Three Points – Playoff e draft lottery

nba free agency 2019
Caspita, ne è passato di tempo dall’ultima edizione di ‘Three Points’! Tra i consueti bilanci sulla regular season (Awards e pagelle), il secondo episodio di Garbage Time (la rubrica che il mondo non ci invidia) e l’incredibile storia dell’AmeriLeague, se n’è andato un mesetto abbondante. Nel frattempo, i playoff hanno già emesso parecchi verdetti, premiando le squadre più meritevoli e lasciando per strada vittime eccellenti. In questa edizione cercheremo di ‘riordinare le carte’, concentrandoci più che altro su quanto avvenuto nel secondo turno (altrimenti, i Points dovrebbero essere come minimo Six, non Three). Ci sarà spazio anche per un avvenimento destinato a cambiare molti equilibri in NBA: la draft lottery, che si è svolta in settimana e che ha riservato non poche sorprese. Partiamo subito!
1 – Quelli che restano
Kawhi Leonard e Kevin Durant, per ora i due MVP di questi playoff
Kawhi Leonard e Kevin Durant, per ora i due MVP di questi playoff
Di questi playoff 2019, il secondo turno sarà probabilmente ricordato come il più bello. Escludendo Milwaukee vs. Boston, chiusa abbastanza agevolmente dai Bucks, abbiamo assistito a delle serie epiche. Forse non sempre giocate benissimo dalle squadre impegnate, ma indubbiamente intense e drammatiche. Per Denver vs. Portland e Toronto vs. Philadelphia, questo assunto si potrebbe limitare alle sole gare-7, decise rispettivamente da una feroce rimonta dei Blazers e dall’incredibile buzzer-beater di Kawhi Leonard. Golden State vs. Houston è stata invece LA serie, emozionante e ricca di spunti dall’inizio alla fine: grandi prestazioni individuali, partite decise negli ultimi possessi, se non addirittura all’overtime, infortuni più o meno seri, reazione alle avversità, gioco di squadra, difese superlative e canestri impossibili. Insomma, uno spettacolo eccezionale.
La maestosa prestazione degli Warriors ‘orfani’ di Kevin Durant, oltre a chiudere bruscamente gran parte delle polemiche (dall’assenza di Chris Paul nel 2018 ai presunti complotti arbitrali), avvicina ulteriormente i californiani al three-peat. KD si era caricato la squadra (reduce da una regular season piuttosto altalenante) sulle spalle, risultando determinante sia nell’ostico primo turno contro i Los Angeles Clippers, sia nelle prime quattro gare e mezza contro i Rockets. I 34.2 punti di media e le spaventose percentuali sono solo cifre ma, vedendolo in azione, completano al meglio il ritratto di un dominatore del gioco. Senza il loro fenomeno, gli Warriors hanno fatto un salto indietro nel tempo, mostrandosi in una versione molto simile a quella vista all’inizio della dinastia. Klay Thompson, al solito, ha morso esattamente quando contava, senza mai strafare e dannandosi come un matto in difesa. Draymond Green e Andre Iguodala hanno sfoggiato l’abito buono, facendo la differenza con una moltitudine di piccole cose, Kevon Looney ha emulato il Festus Ezeli del 2015, giocando ben oltre le aspettative, Andrew Bogut, Jonas Jerebko e Quinn Cook hanno portato quei mattoncini necessari a completare la costruzione. E Stephen Curry? Il due volte MVP è stato in evidente difficoltà nelle prime due serie di questi playoff. I tiri che di solito fulminavano la retina venivano costantemente respinti dal ferro, e i vari acciacchi ne aumentavano a dismisura la frustrazione. Eppure, quando c’era una partita o una serie da decidere, lui si è fatto avanti e l’ha decisa. A questo servono i fuoriclasse.
I Portland Trail Blazers hanno affrontato i playoff da vera e propria ‘squadra in missione’. Il pesante 4-0 subito l’anno scorso per mano dei New Orleans Pelicans ha lasciato agli uomini di Terry Stotts un’inesauribile sete di vendetta. Poco importava il terribile infortunio di Jusuf Nurkic, e tantomeno il fatto che non partissero con i favori dei pronostici; quella non è mai stata una novità. Portland si è fatta sotto al grido di “avanti il prossimo!”. Un Damian Lillard spaziale ha abbattuto gli Oklahoma City Thunder, sigillando la sua impresa con la leggendaria gara-5 da 50 punti e game winner. Contro i Denver Nuggets, Dame si è di colpo ‘raffreddato’, ma alle sue spalle ha trovato una squadra pronta a sostenerlo. C.J. McCollum si è guadagnato le copertine con una grandiosa gara-7, ma senza il contributo di giocatori come Enes Kanter, Evan Turner, Rodney Hood, Zach Collins e Seth Curry (ora atteso da un rendez-vous con il fratellone alle Conference Finals), i Blazers sarebbero già in vacanza. Ora arrivano i campioni in carica; all’apparenza un ostacolo insormontabile, ma Lillard e soci, delle apparenze, se ne fregano.
A contendersi il trono dell’Est saranno due squadre capaci di dominare incontrastate fin da inizio stagione. I Milwaukee Bucks sono stati senz’altro i più convincenti. Coach Mike Budenholzer ha trasformato l’eterna Cenerentola in una contender a tutti gli effetti, rimodellandola a immagine e somiglianza di Giannis Antetokounmpo. Intorno al candidato MVP è cresciuta una vera e propria corazzata, in grado di spadroneggiare in regular season e di spazzare via i Detroit Pistons al primo turno playoff. Lo scoglio di gara-1 contro Boston, in cui l’eccezionale difesa orchestrata da Brad Stevens e la serataccia dei Bucks avevano minato più di una certezza, è stato brillantemente aggirato grazie al uno straripante Giannis (28.4 punti e 11 rimbalzi di media nella serie), ma anche alla ritrovata vena di Khris Middleton ed Eric Bledsoe e al notevole impatto di George Hill, degno rimpiazzo dell’infortunato Malcolm Brogdon. Milwaukee arriva alle finali di Conference sulle ali dell’entusiasmo e carica di aspettative, guidata da un giocatore con enormi ambizioni.
Anche i Toronto Raptors possono contare su una star di prima grandezza. Kawhi Leonard ha spiegato chiaramente cosa significhi “fare la differenza”. Non solo segnando il canestro più importante nella storia della franchigia, ma anche spazzando via la ‘maledizione playoff’ che da anni attanagliava i canadesi. Nel 2019, Toronto è arrivata alla post season con piena convinzione nei propri mezzi, consapevole di avere un fenomeno in grado di risolvere da solo le partite più difficili. Ecco, forse quel ‘da solo’ è stato preso un po’ troppo alla lettera dagli uomini di Nick Nurse. Con un supporting cast non sempre all’altezza (Pascal Siakam e Kyle Lowry, gli unici a dare manforte in attacco al numero 2, sono stati più incostanti che mai) gli isolamenti di Leonard sono stati troppo spesso l’unica arma dei Raptors. Toronto ha superato Philadelphia non per aver giocato meglio, semmai meno peggio. Contro dei Bucks così lanciati non basterà accontentarsi, bisognerà dimostrare di essere davvero una grande squadra. Anche perchè, giova ricordarlo, Kawhi dovrà compiere una scelta piuttosto importante, tra qualche settimana…
2 – Quelli che tornano a casa
Per i Celtics di Kyrie Irving e i Rockets di James Harden, i playoff sono finiti prima del previsto
Per i Celtics di Kyrie Irving e i Rockets di James Harden, i playoff sono finiti prima del previsto
Ci sono pochi dubbi sul fatto che, alle finali di Conference, ci vadano le squadre che più hanno meritato. E’ altrettanto vero, però, che tra le eliminate ‘precoci’ ci sia qualche sorpresa. Boston Celtics e Houston Rockets sono quelle che escono peggio dai playoff 2019. I biancoverdi partivano come indiscussi favoriti a Est, ma si è capito presto che qualcosa non andava. La formazione agguerrita e talentuosa che aveva incantato nella scorsa stagione si è trasformata in un pollaio con troppi galli. Mentre coach Brad Stevens si ingegnava, una gara dopo l’altra, a trovare l’assetto giusto per valorizzare la stella Kyrie Irving, i giovani rampanti Jayson Tatum e Jaylen Brown, il rientrante Gordon Hayward e il nucleo storico del gruppo, la regular season passava inesorabile. La tesi “tanto ai playoff la musica cambia” è stata una costante sia per i diretti interessati, sia per molti addetti ai lavori, segno di una fiducia mai giustificata dalle prestazioni sul campo. Ai playoff, la musica non è affatto cambiata. Dopo una vittoria tutt’altro che convincente contro i rimaneggiati Indiana Pacers, l’impatto con il treno proveniente dal Wisconsin ha esposto tutti i limiti di una squadra che ha perso l’antica alchimia. Ora, a Boston inizia una off-season ricca di decisioni delicate.
Il futuro di Houston, quantomeno, sembra più stabile. D’altronde, i maxi-contratti siglati da James Harden, Clint Capela e (soprattutto) Chris Paul non lasciano troppi spiragli per chissà quale rivoluzione. E forse non cambiare nulla sarà la mossa migliore visto che, in estate, la corazzata-Warriors potrebbe ammainare le vele e finire dritta in un museo. Ciò premesso, i Rockets ci credevano davvero. La gara-6 giocata in casa (dove Houston aveva sempre vinto e convinto), con gli avversari privi di Kevin Durant e con uno Stephen Curry irriconoscibile, era l’occasione più ghiotta per lasciarsi alle spalle le recriminazioni del passato e candidarsi seriamente a mettere le mani sul Larry O’Brien Trophy. Invece, i texani si sono arresi nuovamente a una squadra più determinata, più cinica, più esperta, più forte. Magari sarà il prossimo l’anno buono, ma nella storia NBA c’è chi questo mantra lo ha ripetuto in eterno…
Anche i Philadelphia 76ers salutano i playoff con il morale a terra. La decisione di accelerare ‘The Process’ con gli innesti in corsa di Jimmy Butler e Tobias Harris ha reso la squadra di Brett Brown una minaccia più credibile di quanto non lo fosse a inizio stagione, ma l’inesistente esperienza comune del gruppo si è fatta sentire. Contro i Brooklyn Nets è arrivata una forte reazione d’orgoglio dopo la prima sconfitta, ma nella serie contro i Raptors, Phila ha giocato bene una sola partita, la gara-3 vinta in casa. Per il resto, ha dato l’impressione di essere un ‘cantiere aperto’. Una sensazione ampliata notevolmente dalle cattive condizioni fisiche di Joel Embiid, dai continui dilemmi tattici legati ai limiti offensivi di Ben Simmons e dall’incostanza di Tobias Harris. Jimmy Butler ha sempre risposto “presente” quando la posta si è alzata, ma la squadra non era ancora pronta al grande salto. Fare l’ultimo passo è ancora un obiettivo alla portata, ma bisognerà operare con estrema cura nei prossimi mesi.
Tra le eliminate del secondo turno, Denver è quella che potrà consolarsi più rapidamente. Perdere gara-7 dopo essere stati in vantaggio anche di 17 punti fa sicuramente male, ma i Nuggets hanno comunque vissuto una stagione splendida. Chiudere al secondo posto la Western Conference e eliminare una squadra esperta come i San Antonio Spurs ai playoff è un risultato eccellente, per il team più giovane dell’intera NBA. Questo 2018/19 è stato il coronamento di un impeccabile processo di ricostruzione, che ha portato in Colorado un candidato MVP (Nikola Jokic), una potenziale stella (Jamal Murray, in attesa di capire quanto vale Michael Porter Jr.), un ottimo two-way-player (Gary Harris) e un allenatore valido come Mike Malone. Nella serie contro i Blazers è emersa la mancanza di esperienza e di ‘killer instinct’, ma il tempo gioca indubbiamente a favore dei Nuggets; ci sono tutte le premesse affinché questo gruppo, giovane ma già così solido, possa crescere ancora.
3 – Quelli che stanno arrivando
Zion Williamson, probabilissima prima scelta assoluta al draft 2019
Zion Williamson, probabilissima prima scelta assoluta al draft 2019
Mentre i destini di quattro franchigie si decidono sul campo nella fase finale dei playoff, quelli di moltissime altre sono stati sconvolti da un’urna. Alle 20:30 (orario della costa atlantica statunitense) di martedì 14 maggio 2019 è scattata l’ora X. Anzi, l’ora Z, visto che l’annuale draft lottery metteva in palio, di fatto, Zion Williamson. In tanti aspettavano con ansia l’estrazione delle palline; mettere le mani su un fenomeno come l’ala di Duke può dare una svolta epocale a una franchigia. Alcuni, come Phoenix Suns o Cleveland Cavaliers, speravano di rendere Zion il nuovo volto di un’organizzazione in crisi, altri avrebbero potuto optare per soluzioni differenti. Se lo ‘scherzo della natura’ da Salisbury (North Carolina) ha ancora tutto da dimostrare sui campi NBA, il suo valore come pedina di scambio non è mai stato in discussione. Lo sapevano bene i New York Knicks, che accarezzavano da tempo una ‘pazza idea’: ottenere i diritti sulla prima scelta e proporli ai New Orleans Pelicans tra le contropartite per Anthony Davis, stella già affermata il cui futuro è sempre più lontano dalla Louisiana. Invece, la lottery ha regalato un clamoroso colpo di scena: la prima scelta assoluta andrà proprio ai Pelicans, che partivano con appena il 6% delle probabilità. Uno sviluppo che cambia drasticamente le prospettive. Innanzitutto, portare Williamson a New Orleans potrebbe salvare la franchigia dal rischio di un trasferimento, reso sempre più concreto dalla questione-Davis. Inoltre, darebbe una brusca accelerata alla ricostruzione. Davis ha fatto intendere di voler comunque cambiare aria, ma il front-office dei Pelicans, con la certezza di avere già a disposizione la prima scelta, avrà una posizione di enorme vantaggio in qualsiasi trattativa di mercato.
I piani dei Knicks, che avranno la terza chiamata, restano pressoché invariati ma ora, per chiedere Davis, serviranno maggiori contropartite. In ogni caso, con lo spazio salariale per puntare ad almeno un grosso calibro in free-agency, è difficile che New York non includa la sua scelta in uno scambio. Idem dicasi per i Los Angeles Lakers, che si ritrovano con un’inaspettata quarta selezione. Senza dubbio i gialloviola parteciperanno all’asta per Davis, ma la terza scelta di New York potrebbe fare molta più gola a New Orleans; potenzialmente, i Pelicans potrebbero trovarsi con Zion Williamson, Ja Morant / R.J. Barrett, Kevin Knox e Mitchell Robinson. Non una bruttissima base su cui ricostruire… Dovesse sfumare l’assalto al Monociglio, la scelta dei Lakers potrebbe essere comunque spesa per accaparrarsi un altro grande nome (Bradley Beal?), obiettivo indispensabile per dare finalmente un senso all’approdo in California di LeBron James.
Tra i principali delusi dal sorteggio ci sono gli Atlanta Hawks. E’ vero, la scelta ottenuta dallo scambio Luka DoncicTrae Young (protetta fino alla numero cinque) non è stata rimandata a Dallas, ma in Georgia speravano in due chiamate più alte, rispetto all’ottava e alla decima.
Il principale merito della riforma della lottery, voluta da Adam Silver nel 2017, è di aver sostanzialmente reso vana la pratica del ‘tanking’. Se i Pelicans hanno ottenuto la prima scelta nonostante il 6% di possibilità, l’urna ha sorriso anche ai Memphis Grizzlies, che avevano chiuso la regular season con il nono peggior record. Mentre nel Tennessee si preparano ad accogliere una potenziale stella, squadre esplicitamente ‘votate a perdere’ come Cleveland e Phoenix dovranno accontentarsi, rispettivamente, della quinta e della sesta chiamata. Bene così; per la credibilità della NBA non poteva esserci notizia migliore.

Garbage Time, l’altra NBA – Episodio #2

Puntuale come la Brexit (ma avevamo avvertito che la cadenza sarebbe stata rigorosamente ferrettiana), torna Garbage Time, la rubrica che raccoglie il meglio del peggio di ciò che gravita intorno al mondo NBA. Questa edizione è senza ombra di dubbio una delle migliori due di tutti i tempi, soprattutto considerando che è la seconda. Come dite? Non sembra un motivo sufficiente per leggerla? Male: sappiate che una ricerca dell’università di Duke, condotta dal professor Piermike Krzyzewski (tuttora alle prese con delle assurde accuse di nepotismo), ha rivelato che, leggendo un’edizione di Garbage Time, tutte le altre rubriche sembreranno di colpo più interessanti. Come come? Basta con le cazzate e passiamo all’inutilissima Top 10 di oggi? Vaaaaaaa bene… Prima però, il consueto pippone preliminare.

Qualora il vostro disagio esistenziale fosse talmente elevato dal farvi apprezzare questa rubrica, scrivete il vostro IBAN nei commenti. O magari aprite un gustoso dibattito su quale sia la GOAT tra le rubriche NBA, se questa, quella di Jordan, quella di LeBron o quella di Doncic. Qualora doveste invece considerarla un insulto all’umana decenza, non esitate a esternarlo, dando sfogo alle vostre volgarità più fantasiose. Ma soprattutto, qualora aveste delle segnalazioni per i prossimi episodi, trovate il modo di recapitarcele, magari scrivendole nei commenti.
Per quanto stupido possa sembrare, questa è una rubrica multimediale. Per comprenderne a fondo gli snodi narrativi è INDISPENSABILE cliccare su tutti i link che compariranno (sono quelli scritti in blu, per i neofiti dell’Internet), inclusi quelli che vi proporranno di aumentare le dimensioni di organi vari (consiglio stile-Aranzulla: per maggiore comodità, fate ‘clic’ con il pulsante destro del mouse e selezionate “Apri link in un’altra scheda”). Alla fine di ogni posizione, troverete gli hashtag di riferimento per diffondere come il Vangelo queste idiozie sui social.

Disclaimer: parte dei demeriti per questa robaccia va attribuita a quelli della Kliq, che oggi saranno come minimo padri, se non addirittura madri di famiglia, per cui staranno tentando invano di insabbiare il loro passato inglorioso.

 

Posizione numero 10: Jakob Poltl

Mai sponsor fu più azzeccato
Mai sponsor fu più azzeccato

Tra le cose che non penseresti mai di vedere in un’arena NBA, soprattutto a metà marzo, ci sono indubbiamente un’invasione di pipistrelli e un giocatore che si è preso un’insolazione. A San Antonio sono successe entrambe. Se la questione-Batman era nota già ai tempi di Manu Ginobili (ma gli animalisti che fanno? E il PD?), la prodezza di Jakob Poltl è una perla inedita. Durante il primo quarto della gara contro i New York Knicks, dalla panchina degli Spurs si alza uno sconosciuto. A prima vista sembra Blake Griffin travestito da Donald Trump ma, non appena si toglie la felpa, tutto diventa più chiaro (anzi, fosforescente): è Poltl!

Il centro austriaco, per concentrarsi al meglio in vista della sfida contro i temibilissimi avversari, ha pensato di concedersi una bella pennica all’aperto. Al suo risveglio, guardandosi intorno, non ha trovato le verdeggianti foreste della terra natia, bensì un paio di cactus e un teschio di bufalo. Solo allora ha realizzato il madornale errore commesso. O almeno, questa è la versione (ok, forse un po’ romanzata) raccontata da Poltl; la verità sarebbe stata troppo lunga da spiegare… Superato (?) l’imbarazzo per la grottesca ‘abbronzatura da muratore’, l’impronunciabile lungo ha messo a referto una prestazione da 12 punti, 9 rimbalzi e ben 5 stoppate. D’altronde, era caldo già dalla palla a due

#ècaldocomeunastufa #gioventùbruciata #solechebattesulcampodipallone #sottoilsolesottoilsole #vorreiuncolortrump #behiosonolaureato #milleunomilleduemilletre #eraforseilsole #lamanodimanu

 

Posizione numero 9: Mario Chalmers

Mario Chalmers tra LeBron James e Dwyane Wade. Il tampering varca i confini della NBA
Mario Chalmers tra LeBron James e Dwyane Wade. Il tampering varca i confini della NBA

Chi segue la NBA da almeno 5-6 anni avrà certamente sentito parlare di Mario Chalmers. Per gli altri, un breve riepilogo: arriva da Anchorage, Alaska, il suo nome completo è Almario Vernard Chalmers, ha chiamato un figlio Zachias A’mario, un altro Prynce Almario e una figlia Queen Elizabeth. Nel 2008 ha vinto il titolo NCAA con Kansas (da Most Outstanding Player) anche grazie a una sua miracolosa tripla in finale, poi è stato cacciato dal programma NBA per l’inserimento dei rookie per essersi fatto beccare in stanza in compagnia di due allegre fanciulle (“Era tutto finalizzato all’inserimento!” ha inutilmente protestato Mario), qualche cannetta e la magica coppia Darrell ArthurMichael Beasley. Quindi, ha giocato quattro finali e vinto due titoli NBA da playmaker titolare dei Miami Heat, quelli di LeBron James, Dwyane Wade e Chris Bosh. Nel 2015 è passato ai Memphis Grizzlies, ma la rottura del tendine d’Achille ne ha compromesso la carriera. O almeno, quella NBA. Il buon Mario non poteva immaginare che i giorni migliori dovessero ancora arrivare. Il 3 marzo 2019, la Virtus Bologna annuncia il suo ingaggio, e la magia ha inizio.

Il mese che segue è poesia allo stato puro. Non stiamo parlando delle sue prestazioni in campo, ma degli episodi ‘di contorno’ che riportano ai fasti degli Anni’80, quando le stelle NBA venivano a ‘svernare’ da noi, godendosi la vita e preparandosi a una pensione dorata. Nel giro di poche settimane, il mitico ‘Rio’ ha regalato al pubblico tricolore una serie di perle che rischiano di mettere in ombra i suoi successi in patria.
Che si tratti di un personaggio da tenere d’occhio è evidente fin dalle sue prime dichiarazioni, tra le quali spiccano “Non ho scelto l’Italia, è l’Italia che ha scelto me” e “Ho assaggiato tortellini e tagliatelle ma, se DEVO tornare in forma, per un po’ di tempo sarà meglio stare lontano dalla pasta” (meglio concentrarsi sugli alcolici, come vedremo in seguito). Ai deliziati cronisti, Chalmers comunica di aver mandato a LeBron James un fotomontaggio che ritrae il Re, Dwyane Wade e SuperMario con la maglia della Virtus. Sostiene che LBJ abbia gradito, invitando l’ex compagno ad andarsene affan a godersi l’avventura emiliana e divertirsi. Un consiglio che Almarione seguirà alla lettera.

Nemmeno il tempo di conoscere il loro nuovo playmaker, che coach Sasha Djordjevic e squadra vedono comparire in palestra un tizio che sembra la perfetta fusione tra Russell Westbrook, James Harden alla premiazione per l’MVP e Jon Voight nella scena iniziale di Un Uomo Da Marciapiede. E’ nientemeno che Ray Allen, passato a trovare il vecchio amico dopo aver assistito alla partita di Champions League tra Juventus e Atletico Madrid. Preso dall’esaltazione, ‘He Got Game’ documenta il tutto in una Instagram story in cui, tra le altre cose, omaggia la Virtus con un bel “Non so come si chiama la squadra”.
Nel frattempo, Chalmers manifesta il suo ottimismo sulle possibilità delle ‘V Nere’ firmando un contratto per la prossima stagione nella lega BIG3, il festival della tamarraggine organizzato dal rapper Ice Cube. Piccolo dettaglio: la manifestazione comincerà il 22 giugno, data dell’eventuale gara-7 della finale scudetto, e terminerà a settembre inoltrato, quando a Bologna sarà già iniziato il raduno per il 2019/20.
Domenica 7 aprile, la Virtus perde contro Pistoia, ultima in classifica, una gara cruciale per la rincorsa ai playoff. Per festeggiare, Chalmers e alcuni compagni improvvisano una gita nella ‘vicinissima’ Milano, per andare a spaccarsi ammerda (come dicono in Alaska) in una nota discoteca meneghina. L’immancabile video, che immortala lo splendido quintetto in piena sintonia con le tradizioni locali, suscita lo sdegno di tifosi e società, a cui i protagonisti sono costretti a chiedere scusa. In una successiva apparizione pubblica (alla quale si presenta vestito come Ray Allen), però, Marione mette da parte l’ipocrisia, spiegando agli incuriositi astanti le reali motivazioni di quella visita.

#unstoppable #civediamoalmario #aestèpiùfacile #daibigthreeallabig3 #mispiaceavevogiàprenotato #whatdoessegafredomean #bolognathisisforyou #bolobynight #sonquainporschecorsocomo #ascoltaunattimololapalooza #ilpezzochespacca #pago39

 

Posizione numero 8: Jordan Bell

Un indizio sul possibile acquisto di Jordan Bell
Un indizio sul possibile acquisto di Jordan Bell

Anche nelle famiglie perfette può esserci quello che i sociologi definiscono ‘il figlio pirla’, il Principe Harry o il Lapo della situazione. Nel mondo NBA, la ‘famiglia perfetta’ è rappresentata dai Golden State Warriors, mentre per il ruolo del ‘figlio pirla’ è avanzata prepotentemente la candidatura di Jordan Bell.
Dopo una stagione da rookie incoraggiante, coronata dal titolo NBA e dalla parata (di cui si è reso indiscusso protagonista) per le strade di Oakland, il rendimento e il minutaggio del lungo da Oregon sono visibilmente calati, in questo 2018/19. A gennaio, un suo acceso diverbio con coach Steve Kerr viene intercettato dalle telecamere, ma si tratta di un episodio del tutto irrilevante, se paragonato al più recente colpo di genio.

Il 27 marzo, la squadra è a Memphis, per affrontare i derelitti Grizzlies di Brunone Caboclo. In giornata, viene comunicato che Bell non scenderà in campo (e verrà multato di diecimila dollari) per “condotta deteriore nei confronti del team”. Col passare delle ore, i contorni della vicenda si fanno più chiari: la sera prima, il Jordan più famoso della storia NBA (no, non DeAndre) si trovava in albergo. Per combattere la noia le aveva provate tutte, anche coinvolgendo i compagni, ma niente. Ecco dunque l’ideona: a quanto pare, il guascone avrebbe ordinato qualche ‘extra’ all’hotel, addebitandolo però sul conto di… Mike Brown!
Jordanone si scusa prontamente con il basito assistente-allenatore e con un ancora più perplesso Steve Kerr, in una riuscitissima imitazione di Christian De Sica“Uno scherzo, una penitenza, una burla!”. Però, il mistero sulla natura dell’acquisto resta irrisolto. Nei giorni successivi emergono le ipotesi più disparate: un pupazzo a grandezza naturale di Mr. Potato, la maglia di Kevin Durant ai Knicks, un cofanetto con la prima stagione di La prova del Cook (programma culinario condotto da Antonella Clerici e Quinn Cook)… Un’indagine più approfondita apre però una nuova pista: nella hall dell’albergo c’è la filiale di un famoso discount del Tennesse, particolarmente abile nelle campagne pubblicitarie. Effettivamente, alcuni prodotti non sono per tutte le tasche, così il poco abbiente Bell ha dovuto fare di necessità virtù.

#airpostjordan #jordanbelljordanalltheway #ammazzoiltempo #staserapagamike #laprovadelcook #unoscherzounaburlaunacafonata #rubavivandeinacciaio #occhialidanuca #marioadirato

 

Posizione numero 7: il Big Baller Brand

I Ball viaggiano sempre in coppia
I Ball viaggiano sempre in coppia

Tranquilli, non avete cliccato per sbaglio sul sito di Scarpe Magazine (che, ci crediate o meno, esiste davvero). Anche nella seconda edizione di Garbage Time parliamo di calzature ma, come la volta precedente, non ci discostiamo più di tanto dal mondo NBA. Probabilmente, anche i lettori di Scarpe Magazine avranno sentito nominare almeno una volta LaVar Ball. In caso contrario, meglio specificare: non è una pastiglia anticalcare, e nemmeno uno spin-off del manga giapponese sui Sayan. Il tizio in questione è da un paio d’anni sotto i riflettori per due ragioni principali: è il padre di Lonzo, playmaker prima di UCLA, poi dei Los Angeles Lakers, e ha una gran voglia di far parlare di sè.
Tralasciando le sparate che lo riguardano in prima persona (anche se il concetto “uno-contro-uno posso battere Jordan, LeBron e Kobe, ma solo perchè Kobe si è infortunato” meriterebbe approfondimenti, soprattutto per l’ultima parte), Mr. Ball approfitta di ogni singolo mezzo per ‘pompare’ a dismisura l’incolpevole figliolo. Da proclami del tipo “è meglio di Stephen Curry” si passa ad autentiche profezie, come “sarà il rookie dell’anno” o “porterà subito i Lakers ai playoff”, ovviamente non realizzate. Se di primo acchito sembra che il suo unico obiettivo sia quello di far ‘posterizzare’ Lonzo da mezza NBA, con il passare dei mesi il diabolico piano si delinea più nettamente.

