoleranno l’entità del prossimo contratto di alcuni dei giocatori inseriti, o snobbati.

L’inserimento in uno dei primi tre quintetti NBA, assieme alle convocazioni per l’All-Star Game e premi personali, è tra i criteri che possono far scattare per i giocatori l’eleggibilità ad alcuni bonus contrattuali, oltre che all’ormai famoso “supermax” contract (designated veteran contract extension).

Il nuovo contratto della star dei Minnesota Timberwolves Karl-Anthony Towns ad esempio – una rookie scale exception da 5 anni e 190 milioni di dollari complessivi siglata ad inizio stagione – avrebbe previsto per “KAT” un bonus di circa 32 milioni di dollari, bonus fallito con la mancata nomina di fine anno.

Klay Thompson, star dei Golden State Warriors che dal prossimo 30 maggio si giocheranno il terzo titolo NBA consecutivo, ed il quarto in cinque anni, guida per peso e prestigio la pattuglia degli snobbati. Anche nel caso di Thompson la mancata nomina costerà la possibilità di accedere alla “supermax extension”; in caso di rinnovo in estate con gli Warriors, il figlio di Mychal lascerà sul tavolo circa 30 milioni di dollari.

Non ci sono?” Così Klay Thompson commenta a caldo la mancata nomina “Va bene, rispetto per chi c’è ma significa allora che giocare cinque finali di fila non conta nulla. Voglio dire, per fare cinque finali di fila ti occorrono più di due All-NBA (Steph Curry e Kevin Durant, ndr) in squadra. Comunque, preferisco vincere un altro titolo piuttosto che fare uno dei primi tre quintetti“.

La grande stagione di Thompson e degli Warriors è valsa al prodotto di Washington State una nomina nel secondo quintetto difensivo NBA, una consolazione invero piuttosto magra per un giocatore che ritiene – e con titolo per farlo – di valere addirittura il premio di difensore dell’anno.

Se ritengo che ci siano così tante guardie miglior di me nella NBA? No“Prosegue Thompson “C’è un motivo se noi stiamo ancora giocando e gli altri no, comunque non voglio entrare in polemiche del genere

Tra le guardie premiate, Damian Lillard dei Portland Trail Blazers (secondo quintetto, conferma dopo il primo quintetto 2018), Kyrie Irving dei Boston Celtics, Russell Westbrook e Kemba walker, nominato nonostante la mancata qualificazione ai playoffs dei suoi Charlotte Hornets.

Warriors, DeMarcus Cousins giocherà nelle finali, tempi più lunghi per Kevin Durant

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Le condizioni degli infortunati DeMarcus Cousins e Kevin Durant sono state rivalutate nella giornata di giovedì, come annunciato dai Golden State Warriors via comunicato ufficiale.

Kevin Durant non ha ancora ripreso gli allenamenti con la squadra, sebbene il comunicato parli di “progressi concreti” nel percorso di recupero dallo stiramento al polpaccio destro accusato lo scorso 9 maggio durante la quinta gara dell semifinali di conference contro gli Houston Rockets.

DeMarcus Cousins ha invece ripreso gli allenamenti con i compagni proprio nella giornata odierna. Gli Warriors hanno annunciato inoltre che il ritorno in campo di Cousins durante le finali NBA è “molto probabile“.

Tempi più lunghi per Kevin Durant, che sarà costretto a saltare l’inizio della serie di finale. I Golden State Warriors attendono la vincente della serie tra Toronto Raptors e Milwaukee Bucks per conoscere il prossimo avversario, gli uomini di coach Steve Kerr giocheranno a partire dal prossimo 30 di maggio per il terzo titolo NBA consecutivo, ed il quarto in cinque anni.

 

Golden State Warriors alle Finals: continua il dominio. Obbiettivo three-peat

Golden State Warriors

Le NBA Finals ci hanno sempre regalato tante emozioni, dalla prima storica finale tra i Chicago Stags e i Philadelphia Warriors disputata nel 1947 fino ad arrivare ai giorni nostri. Nel corso degli anni varie squadre si sono date battaglia per il titolo, alternandosi in più occasioni sul trono. Alcune squadre invece sono riuscite a creare delle vere e proprie dinastie per apparizione e vittorie nelle Finals, come ad esempio i Golden State Warriors. Se escludiamo le dieci finali disputate dai Boston Celtics tra il 1957 e il 1966, i Warriors vantano la striscia più lunga di apparizione consecutive all’ultimo atto, ben cinque (tra il 2015 e il 2019). Un vero e proprio dominio.

Ora l’obiettivo è centrare lo storico three-peat. Solo altre quattro squadre sono riuscite a centrarlo. Il risultato permetterebbe alla franchigia della Baia di entrare definitivamente nell’Olimpo della NBA.

GOLDEN STATE WARRIORS: LE CHIAVI DEI SUCCESSI

Andre Iguodala, Draymond Green e Stephen Curry.

Le chiavi dei successi di Golden State sono molteplici: dallo strapotere offensivo, alla difesa diretta magistralmente. Steve Kerr è riuscito ad equilibrare un gruppo di grande carattere e grandi individualità rendendola una squadra vincente. Il leader tecnico della squadra è sicuramente Stephen Curry: definirlo uno dei migliori tiratori della lega è riduttivo, è un giocatore completo che può segnare in qualsiasi maniera. Insieme a Klay Thompson formano una delle coppie di guardie più forti della storia NBA. A completare il quadro offensivo c’è Kevin Durant, il secondo migliore giocatore in circolazione per mezzi fisici e talento, prima del infortunio stava viaggiando a 34.2 punti, 5.2 rimbalzi e 4.9 assist con il 51.3% dal campo. Il pilastro vero dei successi di Golden State è la difesa: diretta da uno dei giocatori più intelligenti visti su u campo da basket ovvero Draymond Green e dal veterano Andre Iguodala, vincitore del titolo di MVP nelle finali del 2015.

Una difesa granitica e un attacco semplicemente mostruoso ha permesso ai Warriors di vincere tre delle quattro finali disputate. Una piccola macchia data dalla troppa fiducia è la sconfitta contro i Cavaliers di LeBron James e Kyrie Irving con la serie nelle loro mani per 3-1. Golden State si è qualificata per la quinta finale consecutiva, ed ora attende la vincente tra Milwaukee Bucks e Toronto Raptors.

DINASTIE A CONFRONTO

Solo LeBron James, grazie alla clamorosa rimonta alle Finals 2016, ha interrotto il dominio dei Golden State Warriors.

I Golden State Warriors sono uno dei team più vincenti di sempre, ma in passato ci sono state altre squadre che hanno creato delle vere e proprie dinastie. Oltre i già citati Boston Celtics con le dieci finali consecutive e i diciassette titoli vinti, ci sono i Los Angeles Lakers. la squadra della California ha ben distribuito i suoi sedici titoli dimostrandosi una delle squadre più continue della storia. Dal primo successo nel 1949 (quando la franchigia aveva la base a Minneapolis), ai vari successi di Magic Johnson e Kareem Abdul-Jabbar, fino ai cinque titoli vinti dalla leggenda Kobe Bryant. Durante l’egemonia dei Lakers sono riusciti ad inserirsi i San Antonio Spurs. Guidati dal più enigmatico degli allenatori NBA: Gregg Popovich e dal talento di Tim Duncan ( tre volte MVP) sono riusciti a vincere quattro titoli tra il 1999 e il 2007. Impossibile dimenticare i Chicago Bulls tra il 1991 e il 1998,  che è stata sei volte in finale vincendole tutte, con  Michael Jordan MVP assoluto, Scottie Pippen secondo violino e Dennis Rodman leader difensivo.

