Houston Rockets devastanti, Jazz distrutti e 2-0 nella serie

Rockets-Jazz

Dopo la convincente vittoria di gara-1, gli Houston Rockets regolano gli Utah Jazz anche in gara-2, imponendosi con un netto 118-98 al Toyota Center e non lasciando scampo agli avversari sin dal primo possesso. I Razzi sfruttano al meglio le loro armi principali, in particolar modo il tiro da tre, chiudendo l’incontro con un più che positivo 40.5% dalla lunga distanza (17/42), dopo aver anche toccato il 50% (11/22) e difendono in maniera impeccabile, tanto da forzare 12 palle perse agli ospiti e tenerli a un pessimo 21% da dietro l’arco (8/38).

Utah parte malissimo e Houston ne approfitta, tanto da rifilare agli uomini di Quin Snyder lo stesso parziale con cui avevano concluso il quarto quarto di gara-1 (39-19), per poi archiviare la pratica già alla pausa lunga (70-44). Nel secondo tempo, il vantaggio dei Razzi si riduce di soli sei punti, decisamente insufficienti agli ospiti per completare la rimonta. I Jazz, infatti, non danno mai l’impressione di poter tornare in corsa e appena riescono a infilare un parziale considerevole in proprio favore, i Rockets rispondono con un paio di bombe in contropiede che aumentano il divario fra le due squadre.

Altra prestazione fenomenale da parte di James Harden, che fa registrare la terza tripla doppia della sua carriera ai playoff, chiudendo a quota 32 punti, 13 rimbalzi, 10 assist e una stoppata col 46% sia dal campo (11/24) che da dietro l’arco (6/13). A far compagnia al Barba ci pensano i vari Chris Paul, autore di 17 punti, 4 rimbalzi, 3 assist, 2 recuperi e altrettante stoppate col 45.5% al tiro (5/11), P.J. Tucker, in forma smagliante da oltre l’arco (16 punti, 4 rimbalzi e 2 steals con 5/8 dal campo e 4/7 da tre) e Eric Gordon (16 punti, un rimbalzo, 2 palle recuperate e una stoppata con 6/11 al tiro e 3/6 dalla lunga distanza).

In uscita dalla panchina, invece, danno il loro contributo alla causa i soliti Danuel House, Austin Rivers e Kenneth Faried: 8 punti, 4 rimbalzi e una stoppata in 21′ per il primo, 8 punti, un rimbalzo e un assist col 50% da dietro l’arco (2/4) in 21′ per il secondo e 7 punti, altrettanti rimbalzi, un assist e una palla recuperata col 67% dal campo (2/3) in 17′ per il terzo. I Rockets confermano le belle cose viste in gara-1 e dimostrano di avere tutte le carte in regola per compiere un percorso lungo e fruttuoso in questa post season.

Harden in tripla doppia, Rockets devastanti e Jazz irriconoscibili

Tripla doppia per James Harden in gara-2: il Barba ci mette almeno 33′ a totalizzare 32 punti, 13 rimbalzi, 10 assist e una stoppata.

I Jazz, dal canto loro, appaiono lontani parenti della squadra grintosa e battagliera su entrambi i lati del campo ammirata sino a poche settimane fa e capace di scalare la classifica della combattutissima Western Conference dopo un avvio stagionale a dir poco deludente. Gara-2 da dimenticare per Donovan Mitchell, che mette a referto 11 punti, un rimbalzo, 6 assist e 2 recuperi con appena il 26% dal campo (5/19) e il 12.5% da tre (1/8).

Tutto sommato positiva, invece, la prova di Ricky Rubio (17 punti, 4 rimbalzi, 9 assist e 4 palle recuperate), mentre Royce O’Neale fa registrare 17 punti, 2 rimbalzi, 4 assist e una palla recuperata col 70% dal campo (7/10) in 27′ in uscita dalla panchina e Rudy Gobert, pur non dominando come in gara-1, chiude con una doppia doppia da 11 punti e 12 rimbalzi. Tra i migliori spicca Derrick Favors, che totalizza una doppia doppia da 14 punti, 12 rimbalzi, un recupero e 3 stoppate col 64% al tiro (7/11), tenendo a galla i suoi finché gli è possibile.

Ancora ampiamente deludenti, invece, le prestazioni di Joe Ingles e Jae Crowder: il veterano australiano mette a referto 7 punti, un rimbalzo e 2 assist con appena il 17% da tre (1/6), salvandosi parzialmente per l’apporto dato in fase difensiva (5 palle rubate), mentre l’ex Boston Celtics e Cleveland Cavaliers fa registrare 5 punti, 7 rimbalzi, un assist e un recupero con pessime percentuali al tiro (22% dal campo con 2/9 e 17% dalla lunga distanza con 1/6) in 19′ in uscita dalla panchina.