Il vero scopo del pittoresco personaggio è lanciare il Big Baller Brand, un marchio ideato per far tremare il mercato delle calzature sportive. Come unici testimonial, i tre figli di LaVar, condannati all’eterno ludibrio dall’inesauribile passione familiare per i nomi di merda: dopo Lonzo, ecco LiAngelo (inequivocabile risposta alla domanda “DoveAngelo?”) e LaMelo (da non confondere con Lamela, ex giocatore della Roma, e la mela, frutto dai presunti poteri curativi). Ok, non saranno quelle pippe di Jordan e LeBron, ma possono bastare per fare soldi a palate. Nel maggio del 2017, compaiono sul mercato le ZO2, al prezzo-lancio di… 495 dollari! A chiunque osi eccepire, come ad esempio Shaquille O’Neal, il Flavio Briatore californiano risponde: “Se non puoi permettertele, non sei un vero Big Baller”. A far abbassare la cresta al gallo e il prezzo delle scarpe, arriva un altro BBB: il Better Business Bureau, un’agenzia di rating sulle aziende, che giudica il Big Baller Brand “incapace di evadere con tempestività gli ordini”. Una valutazione esagerata e faziosa: come si fa a definire una consegna di quattro mesi (come indicato sul sito) “non tempestiva”??
Ma non saranno certo pochi haters a fermare il grande progetto di LaVar: per lui sky is the limit, non solo una piattaforma satellitare. Prima mette in commercio delle ciabatte da 220 dollari, giustificandosi con “sono paragonabili ai sandali di Gucci e Prada” (facile immaginarsi qualcuno che, mentre esci dalla doccia, ti chiede, adorante: “Wooooooowwww…. Ma sono le nuove BBB???”), poi gioca il carico pesante: le signature shoes degli altri figli. Se Lonzo, perlomeno, è già un giocatore NBA, i suoi fratelli, che per pietà comodità chiameremo Gelo e Melo, sono due ragazzini brufolosi dall’avvenire ancora incerto. Perciò, il Silvio Berlusconi di Chino Hills decide di volare basso: le MB1 (che non sono delle matite) e le GELO3 (che non sono dei contenitori per alimenti) costeranno la miseria di 395 dollari. Roba da barboni!

Ancora una volta, qualche invidioso prova a mettere i bastoni fra le ruote al Brand: è la NCAA, che ricorda a LaVar come gli studenti-atleti non possano percepire denaro da sponsorizzazioni. Il novello Cetto Laqualunque, al grido “‘ntuculu alla NCAA!”, porta i figli in Lituania. Anche perchè, nel frattempo, Gelo (che non è il malvagio scienziato di Dragon Ball) è stato sospeso da UCLA. Il motivo? Durante un tour della squadra in Cina, è stato beccato a taccheggiare degli occhiali da sole in un negozio. Se altrove se la caverebbe con uno schiaffo sul coppino, lì rischia fino a dieci anni di galera. A parargli le natiche arriva il babbo, che chiede addirittura l’intervento di Donald Trump, in visita diplomatica nel paese asiatico. Da quel momento parte un inverosimile ‘duello a distanza’ tra menti illuminate: Trump intercede, fa scarcerare Geluzzo e si prende pubblicamente i meriti, Ball gli dà del razzista, Trump lo definisce “il Don King dei poveri” e Ball risponde che non voterà per lui nel 2020. Un vero peccato che Il Processo di Biscardi non vada più in onda…
L’approdo dei Big Ballerz sul Mar Baltico è uno spot continuo per il loro marchio. L’azienda sponsorizza il Prienai, la nuova squadra dei ragazzi, e organizza tornei promozionali, salvo poi non pagare i premi in denaro promessi ai vincitori. Questa accusa, mossa dal club, spinge la carovana-BBB a tornare negli Stati Uniti, per fondare la Junior Basketball Association, altra lega promozionale presentata come “alternativa alla NCAA”. A completare la strategia espansionistica del brand, ecco le scarpe dedicate a LaVar (ribattezzate – con gran gusto – LaVariccis) e alla moglie Tina (le volevano chiamare LaTina, però il rischio di confonderle con la città laziale o con un orinatoio era troppo elevato).

Insomma, a furia di esagerare, il clown più controverso al mondo sta costruendo un piccolo impero. Un impero che adesso rischia di crollare. Nelle ultime settimane, infatti, il BBB ha subito una serie di durissimi colpi d’immagine, inferti nientemeno che dalla mano di colui attorno al quale era stato montato tutto: Lonzo, tu quoque! Il primogenito si è nettamente dissociato dall’azienda familiare; prima ha cambiato scarpe (con i Lakers che, a quanto pare, se ne sono usciti con l’epica domanda: “Ma non è che ti facevi sempre male per quello?”), poi ha coperto il (finissimo) tatuaggio del marchio BBB con due dadi (da gioco, non da brodo). Nel frattempo, un suo amico ha pubblicato su Instagram un video in cui getta le ZO2 nell’immondizia, accompagnato dalla didascalia “Scaricate la nostra merce”. Il principale motivo di questa rottura? Lonzo si sarebbe accorto che Alan Foster, amico (pregiudicato) del padre e co-fondatore del brand, si è intascato in maniera truffaldina un milione e mezzo di dollari. Una mazzata per la famiglia Ball, che ora pensa seriamente di chiudere l’azienda. Dopo un periodo di latitanza, Foster ha deciso di raccontare la sua verità in un documentario di pregevole fattura, in cui mostra le immagini dell’accaduto, spiega le ragioni del gesto e promette di redimersi. Nel filmato si può notare la reazione – tutto sommato composta – di LaVar al momento dell’infelice scoperta.

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Posizione numero 6: la dirigenza dei Lakers

Magic Johson, Rob Pelinka e Jeanie Buss, conduttori della migliore sit-com NBA
Magic Johson, Rob Pelinka e Jeanie Buss, conduttori della migliore sit-com NBA

Parecchi anni fa, dopo l’ennesimo trionfo dei San Antonio Spurs, David Stern definì i texani “a team for the ages”, una squadra da tramandare ai posteri. Senza timore di smentita, anche i Los Angeles Lakers 2018/19 si possono descrivere come “a team for the ages”, ma forse non per gli stessi motivi. Nella scorsa edizione di Garbage Time avevamo seguito le prime puntate di questa imperdibile sit-com, soffermandoci sui picchi di humour raggiunti durante la vicenda-Anthony Davis e sul tampering acrobatico di Magic Johnson. Per la fortuna di questa rubrica e per lo sconforto dei tifosi gialloviola, anche i mesi successivi sono stati ricchi di colpi di scena, che hanno lasciato tutti in trepidante attesa dei prossimi capitoli della saga.

Riprendiamo dove avevamo lasciato l’ultima volta, ovvero alla polveriera-Davis. A tentare di calmare definitivamente le acque è intervenuta Jeanie Buss, colei che ha ereditato la proprietà della franchigia dal defunto padre, il grande Jerry. Una donna a quanto pare molto amata dai giocatori, anche se forse un po’ indigesta agli altri dipendenti. Jeanie ha accusato i media di aver diffuso fake news sulla mancata trade per AD, con argomentazioni del tipo: “Cioè, qualcuno è arrivato a dire che volevamo offrire tutti i giovani, otto veterani e un paio di ZO2 per un solo giocatore… Ma fatemi il piacere! Ma chi, noi? Una franchigia chiamata pazienza? Ma dai, che poi la gente ci crede davvero…”.
L’attacco diretto nei confronti della stampa non ha fatto altro che peggiorare le cose. Da quel momento, sono fuoriusciti sempre più rumors riguardanti il variopinto front-office californiano. Secondo uno di questi, la ‘fija de Mazinga’ e gli altri dirigenti erano convinti che le altre franchigie li stessero sabotando, rievocando all’improvviso il “gombloddo” di contiana memoria. Altri ancora si sono concentrati sulla curiosa trade che ha spedito il promettente Ivica Zubac, insieme a Michael Beasley, ai Clippers, in cambio del solo Mike Muscala. Secondo queste voci, diffuse da The Athletic, Magic sarebbe rimasto ben impressionato da Muscala dopo averlo visto in una partita contro i Lakers. E’ stato quindi lui a chiamare Jerry West, attuale dirigente dei Clips, per proporre l’affare. Sempre secondo l’autorevole sito americano, West si sarebbe dapprima dichiarato sorpreso, poi avrebbe addirittura deriso Magic, parlandone con gli amici. Da segnalare anche la presunta ‘strategia’ utilizzata nella costruzione del roster gialloviola: “Gli Warriors hanno sconfitto tutte le squadre ricche di tiratori, perciò non puoi batterli se giochi come loro. Genio!

L’aspetto più nebuloso della tragicomica situazione, però, è sempre stato quello relativo all’allenatore. Il 2018/19 di Luke Walton è stato un’altalena di emozioni. Inizialmente, Jeanie Buss si prodigava nel difenderlo, poi l’approccio è leggermente mutato: “Mi chiedete se Walton rimarrà? Non rispondo, decide Magic”. Peccato che Magic, il 9 aprile, annunci alla stampa le sue dimissioni, aggiungendo: “Jeanie non sa che sono qui”. In realtà, il nostro tamperista preferito aveva cercato di avvertire il suo capo, ma la Buss aveva preferito non rispondere. Jeanie aveva poi sfogato la sua esasperazione per le continue chiamate di Johnson con Rob Pelinka, il quale però non aveva manifestato particolare empatia. Nei giorni scorsi è emerso un gustoso retroscena secondo cui alle basi dell’imprevedibile passo indietro ci sarebbe una mail, intercettata per sbaglio da Johnson, in cui Jeanie e Pelinka ne criticavano l’operato. E poi dicono che lo Showtime non esiste più…

Sempre a detta dei numerosi insider, Magic aveva effettivamente intenzione di cacciare Walton; alla fine, se ne vanno entrambi. Dopo la separazione con i Lakers, Walton trova immediatamente un nuovo impiego, firmando con i Sacramento Kings. Per rimpiazzarlo, Jeanie e Pelinka hanno pronta una lista di nomi. Quando Doc Rivers fa velatamente capire di non essere interessato (“Resto ai Clippers finché Steve Ballmer non mi caccia”) e la pista Rick Carlisle sfuma bruscamente (il proprietario dei Mavs, Mark Cuban“Cosa ne penso? LOL. Se voglio ampliare il concetto? No, La mia risposta è LOL”), il cerchio si restringe su due candidati. Il primo è Monty Williams, già allenatore di Anthony Davis a New Orleans (coincidenze?), il secondo… Tyronn Lue! Sì, proprio quel Tyronn Lue, colui che, poche settimane prima, aveva telefonato a Walton per comunicargli un renziano “Stai sereno”. Come dite? Tyronn Lue era l’allenatore imposto da LeBron James a Cleveland? E allora? Malpensanti! Haters! Appuntamento alla prossima puntata…

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Posizione numero 5: James Dolan & Robert Sarver

James Dolan spiega con un rutto come dirigere una franchigia NBA
James Dolan spiega con un rutto come dirigere una franchigia NBA

Chi sono costoro? Ecco alcune possibilità: a) i titolari di uno studio legale, b) i co-autori dell’ultimo capolavoro di Luis Fonsi, c) i peggiori proprietari NBA. Viste le innumerevoli grane a cui sono andati incontro, per i soggetti in questione sarebbe meglio l’opzione a), mentre i tifosi di New York Knicks e Phoenix Suns sceglierebbero volentieri la b). Invece, gli argomenti fin qui trattati suggeriscono di concentrarsi sul mondo della palla a spicchi. Le imprese di Jimmy & Bobby fanno sembrare quella dei Lakers una gestione oculata e lungimirante, in confronto al supplizio a cui sono sottoposti da anni gli appassionati di basket, nella Big Apple come nel deserto dell’Arizona.

Dolan è il classico esempio di individuo ‘nato con la camicia’. Dal padre, Charles, ha ereditato la proprietà della Cablevision, tra i partner del gruppo che gestisce il Madison Square Garden. I frequenti problemi con alcol e droghe (nel 2003, pur senza mollare la poltrona, finirà in riabilitazione) e le implicazioni in casi di abusi sessuali lo rendono il profilo perfetto per guidare una franchigia di grande tradizione come i Knicks. Sarà un caso, ma dal 1999, anno in cui Dolan ha assunto il pieno controllo della squadra, New York si è imposta come la franchigia più imbarazzante della lega. Lo stesso commissioner NBA, David Stern, arriverà a sentenziare: “I Knicks non sono un modello di gestione intelligente”. Ogni volta che i tifosi vengono interpellati su quale sia il peggior owner dello sport americano, il risultato dei sondaggi è immutabile: James Dolan. Decenni di sconfitte, contratti folli ai giocatori e agli allenatori sbagliati e decisioni piuttosto impopolari (come quella di trasformare il contestatissimo presidente Isiah Thomas nel contestatissimo allenatore Isiah Thomas), lo hanno reso il simbolo di una cultura perdente. Da troppo tempo, ormai, i tifosi chiedono la sua testa, più o meno velatamente.

Nel 2015 un fan di 73 anni gli scrive una lettera che, oltre a essere molto ‘old school’, si rivela molto critica nei suoi confronti. Interrogato dalla stampa, Dolan definisce il mittente “una persona triste, probabilmente un alcolista, poi gli consiglia di dedicarsi ai Nets “perchè i Knicks non lo vogliono”. L’indignazione cresce ma il nostro eroe, anziché scusarsi, archivia rapidamente la questione, descrivendola come un qui pro quo, un misunderstanding o qualche altra parola altrettanto fastidiosa.
Due anni dopo, mentre i Knicks vanno sempre più a fondo, il suo nome torna prepotentemente (è il proprio il caso di dirlo) d’attualità. Charles Oakley, pilastro della cattivissima New York di Pat Riley negli Anni ’90, viene arrestato sugli spalti del MSG dopo averlo duramente contestato. Seguono giorni roventi a Manhattan; Oakley definisce Dolan “un bullo arricchito”, Dolan minaccia di bandire a vita il suo ex-giocatore dall’arena, Spike Lee (noto tifoso bluarancio) si presenta al Garden indossando la maglia numero 34 di ‘The Oak’. Nel tentativo di placare gli animi intervengono addirittura Michael Jordan e Phil Jackson, rispettivamente compagno (e grande amico) e allenatore (e al momento dei fatti presidente dei Knicks) di Oakley ai tempi dei Chicago Bulls.
Il caso più recente è notizia dello scorso marzo, e le dinamiche sono grossomodo le stesse. Inspiegabilmente indispettito dall’andamento della squadra, titolare del peggior record NBA (per distacco), un tifoso contesta a gran voce Dolan. Il proprietario risponde prima con delle accuse (“Mi ha teso una trappola, mi ha stalkerato!”), poi minacciando la solita interdizione. A quel punto, inizia una vera e propria ‘lotta di classe’; un gruppo di fan stampa e distribuisce delle magliette con scritto “BAN DOLAN”, la security del Garden le confisca, il proprietario ribadisce: “Non vendo la franchigia”. Dopodiché, dice addio all’ennesima stagione trionfale con una massima, decisamente benaugurante: “Da quello che ho sentito, avremo una free-agency di successo”. Maledette voci di corridoio…

Il ‘James Dolan del West’ è senza ombra di dubbio Robert Sarver. Per capire con chi abbiamo a che fare basta pensare all’episodio in cui il ‘vulcanico’ (parola usata spesso al posto di ‘stronzo’) proprietario dei Suns fa trovare nell’ufficio del general manager, Ryan McDonough, un gregge di capre. L’intento? Fargli capire che è il momento di portare in squadra il futuro GOAT (in inglese “capra”, ma anche acronimo di Greatest Of All Time). Il risultato? Facilmente intuibile. Sarver è furioso: se un sottoposto non coglie al volo un’allusione così elegante, è destinato a durare poco. McDonough viene cacciato a pochi giorni dall’inizio della stagione 2018/19. Per sostituirlo si pensa a Steve Nash, ma il due volte MVP risponde con una risata talmente forte da procurargli un nuovo infortunio alla schiena. Si opta allora per James Jones, che ha avuto due principali meriti come cestista: essere compagno di LeBron James sia a Miami che a Cleveland (tradotto: tre anelli in bacheca) e finire la carriera a Phoenix senza sbattere la porta in faccia a Sarver, come invece hanno fatto tutti gli altri. Jones viene presentato come soluzione ad interim, ma non viene mai rimpiazzato. Mentre Devin Booker elargisce cinquantelli e DeAndre Ayton macina doppie-doppie, l’ennesima stagione dei Suns finisce in malora; per il terzo anno consecutivo, Phoenix chiude sul fondo della Western Conference. Durante il tragitto, però, l’uomo che fissa le capre lascia ai posteri un paio di perle niente male. Se pensate che la trade con Memphis, saltata perchè Sarver e il suo staff hanno confuso MarShon Brooks con Dillon Brooks, sia l’apice del grottesco, forse non avete approfondito a dovere la vicenda-trasferimento.

L’11 dicembre, Bobby minaccia pubblicamente di portare la franchigia lontano da Phoenix (Las Vegas o Seattle) qualora la città non sovvenzioni il rinnovamento della Talking Stick (che qualcuno ha amaramente ribattezzato Tanking Stinks, traducibile in perdere fa schifoResort Arena. Due giorni dopo, Devin Booker risponde twittando “I love Phoenix”, ma la reazione più eclatante è quella di Greta Rodgers, novantenne attivista locale. L’arzilla cittadina tiene un discorso ai membri del consiglio comunale, in cui massacra senza pietà il ‘povero’ businessman. Il memorabile intervento è riassumibile così: “Sarver è proprietario da 14 anni e non ha mai fatto niente. E’ così tirchio che, quando cammina, si sente il rumore delle monete. Dovreste vergognarvi anche solo a trattare con un individuo del genere. Noi non paghiamo le tasse per aiutare delle aziende private, soprattutto quelle d’intrattenimento. Che si finanzino da soli, oppure che falliscano per la loro incompetenza!. 92 minuti di applausi. Inizialmente si fatica a comprendere le ragioni di tanto astio, ma un’indagine più approfondita rivela che il magnate e la vecchina hanno una questione in sospeso da tempo.

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Posizione numero 4: Spencer Butterfield

Spencer Butterfield inganna il tempo mentre insegue il suo sogno. Che non è la NBA
Spencer Butterfield inganna il tempo mentre insegue il suo sogno. Che non è la NBA

E’ vero, la vicenda risale a qualche mese fa e non riguarda strettamente il mondo NBA, ma il faccione pulito di Spencer Butterfield è l’immagine perfetta per aprire questa trilogia dedicata a coloro che hanno cambiato strada, allontanandosi dal parquet (anche se non del tutto, in questo caso) per seguire la loro vera vocazione.

Nato a Provo, cittadina sperimentale dello Utah famosa per il suo formaggio piccante, e cresciuto nel nord della California, Butterfield torna nello Stato dei Mormoni, dove gioca per due stagioni con la maglia di Utah State, college minore della Division I NCAA. Pur essendo un ottimo tiratore, non è certo materiale da NBA. Così nel 2014, terminati gli studi, inizia un vorticoso tour europeo. Prima tappa a Melilla, seconda divisone spagnola (anche se la città si trova geograficamente in Marocco; ma, come dicono lì, sticazzi), poi si va… alla Juventus! Piano con gli entusiasmi o con le invettive; vi sorprenderà sapere che non parliamo di calcio, bensì della BC Juventus, squadra (di basket) della prima divisione lituana nota per essersi auto-assegnata due scudetti in più. La grande occasione arriva però con il Nanterre 92, club francese fondato nel 1927, ovvero… 92 anni fa!! (anche se, con nostra somma delusione, il nome è dovuto alla zona geografica, identificata con FR-92). In maglia biancoverde, Spencer vince Coppa di Francia e FIBA Europe Cup, competizione in cui lascia un segno indelebile il 14 marzo 2017; 39 punti (pareggiato il record all-time) e 11 triple segnate (superato il record all-time). Dopo una stagione in Germania, con l’Alba Berlino, sbarca finalmente nel nostro Paese, firmando con Reggio Emilia.

La sua esperienza con la Grissin Bon (a proposito, Greta Thunberg ha fatto sapere che la sua prossima campagna sarà volta ad abolire gli sponsor dai nomi delle squadre) dura solo quattro partite. A inizio novembre, infatti, viene fermato da una lussazione a un dito del piede. Prognosi: cinque settimane. Butterfield saluta i compagni e vola negli Stati Uniti per dei controlli medici, ma da quel momento… sparisce. Per circa un mese, la società prova a rintracciarlo in ogni modo; gli telefona, scrive ai parenti, mette la sua foto sul cartone del latte, ma niente. Quando Enrico Ruggeri è ormai pronto per un’edizione straordinaria di Mistero su Italia Uno, arriva il colpo di scena; Butterfield annuncia di voler rescindere il contratto. La motivazione si apprende solo qualche giorno più tardi, quando il ragazzo pubblica un leggendario post su Instagram. La foto ritrae lui e la compagna in una posa da Congresso sulla Famiglia, e la didascalia si può riassumere così: “Finalmente, il sogno della mia vita si avvera. Sono orgoglioso di essere diventato un agente immobiliare! Anzi, se conoscete qualcuno che vuole vendere o comprare casa, contattatemi!”. Con buona pace della Pallacanestro Reggiana (e della pallacanestro in generale), Spencer appende così le scarpe al chiodo per dedicarsi alla sua nuova, impronosticabile avventura. Oggi, dopo un difficile periodo di apprendistato, sembra che la seconda carriera di Butterfield stia finalmente prendendo piede.

#matrovatiunlavorocazzo #dalletriplealtrilocale #lamettedacasatua #latranquillitàdifarecanestro #comelajuvelituana #chiprovaprovononlolasciapiù #bellaquaapalma #nunmaasottovalutàstafinestra

 

Posizione numero 3: Royce White

Royce White all'inizio (ma anche alla fine) della sua carriera NBA
Royce White all’inizio (ma anche alla fine) della sua carriera NBA

L’assurda storia di Royce White, che di recente si è arricchita di nuovi, intriganti capitoli, ha certamente dei risvolti molto delicati, visti i problemi del ragazzo. Guardandola dalla mera prospettiva cestistica, però, è la definitiva dimostrazione di come il draft NBA nasconda innumerevoli insidie.
White, nato e cresciuto a Minneapolis, è un giocatore di enorme talento, ma dalla personalità alquanto complicata. I due aspetti finiscono per collidere pesantemente nel 2009, quando inizia la sua carriera collegiale. Reclutato da University of Minnesota, non gioca nemmeno una partita per i Golden Gophers. A metà ottobre, infatti, viene sorpreso a taccheggiare in un negozio di abbigliamento; per tutta risposta, Royce aggredisce la guardia, beccandosi una denuncia e una sospensione a tempo indeterminato dalle attività sportive. Lontano dal parquet ne combina di tutti i colori; nonostante abbia un buon rendimento scolastico e sia un grande appassionato di musica, non riesce proprio a star lontano dal crimine. Sebbene alcuni tentativi siano piuttosto maldestri, la sua fedina penale, al primo anno di college, è già di altissimo livello. Accusato, tra le altre cose, di furto di computer e ripetute violazioni di domicilio, White viene allontanato dall’ateneo. Passa così a Iowa State, alla corte di quel Fred Hoiberg che aveva conosciuto nel Minnesota. Salta la prima stagione per problemi di transfer, ma nel 2011/12 scende finalmente in campo. Ed è subito dominante; guida i Cyclones per punti, rimbalzi, assist, recuperi e stoppate. La squadra partecipa al torneo NCAA, ma viene eliminata al secondo round dai Kentucky Wildcats di Anthony Davis, futuri campioni. White è ormai da tempo nei radar NBA, ma durante la stagione gli viene diagnosticato un “disturbo d’ansia generalizzato”, che ne abbassa nettamente le quotazioni. Viene selezionato con la sedicesima scelta assoluta al draft 2012 dagli Houston Rockets, che impiegheranno ben poco a capire chi si sono portati in casa.

Royce è mosso da nobilissime cause, ma pianta fin da subito una serie di colossali grane che lo rendono presto inviso alla dirigenza. Quando inizia il training camp, lui non si presenta. Richiede ufficialmente un incontro con i vertici dei Rockets e della NBA stessa, nel quale discutere delle politiche sulla salute mentale. L’appello viene ascoltato, ma ogni tentativo viene ritenuto insufficiente dal giocatore, che si rifiuta persino di unirsi ai Rio Grande Valley Vipers, affiliata D-League dei Rockets. Nel frattempo, chiede e ottiene il permesso per andare in trasferta in pullman, invece che in aereo. Volare gli provoca ansia e i farmaci ne limiterebbero le prestazioni e gli causerebbero dipendenza. Il front-office è sempre più disorientato e a gennaio, senza aver disputato nemmeno una singola partita, White viene sospeso per inadempienza contrattuale. A febbraio, la matassa sembra sbrogliarsi, e finalmente Royce debutta con i Vipers. La tregua dura pochissimo; poco più di un mese dopo, d’accordo con il suo medico, White dichiara di non voler più giocare in D-League. Disputa altre sei gare (tutte in casa), poi dà definitivamente forfait per i playoff, a suo dire “eccessivamente stressanti”. Per i Rockets è decisamente troppo. A fine stagione, Royce viene spedito ai Philadelphia 76ers.
In Pennsylvania, l‘epopea continua. White si presenta al media day carico di buone intenzioni ma, sull’aereo che porta in Spagna (dove i Sixers svolgeranno un tour di preparazione), lui non c’è. Il giorno prima dell’inizio della stagione 2013/14, viene tagliato. Quando tutto sembra perduto, ecco l’inattesa svolta; nel marzo 2014, i Sacramento Kings (che hanno sempre posto per i ‘casi umani’) lo ingaggiano con due contratti da dieci giorni. In quel periodo, Royce fa in tempo a debuttare in NBA, anche se i suoi numeri non sono proprio quelli di Wilt Chamberlain. In tre apparizioni, totalizza 8 minuti e 54 secondi, ‘impreziositi’ da un triste ‘0’ in tutte le colonne statistiche, ad eccezione di un epico tiro tentato nei 49 secondi di garbage time contro i Milwaukee Bucks. La sua carriera NBA si conclude così, ma di certo non la sua bizzarra storia.

White sparisce dai radar per due anni e mezzo, con la notabile eccezione di una Summer League disputata nel 2015 con i Los Angeles Clippers. Quella stessa estate si accorda per entrare a far parte dell’AmeriLeague, nascente lega minore con sede a Las Vegas, ma anche questa vicenda sfocia presto nel paradossale; si scopre infatti che il fondatore della lega, tale Cerruti Brown, altri non è che Glendon Alexander, ex-promessa liceale con numerose condanne a carico per truffa. Il novello Frank Abagnale, la cui storia meriterebbe un film, ha lasciato per strada una scia infinita di debiti, così la nuova lega non vede nemmeno la luce.
Nel dicembre 2016, White firma con i London Ligthning, franchigia della massima serie canadese (sì, esiste una London nell’Ontario e sì, è bagnata dal fiume Tamigi – entrambi frutti della megalomania coloniale britannica). Improvvisamente, la ‘bestia’ che è in lui si risveglia. Il primo anno, Royce viene eletto MVP stagionale e trascina i Lightning al titolo, con una prova da 34 punti, 15 rimbalzi e 9 assist nella decisiva gara-6 delle Finals, mentre nella stagione successiva è il miglior realizzatore della NBLC. Ad aprile, però, aggredisce un ufficiale di gara. L’episodio gli costa undici partite di squalifica e, allo stesso tempo, decreta la fine della sua avventura canadese.

