Portland Trail Blazers, estensione contrattuale per il presidente Neil Olshey

Secondo quanto riportato da Adrian Wojnarowski di ESPN, i Portland Trail Blazers avrebbero trovato l’accordo per l’estensione contrattuale fino al 2024 di Neil Olshey, President of Basketball Operations della franchigia dell’Oregon.

I Blazers ottengono ormai da anni piazzamenti di assoluto livello nella Western Conference, e hanno raggiunto l’apice nella stagione attualmente, in cui sono riusciti ad approdare alle finali ad Ovest, dove sono stati sconfitti per mano dei Golden State Warriors.

I grandi risultati ottenuti hanno spinto la proprietà di Portland a confermare il team attuale, sia dentro che fuori dal campo. Al rinnovo di Neil Olshey va infatti aggiunto quello di coach Stotts e soprattutto di Damian Lillard, star assoluta della franchigia.

Lillard sarà eleggibile in estate per un estensione contrattuale supermax, dopo essere stato nominato per il secondo quintetto All-NBA. Va ricordato che sia lui che CJ McCollum erano stati scelti al draft proprio sotto la gestione di Olshey,

Warriors-Trail Blazers, le pagelle della serie: Curry domina. Lillard delude

Warriors-Trail Blazers.

Nonostante ci abbiano provato con tutte le forze, i Portland Trail Blazers non sono riusciti a prolungare la serie contro i Golden State Warriors oltre gara 4. La franchigia della Baia (nonostante le assenze di KD, DeMarcus Cousins e di Andre Iguodala nell’ultimo match) esce dalla serie senza neanche una sconfitta e con un Stephen Curry pienamente ritrovato. Ora, ai ragazzi di Steve Kerr,  tocca aspettare almeno altre due gare prima di sapere il nome dell’avversaria che si ritroveranno ad affrontare alle Finals. Nel frattempo diamo i voti ai protagonisti della Finale della Western Conference, Warriors-Trail Blazers.

 

WARRIORS-TRAIL BLAZERS: LE PAGELLE DEI VINCITORI

Stephen Curry, voto 9: nelle due serie contro i Clippers e i Rockets non si è visto il solito Steph, molto sotto tono. In tanti dicevano che questi erano addirittura i peggiori playoff della sua carriera. Però, dall‘infortunio di Durant, il playmaker nativo dell’Ohio si è ripreso in mano l’attacco dei Warriors ed è tornato a realizzare prestazione con 9/10 triple realizzate. Per il numero 30 della franchigia di Oakland 36.5 punti, 7.5 rimbalzi e 7.2 assist di media nei 4 match, tirando con il 42.7% da oltre l’arco. Il messaggio del figlio di Dell è chiaro: “Kevin ai Blazers ci penso io, tu pensa a recuperare per le Finals“. MVP della sfida.

Klay Thompson, voto 7.5: la sua fase difensiva, soprattutto su CJ McCollum, è qualcosa da far studiare nelle scuola di basket. A dimostrazione di ciò ci sono le 2 palle recuperate di media a partita e il calo delle percentuali al tiro degli avversari (soprattutto da oltre la linea dei 3 punti). In attacco molto bene nelle prime due gare, mentre scendono di qualità le prestazioni nelle ultime due a livello offensivo. Però il rendimento complessivo degli Splash Brothers è di assoluto livello. Klay è il classico giocatore che, anche se non in giornata, vuoi sempre dalla tua parte e mai in quella opposta. Difesa e solidità.

Andre Iguodala, voto 7: sl basket non è solo attacco e l’importanza dell’Iggy per i Warriors è lampante. Il numero 9 della franchigia della Baia è il vero collante di questa squadra, l’uomo giusto per combinare i tanti talenti che ci sono nel roster dei Warriors. Anche in questa serie, contro il team dell’Oregon la sua presenza sotto canestro, la sua qualità nel gioco sporco e la sua esperienza nei playoff; hanno dato quel qualcosa in più alla franchigia di Steve Kerr. Ha saltato gara 4 per precauzione, dopo un problema accusato nella sfida precedente. Il veterano che tutti vorrebbero.

Draymond Green, voto 8.5: se volessimo esser superficiali basterebbe vedere le sue stats per dare il giudizio giusto (16.5 punti, 16.5 rimbalzi, 8.7 assist, 2.2 palle recuperate e 2.7 stoppate). Ma se si analizza la partita sotto tutti i punti di vista è stato semplicemente perfetto. L’orso ballerino, in questi playoff, ci sta facendo vedere una fase difensiva incredibile, un dominio assoluto sotto il suo canestro e giocate di un’intelligenza impressionante. Green è il cuore pulsante di questi Golden State Warriors. Coach, compagni e front office lo sanno bene. Green è la più chiara dimostrazione che per essere una stella non serve per forza metterne 30 a notte. Agonismo allo stato puro.

Kevon Looney, voto 6.5: il nativo del Wisconsin ha iniziato tutti e 4 i match seduto in panchina, ma il suo apporto è stato essenziale per il passaggio del turno, soprattutto in gara 2 e 4. La sua capacità di saper difendere sia sui lunghi che sui piccoli lo rende uno dei giocatori fondamentali quando c’è da difendere il vantaggio. Non a caso spesso presente nei finali di partita contro i Blazers. Dalla panchina con furore.

Jordan Bell, voto 6: a sorpresa l’uomo in più importante in uscita dalla panchina si rivela esser Jordan Bell. Il nativo di Los Angeles, dopo una buona gara 2 chiusa con 11 punti, 3 rimbalzi e 2 stoppate in 14 minuti, si prende anche il ruolo di centro titolare nelle due partite disputate nell’Oregon. Il ragazzo ha mostrato esplosività e voglia di giocare, per coach Steve Kerr la speranza è che sia l’inizio della sua crescita e non un serie isolata. Il giocatore che non ti aspetti.

Panchina, voto 6: molto meglio di quanto fatto vedere (o meglio non fatto vedere) contro i Rockets, dove la panchina era stato il tallone d’Achille dei Warriors. Kerr si ricorda di avere Jonas Jerebko a disposizione e il giocatore lo premia con solide prestazioni. Shaun Livingston fa vedere sprazzi del giocatore che era, ma il tempo sta scorrendo inesorabile per lui. Mentre rispondono presenti Quin Cook e Alfonzo McKinnie, con il primo più costante, mentre secondo si esalta soprattutto in gara 4. Menzione d’onoro per Andrew Bougut, arrivato a stagione in corso dall’Australia, solo per menare, far legna, spendere falli nei momenti giusti e (se è possibile) prendere qualche rimbalzo. Missione compiuta. Finlmente ci si rivede.

LE PAGELLE DI LILLARD & CO.

Damian Lillard, voto 5: Lillard, all’inizio dei playoff, si portava dietro la nomea di giocatore che spariva in postseason. Nelle prime due serie (soprattutto la prima) ha zittito gli scettici, ma contro i Warriors ha sofferto troppo il maggior tasso tecnico dei campioni in carica. Contro Curry e compagni, Damian, ha diminuito nettamente le prestazioni, punteggi e percentuali al tiro. In gara 2 e in gara 4 è riuscito ad esprimersi meglio rispetto alle altre due partite, e non a caso i Blazers hanno perso queste due gare rispettivamente di 3 e 2 punti. Non incisivo nel momento più importante.