In ultimo, ma non meno important,e le otto finali consecutive giocate da LeBron James, l prime quattro con la casacca dei Miami Heat (vincendone due) e le altre quattro nella seconda avventura ai Cleveland Cavaliers riuscendo a vincere un titolo proprio nell’era Golden State. Le dinastie nascono dal nulla e possono finire all’improvviso, ma quello che hanno fatto i Golden State Warriors e i loro predecessori resterà per sempre nella storia della NBA.

Warriors-Trail Blazers, le pagelle della serie: Curry domina. Lillard delude

Warriors-Trail Blazers.

Nonostante ci abbiano provato con tutte le forze, i Portland Trail Blazers non sono riusciti a prolungare la serie contro i Golden State Warriors oltre gara 4. La franchigia della Baia (nonostante le assenze di KD, DeMarcus Cousins e di Andre Iguodala nell’ultimo match) esce dalla serie senza neanche una sconfitta e con un Stephen Curry pienamente ritrovato. Ora, ai ragazzi di Steve Kerr,  tocca aspettare almeno altre due gare prima di sapere il nome dell’avversaria che si ritroveranno ad affrontare alle Finals. Nel frattempo diamo i voti ai protagonisti della Finale della Western Conference, Warriors-Trail Blazers.

 

WARRIORS-TRAIL BLAZERS: LE PAGELLE DEI VINCITORI

Stephen Curry, voto 9: nelle due serie contro i Clippers e i Rockets non si è visto il solito Steph, molto sotto tono. In tanti dicevano che questi erano addirittura i peggiori playoff della sua carriera. Però, dall‘infortunio di Durant, il playmaker nativo dell’Ohio si è ripreso in mano l’attacco dei Warriors ed è tornato a realizzare prestazione con 9/10 triple realizzate. Per il numero 30 della franchigia di Oakland 36.5 punti, 7.5 rimbalzi e 7.2 assist di media nei 4 match, tirando con il 42.7% da oltre l’arco. Il messaggio del figlio di Dell è chiaro: “Kevin ai Blazers ci penso io, tu pensa a recuperare per le Finals“. MVP della sfida.

Klay Thompson, voto 7.5: la sua fase difensiva, soprattutto su CJ McCollum, è qualcosa da far studiare nelle scuola di basket. A dimostrazione di ciò ci sono le 2 palle recuperate di media a partita e il calo delle percentuali al tiro degli avversari (soprattutto da oltre la linea dei 3 punti). In attacco molto bene nelle prime due gare, mentre scendono di qualità le prestazioni nelle ultime due a livello offensivo. Però il rendimento complessivo degli Splash Brothers è di assoluto livello. Klay è il classico giocatore che, anche se non in giornata, vuoi sempre dalla tua parte e mai in quella opposta. Difesa e solidità.

Andre Iguodala, voto 7: sl basket non è solo attacco e l’importanza dell’Iggy per i Warriors è lampante. Il numero 9 della franchigia della Baia è il vero collante di questa squadra, l’uomo giusto per combinare i tanti talenti che ci sono nel roster dei Warriors. Anche in questa serie, contro il team dell’Oregon la sua presenza sotto canestro, la sua qualità nel gioco sporco e la sua esperienza nei playoff; hanno dato quel qualcosa in più alla franchigia di Steve Kerr. Ha saltato gara 4 per precauzione, dopo un problema accusato nella sfida precedente. Il veterano che tutti vorrebbero.

Draymond Green, voto 8.5: se volessimo esser superficiali basterebbe vedere le sue stats per dare il giudizio giusto (16.5 punti, 16.5 rimbalzi, 8.7 assist, 2.2 palle recuperate e 2.7 stoppate). Ma se si analizza la partita sotto tutti i punti di vista è stato semplicemente perfetto. L’orso ballerino, in questi playoff, ci sta facendo vedere una fase difensiva incredibile, un dominio assoluto sotto il suo canestro e giocate di un’intelligenza impressionante. Green è il cuore pulsante di questi Golden State Warriors. Coach, compagni e front office lo sanno bene. Green è la più chiara dimostrazione che per essere una stella non serve per forza metterne 30 a notte. Agonismo allo stato puro.

Kevon Looney, voto 6.5: il nativo del Wisconsin ha iniziato tutti e 4 i match seduto in panchina, ma il suo apporto è stato essenziale per il passaggio del turno, soprattutto in gara 2 e 4. La sua capacità di saper difendere sia sui lunghi che sui piccoli lo rende uno dei giocatori fondamentali quando c’è da difendere il vantaggio. Non a caso spesso presente nei finali di partita contro i Blazers. Dalla panchina con furore.

Jordan Bell, voto 6: a sorpresa l’uomo in più importante in uscita dalla panchina si rivela esser Jordan Bell. Il nativo di Los Angeles, dopo una buona gara 2 chiusa con 11 punti, 3 rimbalzi e 2 stoppate in 14 minuti, si prende anche il ruolo di centro titolare nelle due partite disputate nell’Oregon. Il ragazzo ha mostrato esplosività e voglia di giocare, per coach Steve Kerr la speranza è che sia l’inizio della sua crescita e non un serie isolata. Il giocatore che non ti aspetti.

Panchina, voto 6: molto meglio di quanto fatto vedere (o meglio non fatto vedere) contro i Rockets, dove la panchina era stato il tallone d’Achille dei Warriors. Kerr si ricorda di avere Jonas Jerebko a disposizione e il giocatore lo premia con solide prestazioni. Shaun Livingston fa vedere sprazzi del giocatore che era, ma il tempo sta scorrendo inesorabile per lui. Mentre rispondono presenti Quin Cook e Alfonzo McKinnie, con il primo più costante, mentre secondo si esalta soprattutto in gara 4. Menzione d’onoro per Andrew Bougut, arrivato a stagione in corso dall’Australia, solo per menare, far legna, spendere falli nei momenti giusti e (se è possibile) prendere qualche rimbalzo. Missione compiuta. Finlmente ci si rivede.

LE PAGELLE DI LILLARD & CO.

Damian Lillard, voto 5: Lillard, all’inizio dei playoff, si portava dietro la nomea di giocatore che spariva in postseason. Nelle prime due serie (soprattutto la prima) ha zittito gli scettici, ma contro i Warriors ha sofferto troppo il maggior tasso tecnico dei campioni in carica. Contro Curry e compagni, Damian, ha diminuito nettamente le prestazioni, punteggi e percentuali al tiro. In gara 2 e in gara 4 è riuscito ad esprimersi meglio rispetto alle altre due partite, e non a caso i Blazers hanno perso queste due gare rispettivamente di 3 e 2 punti. Non incisivo nel momento più importante.