La sua (molto) breve ma (molto) intensa carriera cestistica è ormai al capolinea, ma c’è ancora tempo per un degno epilogo. Il 12 luglio 2018, chiamato da Larry Brown, firma per l’Auxilium Torino. L’eccitazione, all’ombra della Mole, è palpabile; peccato che White non sbarcherà mai in Italia. Il 23 agosto, dopo continui ed esasperati solleciti, la società decide di annullare il contratto.
Ancora una volta, dell’ex-promessa NBA si perdono le tracce. Lo scorso febbraio, però, il nostro eroe ricompare, per regalarci gli ultimi, spettacolari colpi di teatro. Prima annuncia il suo futuro approdo nella BIG3, come Mario Chalmers, poi dichiara di volersi cimentare con le arti marziali miste, sulle orme tracciate dal mai dimenticato Darko Milicic con la boxe. Le sue argomentazioni non fanno una piega: “Sono uno dei miglior atleti al mondo. Le mie doti si possono sfruttare perfettamente nella UFC”. Pubblica anche un libro, intitolato MMA x NBA: una critica allo sport moderno in America e, notizia di questi giorni, la sua conversione in fighter verrà raccontata in un film, di cui è già disponibile il trailer.

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Posizione numero 2: Chris Douglas-Roberts

Una volta, quest'uomo era un giocatore NBA
Una volta, quest’uomo era un giocatore NBA

C’è chi lascia il basket per diventare un agente immobiliare e chi per menare le mani, poi c’è lui. Chris Douglas-Roberts è stato un giocatore NBA; sei stagioni nella lega, di cui tre oneste ai New Jersey Nets (2008-2010) e ai Milwaukee Bucks (2010/11) e tre dimenticabili tra Mavericks, Bobcats (brivido!) e Clippers. Ma la sua carriera sui parquet americani viene completamente eclissata da due interviste, rilasciate nel corso degli anni, che lo proiettano di diritto nella Hall Of Fame di questa rubrica.

La prima risale al 2012, quando CDR cercava invano un posto nel roster dei Los Angeles Lakers. La stagione precedente l’aveva trascorsa a Bologna, con la maglia della Virtus. Un’esperienza che il Genio descrive così: “Io e la mia compagna non sapevamo a cosa andavamo incontro. Condizioni di vita non buone, casa piccola e nessuno che parlasse inglese. L’acqua calda è arrivata solo nella nostra ultima settimana, e per fare il bagno alla nostra piccola Ze Alexandria dovevamo prendere l’acqua dalla cucina. C’erano viaggi di sei ore da fare in pullman senza mangiare, e dormivamo in stanze da due letti: per uno alto come è me non è mica facile… Nello spogliatoio si parlava di ragazze, ed era divertente ascoltare le stesse storie che si ascoltano ovunque, in un inglese semplice ma comprensibile. Poi si mangiava pasta tutti i giorni, là è così, pasta con pollo alla griglia. Io chiedevo la salsa Alfredo, la salsa bianca, e mi guardavano come se fossi pazzo. Peppe Poeta mi ha spiegato che la pasta americana è un po’ come il rap finlandese: non è quella vera. Poi la musica… Ascoltano rap normale e non il gangsta rap, vogliono che nelle radio ci siano Alicia Keys e Jay-Z, non ci sono mix come Meek Mill, perché non lo ascoltano.”

La seconda intervista è del febbraio 2019 (lo stesso, indelebile periodo in cui Royce White annunciava la nuova carriera nel puggilismo). Nello sgomento generale, Chris comunica che la sua nuova identità è “Supreme Bey”, spiegando questa svolta con delle massime da incidere nella pietra: “Supreme è il mio vero io. Chris Douglas-Roberts era solo chi ero fino a quando non ho scoperto me stesso. Ora, questa è la mia anima che parla. Sono un essere di luce, amore e conoscenza. Prima ero solo un corpo e una voce. Siamo anime. Questo corpo è solo una nave che usiamo per questo tempo su questo pianeta. Il mio scopo principale nella vita è di migliorare l’umanità. Non sono un supereroe, ma in un certo senso lo sono. Mi sento come Capitan Planet a volte. Sono il capo della mia vita. Gestisco la mia vita come voglio. Non sono più solo un giocatore di basket. Il mio scopo è più grande delle cose. Con il basket, mi sentivo come se fossi stato confinato, alcune volte intrappolato. Non puoi fare e dire certe cose. Non volevo che la mia vita fosse così. Sono uno spirito libero. Non voglio che qualcuno mi gestisca.”

Serve aggiungere altro?

#notjustabasketballplayer #favelasbolognesi #seioresenzamangiare #civolevaroycewhite #stanzedadueletti #parlarediragazzeinuninglesesemplice #amacrostronza #peppepoetaeilrapfinlandese #rapnormale #aliciakeysejayzpossonosoloaccompagnare #supremeèilmioveroio #nonsonounsupereroemainuncertosensolosono #capitanplanet

 

Posizione numero 1: Don Nelson e la ‘vida loca’ NBA

Dietro a quell'espressione stonata si nasconde l'allenatore più vincente della storia NBA
Dietro a quell’espressione stonata si nasconde l’allenatore più vincente della storia NBA

Prese singolarmente, le psichedeliche esternazioni di Douglas-Roberts potrebbero essere semplicemente considerate come deliri occasionali. Negli ultimi mesi, sono però saliti alle cronache diversi casi che portano a pensare che stia succedendo qualcosa di più grande. Dimentichiamoci della NBA ‘politically correct’, quella pensata per le famiglie e ricca di modelli positivi; un’ondata di ribellione sta attraversando gli Stati Uniti, cercando di spianare il terreno per una nuova era all’insegna della trasgressione.

Prendiamo Alvin Gentry, ad esempio. Al termine della partita del 4 marzo, vinta dai suoi New Orleans Pelicans sul campo degli Utah Jazz, l’allenatore inizia a biascicare qualcosa ai giornalisti a proposito del pick’n’roll avversario. Dopo essersi interrotto per un fugace ruttino, Gentry ridacchia: “Scusate, mi sono fatto un paio di birre!”. Il suo collega dei Los Angeles Clippers, Doc Rivers, vuole invece raccontare un curioso episodio, avvenuto a poche ore dall’inizio di gara-2 contro i Golden State Warriors: “Vorrei fare un saluto al tizio di San Francisco che ho incontrato in un angolo, mentre camminavo per strada. Mentre prendevo il telefono, dalla tasca mi sono caduti duemila dollari. Io non mi sono accorto e ho continuato a camminare. Il tizio mi ha bussato alla spalla e mi ha detto: ‘Hey, questi sono i tuoi soldi!’. Non conosco tanti altri posti in cui sarebbe successo. Chiunque egli fosse, avrebbe avuto dei biglietti omaggio se non fosse corso via!”. Perché Rivers girava con duemila dollari in tasca per le strade di San Francisco? E chi ha introdotto gli alcolici nello spogliatoio dei Pelicans?
Quando sembra che questi interrogativi siano destinati a rimanere tali, gli inquirenti iniziano a collegare i due eventi con un’altra pista, quella delle droghe leggere. A fine marzo Kwame Brown, una delle peggiori prime scelte assolute nella storia del draft NBA, viene arrestato per possesso illegale di erba e prodotti commestibili alla marijuana. Qualche settimana prima, Rajon Rondo era rientrato dalla pausa per l’All-Star Game con dei dolori alla schiena. La sua giustificazione? “Penso di aver dormito su un letto scomodo in Giamaica”. Passati alcuni giorni, il mitico Rajone si fa notare per un altro episodio bizzarro: richiamato in panchina da coach Luke Walton, invece che accomodarsi di fianco ai compagni si piazza su uno sgabello della prima fila, guardando l’ultimo minuto tra il pubblico, con l’espressione facciale di Enzo Salvi quando enuncia il suo celebre “Mamma mia, comme sdoo…”.

Esaminando le immagini, a uno degli investigatori viene un’improvvisa intuizione: “E se dietro a tutto questo ci fosse… Nellie?”. ‘Nellie’ è il soprannome di Don Nelson, ovverosia l’allenatore ad aver vinto più partite nella storia NBA. Dopo aver rivoluzionato la pallacanestro, alla guida di Milwaukee Bucks, Golden State Warriors e Dallas Mavericks, Nelson si gode la pensione. Dimenticatevi delle bestemmie a briscola o delle valutazioni ai cantieri; stando alle parole del figlio Donnie, “Papà è felice. Vive a Maui, nelle Hawaii, dove sorseggia Mai Tai e osserva il tramonto e le balene.”. Nel ‘magico’ febbraio 2019, però, il vecchio Nellie aggiunge dell’altro, dai microfoni della Oracle Arena: Cosa faccio in pensione? Fumo Marijuana! Non mio mai fumato quando ero giocatore o allenatore. E’ una cosa nuova per me. Comunque, fumo marijuana e mi godo la vita. Ora che è legale, me la godo!”.
Per fugare ogni sospetto, gli inquirenti recuperano le registrazioni di alcune telecamere poste in prossimità della casa vacanze di Rondo, nel nord della Giamaica. In uno di questi filmati, viene effettivamente documentato l’incontro tra un entusiasta Rajone e Nelson, come sempre foriero di buone notizie. Immagini che rappresentano una prova inconfutabile del ruolo attivo di Nellie in questa improvvisa svolta ‘lisergica’ della NBA, e che fanno salire alle stelle la curiosità per i prossimi sviluppi della saga. Una volta recuperati i reperti che inchiodano Kwame, Rivers e Gentry, potremmo trovarci di fronte a qualcosa di veramente… Epico.

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Garbage Time, l’altra NBA – Episodio #1

Three Points – Clippers, i nuovi padroni di Los Angeles

Mentre sui campi NBA parte lo sprint finale verso i playoff, a fare notizia negli ultimi giorni sono stati alcuni episodi che poco hanno a che vedere con il parquet. A Salt Lake City è andato in scena uno spiacevole confronto tra Russell Westbrook e un tifoso degli Utah Jazz: agli insulti di stampo razzista di quest’ultimo, ‘Russ’ ha risposto con delle presunte minacce che gli sono costate venticinquemila dollari di multa e, a quanto pare, una citazione in giudizio. Il tifoso è stato invece bandito a vita dalla Vivint Smart Home Arena, con il condivisibile intento da parte dei Jazz di lanciare un forte messaggio agli aspiranti seguaci. Un altro fan, stavolta a New York, si è reso protagonista dell’ennesima contestazione nei confronti del proprietario dei Knicks, James Dolan. Dopo avergli intimato di vendere la franchigia, il sovversivo supporter è stato scortato all’uscita dalla security. All’interno del rettangolo di gioco, le cose hanno rischiato di mettersi estremamente male in quel di Cleveland, quando Serge Ibaka dei Toronto Raptors ha sfiorato con un gancio destro il volto di Marquese Chriss dei Cavaliers. Il congolese se l’è cavata con appena tre partite di sospensione, ma le conseguenze avrebbero potuto essere ben più gravi, sopratutto per l’incolumità di Chriss. L’accaduto ha riportato alla mente la pericolosa deriva raggiunta negli Anni ’70, culminata con il pugno di Kermit Washington che quasi uccise Rudy Tomjanovich. Per fortuna, quest’ultima parte di regular season sta offrendo spunti ben più interessanti; andiamo ad analizzarne alcuni nella nuova edizione di ‘Three Points’!

 

1 – Clippers, i nuovi padroni di Los Angeles

Lou Williams e Danilo Gallinari stanno trascinando i Los Angeles Clippers ai playoff
Lou Williams e Danilo Gallinari stanno trascinando i Los Angeles Clippers ai playoff

I Clippers sono la migliore squadra di Los Angeles. Fino a dieci anni fa, un’affermazione del genere avrebbe comportato come minimo una risata di scherno, come massimo un TSO. Invece, da parecchio tempo questo assunto rappresenta perfettamente la realtà. Mentre i Lakers sono sprofondati in un abisso da cui non sono riemersi nemmeno con l’arrivo di LeBron James, quelli che una volta erano i loro ‘cugini poveri’ sono diventati una certezza, nell’agguerrita Western Conference.

Gli anni di ‘Lob City’ non hanno portato alcun titolo, nemmeno una finale di Conference, ma hanno dato rilevanza a una franchigia che ora non ha alcuna intenzione di tornare nel dimenticatoio. Quando era ormai chiaro che quel ciclo fosse prossimo alla conclusione, la dirigenza si è fatta trovare pronta a voltare pagina. L’arrivo in società di Jerry West (nel non meglio precisato ruolo di “executive board member”) ha dato il via a una serie di manovre inizialmente criticate, ma che a lungo andare potrebbero pagare cospicui dividendi. L’addio di Chris Paul, possibile preambolo per il più classico dei rebuilding, ha invece inaugurato un’epoca che potrebbe portare la franchigia a traguardi mai raggiunti. In cambio di CP3, ceduto tramite sign-and-trade, sono arrivati da Houston una prima scelta futura, soldi e sette giocatori, tra cui Lou Williams (da pochi giorni recordman NBA per punti segnati partendo dalla panchina), Montrezl Harrell e Patrick Beverley. Proprio coloro che oggi stanno trascinando i Clippers ai playoff. Quei playoff che sembravano preclusi dopo le recenti manovre di mercato, quei playoff che i più blasonati Lakers guarderanno ancora una volta in televisione.

Il primo anno ‘post-Lob City’ non è andato benissimo. Pur con un record vincente (42 vittorie e 40 sconfitte), i Clippers sono rimasti fuori dalle prime otto, complici i numerosi infortuni che hanno decimato il roster. A stagione in corso, però, West e soci hanno messo a segno un’altra mossa controversa, ma lungimirante. Blake Griffin, il giocatore che nel 2009 aveva dato una svolta alla storia della franchigia, è stato infatti spedito ai Detroit Pistons. Pochi mesi prima, aveva firmato un sontuoso rinnovo contrattuale da 173 milioni di dollari in cinque anni. Mandandolo a Detroit, i Clippers hanno preso tre piccioni con la stessa fava: hanno chiuso definitivamente il capitolo ‘Lob City’, hanno alleggerito sensibilmente il monte salari e hanno ottenuto in cambio due scelte, più Avery Bradley, Boban Marjanovic e Tobias Harris. Dai medesimi presupposti è partito lo scambio che, lo scorso febbraio, ha coinvolto lo stesso Harris, finito (sempre in coppia con Marjanovic) ai Philadelphia 76ers in cambio di una moltitudine di scelte future e un pacchetto di giocatori comprendente Landry Shamet, assoluta rivelazione dell’ultimo draft. Seguendo questa logica, è facile pensare che il prossimo ad essere ‘sacrificato’ sarà Danilo Gallinari. Con le partenze di Griffin prima e di Harris poi, il Gallo è diventato il leader del quintetto di Doc Rivers. Finalmente libero dai gravi infortuni che ne hanno condizionato la carriera, sta giocando la sua miglior pallacanestro in questo 2018/19. I piani dei Clippers, però, sembrano troppo grandi per poter fare di lui l’uomo-franchigia anche in futuro.

Già, perchè se il presente è piuttosto brillante, è il domani a stuzzicare maggiormente le fantasie dei tifosi. Il vortice di operazioni di cui sopra ha liberato lo spazio salariale necessario per poter aggiungere due giocatori di grosso calibro, da inseguire in una free-agency piuttosto ricca (Kevin Durant e Kawhi Leonard i nomi più altisonanti). Spazio che aumenterebbe ulteriormente ‘scaricando’ i 22 milioni che spettano a Gallinari nel suo ultimo anno di contratto. A differenza di concorrenti come i New York Knicks o come gli stessi Lakers, i Clippers potranno offrire ai ‘corteggiati’ un contesto già competitivo, con un supporting cast di ottimo livello (Williams e Harrell su tutti, ma anche i giovani Shamet e Ivica Zubac e il giovanissimo Shai Gilgeous-Alexander, uno dei migliori rookie della stagione) e, soprattutto, un front-office dalle idee piuttosto chiare. Se consideriamo che le numerose scelte ai prossimi draft potrebbero anche essere utilizzate come asset per uno scambio importante (soffiare Anthony Davis ai gialloviola sarebbe il capolavoro definitivo), abbiamo ottimi motivi per tenere gli occhi bene aperti su questi Clippers, i nuovi padroni di Los Angeles.

 

2 – La battaglia per la Terra di Mezzo

Andre Drummond (Pistons, a sinistra) e Kemba Walker (Hornets)
Andre Drummond (Pistons, a sinistra) e Kemba Walker (Hornets)

Mentre nella Western Conference i biglietti per i playoff sembrano ormai tutti assegnati, a Est si dovranno attendere le ultime partite per avere il quadro completo delle partecipanti. Ai piani alti non ci dovrebbero essere sorprese: Milwaukee Bucks e Toronto Raptors sono irraggiungibili, Philadelphia 76ers, Indiana Pacers e Boston Celtics dovranno semplicemente mettersi in fila puntando al fattore campo. La vera bagarre si trova nella ‘Terra di Mezzo’, quel girone dantesco (sei vittorie separano la sesta e l’undicesima del tabellone) popolato da squadre per cui qualificarsi o meno alla post-season potrebbe rappresentare una svolta cruciale, in un senso o nell’altro. Un ‘gruppone’ di franchigie impantanate da anni in una fase di stallo da cui sembra difficile uscire; quando va bene si arriva settimi/ottavi e si viene eliminati al primo turno, quando va male noni/decimi e si parte per le vacanze. La causa di questo impasse è per tutte la stessa: un monte salari intasato da contratti esagerati, concessi a giocatori inadatti sia per puntare al titolo, che per ‘tankare’. Ecco allora un ‘magico’ quartetto: Detroit Pistons e Miami Heat sono al momento fra le prime otto, mentre Charlotte Hornets e Washington Wizards, oggi, sarebbero escluse dai giochi.

I Pistons, tra le squadre più in forma dell’ultimo periodo, sono riusciti a ottenere un discreto vantaggio sulle inseguitrici. Merito di uno splendido Blake Griffin, giocatore sempre più completo col passare degli anni e tornato meritatamente all’All-Star Game, e di Andre Drummond, definibile senza timore di smentite il miglior rimbalzista di questo decennio (i suoi 13.6 rimbalzi in carriera sono la nona media all-time in NBA) e finalmente costante anche in fase realizzativa (non aveva mai raggiunto i 17.5 punti di media con cui viaggia in questo 2018/19), ma anche di un Reggie Jackson in crescita (pur con la solita incostanza). La notizia migliore per coach Dwane Casey è la visibile riduzione dei possessi in isolamento per Griffin, una strategia che, a inizio stagione, stava rendendo il gioco dei Pistons una sorta di ‘hero-ball’. Qualora Detroit riuscisse a mantenersi su questi livelli fino ai playoff, eliminarla al primo turno sarà più complicato del previsto.
Miami accompagnerà verso la pensione un Dwyane Wade ancora in grande spolvero (ha le migliori cifre, per punti e minutaggio, dai tempi di Chicago) con l’ultima apparizione in post-season della sua carriera. Il fatto che il trentasettenne, una volta soprannominato ‘Flash’, sia il secondo miglior realizzatore di squadra e il quarto per minuti giocati è però una pessima notizia per coach Erik Spoelstra, e mette in luce gli enormi limiti di questa versione degli Heat. Per diversi motivi, nemmeno uno tra Goran Dragic, Hassan Whiteside e Dion Waiters si è dimostrato all’altezza di poter guidare la squadra, compito a loro richiesto dagli onerosi contratti. Anche giocatori come James Johnson, Kelly Olynyk e Justise Winslow sono a libro paga per cifre impegnative e a lungo termine, eppure non hanno mai espresso fino in fondo il loro potenziale (soprattutto Winslow). Gli unici barlumi di speranza per il futuro, nel roster attuale, sono riposti nei giovani Derrick Jones Jr. e Bam Adebayo, che in ogni caso non promettono di diventare i nuovi Kobe e Shaq. La sensazione è che l’imminente viaggio ai playoff rappresenti un crocevia importante: l’anno prossimo, senza più Wade e con molti ‘contrattoni’ in scadenza, potrebbe finalmente iniziare la vera ricostruzione.

Se Pistons e Heat, nella loro mediocrità, sono comunque le favorite per qualificarsi alla post-season, il cielo sopra Washington e Charlotte rischia di farsi estremamente nuvoloso. Gli Wizards hanno rinunciato al rebuilding per inseguire un improbabile ottavo posto, obiettivo che a breve sfuggirà matematicamente. In più si ritrovano con John Wall, titolare di un mostruoso contratto da 170 milioni di dollari con scadenza nel 2023, che rientrerà da un infortunio al piede solo a 2020 inoltrato. L’effettiva impossibilità di scambiarlo è un macigno enorme sul futuro della franchigia, che rischierebbe di rimanere nel ‘limbo’ anche qualora dovesse cedere Bradley Beal, l’altra stella del roster.
Gli Hornets di Michael Jordan, altri ‘specialisti’ nel regalare contratti folli (nel 2020 spenderanno circa 86 milioni per Nicolas Batum, Bismack Biyombo, Marvin Williams, Cody Zeller e Michael Kidd-Gilchrist), hanno un motivo in più per preoccuparsi: a luglio, Kemba Walker sarà free-agent. Il desiderio di giocare finalmente in un contesto vincente avrebbe potuto ingolosirlo anche in caso di qualificazione ai playoff (al di là delle inevitabili dichiarazioni d’amore per l’ambiente), figuriamoci dopo l’ennesima esclusione, in quella che è indubbiamente la miglior stagione della sua carriera (giustamente premiata con la partenza in quintetto all’All-Star Game casalingo).

All’interno di questa ‘bolgia infernale’ meritano una distinzione Orlando Magic e Brookyln Nets. I primi sono a tutti gli effetti in una fase di stallo, ma la giovane età media e il monte salari non esagerato lasciano comunque margini di crescita. Brooklyn, invece, sembra pronta per spiccare il volo. Dopo gli anni tremendi seguiti all’infausta trade per Kevin Garnett e Paul Pierce, il certosino lavoro del general manager Sean Marks e di coach Kenny Atkinson ha dato vita a un progetto tecnico interessante e di prospettiva. Un contesto che, unito al notevole spazio salariale a disposizione, rende i Nets una meta potenzialmente appetibile per qualsiasi free-agent. Torniamo dunque al discorso fatto in apertura per Clippers e Lakers: e se fossero i Nets i nuovi padroni di New York?

 

3 – Cronache da Rip City

Damian Lillard (#0) e C.J. McCollum, i due leader dei Blazers
Damian Lillard (#0) e C.J. McCollum, i due leader dei Blazers

All’estremo angolo nord-ovest della ‘Terra di Mezzo’ troviamo i Portland Trail Blazers. Dal secondo anno in Oregon di Damian Lillard in avanti, i playoff sono diventati per loro un appuntamento fisso. Purtroppo, lo sono diventate anche le eliminazioni precoci. Per diversi motivi, gli uomini di Terry Stotts non sono mai riusciti a fare strada in post-season; per ben tre volte hanno trovato sulla loro strada i futuri finalisti (gli Spurs nel 2014, gli Warriors nel 2016 e 2017), Nel 2015, i Grizzlies erano un ‘gruppo in missione’, mentre i Pelicans l’anno scorso hanno disputato la serie perfetta. Prima del recente ‘cappotto’, però, qualcosa sembrava cambiato per davvero, e questo 2018/19 sta confermando che il terzo posto della passata stagione non è stato un caso: i Blazers sono una solida realtà.

Lillard e compagni hanno tenuto un ritmo di marcia costante, che ha permesso loro di mettere presto in cassaforte l’ennesimo biglietto per i playoff. ‘Dame’ si è mantenuto grossomodo sugli stessi livelli di eccellenza del 2017/18, quando è stato incluso nel primo quintetto All-NBA. Rendimento pressoché invariato anche per il fido ‘scudiero’ C.J. McCollum, che probabilmente a Est avrebbe già disputato qualche All-Star Game, mentre Jusuf Nurkic, piacevole sorpresa della scorsa stagione, è ulteriormente cresciuto, legittimandosi come ‘terzo violino’ ideale. Il più grande merito di questi Blazers, però, è stato quello di mettere finalmente un po’ di ‘carne’ intorno all’ossatura storica. Parte dell’aiuto è arrivato dall’esplosione di Jake Layman (7.9 punti e 18.7 minuti di media nel 2018/19, contro gli 1.6 punti in 5.8 minuti delle prime due stagioni NBA), ma la scossa più forte è arrivata intorno alla trade deadline, quando la dirigenza ha messo a segno due importanti colpi: dai Cleveland Cavaliers è giunto Rodney Hood, mentre dal mercato dei buyout è stato ingaggiato Enes Kanter. Entrambi affidabili fonti di produzione offensiva in uscita dalla panchina, ed entrambi in scadenza di contratto. Una situazione che può portare solo benefici: dopo le amare esperienze con Cavs e Knicks, i due avranno un’importante occasione per guadagnare visibilità, mentre Portland non avrà ulteriori ‘elefanti’ ad intasare un salary cap già al collasso da anni. I nuovi innesti, la crescita di Nurkic e la conferma ad alti livelli di uno dei migliori backcourt NBA fanno sì che nella ‘Rip City’ soffi un vento di ottimismo. I Blazers, dopo un’altra, ottima regular season, hanno ciò che serve per tentare un viaggio ai playoff più lungo del solito.
D’altro canto, l’ennesima delusione potrebbe avere conseguenze nefaste. La complicata condizione salariale non lascia particolari margini di manovra per eventuali rinforzi estivi. Anche nel 2020, quando i pesanti contratti di Evan Turner, Moe Harkless e Meyers Leonard andranno finalmente in scadenza, la franchigia dovrà fare i conti con un altro, annoso problema: il fatto di trovarsi lassù, fuori dalle rotte principali, contribuisce a rendere Portland una meta poco ambita dai grandi free-agent. Di solito, situazioni del genere portano a un brusco reset, che difficilmente sarà basato su un Damian Lillard ormai meritevole di ben altri contesti.

Three Points – Lakers, Celtics e Timberwolves – Il maxi-processo

Los Angeles Lakers e Boston Celtics, con le dovute proporzioni, stanno vivendo una stagione deludente. Anche i Minnesota Timberwolves, seppur oscurati dalle disavventure delle due storiche rivali, si avviano al definitivo fallimento di un progetto tanto ambizioso, quanto incompleto. In questa edizione di ‘Three Points’ non ci limiteremo a ‘sparare sulla Croce Rossa’, ma cercheremo di analizzare i diversi fattori che hanno determinato questi deludenti risultati. Che dite, cominciamo senza troppi preamboli? Vaaaaaaaaaaaaa bene!

 

Caso 1 – Los Angeles Lakers

Per i Los Angeles Lakers, questo 2018-19 si è trasformato in un flop clamoroso
Per i Los Angeles Lakers, questo 2018-19 si è trasformato in un flop clamoroso

Come cantava Mario Venuti, “sembrava impossibile potesse capitarmi, invece mi è successo veramente”. I Los Angeles Lakers sono quasi ufficialmente fuori dai playoff. La matematica è ancora dalla loro parte, ma l’atteggiamento con cui la squadra di Luke Walton ha affrontato le ultime partite parla chiaramente di una resa ormai inevitabile. Restare fuori dalla post-season sarebbe stata una delusione anche per i Lakers dell’anno scorso, ma assume le sembianze di un colossale flop se in maglia gialloviola troviamo LeBron James, uno che i playoff li aveva saltati per l’ultima volta nel 2005 e che, dal 2011 fino allo scorso giugno, non ha mai mancato un appuntamento con le NBA Finals. In virtù di un tonfo tanto assordante, il banco degli imputati non può che essere alquanto affollato. Del 2018/19 dei Lakers non c’è niente e nessuno da salvare.