CJ McCollum, voto 5.5: anche per lui vale lo stesso discorso che vale per il compagno di reparto, sono i due leader e l’esser usciti senza neanche aver realizzato neanche una vittoria pesa sul voto. CJ ha dannatamente sofferto l’asfissiante fase difensiva di Klay, che solo in gara 4 gli ha concesso un minimo di respiro (non a caso è la partita in cui ha le migliori percentuali al tiro). Però, nonostante tutto, da lui era lecito aspettarsi di più perché ha dimostrato di poter essere competitivo anche in mezzo ai grandi. Bene, ma non benissimo.

Maurice Harkless, voto 5.5: nei primi tre match è stato molto utilizzato (soprattutto in gara 1 con 30 minuti in campo) rasentando la sufficienza, ma nella seconda partita in casa si è spento troppo presto e coach Terry Stotts se ne è accorto subito, lasciandolo in panchina più del normale (nonostante i 2 supplementari). Mi è stato tra i più costanti al tiro dei suoi, ha lottato molto con avversari scomodi come Iguodala, Green, Looney… riuscendo a realizzare 5 stoppate complessive e 4 palle recuperate. Al di la dei numeri meglio del compagno e amico Amuinu, ma poteva fare di meglio. Almeno ci ha provato.

Al-Farouq Aminu, voto 4.5: l’ala non è riuscita a confermare i discreti playoff disputati fino ad ora. Aminu non è mai riuscito ad entrare nella serie vedendo diminuire i suoi minuti in campo nell’arco della serie. Poco da dire poco da commentare, ha inciso molto meno dei panchinari. Condivide con Kanter la palma del peggiore della serie. Rimandato.

Enes Kanter, voto 4: il turco, ad differenza dell’ex Clippers, ha l’aggravante di non aver avuto un centro di ruolo (e/o del suo spessore) contro. I Warriors, infatti, hanno alternato come 5 Bogut, Bell, addirittura Jones ha avuto minuti, ma nemmeno contro di loro Enes è riuscito ha fare la differenza. Kanter era riuscito a sopperire meglio del previsto all’assenza di pilastro dei Blazers come Jusuf Nurkic, nonostante avesse dovuto affrontare centri impostato e più forti come Adams e Jokic. Ma contro i Warriors non ha mai trovato la quadra, risultando dannoso in entrambe le fasi. Anche sotto canestro poco presente, solo 28 rimbalzi recuperati, di cui ben 16 in gara 1. Forse ha risentito del problema accusato nella serie contro i Nuggets, ma non basta come giustificazione. Dominato.

Roodney Hood, voto 4.5: lui che era stato l’eroe della partita contro i Nuggets finita al quarto overtime, contro i Warriors fa il passo falso proprio nell’unica partita andata oltre i 48 minuti. Nelle prime due partite aveva fatto il suo, niente di più, niente di meno. In gara 3 e 4 è uscito male dalla panchina ed è diventato nullo. Nell’ultimo match, l’ex Jazz, ha realizzato un pesantissimo 1 su 6 da 3 punti e 3 su 11 dal campo. In netto calo.

Panchina, voto 5.5: forse la parte più positiva della serie per i Blazers. Male in gara 1 (solo Hood ha portato qualcosa), però nelle tre gare successive c’è sempre stato un altro giocatore in uscita dalla panca ha portare punti e presenza alla causa della franchigia dell’Oregon. Nella seconda notte all’Oracle Arena è stato il fratellino di Steph, Seth Curry, a mettersi in luce con 16 punti e 4 palle rubate, tirando 4/7 da oltre il perimetro. In gara 3 è toccato a Evan Turner provare a dare una mano ai due capitani con 12 punti in 17 minuti. Per finire, nell’ultima e decisiva sfida, è toccato al Leonard Show (il quale aveva aveva già messe 16 nella precedente). Meyers ha messo ben 30 punti, 12 rimbalzi, 3 assist e 1 stoppata in 40 minuti, tirando con il 63% da oltre l’arco e 75% dal campo. Leonard (per me anche da 6 in pagella) forse è stato messo in campo troppo tardi da coach Terry Stotts. Inefficaci.

 

Warriors-Blazers, Steph Curry di nuovo letale dopo le secche di Houston

warriors blazers

Al netto del diverso peso, dell’abisso di esperienza e chilometraggio a certi livelli che separava alla vigilia della prima palla a due della serie i Golden State Warriors ed i Portland Trail Blazers, le finali della Western Conference 2019 hanno dimostrato quanto poco una squadra “canonica” come i Blazers di Terry Stotts possa contro una squadra di atipici, campioni ma atipici come Steph Curry e compagni.

Dopo le prime due partite della serie avevamo brevemente analizzato quanto fosse ampio il divario di esperienza tra le due squadre: i Golden State Warriors non hanno mai vacillato contro dei Trail Blazers sempre al massimo della concentrazione, quella tensione che pretende quantità inusitate di energia e 48 minuti giocati su di un filo sottilissimo.

Ad ogni fisiologico calo d’intensità di Portland è corrisposta in questa serie la spallata decisiva – una per partita – dei bi-campioni NBA in carica. La fiducia dei tre All-Star “superstiti”, e la consapevolezza di poter disporre a piacimento di avversari inferiori hanno fatto il resto.

Come riportato da ESPN, i Blazers sono diventati l’unica squadra nella storia dei playoffs NBA a perdere tre partite nella stessa serie dopo aver condotto per almeno 15 punti in ciascuna di queste. In gara 4, gli Warriors hanno rimontato uno svantaggio di 17 punti e vinto ai tempi supplementari.

La difesa dei Portland Trail Blazers è stata smontata pezzo per pezzo dall’impossibilità di marcare i giochi a due che coinvolgessero Curry e Draymond Green. La poca abitudine dei Blazers ai cambi difensivi (Terry Stotts non ha mai amato tale tipo di approccio difensivo) ha sortito effetti nefasti (ergo, un mare di tiri da tre punti non contestati):

Com’è possibile, dopo 3 partite, subire un canestro del genere? Lillard e Aminu non si capiscono, entrambi inseguono il taglio forte di McKinnie e lasciano libero… Steph Curry!

Al termine di una sfida tra pesi massimi, quella contro gli acerrimi rivali Houston Rockets, Steve Kerr aveva parlato dei suoi prossimi avversari e del duo di Portland Damian Lillard-C.J. McCollum: “Due giocatori che preferirei guardare, piuttosto che doverli marcare“. Rispetto per una squadra tosta come i Blazers, ma consapevolezza di affrontare una sfida molto meno complicata di quella appena vinta.

