From The Corner #24: La farsa del “caso Irving”

Come volevasi dimostrare, l’abbiamo bevuta. Grandi sorsate di ignoranza. Era una farsa e si capiva immediatamente, la questione Irving/Cleveland. Era uno script, un copione già scritto, già assodato e noi ci siamo cascati come bambini, abbiamo giudicato con pressapochismo, lasciato che le prime sensazioni venissero a galla ed opacizzassero il nostro metro di giudizio. Tanto più che quando si parla di qualcosa che tange, anche solo velatamente, LeBron Raymone James, si parte in quinta additandogli colpe e crismi nemmeno fosse imbustato nei sacchetti per la frutta e verdura.

Ci siamo cascati e credetemi lo dico col massimo del rispetto possibile. Limitata sia la mia mente ed il mio orgoglio, ma non mi venite a dire che la colpa rimane del micione col 23 perchè alla luce degli ultimi fatti il problema non sussiste più. Fonte ESPN (oddio ripeto: ESPN, non il giornalino salesiano) viene rimarcata una conversazione accaduta tra coach Ty Lue (che per me non deve stare lì, ma questo è un altro paio di guanti) ed il funambolo ex Duke Univerity. Durante il “diverbio” Ty Lue chiede cortesemente se a Kyrie Irving piacesse andare più veloce in campo, in modo da mettere in ritmo ancora meglio i tiratori come JR Smith ed i resti atletici di Richard Jefferson. Irving, sentendosi piccato sul vivo, controbatte alla (a suo giudizio anche sprezzante) impensabile richiesta del coach, dicendo che tanto lui i suoi tiri già se li prende e che il compito di mettere in ritmo gli altri due è “unicamente del 23“. Ty Lue non ha voluto neanche stare ad allargare troppo la faccenda, ha chinato il capo ed andato via scuotendolo.

Ovviamente la reazione di Irving non è quanto si può aspettarsi da una star di una franchigia NBA, LeBron James o meno.
Siccome voglio sempre essere più onesto possibile con tutti voi, la carissima Jackie MacMullan ha riportato, sempre tra le righe di ESPN, che i Cavaliers già avevano esplorato la possibilità di cedere Irving ben prima della richiesta dell’ultima estate. Poi ovviamente nulla di fatto, Finals NBA 2016 raggiunte e tiro della vittoria insaccato. Non devo essere io a spiegarvi che se la motivazione della risposta sopra riportata alle richieste del Coach e la richiesta di trade la scorsa estate sono unicamente di ripicca per aver provato a cederlo, stiamo ampiamente radendo il ridicolo. Se non toccandolo. Ricordo a chiunque sia in lettura che anche Kobe Bryant stava per andare a Chicago anni or sono e ben prima dei due titoli NBA con Gasol. Oppure ricordo che Tim Duncan stava per andare ad Orlando subito dopo la vittoria del titolo NBA 1999, per formare un trio di tutto rispetto con Grant Hill e Tracy McGrady. It’s Business, baby, gira tutto intorno ai soldi. Se vieni pagato milioni per giocare a basket, non puoi e non devi permetterti di fare ripicche da bambino che, tra l’altro, prima di LeBron non ha mai nemmeno raggiunto i Playoff.
E la terra non è piatta.

From The Corner #23: Ecco a voi il nuovo Oladipo!

Non so se avete capito che è lo stesso Oladipo che giocava discretamente ad OKC e benino ad Orlando. Che poi per essere un cantante, è pure bravo a giocare palla in mano sui 28 metri in parquet. Molto più bravo di quello che si pensava. Sta trottando, voce schiarita e pallone in mano verso una destinazione di un certo spicco, ovvero la consacrazione dell’MIP, Most Improved Player. Un trofeo di un certo peso, che solitamente destina quella seconda parte di carriera ad un altro tipo di eccellenza cestistica, oltre che rispetto. Poi va considerato che i predecessori vincenti di tal trofeo, sono da incorniciare in un ambito NBA di assoluto culto: Zach Randolph, Tracy McGrady, Gilbert Arenas, Kevin Love e Paul George, oltre che l’ultimo Giannis Antetokounmpo, giusto giusto per citarne alcuni. Ma la lista si dilungherebbe.