Irving: “Dobbiamo lavorare sui dettagli, ci sono degli aspetti da migliorare”

Irving sui Celtics

Fondamentale vittoria per i Boston Celtics in Gara 2 contro gli Indiana Pacers. Con il 99-91 di questa notte, i Celtics si portano sul 2-0 nella serie, e va ad Indianapolis consapevole di aver mantenuto il fattore campo. I biancoverdi anche in Gara 2 hanno dovuto rimontare da una situazione di svantaggio in doppia cifra, questa volta però avvenuta nel 4° quarto, con un parziale di periodo di 31-12, dopo un rientro dall’intervallo negativo.

Grande prestazione di Kyrie Irving, trascinatore dei padroni di casa, che chiude con 37 punti (6/10 da 3), 7 assist e 6 rimbalzi. Ottima partita anche di Tatum, che nei PlayOff ci sta abituando a prestazioni molto superiori rispetto a quelle della RS; 26 punti per lui. Dall’altra parte, Bogdanovic è il top-scorer con 23 punti segnati (4/8 da 3), accompagnati da 8 rimbalzi.

Le parole di Irving e Tatum

Proprio i 2 giocatori decisivi per Boston, Irving e Tatum, hanno commentato brevemente la partita.

La giovanissima ala si è limitata a:

Ecco, questo è proprio ciò che sono i PlayOff NBA!

In riferimento al finale concitato di gara, con la rimonta portata a termine da Hayward e compagni.

Irving invece pensa a ciò che ancora si deve migliorare. Ecco le sue parole:

Questo atteggiamento e queste giocate sono ciò che ti portano alla vittoria. E’ fondamentale l’attenzione ai dettagli, al fare le piccole cose che poi si rivelano decisive. Ma sicuramente ci sono diverse cose su cui dobbiamo migliorare.

Lou Williams nella Hall of Fame? “Ho lavorato tanto”

Lou Williams sulla Hall of Fame

Coronare la carriera con l’inserimento nella Hall of Fame è un sogno, ma Lou Williams ci crede. Il giocatore dei Los Angeles Clippers si è confermato anche quest’anno come pedina importante della sua squadra, trascinandola ai playoffs.

Il 32enne con ogni probabilità porterà a casa per la terza volta il premio di sesto uomo dell’anno. Solo Jamal Crawford può vantare un traguardo del genere, avendolo vinto nel 2010, 2014 e 2016. Per Williams sarebbe un ulteriore record: sarebbe, dopo Detlef Schrempf, il secondo giocatore a vincerlo in back-to-back.

 

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Up close and personal

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Numeri e statistiche che secondo il giocatore non devono essere trascurate in un’eventuale chiamata a Springfield, Massacchusets.

“Ho visto giocatori nella Hall of Fame che hanno fatto meno di me. Io ho lavorato tanto. C’è chi sa quanto ho faticato e lavorato per arrivare qui, quindi sarebbe bello ricevere quell’apprezzamento”

In questa stagione il veterano dei Clippers ha collezionato numeri importanti. Ha concluso la stagione regolare con:

  • 20 punti
  • 3 rimbalzi
  • 5.4 assist
  • 42.5% FG

Solo il futuro ci potrà dire se Lou Williams farà mai parte della Hall of Fame di Springfield.

DeMarcus Cousins, Kerr: “Stagione probabilmente finita, noi speriamo”

DeMarcus Cousins non dovrà sottoporsi ad alcun intervento chirurgico, ma la sua stagione è probabilmente finita.

Questa e la situazione di Cousins come riportato da coach Steve Kerr, che tuttavia – messo da parte per un secondo il consueto realismo – non esclude a priori di vedere l’ex giocatore dei Sacramento Kings di nuovo in campo in questi playoffs, a certe condizioni.

La tempistica per questo infortunio è di solito di due mesi” Così Kerr “Anche se il nostro preparatore atletico (Rick Celebrini, ndr) ci ha detto che si sono casi di recuperi più veloci. Per cui lasciamo una piccola finestra aperta nell’eventualità“.

Esiste la serissima possibilità dunque che Cousins possa aver già disputato l’ultima partita della sua breve esperienza ai Golden State Warriors. Il lungo è sotto contratto (5.3 milioni di dollari) sino al termine della stagione, e gli Warriors non avranno la possibilità materiale di trattenerlo: “Ci dispiace davvero tanto per DeMarcus, ha aspettato questo momento per anni, e poi si fa male alla seconda partita. E dopo tutto il lavoro fatto per recuperare dall’infortunio dell’anno scorso (…) quest’anno ha giocato alla grande, l’ultimo mese è stato spettacolare“.

L’infortunio di Cousins priva gli Warriors di un titolare, di un’opzione offensiva valida e di un passatore di livello in una serie – quella contro i Los Angelels Clippers – che ha visto i bi-campioni in carica perdere troppi palloni.

Draymond Green, Kevon Looney ed Andrew Bogut si distribuiranno i minuti di DeMarcus Cousins, mentre coach Kerr tornerà a fare affidamento al quintetto con Andre Iguodala, Kevin Durant e Draymond Green che tanto ha fatto le fortune di Golden State negli anni passati.