CJ McCollum, voto 5.5: anche per lui vale lo stesso discorso che vale per il compagno di reparto, sono i due leader e l’esser usciti senza neanche aver realizzato neanche una vittoria pesa sul voto. CJ ha dannatamente sofferto l’asfissiante fase difensiva di Klay, che solo in gara 4 gli ha concesso un minimo di respiro (non a caso è la partita in cui ha le migliori percentuali al tiro). Però, nonostante tutto, da lui era lecito aspettarsi di più perché ha dimostrato di poter essere competitivo anche in mezzo ai grandi. Bene, ma non benissimo.

Maurice Harkless, voto 5.5: nei primi tre match è stato molto utilizzato (soprattutto in gara 1 con 30 minuti in campo) rasentando la sufficienza, ma nella seconda partita in casa si è spento troppo presto e coach Terry Stotts se ne è accorto subito, lasciandolo in panchina più del normale (nonostante i 2 supplementari). Mi è stato tra i più costanti al tiro dei suoi, ha lottato molto con avversari scomodi come Iguodala, Green, Looney… riuscendo a realizzare 5 stoppate complessive e 4 palle recuperate. Al di la dei numeri meglio del compagno e amico Amuinu, ma poteva fare di meglio. Almeno ci ha provato.

Al-Farouq Aminu, voto 4.5: l’ala non è riuscita a confermare i discreti playoff disputati fino ad ora. Aminu non è mai riuscito ad entrare nella serie vedendo diminuire i suoi minuti in campo nell’arco della serie. Poco da dire poco da commentare, ha inciso molto meno dei panchinari. Condivide con Kanter la palma del peggiore della serie. Rimandato.

Enes Kanter, voto 4: il turco, ad differenza dell’ex Clippers, ha l’aggravante di non aver avuto un centro di ruolo (e/o del suo spessore) contro. I Warriors, infatti, hanno alternato come 5 Bogut, Bell, addirittura Jones ha avuto minuti, ma nemmeno contro di loro Enes è riuscito ha fare la differenza. Kanter era riuscito a sopperire meglio del previsto all’assenza di pilastro dei Blazers come Jusuf Nurkic, nonostante avesse dovuto affrontare centri impostato e più forti come Adams e Jokic. Ma contro i Warriors non ha mai trovato la quadra, risultando dannoso in entrambe le fasi. Anche sotto canestro poco presente, solo 28 rimbalzi recuperati, di cui ben 16 in gara 1. Forse ha risentito del problema accusato nella serie contro i Nuggets, ma non basta come giustificazione. Dominato.

Roodney Hood, voto 4.5: lui che era stato l’eroe della partita contro i Nuggets finita al quarto overtime, contro i Warriors fa il passo falso proprio nell’unica partita andata oltre i 48 minuti. Nelle prime due partite aveva fatto il suo, niente di più, niente di meno. In gara 3 e 4 è uscito male dalla panchina ed è diventato nullo. Nell’ultimo match, l’ex Jazz, ha realizzato un pesantissimo 1 su 6 da 3 punti e 3 su 11 dal campo. In netto calo.

Panchina, voto 5.5: forse la parte più positiva della serie per i Blazers. Male in gara 1 (solo Hood ha portato qualcosa), però nelle tre gare successive c’è sempre stato un altro giocatore in uscita dalla panca ha portare punti e presenza alla causa della franchigia dell’Oregon. Nella seconda notte all’Oracle Arena è stato il fratellino di Steph, Seth Curry, a mettersi in luce con 16 punti e 4 palle rubate, tirando 4/7 da oltre il perimetro. In gara 3 è toccato a Evan Turner provare a dare una mano ai due capitani con 12 punti in 17 minuti. Per finire, nell’ultima e decisiva sfida, è toccato al Leonard Show (il quale aveva aveva già messe 16 nella precedente). Meyers ha messo ben 30 punti, 12 rimbalzi, 3 assist e 1 stoppata in 40 minuti, tirando con il 63% da oltre l’arco e 75% dal campo. Leonard (per me anche da 6 in pagella) forse è stato messo in campo troppo tardi da coach Terry Stotts. Inefficaci.

 

Warriors-Blazers, Steph Curry di nuovo letale dopo le secche di Houston

warriors blazers

Al netto del diverso peso, dell’abisso di esperienza e chilometraggio a certi livelli che separava alla vigilia della prima palla a due della serie i Golden State Warriors ed i Portland Trail Blazers, le finali della Western Conference 2019 hanno dimostrato quanto poco una squadra “canonica” come i Blazers di Terry Stotts possa contro una squadra di atipici, campioni ma atipici come Steph Curry e compagni.

Dopo le prime due partite della serie avevamo brevemente analizzato quanto fosse ampio il divario di esperienza tra le due squadre: i Golden State Warriors non hanno mai vacillato contro dei Trail Blazers sempre al massimo della concentrazione, quella tensione che pretende quantità inusitate di energia e 48 minuti giocati su di un filo sottilissimo.

Ad ogni fisiologico calo d’intensità di Portland è corrisposta in questa serie la spallata decisiva – una per partita – dei bi-campioni NBA in carica. La fiducia dei tre All-Star “superstiti”, e la consapevolezza di poter disporre a piacimento di avversari inferiori hanno fatto il resto.

Come riportato da ESPN, i Blazers sono diventati l’unica squadra nella storia dei playoffs NBA a perdere tre partite nella stessa serie dopo aver condotto per almeno 15 punti in ciascuna di queste. In gara 4, gli Warriors hanno rimontato uno svantaggio di 17 punti e vinto ai tempi supplementari.

La difesa dei Portland Trail Blazers è stata smontata pezzo per pezzo dall’impossibilità di marcare i giochi a due che coinvolgessero Curry e Draymond Green. La poca abitudine dei Blazers ai cambi difensivi (Terry Stotts non ha mai amato tale tipo di approccio difensivo) ha sortito effetti nefasti (ergo, un mare di tiri da tre punti non contestati):

Com’è possibile, dopo 3 partite, subire un canestro del genere? Lillard e Aminu non si capiscono, entrambi inseguono il taglio forte di McKinnie e lasciano libero… Steph Curry!

Al termine di una sfida tra pesi massimi, quella contro gli acerrimi rivali Houston Rockets, Steve Kerr aveva parlato dei suoi prossimi avversari e del duo di Portland Damian Lillard-C.J. McCollum: “Due giocatori che preferirei guardare, piuttosto che doverli marcare“. Rispetto per una squadra tosta come i Blazers, ma consapevolezza di affrontare una sfida molto meno complicata di quella appena vinta.

WARRIORS-BLAZERS: UN CURRY RIPOSATO È UN CURRY PRODUTTIVO

Steph Curry ha chiuso la sua serie di finale di conference a 36.5 punti di media, con il 47.1% al tiro ed il 42.5% al tiro da tre punti… su 15.3 tentativi a partita. Oltre metà dei suoi punti sono arrivati da dietro l’arco (19.5 a partita), un miglioramento di 10 punti netti rispetto ai 9.3 della serie precedente, quella contro i Rockets (su 11.3 i tentativi a partita).

L’assenza di Kevin Durant spiega naturalmente la mole di possessi e tiri a disposizione (+5), su due serie giocate a ritmi pressoché identici (99.4 contro 98.07 di pace) per Steph. L’attacco degli Warriors è passato quasi esclusivamente dalle mani di Curry e di un fantastico Draymond Green, (7.3 assist a partita in quattro gare per il figlio di Dell Curry).