Forse le principali responsabilità vanno attribuite al progetto stesso, che ha destato da subito molte perplessità. Per il punto a cui erano arrivati il percorso di LeBron e quello della franchigia, unire i due sentieri appariva una forzatura fin dall’inizio. Il Re, ormai trentaquattrenne, aveva come unico obiettivo la scalata alla leggenda. Sul piano individuale ha portato il concetto di ‘giocatore totale’ a livelli mai raggiunti. Nel corso di questa stagione ha lasciato per strada, almeno in termini statistici, ‘divinità’ come Wilt Chamberlain e Michael Jordan, diventando oltretutto il primo cestista nella storia NBA a comparire sia nella top ten dei migliori realizzatori che in quella dei migliori assistmen all-time; lo stato di grazia in cui ancora verte, nonostante l’età, lo obbliga di fatto a puntare sempre e solo all’anello, senza potersi concedere il lusso di una pausa.
Sull’altro piatto della bilancia c’era una franchigia che pian piano stava trovando la sua strada, dopo gli anni disastrosi che avevano accompagnato l’addio alle scene di Kobe Bryant. La stagione 2017/18 si era chiusa ancora una volta senza playoff, ma con la consapevolezza di avere un’ossatura su cui lavorare per il futuro. Possibilmente, su cui lavorare con pazienza.
Ecco, forse la chiave di tutto sta in quella parola: pazienza. Un concetto che per logica non può appartenere a LeBron, giunto ormai all’ultima, grande corsa della sua carriera, e un motto che ai Lakers non è mai stato di casa, fin dalla notte dei tempi. Difficile, quindi, comprendere dall’esterno il ‘piano’ di King James e della dirigenza gialloviola, capitanata dal presidente Magic Johnson e dal general manager Rob Pelinka (dando per scontato che le parti abbiano discusso, prima della firma). Le opzioni più plausibili sono le seguenti: 1. LeBron era convinto di poter trasformare rapidamente i giovanissimi talenti del roster (su tutti Lonzo Ball, Brandon Ingram e Kyle Kuzma) nei comprimari ideali per la caccia al titolo; 2. La premiata ditta era sicura di poter utilizzare i suddetti giovani come pedine per arrivare ad altre stelle. Le dichiarazioni dei protagonisti hanno sempre indicato la prima alternativa, ma episodi come il (timido) corteggiamento a Kawhi Leonard e quello (decisamente meno timido) ad Anthony Davis hanno fatto invece intendere il contrario.

Il caso-Davis e l’infortunio di LeBron hanno indubbiamente segnato lo spartiacque di questa infausta annata gialloviola; dopo l’All-Star Game si è vista in campo una squadra molle, disunita e abbandonata a sé stessa da un leader evidentemente frustrato e demotivato. Intorno a lui, giovani a cui è stato fatto chiaramente intendere di non essere più al centro del progetto, veterani consapevoli di essere solo ‘di passaggio’ in California e un allenatore assunto per dirigere un gruppo in divenire, non certo una squadra da titolo. Questa fallimentare stagione potrebbe lasciare enormi strascichi: Walton è ormai alla porta, molti dei giovani aspettano solo di ricominciare altrove (come accaduto a D’Angelo Russell, passato da L.A. prima di loro), LeBron si ritrova con una grossa macchia su un curriculum leggendario e, cosa più importante, il ‘progetto-Lakers’ rischia di aver perso una certa dose di credibilità, agli occhi di quei free-agent che appaiono ormai come l’unica via d’uscita da una situazione così spinosa.

 

Caso 2 – Boston Celtics

I Boston Celtics partivano come assoluti favoriti a Est, ma qualcosa sembra essersi rotto
I Boston Celtics partivano come assoluti favoriti a Est, ma qualcosa sembra essersi rotto

Qui è obbligatorio parafrasare il proverbio: se i Lakers piangono, i Celtics non si ammazzano certo dalle risate. A differenza dei rivali di sempre, gli uomini di Brad Stevens i playoff li giocheranno. Se però inizi la stagione come principale favorito nella Eastern Conference e ti ritrovi a marzo ad annaspare al quinto posto, vuol dire che qualcosa non ha funzionato. E non tanto per il piazzamento in sé, quanto per il fatto di non avere ancora trovato, a un mese dalla fine della regular season, gli equilibri adatti per arrivare pronti al cospetto di una concorrenza molto agguerrita.
In questa fase del nostro ‘maxi-processo’, trovare un colpevole è veramente difficile; anzi, può essere che non esista. Per quanto paradossale sembri, il principale problema dei Celtics è aver fatto troppo bene l’anno scorso. Con Gordon Hayward fuori dai giochi dopo soli cinque minuti di stagione e Kyrie Irving infortunatosi nel momento più importante, la squadra aveva fatto fronte comune, trasformandosi in una ‘corazzata in missione’. Spinta dal talento di Jayson Tatum e Jaylen Brown, dai canestri pesanti di Terry Rozier, dalla furia agonistica di Marcus Smart e dall’esperienza di Al Horford, Boston aveva scorrazzato indisturbata fino alle finali di Conference, terminate solo in gara-7 contro i Cleveland Cavaliers. “Quando saranno al completo, non li fermerà più nessuno” era l’opinione più diffusa lo scorso maggio. Un anno dopo, troviamo una squadra completa nell’organico, ma lontana anni luce dallo splendido gruppo che conoscevamo. Hayward è tornato ma, seppur in netta ripresa, è ancora la copia sbiadita della star vista in maglia Jazz. E’ tornato anche Kyrie Irving, ed è forse lì che sono venuti a galla i problemi. Chiariamo subito: il numero 11 sta disputando una grande stagione, mettendo in mostra ogni sera l’abbagliante repertorio di magie che lo rendono un giocatore unico, anche nella lega dei fenomeni. Spesso ha deciso le partite, la maggior parte delle volte si è preso la squadra sulle spalle nei momenti critici. Un po’ come LeBron James a Los Angeles.

Tra la situazione dei Celtics e quella dei Lakers si può trovare un parallelismo; forse, il percorso delle due squadre non era compatibile con quello delle loro superstar. Irving aveva lasciato il ‘focolare’ di Cleveland anche per diventare un leader a tutti gli effetti. A dimostrazione di ciò, le numerose interviste rilasciate a stagione in corso, in cui ‘bacchettava’ i giovani e manifestava vicinanza all’ex-compagno LeBron per le responsabilità richieste dal proprio ruolo. A lungo andare questa auto-investitura, sommata agli innumerevoli rumors su un possibile addio in estate, ha creato un muro tra Kyrie e il resto del gruppo. Sul parquet, il ritorno di ‘Uncle Drew’, al netto delle dichiarazioni distensive (e obbligatorie) della vigilia, ha fatto saltare il perfetto equilibrio raggiunto negli scorsi playoff dalla formazione di Tatum, Brown e Rozier, inevitabilmente (e giustamente) ‘scavalcati’ nelle gerarchie. Gli ultimi due, in particolare, assomigliano a quelli del 2017/18 solo per il cognome sulla maglia. Come i singoli, anche la squadra nel suo insieme è irriconoscibile. Se l’attacco faticava anche nel recente passato, a colpire maggiormente è la fase difensiva; aggressiva e organizzata nella scorsa stagione, passiva e distratta in questo 2018/19. Anche se non quanto i Lakers, spesso i Celtics si presentano sul parquet piatti, apatici, incapaci di imporre il loro gioco persino al TD Garden, fortino pressoché inespugnabile l’anno scorso. A riassumere perfettamente la situazione della squadra ci ha pensato Jaylen Brown, che ha parlato alla stampa di “clima tossico”.

Trovatisi con le spalle al muro dopo l’imbarazzante sconfitta casalinga contro Houston (la quinta in sei gare dopo l’All-Star Game), i biancoverdi hanno avuto un moto d’orgoglio a Oakland, imponendosi con un perentorio +33 sugli Warriors. Una vittoria che va presa con le pinze, visto il momento opposto attraversato dalle due squadre (i campioni in carica, con la testa rivolta da tempo a metà aprile, si sono presi una serata di vacanza, giocando a un ritmo da preseason), ma che potrebbe rappresentare la scintilla necessaria per riaccendere finalmente il motore. La sera dopo è arrivato un altro successo, sancito da un canestro in extremis di Hayward contro i Sacramento Kings. La proverbiale solidità dell’organizzazione lascia spazio all’ottimismo, all’idea dura a morire che, arrivati ai playoff, sarà tutto sistemato. Mentre però Milwaukee e Toronto corrono da inizio stagione e Philadelphia si staglia minacciosa all’orizzonte (al momento quarti, i Sixers incontrerebbero i Celtics già al primo turno), Boston ha zoppicato vistosamente per mesi. Riusciranno Stevens e i giocatori a trovare la fasciatura adatta, da qui alle prossime settimane? Il tempo stringe…

 

Caso 3 – Minnesota Timberwolves

Andrew Wiggins, Karl-Anthony Towns e Derrick Rose, leader (o presunti tali) di un progetto ormai fallito
Andrew Wiggins, Karl-Anthony Towns e Derrick Rose, leader (o presunti tali) di un progetto ormai fallito

Con il tracollo dei Lakers e le difficoltà dei Celtics a conquistare (comprensibilmente) le luci dei riflettori, situazioni come quella dei Minnesota Timberwolves stanno passando un po’ sottotraccia. Dopo che il mantra “occhio a Minnesota” ha imperversato per anni, sembra che il progetto di rilancio della franchigia si sia arenato. Il gruppo giovane e talentuoso che avrebbe dovuto imporsi come mina vagante della Western Conference ha strappato un misero ottavo posto all’ultima partita della scorsa stagione. Neanche il tempo di festeggiare la prima apparizione ai playoff dal 2004, ed ecco gli uomini di Tom Thibodeau rispediti a casa, senza alcuna difficoltà, dagli Houston Rockets. Quello che poteva essere considerato comunque un nuovo inizio si è rivelato invece una parentesi estemporanea; anche nel 2019, come successo tredici volte negli ultimi quattordici anni, si andrà in vacanza ad aprile.

Il nuovo corso dei Timberwolves si è imbattuto in un problema analogo a quello che hanno avuto Lakers e Celtics: l’incompatibilità fra il progetto di base e il leader della squadra. Appena Jimmy Butler ha messo piede nel Minnesota, si è capito subito che sarebbe stato lui il giocatore di riferimento. L’indiscutibile efficacia su entrambi i lati del campo e l’innato agonismo (doti di cui coach Thibodeau aveva disperatamente bisogno) gli hanno permesso di ‘scavalcare’ i leader designati, Karl-Anthony Towns e Andrew Wiggins. L’indole dura ed esigente di Butler (e di Thibodeau) mal si sposava con quella dei giovani, ancora troppo acerbi e mai in grado, fin qui, di avvicinarsi a quel livello di intensità. La stagione e mezza di ‘Jimmy G. Buckets’ a Minneapolis ha regalato un primo turno di playoff, ma in fin dei conti si è rivelata una perdita di tempo per tutti. Capita l’antifona, l’ex guardia dei Chicago Bulls ha chiesto la cessione, e la sua partenza in direzione Philadelphia ha dato il via libera per la cacciata dell’allenatore-presidente. In quel momento, i Timberwolves hanno riavvolto il nastro, cercando di tornare a quel bivio da cui, evidentemente, avevano preso la direzione sbagliata. Peccato che questa annata ‘di transizione’ fosse ormai compromessa. I playoff sono rimasti alla portata solo nella fase iniziale della regular season, quando a Ovest gli unici esclusi dalla bagarre erano i derelitti Phoenix Suns. Col passare dei mesi, i reali valori sono emersi e Minnie si è trovata ancora una volta fuori dai giochi. Il 2018/19 dei T’Wolves ha avuto anche dei risvolti positivi: su tutti la ‘rinascita’ di Derrick Rose, ma anche gli arrivi di Robert Covington e Dario Saric e il buon debutto di Josh Okogie rappresentano dei mattoncini importanti per il futuro. Il presente, però, parla di una squadra mediocre e tragicamente incostante.

A preoccupare di più è l’incertezza creatasi attorno a coloro che avrebbero dovuto trascinare la franchigia verso una nuova era di successi. Towns è cresciuto visibilmente nelle ultime settimane, ma per il resto della stagione ha avuto un rendimento ben al di sotto delle aspettative (dovute soprattutto all’eccellente anno da rookie), sia in termini statistici che di leadership. Che dire poi di Wiggins? Alla vigilia del draft 2014, il canadese era atteso come un talento generazionale, che negli anni a venire avrebbe fatto le fortune di chi lo avesse scelto. In costante crescita nelle sue prime tre stagioni NBA, ha subito una spaventosa involuzione dopo l’arrivo di Butler. Anche in questo caso, le statistiche aiutano solo in parte; i sei punti e i quasi tre minuti di media in meno rispetto al 2015/16 sono un brutto segnale, ma lo è ancor di più vederlo in campo. Un giocatore ‘anonimo’, con guizzi sempre più rari di quel talento fuori dal comune e, più in generale, un ragazzo che trasmette la sensazione di essersi in qualche modo ‘perso per strada’. Peccato che sul suo contratto sia riportata la notevole cifra di 148 milioni di dollari, con scadenza fissata a giugno 2023… Insomma, il rischio impasse è piuttosto concreto. Con le ambizioni da ‘Next Big Thing’ che sembrano ormai naufragate, la dirigenza (il cui operato non è sempre stato impeccabile) sarà chiamata a una serie di importanti decisioni, prima fra tutte quella sul nuovo allenatore: confermare Ryan Saunders (figlio del compianto Flip, il coach degli anni d’oro con Kevin Garnett) o chiamare qualcun altro (si è fatto spesso il nome di Fred Hoiberg, che nella squadra di KG è stato un prezioso gregario), con l’augurio che faccia ‘scattare la scintilla’ alle aspiranti stelle?

Garbage Time, l’altra NBA – Episodio #1

In questo preciso istante siete testimoni della storia, quella con la “s” minuscola. Ciò che avete davanti agli occhi è la prima edizione della rubrica meno necessaria di tutti i tempi: Garbage Time! Tra queste righe si tratteranno argomenti che nessun altro spazio web italiano a tema NBA tratterà mai (con validissimi motivi per non farlo). Con cadenza non settimanale, non mensile, non olimpica, ma rigorosamente ferrettiana, racconteremo l’altra NBA, quella che verrà presto (e fortunatamente) dimenticata. Nella nostra top ten troverete cadute di stile (o cadute e basta, ma forse questo è uno spoiler…), figure barbine, polemiche sterili e idiozie di vario genere, sempre con la bandiera del cazzeggio a sventolare fiera sul pennone. Qualora il vostro disagio esistenziale fosse talmente elevato dal farvi apprezzare questa rubrica, scrivete il vostro IBAN nei commenti. O magari aprite un gustoso dibattito su quale sia la GOAT tra le rubriche NBA, se questa, quella di Jordan, quella di LeBron o quella di Doncic. Qualora doveste invece considerarla un insulto all’umana decenza, non esitate a esternarlo, dando sfogo alle vostre volgarità più fantasiose. Ma soprattutto, qualora aveste delle segnalazioni per i prossimi episodi, trovate il modo di recapitarcele, magari scrivendole nei commenti. Adesso però basta con i preamboli, che si è fatta una certa… Partiamo subito!

P.S. Per comprendere a fondo l’altissimo significato degli snodi narrativi di questa rubrica è INDISPENSABILE cliccare su tutti i link che compariranno (sono quelli scritti in blu, per i neofiti dell’Internet), inclusi quelli che vi proporranno di aumentare le dimensioni di organi vari.

Disclaimer: parte dei demeriti per questa robaccia va attribuita a quelli della Kliq, che oggi saranno come minimo padri, se non addirittura madri di famiglia, per cui staranno tentando invano di insabbiare il loro passato inglorioso.

 

Posizione numero 10: L’app per allacciarsi le scarpe

Jayson Tatum con le scarpe che si allacciano da sole
Jayson Tatum con le scarpe che si allacciano da sole

Avete presente quando i vostri nonni, per sottolineare l’inettitudine delle nuove generazioni, le apostrofavano dicendo (nel dialetto che più vi è vicino): “Quelli lì non sono neanche buoni ad allacciarsi le scarpe”? Bene, oggi tale abilità non è più indispensabile. Certo, una volta ce la potevamo cavare con gli strappi ma, superati gli otto anni, le Bull Boys cominciavano a star strette. Nel 2019, però, anche gli adulti possono tirare un sospiro di sollievo: sono arrivate le Nike Adapt, ovvero le scarpe da basket che si allacciano con un’app! Perché perdere preziosi secondi di riscaldamento per stringere dei lacci (rischiando poi che il J.R. Smith di turno ti giochi un brutto scherzetto), quando bastano 750 trascurabili euro e uno smartphone (ATTENZIONE: smartphone non incluso nella confezione)?
Inutile specificare che l’idea è stata accolta con grande entusiasmo negli ambienti NBA. I Dallas Mavericks hanno già ordinato uno stock di Nike Adapt per Dirk Nowitzki: qualsiasi cosa, per evitare infortuni che ne comprometterebbero gli ultimi mesi di carriera. I Los Angeles Lakers, che arrivano sempre prima degli altri, avevano commissionato all’azienda di Portland un’app simile, in grado di far indossare a Michael Beasley i pantaloncini giusti al momento giusto. Dato che la messa a punto ha richiesto più tempo del previsto, Beasley è stato ceduto ai Clippers. La Nike ha saputo rifarsi con gli interessi, proponendo l’applicazione che cambia in un secondo il nome sulle maglie. Pare che, alla notizia, LeBron James abbia urlato, in lacrime: “New Orleans, this is for you!”.

#noncisonopiùigiovanidiunavolta #nonchosbatti #glischerzettidijr #scarpedimerdadadonnachecostanomilionialluomo

 

Posizione numero 9: L’infortunio di John Wall

John Wall e Andrew Bynum, diversi ma uniti dalla scarsa attenzione domestica
John Wall e Andrew Bynum, diversi ma uniti dalla scarsa attenzione domestica

Davvero una situazione complicata per gli Washington Wizards: anni persi ad aspettare che la squadra diventi una contender, ed ecco che il tuo uomo-franchigia, per due stagioni consecutive, viene fermato da un infortunio. Se nel 2017/18 John Wall se l’era cavata con due mesi di stop, stavolta il quadro è ben peggiore: se ne riparlerà nel 2020. Una notizia terribile per qualsiasi appassionato NBA, che non può che augurare al ragazzo una pronta guarigione, e ancor più drammatica per gli Wizards che, da qui al 2023, dovranno bonificare al giocatore la bellezza di 170 milioni di dollari. Ciò che è passato un po’ sottotraccia, però, sono le modalità con cui Wall ha aggravato le sue condizioni cliniche. Fermo dal 29 dicembre per un’operazione al tallone sinistro, un malaugurato giorno di fine gennaio è scivolato in casa, franando proprio su quel tallone.

Una carriera messa a forte rischio da un incidente domestico non è purtroppo una novità, nella storia NBA. Il precedente più illustre riguarda Larry Bird, che un’estate si rovinò letteralmente la schiena mentre lavorava nei campi della sua amata French Lick, nell’Indiana. Ma il caso più eclatante è senza dubbio quello con protagonista Andrew Bynum, che merita un piccolo approfondimento. Nell’estate del 2012, Bynum è coinvolto nella trade che porta Dwight Howard ai Los Angeles Lakers, Andre Iguodala ai Denver Nuggets e lo stesso Bynum ai Philadelphia 76ers. All’epoca ha appena disputato il suo primo (e ultimo) All-Star Game, e i Sixers lo accolgono come la stella che li farà uscire dalla mediocrità. Peccato per le giunture fragili, che destano non poche preoccupazioni alla dirigenza. Per prepararsi al meglio alla nuova stagione, il nostro decide di distruggersi definitivamente il ginocchio sinistro… giocando a bowling!
Una volta smesso di ridere, i medici si rendono conto che la situazione è più grave del previsto. Bynum passa i mesi successivi a farsi crescere i capelli in modo imbarazzante e a rilasciare dichiarazioni del tipo: “Tranquilli, che settimana prossima rientro!”, oppure: “Voi iniziate a giocare, che quando torno io gli facciamo il mazzo!”. Col passare dei mesi, il messaggio cambia: “Rientrerò quando sarò al 100%”, “Rientrerò quando riuscirò a schiacciare saltando da metà campo”, per finire con: “Mi sa che quest’anno non rientro proprio… A regà, è andata così… Divertitevi!”. Al termine della stagione, il suo contratto da oltre 16 milioni di dollari scade, e il re dei birilli non esita a trovarsi una nuova squadra (la sciagurata Cleveland di quegli anni). Facile immaginare che quella da bowling non sia stata l’unica palla a girare vorticosamente, a Philadelphia…

#mettilidapartechenonsisamai #sistameglioquandosilavora #questononèilvietnamèilbowling #staiperentrareinunavalledilacrime

 

Posizione numero 8: L’inserimento di Marc Gasol

Marc Gasol mentre riflette sugli errori commessi in gioventù
Marc Gasol mentre riflette sugli errori commessi in gioventù

I Toronto Raptors hanno fatto all-in. La partenza verso ovest di LeBron James era un’occasione troppo ghiotta per non tentare subito l’approdo alle NBA Finals, così Masai Ujiri (che ritroveremo tra poco) e soci hanno puntato tutto su due giocatori in particolare: Kawhi Leonard e Marc Gasol. Il primo è arrivato la scorsa estate, mentre il centro catalano è stato uno dei grandi colpi della recente trade deadline. Un grande innesto per coach Nick Nurse, sia in termini di talento, che di leadership. Peccato che, come si suol dire, non esistano piani perfetti. La dirigenza e lo staff tecnico hanno curato ogni minimo dettaglio per facilitare l’inserimento di Gasol nella nuova realtà, ma si sono dimenticati di un particolare fondamentale: istruirlo sul rituale prepartita.
Alla prima gara casalinga, la presentazione dei beniamini canadesi fila via liscia, finché lo speaker non annuncia l’ingresso di Kyle Lowry. Mentre il resto della squadra si esibisce in un’elaborata coreografia, consumando in trenta secondi le stesse energie che spenderà nell’intero primo quarto, il buon Marc rimane piantato come un frassino, nell’imbarazzo generale. Al termine dell’incontro, Gasol chiede lumi a Leonard, il quale rompe un silenzio che perdurava dal primo gennaio (quando aveva risposto “grazie” a una poesia di buon anno dedicatagli da Pascal Siakam) per lanciarsi in un lungo sfogo: “Io di queste pagliacciate non ne voglio sapere”, “Mi presentano per ultimo mica per niente”, “L’ultimo che l’ha proposto a Popovich è finito in un pilone della A3”, “Io pensavo che Toronto fosse in Puglia”. Ormai in preda allo sconforto, Marc decide di rivolgersi a Sergio Scariolo, già suo allenatore nella nazionale spagnola e ora assistente di Nurse in Canada. Dopo averlo invitato nella sua stanza, il sempre affidabile coach non esita a spiegargli per filo e per segno la misteriosa procedura.

#paesechevaiusanzechetrovi #vieniaballareincanada #torontella #dancingwiththeallstars #unapplausoalucatommassini #aiwendesendyraiselloww

 

Posizione numero 7: Il contrattone di Brunone

Bruno Caboclo, l'uomo a cui Kevin Durant ha copiato le mosse. O forse no...
Bruno Caboclo, l’uomo a cui Kevin Durant ha copiato le mosse. O forse no…

Si sa, il draft non è una scienza esatta. Può capitare che Anthony Bennett venga selezionato per primo, salvo poi trovarsi senza fissa dimora (cestisticamente parlando) nel giro di un paio di stagioni, oppure che Ben Wallace venga scartato da tutti i general manager e persino dai dirigenti della Viola Reggio Calabria, per poi decidere una finale NBA e vedere la sua maglia appesa al soffitto di un’arena. Valutare i margini di crescita di un giocatore è difficile, soprattutto quando si tratta di ragazzini acerbi e provenienti da realtà lontanissime da quelle dei college americani.
Nel 2013, l’anno di Bennett, i Milwaukee Bucks selezionano con la quindicesima chiamata un certo Giannis Antetokounmpo, ex-venditore ambulante di origine nigeriana proveniente dal Filathlitikos, squadra di seconda divisione greca. La sua stagione da rookie non è trascendentale (6.8 punti e 4.4 rimbalzi in 24.6 minuti di media), ma fa comunque intravedere che il ragazzo ha del potenziale. Incoraggiati dall’esito dell’esperimento, i Toronto Raptors decidono di percorrere la stessa strada. Arrivati alla ventesima scelta del draft 2014, il debuttante commissioner Adam Silver chiama tale Bruno Caboclo, diciannovenne brasiliano reduce da una stagione con l’Esporte Clube Pinheiros.
La perplessità è visibile sul volto dei dirigenti canadesi, ma il general manager, Masai Ujiri, si sta già sfregando le mani: “Ma che ne sanno ‘sti zozzoni… Questo è il Kevin Durant brasiliano!”. Per la cronaca, nel 2014 il Kevin Durant americano è l’MVP della lega, ma è facile immaginarlo terrorizzato a morte all’idea che il nuovo fenomeno paulista possa insidiarne la supremazia.

Mentre Ujiri si ostina a predicare pazienza (“Tranquilli, questo qui nel giro di due anni è All-NBA”) il tempo scorre, e i progressi di Caboclo continuano a rimanere nascosti a noi ignoranti. Il commentatore Fran Fraschilla conia per lui una definizione impeccabile: “è a due anni di distanza dall’essere a due anni di distanza”. A distanza di due anni da quel draft, Brunone ha passato gran parte del tempo in G-League. Altri due anni, e Toronto decide di tirare lo sciacq…ehm, di gettare la spugna. Lo spedisce ai Sacramento Kings con una trade che sembra destinata a spostare gli equilibri della lega: al suo posto arriva Malachi Richardson. 10 partite e 10 minuti di media in California, quindi altra G-League, poi un tentativo al training camp di Houston, ma niente, il sogno sembra sfumato per sempre.
Quando il suo futuro sembra inevitabilmente il baretto, ecco arrivare la grande occasione; i Memphis Grizzlies, nel disperato tentativo di imporsi come peggiore squadra della lega, offrono al brasileiro un contratto di dieci giorni, a cui ne segue un altro. Brunone strabilia il pubblico con prestazioni da MVP: 6.1 punti e 3.2 rimbalzi in dieci partite. Memphis non riesce a trattenersi, e lo premia con un contrattone: 2.4 milioni di dollari fino a giugno 2020! A casa Caboclo è subito festa, mentre Chris Wallace, GM dei Grizzlies, se la ghigna soddisfatto: “Vediamo chi riderà, adesso!”.

#braziliankd #brunantula #potenzialefenomeno #mostunderratedever #blockbustertrade #meglioungianninodomaniounbrunonedopodomani

 

Posizione numero 6: Nik Stauskas, Wade Baldwin & Danuel House

Dopo l'ennesimo trasferimento, Nik Stauskas ha optato per un part-time da McDonald's
Dopo l’ennesimo trasferimento, Nik Stauskas ha optato per un part-time da McDonald’s

Quando non sei una star di prima grandezza, e nemmeno un inamovibile elemento da quintetto, la vita da giocatore NBA può essere particolarmente avventurosa. Per conferma, chiedere alla coppia formata da Nik Stauskas e Wade Baldwin IV. Il 3 febbraio 2019 i due si trovano a Portland, Oregon, in quanto membri del roster dei Trail Blazers. Quello stesso giorno, uno scambio con i Cavaliers li porta a Cleveland, a quasi quattromila chilometri di distanza. Una trade come le altre, che non fa certo notizia in NBA. Tre giorni più tardi, però, eccoli di nuovo con la valigia in mano, stavolta in direzione Houston, duemila chilometri a sudovest. Nemmeno il tempo di sognare gli assist di Chris Paul e James Harden che, qualche ora dopo, squilla di nuovo il telefono: “tutti a Indianapolis, i Rockets vi hanno ceduto ai Pacers!”. Stavolta il tragitto è breve, ‘solo’ milleseicento chilometri. Peccato che, mentre la strana coppia sta ancora recuperando i cappotti pesanti dall’armadio, arriva la notizia che Indiana li ha appena tagliati entrambi. A questo punto, purtroppo, le strade dei due si separano. Wade torna mestamente a casa, aspettando la prossima occasione, mentre Nik… Viene richiamato dai Cavs! Un vero peccato, perché nei quasi ottomila chilometri percorsi on the road in appena quattro giorni, tra i due si era creata una profonda amicizia.