Esiste però un precedente, proprio in casa Warriors, che rappresenta oggi una speranza per Cousins e la squadra: nel 2013, David Lee – all’epoca giocatore importante dei Golden State Warriors di Mark Jackson – riportò uno strappo all’altezza del muscolo flessore della gamba destra in gara 1 del primo turno di playoffs contro i Denver Nuggets.

L’infortunio (diverso da quello di Cousins, che ha riportato lo strappo del quadricipite sinistro) avrebbe dovuto porre fine alla stagione di Lee, che fu invece in grado di ritornare in campo già alla sesta partita di quella serie, poco più di due settimane più tardi.

David Griffin: “Anthony Davis? Non rinuncio al’idea di trattenerlo ai Pelicans”

padre Anthony Davis

Il nuovo vice-presidente dei New Orleans Pelicans David Griffin blinda la posizione di coach Alvin Gentry, e non esclude la possibilità che Anthony Davis possa cambiare idea, ed accettare di rimanere in Louisiana.

Durante la conferenza stampa di presentazione, Griffin ha dichiarato di avere intrattenuto in passato dei rapporti professionali “lunghi e di successo” con Klutch Sports, l’agenzia che fa capo a Mr Rich Paul, agente di Davis e da anni di LeBron James: “Io e Rich (Paul, ndr) abbiamo parlato di Davis, e credo che da parte di entrambi ci sia sia il giusto entusiasmo per le possibilità che abbiamo qui di costruire qualcosa di importante“.

Molte cose sono cambiate ai piani alti in casa Pelicans, dal febbraio scorso. Il front office di Dell Demps e la struttura dirigenziale sono già stati in parte smantellati con in licenziamento di Demps ed l’arrivo di Griffin. L’ex GM dei Cleveland Cavs guiderà uno staff completamente nuovo (“Ho accettato quanto la proprietà ha appoggiato le mie richieste ‘oltraggiose’ circa la composizione del nuovo staff“), e sarà l’unico referente della proprietaria della squadra Gayle Benson, vedove di Tom, storico owner dei new Orleans Saints.

Assieme a Demps, archiviata anche la figura di Mickey Loomis, vice presidente esecutivo dei Saints e uomo di fiducia dei Benson anche per i New Orleans Pelicans, che con l’arrivo di Griffin tornerà ad occuparsi in pianta stabile di football.

Rich Paul si è detto sinceramente soddisfatto della nuova situazione. A suo tempo, Rich ha contribuito alla scelta di LeBron James di accettare la sfida di Cleveland, convinto dalla bontà del progetto che abbiamo poi messo in pratica“.

Così Gayle Benson:

Davis? Di certo non vogliamo trattenere a tutti i costi un giocatore scontento. Spero però che Anthony possa cambiare idea, e se lo darà noi lo riaccoglieremo con le braccia aperte. Noi vorremmo che lui rimanesse qui

David Griffin ha poi parlato di coach Alvin Gentry, confermandone in pieno la posizione: “Il mio metodo di costruzione di un gruppo di lavoro è quello di costruire un ambiente famigliare, in cui vi sia un confronto franco. Io e Alvin (Gentry, ndr) abbiamo questo tipo di rapporto dai tempi di Phoenix, Gentry sarà una parte fondamentale del processo. Il coach dà il meglio di sé quanto sa di avere il giusto supporto alle spalle, e noi lo metteremo in condizione di lavorare al meglio“.

Non solo Draft: l’estate dei Tori per tornare a far paura

Markkanen rientro-Chicago Bulls

I Chicago Bulls sono in ricostruzione, ma non sono messi affatto male in ottica futuro. Come mai? Vediamolo con calma. Se ci avessero detto, all’inizio di questa stagione NBA, che i Clippers sarebbero arrivati ai PO, avremmo (quasi) tutti risposto la stessa cosa: Impossibile. Sbagliandoci. Se ci avessero detto che i Celtics sarebbero stati più vicini all’implosione che all’esplosione per larghi tratti della stagione, se non addirittura per tutta, avremmo risposto: Molto difficile. Sbagliandoci, di nuovo.

Se ci avessero detto che i Chicago Bulls avrebbero fatto una gran fatica anche per fare la metà delle vittorie necessarie per strappare un biglietto PO, avremmo risposto: Sì, scontato. E stavolta non ci saremmo sbagliati. I dati di fatto a questo punto sono 2: Siamo dei pessimi scommettitori, almeno sul lungo periodo; anche dei pessimi scommettitori come noi avrebbero potuto azzeccare l’andamento della stagione dei Bulls.

Ora, senza soffermarci troppo sulle abilità al gioco di ciascuno, per quanto fosse preventivabile una stagione sottotono dalle parti dell’Illinois, molto difficilmente si sarebbe potuto prevedere quanto accaduto già durante i primi mesi di Regular Season. In ordine sparso: Markannen fuori 2 mesi per infortunio, partenza da 20 sconfitte in meno di 30 partite, Dunn fuori per infortunio, Hoiberg fuori (ovviamente non per infortunio) e al suo posto Boylen, amato dallo spogliatoio Chicago Bulls quanto un aumento Iva, salvo poi ritrattare (almeno sulla carta). E questo non era neanche febbraio, proseguo?