Sorrisone e Scritta Pacers sul petto, mentre la Nichols o chi per lei pendono dalle sue labbra, dense di curiosità sul come, un giocatore soppiantato da tanti se non quasi da tutti, riesca a portare una squadra smarritasi del suo presunto giocatore di punta e data per morta, in piena corsa Playoff ad Est. Già bella domanda. Che comunque si può asciugare in due semplici parole: Teamwork e Cojones. E scusate il poliglottismo. Teamwork sia offensivo che difensivo: quarti per percentuale dal campo, primi per percentuale de 3. Segno di un lavoro di squadra che smarca spesso e volentieri l’uomo libero, servito col giusto timing (mi sento importante con questi inglesismi, ndr). In più un sesto posto per punti segnati a partita, assestato al momento di scrivere a 108.6 a partita. Ed in tutto questo lavoro offensivo, Oladipo se ne sta bello spaparanzato al centro del faro riflettore. Cesella 25.3 punti a partita col 48 e spiccioli dal campo ed il 42 e rotti da tre punti. Parlo di percentuale ovviamente. Statistiche che, nella radura orientale, potrebbero valergli il quintetto al prossimo All Star Game, a patto che le sue prestazioni convincano il Micione (LeBron James, ndr) a sceglierlo come tale, perchè tanto il capitano sarà il 23. Oddio, ci sarebbe anche Derozan, che noi poveri stolti dimentichiamo spesso e che per divertimento impila 52 punti, nuovo record di franchigia.

Dicevo appunto che per essere un bel cantante, se la cava bene anche col boccino in mano e se avete dubbi sulla prima caratteristica mi piace zittirvi cliccando qui, dove col cappello alla Undertaker sciorina note armoniose mixando quel giusto pizzico di Seal con una versione Afroamericana di Sam Smith.
E poi: vi è piaciuto il capolavoro sul basket interpretato da Gene Hackman, “Hoosiers”, conosciuto in Italia col nome di “Colpo Vincente”? Si? Il film si svolgeva in Indiana, patria, in tandem con New York, della pallacanestro americana, dove un coach dai modi rivoluzionari portava un gruppetto di ragazzi bianchi cresciuti a torta di mele e canestro nel cortile fino al titolo statale. Ebbene, Indiana era anche l’Università dove Oladipo faceva impazzire i suoi tifosi, con giocate molte volte sopra il livello del ferro, ed Hoosiers è anche il nome di tale squadra. Un predestinato.

Ora però è assolutamente concentrato sul presente, che appare molto più radioso della scorsa stagione ad OKC, dove in molti lo sbolognarono, ma che forse, non era poi così colpa sua. E se volete siete liberi di leggere “colpa di Westbrook”. Nessuno si offende, parere di molti, ben più esperti di me. Per il resto, io come spero anche voi, siamo tutti con Victor.

From The Corner #22: l’oroscopo dei Cleveland Cavaliers

reazioni dei tifosi-Free Agency 2018 LeBron James Cleveland Cavaliers

From The Corner #22: l’oroscopo dei Cleveland Cavaliers

Il micione è contrariato.
Siede da solo, in una poltroncina della panchina mentre mastica una vigorsol e guarda il vuoto abbastanza, permettetemelo, incazzato. Ne ha anche di ben donde, permettetemelo ancora. Ha appena piazzato, un paio di allacciate prima, un 57ello in faccia a Otto Porter e Oubre Jr., ma ora i suoi Cavaliers sono pesantemente sotto e nonostante il recupero nel quarto periodo, perderanno anche quella partita (Hawks, nella fattispecie).
Brucia come bruciano poche sconfitte. Ok perdere all’inizio di stagione contro i Nets, ok anche perdere contro dei folgoranti Magic, ma arrivare a perdere contro questi Hawks, per quei Cleveland Cavaliers, non è più tollerabile.

Poco importa che poi un monumentale Love, chiuderà a suo carico la pratica Bucks, nella partita conseguente. Certe sconfitte fanno rimanere solo lo strascico sconsolante. Piano, però, a parlare di LeBron James fuori dall’Ohio. La strada è lunga, gli ostacoli ci sono ed anche le scelte muteranno giorno dopo giorno.