Bizzarra anche la vicenda che ha coinvolto Danuel House. In questo caso, il giocatore non si è mai mosso dal suo amato Texas (del resto, con quel cognome… Ok, scusate), ma ad aggravare la situazione c’è indubbiamente il suo nome di battesimo (perché Daniel e Manuel erano troppo mainstream, effettivamente), che gli avrà creato non pochi grattacapi in gioventù. Nato a Houston, cresciuto a Houston, studente-giocatore a Houston, House corona il sogno dei suoi parenti trovando lavoro…a Houston, dopo un biennio non indimenticabile passato tra Washington e Phoenix. I Rockets lo chiamano in prima squadra dopo che una tragica serie di infortuni aveva indotto Mike D’Antoni a prendere in seria considerazione un rientro in campo, con tanto di incarico a Dan Peterson come head coach. Danuel si fa trovare pronto, ritagliandosi un ruolo importante nelle rotazioni. Dopo appena cinque partite, però, la doccia fredda: i Rockets lo hanno tagliato! La delusione del povero (soprattutto per il nome) Danuel dura solo quarantotto ore, fin quando il general manager Daryl Morey lo ricontatta: “Ciao Manuel, hai presente la storia del taglio? Dai, era uno scherzo! Me l’ha suggerito P.J. Tucker, lo sai che si diverte con poco… Ti facciamo un two-way-contract, ok?”. House non batte ciglio e torna in campo a darci dentro come un matto. Dopo una serie di tre incontri, tra l’11 e il 14 gennaio, chiusi a oltre 14 punti di media, è lui a chiamare Morey: “We, Derrick! Hai presente la storia del two-way-contract? Beh, è scaduto! Adesso voglio il grano vero, altrimenti non mi alzo nemmeno dal letto”. Morey però non si scompone: “Dai, Daniel, facciamo un triennale al minimo salariale e siamo a posto così”. “Va bè, gioia, ho capito, tenetevi pure il tedesco, come si chiama… Frankenstein. Io torno a casa. Te salùdi!”. Testa alta e sguardo fiero, Danuel torna in G-League, dove ora gioca per i Rio Grande Valley Vipers. In Texas, ovviamente.

#icampionigiranosempreincoppia #dueanniluigiraperilmondo #questagiunglamistressa #danielomanueleratroppomainstream #lohoustoneseimbruttito #hartensteinjunior

 

Posizione numero 5: I nuovi italiani

LeBron James tradisce le sue indubbie origini italiane stringendo il trofeo più ambìto
LeBron James tradisce le sue indubbie origini italiane stringendo il trofeo più ambìto

A inizio stagione si è discusso della possibilità di concedere il passaporto italiano ad alcuni giocatori NBA, in particolare a Donte DiVincenzoRyan Arcidiacono e Raul Neto. Se per il rookie dei Milwaukee Bucks c’è ancora qualche speranza, per il suo ex compagno a Villanova e per il brasiliano degli Utah Jazz sembra non ci sia nulla di fattibile. La FIP, però, non si è persa d’animo e ha sguinzagliato un pool di investigatori per rintracciare altri possibili legami tra il Bel Paese e le star d’oltreoceano, in modo da poter finalmente rilanciare il nostro basket. Perché sprecare tempo ed energie per investire sullo sviluppo dei giovani, quando potresti far indossare la maglia azzurra a una stella NBA con un semplice giro di documenti?
I risultati di questa certosina ‘caccia al naturalizzabile’ sono racchiusi in un documento talmente scottante che la Federbasket ha deciso di secretarlo, affidandolo a tale Rich Paul, da sempre sinonimo di discrezione. E’ per questo che oggi siamo in grado di pubblicarlo senza remore. Dall’elaborato rapporto stilato dagli Sherlock Holmes tricolori emerge il potenziale nuovo quintetto della Nazionale italiana.

PG – Giannis Antetokounmpo. Il suo passato da venditore ambulante fa assolutamente al caso nostro. Basterà dichiarare che, durante il tragitto verso la Grecia, la sua famiglia ha lavorato un’estate sulla spiaggia di Porto Cesareo. Potrebbe sembrare cinico, ma se si vuole rilanciare il movimento non esistono scrupoli morali. E poi, vedendo giocare Antetokounmpo al posto di Brian Sacchetti, nessuno avrebbe più da obiettare sullo ius soli.

SG – Kyrie Irving. La scorsa estate è stato reso noto che la madre aveva origini Sioux, ma qualcuno ha indagato sul ramo paterno della famiglia? Con il giusto incentivo, si potrebbe convincere Irving a travestirsi da Uncle Drew e riprenderlo mentre valuta le operazioni in un cantiere di Fiuggi. D’altronde, gli americani hanno sempre uno zio di Frosinone. Kyrie avrebbe anche un futuro assicurato fuori dal parquet: le dichiarazioni sul terrapiattismo fanno di lui il perfetto leader di qualche movimento complottista, stile No Vax.

SF – Carmelo Anthony. Con un nome del genere, non può ingannare nessuno. Se aggiungiamo che ha fatto il college a Syracuse, affibbiargli un’imprecisata discendenza sicula sarà piuttosto semplice. Inoltre, le sue recenti esperienze a Oklahoma City e Houston lo rendono un perfetto capro espiatorio. E in Italia c’è sempre bisogno di un capro espiatorio.

PF – LeBron James. Il fatto che abbia sempre dichiarato di non sapere chi sia suo padre gioca indiscutibilmente a nostro favore. Chi potrà mai obiettare, quando la paternità sarà rivendicata da… Gianni Petrucci? Per l’Italbasket, questo ed altro… Oltretutto, LeBron giocherebbe a Est; dopo Pavlovic, Dellavedova e Mozgov, portare in finale Filloy e Biligha sarebbe una passeggiata di salute.

C – DeMarcus Cousins. Modificare i documenti trasformandolo in Marco Cusin sarebbe un gioco da ragazzi; siamo pur sempre il Paese che ha inventato i dischi orari rotanti, dannazione! Se qualcuno dovesse asserire che Marco Cusin non ha mai fatto triple-doppie da 55 punti, 20 rimbalzi e 15 assist, potremmo tranquillamente rispondere che lo spirito patriottico migliora sempre le prestazioni dei singoli in Nazionale. O forse no, bisogna studiarne un’altra…

PRINCIPALI RISERVE – Rudy Gay e Kevin Love. Risalire a fantomatiche parentele sarebbe leggermente più complicato (anche se magari lo zio di Love, Mike, fondatore dei Beach Boys, ha avuto qualche relazione con groupie nostrane), ma schierarli contemporaneamente nella second unit rappresenterebbe senz’altro un forte messaggio a sostegno dei diritti civili. L’importante sarebbe non scadere nella volgarità, come già successo in altri Paesi.

#italianisipuòdiventare #italiaagliamericanibraviagiocareabasket #ciaosettoregiovanileciao #ntuculualsettoregiovanile #myunclenatoinfrocinone #theitalianfreak #lebronraymonepetrucci

 

Posizione numero 4: Dell Demps e il caso Davis – Lakers

Dell Demps mentre escogita la prossima burla ai danni di Magic Johnson
Dell Demps mentre escogita la prossima burla ai danni di Magic Johnson

La vicenda Anthony Davis – Los Angeles Lakers, principale oggetto di dibattito nelle scorse settimane, ha più volte oltrepassato i confini del grottesco. Tutto era cominciato con l’invito a cena di LeBron James a Davis, al termine della sfida tra Lakers e Pelicans del 22 dicembre scorso, che aveva fatto seguito alle sviolinate del numero 23 gialloviola su quanto sarebbe bello giocare insieme al numero 23 blu-bianco-rosso-viola-giallo-verde (ma quali sono i colori sociali dei Pelicans??). Interrogato a riguardo, Davis aveva risposto alquanto stizzito: “Ma cosa vi salta in mente? Io a New Orleans sto benissimo! Il carnevale è una figata, si mangia da Dio, sono comodo coi mezzi, ho gli alligatori in piscina che aspettano un cucciolo… Da qui non mi muovo! Anzi, ci chiudo la carriera, in Louisiana!”.
Un mese dopo, però, la farsa viene smascherata. Il Monociglio si confida con il suo agente, Rich Paul, citando una nota band della scena underground di Chicago“Sai, Rich, la Louisiana è bella e tutto quanto, ma alla lunga rompe i coglioni. E poi i Pelicans fanno proprio cagare… Come facciamo a levarci dalle palle al più presto?”. Commosso dalla dialettica del suo assistito, Paul decide di affidarne le ‘segrete’ volontà ad Adrian Wojnarowski, giornalista e ‘re del mercato’ made in USA. Dopo qualche ora, la notizia diventa di dominio pubblico. E’ qui che entra in gioco Dell Demps, general manager dei Pelicans. Ed è qui che la vicenda raggiunge il suo apice di teatralità.

La seconda parte di questo inedito spettacolo ruota attorno a un dettaglio tutto sommato rilevante: Paul non è solo l’agente di Davis, ma anche quello di LeBron James. I soliti malpensanti, tra cui Demps, traggono subito conclusioni affrettate: “Ma non è che forse quei tre si sono messi d’accordo?”. Solo infamanti supposizioni, ovviamente. Il fatto che le due squadre siano in un momento imbarazzante, che i due vadano a cena insieme, che abbiano lo stesso agente e che manchi una settimana alla trade deadline vi sembrano indizi sufficienti? Allora vi meritate le toghe rosse e i complotti delle sinistre!
I giorni che precedono la deadline sono intrisi di pura follia. La dirigenza dei Lakers, capitanata dal presidente Magic Johson e dal general manager Rob Pelinka, arriva ad offrire a New Orleans tutti i giovani, tre veterani, quattro prime scelte future, Luke Walton, Bill Walton e gli occhiali da sole di Jack Nicholson, ma Demps resiste stoicamente. Dopo un po’ inizia persino ad evitare le chiamate di Magic, o a liquidarlo con banali scuse quando la leggenda gialloviola si presenta direttamente al suo cospetto. Il picco dello humour si raggiunge prima con i tifosi degli Indiana Pacers che cantano a Brandon Ingram “LeBron will trade you!”, poi con l’account Twitter dei Pelicans che, il giorno della deadline, posta la foto di una clessidra. Quando il termine ultimo scade, l’affare sfuma ufficialmente.
Questa spassosa commedia degli equivoci meritava un finale degno, e infatti… I Lakers riescono a centrare comunque un gran colpo di mercato, acquistando… Mike Muscala, ma la situazione interna è alquanto tesa; lo stesso Magic è costretto a incontrare uno per uno tutti quei giocatori che aveva messo esplicitamente sul mercato, abbracciandoli forte e promettendo di credere in loro, ma solo fino a giugno. Anthony Davis resta a godersi le paludi della Louisiana e il calore del pubblico, che lo tempesta di fischi e insulti non appena lo incontra per strada. Gioca pochissimo, eppure riesce a infortunarsi a una spalla (strano, di solito è l’integrità fisica fatta giocatore NBA…), trovando così una scusa buona per sparire dalla circolazione per qualche settimana. E Demps? Licenziato, ovviamente!

#tuttoèmaleciòchefiniscemale #quinonèhollywood #neworleansèbellamanoncivivrei #getRichordietryin #guardacheballeingramaltrochestocktonemalone #sivedechenonstaidicendoniente #noscusamièchenonceracampo #tirichiamoio

 

Posizione numero 3: Il tampering

Magic Johnson mentre tampera
Magic Johnson mentre tampera

Da un po’ di tempo a questa parte (o meglio: da quando Magic Johnson fa parte della dirigenza dei Lakers) c’è un nuovo tormentone che furoreggia tra le alte sfere NBA: il tampering. No, non si tratta di una rischiosa pratica sessuale, bensì di un comportamento traducibile con “reclutamento illecito di giocatori da parte di tesserati di altre fran…” va bè, dai, tampering suona meglio. Una norma piuttosto controversa ed estremamente severa, che ha fatto piovere fior di sanzioni soprattutto a livello collegiale. Spesso basta un passaggio in auto, un mazzo di fiori regalato alla nonna, addirittura che un assistente partecipi a una partitella al playground con un prospetto (tutti casi realmente accaduti, a parte forse quello della nonna), per far scattare una squalifica. Tra i professionisti, la situazione è ulteriormente sfuggita di mano, generando una vera e propria tamperingfobia. Il caso più recente ha coinvolto uno dei proprietari dei Milwaukee Bucks, multato per aver pronunciato la seguente frase: “Speriamo che atleti come Anthony Davis e altri vogliano venire a giocare per noi.”. Il leggendario motore dello Showtime, però, si è rivelato un innovatore anche in questo campo, elevando il tampering a una vera e propria arte. Nell’estate del 2017, pochi mesi dopo essere entrato in società, Magic era ospite al popolare show di Jimmy Kimmel. Quando il conduttore gli aveva chiesto di Paul George, allora in scadenza con i Thunder, il vecchio buontempone aveva dichiarato di fargli l’occhiolino ogni volta che lo incontra. E subito… Multa!
Non pago, il nostro si era ripetuto il febbraio successivo: Giannis Antetokounmpo diventerà un MVP, porterà i Bucks al titolo”… Multa! Nuovo anno, nuova prodezza, anche se stavolta nessun verbale. Pochi giorni fa, la sagomaccia se ne esce con un curioso aneddoto: Ben Simmons mi ha chiamato, vuole che io lo alleni l’estate prossima”. Ovviamente altro putiferio, con Adam Silver pronto a strapparsi i capelli, salvo poi desistere arrendendosi alla triste realtà.
Ora, la regola andrebbe sicuramente rivista, ma è stupendo immaginare Rob Pelinka e il resto dello staff dei Lakers trattenere il fiato ad ogni conferenza stampa di Magic: “Oddio, adesso spara la cazzata…”. In ogni caso, per evitare di prosciugare le casse del club, la proprietaria Jeanie Buss ha obbligato il mitico numero 32 a seguire un intensivo corso anti-tampering, in cui imparerà come reagire alle domande più provocatorie dei media. Pare che i primi test, affrontati in coppia con coach Walton, abbiano dato risultati brillanti.

#glidiaunabellamultina #iopensocheanthonydavissiaungiocatoreehmungiocatoreebasta #lenormesonotantemilionidimilioni #magiclatrottola #tivedreibeneailakers #bensimmonschechiamagente

 

Posizione numero 2: La campagna abbonamenti dei Knicks

Mitchell Robinson e Kevin Durant nella campagna abbonamenti dei Knicks. Per Michael Jordan e Wilt Chamberlain non c'era abbastanza spazio
Mitchell Robinson e Kevin Durant nella campagna abbonamenti dei Knicks. Per Michael Jordan e Wilt Chamberlain non c’era abbastanza spazio

Non dev’essere facile tifare i New York Knicks. Gli unici due titoli NBA sono arrivati nel 1970 e 1973, e da allora (eccezion fatta per le due curiose finali disputate negli Anni ’90, quando Patrick Ewing spadroneggiava sotto i tabelloni) la franchigia ha collezionato un fallimento dopo l’altro; stelle strapagate e trasformate in monnezza appena giunte a Manhattan, allenatori sbagliati, dirigenti incompetenti, fischi ai giovani scelti al draft, sparizioni immotivate (Derrick Rose), ex-giocatori arrestati sugli spalti del Madison Square Garden (Charles Oakley). Mica male, eh? Il tutto con l’aggravante di un’esposizione mediatica con pochi eguali, vista la piazza.
Con tali premesse, convincere i poveri supporters blu-arancio, anche quelli più fedeli, a rinnovare il loro abbonamento stagionale non è un’operazione semplicissima (anche perchè un season ticket al Garden non si trova in regalo con La Repubblica del venerdì). Ma è proprio nelle difficoltà che viene fuori il genio.

A poche settimane dal termine ultimo entro cui presentare le richieste di rinnovo, sul sito della franchigia compare una bella foto promozionale, raffigurante il rookie Mitchell Robinson e la superstar Kevin Durant. Niente di malizioso, se non fosse per due piccoli particolari: 1) tra i due, solo Robinson gioca nei Knicks e 2) Kevin Durant sarà quasi certamente free-agent l’estate prossima, con i newyorchesi in prima fila nel corteggiamento. I nostri amici malpensanti, ai quali la vicinanza con lo scalo milanese rende piuttosto agevoli gli spostamenti aerei, azzardano subito che dietro ci possa essere un ‘velatissimo’ messaggio subliminale“Abbonatevi, che l’anno prossimo arriva Durant!”. La risposta del club non tarda ad arrivare: “Davvero c’era la foto di Durant? Ma guarda te le sorprese che ci riserva la vita! No ma tranquilli, nessun messaggio subliminale! E’ stato un caso, era una foto tra le tante… Poteva capitare anche quella di Frank Ntilikina e Spike Lee, o quella di Charles Oakley in manette; va abbastanza a culo, diciamo”. Nel frattempo, la foto è stata prontamente rimossa.

Venuto a conoscenza dell’accaduto, Magic Johnson va su tutte le furie“Ma come, adesso arrivano quelli di New York a insegnare a noi come tamperare?! Qualcuno verrà licenziato per questo!”. Dopodiché prende il suo motoscafo e, accompagnato da un assistente, va a far visita ai responsabili della comunicazione dei Lakers, per manifestare il suo disappunto e studiare insieme a loro un modo per uscire dall’impaccio. Inizialmente la collaborazione sembra infruttuosa, ma in qualche modo il pool di grandi menti ne viene fuori. Come spesso accade, la soluzione migliore è anche quella più semplice. “Capo, qual è stato il grande colpo del nostro mercato?” chiede uno dei responsabili. “Ma chi, quer pippone de Muscala?” risponde inviperito Johnson. “No, dottore… l’altro”“Guarda, nun me parlà de Reggie Bullock, che me sale er nazismo!” sbotta Magic, tradendo le sue origini laziali. “Presidente, che numero di maglia ha preso Reggie Bullock?”“Il 35, perchè?”. “Maestro, ha presente Photoshop, quel programma che usiamo per mandare a LeBron le immagini dei vari All-Star in maglia Lakers?”. Dopo qualche secondo di collettiva riflessione, la soddisfazione è palpabile.

#nonvendiamosognimasoliderealtà #charlesoakleyinmanette #piccolitamperisticrescono #querpipponedemuscala #tivedreibeneaiknicks #andiamoasaraghi #genio

 

Posizione numero 1: Gli haters dei punteggi

James Harden e Kevin Durant mentre rovinano la NBA
James Harden e Kevin Durant mentre rovinano la NBA

Come la luna dei Pink Floyd, anche l’esplosione dei social network ha il suo lato oscuro. Rimanendo ancorati al tema NBA, ciò è rappresentato dalla proliferazione degli haters. Difficile spiegare la natura di questa particolare specie; in poche parole, è qualcuno con tanto tempo a disposizione e perennemente insoddisfatto di ciò che lo circonda. Approfittando inopinatamente dello schermo e della tastiera a sua disposizione, ma soprattutto della consapevolezza di non poter incontrare mai di persona il personaggio pubblico di turno, l’hater scatena la sua frustrazione contro il proprio bersaglio. Un po’come succedeva nelle scuole di una volta, quando il maestro lasciava carta bianca agli alunni. Solitamente, individuare chi sarà il prossimo a finire nel mirino degli haters è piuttosto facile: si tratta di qualcuno (nel nostro caso, di un giocatore) che è riuscito a emergere, tanto da iniziare a far parlare di sé. Esauriti gli elogi, si passerà quasi automaticamente ai primi insulti e alle prime critiche.

Di norma, gli ‘odiati’ hanno grande talento, ma anche qualche peculiarità controversa che alimenterà per anni i loro detrattori. Pensiamo a LeBron James, per andare finalmente sul concreto. Agli albori dei social network, il Re veniva accusato da molti ‘leoni da tastiera’ di essere “un perdente”. Poco importava che stesse già mostrando sprazzi di onnipotenza cestistica o che avesse trascinato i Cleveland Cavaliers di Zydrunas Ilgauskas, Larry Hughes e Daniel Gibson alla finale NBA più squilibrata della storia; finché non vinci un titolo, non sei nessuno. Quando poi James ha vinto e rivinto, il rancore di questi individui si è spostato progressivamente sui vari Stephen Curry, Kevin Durant, Russell Westbrook e James Harden. Il principale capo d’accusa mosso nei loro confronti? “Stanno rovinando la NBA”. Interessanti anche le ‘argomentazioni’ a riguardo: uno “rovina la NBA” perché può segnare da dieci metri mentre balla la Macarena, l’altro perché domina due finali consecutive ma è antipatico, un altro ancora perché fa sempre tripla-doppia, l’ultimo perché segna troppi punti, invece di lasciare spazio a fenomenali compagni come Gary Clark e Vince Edwards.
Di recente, però, la fantasia degli haters ha raggiunto picchi inesplorati. A finire sulla gogna non è stato un giocatore, e nemmeno una squadra, bensì…i punteggi. In particolare, ha suscitato un’ondata di sdegno la vittoria dei Golden State Warriors sul campo dei Denver Nuggets, nell’incontro del 15 gennaio scorso. I campioni in carica si sono imposti per 142 a 111, segnando 51 punti nel solo primo quarto. “NBA ridicola!”, “Basta con questa pagliacciata!”, “Questo non è basket!”. Come in passato, anche oggi all’hater non è necessario approfondire il perché accadano certe cose. Sarebbe uno shock scoprire che le nuove regole sul cronometro di tiro hanno aumentato il numero di possessi o, peggio ancora, che gli Warriors hanno dominato giocando una pallacanestro strabiliante, muovendo la palla come nei sogni più spinti di Gregg Popovich e, più in generale, costruendo con meticolosa cura una corazzata inaffondabile. L’importante è gridare allo scandalo, approfittandone per sottolineare quanto fosse meglio ai tempi di Larry Bird (quando – e se anche solo i loro genitori fossero nati avrebbero potuto testimoniarlo – i punteggi erano gli stessi) o quanto oggi sia più divertente assistere a un 40-36 del campionato UISP lombardo, piuttosto che al solito teatrino americano. Questa favola non ha assolutamente una morale, ma ci lascia un interrogativo importante: cosa odieranno adesso?

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Three Points – Davis-Lakers, gioco a perdere

NBA scambi estivi-Anthony Davis in dubbio per l'ASG

La volata finale prima della sospiratissima pausa per l’All-Star Weekend è stata vissuta all’insegna delle strisce. Chiaramente non parliamo di droga, sebbene i giocatori siano stremati e soprattutto noi, arrivati a metà febbraio, non abbiamo ancora fatto battute su Mohamed Bamba. James Harden ha allungato a 31 la serie di partite con almeno 30 punti a referto (eguagliando Wilt Chamberlain) e Russell Westbrook ha scritto l’ennesima pagina di storia con 10 triple-doppie consecutive (superando Wilt Chamberlain). Anche i New York Knicks hanno centrato un ‘prestigioso’ record: le 18 sconfitte filate sono quanto di peggio la franchigia abbia mai fatto in 73 anni di vita. E dire che ce ne voleva, d’impegno…
Messa agli archivi la trade deadline, questa edizione di ‘Three Points’ non poteva che partire con il tema più ‘caldo’ delle ultime settimane: L’affaire Davis-Lakers.

 

1 – Davis-Lakers, gioco a perdere

Anthony Davis e LeBron James sognano un futuro insieme in maglia Lakers
Anthony Davis e LeBron James sognano un futuro insieme in maglia Lakers

Come cantava Amy Winehouse, Love is a losing game, ma anche la vicenda Anthony Davis – Los Angeles Lakers si è rivelata un gioco senza vincitori. Piccolo riassunto, per chi si fosse sintonizzato solo ora: Anthony Davis è uno dei migliori giocatori NBA, le cui ambizioni di gloria sono però limitate da una squadra, i New Orleans Pelicans, che non riesce a uscire dal tunnel della mediocrità. Qualche settimana fa, Davis comunica al suo agente, Rich Paul, il suo desiderio di cambiare aria, e quest’ultimo pensa bene di rivelare la notizia al ‘principe’ del mercato NBA, il giornalista Adrian Wojnarowski. Non solo: Paul informa la stampa che al suo assistito piacerebbe davvero giocare con i Lakers, tanto da ritenerli l’unica franchigia con cui rinnoverebbe il contratto, la cui scadenza (con player option sulla stagione successiva) è prevista per l’estate 2020. Nei suddetti Lakers gioca un certo LeBron James, noto per essere il più grande cestista vivente e per avere dunque un’enorme influenza sulle decisioni del front-office. Durante la stagione, James non solo aveva speso parole al miele per Davis, ma si era spinto un po’ oltre, invitandolo a una deliziosa cenetta in cui discutere del proprio futuro, possibilmente comune. Tutte mere supposizioni, fino alla fatidica richiesta di cessione. Piccolo dettaglio: l’agente del signor James è nientemeno che… Rich Paul, lo stesso del signor Davis. Eccoci dunque alle intense settimane appena trascorse: da una parte la dirigenza Lakers, che arriva a offrire a quella dei Pelicans tutti i giocatori del roster, dall’altra New Orleans, che si ostina a rifiutare, oltretutto ‘perculando’ Magic Johnson e soci in svariati modi. Scoccate le 21 italiane di giovedì 7 febbraio, la trattativa sfuma ufficialmente, almeno fino al termine della stagione.

Da questa patetica commedia escono male tutti i protagonisti coinvolti. In primis lo stesso Davis, ovviamente. Il fatto che abbia voglia di competere per il titolo non è certo una colpa (anzi, ne invocavamo a gran voce la ‘liberazione’ in una recente edizione di ‘Three Points’), ma permettere che le sue intenzioni venissero rese pubbliche in questo momento della stagione gli ha inevitabilmente gettato addosso le ire dei tifosi, pronti a sommergerlo di fischi da qui ad aprile. Davis ha tolto ai Pelicans gran parte del vantaggio nelle trattative, costringendoli a studiare in fretta e furia una soluzione per trarre il maggiore profitto possibile dal suo ormai certo addio. Per la franchigia della Louisiana, la partenza della sua più grande stella non sarà solo un problema tecnico, bensì un fortissimo colpo alla credibilità dell’organizzazione stessa. Se a tutto questo sommiamo la già scarsa affluenza di pubblico e le parole (come sempre a sproposito, ma che potrebbero nascondere un pensiero condiviso da altri) del padre di Lonzo Ball, che di fatto hanno indicato New Orleans come una destinazione indesiderata dagli aspiranti All-Star, capiamo che un possibile trasferimento della franchigia non sia un’idea da scartare a priori.
Poi, ci sono i Lakers. Probabilmente, LeBron James, Magic Johnson e Rob Pelinka avevano un piano ben preciso in testa, nel momento in cui il sodalizio tra le parti è stato ufficializzato. Forse si aspettavano di poter arrivare subito a un’altra stella. Magari Paul George, che avrebbe prontamente seguito il Re a Hollywood. Oppure Kawhi Leonard, che i San Antonio Spurs avrebbero spedito senza problemi in California. Finora, tutti questi progetti sono miseramente falliti: PG13 è rimasto a Oklahoma City, Leonard è finito a Toronto e Davis ‘delizierà’ i tifosi dei Pelicans per almeno altri due mesi. Quello che è certo è che il celeberrimo ‘nucleo giovane’, decantato da Magic e soci come il fulcro del progetto gialloviola, è stato sacrificato senza remore sull’altare del grande colpo, dell’irresistibile richiamo del ‘vincere subito’. Inevitabile, quando il tuo giocatore di punta si avvia verso i 35 anni, mentre a tutti gli altri serviranno forse due o tre stagioni per far fruttare il loro potenziale. Però, ora che la ‘pazza idea’ Davis è sfumata, bisognerà ricucire gli strappi. Saranno pure dei professionisti, ma non si prospetta un’impresa semplice. Nel frattempo, le sconfitte si accumulano, e l’esclusione dai playoff, che suonerebbe come un fallimento epocale, diventa un’ipotesi sempre meno assurda

La principale ‘vittima’ di questa vicenda, però, avrebbe potuto essere il sistema NBA, da sempre basato sul potere contrattuale delle franchigie e ora scosso fino alle fondamenta da casi come questo, o come quelli di Leonard e Kyrie Irving. Casi in cui sono i giocatori, o peggio, gli agenti a cercare di cambiare gli equilibri della lega, forzando la mano ai proprietari. Forse anche questo aspetto ha inciso sulla scelta di Dell Demps, general manager dei Pelicans, di declinare l’offerta. Forse, che Anthony Davis non sia (ancora) finito ai Lakers, o che perlomeno che non ci sia finito in questo modo, è un bene per tutti.

 

2 – Big Four

Ci saranno anche I Raptors di Kawhi Leonard e i Sixers di Jimmy Butler nella corsa alle NBA Finals 2019
Ci saranno anche I Raptors di Kawhi Leonard e i Sixers di Jimmy Butler nella corsa alle NBA Finals 2019

A dire il vero, una vincitrice chiara di questa trade deadine c’è, ed è la tanto vituperata Eastern Conference. Mentre i Lakers si affannavano nel disperato ‘corteggiamento’ ad Anthony Davis, altre squadre hanno approfittato della recente finestra di mercato per mettere a segno importanti colpi.