WARRIORS-BLAZERS: UN CURRY RIPOSATO È UN CURRY PRODUTTIVO

Steph Curry ha chiuso la sua serie di finale di conference a 36.5 punti di media, con il 47.1% al tiro ed il 42.5% al tiro da tre punti… su 15.3 tentativi a partita. Oltre metà dei suoi punti sono arrivati da dietro l’arco (19.5 a partita), un miglioramento di 10 punti netti rispetto ai 9.3 della serie precedente, quella contro i Rockets (su 11.3 i tentativi a partita).

L’assenza di Kevin Durant spiega naturalmente la mole di possessi e tiri a disposizione (+5), su due serie giocate a ritmi pressoché identici (99.4 contro 98.07 di pace) per Steph. L’attacco degli Warriors è passato quasi esclusivamente dalle mani di Curry e di un fantastico Draymond Green, (7.3 assist a partita in quattro gare per il figlio di Dell Curry).

Uno Stephen Curry leggero come una piuma ha viaggiato inoltre a 8.3 rimbalzi a partita. L’assenza forzata di Kevin Durant ha per un attimo riconsegnato al mondo dei canestri il Curry due volte MVP, quello che “fa le finte a 8 metri dal canestro e la gente salta”, come spiegò con estrema chiarezza un Flavio Tranquillo di qualche anno fa.

Relocation: Lillard si rilassa a metà del taglio di Curry, che prosegue mentre Jacob Evans (!) serve Green. Ricezione, piedi a posto, finta su un Damian Lillard passivo e 3 punti

Quello dei tagli “random”, della relocation che nessuno a parte lui pare in grado di mettere in pratica tra i pariruolo, nonostante l’apparente semplicità (seriamente, fate caso a quanto le altre grandi point guard NBA, Lillard, Kyrie Irving, John Wall, Kemba Walker, Kyle Lowry, tendano a restare immobili o quasi, braccia lungo i fianchi, dopo essersi disfati del pallone).

Niente Kevin Durant significa dunque per Curry praterie a disposizione dove correre libero. La presenza di un playmaker aggiunto come Green e di una minaccia totale come Klay Thompson in campo facilitano le cose, l’impossibilità di inseguirlo sul pick and roll centrale, pena un facile assist per Green, maestro delle letture veloci, dei pocket pass e dei passaggi back-door ha aperto per Steph tiri fin troppo semplici per uno come lui.

Curry guida la transizione, cede a Draymond “Arvydas Sabonis” Green, McCollum e Meyers Leonard si precipitano terrorizzati contro Steph, Kevon Looney appoggia 2 punti facili

La libertà di movimento è tutto. Ma la freschezza? Che fine ha fatto lo Steph Curry “mattonaro” della serie di semifinale contro gli Houston Rockets? Le condizioni fisiche sono le stesse, il dito lussato è sempre lì e rimarrà lussato fino all’ultimo secondo delle finali NBA. Le caviglie di Curry sono sempre in fiamme, anche se non sembra.

I canonici (ergo, prevedibili) Portland Trail Blazers di cui sopra, sia per motivi tattici che per giocatori a disposizione, non hanno potuto nemmeno tentare di mettere in scena un’imitazione del trattamento difensivo che gli Houston Rockets hanno riservato nelle ultime due stagioni a Steph Curry.

Contro i Rockets, Stephen Curry è sempre stato costretto a marcare uno tra James Harden (in emergenza), Chris Paul (di norma), o Eric Gordon. Tre bulldozer, ed un attacco disposto a perdere secondi preziosi pur di forzare un isolamento (e che isolamento) sistematico con l’uomo di Curry.

Un lavoro difensivo immane per Steph, tosto fisicamente ma leggero. Contro i Blazers, un Curry abituato ad un trattamento simile non ha potuto che trarre giovamento da un attacco – quello di coach Stotts – incentrato sull’esecuzione a metà campo, sui pick and roll di Lillard (molto meno efficaci senza il roller di fiducia Jusuf Nurkic) e su principi di motion offense – e  molto meno perfido nello sfruttare i vantaggi ed i mismatch, al contrario dei Rockets.

Dopo gara 1, Steve Kerr ha definitivamente dirottato Curry sull’esterno meno pericoloso appena possibile (il fratello Seth, Evan Turner), togliendolo dalla marcatura di Lillard e “nascondendolo” su Moe Harkless. Klay Thompson è stato l’uomo speciale per Damian Lillard.

Steph Curry dirottato su Moe Harkless: il #30 degli Warriors non guarda nemmeno il suo avversario, che gli passa alle spalle e segna dopo rimbalzo offensivo

Nel quarto periodo ed in piena siccità offensiva, Portland non sfrutta il mismatch Curry-Turner: Steph accoppiato con ET in transizione ed in difficoltà, Leonard non azzarda il passaggio facile e serve Lillard, che segna da 8 metri

WARRIORS-BLAZERS, STEPH CURRY UN REBUS INSOLUBILE

I Trail Blazers non hanno saputo sfruttare quasi per nulla i piccoli vantaggi che le deficienze difensive di Curry rendono esplorabili, a causa della scarsa pericolosità offensiva degli Harkless, Turner, Seth Curry (appena superiore).

Dopo le prime due partite della serie, Doc Rivers mise sulle piste di Curry il veloce Landry Shamet e le braccia infinite di Shai Gilgeous-Alexander, riuscendo a limitare Steph a soli 20 punti a partita nelle restanti quattro gare.

Coach Stotts ha spesso invece impiegato Damian Lillard su Steph Curry, e Seth (autore di due-tre recuperi tutti orgoglio sul fratello maggiore) nei pochi minuti concessi all’ex giocatore dei Dallas Mavericks.

Steph Curry ha punito con regolarità – e con estrema facilità –  i Blazers su ogni situazione di pick and roll, riacquistando fiducia nel suo tiro minuto dopo minuto dopo le secche della serie contro gli Houston Rockets, rispolverando le “care vecchie” triple da distanza siderale (di cui una – incredibile – a fine terzo periodo di gara 4, raccogliendo il palleggio con una “scucchiaiata” di mano sinistra e tirando in controtempo sul povero Meyers Leonard per lanciare la rimonta Warriors), e trasformando la finale di conference dei Portland Trail Blazers in un rebus insolubile.

Blazers-Terry Stotts, c’è l’accordo per l’estensione contrattuale pluriennale

blazers terry stotts

Trail Blazers, estensione contrattuale per coach Terry Stotts,

Come riportato da Jamie Hudson di NBC Sports, il general manager della squadra Neil Olshey ha confermato l’accordo tra coach Stotts ed i Blazers, all’indomani della sconfitta in gara 4 delle finali della Western Conference contro i Golden State Warriors.

Per Stotts un’estensione pluriennale, di cui non sono stati resi finora noti i termini.

La panchina di Stotts, in Oregon da ormai sette stagioni, era sembrata a forte rischio dopo la pesante eliminazione al primo turno dei playoffs 2018, per mano dei New Orleans Pelicans di Anthony Davis e Jrue Holiday.

Decisivo per il destino dell’ex capo allenatore dei Milwaukee Bucks fu l’appoggio delle due star della squadra, Damian Lillard e C.J. McCollum.