O forse no.
Vittoria o non vittoria con i Bucks ed il loro personale Dio Greco (con la maiuscola), i problemi ci sono e si vedono. La soluzione? Forse mandare via Lue. Forse aspettare il rientro di TT, Tristan Thompson. Forse quello di Isaiah Thomas. Forse è buona idea prendere un altro lungo, per togliere pressione dalle spalle di Love e di Frye.

Le scelte ci sono, le idee pure, in fondo vengono remunerati con parecchi pezzi in verde per fare il loro lavoro, “e allora sotto!” (cit., Zohan).
Fatto sta che di problemi ce ne sono, eccome. L’area sembra il deserto nella scena finale de “L’ultima Crociata” di Indiana Jones, quando ‘Indy’ ed il suo padre se ne vanno in sella ai loro cavalli, verso l’orizzonte inesplorato. Solo che qui in fondo al deserto c’è un bel ferro ed una retina. Gli spostamenti laterali sono lenti e mal pensati e subire primi quarti da 35 punti in su, non ti mette nella condizione giusta per poter fare meglio nei tre quarti rimanenti.
Oddio, non è che poi in attacco le cose vadano poi così meglio. Ovvio che il talento offensivo è indubbio mentre scorriamo la lista degli atleti pagati da Dan Gilbert e soci. Magari andrebbe appuntato che D-Wade e D-Rose non sono più quelli di prima o nemmeno cugini di secondo grado, quindi certe attese possono essere soddisfatte o anche no. Jae Crowder è buono, deve solo adattarsi, ma è abituato a giocare con un lungo di peso accanto come lo era Horford e non un facilmente sormontabile Kevin Love, che comunque in attacco si prende le sue responsabilità.

Poi c’è lui, il Re. Che rimane sempre lui, alla fine della fiera. I canestri che ha messo a referto contro Washington sono indicativi del suo attuale stato mentale. Non tanto per il numero complessivo di punti (che 57 sono tanti) né per il record di 29.000 dobloni superato (più giovane di sempre a farlo), quanto per il modo. Sempre al ferro, post basso, penetrazioni, tiri aperti, una complessità dei modi di segnare che lascia basiti, magari non eleganti jordanescamente, ma di lebroniana efficacia. 
Doveva essere un segnale e così è stato, per recepirlo ed usarlo servirà certamente del tempo, mancano ancora circa 70 partite, resta da vedere con chi alla guida e con chi in campo.

Once We Were Kings #4: La Maria di Zibo

Dice il saggio che il buongiorno si vede dal mattino, ergo un buon risveglio/partenza è indice di una stupenda e solare giornata. Sulla base di questa convinzione, non oso immaginare che tipo di stagione ci aspetta a tutti noi tifosi Kings, dopo l’arresto di Zach Randolph per possesso di Marijuana.
E la stagione non è nemmeno iniziata.

ZACH RANDOLPH CIRCONDATO DAI TIFOSI

I fatti: A Nickerson Gardens, dove sorgono alcuni dei tanti Projects (case popolari) di Compton, si da una grande festa. Sono le 22. I ragazzi sono tanti, tutti riversati sulla strada che fumano, bevono, sentono la musica e bloccano il passaggio agli altri auto veicoli. I Joint si sprecano e tutto sembra andare per il meglio finché non sentono le sirene avvicinarsi. Tre ragazzi hanno la roba in mano, la infilano in tasca e se la danno a gambe levate. La polizia non ci sta e fa per inseguirli, arrivando finalmente a bloccarli. Tra questi tre compari ce n’è uno piuttosto alto e piuttosto grosso. Lo riconoscono subito: é Zibo.

ZIBO IN AFFONDATA

L’accusa non è nemmeno delle più leggere, dato che è imputato per possesso di Marijuana finalizzato alla vendita, per via della grande quantità di prodotto che si portava dietro.
Vero che Zach Randolph non è nuovo a questo genere di cose, ad esempio nel periodo in cui giocava con i ribattezzati “Jail Blazers” e divideva parquet e spogliatoio con tipi come Darius Miles, Jeff McInnis e Ruben Patterson, venne arrestato per violenza domestica, mettendo le mani addosso alla sua compagna di allora. Ma, prima di che Divac lo firmasse si dava per certo che con il periodo passato in un gruppo affiatato come quello che ha trovato a Memphis, si fosse oramai messo del tutto sulla retta via.