Senza farla troppo lunga, i pochi assets, nello specifico Portis, il rookie Carter Jr e il già citato finlandese, per motivi – presumibilmente –  precauzionali, non hanno finito la stagione in campo.  Un disastro, direbbe (quasi) chiunque. Sì perché la dirigenza dei Tori pare non essere preoccupata per l’andamento quantomeno burrascoso di questa stagione e, in grande armonia con la città di Chicago che nonostante tutto ha esaurito più volte lo United Center in ogni ordine di posto, sembra puntare con decisione al draft 2019, avendo un discreto margine per attrare poi nella successiva Free Agency se non un’assoluta superstar almeno 1 o 2 buoni comprimari. Ma tentiamo di andare in ordine.

DRAFT 2019: POSSIBILI SCENARI PER I BULLS

Con buone probabilità i Bulls avranno una scelta molto alta al Draft, verosimilmente sceglieranno fra le prime 4-5, avendo quindi a disposizione parecchio potenziale. Al Madison Square Garden, il primo nome annunciato da Adam Silver quest’anno sarà probabilmente quello di Zion Williamson, seguito (non per forza in quest’ordine) da RJ Barret e Ja Morant.

Avere la possibilità di pescare uno di questi 3 nomi, con Williamson che paradossalmente sarebbe il giocatore meno utile alla causa di Chicago, vorrebbe dire non solo possedere un potenziale talento in grado riportare Chicago sulla mappa ad Est, ma anche essere parecchio più attrattiva nel mercato della Free Agency. A Chicago serve talento, soprattutto in materia offensiva. Sono la penultima squadra della lega per efficienza offensiva, non hanno grande pericolosità dall’arco e l’attitudine difensiva sarebbe rivedibile persino nella nostra Serie D.

Certo, l’idea di poter contare su Dunn, magari con uno fra RJ Barret e Morant più LaVine di fianco, oltre al Finlandese e Carter Jr sotto le plance, renderebbe Chicago una delle squadre dal potenziale maggiore dell’intera lega, specialmente con qualche “3&D” a fare da contorno per dare esperienza e solidità a un gruppo dal talento inversamente proporzionale alla piena maturità cestistica.

Se non arrivasse però una scelta fra le prime 3, allora si dovrebbe andare a cercare un giocatore che rispondesse alle necessità immediate della squadra. Come sopracitato, punti nelle mani e attitudine difensiva sono requisiti fondamentali per salire sul palco del Madison e mettersi il cappellino dei Bulls in testa. Di prospetti del genere, almeno potenzialmente, il Draft ne offre più di uno.

Senza scendere di troppo nella lista dei candidati (dei quali ancora molti non si sono dichiarati eleggibili, Williamson su tutti) i Bulls potrebbero scegliere Coby White da North Carolina, che risponderebbe alle necessità anche se ad un livello potenzialmente inferiore dei già citati, Jarret Culver, eccellente difensore ma tiratore tutto da costruire o Darius Garland, potenziale “Most Underrated” di questo Draft 2019.

Discorso a parte vale per Cam Reddish che, seppur senza le presenze in campo che possono annoverare Barret e Williamson a livello NCAA, viene descritto come il giocatore col maggior “talento puro” di questa classe Draft. Una classe Draft che in tal senso si annunciava già ricchissima.

OLTRE IL DRAFT: DA LUGLIO IN POI

Comunque andranno le cose dopo la notte del Draft, il mondo – con buona pace di Kyrie – continuerà a girare, e dovrà farlo anche anche all’interno dell’Universo Chicago Bulls. Sperando di ottenere un vero e proprio asset alla pesca delle matricole, bisognerà poi mettersi al lavoro per cercare di capire quali mosse compiere durante il resto dell’estate per presentarsi ai nastri di partenza della stagione 2019-2020 con un roster, ma soprattutto delle ambizioni, rinnovate rispetto a questi ultimi anni.

Salutare Robin Lopez e almeno uno fra Arcidiacono e Luwawu-Cabarrot sembrano essere le prime mosse da compiere per liberare ulteriore spazio e cercare di buttarsi nel mercato dei Free agent potendo contare su un appeal che nel recente passato è mancato, magari non per portare KD o AD, ma puntando a 2/3 contratti in grado di ampliare la rotazione e permettere a giocatori di sicura prospettiva ma di dubbia maturità, di inserirsi dalla panchina a partita in corso, o più in generale di entrare nei meccanismi di squadra nel corso della stagione.

In conclusione, i Bulls godono di una situazione potenzialmente invidiabile ma il cui potenziale non è solo roseo e scevro da insidie, tutt’altro. La prima scelta al Draft sarà fondamentale anche in chiave free agency, come abbiamo appena visto. Prendere un giocatore rispetto ad un altro a giugno potrebbe cambiare l’elenco dei partenti designati a luglio.

Proprio in questo saranno fondamentali le capacità di management di Paxon e compagni, i quali, in perfetto stile Phil Jackson, guardano al futuro con una calma ed una serenità quasi Zen. Beati loro, verrebbe quasi da dire.