Blazers-Terry Stotts, estensione contrattuale

Sotto la guida di Terry Stotts i Portland Trail Blazers hanno raggiunto la post-season nelle ultime sei stagioni. Il 2018\19 dei Blazers si è chiuso con un record di 53-29, valido per la terza posizione nella Western Conference dietro a Warriors e Denver Nuggets.

I Blazers hanno raggiunto in questa stagione la finale della Western Conference, 19 anni dopo la stagione 1999\20 (una sconfitta per 4-3 per mano dei Los Angeles Lakers di Shaquille O’Neal e Kobe Bryant).

In carriera, Terry Stotts ha allenato gli Atlanta Hawks (2002-2004) ed i Milwaukee Bucks (2005-2007). Dal 2008 al 2011, Stotts fu assistente allenatore dei Dallas Mavericks di coach Rick Carlisle, con cui vinse il titolo NBA (2011).

Damian Lillard, estensione contrattuale da $191 milioni con i Blazers

Damian Lillard ed i Portland Trail Blazers sembrano vicini a raggiungere l’accordo per un’estensione contrattuale da $191 milioni in quattro anni, secondo quanto riportato da Chris Haynes.

La point guard sarà eleggibile per il contratto supermax a partire dalla prossima estate, nel caso in cui venga selezionato per uno dei tre quintetti All-NBA.

Lillard ha espresso più volte la propria volontà di rimanere nell’Oregon per gran parte della propria carriera. Un eventuale prolungamento, che entrerebbe in vigore nella stagione 2020-2021, gli permetterebbe di essere legato ai Blazers fino al 2025, quando avrebbe 35 anni.

Al termine del match della scorsa notte contro i Golden State Warriors, che ha sancito l’eliminazione dei Blazers dai playoffs, Lillard aveva detto “Ci concentreremo sul contratto in seguito”.

Il quattro volte all star è reduce da una stagione trionfale, in cui ha realizzato 25.8 punti, 6.9 assist e 4.6 rimbalzi a partita, in cui ha anche raggiunto probabilmente l’apice grazie alla tripla messa a segno contro gli Oklahoma City Thunder.

Blazers fuori, “Grande stagione nonostante tutto, gruppo speciale”, Leonard: “Lillard non decisivo? Balle”

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Sweep, cappotto, doveva essere, e cappotto è stato per Damian Lillard ed i Portland Trail Blazers.

Gli uomini di coach Terry Stotts lottano e portano gara 4 delle finali della Western Conference contro i bi-campioni NBA in carica Golden State Wariors sino all’overtime, ma devono infine cedere sotto i colpi di Steph Curry e Draymond Green.

119-117 il risultato finale al Moda Center di Portland, Oregon. Per Portland c’è naturalmente Dame Lillard, nonostante i problemi fisici, dall’altra parte out invece Andre Iguodala, a riposo per un fastidio al polpaccio sinistro. L’assenza di Iguodala si somma a quelle a lungo termine di Kevin Durant (sul cui ritorno in campo non esiste ancora data precisa) e DeMarcus Cousins.


Come già accaduto in gara 2 ed in gara 3, degli aggressivi Blazers si ritrovano in vantaggio a metà partita (69-65 all’intervallo, 98-87 dopo tre quarti), solo per poi dilapidare il margine costruito nel quarto periodo (chiuso con un parziale di 24-16 Golden State, che manda la gara ai tempi supplementari).

I Trail Blazers hanno stavolta la possibilità di vincere la partita al termine dei regolamentari, ma il tiro da tre punti sulla sirena di Lillard (28 punti e 12 assista fine gara) si spegne sul ferro.

Per noi è stata comunque una stagione speciale” Coach Stotts è deluso a fine gara, ma guarda con orgoglio alla tanta strada fatta dalla sua squadra “Siamo sempre stati competitivi in questa serie, nonostante il 4-0“.

La finale 2019 della Western Conference ha visto affrontarsi due squadre agli antipodi, per esperienza di post-season e “chilometraggio”. Eccezion fatta che per Evan Turner (Indiana Pacers) e Rodney Hood (Cleveland Cavs), nessun giocatore dei Blazers aveva mai raggiunto il terzo turno di playoffs in carriera, mentre i Golden Sate Warriors disputeranno la loro quinta finale NBA consecutiva, ed andranno alla caccia del “three-peat”, del terzo titolo NBA consecutivo.

E’ stata la nostra corsa più lunga” Spiega Damian Lillard nel post gara “Ci siamo trovati in acque un poco più profonde di quelle cui eravamo abituati, un test ancora più duro sia fisicamente che mentalmente, ed il livello di gioco più alto che mai (…) un grandissimo bagaglio di esperienza per noi. Certo, il ‘cappotto’ subito rimane e nessuno si risparmierà dal farcelo notare, ma abbiamo avuto dei vantaggi in doppia cifra in 3 gare su 4, abbiamo dimostrato che siamo una squadra da finale di conference“.

“Gli Warriors? Tutti guardano ai tiri, a Steph (Curry, ndr), Klay (Thompson, ndr), ma Draymond Green è la point-guard della squadra, è sempre in controllo, va a rimbalzo, spinge la transizione, chiama i giochi per la squadra, chiama i giochi dei suoi avversari (…) loro sono sempre pronti (…) questo è quello che fanno le grandi squadre, possono andare sotto ma non perdono il filo, fanno sostanzialmente sempre le stesse cose, il ritmo è sempre alto, la palla viaggia (…) e noi siamo riusciti per larghi tratti a competere, ma nel momento in cui siamo calati d’intensità, ci hanno punito, sempre senza cambiare piano partita. E gran parte del merito è di Draymond Green

Stephen Curry (37 punti, 13 rimbalzi e 11 assist) e Draymond Green (18 punti, 14 rimbalzi e 11 assist) sono diventati i primi due compagni di squadra a mettere a segno una tripla doppia nella stessa partita di post-season. Per Curry, una serie di finale chiusa a 36.5 punti di media a partita (42.5% al tiro da tre punti), dopo le difficoltà fisiche e difensive patite contro gli Houston Rockets del secondo turno.

E’ stata una stagione con tanti momenti intensi per noiC.J. McCollum nel post partita “La morte di Paul Allen (storico proprietario dei Blazers, scomparso lo scorso ottobre, ndr), poi l’infortunio terribile di Nurk (Jusuf Nurkic, ndr) e per ultimo l’incidente d’auto del nostro video coordinator (Jonathan Yim, durante la serie contro Denver, ndr). In più, in erano in tanti a non credere in noi ad inizio anno. Siamo diventati una squadra migliore, abbiamo trovato giocatori preziosi e potremo migliorare ancora. C’è tanto da fare, abbiamo sprecato dei vantaggi importanti in questa serie ma abbiamo perso contro una squadra che ha battuto chiunque in questi anni, dovremo capire come superare anche questo ostacolo“.

La lunga corsa playoffs e l’infortunio di Nurkic hanno aperto minuti e spazio per giocatori come Enes Kanter (aggiunto alla squadra a febbraio), Zach Collins e per ultimo Meyers Leonard.