E’ indubbio che il giocatore ha cambiato completamente il suo comportamento, maturando anno dopo anno, e magari in una situazione come questa, dove a noi arrivano solo notizie rimaneggiate e fino a ora poco chiare sul perchè realmente avesse così tanta erba in tasca, le valutazioni si sprecano agevolmente. A dir di più, colto da un senso di protezione, Rasheed Wallace lo ha difeso strenuamente, ribadendo con forza che Randolph in questione, è tutto tranne che un pusher (spacciatore, ndr). Il perché avesse tutta quella roba con sé è oscuro anche al campione NBA 2004 con i Pistons, ma per il resto è apparso molto risoluto.

Ma magari ha ragione lui. Cerco di capire che stagione ci aspetta da qui alla metà di aprile. Non oltre però, perchè il prossimo Draft NBA si preannuncia simpatico. Se poi queste sono le basi per il più bel Tank celato della storia del basket, potrei anche starci dentro con entrambe le scarpe.
Tanto la roba la porta Zibo.

From The Corner #20: Il ridicolo caso di Kyrie Irving

Kyrie Irving

Sta tenendo banco l’ultimo capitolo della “telenovela fatta franchigia” proveniente dall’Ohio.
La finale NBA appena trascorsa, per i Cavs, è di difficile lettura. Hanno si perso, ma sembrava abbastanza assodato già da tempo che così sarebbe andata a finire. Le basi per riprovarci in realtà ci sarebbe, basterebbe solo che nessuno spacchi il “giochino” creato fin’ora.
Sfiga.
Kyrie Irving se ne vuole andare.
Stupore generale.
Più che altro perché sembra una scelta totalmente senza senso, dato che dopo il piccolo matrimonio tecnico consolidato consolidato da LeBron James con D-Wade a South Beach, Miami, ha comunque partorito due titoli NBA.

Kyrie Irving

C’è comunque da fare delle considerazioni che ancora non sono assolutamente state toccate. Prima di tutto la motivazione: sconosciuta. Si abbiamo tutti sentito dire che vuole essere lui il primo violino, ma personalmente finchè non è il soggetto in questione ad ammetterlo, non mi mischio con questa soluzione fin troppo facile. Nessuno ha considerato che magari potesse aver già pianificato questo momento, finale 2017 vinta o persa che sia? Magari il rapporto col proprietario Dan Gilbert ha smesso semplicemente di funzionare, dato che anche quest’ultimo ha dimostrato di essere una persona di difficile lettura. O perchè non pensare che molto semplicemente non crede che i Cavs siano più da titolo, primo o secondo violino che sia?

Ovvio non sto mettendo la carne sul fuoco e passando la salsa senza il permesso dello chef, tanto più che dall’altro lato della barricata oceanica, tutto tace. Nessuna indiscrezione è venuta fuori tranne i soliti allenamenti del Micione col 23 in giro per gli States e la lista di squadre che farebbero contento l’ex playmaker di Duke University, con nomi come Minnesota e San Antonio.

Irving al tiro

Già, la lista!
Dimenticatevela: ad oggi le pretendenti sembra possano essere Phoenix, New York e Miami. Per Kyrie i Cavs non vogliono meno che Josh Jackson (che personalmente ADORO) o Carmelo Anthony. Da Miami invece si parla di Dragic e Justice Winslow. Magari non conviene così tanto ad Irving di andarsene, dato che con quelle tre squadre, per vedere i playoff deve minimo fare l’abbonamento a NBA League Pass.
Oltretutto secondo un recente studio, oltre alla possibilità di poter giocare playoff e finali NBA in via consecutiva dal 2014 al ’17, Irving ha anche più punti di media, più tiri ralizzati e più minuti giocati.
Magari non è il primo violino ma non mi sembra che gli vada poi così male.

Ovviamente i Cavs pensano bene proprio e magari, suppongo quindi non prendetela per certo, si rifiutano di stare alle richieste di un ragazzo. Per quanto milionario possa essere, ma sempre un ragazzo.