Non fosse altro che, nel caso in cui azzeccassero un paio di scelte a cavallo dei mesi più caldi dell’anno, allora avremmo le basi per una delle squadre più giovani, divertenti e con un pubblico fra i più appassionati d’America, pronti a lanciare la sfida ai nuovi padroni dell’Est che già quest’anno si stanno intravedendo.

Beati noi, verrebbe quasi da dire.

 

Blazers-Thunder: Portland vola sulle ali di Lillard

Blazers-Thunder.

Il fattore campo è decisivo nelle prime due sfide della serie Blazers-Thunder, dove i padroni di casa sfoderano tutto il proprio arsenale, fatto di un ottimo gioco dentro/fuori, responsabilizzando tutti i membri del roster. Alle certezze Damian Lillard e CJ McCollum, infatti, si aggiunge un sorprendente Enes Kanter, e tutti i piccoli mattoncini che i vari Moe Harkless,  Al-Farouq Aminu e Seth Curry portano alla causa, sia in attacco che in difesa.

Non poteva iniziare peggio invece per Oklahoma, già spalle al muro e con i leader sul banco degli imputati. Paul George non è al meglio e si vede, e sta andando in difficoltà, con la marcatura stretta studiata da Terry Stotts su di lui a togliergli il fiato. Russell Westbrook continua a non ergersi a guida della squadra, risultando spesso frettoloso ed impreciso. Supporting cast che sta facendo il suo, con un buon Steven Adams e tanta energia dalla panchina, fattori che finora non sono bastati per evitare due cocenti sconfitte.

BLAZERS-THUNDER GARA 1: KANTER E LILLARD DECISIVI

Come previsto, nel primo match tra Portland ed OKC, l’equilibrio è padrone del campo.

Molto meglio i padroni di casa nei primi due quarti, a tratti dominati dagli uomini in canotta nera. Thunder annichiliti soprattutto nel primo quarto, dove i Blazers fanno girare a meraviglia il pallone, trovando in McCollum e Kanter i finalizzatori principali. Nel secondo quarto l’ingranaggio comincia ad incepparsi, con OKC che riesce finalmente a partire in transizione, grazie ad una difesa aggressiva che produce importanti palle recuperate. I Trail Blazers restano comunque in vantaggio, con un Kanter immarcabile, già in doppia doppia a metà del secondo quarto.

Al rientro, OKC, trova linfa dalla panchina, con l’insospettabile apporto offensivo di Nerlens Noel (8 punti) e la rapidità di Dennis Schroder. Anche Adams sale di tono facendo valere il fisico sotto le plance, cosi i Thunder riescono a sopperire alla giornataccia di Westbrook e George. L’unico vero acuto dell’ex Pacers è la tripla del -1, 92-93 a 2:30 dalla fine del match. Due minuti alla fine, al Moda Center lo sanno: it’s Dame Time!

Dame dà la svolta decisiva con una letale tripla.

Oklahoma non molla, resta a contatto, ma con 30 secondi dalla fine sul -4, Westbrook perde una palla sanguinosa, e sull’azione successiva Kanter suggella una prestazione fenomenale da 20 punti e 18 rimbalzi, con un movimento da esterno in penetrazione, che chiude definitivamente il match. I Blazers hanno dimostrato di potersi giocare il passaggio del turno anche senza Jusuf Nurkic, con un Kanter solido e maturo. Solita grande prestazione per Lillard e McCollum, entrambi decisivi nel finale quando i Thunder cominciavano a fare paura. Bene la second unit, in particolare Curry. Infine, fondamentale la staffetta difensiva Aminu-Harkless, per annullare il peggior Paul George della stagione. Oklahoma City ha un buon motivo per pensare positivo: essersela giocata fino alla fine con un George da 8/24 al tiro ed un Westbrook deficitario. Ottimo, nel compensare le mancanze delle star, l’apporto di Noel, Schroder e del ‘kiwi’ Adams, autore di una quasi doppia doppia da 17 punti e 9 rimbalzi.

BLAZERS-THUNDER GARA2: DOMINIO LILLARD

Andamento inverso rispetto a gara 1, con i Thunder molto aggressivi dalla palla a due, nel tentativo di riportare in parità la serie. George e Westbrook mostrano timidi segnali di ripresa, con Portland che resta a contatto grazie alle accelerazioni di McCollum e Lillard. Ottimo l’impatto delle rispettive second unit, con Zach Collins e Curry da una parte, e Schroder e Noel dall’altra. OKC vola sul +10, ma Portland ricuce fino al 54 pari di fine secondo quarto.

Nel secondo tempo, succede l’irreparabile in casa Thunder. Le palle perse si moltiplicano, e gli esterni della Rip City, trovano con una facilità imbarazzante il fondo della retina. McCollum e Lillard sono immarcabili, e quando anche Seth Curry si accende con due triple consecutive che valgono il +12, l’inerzia è definitivamente girata.

In gara 2 Lillard fa la voce grossa, aiutando anche i compagni a segnare.