Particolarmente aggressivi sono stati Philadelphia 76ers e Toronto Raptors. I primi, che a stagione in corso avevano già messo le mani su Jimmy Butler, si sono aggiudicati anche Tobias Harris, protagonista di un eccellente avvio di stagione con i Los Angeles Clippers. Completato il notevole quintetto (Simmons-Redick-Butler-Harris-Embiid), il general manager Elton Brand ha rinforzato anche la panchina, con gli innesti di Boban Marjanovic, Mike Scott, James Ennis e Jonathon Simmons. Toronto si è invece aggiudicata Marc Gasol, ‘scippandolo’ ai Memphis Grizzlies (i contratti da rinnovare di Jonas Valanciunas, Delon Wright e C.J. Miles in cambio dell’uomo-simbolo della tua storia; si poteva fare decisamente meglio…) e ha arricchito la second unit con l’esperienza di Jeremy Lin. Una serie di mosse che estremizza ulteriormente quel concetto di ‘proviamoci subito’ che sembra regnare sovrano, in una Conference senza più LeBron James e (forse) senza ancora Kevin Durant. Se i piani a lungo termine vanno a farsi benedire (soprattutto in casa Sixers), è indubbio che, per il 2018/19, queste due formazioni abbiano tutte le carte in regola per puntare alle NBA Finals.

Così, la caccia al trono dell’Est diventa ufficialmente una corsa a quattro (dato che gli Indiana Pacers hanno perso Victor Oladipo, out for the season). Le altre pretendenti, Boston e Milwaukee, sono state più ‘conservative’: i Celtics non si sono mossi (in attesa del secondo capitolo della saga-Davis, in onda a luglio), mentre i Bucks hanno ceduto l’ ‘oggetto misterioso’ Thon Maker e aggiunto Nikola Mirotic. Vero, a New Orleans il serbo-spagnolo è calato vistosamente dopo i due ‘trentelli’ con cui aveva aperto la stagione, ma la sua capacità di aprire il campo è come la Nutella sul pane, per la squadra di Mike Budenholzer e Giannis Antetokounmpo. Tra le ‘Big Four’, Milwaukee è l’unica ad avere già un’identità ben precisa; Toronto e Phila dovranno riorganizzarsi con i nuovi innesti, mentre Boston sembra ancora un cantiere aperto, con la solidità dello scorso anno che sta lasciando sempre più spazio ai dissapori interni. Si preannuncia comunque una lotta entusiasmante, che però dovrà passare da molti ‘se’. Se i Celtics dovessero ritrovarsi, se i ‘maschi alfa’ di Brett Brown si sintonizzassero sulla stessa lunghezza d’onda, se Gasol si rivelasse il tassello mancante per far svoltare un’eterna incompiuta e se Milwaukee tenesse questi ritmi fino alla fine, allora potremmo avere davanti a noi i playoff più entusiasmanti degli ultimi anni. Almeno sulla costa atlantica, e almeno per questa stagione.

 

3 – Ricomincio da capo

Jonathon Simmons e Markelle Fultz, protagonisti dello scambio tra Magic e Sixers
Jonathon Simmons e Markelle Fultz, protagonisti dello scambio tra Magic e Sixers

Nell’omonimo film, Bill Murray ripete continuamente la stessa giornata. Se inizialmente la cosa lo destabilizza, col tempo riesce a trovare il modo di sfruttare al meglio la situazione, cambiando in positivo il corso degli eventi. Per Markelle Fultz, il Giorno della Marmotta sarebbe quasi certamente il 22 giugno 2017, data in cui i Philadelphia 76ers lo hanno selezionato con la prima scelta assoluta al draft.
Quello che per tutti è un grande onore, per moltissimi si trasforma presto in un fardello troppo pesante da reggere. Fultz è arrivato in NBA dopo una carriera collegiale durata la miseria di 25 partite, spesa come unico giocatore di alto livello nei non irresistibili Washington Huskies. A differenza di molte altre top picks, non è approdato in una franchigia in ricostruzione, dove pazienza e minuti non sono mai negati ai giovani. E’ stato invece catapultato in una versione dei Sixers che stava finalmente abbandonando ‘The Process’, pronta a lanciarsi verso una nuova scalata ai vertici della Eastern Conference. Una squadra che non poteva permettersi di aspettare i progressi di Fultz, specialmente se rallentati da un misterioso infortunio a una spalla che sembrava condizionarne la meccanica di tiro. Dopo qualche apparizione in regular season e i playoff visti dalla panchina, i nuovi problemi fisici e la contemporanea impennata delle ambizioni di Phila hanno decretato come una separazione fosse l’unico epilogo possibile. Il giorno della trade deadline, ecco l’offerta degli Orlando Magic: Jonathon Simmons, una prima e una seconda scelta futura in cambio del talento proveniente dal Maryland.

In Florida, Markelle avrà la possibilità di svegliarsi di nuovo su quel letto, magari con I Got You Babe di Sonny & Cher alla radio, e di ricominciare da capo la sua carriera NBA. Si troverà in una realtà che ha ormai perso ogni speranza di trovarsi in casa un uomo-franchigia, dopo anni passati ad accumulare ‘oggetti misteriosi’, giocatori dall’indubbio potenziale, ma mai in grado di esplodere. Questo 2018/19 era iniziato con gli squilli di tromba, anche grazie a Nikola Vucevic, unico All-Star dei Magic dopo Dwight Howard, salvo poi inabissarsi come tutte le altre stagioni. Il buon avvio, oltretutto, ha compromesso un buon piazzamento alla draft lottery, riducendo all’osso le chance di accaparrarsi lo Zion Williamson di turno. Chissà che la via d’uscita da questa tetra spirale non possa essere proprio Markelle Fultz. Dovrà soltanto lasciarsi alle spalle i complicatissimi esordi e mostrare sul campo il motivo per cui, alla vigilia di un draft così ricco, nessuno avesse dubbi su chi sarebbe stato scelto per primo. Facile, no?

Three Points – An All-Star is born

Uno degli snodi cruciali della stagione NBA è finalmente arrivato. Dopo settimane di rumors incontrollati e di roster rivoluzionati con la fantasia, giovedì 7 febbraio alle 21 italiane scadrà il termine ultimo entro cui effettuare degli scambi. Una trade deadline che verrà seguita da NBA Passion con una maratona di 8 ore (in diretta dalle 15:30 sul nostro canale YouTube) ricca di ospiti. Gli osservati speciali saranno i Los Angeles Lakers, impegnati nella disperata trattativa per portare in gialloviola Anthony Davis. Se avere mezzo roster sul mercato non fosse già di per sé causa di tensione, dopo la recente sconfitta contro i Golden State Warriors è emersa la notizia di un duro confronto tra coach Luke Walton e alcuni veterani del gruppo. Ma il peggio doveva ancora venire. LeBron James è rientrato giusto in tempo per subire la peggiore sconfitta della sua carriera, il pesantissimo -42 di Indianapolis, contro i rimaneggiati Pacers. A sottolineare come la situazione dei californiani sia giunta ai limiti del grottesco, è arrivato il fantastico coro “LeBron’s gonna trade you!” rivolto dai tifosi di Indiana a Brandon Ingram. Cose che succedono, soprattutto all’interno di franchigie smaniose di vincere subito…
Non se la passano bene neanche a Washington, dove è arrivata la notizia di un nuovo infortunio al già infortunato John Wall; lesione al tendine d’Achille, almeno un altro anno di stop. Piccolo dettaglio: tra qualche mese, Wall entrerà nel nuovo contratto, che per le prossime quattro stagioni porterà nel suo disneyano deposito la bellezza di… 170 milioni di dollari!
Gli infuocati giorni che precedono la chiusura del mercato hanno inevitabilmente messo in secondo piano un altro appuntamento tradizionale di questo periodo: l’All-Star Game. Nelle scorse settimane sono stati selezionati i 24 giocatori che si esibiranno domenica 17 febbraio a Charlotte. Come sempre, non sono mancate le sorprese e le delusioni.

 

1 – An All-Star is born

D'Angelo Russell e Ben Simmons faranno il loro debutto all' All-Star Game di Charlotte
D’Angelo Russell e Ben Simmons faranno il loro debutto all’ All-Star Game di Charlotte

La nascita di nuovi All-Star è la miglior notizia possibile per la NBA e per i suoi appassionati. Soprattutto se la convocazione non è un riconoscimento ‘obbligato’ e prematuro (vedi Karl-Anthony Towns, chiamato durante la mediocre stagione passata e confermato – con maggiori meriti – quest’anno), bensì un traguardo ampiamente meritato. Nell’edizione 2019 dell’evento saranno ben cinque i debuttanti: uno per la Western e quattro per la Eastern Conference. Due di questi potrebbero tranquillamente disputare il loro primo e il loro ultimo All-Star Game contemporaneamente: Khris Middleton, convocato abbastanza a sorpresa (forse come premio per la grande stagione dei Milwaukee Bucks), e Nikola Vucevic, che sta mettendo insieme cifre individuali mai registrate prima, e difficilmente registrabili in futuro. Per gli altri tre, invece, questo sembra essere un vero e proprio ‘debutto in società’, il primo passo di una carriera potenzialmente ricca di soddisfazioni.

Ben Simmons è certamente quello che più di tutti aveva l’All-Star Game scritto nel destino. E’ uno dei pochissimi eletti ad essere arrivato in NBA con l’etichetta di ‘fenomeno generazionale’ e ad essere poi riuscito a non far crollare le aspettative (non è andata altrettanto bene, ad esempio, a Markelle Fultz). Certo, un anno e mezzo di professionismo è un campione ampiamente insufficiente per valutare una carriera, ma guardando giocare Simmons si capisce perché i Philadelphia 76ers abbiano speso per lui la prima scelta assoluta nel 2016. Fin dai primi passi nella lega, l’australiano si è imposto come ‘faro’ dei Sixers, guidandoli fuori da un lungo tunnel di mediocrità. Il tiro dalla distanza è ancora un bel problema, ma se a 22 anni è il tuo unico problema, e per il resto hai le doti tecniche dei più grandi e una visione di gioco che raramente si abbina a un atletismo del genere, i tuoi margini di miglioramento non possono che essere sconfinati. Seppur giovanissimo, Ben sarà chiamato a un’importante prova di maturità nel prosieguo della stagione: trarre il massimo da compagni tanto talentuosi quanto ‘impegnativi’ come Joel Embiid e Jimmy Butler (a cui ora si è aggiunto Tobias Harris) per legittimare la posizione di Phila tra le candidate al titolo.

Decisamente più tortuose le strade che hanno portato all’All-Star Game D’Angelo Russell e Nikola Jokic. Il primo era entrato presto nella lista di quelli che, a differenza di Simmons, non erano riusciti a mantenere da subito le esagerate aspettative. Letteralmente ‘schiacciato’ dalla pressione agli esordi con i Lakers, franchigia non particolarmente nota per la pazienza (ogni riferimento all’attualità non è puramente casuale), Russell è invece esploso una volta inserito nel giusto contesto. I Brooklyn Nets stanno vedendo le prime luci dopo gli anni terribili causati dalla nefasta trade per Kevin Garnett e Paul Pierce. Da quando Sean Marks è dietro la scrivania e Kenny Atkinson siede in panchina, la squadra ha pian piano acquisito un’identità, e ora è una credibilissima pretendente ai playoff. Una volta ambientato e finalmente libero dagli infortuni, D’Angelo ha fatto fruttare al meglio l’innato talento, disputando quella che finora è la miglior stagione della sua giovane carriera. La chiamata tra gli All-Star è stata la naturale conseguenza.

Jokic non era stato accolto con lo stesso hype degli altri due. A chiamarlo per quarantunesimo al draft 2014 (l’elenco di quelli selezionati prima di lui è troppo lungo, ma è obbligatorio citare Bruno Caboclo, alla 20) erano stati i Denver Nuggets, alle prese con la fase di transizione post-George Karl. Dopo aver trascorso un altro anno nella natia Serbia, ‘The Joker’ è sbarcato in Colorado. Nel giro di tre stagioni, ha sbaragliato la concorrenza per il ruolo di uomo-franchigia, tanto da guadagnarsi una maxi-estensione contrattuale da 148 milioni di dollari in cinque anni. Merito delle innate abilità di passatore e di un controllo di palla e gioco talmente sopraffini da eclissare un atletismo decisamente sotto media. Con il suo contributo a tutto tondo (fin qui sette triple-doppie stagionali, contro le dieci totalizzate nell’intero 2017/18) sta trascinando i Nuggets in un improbabile testa-a-testa per la vetta della Western Conference con i grandi Golden State Warriors. Vista la giovane età del gruppo di coach Mike Malone (anch’egli presente al prossimo All-Star Game, come allenatore del ‘Team LeBron’), viene da pronosticare che vedremo ancora a lungo Denver tra le grandi del West. E che il suo fenomenale centro sarà protagonista di altre partite delle stelle, in futuro.

 

2 – I grandi esclusi

Derrick Rose e Luka Doncic, tra i principali esclusi nelle selezioni per l' All-Star Game 2019
Derrick Rose e Luka Doncic, tra i principali esclusi nelle selezioni per l’ All-Star Game 2019

Finché la lega sarà popolata da cotanti fenomeni, le selezioni per l’All-Star Game porteranno giocoforza ad esclusioni eccellenti. Sarà anche un’esibizione in cui conta solo lo spettacolo (e ci mancherebbe, visto che si tratta di un’indispensabile pausa dai ritmi frenetici della regular season), ma a partecipare ci tengono tutti, maledettamente. Altrimenti non si spiegherebbero le genuine lacrime di Rudy Gobert, che evidentemente aveva posto la chiamata tra le stelle fra i principali obiettivi stagionali. Se gli Utah Jazz riuscissero a mantenersi stabilmente ai piani alti della Western Conference, però, sia per lui che per Donovan Michell potrebbe trattarsi di un appuntamento solo rimandato.

Fra tutte, l’esclusione più ‘rumorosa’ è stata certamente quella di Luka Doncic. L’ottimo impatto dello sloveno con il mondo NBA ha scatenato una vera e propria ‘LukaMania’, tanto che il voto popolare (valido al 50% solo per i quintetti, giova ricordarlo) lo aveva messo davanti a gente come Kevin Durant, Paul George e Anthony Davis. Fortunatamente, i voti andavano poi uniti a quelli dei media e dei giocatori stessi, che hanno avuto un minimo di senno in più; con tutta l’ammirazione, Doncic dovrà farne di strada, per essere anche solo inserito nella stessa frase con quei tre. Vederlo tra le riserve, invece, non sarebbe stata una follia. Difficile, però, lasciare a casa uno tra LaMarcus Aldridge, Karl-Anthony Towns e Nikola Jokic. Si tratta pur sempre di stelle affermate, e la NBA aveva già dimostrato l’anno scorso, con Simmons, di andarci cauta con i rookie. Forse, prima di Doncic, gli allenatori (che hanno votato per le riserve) avrebbero scelto Tobias Harris, ma il recente calo dei Los Angeles Clippers ha probabilmente influito sulla sua esclusione.

L’altra assenza ‘pesante’ (sempre in relazione al valore dell’evento) tra i prossimi All-Star è quella di Derrick Rose, eroe romantico protagonista della stagione della rinascita con i Minnesota Timberwolves. Anche in questo caso, il ‘lieto fine’ è stato rovinato da una concorrenza troppo agguerrita: chiamare lui avrebbe significato escludere Russell Westbrook, Damian Lillard o Klay Thompson. Senza contare DeMar DeRozan, uno che gli ultimi due All-Star Game li aveva (meritatamente) giocati da titolare.
Per quanto riguarda la Eastern Conference, l’unica esclusione di spicco è quella di Jimmy Butler, a cui è stato preferito un Khris Middleton individualmente inferiore, ma la cui squadra sta dominando incontrastata. Tra i non selezionati ci sarebbe stato anche Dwyane Wade, ma il comissioner Adam Silver, con un inatteso ‘colpo di coda’, ha assegnato due posti ‘bonus’ a lui e a Dirk Nowitzki, entrambi alla stagione d’addio. Per queste due leggende e per quello che ci hanno regalato negli anni non si può che nutrire un’assoluta adorazione e una sconfinata riconoscenza, però Adam… A questo punto, a cosa diavolo servono le votazioni?

 

3 – Trade deadline, si parte coi botti

Kristaps Porzingis e Tobias Harris (qui in maglia Pistons) sono i primi, grandi colpi di questa sessione di mercato
Kristaps Porzingis e Tobias Harris (qui in maglia Pistons) sono i primi, grandi colpi di questa sessione di mercato

In attesa di scoprire il finale della telenovela-Davis, molti scambi sono avvenuti con largo anticipo sulla scadenza delle trattative. I più importanti sono quelli che hanno coinvolto Kristaps Porzingis, passato dai New York Knicks ai Dallas Mavericks, e Tobias Harris, che i Los Angeles Clippers hanno ceduto ai Philadelphia 76ers. Due operazioni per certi versi simili, che spiegano perfettamente quali ingranaggi muovano la gestione di una franchigia NBA.

Sia i Knicks sia i Clippers hanno perso un potenziale All-Star (Porzingis era stato selezionato l’anno scorso, ma non aveva partecipato all’evento causa infortunio) ma, paradossalmente, alla lunga potrebbero rivelarsi le ‘vincitrici’ dello scambio. Anche perché i contratti di questi potenziali All-Star avrebbero dovuto essere ridiscussi in estate, e non si tratta mai di scelte facili.
Per avere il lettone, Dallas ha spedito a Manhattan un giovane di grande prospettiva come Dennis Smith Jr., soppiantato come possibile uomo-franchigia ai Mavs da Luka Doncic (sul fatto che i Knicks avrebbero potuto scegliere proprio Smith nel 2017, ma gli preferirono Frank Ntilikina, meglio sorvolare…). Insieme a lui sono arrivate due prime scelte future (non protetta nel 2021, valida dalla 11 in poi nel 2023) e la coppia formata da DeAndre Jordan e Wesley Matthews. Due nomi di spicco, se non fosse per un particolare fondamentale: il loro nutrito contratto (oltre 18 milioni a testa) scadrà il prossimo luglio. Tradotto: con ogni probabilità, Jordan e Matthews sono a New York solo di passaggio, tra poco verranno ‘scaricati’ via buyout e il monte-salari di New York si abbasserà enormemente. Anche perché in Texas, oltre a Porzingis, sono finiti Tim Hardaway Jr., Courtney Lee e Trey Burke: giocatori superflui, per una squadra che vuole solo perdere da qui ad aprile, e titolari di contratti impegnativi (i primi due sono a libro paga almeno fino al 2020). Ora New York si trova con qualche giovane interessante da far crescere senza fretta e, soprattutto, con lo spazio salariale per poter ‘corteggiare’ due grandi free-agent in estate.

Nella corsa ai vari Kevin Durant, Kawhi Leonard e Kyrie Irving (i cui arrivi, comunque, sono tutt’altro che scontati) ci saranno anche i Clippers. Gli ingredienti della trade che ha portato Harris a Phila sono più o meno gli stessi di quella analizzata in precedenza: ai Sixers sono finiti anche i contratti in scadenza di Boban Marjanovic e Mike Scott, a L.A. quelli di Wilson Chandler e Mike Muscala, più un giovane (Landry Shamet, fin qui sorprendente nel suo anno da rookie) e quattro scelte future (due seconde e due prime, tra cui quella non protetta di Miami nel 2021; attenzione…). Per la franchigia californiana, lo scambio apre anche un ulteriore scenario. Chissà che, con tutte quelle scelte e quei contratti in scadenza, non si possa mettere a punto un’offerta allettante per New Orleans

Naturalmente, anche Dallas e Philadelphia potrebbero aver guadagnato molto da queste trade. I Mavs si ritrovano con una coppia, formata da Doncic e Porzingis, potenzialmente in grado di dominare il prossimo decennio, mentre Phila può schierare un quintetto (Simmons-Redick-Butler-Harris-Embiid) che, nella Eastern Conference, non ha eguali. Per entrambe, le ambizioni di successo dovranno passare attraverso alcuni interrogativi: Quando e come tornerà Porzingis? Riusciranno a coesistere le star dei Sixers? Non ci resta che metterci comodi: this is why we watch.

Three Points – Derrick Rose e altre rinascite

Derrick Rose

Il ciclone Anthony Davis si è abbattuto sulla NBA. Stavolta non parliamo delle sue azioni in campo, bensì delle dichiarazioni del suo agente Rich Paul, secondo cui Davis non sarebbe intenzionato a prolungare la sua permanenza a New Orleans. Uno sviluppo non certo sorprendente (abbiamo anche dedicato all’argomento la copertina di ‘Three Points’, due settimane fa), ma che ha inaugurato ufficialmente i giorni più caldi del mercato, con la trade deadline del 7 febbraio che si avvicina a grandi passi (e che NBA Passion coprirà con una lunga diretta YouTube). Il primo, grande colpo è arrivato qualche ora fa, con lo scambio che ha portato Kristaps Porzingis, Tim Hardaway Jr., Trey Burke e Courtney Lee ai Dallas Mavericks e Dennis Smith Jr., DeAndre Jordan e Wesley Matthews ai New York Knicks. Anche il campo, però, sta offrendo spunti interessanti. Prima di buttarci a capofitto nella marcia di avvicinamento all’All-Star Weekend di Charlotte, in questa edizione ci occupiamo di tre giocatori che sembrano aver finalmente iniziato una ‘nuova vita’ cestistica, dopo le tante difficoltà degli ultimi anni. Partiamo subito!

 

1 – Derrick Rose, il romanzo continua

Derrick Rose è letteralmente 'rinato' in maglia Timberwolves
Derrick Rose è letteralmente ‘rinato’ in maglia Timberwolves

All’inizio del decennio, sui campetti e nelle palestre di tutto il mondo spopolava una maglia rossa fiammante con il numero 1. Sul petto c’era scritto “BULLS”, sulle spalle “ROSE”. Anche chi non seguiva la NBA finiva per indossarla, era un capo che faceva quasi tendenza. L’intero pianeta, non solo quello cestistico, si era innamorato di Derrick Rose.
Il panorama sportivo statunitense è pieno di storie ‘difficili’; qualcuna finita bene, molte altre finite malissimo. Quella di Rose è iniziata a Englewood, sobborgo a sud-ovest di Chicago noto per la dilagante criminalità. Una volta intuite le potenzialità del ragazzo, madre e fratelli (il padre non l’aveva mai conosciuto) fecero di tutto per toglierlo dalle strade, consapevoli che fosse l’unica maniera per fuggire anch’essi da quell’inferno dominato da droga e violenza. Riuscirono nel loro intento, e per Derrick e il suo ‘clan’ iniziò una nuova vita. Alla Simeon High School di Chicago, Rose scelse il numero 25 in onore di Ben Wilson, star della scuola negli Anni ’80 e uno dei tanti Jesus Of Suburbia a cui era andata male (ucciso con due colpi di pistola a soli diciassette anni). Mantenne quella maglia anche nei pochi mesi passati al college, con i Memphis Tigers di John Calipari, ma ben presto si capì che il suo nome sarebbe stato associato a un altro numero. Quando i Chicago Bulls si aggiudicarono la prima scelta assoluta al draft 2008, non ebbero alcun dubbio: il ‘figliol prodigo’ sarebbe tornato nell’Illinois. La rapida e inarrestabile ascesa del nuovo numero 1 (in tutti i sensi) dei Bulls, che lo portò a conquistare i fan di tutto il mondo, a rendere di nuovo rilevante una squadra che viveva ancora dei ricordi dell’era-Jordan e a sollevare il trofeo di MVP nel 2011 (il più giovane vincitore di sempre), sembrava un hollywoodiano ‘lieto fine’ a una vicenda umana così drammatica. Invece, era solo l’inizio.

Il punto di svolta della carriera NBA di Derrick Rose fu quel nefasto 28 aprile 2012. Sul finire della prima partita di playoff, ormai stravinta, contro Philadelphia, il ginocchio sinistro cedette. Rottura del crociato anteriore, stagione finita. E non solo quella, forse. La Adidas, che aveva deciso di costruire intorno a D-Rose un impero simile a quello che la Nike aveva messo in piedi con Michael Jordan, inaugurò un’aggressiva campagna pubblicitaria incentrata sullo slogan “The Return”. Un ritorno che verrà atteso in eterno.
Dopo aver saltato l’intera stagione 2012/13 e aver disputato una manciata di partite in quella successiva, Derrick si infortunò nuovamente (menisco del ginocchio destro), rimandando ancora i sogni dei Bulls. Una volta rientrato stabilmente in campo, nell’autunno 2014, si capì che il vero D-Rose non c’era più. Il prepotente atletismo e la furia agonistica di un tempo avevano lasciato spazio ai continui problemi fisici e, soprattutto, a un velo di perenne tristezza sul volto dell’ex-MVP. Quando i Cleveland Cavaliers di LeBron James fecero tramontare una volta per tutte le ambizioni di quella squadra, eliminandola al secondo turno nonostante un epico buzzer beater di Rose in gara-3, la dirigenza capì che era il momento di cambiare pagina. Il primo a partire fu coach Tom Thibodeau, che lasciò il posto a Fred Hoiberg, ma il fallito assalto ai playoff della stagione successiva spinse anche alla cessione dei due giocatori-simbolo di quell’epoca: Joakim Noah e, per l’appunto, Derrick Rose.

Il biennio seguente, passato tra New York e Cleveland, aveva gettato una grossa ombra sul futuro del fenomeno da Englewood. Ogni tanto si vedeva qualche lampo della sua classe innata, ma a prendere il sopravvento erano stati i soliti guai fisici e le vicissitudini extra-parquet, dall’accusa di stupro (poi decaduta) all’improvvisa ‘sparizione’ del gennaio 2017. L’anno dopo, quando Rose era finito nel vortice di trade che aveva fatto ‘piazza pulita’ alla corte di King James, in molti avevano pensato la stessa cosa: ritiro imminente. Ecco però l’ultima spiaggia: la chiamata di Thibodeau, diventato presidente-allenatore dei Minnesota Timberwolves. La buona serie di playoff disputata contro Houston era stato solo il preambolo di quella che sarebbe stata la sua effettiva ‘rinascita’. In questo 2018/19, ecco il “Return” che ogni appassionato NBA aspettava da troppo tempo. La leggendaria partita da 50 punti contro Utah, finita con un Rose in lacrime, è stato solo l’antipasto. Oggi, Derrick è di fatto la seconda stella dei T’Wolves (dietro a Karl-Anthony Towns), nonché uno dei principali candidati al premio di 6th Man Of The Year. Soprattutto, sembra aver ritrovato l’entusiasmo dei tempi migliori, quando il mondo si era riempito di maglie rosse con il numero 1.
Una torta del genere avrebbe meritato forse una commovente ciliegina, ovvero la convocazione al prossimo All-Star Game. Invece, ed è notizia di poche ore fa, Rose a Charlotte non ci andrà. Guai però a pensare che questo sia l’epilogo di un romanzo così avvincente: i capitoli migliori sono ancora tutti da scrivere.

 

2 – Unleash the Manimal

Per Kenneth Faried un nuovo inizio con gli Houston Rockets
Per Kenneth Faried un nuovo inizio con gli Houston Rockets

Poche settimane dopo l’incoronazione di Derrick Rose come più giovane MVP della storia NBA, i Denver Nuggets utilizzarono la ventiduesima chiamata al draft per selezionare Kenneth Faried, ala grande da Morehead State University. In quel 2011, i Nuggets erano arrivati a un punto di svolta. A febbraio, Carmelo Anthony e Chauncey Billups, coloro che avevano portato Denver nell’élite della Western Conference, erano stati spediti ai New York Knicks. Come contropartita erano arrivati Danilo Gallinari, Wilson Chandler, Timofey Mozgov, Kosta Koufos e Raymond Felton; di fatto, l’ossatura del nuovo corso. L’innesto di Faried, inarrestabile macchina da rimbalzi e atleta fuori dal comune, diede a coach George Karl un ingrediente fondamentale per mettere in tavola un piatto coi fiocchi. Le ‘foglioline di basilico’ finali furono gli arrivi di Andre Iguodala, già All-Star a Philadelphia, e JaVale McGee, centro dal potenziale inferiore solo alla sua incostanza.
Senza una vera e propria superstar, ma con la velocità del giovane playmaker Ty Lawson, la classe di Iguodala, la versatilità del Gallo e un frontcourt che poteva vantare l’esplosività del duo Faried-McGee e la solidità di Koufos e Mozgov, Denver disputò un 2012/13 strepitoso. Chiuse con il terzo piazzamento a Ovest, che valse a Karl il premio di Coach Of The Year. Faried, che nel 2012 era stato superato solo da Kyrie Irving e Ricky Rubio nelle votazioni per il miglior rookie, impreziosì quella stagione con la nomina a MVP del Rising Stars Challenge, tradizionale evento di apertura dell’All-Star Weekend.