From The Corner #19: Il 34, Celtics Forever

Paul Pierce maglia ritirata


Il 34 sulla schiena.

La fascetta in testa sempre e comunque, anche se non c’è mai stata tutta questa chioma da tenere a bada; Slick Watts insegna sempre.
Il polsino, come dimenticarlo? Lato sinistro, perchè il braccio destro è quello designato per il tiro e deve rimanere armato e libero di sparare quando serve.
Come un pugile: il sinistro ti mette fuori equilibrio, ti disorienta, ti stordisce. Il destro ti manda giù al tappeto. Giudice e Boia sportivo.
Los Angeles nel sangue, ma un sangue, da quel 1998, di colore verde, come la maglia dei Boston Celtics. Il grande paradosso della tua vita, fin da piccolo tifoso dei più grandi avversari della storia che hai contribuito a scrivere.

Undici coltellate. Una dopo l’altra. Il sangue, ancora, ti stava abbandonando. Quella corsa in ospedale, con Derrick Battie, fratello di Tony, che guidava disperato dribblando tutte le auto sulla strada tra il Buzz Club di Boston e le cure mediche necessarie. Hai vissuto due minuti nell’al di là. Saranno sembrati una vita intera, come una carriera lunga 19 anni di alti e bassi.
Poi finalmente ti hanno ripreso e riportato alla vita. Per il braccio armato, per il cuore, per il sangue.

“The Truth”, la verità, ti chiamava Shaq. Così poi ha fatto il resto del mondo. Tu eri e sei ancora La Verità. Il tuo gioco è da sempre semplice, senza fronzoli. Si va dritti al sodo, dritti a canestro nelle penetrazioni, dritto al tiro anche col difensore che ti alita addosso. Tanto la palla sempre quel tragitto fa: si accoccola sulla retina, l’accarezza dolcemente ed in mezzo alle grida dei tifosi, tu senti solo il suono più bello del mondo.

Finalmente è arrivato il momento di fare sul serio: Ray Allen segue Doc Rivers e Kevin Garnett. Finalmente puoi vincere, finalmente il nome dei Celtics riecheggerà nel mondo e sarà di nuovo simbolo di forza e grandezza.
Finalmente ti stai per spolverare di dosso tutte le critiche e le parole senza senso che ti hanno svenato per tutta la tua carriera.
Poi eri li. In piedi sul palco allestito dopo una Gara 6 diventata mattanza. Un dominio senza precedenti, una voglia di vincere assetata. Eri in piedi che lanciavi il pugno al cielo, mentre nell’altra mano tenevi il premio meritato di MVP. 
Un ragazzo proveniente dai sobborghi di Los Angeles dove devi fare di tutto per tenerti fuori dai guai e spesso neppure serve, è diventato il Re del mondo.

Hai cominciato così a pellegrinare, perchè LBJ non lascia scampo a nessuno ad Est e l’età lo imponeva. Prima Brooklyn, Washington

e poi finalmente a casa ma con Doc ed i Clippers. Lo sappiamo, non era la stessa cosa del Boston Garden, del TD.
Arriva l’ora di smettere, per tutti. Il fisico cede, le gambe sono stanche, la mente pensa a cose che prima, da giovane ed affamato, non ha mai nemmeno considerato. C’è una vita lontano dal Parquet. C’è una vita per tutti e bisogna saperla cogliere, riuscire a staccarsi dall’odore del pallone, dalla sua sensibilità tattile. Bisogna fare quel passo, nonostante la malinconia e la nostalgia dei tempi andati.

Paul Pierce ha deciso di ritirasi e lo farà da Celtic.
Ha firmato un contratto di un giorno, poi sorriderà e chiuderà con leggerezza quella enorme e pesante porta. Ma non può farlo se prima non sente sulla pelle quel verde, il colore del suo sangue.
“Once a Celtic, Always a Celtic”.

Grazie di tutto, Paul Pierce. 
Uno che realmente “Bleed Green!”.

Once We Were Kings #2: Buchi nella barca da tappare

Chiamatemi giustizialista, ma non ce la faccio.
Le luci che ogni giorno baciano la pelle sinuosa della California, hanno il particolare pregio di rendere tutto più vivace e colorato. I colori hanno una loro musica ammaliante, escono dalla loro leggerezza per colpirti, ti rapiscono il cuore rendendolo prigioniero.
Poi arriva Vlade Divac, ed il lavoro del sole viene vanificato considerevolmente.