Il lungo ex Illinois, scelto con la chiamata numero 10 al draft NBA 2012 ed autore di una prima parte di carriera tra alti e bassi, è stato gettato nella mischia in gara 3 da coach Stotts al posto di un Enes Kanter in difficoltà fisiche (il turco ha giocato l’intera post-season con una lussazione alla spalla), e l’ex Fighting Illini ha risposto con una quarta partita da ben 30 punti (12 su 18 al tiro e 5 su 8 al tiro da tre punti) e 12 rimbalzi.

Gli Warriors erano pronti a tutto, la loro grandissima esperienza li ha aiutati e sono stati in grado di mantenersi costanti per tutta la serie” Così Leonard a fine gara in conferenza stampa assieme a Lillard, suo compagno ed amico sin dal primo giorno.


Io e Dame (Lillard, ndr) siamo compagni di squadra da 7 anni” Prosegue Leonard “E dico a tutti quelli che sostengono che non abbia giocato una buona serie, che non abbia segnato abbastanza o cose del genere: ‘guardatevi le partite’ o riguardatevele. E’ stato raddoppiato o triplicato per tutti i playoffs, le squadre hanno sostanzialmente deciso di fermare lui a tutti i costi dicendo: ‘che ci batta qualcun altro, non Lillard’, per cui se a qualcuno venisse in mente di dire che (Lillard, ndr) non abbia avuto impatto in questi playoffs, la sua capacità di fare la giocata giusta, di trovare l’uomo libero, la sua leadership parlano per lui“.

La chiosa sulla stagione dei Portand Trail Blazers è naturalmente di Damian Lillard: “Abbiamo messo assieme una gran bella stagione, nonostante lo ‘sweep’. Certo, subire un 4-0 non è l’ideale, ma è meglio subirlo in finale di conference che al primo turno. Dopo la stagione scorsa ci siamo rimessi al lavoro, i ragazzi sono migliorati tanto, abbiamo fatto una gran stagione (…) siamo stati in gruppo unito, e ci siamo giocati la possibilità di andare alle finali NBA, abbiamo incontrato una squadra più forte di noi, più pronta ed esperta. Noi dobbiamo essere comunque orgogliosi di quanto abbiamo saputo fare, dal primo all’ultimo giocatore“.

Damian Lillard conferma: “Si, ho due costole incrinate ma niente scuse”

lillard costole incrinate

Damian Lillard conferma l’infortunio subito in gara 2 delle finali della Western Conference, ma non giustifica la scarsa prestazione della terza partita con le sue condizioni fisiche.

La star dei Portland Trail Blazers ha raccontato di aver giocato gara 3 (40 minuti di gioco per 19 punti, 6 rimbalzi, 6 assist e 5 palle perse) indossando un busto protettivo per proteggere il costato, sulla parte sinistra.

Damian Lillard: “Si, ho due costole incrinate”

Uno scontro con Kevon Looney dei Golden State Warriors nel secondo quarto di gara 2 è risultato per Lillard in due costole incrinate: “E’ così, è successo in gara 2, ho comunque finito la partita. l’infortunio ha avuto effetto sul mio gioco? No, c’è e si sente ma non mi crea problemi particolari“.

Un problema ulteriore per i Portland Trail Blazers, già in svantaggio per 3-0 nella serie contro i Golden State Warriors. Gli uomini di Terry Stott tenteranno in gara 4 (in programma nella notte tra lunedì 20 e martedì 21 maggio) di evitare un pesante “sweep” in casa, al Moda Center di Portland.

Una serie fin qui difficile per la star dei Blazers, limitata in campo dalla grande difesa di bi-campioni NBA in carica e dalle cattive percentuali di tiro, dopo i primi due turni di playoffs condotti ad oltre 25 unti di media a partita. Nelle prime tre gare, Lillard ha viaggiato a 20.3 punti, 7.3 assist e 5 rimbalzi di media a partita, con un modesto 32.9% al tiro ed il 38% al tiro da tre punti, e ben 4.7 palle perse a partita.

Damian Lillard gioca con una costola incrinata, Blazers KO in gara 3 contro gli Wariors

damian lillard infortunio

Portland Trail Blazers, Damian Lillard ha affrontato parte di gara 3 e l’intera gara 4 con un infortunio alle costole, una lussazione che la star di Portland si sarebbe procurata nel terzo quarto della seconda partita della serie contro i Golden State Warriors.

Kevon Looney, lungo degli Warriors, è franato su Lillard nel tentativo di recuperare una palla vagante a metà campo. Subito dopo la giocata, il giocatore dei Blazers si è lentamente rialzato da terra, tenendosi il costato dolorante.

Nonostante l’infortunio, Lillard ha portato a termine la partita, rimanendo in campo per ben 43 minuti nella sconfitta per 114-111 dei suoi alla Orale Arena. In gara 3 a Portland, Damian Lillard è sceso regolarmente in campo indossando un busto protettivo, giocando 40 minuti e chiudendo la sua partita con 19 punti e 6 assist (5 su 18 al tiro) in 40 minuti di gioco nella vittoria in trasferta di Golden State (110-99) per il 3-0 nella serie di finale della Western Conference.

Una serie difficile per la star dei Blazers, limitata in campo dalla grande difesa di bi-campioni NBA in carica e dalle cattive percentuali di tiro, dopo i primi due turni di playoffs condotti ad oltre 25 unti di media a partita. Nelle prime tre gare, Lillard ha viaggiato a 20.3 punti, 7.3 assist e 5 rimbalzi di media a partita, con un modesto 32.9% al tiro ed il 38% al tiro da tre punti, e ben 4.7 palle perse a partita.

Il “last two minutes report” NBA conferma: niente fallo di Iguodala su Lillard

iguodala lillard

Il “Last two minutes report” ufficiale diramato dalla NBA dà ragione agli arbitri sul mancato fischio su Andre Iguodala su Damian Lillard nei secondi finali di gara 2 delle finali della Western Conference tra Golden State Warriors e Portland Trail Blazers.

“Marginale” il contatto tra Iguodala e Lillard, come citato nel rapporto. Recupero pieno e pulito per il giocatore degli Warriors, che sull’ultimo possesso Blazers era riuscito a strappare a dalle mani di Lillard il pallone del potenziale pareggio per gli uomini di coach Terry Stotts.

Nel post gara, la star dei Blazers aveva così descritto l’azione: “So che per gli arbitri non è facile prendere certi fischi in certi momenti della partita. Ho tentato di guadagnarmi un po’ di spazio all’inizio e (Iguodala, ndr) mi ha tenuto il braccio ed ho perso per un attimo il controllo della palla, l’ho riguadagnato e quando mi sono alzato per il tiro mi ha messo le mani sul pallone“.

C’è stato un bel po’ di contatto, per quello che posso dire. Arrivati a quel punto della partita è difficile che un arbitro fischi però un contatto del genere, per cui… ottima difesa, direi

La serie tra Warriors e Blazers tornerà dunque a partire da domenica 19 maggio in Oregon, al Moda center di Portland sul 2-0 per i bi-campioni NBA in carica.