OKC non trova soluzioni per frenare i piccoli in maglia Blazers, il quarto periodo è solo una lunga passerella per il rotondo +20 finale.

Portland conferma quanto di buono mostrato in gara 1, trovando tante soluzioni offensive, con molti interpreti diversi. McCollum sta esibendo tutto il suo repertorio offensivo (alla faccia dell’infortunio che sembrava potesse pregiudicarne l’utilizzo) Lillard è il solito killer in grado di togliere le castagne dal fuoco, e se anche i backup Curry e Collins sono decisivi, il passaggio del turno può essere veramente a portata di mano per i Trail Blazers.

In casa OKC l’umore è diametralmente opposto. Nonostante la classifica, i Thunder partivano leggermente favoriti, visto il 4-0 negli scontri diretti stagionali, e l’assenza forzata di Nurkic. Invece, Oklahoma sta mostrando tutti i propri limiti, trovando difficoltà anche nel fondamentale più affine alle caratteristiche del team, la difesa. Westbrook e George continuano a tirare malissimo (in gara 2 rispettivamente 5-20 e 11-20), e il buon apporto di Adams, Noel e Schroder, non può impensierire Portland per il passaggio alle semifinali.

COSA DOBBIAMO ASPETTARCI?

Una reazione dei Thunder. Con la presenza di giocatori di carattere come Westbrook, George, Grant ed Adams non possiamo aspettarci altro. Il pubblico di casa può dare la spinta necessaria per riaprire la serie e tornare nell’Oregon sul 2-2. La pressione è tutta sulla truppa di Billy Donovan che, insieme ai senatori del gruppo, dovrà dimostrare di saper reagire in questo momento difficile, trascinando il resto della truppa. I Thunder sono fermi ad un imbarazzante 10/61 da tre, e buona parte della responsabilità è da attribuire al duo Westbrook-George, mai in grado di mettere, e mettersi in ritmo al tiro. Russell sta nettamente perdendo lo scontro diretto con Lillard (autore di 29.5 punti in due gare, con quasi il 50% da tre), mentre George è stato finora deleterio, chiuso nella morsa degli specialisti Harkless ed Aminu.

Portland vuole ovviamente continuare cosi, cavalcando le giocate di Lillard e McCollum, e valorizzando l’apporto dell’ex Kanter e della second unit. La chiave della serie è annullare Westbrook e George con una difesa aggressiva, bloccando sul nascere ogni tentativo di transizione, missione compiuta finora alla grande. Il più è stato fatto, i Blazers ora hanno due match ball importanti per mettere una seria ipoteca sul successo finale.

Saranno quindi decisive le prossime due gare dove OKC non può più sbagliare, visto che un solo ulteriore passo falso rischia di mettere una pietra tombale su qualsiasi velleità di passaggio del turno.

Nuggets-Spurs: un vero e proprio botta e risposta

Nuggets-Spurs

Nuggets-Spurs doveva essere una delle serie più aperte e combattute, insieme a OKC-Portland, e così, almeno per adesso è stato. Denver rimonta e pareggia la serie, dopo due gare in Colorado è sull’1-1. Due filosofie, quelle di San Antonio e Denver, tanto diverse quanto simili.
Una, San Antonio, simbolo di come si costruisce una cultura, vincente al di là degli interpreti. Denver invece rappresenta la progettualità fatta franchigia grazie a scelte, in fase di draft e di mercato, quanto mai oculate e ponderate. Una squadra dove i giovani possono prendersi le libertà e le responsabilità di cui hanno bisogno per crescere e affermarsi in questa NBA.

San Antonio ha sprecato una ghiotta opportunità di portarsi sul 2-0 vanificando un vantaggio di 19 lunghezza a fine terzo quarto (dopo gara due tra Warriors e Clippers non ci può sorprendere più nulla) ma questo non deve appannare grandi meriti dei ragazzi di coach Mike Malone.

NUGGETS-SPURS, GARA 1: LA VITTORIA DELLA DIFESA

Manuale San Antonio Spurs.
Gregg Popovich.

San Antonio vince, sorprendendo fino ad un certo punto, gara 1, mettendo in difficoltà Denver grazie ad una delle specialità della casa: la difesa.
Denver tira malissimo (6/28 da oltre l’arco) e i giovani non reggono la pressione dell’esordio nei playoff.
Gli Spurs giocano una partita da Spurs: gara corale senza clamorosi acuti individuali, limitando uno dei migliori attacchi (110.7 di media contro i 96 di gara 1).
San Antonio ha la possibilità di variare i quintetti e passare da uno incentrato sul midrange ad uno con maggiori spaziature con le velenose armi di Marco Bellinelli e Patty Mills, soliti specialisti da oltre l’arco.

Per Denver Nikola Jokic è una certezza con la sua prima gara ai playoff finita in tripla doppia (10-14-14), Gary Harris e Will Barton pagano inizialmente l’inesperienza sparando a salve e lasciando scappare i texani.
Nel finale Denver si scrolla di dosso un po’ di timore, San Antonio cala di intensità ma nel finale vince chi sbaglia meno ovvero San Antonio.