Uno Stephen Curry leggero come una piuma ha viaggiato inoltre a 8.3 rimbalzi a partita. L’assenza forzata di Kevin Durant ha per un attimo riconsegnato al mondo dei canestri il Curry due volte MVP, quello che “fa le finte a 8 metri dal canestro e la gente salta”, come spiegò con estrema chiarezza un Flavio Tranquillo di qualche anno fa.

Relocation: Lillard si rilassa a metà del taglio di Curry, che prosegue mentre Jacob Evans (!) serve Green. Ricezione, piedi a posto, finta su un Damian Lillard passivo e 3 punti

Quello dei tagli “random”, della relocation che nessuno a parte lui pare in grado di mettere in pratica tra i pariruolo, nonostante l’apparente semplicità (seriamente, fate caso a quanto le altre grandi point guard NBA, Lillard, Kyrie Irving, John Wall, Kemba Walker, Kyle Lowry, tendano a restare immobili o quasi, braccia lungo i fianchi, dopo essersi disfati del pallone).

Niente Kevin Durant significa dunque per Curry praterie a disposizione dove correre libero. La presenza di un playmaker aggiunto come Green e di una minaccia totale come Klay Thompson in campo facilitano le cose, l’impossibilità di inseguirlo sul pick and roll centrale, pena un facile assist per Green, maestro delle letture veloci, dei pocket pass e dei passaggi back-door ha aperto per Steph tiri fin troppo semplici per uno come lui.

Curry guida la transizione, cede a Draymond “Arvydas Sabonis” Green, McCollum e Meyers Leonard si precipitano terrorizzati contro Steph, Kevon Looney appoggia 2 punti facili

La libertà di movimento è tutto. Ma la freschezza? Che fine ha fatto lo Steph Curry “mattonaro” della serie di semifinale contro gli Houston Rockets? Le condizioni fisiche sono le stesse, il dito lussato è sempre lì e rimarrà lussato fino all’ultimo secondo delle finali NBA. Le caviglie di Curry sono sempre in fiamme, anche se non sembra.

I canonici (ergo, prevedibili) Portland Trail Blazers di cui sopra, sia per motivi tattici che per giocatori a disposizione, non hanno potuto nemmeno tentare di mettere in scena un’imitazione del trattamento difensivo che gli Houston Rockets hanno riservato nelle ultime due stagioni a Steph Curry.

Contro i Rockets, Stephen Curry è sempre stato costretto a marcare uno tra James Harden (in emergenza), Chris Paul (di norma), o Eric Gordon. Tre bulldozer, ed un attacco disposto a perdere secondi preziosi pur di forzare un isolamento (e che isolamento) sistematico con l’uomo di Curry.

Un lavoro difensivo immane per Steph, tosto fisicamente ma leggero. Contro i Blazers, un Curry abituato ad un trattamento simile non ha potuto che trarre giovamento da un attacco – quello di coach Stotts – incentrato sull’esecuzione a metà campo, sui pick and roll di Lillard (molto meno efficaci senza il roller di fiducia Jusuf Nurkic) e su principi di motion offense – e  molto meno perfido nello sfruttare i vantaggi ed i mismatch, al contrario dei Rockets.

Dopo gara 1, Steve Kerr ha definitivamente dirottato Curry sull’esterno meno pericoloso appena possibile (il fratello Seth, Evan Turner), togliendolo dalla marcatura di Lillard e “nascondendolo” su Moe Harkless. Klay Thompson è stato l’uomo speciale per Damian Lillard.

Steph Curry dirottato su Moe Harkless: il #30 degli Warriors non guarda nemmeno il suo avversario, che gli passa alle spalle e segna dopo rimbalzo offensivo

Nel quarto periodo ed in piena siccità offensiva, Portland non sfrutta il mismatch Curry-Turner: Steph accoppiato con ET in transizione ed in difficoltà, Leonard non azzarda il passaggio facile e serve Lillard, che segna da 8 metri

WARRIORS-BLAZERS, STEPH CURRY UN REBUS INSOLUBILE

I Trail Blazers non hanno saputo sfruttare quasi per nulla i piccoli vantaggi che le deficienze difensive di Curry rendono esplorabili, a causa della scarsa pericolosità offensiva degli Harkless, Turner, Seth Curry (appena superiore).

Dopo le prime due partite della serie, Doc Rivers mise sulle piste di Curry il veloce Landry Shamet e le braccia infinite di Shai Gilgeous-Alexander, riuscendo a limitare Steph a soli 20 punti a partita nelle restanti quattro gare.

Coach Stotts ha spesso invece impiegato Damian Lillard su Steph Curry, e Seth (autore di due-tre recuperi tutti orgoglio sul fratello maggiore) nei pochi minuti concessi all’ex giocatore dei Dallas Mavericks.

Steph Curry ha punito con regolarità – e con estrema facilità –  i Blazers su ogni situazione di pick and roll, riacquistando fiducia nel suo tiro minuto dopo minuto dopo le secche della serie contro gli Houston Rockets, rispolverando le “care vecchie” triple da distanza siderale (di cui una – incredibile – a fine terzo periodo di gara 4, raccogliendo il palleggio con una “scucchiaiata” di mano sinistra e tirando in controtempo sul povero Meyers Leonard per lanciare la rimonta Warriors), e trasformando la finale di conference dei Portland Trail Blazers in un rebus insolubile.

Estasi Warriors, ancora Finals! Curry e Green in coro: “Consapevoli di noi stessi”

Warriors-Trail Blazers.

Aria estatica nella Baia di San Francisco. I Golden State Warriors, forti di una super prestazione di Steph Curry e Draymond Green, liquidano la questione Portland Trail Blazers nella quarta gara della serie. La squadra di Coach Steve Kerr ha superato gli avversari per 119-117 dopo un supplementare, sul loro parquet. Western Conference archiviata, ora la compagine di Oakland avrà 10 giorni di pausa prima dell’inizio delle Finals. Per Curry e compagni si tratta della quinta partecipazione di fila, i primi a riuscirci dopo i Boston Celtics, che ne giocarono 10 tra il 1957 e il 1966.

Dopo il primato di Finals consecutive in tempi moderni, Golden State fa registrare un altro record nella partita valsa l’eliminazione di Portland. Steph Curry e Draymond Green sono stati infatti la prima coppia nella storia dei playoff a far registrare due triple doppie. Curry ha chiuso con 37 punti, 12 rimbalzi e 11 assist, mentre Green con 18, 14 e 11. Il numero 30 ha giocato ben 47 minuti, mentre il 23 si è fermato a 43. Contribuisce anche Klay Thompson, che in 46 minuti segna 17 punti nonostante la serata no al tiro (3/10 da tre). Fondamentale, invece, dalla panchina, Kevon Looney: 12 punti, 14 rimbalzi e tanta energia.

Il traguardo degli Warriors acquisisce ancora più valore se si pensa che Curry, Green e compagni l’abbiano raggiunto privati di pezzi fondamentali della rotazione. In questa gara 4 hanno dovuto fare a meno di Andre Iguodala, Kevin Durant e DeMarcus Cousins. Jordan Bell e Alfonzo McKinnie, che a inizio playoff probabilmente non si aspettavano nemmeno di giocare, sono partiti in quintetto. Situazione di emergenza che è servita a Steph Curry per ricordare al mondo delle sue abilità di leader e di marcatore, e a Draymond Green per elevarsi, responsabilizzarsi e giocare il miglior basket della sua carriera.