Warriors che dovranno rinunciare a Kevin Durant per il resto della serie: il polpaccio dell’ex giocatore degli Oklahoma City Thunder migliora, ma Durant non ha ancora ripreso gli allenamenti di squadra e potrebbe tornare disponibile solo per una eventuale finale NBA.

Warriors-Blazers, Golden State è sempre un passo avanti

warriors blazers

La serie di finale della Western Conference tra Golden State Warriors e Portland Trail Blazers si sposta in Oregon sul 2-0 per i bi-campioni NBA in carica, dopo due partite equilibrate (parzialmente “bugiardo” il 116-94 di gara 1, dopo tre quarti di partita combattuti) ma con la sensazione che i Blazers abbiano giocato – ed a vuoto – in gara 2 il loro gettone per allungare la serie e costringere gli Warriors ad una maratona.

Golden State Warriors come noto senza Kevin Durant (KD ritornerà solo per l’eventuale finale), ma con il peso dell’esperienza contro un avversario completamente disavvezzo a questi livelli (i soli Evan Turner e Rodney Hood hanno esperienza di finali di conference a Portland).

In gara 1, uno dei fattori è la fatica e la difficoltà di ambientamento dei Trail Blazers dopo la partitissima di Denver di appena 48 ore prima. Gli uomini di coach Terry Stotts arrivano direttamente dal Colorado per scendere in campo contro gli Warriors, il cui piano difensivo è chiaro sin dal primo possesso: rendere la vita impossibile a Damian Lillard e C.J. McCollum.

WARRIORS-BLAZERS, GARA 1: LE PALLE PERSE DI PORTLAND, LA DIFESA SU CURRY ED UN DAME… RIFLESSIVO

In gara 1, Steve Kerr manda subito sulle piste di McCollum il suo difensore perimetrale migliore, Klay Thompson. Andrew Bogut in quintetto base si occupa di Enes Kanter, a Steph Curry è affidata la marcatura di Damian Lillard.

Come già pianificato da Mike Malone nella serie precedente, coach Kerr cerca di negare angoli ottimali sui pick and roll centrali a Lillard, ma al contrario dei Nuggets, gli Warriors dispongono di lunghi più mobili (un ubiquo Draymond Green e Kevon Looney) che costringono la star dei Blazers a liberarsi del pallone ben al di là della riga dei tre punti.

Klay Thompson permette inoltre a Kerr il lusso di occuparsi in marcatura singola di C.J. McCollum. Thompson, più alto, grosso e veloce di piedi rispetto ai vari Gary Harris, Jamal Murray e Torrey Craig, riesce a rimanere con costanza tra il prodotto di Lehigh ed il canestro (17 punti, 7 su 19 al tiro e un solo assist per McCollum in 38 minuti di gioco).

La pressione difensiva sulle due guardie dei Blazers costringe Moe Harkless, Al-Farouq Aminu ed Enes Kanter a decisioni rapide, ed il primo quarto di Portland si chiude con 6 palle perse (saranno 21 in totale a fine gara), ma un primo tempo pigro in attacco degli Warriors aiuta i Blazers a rimanere in partita.

Klay Thompson stoppa C.J. McCollum, Andre Iguodala lancia Steph Curry. 2 le stoppate di Thompson in partita sulla star dei Blazers

Nel terzo quarto i Golden State Warriors decidono di lucrare sulla scarsa vena al tiro (36.1% dal campo e 7 su 28 da tre punti a fine serata) e le troppe palle perse dei Blazers, ed estendono ancora di più la difesa sul pick and roll di Lillard.

Dall’altra parte, complice una scelta difensiva rischiosa di coach Terry Stotts, bastano pochi possessi a Steph Curry per allargare il divario tra le due squadre.

Il due volte MVP trova da metà terzo quarto 9 punti consecutivi, che danno il massimo vantaggio (67-50, e poi ancora 73-60) agli Warriors, su due tiri da tre punti non contestati. Stotts “àncora” il lungo coinvolto nei pick and roll centrali di Curry dentro l’area, lasciando al solo marcatore di Steph il compito di inseguirlo dopo il blocco, sia in situazione di metà campo:

 

che in transizione difensiva, pochi possessi più tardi per rintuzzare con facilità il tentativo di rimonta Blazers:

Portland concede metri di spazio a Curry, in un quintetto con tre non-tiratori come McKinnie, Looney e Green!

Portland, forgiata da due turni di playoffs combattuti, ha però il pregio di non cedere alla consueta mareggiata del terzo quarto, marchio di fabbrica dei Golden State Warriors, abbassando e contendendo oltremodo il ritmo della partita (77-71 a fine terzo periodo).

Damian Lillard non si scompone ed affronta i raddoppi della difesa con lucidità nonostante le 7 palle perse finali, ma fatica a liberarsi per il tiro: “Non sono mai riuscito ad avere lo spazio giusto per tirare, ero sempre circondato” Così Lillard dopo una gara 1 da soli 12 tiri.

La ricerca della giocata giusta, corretta contro i raddoppi che arrivano da ogni angolo della difesa degli Warriors porta Lillard ad essere fin troppo riflessivo palla in mano: qui, accoppiato con Quinn Cook, la star di Portland “attende” il raddoppio di Jordan Bell e serve Moe Harkless:

Una giocata da manuale, ma dettata dalla difesa e che impedisce all’uomo più pericoloso dei Blazers, Damian Lillard, di mettersi in ritmo in attacco.

Un quarto periodo da 39 punti degli Warriors contro dei Blazers troppo imprecisi al tiro, e probabilmente stanchi chiude gara 1 sul 116-94 per Steph Curry e compagni. Klay Thompson e Curry segnano 62 punti in coppia, e gli Warriors chiudono con 30 assist e sole 14 palle perse di squadra.

WARRIORS-BLAZERS, GARA 2: GOLDEN STATE SEMPRE UN PASSO AVANTI

Gara 2 richiedeva ai Portland Trail Blazers aggiustamenti immediati. Nel post gara 1, Stotts e Lillard avevano parlato di “cattiva esecuzione del piano partita”, soprattutto nella propria metà campo, ed ecco che sin dalla palla a due della seconda partita la difesa dei Blazers mostra un volto diverso.

Portland rinuncia presto alla tattica di inseguire Curry e Thompson per il campo, scegliendo di cambiare su ogni accenno di blocco (o “velo”, nel caso di Golden State). Scelta che genera subito una facile schiacciata di Draymond Green, ma che paga nel secondo quarto, chiuso dai padroni di casa con soli 21 punti segnati.

Steve Kerr conferma Andrew Bogut, ma sposta Klay Thompson su Damian Lillard ed Andre Iguodala su C.J. McCollum, risparmiando a Steph Curry il compito di marcare 1 vs 1 il numero 0 dei Blazers. Draymond Green ignora Aminu e Harkless e gioca da “libero”, siglando subito due stoppate su Enes Kanter servito sotto canestro ed in recupero su Seth Curry piazzato dall’angolo destro.