SPURS-NUGGETS, GARA 2: TUTTI AI PIEDI DI MURRAY

Statistiche Jamal Murray
Jamal Murray.

Gara 2 ha un protagonista assoluto, Jamal Murray. Il prodotto di Kentucky si rivela assoluto protagonista della vittoria, in rimonta dei suoi. Una gara dai due volti con un inizio da dimenticare (0/8 nei primi 36′ di gioco) e un quarto periodo da incorniciare (8/9 con 21 punti nei 12′ finali).
Riesce a segnare in tutti i modi: in penetrazione, con jumper dalla media e da oltre l’arco quando la palla scotta.

La difesa di San Antonio non è attenta come in gara 1 e nel finale si inceppa anche l’attacco con i soli 23 punti messi a referto. La gara si era messa in una maniera che non poteva non andare bene a Pop e compagnia con un parziale 14-0 per finire il primo periodo. Qui una prima reazione, anche grazie ad un contro parziale guidato da Jokic e Harris di 11-0 che riporta Denver a contatto sul 59-49 all’intervallo lungo.
Terzo quarto sulla falsariga del primo, complice anche errori difensivi e fischi dubbi, San Antonio si porta sul +19 con 12′ da giocare.
Poi come detto si scatena Murray e ai texani si inceppa qualche ingranaggio. Denver rimonta e pareggia la serie, facendo anche arrabbiare Pop.

COME CONTINUA LA SERIE?

Adesso ci spostiamo all’ombra dell’Alamo sul punteggio di 1-1, con una rimonta subita dal team neroargento che brucia e con l’inerzia che non può che essere dalla parte di Denver. Riuscirà la vecchia volpe Pop a tirare fuori qualcosa di nuovo dal cilindro? L’impressione è che comunque il fattore campo e la grande esperienza dei texani siano fattori che potrebbero tenere in bilico la serie nelle prossime uscite.

Tutti hanno paura di Giannis Antetokounmpo: “La gente mi teme nel pitturato”

Bucks-Pistons

Giannis Antetokounmpo è diventato ormai uno dei giocatori più forti della lega, e chiunque provi a fermarlo è spacciato e prova una sorta di “paura” nei suoi confronti.

Quest’anno il greco ha mostrato un netto miglioramento sotto ogni aspetto del suo modo di giocare, tanto da contendersi la vittoria dell’MVP con James Harden. Antetokounmpoo ha portato i suoi Milwaukee Bucks ai playoffs con il miglior record della lega, e proverà sicuramente a riportare il titolo nella città della Harley-Davidson dopo 48 anni.

Giannis sta diventando un affidabile tiratore? E’ ancora presto per dirlo ma la sua etica del lavoro lo porterà a migliorare anno per anno. Inoltre “apertura alare” ed il suo super atletismo lo rendono molto difficile da marcare, tanto da terrorizzare i difensori avversari ad ogni suo ingresso in area a di lui.

Secondo quanto riportato da Kane Pitman via Bucks: “Ci sono momenti in cui prenderò quelle triple e le realizzerò, ma come ho visto con coach Bud (Mike Budenholzer, ndr), gli avversari hanno paura di farmi entrare nel pitturato e per questo motivo mi concedono quei tiri da dietro l’arco.”

Questo quanto affermato:

E come si difende uno così?

In gara 1 contro i Detroit Pistons, Antetokounmpo ha notato come Andre Drummond tentasse di concederli il tiro da tre punti, pur di non farlo entrare in area.

Nonostante ciò, Giannis ha chiuso la sua partita con 24 punti e 17 rimbalzi, in soli 23 minuti di utilizzo. Come se non bastasse, il centro dei Pistons ha invece chiuso la gara con -41 di plus/minus, il peggiore della storia NBA in una gara di playoff.

Ma nonostante il suo fallimento, l’approccio di Drummond potrebbe essere l’unica via percorribile per provare a fermare il dio greco. Antetokounmpo è assolutamente letale nell’area, avendo la quarta miglior percentuale da 2 punti della lega al 64,1%. 25,6% la percentuale al tiro da tre punti per Antetokounmpo, molto inferiore alla media NBA attuale. I Pistons sembrano spacciati, viste anche le pessime condizioni di Blake Griffin. 

Stagione da MVP

In stagione regolare, Antetokounmpo ha viaggiato con medie spaventose: 27.7 punti, 12.5 rimbalzi e 5.9 assist in 32.8 minuti per gara. A tutto ciò vanno sommate le 1.3 palle rubate e 1.5 stoppate a partita. Il suo fisico marmoreo gli permette di fare cose fuori dal comune e lo rende un giocatore speciale, mai visto prima, un serio candidato al premio di Most Valuable Player.

Washington Wizards, le possibili conseguenze in caso di selezione di Bradley Beal per un quintetto All-NBA

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Dietro la fallimentare stagione degli Washington Wizards, conclusasi con l’undicesimo posto nella Eastern Conference, si nasonde quella fantastica di Bradley Beal.