L’esterno ha viaggiato, in questa serie, a 37 minuti giocati, 16.5 punti, 11.8 rimbalzi, 8.8 assist, 2.8 stoppate e 2.3 rubate a partita. Incredibilmente leader.

Curry e Green: “Warriors consapevoli di se stessi”

Il gruppo centrale della squadra di Oakland ha lottato e conquistato, insieme, le ultime 5 Finals NBA. Insieme ne hanno viste davvero di ogni tipo, e ora, raggiunto questo traguardo, è il momento di guardarsi indietro ed essere orgogliosi di se stessi. Come riporta Nick Friedell, per ESPN, i detentori di 3 degli ultimi 4 anelli hanno commentato il tutto così.

Per Draymond Green:

“Semplicemente siamo consapevoli di cosa siamo capaci da entrambi i lati del campo. Non ci tiriamo mai indietro, è semplicemente il nostro modo di pensare. (…) Le 5 finali di fila? E’ speciale! I primi dopo Boston! Abbiamo avuto i nostri momenti, le nostre montagne da scalare, non è stato mica tutto rose e fiori. Ma, per questo gruppo, rimanere insieme e raggiungere l’impensabile, è davvero speciale. Comunque, l’obiettivo non è solo arrivarci alle Finals, ma vincerle!”

Steph Curry ha rimarcato il concetto:

“Siamo già stati in questa situazione. Ne abbiamo vissute di tutti i tipi, qualsiasi cosa tu possa immaginare. Abbiamo fatto affidamento su quello. (…) Comunque, sebbene siamo stati qui già molte volte, non diamo nulla per scontato. Sappiamo quanto sia difficile vincere a questo livello, anche se in vantaggio per 3-0.”

Infine, Coach Steve Kerr ha lodato i suoi ragazzi, con i quali ha condiviso tutti questi anni di successo:

“Spero che questo traguardo non passi inosservato. Insomma, se non ci era riuscito nessuno dagli anni ’60 ci sarà un motivo: è molto, molto difficile. Davvero non posso dire abbastanza sulla fame di vittoria e la cultura vincente che questi ragazzi hanno costruito qui negli ultimi anni. Insomma, anche giocare con tutti questi problemi di infortuni. Stare senza Kevin Durant in queste ultime 5 partite ci ha messi in una situazione molto complicata, ma tutti si sono fatti avanti e siamo riusciti a trionfare.”

Risonanza magnetica pulita per Iguodala, solo in dubbio per gara 4

Dopo pochi minuti di gioco in gara 3, Andre Iguodala era dovuto rientrare negli spogliatoi per un fastidio fisico. In seguito era rientrato in campo, per abbandonare l’incontro definitivamente nel terzo quarto. Tra i Golden State Warriors si era parlato di un problema al polpaccio sinistro, di incerta entità. La squadra era infatti in attesa di una risonanza magnetica per fare chiarezza sulla situazione.

Nella nottata appena passata il giocatore si è sottoposto al controllo, che ha avuto l’esito sperato. Come riportato da Nick Friedell, per ESPN, Iguodala non ha problemi gravi di nessun tipo, e già per gara 4 di questa notte sarà registrato dagli Warriors come “questionable” (in dubbio).

Qualora l’MVP delle Finali 2015 non riuscisse a recuperare, aumenterebbero ancora i minuti concessi ai giocatori delle panchina di Golden State. Oltre a Iguodala, Coach Steve Kerr dovrà, infatti, fare ancora a meno dei due infortunati a più lunga degenza: DeMarcus Cousins e Kevin Durant.

Su tutti i giocatori pescati da Kerr a causa dei tanti infortuni, tre stanno facendo particolarmente bene: Alfonzo McKinnie, Jonas Jerebko e Jordan Bell. Di loro ha aveva parlato anche Steph Curry:

“Gli infortuni fanno parte del gioco. Noi abbiamo diversi giocatori che però possono farsi avanti in questa situazione. Penso ad Alfonzo, JB e Jordan. Loro hanno giocato bene nell’ultima partita (Gara 3, ndr) e possono continuare a giocare un basket solido anche con qualche minuto in più. Noi ci adatteremo. Gara 4 è un’opportunità importante per assicurarci già le Finals e qualche giorno in più per riposare, tornare in salute e recuperare i ragazzi ancora out per infortunio.”

Rumors Golden State: KD infelice, Knicks pronti a trattare?

warriors-thunder

Nonostante la netta vittoria di stanotte di Golden State sui Blazers, continua a tenere banco la questione riguardante il futuro di Kevin Durant, che diventerà free agent la prossima estate. In particolare, stando a diverse voci vicine all’ambiente degli Warriors, il numero 35 sarebbe in conflitto con l’allenatore Steve Kerr, fattore che faciliterebbe così il suo addio alla Baia.

I DETTAGLI DELLA VICENDA IN CASA GOLDEN STATE

Il numero 35 in compagnia dell’ex giocatore dei Bulls ai tempi di Michael Jordan.

Nello specifico, l’ex star dei Thunder non sarebbe soddisfatto della sua importanza all’interno dei roster dei “Dubs”. Secondo Steve Popper di NewsDay, infatti, KD si sarebbe lamentato di non essere il fulcro del team, ruolo che invece spetta a Stephen Curry.

Un dirigente del front office ha riferito che Durant non è contento di come Kerr lo pungoli di solito. Il giocatore ha la sensazione che la franchigia punti esclusivamente su Curry, indipendentemente dal tipo di prestazioni

Il classe 1988 Durant è stato in questa stagione indiscutibilmente il miglior giocatore dei Golden State Warriors, come dimostrano anche le sue statistiche sinora raccolte.

  • 26 punti
  • 6,4 rimbalzi
  • 5,9 assist
  • 52,1 FG%
  • 35,3 3P%

Malgrado ciò, è altresi evidente come il leader autentico della squadra californiana sia il già citato Stephen Curry, e tale aspetto è emerso anche in maniera lampante nelle finali di Conference ancora in corso contro Portland.

Curry, nelle ultime partite, ha preso in mano la squadra, guidandola con facilità inaspettata al 3-0 nella serie. Tutto questo porterebbe così Durant ad optare per l’addio alla franchigia che lo ha accolto nel 2016, e le piazze pronte ad accoglierlo sicuramente non mancano. Tra queste sicuramente spiccano i New York Knicks, i quali sembrerebbero addirittura in procinto di raggiungere un accordo con l’MVP 2014.

TRATTATIVA NEW YORK KNICKS CON KD? LE ULTIME

L’ex OKC in azione contro Dotson in un Golden State-NYK.

Con riferimento al già citato Steve Popper, sussistono delle speculazioni su un possibile incontro tra i membri del front office della franchigia newyorchese e il numero 35 degli Warriors,  attualmente ai box a causa di un infortunio rimediato nella serie contro i Rockets.