Dopo i 36 facili punti di gara 1, Steph Curry gode di molta meno libertà in attacco: Zach Collins, così importante nella serie contro i Nuggets, è un non-fattore nelle prime due partite ad Oakland a causa dei falli (solo 8 minuti in gara 2), ma coach Stotts trova minuti di qualità da Meyers Leonard, che si dimostra abbastanza mobile da contenere e recuperare sui pick and roll centrali di Curry, ed in attacco non danneggia la squadra (7 punti e 6 rimbalzi in soli 17 minuti).

Nel primo tempo la difesa dei Blazers riesce a togliere il pallone dalle mani di Curry, obbligando Jonas Jerebko, Jordan Bell e Andre Iguodala a fare tesoro del tanto spazio a disposizione. Portland acquista ritmo e trova punti facili in transizione, cosa che in gara 1 non era mai riuscita:

I Trail Blazers segnano 65 punti nel primo tempo (65-50 il punteggio), nonostante Damian Lillard segni i primi punti della sua partita solo con 3 minuti da giocare nel secondo quarto. Dopo le sole 14 palle perse di gara 1, sono già 10 in soli 24 minuti i palloni sprecati dagli uomini di Steve Kerr in gara 2.

Vista la malaparata, coach Kerr cambia le cose ad inizio terzo quarto: archiviato Andrew Bogut, Kevon Looney riprende il suo posto in quintetto base. Kerr getta nella mischia persino Damian Jones, alla sua prima partita dallo scorso dicembre, e dà fiducia a Jordan Bell.

Ed è proprio un rimbalzo offensivo di Looney apre le danze ad Oakland: tripla di Curry, seguita da altra tripla di Curry, recupero di Looney in tuffo su Lillard, stoppata di Looney, tripla di Thompson, altra tripla di Thompson, appoggio di Green… ed il 67-50 Blazers di inizio terzo periodo è solo un ricordo (69-99 Portland con 7:11 ancora da giocare).

Così come nel quarto periodo di gara 1, sono 39 i punti segnati dagli Warriors nel terzo quarto. Golden State impiega un tempo ad adattarsi agli aggiustamenti difensivi di Portland, i bi-campioni tornano a trovare tanti punti facili, grazie all’esperienza ed alla grande familiarità di Curry, Green, Thompson, Looney, Shaun Livingston e persino Jordan Bell:

Nel secondo quarto, Thompson inizia l’azione, legge la difesa ed attira il raddoppio di Hood e McCollum, serve Livingston che a sua volta trova Jordan Ball per 2 punti facili

Mentre la fatica fisica e mentale per i difensori dei Blazers sale, i Golden State Warriors sono sempre un passo avanti:

La rimonta degli Warriors impedisce a coach Stotts di dare minuti di riposo a Damian Lillard. Dame gioca 43 minuti in gara 2, ed è puntualmente costretto a pensare, ad aggirare i raddoppi e gli angoli difensivi propostigli dalla difesa avversaria.

Per Lillard una partita da 23 punti, 10 assist, 5 rimbalzi e sole 2 palle perse, ma “soli” 16 tiri dal campo (6 su 16, 5 su 12 al tiro da tre punti), e tanta corsa.

L’affaticamento di Lillard e dei Blazers è evidente negli ultimi due minuti di gara: sul 110-108 Warriors, Lillard tenta senza successo di guadagnarsi un fallo facendo saltare Draymond Green e tirando in emergenza (tripla importantissima di Seth Curry sul rimbalzo offensivo), e sulle due azioni successive, Golden State ha gioco facile nel chiudere la partita:

 

La giocata “incriminata” di Andre Iguodala che strappa il pallone del potenziale pareggio ad un Lillard esausto

WARRIORS-BLAZERS, COSA ASPETTARSI PER IL RITORNO A PORTLAND?

Presentare una finale di conference come un duello personale tra Curry e Lillard non è cosa che renda giustizia alle due squadre. La differenza tra Warriors e Blazers in campo l’ha fatta l’incredibile, seppur stra-nota, confidenza dei giocatori di Steve Kerr (titolari, panchinari e… redivivi come Jordan Bell) in partite di questo livello.

I Blazers hanno aggiustato ritmo e difesa dopo la faticosa gara 1, i Golden State Warriors si sono dimostrati sempre un passo avanti: non esiste difesa, raddoppio, trap o blitz che Steph Curry, Klay Thompson e Draymond Green palla in mano, e Shaun Livingtson, Andre Iguodala e Kevon Looney lontano dalla palla non abbiano visto in questi anni. La capacità di reazione dell’attacco Warriors ha sfibrato la difesa di Portland nel secondo tempo di gara 2 (64 punti segnati).

Dame Lillard ha terminato gara 2 sulle ginocchia, “derubato” da Andre Iguodala. Le energie spese da Lillard per leggere e giocare di conseguenza sui raddoppi avversari con i tempi giusti hanno pesato sull’esecuzione dei Blazers nel finale della seconda partita.

Portland ha chiuso con 18 su 29 al tiro da tre punti in gara 2, ma l’impressione è che i Golden State Warriors possano “vivere”, traducendo letteralmente dall’inglese, con 16 punti a testa di Seth Curry, Rodney Hood e persino di Moe Harkless (15 punti a partita nelle prime due gare), pur di non concedere un attimo di respiro a Lillard e McCollum.

Nelle prime due partite, Damian Lillard ha tentato 28 conclusioni dal campo, Steph Curry è invece a quota 45. Attendersi un cambio di passo della point-guard dei Trail Blazers al Moda Center è più che lecito, e con l’aria di casa giocatori come Enes Kanter, Al-Farouq Aminu e Moe Harkless acquisteranno maggior fiducia.

Anche C.J. McCollum beneficerà del ritorno a Portland; in gara 2, due suoi inconsueti errori nel finale di partita hanno complicato le cose per coach Stotts, in una serie tatticamente impossibile, contro un avversario che, banalmente, ne conosce una più del diavolo

… e che sta giocando senza Kevin Durant. Anche se non si vede.

Warriors ancora senza Durant, Blazers sbattono su Iguodala: “Esperienza”

iguodala lillard

La partita sembrava ampiamente nelle mani degli ospiti, almeno fino all’intervallo. Dall’inizio del secondo tempo i Golden State Warriors recuperano 15 punti ai Portland Trail Blazers, e chiudono l’incontro sul 111-114 con una difesa incredibile di Andre Iguodala. Il tutto dovendo ancora fare a meno della stella di Kevin Durant, che non si unirà alla squadra nemmeno per le prossime gare.

A 1:03 dalla fine dell’incontro i Blazers si erano portati avanti con una tripla di Seth Curry, sul 111-110. Poi, nelle azioni successive, una schiacciata di Kevon Looney e un appoggio di Draymond Green avevano portato il punteggio sul 111-114. Con 12 secondi da giocare la palla è andata, chiaramente, nelle mani di Damian Lillard. Il numero 0 della squadra ospite ha trovato sulle sue tracce l’esperto ed arcigno difensore Andre Iguodala. L’MVP delle Finals 2015 non si è limitato a fermare l’offensiva dell’avversario, ma gli ha anche rubato palla, con pochissimi secondi rimasti sul cronometro, sigillando, di fatto, la vittoria.