Complice la lunga assenza dell’infortunato John Wall, il n°3 si è dimostrato il leader indiscusso della franchigia della capitale statunitense, riuscendo a realizzare 25.6 punti, 5.5 assist e 5 rimbalzi di media, disputando tutte le 82 partite della regular season.

Le grandi prestazioni di Beal rischiano tuttavia di compromettere i piani futuri della dirigenza Wizards. La terza scelta assoluta del draft 2012 è infatti tra i principali candidati per i tre quintetti All-NBA, che verranno annunciati con ogni probabilità a fine maggio.

Bradley Beal-All NBA, le conseguenze economiche

Nell’eventualità in cui la shooting guard venga selezionata per far parte di un quintetto All-NBA (presumibilmente il terzo), avrà diritto a un contratto supermax. Questo tipo di accordo, in caso di intesa fra le parti coinvolte, entrerebbe in vigore a partire dal 2021-2022, e permetterebbe al giocatore di incassare 194 milioni di dollari in quattro anni.

Tale cifra rappresenterebbe addirittura il 35% del salary cap degli Wizards. Una situazione analoga a quella di John Wall, che a partire dalla prossima stagione guadagnerà 170 milioni distribuiti in 4 anni.

Se ciò si verificasse, Washington potrebbe vantare la presenza in squadra di due All-Star di livello. I loro contratti andrebbero però ad incidere su tre quarti dello spazio salariale disponibile, riducendo inevitabilmente il margine di manovra per andare alla ricerca di un cast di supporto adeguato.

Doc Rivers: “Beverley? Ci sono stati problemi ad inizio anno”

Patrick Beverley

L’allenatore dei Los Angeles Clippers Doc Rivers ha ammesso che ci sono stati problemi con la firma di Patrick Beverley all’inizio della stagione, secondo quanto riportato da Andrew Greif del Los Angeles Times. “All’inizio dell’anno abbiamo faticato con Pat”, ha detto Rivers, “perché stava temporeggiando nel firmare”. Dopo il rinnovo invece, Beverley ha guidato i suoi Clippers fino ad una inaspettata qualificazione ai playoffs, con un record stagionale di 48-34.

I losangelini sono impegnati contro i Golden State Warriors nel primo turno di playoffs, una sfida rivelatasi più ostica del previsto per gli uomini di Steve Kerr.

Gara-1 ha visto già un dominio largo degli Warriors, grazie ad uno Steph Curry devastante. In gara però 2 tutto è mutato: i Clippers sono riusciti a riaprire la serie con una clamorosa vittoria in rimonta.

E’ stata una stagione ben al di sopra delle aspettative per i Clippers, che sono in rifondazione, soprattutto dopo gli addii degli ultimi due anni di Chris Paul, Blake Griffin, DeAndre Jordan e J.J. Redick.

Danilo Gallinari, Montrezl Harrell e Lou Williams hanno trascinato la squadra ai playoffs a suon di ottime prestazioni, soprattutto dopo l’All-Star game. L’arrivo del promettente Ivica Zubac nel ruolo di centro e la conferma del giocatore italiano hanno creato delle solide basi per il futuro, in attesa dell’estate e di una delle free agency più ricche degli ultimi anni.

In un contesto del genere, il rinnovo di un giocatore come Patrick Beverley, decisivo soprattutto per l’apporto che offre in fase difensiva, è stato un punto fondamentale. In attesa di un ricostruzione da completare, non resta che aspettare la crescita delle giovani stelle nascenti in casa Clippers.

I Minnesota Timberwolves pensano a Michael Winger come President of basketball operations

Minnesota Timberwolves

I Minnesota Timberwolves, dopo il licenziamento dell’ex coach e GM Tom Thibodeau, sono alla ricerca di un nuovo President of basketball operations.

La franchigia di Minneapolis sembra aver messo gli occhio sul Michael Winger, GM dei Los Angeles Clippers. Stando a quanto riferito da Adrian Wojnarowski di ESPN, il team californiano ha dato la possibilità ai T’Wolves di incontrare Winger per parlare del futuro.

Winger ricopre la carica di general manager dei Clippers dall’agosto 2017 ed èuomo di grande esperienza visto che, prima di diventare GM della franchigia di coach Doc Rivers, è stato assistant GM agli Oklahoma City Thunder, ed ha lavorato per diversi anni nel nel front office dei Cleveland Cavaliers.

Timberwolves, Non c’è solo Winger

Il proprietario di Timberwolves, Glen Taylor, ha dichiarato che il Winger non è l’unico nome della sua lista per il ruolo in precedenza occupato da Thibodeau. In questi giorni, infatti, si è parlato anche di un possibile interessamento verso il vice President of basketball operations dei Rockets, Gersson Rosas.

Il front office dei T’Wolves ha già rassicurato che nelle tra le altre posizioni di rilievo non ci saranno cambiamenti. Quindi sia il direttore generale, Scott Layden, che l’head coach, Ryan Saunders, resteranno ai loro posti anche per la prossima stagione. L’attuale coach dei Minnesota Timberwolves è arrivato a stagione in corso prendendo il posto di Thibodeau, dopo il suo licenziamento.