Proprio quando i Nuggets sembravano sul punto di ‘sbocciare’ definitivamente, il castello di carte crollò. Un grave infortunio di Gallinari contribuì all’eliminazione al primo turno contro gli emergenti Golden State Warriors, Iguodala si trasferì proprio nella Baia, il general manager Masai Ujiri firmò per i Toronto Raptors e Karl, in contrasto con la dirigenza per il rinnovo contrattuale, venne licenziato. ‘Manimal’, nel frattempo, era uscito dalla gabbia. Il 2013/14 fu la miglior stagione della sua carriera, tanto che Mike Krzyzewski, il leggendario ‘Coach K’ di Duke, volle Faried nella spedizione di Team USA ai Mondiali di Spagna. Nella consueta ‘passeggiata’ verso l’oro degli statunitensi, Faried fu una delle grandi attrazioni (insieme all’MVP Kyrie Irving) di quella nazionale, annientando con la sua energia i lunghi avversari e finendo nel quintetto ideale della manifestazione. Le sue eccellenti prestazioni spinsero i Nuggets a concedergli un’estensione contrattuale da 60 milioni di dollari in quattro anni.
Faried rimase un punto fermo della squadra anche nelle due stagioni successive, ma Denver non riuscì mai a tornare ai playoff. Una serie di problemi alla schiena mise ‘Manimal’ ai margini della squadra e l’arrivo di Paul Millsap, nell’estate del 2017, lo spinse pian piano fuori dalle rotazioni di coach Mike Malone.

Arriviamo così ai giorni nostri, con la sua cessione a Brooklyn e le tante panchine scaldate in maglia Nets. Quando ormai il treno sembrava passato, ecco che una serie di circostanze ha spianato la strada per un nuovo inizio. L’infortunio di Clint Capela ha infatti spinto i rimaneggiati Houston Rockets a cercare disperatamente rinforzi nel ‘sommerso’ NBA. La scelta è ricaduta proprio su Faried, che nelle prime settimane in Texas non ha assolutamente tradito tale fiducia. Innescato dalle magie di James Harden, ‘Manimal’ è tornato a ruggire; 15.2 punti e 9.8 rimbalzi di media nelle prime cinque uscite con la nuova maglia, tra cui spicca una prova da 21+14 decisiva nella vittoria sui Raptors. La sua ferocia agonistica, il suo atletismo e la sua abilità nello sfruttare le voragini create dai raddoppi sull’MVP in carica lo rendono un giocatore perfetto per questi Rockets, che potrebbero aver trovato una risorsa inaspettata nella difficilissima caccia al trono dei Golden State Warriors.

 

3 – Jahlil Okafor: la grande occasione

Primo anno a New Orleans per Jahlil Okafor
Primo anno a New Orleans per Jahlil Okafor

Anche quella di Jahlil Okafor è una storia di redenzione. Nel 2015 era arrivato in pompa magna al draft NBA. Aveva guidato da protagonista Duke al titolo NCAA, e in pochi mesi aveva conquistato la stima incondizionata di Coach K, che spenderà parole al miele per lui rispondendo alle prime critiche. Sì, perché la strada di Okafor in NBA è stata quasi subito una salita. Avvicinandosi a quel draft, il suo nome veniva inserito tra le papabili prime scelte assolute. Invece Minnesota aveva optato per Karl-Anthony Towns, mentre i Lakers avevano preferito D’Angelo Russell. Jahlil era finito ai Philadelphia 76ers, con il famigerato ‘Process’ di Sam Hinkie nel pieno del suo ‘splendore’. In realtà, Phila aveva già draftato due lunghi nel biennio precedente, ma sia Nerlens Noel sia Joel Embiid avevano passato un’intera stagione ai box alle prese con seri infortuni. Con il camerunense costretto a saltare anche l’annata successiva, Okafor si era imposto come il miglior giocatore di una delle peggiori squadre della storia (10 vittorie e 72 sconfitte il record finale). Se in campo tutto procedeva alla grande (17.5 punti e 7 rimbalzi di media e inclusione nel primo quintetto All-Rookie), fuori si addensavano le prime nubi. Prima il coinvolgimento in una rissa sulle strade di Boston, che gli era costata una sospensione, poi un infortunio al ginocchio e la fine anticipata del suo anno da matricola.

Nell’autunno del 2016, lo straordinario debutto di Embiid aveva messo presto in chiaro cosa si intendesse per ‘uomo franchigia’. Il ginocchio destro di Okafor, nel frattempo, continuava a non dare tregua all’ex pupillo di Coach K, che collezionava la miseria di 50 presenze (erano state 53 l’anno precedente). Per i Sixers, la scommessa poteva già considerarsi persa. Il 2017/18 si era aperto con l’annuncio della mancata estensione contrattuale, poi erano arrivate le infinite panchine e i cori di sostegno dei tifosi, che sollecitavano invano Brett Brown affinché lo rimettesse in campo. L’inevitabile separazione aveva gettato ulteriore amarezza su un connubio mai sbocciato: incapace di ottenere contropartite sufficienti per un giocatore ormai fuori rosa, Phila aveva di fatto ‘regalato’ la terza scelta assoluta del draft 2015, spedendola ai Brooklyn Nets, insieme a Nik Stauskas e a una seconda scelta 2019, in cambio di… Trevor Booker.

Il vortice di sconforto che aveva inghiottito Kenneth Faried si era abbattuto anche sul suo nuovo compagno, ormai fuori forma e finito presto sul fondo della panchina dei Nets. La famosa ‘ultima spiaggia’, quella che ‘Manimal’ ha trovato a Houston e su cui Derrick Rose si è rialzato a Minneapolis, per Jahlil Okafor si è materializzata a New Orleans. Se l’avvio di stagione sembrava confermare il definitivo declino dell’atleta, con l’arrivo del 2019 il vento è cambiato di colpo. Tutto ‘merito’ di Anthony Davis, stella dei Pelicans. Prima l’infortunio a un dito, poi la già citata richiesta di trade. In mezzo al polverone, si sta facendo largo il nostro Jahlil; dal 21 gennaio viaggia a 20 punti e 10.5 rimbalzi di media, con due fondamentali doppie-doppie nelle vittoriose trasferte a Memphis e Houston. Ora il futuro della franchigia è più incerto che mai, con l’imminente addio di Davis che preannuncia l’inizio di un’era segnata dal caos e dalle sconfitte; insomma, il contesto adatto a Okafor per ritrovare una strada abbandonata troppo presto.

Three Points – Ci sono anche i Thunder

OKC-Thunder-tre-punti

La fase più calda della regular season è arrivata. Quando mancano poche settimane all’All-Star Game di Charlotte (con i titolari appena annunciati e le riserve che saranno scelte nei prossimi giorni), le franchigie NBA si trovano al punto in cui decidere che direzione seguire, con il mercato delle trade che sta per prendere il sopravvento. I Memphis Grizzlies, in crollo verticale dopo una buona partenza, stanno facendo più di un pensiero sulla cessione di Mike Conley e Marc Gasol, che darebbe ufficialmente il via a una ricostruzione troppe volte rimandata. I Golden State Warriors, d’altro canto, sono alle prese con l’inserimento di DeMarcus Cousins, potenziale ciliegina su una torta già squisita. L’unica certezza, rispetto alle scorse settimane, è rappresentata da James Harden. Il Barba ha coronato il suo momento di onnipotenza cestistica con la leggendaria notte del Madison Square Garden, chiusa con 61 punti (massimo in carriera) e 15 rimbalzi, necessari a Houston per vincere in volata contro i New York Knicks. Intanto, l’ex-compagno Carmelo Anthony continua la sua personale odissea; ‘parcheggiato’ dai Rockets a Chicago, verrà tagliato dai Bulls per poi cercare un’ultima, disperata chance in una squadra dai playoff (con i Los Angeles Lakers principali indiziati). In casa gialloviola tiene banco la questione infortuni: LeBron James continua a posticipare il suo rientro, mentre Lonzo Ball dovrà fermarsi per almeno un mese a causa di un problema a una caviglia. Purtroppo a qualcuno è andata molto peggio, ma ne parleremo tra poco. Ora spazio agli Oklahoma City Thunder, che stanno facendo alzare più di un sopracciglio in questo 2018/19.

 

1 – Ci sono anche i Thunder

Russell Westbrook e Paul George, stelle dei Thunder
Russell Westbrook e Paul George, stelle dei Thunder

Il 4 luglio 2016, il destino degli Oklahoma City Thunder sembrava segnato irrimediabilmente. Il controverso addio di Kevin Durant, vera e propria icona sin dall’ultimo anno a Seattle, appariva come il primo tassello di un domino che avrebbe fatto cadere i Thunder nel limbo della ricostruzione. Invece, quella è stata l’ultima occasione in cui la moneta è caduta dal lato sbagliato. Parlare di buona o cattiva sorte è però inopportuno, analizzando la seconda fase della storia della franchigia che Clay Bennett strappò alla Emerald City nel 2008. I Thunder sono ‘rimasti in vita’ perché la loro organizzazione ha acquisito negli anni una grande credibilità, al di là del fatto che pescare un MVP in tre draft consecutivi non capiti proprio a tutti.

Il primo a sposare il progetto di continuità proposto dal GM Sam Presti e soci è stato Russell Westbrook. Il veleno accumulato nel traumatico ‘divorzio’ dal compagno di sempre, KD, avrebbe potuto spingere il fenomeno da UCLA a gettare la spugna, magari diventando la prima superstar a dar retta a un tormentone che non passa mai di moda: “E’ di Los Angeles, quindi l’anno prossimo andrà sicuramente ai Lakers”. Invece Westbrook ha incanalato la (eccessiva) frustrazione nel modo migliore possibile, abbattendosi sulla NBA con una furia inaudita. Ecco dunque la stagione dei record, coronata con un sacrosanto trofeo di MVP. Per riportare in alto i Thunder, però, un one man show, per quanto esaltante, non poteva certo bastare. Quando la dirigenza, con due mosse piuttosto sorprendenti, ha portato nell’Oklahoma Carmelo Anthony e Paul George, per la franchigia e per il suo leader la missione è apparsa più chiara che mai: puntare nuovamente all’anello.
La prima (e unica) stagione dei ‘Big Three’ è stata a dir poco fallimentare. La squadra ha mostrato un ottimo potenziale, che però tale è rimasto. Le imminenti scadenze contrattuali di ‘Melo e PG13 non hanno certo aiutato, con una sensazione di precarietà che ha accompagnato OKC fino alla prematura eliminazione dai playoff. Mentre Anthony era ormai invischiato in una ‘crisi d’identità’ tecnica da cui non è ancora uscito, George era atteso con festoni e coriandoli dalla Los Angeles gialloviola. Ai Thunder sarebbe rimasto solo Westbrook, non certo impaziente di riprendere la sua battaglia solitaria contro il mondo. Invece Paul George è rimasto, e da quel momento la storia della franchigia è cambiata per davvero.

Certa di poter contare su due star di primissimo livello per un periodo medio / lungo, la squadra si è presentata al via di questo 2018/19 con una consapevolezza diversa. Con la mente finalmente sgombra e archiviata una volta per tutte la separazione con Indiana, PG13 sta giocando il miglior basket della sua carriera. Determinante su entrambi i lati del campo, al momento è in lizza sia per il premio di MVP, sia per quello di Defensive Player Of The Year. Anche perché la difesa dei Thunder è una delle migliori della lega, statistiche alla mano, nonostante all’appello manchi Andre Roberson, specialista fermo da parecchi mesi per infortunio. Trovare qualcuno che ne faccia le veci è ancora il maggiore cruccio di coach Billy Donovan, che finora ha puntato sul giovane Terrance Ferguson, tanto promettente quanto incostante. Il resto del quintetto è ormai una certezza; Jerami Grant è cresciuto a dismisura, dal suo approdo nell’Oklahoma (2016, scambiato dai Sixers per Ersan Ilyasova), mentre Steven Adams è già annoverabile tra i migliori centri NBA. Da quando Durant ha cambiato aria, la sua perfetta intesa con Westbrook ne ha innalzato mostruosamente il rendimento. A proposito… E Westbrook?
L’ex-MVP ha indubbiamente faticato nel passaggio da ‘unica opzione offensiva’ a ‘facilitatore’. L’anno scorso ci aveva provato con un avvio in sordina ma, quando è diventato chiaro che le cose non avrebbero funzionato, si è rimesso ‘in proprio’, cadendo nelle consuete esagerazioni con cui nutre da anni i suoi haters. In questa stagione, complici anche l’infortunio iniziale e le difficoltà al tiro, sembra accontentarsi di un ruolo secondario. Viaggia comunque in tripla-doppia di media (sarebbe la terza stagione di fila, mai nessuno come lui) con quasi 22 punti a sera, che non è pochissimo, ma è evidente che, finora, il palcoscenico sia stato tutto per George, ormai pronto a sedersi al tavolo dei migliori. Guai però a sottovalutare Russ e i Thunder quando la pressione aumenterà, ai playoff. Tra gli ostacoli più grossi sulla strada per le Finals, ci saranno anche loro.

 

2 – Working class hero

Per Victor Oladipo stagione finita
Per Victor Oladipo stagione finita

Nelle ultime ore, la scure degli infortuni si è abbattuta con particolare crudeltà su Victor Oladipo, messo k.o. per tutta la stagione da una lesione al tendine del bicipite femorale. L’espressione affranta con cui ha abbandonato il terreno di gioco vale più di mille parole: per lui e per gli Indiana Pacers è una beffa tremenda.
Quella di Oladipo è la tipica storia americana, del genere che autori e sceneggiatori aspettano con ansia ogni anno. Figlio di immigrati (padre della Sierra Leone e madre nigeriana), diventa un idolo al college con la maglia degli Indiana Hoosiers. Viene chiamato per secondo (dopo Anthony Bennett…) al draft 2013 dagli Orlando Magic, ma delude le aspettative. Quando viene ceduto prima agli Oklahoma City Thunder e poi ai Pacers, la sua carriera sembra destinata ad arenarsi, ma ecco che la storia si trasforma in una favola. Il 2017/18 è l’anno dell’incredibile esplosione, con la convocazione all’All-Star Game e il premio di Most Improved Player Of The Year. Le sue prestazioni stellari stravolgono di colpo le prospettive di Indiana, partita con idee di ricostruzione dopo l’addio di Paul George e arrivata a un soffio dal mandare a casa LeBron James, al primo turno playoff.

Con l’arrivo della nuova stagione, i Pacers sono consapevoli di non essere più una sorpresa, ma una certezza. Al momento, la squadra di Nate McMillan è terza a Est, davanti alle favoritissime della vigilia, Boston e Philadelphia. Ha una delle migliori difese della lega e gioca un basket corale e ‘democratico’, con sei giocatori in doppia cifra di media. Oladipo, stella di questi Pacers ‘operai’, viaggiava con cifre meno esaltanti rispetto all’anno scorso (18.8 punti di media, contro i 23.1 del 2017/18), ma la sua leadership e la sua classe su entrambi i lati del campo mancheranno da morire.
Sconfitta solo tre volte nelle ultime quindici uscite, Indiana dovrà ulteriormente serrare le fila, per continuare la corsa alla post-season. In assenza della loro sfortunata stella, i compagni saranno chiamati a farsi avanti. E dovranno farlo tutti, dai giovani di prospettiva come Domantas Sabonis (eccezionale dalla panchina), Aaron Holiday e Myles Turner (da cui ci aspetta ancora tanto) ai molti veterani in scadenza di contratto (Thaddeus Young, Darren Collison, Tyreke Evans, Bojan Bogdanovic). Chissà mai che la grande solidità del gruppo non possa rivelarsi più forte dello scintillante talento individuale di alcuni avversari. D’altronde, è così che finiscono le favole…

 

3 – A dimensione D’Angelo

Grande stagione a Brooklyn per D'Angelo Russell
Grande stagione a Brooklyn per D’Angelo Russell

Nella Eastern Conference, dall’inizio del 2019, nessuno ha fatto meglio dei Brooklyn Nets. No, non ci sono refusi: la squadra di Kenny Atkinson ha vinto nove delle undici partite disputate, prendendosi addirittura gli scalpi di Boston Celtics e Houston Rockets, e attualmente è stabile al sesto posto, con un buon vantaggio sulle inseguitrici. Certamente avere un roster giovane e ‘disciplinato’ come quello di Brooklyn (di cui Spencer Dinwiddie e Joe Harris sono i perfetti rappresentanti) è un vantaggio, in una Conference ancora priva di gerarchie. Però l’avvio di stagione mediocre, sommato agli infortuni di Caris LeVert e Allen Crabbe, sembrava condannare i Nets all’ennesima annata da dimenticare. Se invece sono in piena corsa per la post-season è anche merito dell’esplosione di D’Angelo Russell, fresco di nomina a “giocatore della settimana”.

Russell era arrivato in NBA nel modo più complicato possibile. Chiamato con la seconda scelta assoluta al draft 2015, era stato presentato come colui che avrebbe riportato in alto i Los Angeles Lakers. La sua stagione da rookie si era presto trasformata nel Kobe Bryant Farewell Tour. Con i riflettori sempre puntati addosso, il grande numero 24 raccoglieva i tributi delle arene di tutta America, mentre la squadra si inabissava sempre più. Il progetto di rinascita, almeno per il momento, era destinato a fallire e, nel giro di un paio d’anni, quel giovane nucleo sarebbe stato smembrato. Larry Nance Jr. e Jordan Clarkson avrebbero accompagnato LeBron James alle ultime Finals in maglia Cavs, Nick Young li avrebbe sconfitti con gli Warriors, laureandosi campione NBA. Lou Williams avrebbe continuato a macinare punti in uscita dalle panchine di Rockets e Clippers, mentre Julius Randle si sarebbe accasato a New Orleans. La mossa più rappresentativa del passaggio di consegne tra Mitch Kupchak e la coppia Magic JohnsonRob Pelinka dietro la scrivania gialloviola sarebbe stata però quella che avrebbe coinvolto D’Angelo Russell. Il definitivo ‘colpo di spugna’ sulla gestione precedente era stato dato con la sua cessione ai Nets; da un lato si liberava spazio salariale (con lui era partito anche Timofey Mozgov, titolare di un contratto assurdo), dall’altro si lasciava campo libero alla prossima, grande speranza dei Lakers: Lonzo Ball.

Mentre in California non è ancora chiaro se la scommessa sia stata vinta o meno, Russell ha trovato a Brooklyn la sua dimensione ideale. Dopo un primo anno altalenante e condizionato dagli infortuni, l’ex playmaker di Ohio State ha fatto finalmente il salto di qualità. Già in grado di ritoccare diversi record personali sul finire del 2018, con l’arrivo del nuovo anno è letteralmente esploso, viaggiando a oltre 24 punti di media e avanzando una seria candidatura per una chiamata tre le stelle di Charlotte. Certo, la costanza non è ancora di casa; nelle prestigiose vittorie contro Celtics e Rockets ha fatto registrare 5 e 10 punti, mentre nelle ultime tre gare non è mai sceso sotto i 25. Però finalmente Brooklyn ha un giovane talento da ammirare e su cui potrebbe costruire il futuro. Il condizionale è d’obbligo, perché in estate Russell sarà soggetto a qualifying offer; prima di pareggiare o meno eventuali proposte di altre franchigie, i Nets dovranno avere le idee chiare sui desideri dei grandi free-agent.

Three Points – Free Anthony Davis

padre Anthony Davis

Mentre i primi rumors su possibili scambi inaugurano il periodo che ci porterà alla trade deadline, la NBA si prepara a conoscere la versione definitiva del ‘mostro’ Golden State Warriors. Stanotte, infatti, dovrebbe debuttare DeMarcus Cousins; se tutto dovesse andare per il verso giusto (e non è affatto scontato), Steve Kerr si troverebbe fra le mani una macchina da pallacanestro mai vista. Non che prima andasse malissimo; i 142 punti rifilati martedì notte ai Denver Nuggets (allora primi a Ovest) sono piuttosto eloquenti.
Se la passano decisamente peggio i loro primi rivali, gli Houston Rockets. Con Chris Paul ai box da tempo ed Eric Gordon fresco di rientro (ma si teme un nuovo stop), l’infermeria si è ‘arricchita’ di un pezzo molto grosso: Clint Capela, che dovrà saltare almeno un mese per un infortunio al pollice. Oltretutto Danuel House, uno dei più positivi nelle ultime settimane, ha rifiutato un rinnovo di contratto al minimo salariale, rientrando così in G-Laegue. Tutto ciò aumenta esponenzialmente il peso sulle spalle di James Harden (protagonista della scorsa edizione di ‘Three Points’). Il Barba non solo ha continuato a dominare, ma ha innescato il livello ‘alieno’, chiudendo le ultime due gare con 57 e 58 punti. E pensare che c’è ancora chi lo critica… Parlando di fenomeni, è Anthony Davis a conquistare la copertina di questa settimana. Partiamo subito!

 

1 – Free Anthony Davis

Anthony Davis è sempre più dominante, i suoi Pelicans sempre più mediocri
Anthony Davis è sempre più dominante, i suoi Pelicans sempre più mediocri

Se l’ipotesi (ventilata ogni tanto) di una nuova espansione della NBA, magari aggiungendo (e non trasferendo) una franchigia a Seattle e una a Las Vegas, vi stuzzica particolarmente, fermatevi un attimo a riflettere: sareste disposti ad assistere ad altri casi come quello di Anthony Davis?
La stella dei New Orleans Pelicans è rinchiusa da anni nella ‘prigione dorata’ di una squadra che non sembra avere una singola chance di portarlo a grandi traguardi. In questo 2018/19, lo spreco di talento è più evidente che mai; Davis sta dominando ancor più del solito. Viaggia a 29.4 punti e 13.5 rimbalzi di media, massimo in carriera per entrambe le statistiche. Oltre quota 40 in sette occasioni, quattro delle quali aggiungendo almeno 16 rimbalzi, è al suo meglio anche in termini di assist (4.4) e palle rubate (1.8). I Pelicans, per contro, mostrano la solita incostanza: quattro vittorie filate per iniziare la stagione, poi sei sconfitte, quindi altre cinque vittorie su sei partite, poi altre quattro batoste consecutive, e così via. I successi iniziali avevano illuso coach Alvin Gentry di avere a disposizione un roster competitivo, ora invece si sta accorgendo che, dietro al fenomeno da Kentucky, c’è davvero poca roba. Certo, Jrue Holiday ha trovato in Louisiana l’ambiente giusto per esprimersi al meglio e Julius Randle, lontano dai (troppi) riflettori di Los Angeles, sta disputando una signora stagione, ma nessuno dei due si avvicina al concetto di ‘seconda stella’, indispensabile per fare strada nella lega delle superstar. Il supporting cast sarà pure affidabile, ma presentarsi al cospetto di Steph Curry e compagni con Elfrid Payton, E’twaun Moore e Nikola Mirotic (letteralmente colato a picco, dopo due ‘trentelli’ nelle prime due uscite) suonerebbe come un preludio per l’ennesima eliminazione precoce.

Se New Orleans non è mai riuscita a spiccare il volo, è anche a causa di Anthony Davis. O meglio, degli svariati guai fisici che, nei primi quattro anni di carriera, non gli hanno mai permesso di raggiungere le 70 presenze. A proposito, anche il grave infortunio al tendine d’Achille subìto l’anno scorso da un DeMarcus Cousins al suo meglio ci ha messo lo zampino. Così come il fatto di trovarsi in un mercato assai poco appetibile (problema che sarebbe ingigantito dall’avvento di ipotetici expansion teams), dunque con poche scelte in fase di mercato. Qualunque sia il motivo, Davis si avvicina al suo prime (pensare che non ci sia ancora entrato del tutto mette abbastanza paura…) con un palmarès piuttosto arido: MVP del peggior All-Star Game dell’era moderna e, soprattutto, una sola serie playoff vinta (il 4-0 inflitto nel 2018 a Portland). Il primo luglio 2020, quando AD avrà la possibilità di uscire dal contratto, è la data che pende come la spada di Damocle sulla testa della franchigia. La pressione cresce, e intorno alla barca arrivano sempre più squali. Dai corteggiatori più aggressivi (i Los Angeles Lakers di LeBron James, multato secondo le assurde normative sul tampering) a quelli più pazienti (i Boston Celtics, che potrebbero tentare il colpo in estate), tutti sanno che Davis è sempre più vicino al punto di svolta. Loro lo aspettano, ma lo aspettiamo anche noi, ansiosi di vedere un fenomeno di tale calibro sui palcoscenici che merita.

 

2 – Il ritorno di Spida-Man

Dopo un avvio difficile, Donovan Mitchell si sta confermando una star
Dopo un avvio difficile, Donovan Mitchell si sta confermando una star

Quello che è successo a Donovan Mitchell nell’ultimo anno e mezzo è pura follia. Nel giugno del 2017 era una guardia semi-sconosciuta in uscita da Louisville, chiamata dai Denver Nuggets e ceduta per quattro noccioline (Tyler Lydon e Trey Lyles) agli Utah Jazz. Oggi, i suoi 21.6 punti di media in NBA vengono definiti ‘deludenti’ da pubblico e critica. Sì, perché nel frattempo ‘Spida-Man’ è diventato una star.
Il suo arrivo a Salt Lake City si è rivelato per i Jazz meglio della Manna per gli ebrei in Egitto. Non solo ha colmato il vuoto lasciato dall’addio di Gordon Hayward, imponendosi come fulcro dell’attacco di Quin Snyder, ma è riuscito anche a salire di livello ai playoff, distruggendo gli Oklahoma City Thunder a suon di magie (24.4 punti di media al debutto in post-season). Insieme a Ben Simmons e Jayson Tatum, è diventato il simbolo di una classe di matricole destinata a lasciare il segno. Come per gli altri due, però, da un debutto del genere sono arrivate grandi responsabilità (tanto per restare in tema Spida-Man) e grandi aspettative. Alle prime difficoltà, ecco dunque le critiche e il disappunto delle folle, che probabilmente volevano già oggi un trio di MVP.

Eppure, non è che Mitchell stesse andando malissimo; i 20.1 punti con cui ha chiuso il 2018 sono grossomodo la stessa media della passata regular season. Solo che Utah, invischiata in una fase di ‘assestamento’ e penalizzata da un calendario ostile (finora è la squadra che ha giocato più trasferte in tutta la lega), tardava a prendere ritmo, e con lei il suo leader. Con l’anno nuovo sembra finalmente arrivata la svolta; i punti sono diventati 27.2, saliti poi a 30.0 nella settimana in cui il numero 45 è stato eletto Western Conference Player Of The Week. Schierato da Snyder come point guard titolare per via delle assenze di Ricky Rubio e Dante Exum, Mitchell (aiutato da un Rudy Gobert in netta crescita) ha condotto i Jazz a sette vittorie nelle nove gare disputate a gennaio. Con il pubblico ai suoi piedi e l’All-Star Game che lo attende (se fosse ad Est, probabilmente, ci andrebbe già quest’ anno), Donovan è chiamato ora al compito più importante: far tornare Utah ai piani alti della Conference, disturbando il sonno delle pretendenti al titolo e zittendo una volta per tutte i critici. Che poi, per la caccia all’MVP c’è ancora tanto tempo…

 

3 – Il talento di Mr. Collins

Secondo anno stellare per John Collins, giovane speranza degli Atlanta Hawks
Secondo anno stellare per John Collins, giovane speranza degli Atlanta Hawks

Oltre che da Mitchell, Simmons e Tatum, la rookie class 2017/18 è stata impreziosita da alcune ‘gemme nascoste’. Kyle Kuzma, al momento l’unica stella dei Lakers senza il 23 sulla schiena, è un esempio perfetto, ma presto le luci dei riflettori potrebbero puntare anche su John Collins, pescato dagli Atlanta Hawks con la diciannovesima chiamata.
Il suo impatto con la NBA è stato assolutamente notevole; al di là dei 10.5 punti e 7.3 rimbalzi di media e dell’inclusione nel secondo quintetto All-Rookie, ha dato l’impressione di poter essere fin da subito un pilastro fondamentale dei nuovi Hawks, impegnati in una scrupolosa e promettente ricostruzione.