Tra le fila di Golden State brilla ancora Steph Curry, che sembra ormai sbloccatosi a livello mentale: fa registrare 37 punti, 8 rimbalzi e 8 assist, avvicinandosi a una insolita tripla doppia. Ancora fondamentale l’apporto dalla panchina di Looney, che gioca 29 minuti, segna 14 punti (6/6 dal campo e 2/3 ai liberi) e afferra 7 rimbalzi. Draymond Green gioca invece una partita completa, con 16 punti, 10 rimbalzi, 7 assist e 5 stoppate.

Affanna ancora Lillard, che si ferma a 23 punti e solo a 6 tiri segnati su 16 tentati. Non benissimo anche CJ McCollum, che segna 22 punti, mandando a bersaglio 9 tiri su 23. Unica nota positiva per Portland è la prestazione di Seth Curry, che fa registrare 16 punti, facendo muovere la retina 4 volte su 7 tentativi da tre punti.

“Grazie alla nostra esperienza”

L’esito di questa gara ha evidenziato la vera marcia in più che gli Warriors hanno sui Blazers, anche in assenza di Durant: l’esperienza, ma anche Andre Iguodala in difesa. I temi principali delle parole post-partita dei protagonisti sono stati, infatti, questi due: la resilienza dei padroni di casa e la giocata difensiva finale.

Come riportato da Tim MacMahon, per ESPN, Draymond Green ha commentato così l’incontro:

“Siamo già stati in questa situazione. Quando fai tutto quello che abbiamo fatto noi negli anni, vedi un po’ di tutto. Per cui, siamo sotto di 8 punti a 4 minuti dalla fine? Semplicemente continuiamo a giocare, perché sappiamo di poter recuperare tanti punti anche in un minuto. Essere consapevoli di poter fare qualcosa del genere è importante, ma forse ancora più importante è sapere esattamente cosa fare per metterlo in atto. Per cui stanotte è avvenuto tutto grazie alla nostra esperienza, e ai nostri ragazzi che non mollano mai

Damian Lillard ha parlato delle sue sensazioni sulla giocata finale da lui subita:

“Capisco che per gli arbitri sia una situazione difficile, dover decidere l’incontro con quella chiamata. Io, da attaccante, ho sentito molto contatto. Ma come detto gli arbitri non si metteranno mai in mezzo per decidere la partita in quel modo. Per cui… ottima giocata difensiva…”

Coach Steve Kerr ha affermato che i suoi, dopo la prestazione opaca, soprattutto nel primo tempo, abbiano rubato la vittoria. CJ McCollum è in parte d’accordo:

“L’hanno rubata, ma se la sono guadagnata nei minuti finali. Per le prossime partite comunque, in casa, abbiamo qualche chance. Dobbiamo renderci conto della possibilità che abbiamo. La squadra mancava da questo palcoscenico da 19 anni, ora, sebbene stare sotto 2-0 non sia l’ideale, dobbiamo sfruttare il campo di casa.”

Ok Warriors, Blazers già inseguono, super Curry: “So di cosa sono capace”

warriors blazers

Qualcuno ne aveva dubitato la tenuta mentale durante le ultime settimane, e dopo gara 6 della serie contro gli Houston Rockets, Steph Curry risponde ancora a tono. Nella notte della Lotteria del Draft, i Golden State Warriors superano i Portland Trail Blazers per 94-116 e si portano subito in vantaggio nelle Finali della Western Conference.

La squadra di Oakland ha dovuto ancora fare a meno di Kevin Durant, sua stella più lucente in questa postseason. Ma, ancora una volta, i suoi componenti hanno dimostrato di saper vincere anche senza il suo apporto, seppur fondamentale. Steph Curry ha giocato una partita dominante, segnando 36 punti, 9 triple su 15 tentate, raccogliendo 6 rimbalzi e distribuendo 7 assist. Una prestazione a tutto tondo, a testimoniare, per l’ennesima volta, che il livello del numero 30 sia ancora tra i più alti in assoluto nella lega.

A contribuire alla vittoria anche i 26 punti di Klay Thompson e l’insolita, seppur efficace, profondità della panchina mandata in campo da Coach Steve Kerr, della quale ben 6 membri hanno superato i 10 minuti in campo.

Non bene i giocatori di Portland, nessuno dei quali raggiunge i 20 punti segnati. Damian Lillard si ferma a 19, con un negativo 4/12 dal campo, CJ McCollum non supera i 17, segnando 7 tiri su 19 tentati. Rodney Hood recupera in estremo dall’infortunio rimediato in gara 7 contro i Denver Nuggets ed esce bene dalla panchina con 17 punti e il 50% dal campo, ma chiaramente non basta ai suoi.

“So di cosa sono capace!”

Dopo l’iniezione di fiducia rimediata da Steph Curry in gara 6 delle semifinali di Conference, una prestazione del genere c’era quasi da aspettarsela. Il numero 30 riscuote le lodi dei suoi, mentre gli avversari promettono battaglia per le prossime uscite della serie.

Come riportato da Nick Friedell, per ESPN, Draymond Green ha commentato così lo show del compagno:

“La partita contro Houston ha avuto un impatto enorme per lui. Come giocatore vuoi mantenere sempre il ritmo e seguirlo. Lui ha preso la sua inerzia da quella partita e l’ha perseguita anche questa notte, iniziando fin da subito in modo aggressivo. Inoltre, considerando che Durant è out, Steph sa di essere ancora più fondamentale per il nostro attacco, e questo aiuta la sua impostazione mentale.”

Lo stesso Curry ha parlato delle sue sensazioni durante la partita:

“So di cosa sono capace su quel parquet. La situazione mi richiede di essere più aggressivo del solito, spero di riuscire a continuare a farlo. E’ una bellissima sensazione tirare la palla e vedere che entra a canestro. Per quattro partite e mezzo nella scorsa serie non ci ho nemmeno provato, stanotte sono partito bene. Non è facile ma voglio continuare così.

Tim MacMahon, altra penna ESPN, riporta invece le parole dei membri dei Blazers, riguardo la loro prestazione e quella del loro avversario. Per Coach Terry Stotts:

“Non è una partita secca, non è finita, però dovremo giocare meglio in attacco, in particolare. Ma comunque da entrambi i lati del campo. (…) Attaccare Curry con il lungo sul pick and roll come ha fatto Houston? Quando loro l’hanno fatto gli ha segnato 33 punti in due quarti, per cui sì, magari ci do un’occhiata… (Ha risposto ironico a una domanda su come chiudere il numero 30 avversario, ndr).”

Il Coach e CJ McCollum sono d’accordo su una cosa:

“Nonostante la brutta prestazione, nell’ultimo periodo avremmo potuto addirittura giocarcela, per cui sì, questo ci incoraggia. Ci fa pensare che, migliorando le giuste cose, non siamo così lontani da loro. Dobbiamo serrare i ranghi ed essere pronti per gara 2.”