Per il momento sono solo congetture, ma crescono le voci su un accordo già raggiunto tra le due parti. La questione è importante dato che riguarda il marcatore principale della squadra più forte della NBA

Ai Knicks, dunque, si lavora per una campagna estiva davvero imponente, in grado di risollevare gli animi di un’ambiente deluso dagli ultimi anni avari di soddisfazioni. Oltre alla star di Golden State, infatti, il team della Grande Mela mirerebbe ad acquisire anche Kyrie Irving, ormai prossimo all’addio con i Boston Celtics e nel mirino dei Los Angeles Lakers.

Aldilà di questo, in ogni caso, la situazione appare più che mai incerta e priva di una conclusione repentina. La fine della post-season e l’inizio della free agency porteranno con sé risposte definitive sulla vicenda.

Draymond Green è il motore degli Warriors, quinta finale NBA ad un passo, Kerr: “Dray devastante”

draymond green

Sarà la dieta, sarà la responsabilità di sostituire Kevin Durant, sarà il campo libero proprio della presenza di Kevin Durant, sarà la… coda di paglia per quell’incidente di novembre.

Sta di fatto che i playoffs 2019 saranno ricordati probabilmente come il momento più alto della carriera di Draymond Green, voce, anima difensiva e leader dei Golden State Warriors involatisi verso la quinta finale NBA consecutiva.

Warriors vincenti ed implacabili in gara 3 delle finali della Western Conference contro i Portland Trail Blazers, e guidati da un Green da 20 punti, 13 rimbalzi, 12 assist e 4 recuperi in 38 minuti d’impiego.


Una prova sontuosa del difensore dell’anno 2017, che nel primo tempo predica calma in campo e negli “huddle” di squadra durante i time-out, mentre Meyers Leonard mette a dura prova la difesa dei suoi Warriors, e che nel terzo quarto ispira la rimonta dei bi-campioni con una serie impressionante di rimbalzi, transizioni veloci e assist per tutti.

Quasi senza parole coach Steve Kerr nel descrivere un Draymond Green maturo come non mai, che in 3 partite di finale sta viaggiando a 16 punti, 11 rimbalzi, 8 assist, 3 stoppate, 2 recuperi a gara, con un ottimo 54.1% al tiro ed una “calma olimpica” raramente osservata nel prodotto dell’università di Michigan.

Non so davvero cosa dire di più di Green, oggi è stato devastante per noi, in campo ha travolto tutto quello che gli si è parato davanti. Ha giocato ad un ritmo incredibile, senza dare l’impressione di stancarsi mai… una delle migliori partite in carriera di Draymond Green, per quanto mi riguarda

I Golden State Warriors rimontano in soli 6 minuti di gioco nel terzo quarto uno svantaggio di 13 punti (66-53 proprio dopo un canestro sulla sirena di metà partita di Green), condotti da Green sempre in grado di lanciare – e spesso di finire – la letale transizione offensiva Warriors direttamente dopo il rimbalzo difensivo.

Un “film” già visto tante volte in casa Golden State, non ultima in gara 2 della serie.

Se guardiamo alle sue statistiche” Così Klay Thompson sul suo compagno di squadra “… 4 recuperi, +16 di plus\minus, Dray (Green, ndr) è sempre lo stesso, lo vedo fare queste cose da 7 anni ormai, è il nostro motore, sono davvero orgoglioso di lui“.

L’assenza di Kevin Durant e la comprensibile usura che in alcuni momenti dell’attuale post-season ha influenzato le prestazioni di Steph Curry hanno responsabilizzato il più giovane Draymond Green, capace di contenere le sue emozioni in campo ed incanalarle nel suo gioco:

I falli tecnici? Credo che le mie ‘scenate’ aiutino i miei compagni a trovare energia” Così Green nel post gara “Ora cerco di scegliere i momenti della partita. Posso prendere un fallo tecnico ogni tanto, ma è una cosa calcolata: ‘OK, c’è bisogno di un’iniezione di energia, eccola qui’

Non è sempre stato così, e certe volte esagero e questo non è mai un bene per la squadra. Ho cercato di rimanere più concentrato, ci ho riflettuto ed ho capito che ero arrivato ad un punto in cui pensavo più a lamentarmi (con gli arbitri, ndr) che a giocare. Uno spettacolo disgustoso da vedere, e del quale sono disgustato anche io. Ho cambiato registro e sono tornato a pensare solo al campo

Ne è consapevole coach Kerr, che parla di un Green “disciplinato e sotto controllo“, merito anche di mamma Mary Babers-Green e della fidanzata Hazel Renee, presenze positive nella vita di tutti i giorni dell’ex Spartans: “Mia madre e la mia fidanzata mi sono state di grande aiuto, mi hanno consigliato di pensare solo a giocare (…) gli arbitri sono esseri umani, possono sbagliare, vado ancora a parlare con loro se vedo qualcosa che non mi convince, ma lo faccio in modo completamente diverso (…) a casa poi ci sono tanti bambini che guardano, non voglio che vedano spettacoli poco edificanti“.

Steph Curry, il proprietario emotivo della macchina da guerra perfetta di Golden State, si gode il “nuovo” Draymond Green: “Sembra abbia quattro occhi in campo, vede tutto, sa sempre cosa fare e cosa dire, ed è un giocatore intelligentissimo. L’esperienza lo ha aiutato di certo, ma la sua versatilità resta la sua qualità migliore“.

Warriors, problema al polpaccio sinistro per Andre Iguodala

Andre Iguodala

Problema al polpaccio sinistro per Andre Iguodala dei Golden State Warriors, che non è sceso in campo nel quarto periodo della vittoriosa gara 3 di finale della Western Conference contro i Portland Trail Blazers.

Iguodala, come di consueto partito in quintetto base per coach Steve Kerr, ha dovuto fare rientro negli spogliato dopo pochi minuti di gara, per poi rimanere in campo per soli 17 minuti (2 punti e 5 rimbalzi a fine partita).

Nel post partita, i Golden State Warriors hanno annunciato che il giocatore si sottoporrà nella giornata di domenica ad una risonanza magnetica per valutare l’entità del possibile infortunio: “Sentiva dolore” Così Steve Kerr “Fastidio alla gamba sinistra, non c’era motivo di rischiare e rimetterlo in campo, domani (domenica, ndr) ne sapremo di più“.

Precauzioni per gli Warriors, già alle prese con gli infortuni di Kevin Durant (stiramento al polpaccio destro) e DeMarcus Cousins (strappo al quadricipite della gamba sinistra) ma che in gara 2 hanno riaccolto Damian Jones, il lungo al terzo anno out dallo scorso dicembre per uno strappo muscolare e schierato in quintetto da Steve Kerr in gara 3.

Andre Iguodala si è confermato in questa post-season il consueto “jolly” difensivo per i suoi Warriors, contribuendo – soprattutto nella serie di semifinale contro gli Houston Rockets – anche in attacco. Gli infortuni hanno costretto Iguodala ad un minutaggio alto (oltre 30 i minuti a partita per l’MVP delle finali 2015), per un giocatore di 36 anni e con tante partite alle spalle.

L’intenzione dei Golden State Warriors sarà quella di chiudere il discorso qualificazione in gara 4, contro dei Portland Trail Blazers a loro volta acciaccati (Enes Kanter, Damian Lillard), e frustrati dalla difesa e dall’intensità a tutto campo del miglior Drayond Green della stagione.