Al suo secondo anno, dopo aver saltato le prime 15 partite per un infortunio alla caviglia, Collins è esploso; la sua media realizzativa è quasi raddoppiata (19.1, saliti a 23.0 nell’ultima settimana), i rimbalzi sono diventati 10.1. In 28 gare disputate ha già fatto registrare 18 doppie-doppie, tra le quali spiccano i due ‘trentelli’ (con 12 e 14 rimbalzi) contro Denver e Brooklyn. In tutta la sua prima stagione, le doppie-doppie erano state 11, e solo due volte aveva superato i venti punti. Ormai titolare inamovibile nel quintetto di coach Lloyd Pierce (e ci mancherebbe altro, visti i progetti a lungo termine), il lungo da Wake Forest sta ‘rubando’ parte della scena a Trae Young, playmaker entrato nella lega con la scomoda e inopportuna etichetta di ‘nuovo Steph Curry’ e, malgrado ciò, una delle migliori matricole in questa prima parte di 2018/19.

Come da copione, Atlanta naviga nei bassifondi della Eastern Conference, ma i primi lampi di talento della coppia Young-Collins (coadiuvata dall’ottimo Taurean Prince e da una schiera di veterani, tra cui spicca l’immortale Vince Carter) hanno permesso agli uomini di Pierce di strappare qualche vittoria in più del previsto.
Meglio rientrare presto nei rigidi dettami del tanking, se non si vuole rovinare il ‘diabolico’ piano architettato dalla dirigenza negli ultimi anni. Al prossimo draft, infatti, gli Hawks avranno due scelte in lotteria (se escludiamo quella dei Cavs, protetta fino alla 10), e a stringere la mano di Adam Silver ci saranno prospetti come Zion Williamson e R.J. Barrett. Considerando che la State Farm Arena, al momento, è il fanalino di coda della NBA per affluenza di pubblico, aggiungere un fenomeno di tale portata mediatica a un gruppo così giovane e promettente rappresenterebbe una svolta epocale. Salite sul carro, finché siete in tempo!

Three Points – Buone feste da James Harden

E’ un James Harden in versione ‘Black Santa’ a prendersi di prepotenza la copertina del primo ‘Three Points’ del 2019. Un’edizione che arriva forse nel momento più caotico della stagione NBA, quello che porta dalle feste all’All-Star break, passando per la trade deadline del 7 febbraio, che potrebbe cambiare molti scenari. La situazione meno serena è forse quella dei Minnesota Timberwolves, che hanno deciso di silurare l’allenatore-presidente Tom Thibodeau. Una decisione che sorprende solo per il tempismo (arrivata subito dopo la miglior gara stagionale dei suoi), ma il divorzio tra un coach e una squadra che, come direbbe Tiziano Ferro, sono figli di mondi diversi, era assolutamente inevitabile. Interessanti le reazioni delle due giovani stelle dei T’Wolves: Karl-Anthony Towns ha dichiarato che “nessuno se lo aspettava” con tanto di risata finta in sottofondo, Andrew Wiggins ha piazzato una performance da 40 punti contro OKC e ha dato del gay all’avversario Dennis Schroder. Aria di rottura anche tra i Memphis Grizzlies e Chandler Parsons, ex-astro nascente rimasto impigliato in un vortice di lunghi e infortuni e prigioniero di un contratto senza senso. Ma torniamo al protagonista indiscusso delle feste…

 

1 – Buone feste da James Harden

James Harden si è 'impossessato' della NBA durante le feste
James Harden si è ‘impossessato’ della NBA durante le feste

L’inizio di stagione di James Harden era stato tutto sommato tranquillo. Anche a causa di un fastidioso infortunio muscolare, che aveva fatto saltare tre gare (di cui due perse malamente) al loro leader, gli Houston Rockets erano sprofondati nella mediocrità assoluta. A fine novembre, ecco i primi colpi dell’MVP in carica: un filotto da 43-33-40-54 punti, con l’aggiunta di 13 rimbalzi nell’ultima partita della serie. Quindi un nuovo calo, con la magia della passata stagione che sembrava aver abbandonato il Texas. Il punto di svolta è stato il -27 subito il 6 dicembre per mano degli Utah Jazz, con il Barba fermo a quota 15. Da lì in avanti, Harden si è impadronito della NBA. 39.3 punti e 8.9 assist di media con il 40% dall’arco, quattordici gare consecutive oltre quota 30, otto (cinque di fila) oltre i 40, quattro triple-doppie, di cui una da 50 punti contro i Los Angeles Lakers. In due parole: dominio totale.

Il fatto che Harden sia nel miglior momento della sua carriera non si nota solo dai numeri, ma soprattutto dal senso di onnipotenza che trasmette a compagni, avversari e spettatori. Vedere, per credere, l’incredibile sfida contro i Golden State Warriors, di scena il 3 gennaio a Oakland. Non tanto per la tripla-doppia da 44 punti, 15 assist e 10 rimbalzi, quanto per le due giocate che hanno fatto cadere ai suoi piedi l’intera lega: tripla in step-back per mandare tutti all’overtime, poi bomba allo scadere (in faccia a Klay Thompson e Draymond Green) per espugnare la Baia. In fondo, ci si innamora della NBA ammirando gesta simili, compiute da fenomeni di tale calibro.
Questa raffica di prodezze ha immancabilmente risvegliato anche i detrattori dell’MVP. In particolare, Harden viene accusato di essere favorito dall’altissimo numero di tiri liberi a lui concessi. Non c’è dubbio che alcune chiamate arbitrali siano eccessivamente generose nei confronti di un giocatore che non ne avrebbe bisogno. Non a caso, la NBA aveva cercato di limitare le ‘agevolazioni’ verso i grandi attaccanti come lui con delle regole ad hoc, che però non sono mai state applicate fino in fondo. E’ sacrosanto, dunque, che un atleta cerchi di trarre il massimo vantaggio da una condizione favorevole. Del resto, il gioco del basket si basa proprio sulla ricerca di un vantaggio. Oltretutto, i difensori avversari sanno benissimo cosa li aspetta, vengono meticolosamente istruiti su come impedirgli di fare alcune cose. Eppure, Harden riesce sempre e comunque a farle, da dieci anni a questa parte.

Il ‘magic moment’ del Barba ha permesso a Houston di portarsi a ridosso della vetta a Ovest, nonostante le prolungate assenze di Chris Paul ed Eric Gordon. Come spesso accade, però, non è tutto oro quello che luccica. Anzi, la Harden-mania sta esponendo sempre più i grossi limiti strutturali dei Rockets. La rosa a disposizione di Mike D’Antoni è decisamente poco profonda, con rotazioni ridotte all’osso (emblematica l’epopea di Danuel House, passato dal taglio al quintetto base nel giro di poche settimane). In tal senso, l’innesto di Austin Rivers è l’unica nota lieta. Il solo in grado di aiutare in modo consistente Harden, finora, è stato Clint Capela, centro ‘tagliato su misura’ per finalizzare le funamboliche visioni del suo leader. Tutti gli altri, a cominciare da Gordon e Paul (che prenderà 160 milioni di dollari da qui al 2022, giova ricordarlo), fin qui hanno reso ben al di sotto dei loro standard. Se si vuole davvero arrivare fino in fondo, il problema va risolto al più presto: gli one-man-team non hanno mai vinto nulla.

 

2 – Tifare è umano, ma…

Destini incrociati per Kawhi Leonard (a sinistra) e DeMar Derozan, nella sfida di San Antonio
Destini incrociati per Kawhi Leonard (a sinistra) e DeMar Derozan, nella sfida di San Antonio

Certo, parlare di ‘cattivo approccio allo sport’ vivendo in un paese in cui ci si ammazza per il diverso colore della sciarpa può suonare ridicolo. Ma altrettanto ridicolo, se rapportato alla quasi impeccabile cultura sportiva made in USA, è il comportamento dei sostenitori di San Antonio Spurs e Los Angeles Lakers, che di recente si sono contraddistinti per un paio di episodi quantomeno discutibili.

Giovedì 3 gennaio, mentre James Harden preparava i suoi personalissimi auguri agli Warriors, è andato in scena l’atteso ritorno di Kawhi Leonard a San Antonio. L’ex pupillo di Gregg Popovich è stato accolto dal pubblico con fischi e “buuu”, ma anche con cartelloni e cori che lo definivano un “traditore”. Sicuramente il suo addio, per modalità e tempistiche, è una ferita che brucerà a lungo, ma le dinamiche che hanno portato a tale decisione non sono mai state chiarite, almeno pubblicamente. E comunque stiamo pur sempre parlando di colui che ha tenuto in piedi quasi da solo la franchigia al tramonto dell’era ‘Big Three’; perenne candidato MVP, due volte difensore dell’anno e miglior giocatore delle Finals 2014, quelle che hanno regalato agli Spurs un titolo forse insperato. Per fortuna se ne è ricordato coach Pop, che ha abbracciato e salutato Leonard al termine dell’incontro, con la tensione che andava scemando. Una situazione molto simile a quella vissuta un paio di anni fa da Kevin Durant, preso a ‘pomodori in faccia’ da quella Oklahoma City che, senza di lui, sarebbe stata cancellata persino dalle carte geografiche.
Ancora peggio, se possibile, era stato fatto la sera prima, allo Staples Center. In quel caso, i ‘tifosi’ non contestavano un loro ex-beniamino, bensì Paul George, reo di aver preferito restare ai Thunder anziché unirsi a un progetto, quello dei Lakers, fondato su un gruppo di ragazzini ancora da ‘svezzare’. Un progetto con cui George non aveva alcun tipo di vincolo, oltretutto.

A rimettere in primo piano il lato bello dello sport, per fortuna, ci hanno pensato i veri protagonisti: PG13 ha ammutolito i contestatori gialloviola schiaffando sul loro muso 37 punti, culminati con la schiacciata in alley oop che ha chiuso la partita. In Texas, Leonard e l’altro ex di serata, DeMar DeRozan, si sono scambiati prodezze, dando vita a un entusiasmante sfida nella sfida. Cari Paul, Kawhi e DeMar, anche se non leggerete mai queste righe, ve lo diciamo noi: grazie!

 

3 – “Il nostro è vero basket, altro che quello!”

Da sinistra, Patrick Beverley (statunitense) e Milos Teodosic (europeo). Uno è sempre in campo, l'altro marcisce sulla panchina dei Clippers
Da sinistra, Patrick Beverley (statunitense) e Milos Teodosic (europeo). Uno è sempre in campo, l’altro marcisce sulla panchina dei Clippers

Restando su temi non strettamente legati al parquet, ha fatto particolarmente rumore un pensiero condiviso su Facebook da Sergio Tavcar, storico telecronista di basket europeo. Il suo ragionamento si potrebbe riassumere così: in NBA, a parte le superstar (che imparano per istinto), il livello medio dei giocatori è osceno. I fondamentali sono talmente trascurati che, quando appare sulla scena un fenomeno come Luka Doncic (che nel post viene accomunato a Jordan. Magic e Bird), è naturale che possa sembrare giunto da un altro pianeta: arriva dall’Europa, dove si gioca il “vero basket”!

L’intento di questo paragrafo non è certamente quello di screditare una voce così autorevole, che di fatto è la voce di moltissimi altri appassionati della pallacanestro nostrana. E nemmeno di difendere gli americani, che sanno fare benissimo da sé; i risultati internazionali parlano chiaro, così come il fatto che i giocatori europei in grado di fare realmente la differenza negli USA si possano contare sulle dita di una mano. Anche perché Tavcar, pur con delle iperboli che non si è mai fatto mancare, non ha torto su tutto.
E’ vero, il gioco europeo è più incentrato sui fondamentali rispetto a quello NBA. Anche perché in Europa non si sono mai visti giocatori come Russell Westbrook o LeBron James, in grado di ridefinire il concetto di ‘dominio fisico’ (pur padroneggiando anch’essi fondamentali mostruosi). Però un’analisi più approfondita del sistema NBA darebbe modo agli ‘europeisti’ più accaniti di accorgersi che, per vincere al livello più alto, non bastano i fondamentali. Altrimenti, perché ai Los Angeles Clippers farebbero giocare Patrick Beverley al posto di ‘sua Maestà’ Milos Teodosic, che invece marcisce in panchina?

L’NBA è innanzitutto la lega delle superstar, ovvero di giocatori con caratteristiche tecniche e atletiche estremamente superiori alla media, che li rendono unici. Intorno a queste star (che, oltre al contributo sul campo, portano benefici economici che da noi possiamo solo sognare, anche nel calcio) bisogna costruire una squadra, per cui i compagni dovranno essere prima adatti a giocarci insieme, poi, nel caso, bravi tecnicamente. Ecco allora ‘ragazzi prodigio’ come Mario Hezonja e Dragan Bender ancora alla ricerca di un’occasione, mentre colleghi dalle mani meno ‘educate’ come Tristan Thompson e Javale McGee, o anche come Gerald Green e Marcus Smart, recitano ruoli da protagonisti nelle partite che contano. L’adattamento fa quindi la differenza, e spesso sapersi adattare vale molto più di saper usare al meglio il piede perno. La lega migliore al mondo, quella dove giocano i migliori, chiede questo. Che poi, tutto considerato, non è che il risultato finale faccia sempre così schifo…

Three (x 2) Points – Top e flop pre-natalizi 2018/19

Tobias Harris-76ers.

L’arrivo delle feste, per gli appassionati NBA, coincide con un’abbuffata di grandi partite, che culminerà la notte del 25 dicembre con l’ennesima sfida tra LeBron James (stavolta in maglia Lakers) e i Golden State Warriors. I bi-campioni in carica si presenteranno al cospetto del Re con una ritrovata sicurezza (dopo le difficoltà di novembre) e con l’entusiasmo alle stelle per il doppio milestone raggiunto da Stephen Curry e Kevin Durant nella vittoria casalinga sui Memphis Grizzlies; il primo ha varcato la soglia dei 15.000 punti in carriera, il secondo ha superato Larry Bird come trentatreesimo marcatore di sempre nella lega. Nell’incontro successivo, KD si è lasciato alle spalle anche Gary Payton; con un tassametro che non smette di correre, le prossime due vittime (Clyde Drexler e Dwyane Wade) saranno quasi certamente mietute già in questo 2018/19.
L’ultima settimana ha visto lo scambio che ha spedito Kelly Oubre (e Austin Rivers, poi svincolato) a Phoenix e Trevor Ariza a Washington. In attesa di capire cosa se ne faranno le due squadre di questi due giocatori, entrambi in scadenza di contratto, arriviamo al punto focale di questa doppia edizione di ‘Three Points’. Il periodo natalizio è infatti una buona occasione per fare i primi bilanci, per valutare cosa ha funzionato e cosa è andato storto. E’ dunque il momento dei top e flop pre-natalizi!
Piccolo disclaimer: le valutazioni sono state fatte soprattutto in base alle aspettative della vigilia, non solamente in virtù della classifica attuale. Ecco perché non troverete Golden State fra i top e Atlanta nei flop, ad esempio.

 

Flop 3 – Phoenix Suns

"Quindi noi dovremmo giocare con quei tizi in maglia bianca?"
“Quindi noi dovremmo giocare con quei tizi in maglia bianca?”

Nella trade con protagonisti Ariza e Oubre avrebbero dovuto essere coinvolti anche i Memphis Grizzlies, che avrebbero dovuto mandare a Phoenix Dillon Brooks, promettente esterno al secondo anno. Peccato che i Suns abbiano capito male: il Brooks che intendevano i Grizzlies era MarShon (ventinovenne passato anche dall’Olimpia Milano), non Dillon! Questo bizzarro malinteso, che ha portato all’inevitabile annullamento dell’affare, è stato senza dubbio la cosa più divertente della stagione dei Phoenix Suns.
E’ vero, i pronostici della vigilia non erano certo dalla parte degli uomini di Igor Kokoskov. Però, dopo anni passati nei bassifondi, si sperava in qualche piccolo segnale di miglioramento. E poi, anche a fare schifo bisogna essere bravi. Fin qui, il 2018/19 dei Suns è stato orribile sotto tutti i punti di vista. In campo sono arrivate solo 8 vittorie (metà delle quali nelle ultime 4 uscite!) su 32 partite. In due occasioni, Phoenix ha chiuso il primo quarto con soli 9 punti realizzati. Devin Booker, la grande speranza per il futuro, si è ripetutamente fermato per infortunio e DeAndre Ayton, prima scelta assoluta allo scorso draft, è entrato in conflitto con lo staff tecnico per aver espresso la sua frustrazione più con i media, che sul terreno di gioco. Fuori dal parquet, il sole è ancora più nascosto; prima il terremoto societario, costato il posto al general manager Ryan McDonough a pochi giorni dal via, poi le recenti minacce del proprietario Robert Sarver di trasferire la franchigia, qualora la città non finanzi il rinnovamento della Talking Stick Resort Arena. Insomma, ci sono modi migliori per iniziare una nuova era…

 

Flop 2 – Chicago Bulls

Da sinistra, Zach LaVine, Fred Hoiberg e Jabari Parker. Dopo due mesi, solo uno di loro fa ancora parte dei Chicago Bulls 2018/19
Da sinistra, Zach LaVine, Fred Hoiberg e Jabari Parker. Dopo due mesi, solo uno di loro fa ancora parte dei Chicago Bulls 2018/19

Dopo Phoenix, un altro caso di ricostruzione che procede davvero male. Dopo il reset dell’estate 2017 (con gli addii di Jimmy Butler, Rajon Rondo e Dwyane Wade) e l’incoraggiante stagione passata, questo 2018/19 doveva essere l’anno del definitivo rilancio. Gli innesti di Wendell Carter Jr. (via draft) e Jabari Parker sembravano le ciliegine sulla torta per completare un roster potenzialmente in grado di avvicinarsi alla zona playoff. Invece, la nuova stagione si sta rivelando un disastro: 7 vittorie e 25 sconfitte, ultimi a Est e peggior attacco della lega. Il pessimo avvio ha portato al licenziamento (forse prematuro, forse tardivo) di coach Fred Hoiberg. Il suo sostituto, Jim Boylen, è finito subito al centro di un incredibile ‘ammutinamento’, con i giocatori che hanno minacciato di rivolgersi alla Players Association per protestare contro i suoi metodi di allenamento, a loro avviso troppo intensi. Tra questi, a pagare le maggiori conseguenze è sembrato proprio Parker, messo fuori squadra (e di conseguenza sul mercato) dopo 29 apparizioni non esaltanti, ma neppure tragiche (15.2 punti e 6.9 rimbalzi di media in 30.1 minuti).
La principale buona notizia, finora, è Zach LaVine, che sta disputando la miglior stagione in carriera (23.8 punti a partita) ed è tra i candidati al premio di Most Improved Player Of The Year. Anche l’ex re delle schiacciate, però, sta vivendo un periodo di leggero calo, e oltretutto si è fermato per via dell’ennesimo infortunio (anche se non grave), stavolta alla caviglia. Ecco, gli infortuni sono la principale attenuante per questa pessima partenza; Denzel Valentine, costretto a un’operazione alla caviglia, è già out for the season, mentre Lauri Markkanen, Bobby Portis e Kris Dunn sono appena rientrati. Con il roster quasi al completo, per Chicago inizia il vero esame.

 

Flop 1 – Cleveland Cavaliers

"Allora, J.R., per capodanno siamo d'accordo. Io porto il pandoro, tu tutto il resto"
“Allora, J.R., per capodanno siamo d’accordo. Io porto il pandoro, tu tutto il resto”

I Cavs sono indubbiamente la peggiore delusione di questa prima parte di 2018/19. Certo, perdere LeBron James è sempre una condanna, ma il resto del gruppo era pressoché identico a quello che, appena sei mesi fa, contendeva il titolo NBA ai Golden State Warriors. Se a roster hai una stella come Kevin Love, più che validi elementi da rotazione come George Hill, Rodney Hood, Jordan Clarkson, Larry Nance Jr. e Cedi Osman e i veterani Tristan Thompson e J.R. Smith, puoi legittimamente ambire a un piazzamento ai playoff, soprattutto nella Eastern Conference attuale. I fatti hanno invece dimostrato che la presenza di King James era l’unico collante in grado di tenere in piedi una baracca costruita malissimo. Senza il suo storico leader, la franchigia è andata in pezzi. Prima le continue sconfitte (su cui ha pesato anche l’infortunio di Love), quindi la spaccatura tra veterani e giovani sul minutaggio, poi il licenziamento di Tyronn Lue (vedi Hoiberg, per il tempismo) e l’epurazione dei veterani (Hill spedito a Milwaukee, Kyle Korver a Utah e J.R. messo fuori rosa). Insomma, la squadra che doveva restare competitiva anche senza il numero 23 si è trasformata nel miglior esempio possibile del concetto di ‘tanking mode’. L’importante è che l’approdo dello Zion Williamson di turno non porti a ricominciare con i soliti, vecchi errori.

 

Questo era il peggio della prima parte di regular season 2018/19. Ora passiamo al meglio, con la top 3!

 

Top 3 – Sacramento Kings

Da sinistra, Buddy Hield, Bogdan Bogdanovic e De'Aaron Fox, colonne portanti dei giovani Kings 2018/19
Da sinistra, Buddy Hield, Bogdan Bogdanovic e De’Aaron Fox, colonne portanti dei giovani Kings 2018/19

Archiviata la stagione ‘di assestamento’ seguita all’addio di DeMarcus Cousins, i Kings sono entrati ufficialmente in una nuova era. Nell’inedita bagarre di questa Western Conference, con 14 squadre dalle legittime ambizioni playoff, troviamo anche Sacramento. Probabilmente, con il passare dei mesi la situazione si ‘normalizzerà’ e la maggiore esperienza delle concorrenti avrà la meglio, però la franchigia sembra finalmente sulla strada giusta.
Liberi una volta per tutte dall’ingombrante presenza di veterani come Zach Randolph (che in teoria c’è ancora, ma in pratica è fuori squadra), George Hill e Vince Carter, i giovani sono finalmente al centro del progetto. A trarne maggiori benefici è De’Aaron Fox, vero motore di una fuoriserie lanciata a tutta velocità. Con la point guard da Kentucky a dirigere le operazioni, i Kings hanno il secondo maggior numero di possessi di media in tutta la NBA. Il che non è per forza sinonimo di vittorie, visto che il primato appartiene agli Atlanta Hawks, ma è sicuramente un vantaggio se in squadra hai tiratori come Buddy Hield, Justin Jackson e Nemanja Bjelica o giocatori come Willie Cauley-Stein e Bogdan Bogdanovic, abili ad approfittare del ‘campo allargato’ per punire le difese. Gli ultimi arrivati, Harry Giles (di fatto un rookie, avendo saltato interamente la scorsa stagione per infortunio) e Marvin Bagley (attualmente ai box per un problema al ginocchio), hanno certamente bisogno di ulteriore ‘rodaggio’, ma il talento è fuori discussione.
Con un’età media così bassa, le prospettive per il futuro non mancano. Gli ottimi segnali di questi primi mesi, però, stanno facendo venire un certo appetito a tifosi e dirigenza: e se i Kings tentassero il colpo playoff già quest’anno? D’altronde, al prossimo draft non avranno scelte al primo giro (cedute tramite scambi passati), e da qui alla trade deadline c’è ancora tempo per studiare qualche buona manovra.

 

Top 2 – Denver Nuggets & Los Angeles Clippers

Nikola Jokic marcato da Montrezl Harrell e Tobias Harris. Nuggets e Clippers hanno iniziato alla grande questo 2018/19
Nikola Jokic marcato da Montrezl Harrell e Tobias Harris. Nuggets e Clippers hanno iniziato alla grande questo 2018/19

In una Western Conference così incerta, a distinguersi dalla massa sono state due squadre profonde e organizzate come Nuggets e Clippers. Denver al momento guida la classifica a Ovest, mentre gli uomini di Doc Rivers, dopo uno splendido inizio, stanno affrontando un periodo di calo. Le due franchigie sono accomunate dall’assenza di una star di primissimo livello. Sì, Nikola Jokic sta mostrando doti tecniche ben sopra la media dei centri NBA, e Tobias Harris potrebbe anche ambire all’All-Star Game, ma di sicuro non parliamo di fenomeni generazionali, tipo Anthony Davis o Giannis Antetokounmpo. Per avere un’idea, Harris è l’unico giocatore, considerando entrambe le squadre, a superare i 20 punti di media. Clippers e Nuggets stanno giocando da top team perché Rivers e Mike Malone hanno incastrato alla perfezione i pezzi del puzzle, tirando fuori il massimo dai buoni elementi a loro disposizione.
Denver è in quella posizione malgrado le assenze di Gary Harris, Paul Millsap e Will Barton, con Isaiah Thomas e Michael Porter Jr. che non hanno ancora debuttato (al momento non si sa nemmeno se debutteranno). Oltre a Jokic, a guidare la squadra c’è un Jamal Murray in rampa di lancio, sempre più efficace e continuo. Gli altri protagonisti sono quantomeno inattesi: Juancho Hernangomez, Trey Lyles, Malik Beasley, Torrey Craig, Monte Morris… Chi ci avrebbe scommesso, alla vigilia?
Che i Clippers avessero un roster versatile e profondo, invece, lo si capiva dall’inizio. Però in pochi pronosticavano che un gruppo in buona parte rinnovato potesse rendere così tanto fin dalla prime partite. Invece, eccolo gravitare stabilmente in orbita playoff, passando anche dalla prima posizione a Ovest qualche settimana fa. Merito dell’exploit di Harris e di quello di Montrezl Harrell, ma anche della grande produzione di Danilo Gallinari, della difesa di Avery Bradley, Luc Mbah a Moute e Patrick Beverley, dei canestri pesanti di Lou Williams e dell’eccellente impatto, ai due lati del campo, del rookie Shai Gilgeous-Alexander. Se tornare ai playoff sarebbe un grandissimo risultato, il beneficio maggiore per questo ottimo 2018/19 potrebbe essere in termini di appeal nei confronti dei grossi free-agent. Nel 2019, giocatori come Kevin Durant e Kawhi Leonard saranno senza contratto. E se non fossero i Lakers la squadra più appetibile di Los Angeles?

 

Top 1 – Toronto Raptors

"Guardali, Kawhi... Dicevano che quest'anno avresti pensato solo ai Lakers!"
“Guardali, Kawhi… Dicevano che quest’anno avresti pensato solo ai Lakers!”

A proposito di Kawhi Leonard, tra i pronostici più curiosi dell’ultima off-season c’era quello secondo il quale l’ex stella dei San Antonio Spurs avrebbe affrontato questo 2018/19 come una stagione di attesa, con la testa già rivolta al sicuro approdo ai Lakers. Non che ci fosse proprio bisogno di smentire tali assurdità, però oggi troviamo Leonard tra i principali candidati al premio di MVP e i suoi Toronto Raptors con il miglior record NBA. Il nativo di Compton è leader di squadra per punti (26.4 di media), rimbalzi, recuperi e minuti, ma il grande avvio degli uomini di Nick Nurse non è solamente merito suo. Forse è proprio il nuovo allenatore la chiave della rinascita di una squadra che sembrava definitivamente sepolta dall’ennesima eliminazione subita per mano di LeBron James e dei suoi Cavs. Nurse, continuando l’opera di ‘svecchiamento’ del gioco iniziata da assistente di Dwane Casey (transizione più rapida e campo allargato dal maggiore utilizzo del tiro da tre punti), ha dato un senso alla presenza contemporanea di Jonas Valanciunas e Serge Ibaka, ha sfruttato al meglio l’arrivo di Danny Green e ha valorizzato al massimo l’atletismo e la versatilità di Pascal Siakam, uno dei giocatori più migliorati della stagione. Il ritrovato entusiasmo ha contagiato anche Kyle Lowry; lo scorso maggio sembrava sul viale del tramonto, oggi tallona Russell Westbrook come miglior assistman della lega.
Il fatto che i Raptors abbiano vinto spesso anche senza la loro superstar, è la definitiva dimostrazione della solidità di un gruppo che magari non avrà futuro (sacrificare DeMar DeRozan per un Kawhi Leonard in scadenza è stato di fatto un all-in), ma che in questo 2018/19 bisognerà tenere d’occhio con estrema attenzione. Sicuri che sia già tutto deciso?