Il “last two minutes report” NBA conferma: niente fallo di Iguodala su Lillard

iguodala lillard

Il “Last two minutes report” ufficiale diramato dalla NBA dà ragione agli arbitri sul mancato fischio su Andre Iguodala su Damian Lillard nei secondi finali di gara 2 delle finali della Western Conference tra Golden State Warriors e Portland Trail Blazers.

“Marginale” il contatto tra Iguodala e Lillard, come citato nel rapporto. Recupero pieno e pulito per il giocatore degli Warriors, che sull’ultimo possesso Blazers era riuscito a strappare a dalle mani di Lillard il pallone del potenziale pareggio per gli uomini di coach Terry Stotts.

Nel post gara, la star dei Blazers aveva così descritto l’azione: “So che per gli arbitri non è facile prendere certi fischi in certi momenti della partita. Ho tentato di guadagnarmi un po’ di spazio all’inizio e (Iguodala, ndr) mi ha tenuto il braccio ed ho perso per un attimo il controllo della palla, l’ho riguadagnato e quando mi sono alzato per il tiro mi ha messo le mani sul pallone“.

C’è stato un bel po’ di contatto, per quello che posso dire. Arrivati a quel punto della partita è difficile che un arbitro fischi però un contatto del genere, per cui… ottima difesa, direi

La serie tra Warriors e Blazers tornerà dunque a partire da domenica 19 maggio in Oregon, al Moda center di Portland sul 2-0 per i bi-campioni NBA in carica.

Warriors che dovranno rinunciare a Kevin Durant per il resto della serie: il polpaccio dell’ex giocatore degli Oklahoma City Thunder migliora, ma Durant non ha ancora ripreso gli allenamenti di squadra e potrebbe tornare disponibile solo per una eventuale finale NBA.

Warriors-Blazers, Golden State è sempre un passo avanti

warriors blazers

La serie di finale della Western Conference tra Golden State Warriors e Portland Trail Blazers si sposta in Oregon sul 2-0 per i bi-campioni NBA in carica, dopo due partite equilibrate (parzialmente “bugiardo” il 116-94 di gara 1, dopo tre quarti di partita combattuti) ma con la sensazione che i Blazers abbiano giocato – ed a vuoto – in gara 2 il loro gettone per allungare la serie e costringere gli Warriors ad una maratona.

Golden State Warriors come noto senza Kevin Durant (KD ritornerà solo per l’eventuale finale), ma con il peso dell’esperienza contro un avversario completamente disavvezzo a questi livelli (i soli Evan Turner e Rodney Hood hanno esperienza di finali di conference a Portland).

In gara 1, uno dei fattori è la fatica e la difficoltà di ambientamento dei Trail Blazers dopo la partitissima di Denver di appena 48 ore prima. Gli uomini di coach Terry Stotts arrivano direttamente dal Colorado per scendere in campo contro gli Warriors, il cui piano difensivo è chiaro sin dal primo possesso: rendere la vita impossibile a Damian Lillard e C.J. McCollum.

WARRIORS-BLAZERS, GARA 1: LE PALLE PERSE DI PORTLAND, LA DIFESA SU CURRY ED UN DAME… RIFLESSIVO

In gara 1, Steve Kerr manda subito sulle piste di McCollum il suo difensore perimetrale migliore, Klay Thompson. Andrew Bogut in quintetto base si occupa di Enes Kanter, a Steph Curry è affidata la marcatura di Damian Lillard.

Come già pianificato da Mike Malone nella serie precedente, coach Kerr cerca di negare angoli ottimali sui pick and roll centrali a Lillard, ma al contrario dei Nuggets, gli Warriors dispongono di lunghi più mobili (un ubiquo Draymond Green e Kevon Looney) che costringono la star dei Blazers a liberarsi del pallone ben al di là della riga dei tre punti.

Klay Thompson permette inoltre a Kerr il lusso di occuparsi in marcatura singola di C.J. McCollum. Thompson, più alto, grosso e veloce di piedi rispetto ai vari Gary Harris, Jamal Murray e Torrey Craig, riesce a rimanere con costanza tra il prodotto di Lehigh ed il canestro (17 punti, 7 su 19 al tiro e un solo assist per McCollum in 38 minuti di gioco).

La pressione difensiva sulle due guardie dei Blazers costringe Moe Harkless, Al-Farouq Aminu ed Enes Kanter a decisioni rapide, ed il primo quarto di Portland si chiude con 6 palle perse (saranno 21 in totale a fine gara), ma un primo tempo pigro in attacco degli Warriors aiuta i Blazers a rimanere in partita.

Klay Thompson stoppa C.J. McCollum, Andre Iguodala lancia Steph Curry. 2 le stoppate di Thompson in partita sulla star dei Blazers

Nel terzo quarto i Golden State Warriors decidono di lucrare sulla scarsa vena al tiro (36.1% dal campo e 7 su 28 da tre punti a fine serata) e le troppe palle perse dei Blazers, ed estendono ancora di più la difesa sul pick and roll di Lillard.

Dall’altra parte, complice una scelta difensiva rischiosa di coach Terry Stotts, bastano pochi possessi a Steph Curry per allargare il divario tra le due squadre.

Il due volte MVP trova da metà terzo quarto 9 punti consecutivi, che danno il massimo vantaggio (67-50, e poi ancora 73-60) agli Warriors, su due tiri da tre punti non contestati. Stotts “àncora” il lungo coinvolto nei pick and roll centrali di Curry dentro l’area, lasciando al solo marcatore di Steph il compito di inseguirlo dopo il blocco, sia in situazione di metà campo:

 

che in transizione difensiva, pochi possessi più tardi per rintuzzare con facilità il tentativo di rimonta Blazers:

Portland concede metri di spazio a Curry, in un quintetto con tre non-tiratori come McKinnie, Looney e Green!

Portland, forgiata da due turni di playoffs combattuti, ha però il pregio di non cedere alla consueta mareggiata del terzo quarto, marchio di fabbrica dei Golden State Warriors, abbassando e contendendo oltremodo il ritmo della partita (77-71 a fine terzo periodo).

Damian Lillard non si scompone ed affronta i raddoppi della difesa con lucidità nonostante le 7 palle perse finali, ma fatica a liberarsi per il tiro: “Non sono mai riuscito ad avere lo spazio giusto per tirare, ero sempre circondato” Così Lillard dopo una gara 1 da soli 12 tiri.

La ricerca della giocata giusta, corretta contro i raddoppi che arrivano da ogni angolo della difesa degli Warriors porta Lillard ad essere fin troppo riflessivo palla in mano: qui, accoppiato con Quinn Cook, la star di Portland “attende” il raddoppio di Jordan Bell e serve Moe Harkless:

Una giocata da manuale, ma dettata dalla difesa e che impedisce all’uomo più pericoloso dei Blazers, Damian Lillard, di mettersi in ritmo in attacco.

Un quarto periodo da 39 punti degli Warriors contro dei Blazers troppo imprecisi al tiro, e probabilmente stanchi chiude gara 1 sul 116-94 per Steph Curry e compagni. Klay Thompson e Curry segnano 62 punti in coppia, e gli Warriors chiudono con 30 assist e sole 14 palle perse di squadra.

WARRIORS-BLAZERS, GARA 2: GOLDEN STATE SEMPRE UN PASSO AVANTI

Gara 2 richiedeva ai Portland Trail Blazers aggiustamenti immediati. Nel post gara 1, Stotts e Lillard avevano parlato di “cattiva esecuzione del piano partita”, soprattutto nella propria metà campo, ed ecco che sin dalla palla a due della seconda partita la difesa dei Blazers mostra un volto diverso.

Portland rinuncia presto alla tattica di inseguire Curry e Thompson per il campo, scegliendo di cambiare su ogni accenno di blocco (o “velo”, nel caso di Golden State). Scelta che genera subito una facile schiacciata di Draymond Green, ma che paga nel secondo quarto, chiuso dai padroni di casa con soli 21 punti segnati.

Steve Kerr conferma Andrew Bogut, ma sposta Klay Thompson su Damian Lillard ed Andre Iguodala su C.J. McCollum, risparmiando a Steph Curry il compito di marcare 1 vs 1 il numero 0 dei Blazers. Draymond Green ignora Aminu e Harkless e gioca da “libero”, siglando subito due stoppate su Enes Kanter servito sotto canestro ed in recupero su Seth Curry piazzato dall’angolo destro.

Dopo i 36 facili punti di gara 1, Steph Curry gode di molta meno libertà in attacco: Zach Collins, così importante nella serie contro i Nuggets, è un non-fattore nelle prime due partite ad Oakland a causa dei falli (solo 8 minuti in gara 2), ma coach Stotts trova minuti di qualità da Meyers Leonard, che si dimostra abbastanza mobile da contenere e recuperare sui pick and roll centrali di Curry, ed in attacco non danneggia la squadra (7 punti e 6 rimbalzi in soli 17 minuti).

Nel primo tempo la difesa dei Blazers riesce a togliere il pallone dalle mani di Curry, obbligando Jonas Jerebko, Jordan Bell e Andre Iguodala a fare tesoro del tanto spazio a disposizione. Portland acquista ritmo e trova punti facili in transizione, cosa che in gara 1 non era mai riuscita:

I Trail Blazers segnano 65 punti nel primo tempo (65-50 il punteggio), nonostante Damian Lillard segni i primi punti della sua partita solo con 3 minuti da giocare nel secondo quarto. Dopo le sole 14 palle perse di gara 1, sono già 10 in soli 24 minuti i palloni sprecati dagli uomini di Steve Kerr in gara 2.

Vista la malaparata, coach Kerr cambia le cose ad inizio terzo quarto: archiviato Andrew Bogut, Kevon Looney riprende il suo posto in quintetto base. Kerr getta nella mischia persino Damian Jones, alla sua prima partita dallo scorso dicembre, e dà fiducia a Jordan Bell.

Ed è proprio un rimbalzo offensivo di Looney apre le danze ad Oakland: tripla di Curry, seguita da altra tripla di Curry, recupero di Looney in tuffo su Lillard, stoppata di Looney, tripla di Thompson, altra tripla di Thompson, appoggio di Green… ed il 67-50 Blazers di inizio terzo periodo è solo un ricordo (69-99 Portland con 7:11 ancora da giocare).

Così come nel quarto periodo di gara 1, sono 39 i punti segnati dagli Warriors nel terzo quarto. Golden State impiega un tempo ad adattarsi agli aggiustamenti difensivi di Portland, i bi-campioni tornano a trovare tanti punti facili, grazie all’esperienza ed alla grande familiarità di Curry, Green, Thompson, Looney, Shaun Livingston e persino Jordan Bell:

Nel secondo quarto, Thompson inizia l’azione, legge la difesa ed attira il raddoppio di Hood e McCollum, serve Livingston che a sua volta trova Jordan Ball per 2 punti facili

Mentre la fatica fisica e mentale per i difensori dei Blazers sale, i Golden State Warriors sono sempre un passo avanti:

La rimonta degli Warriors impedisce a coach Stotts di dare minuti di riposo a Damian Lillard. Dame gioca 43 minuti in gara 2, ed è puntualmente costretto a pensare, ad aggirare i raddoppi e gli angoli difensivi propostigli dalla difesa avversaria.

Per Lillard una partita da 23 punti, 10 assist, 5 rimbalzi e sole 2 palle perse, ma “soli” 16 tiri dal campo (6 su 16, 5 su 12 al tiro da tre punti), e tanta corsa.

L’affaticamento di Lillard e dei Blazers è evidente negli ultimi due minuti di gara: sul 110-108 Warriors, Lillard tenta senza successo di guadagnarsi un fallo facendo saltare Draymond Green e tirando in emergenza (tripla importantissima di Seth Curry sul rimbalzo offensivo), e sulle due azioni successive, Golden State ha gioco facile nel chiudere la partita:

 

La giocata “incriminata” di Andre Iguodala che strappa il pallone del potenziale pareggio ad un Lillard esausto

WARRIORS-BLAZERS, COSA ASPETTARSI PER IL RITORNO A PORTLAND?

Presentare una finale di conference come un duello personale tra Curry e Lillard non è cosa che renda giustizia alle due squadre. La differenza tra Warriors e Blazers in campo l’ha fatta l’incredibile, seppur stra-nota, confidenza dei giocatori di Steve Kerr (titolari, panchinari e… redivivi come Jordan Bell) in partite di questo livello.

I Blazers hanno aggiustato ritmo e difesa dopo la faticosa gara 1, i Golden State Warriors si sono dimostrati sempre un passo avanti: non esiste difesa, raddoppio, trap o blitz che Steph Curry, Klay Thompson e Draymond Green palla in mano, e Shaun Livingtson, Andre Iguodala e Kevon Looney lontano dalla palla non abbiano visto in questi anni. La capacità di reazione dell’attacco Warriors ha sfibrato la difesa di Portland nel secondo tempo di gara 2 (64 punti segnati).

Dame Lillard ha terminato gara 2 sulle ginocchia, “derubato” da Andre Iguodala. Le energie spese da Lillard per leggere e giocare di conseguenza sui raddoppi avversari con i tempi giusti hanno pesato sull’esecuzione dei Blazers nel finale della seconda partita.

Portland ha chiuso con 18 su 29 al tiro da tre punti in gara 2, ma l’impressione è che i Golden State Warriors possano “vivere”, traducendo letteralmente dall’inglese, con 16 punti a testa di Seth Curry, Rodney Hood e persino di Moe Harkless (15 punti a partita nelle prime due gare), pur di non concedere un attimo di respiro a Lillard e McCollum.

Nelle prime due partite, Damian Lillard ha tentato 28 conclusioni dal campo, Steph Curry è invece a quota 45. Attendersi un cambio di passo della point-guard dei Trail Blazers al Moda Center è più che lecito, e con l’aria di casa giocatori come Enes Kanter, Al-Farouq Aminu e Moe Harkless acquisteranno maggior fiducia.

Anche C.J. McCollum beneficerà del ritorno a Portland; in gara 2, due suoi inconsueti errori nel finale di partita hanno complicato le cose per coach Stotts, in una serie tatticamente impossibile, contro un avversario che, banalmente, ne conosce una più del diavolo

… e che sta giocando senza Kevin Durant. Anche se non si vede.