Non ho buttato giù e per quel poco che mi conosco non lo farò mai, lo scambio che ha fatto tornare il sorriso a DMC, nel febbraio scorso. Voi magari oppugnate che bisognava darlo via visti i numerosi falli tecnici e le sbraitate senza senso, io, di tutt’altra manica, al posto di Vlade l’impavido mi sarei concentrato a costruire uno spogliatoio ben amalgamato con l’intento di creare un ambiente sereno e disteso. Metti che poi pervade anche l’ex Kentucky, a quel punto senza più nessuna scusa da giocarsi.



Un bagliore però, può arrivare da scelte inaspettate. Oppure no, troppo presto per dirlo. E quindi eccoci qui che vediamo con occhi speranzosi, la mano lieve del prodotto del Partizan di belgrado, ottima scuola di pallacanestro, porre la firma sul contrattone che chiama per 3 anni a 27 milioni di euro. Bogdan Bogdanovic ha fatto vedere ottime cose nelle ultime due edizioni di Eurolega indossando la maglia del Fenerbahçe, nonostante la sua patente indichi 25 anni da compiere. Ha anche vinto due volte due il trofeo destinato alla migliore stella nascente del torneo, la prima volta col Partizan, la seconda col Fenerbahçe ma è chiaro però che a livello NBA, come già ho detto in precedenza, sia ancora un grosso mistero oltre che una palese scommessa. Personalmente penso che farà bene, ma tra il dire ed il fare c’è di mezzo tanta acqua atlantica, la stessa che divide il vecchio dal nuovo continente. Staremo alla finestra ad aspettare.
Solo c’è qualcosa che mi rimane tra i denti: Partizan Belgrado.. Partizan Belgrado.. D
ove ho già sentito questo nome nella carriera di Vlade Divac?? Ah già, che sciocco! E’ solo la sua prima squadra da professionista, dove tra l’altro in 3 anni ha vinto una Coppa Korac, una Coppa Jugoslava ed una YUBA liga

Ed ora ha dato il più alto contratto mai proposto ad un giocatore proveniente direttamente dall’Eurolega, ma non draftato nello stesso anno di approdo.

Poi dicono che noi siamo “i soliti italiani”.

From The Corner #18: Cosa sai su Lavar Ball?

SE pensate che l’americano più odiato al mondo, per certi versi anche più di Trump (che col figlio non se la sta passando bene, ultimamente), risponda al nome di LaVar Ball.

SE lo odiate non solo per le sue dichiarazione pavoneggianti verso i propri figli, ma anche perchè ha osato compararsi a LeBron James come padre, ha parlato della madre purtroppo deceduta da tempo di Kyrie Irving, ha parlato male di Barkley, dei compagni di squadra di Lonzo a UCLA ed infine, ma soprattutto perchè si è paragonato a Michael Jordan, sostenendo di poterlo battere in un ipotetico uno contro uno.

MA a parte le frasi e le sparate senza senso, non avete la minima idea di chi sia realmente LaVar Ball.

ALLORA ci sono qua io.
Per fortuna/purtroppo (barrate voi quella che calza meglio)

Ecco, infatti, alcune cose che forse e dico forse, non sapete di lui o addirittura nemmeno sospettate.

Attenzione però, preciso immediatamente che, da parte di questa rubrica, non è solerte missione quella di prendere le difese di nessuno, per altro non sembra che Ball Sr. ne abbia così bisogno.

Vai col listone delle 22 cose che forse non sapete su LaVar Ball!

 

  1. E’ Cresciuto nella zona sud di Los Angeles dove la vita non è cosa facile.
  2. E’ straordinariamente  forte fisicamente. E’ alto 1 metro e 98 centimetri per 145 chili di peso.
  3. Ha giocato ovviamente a basket ma la realtà è che non era assolutamente il suo primo vero sport! Già nella sua High School a Canoga Park, si divideva tra la palla a spicchi, dove giocava Ala Piccola/Forte ed il Football dove giocava nel ruolo di Quarterback.
  4. Ce lo siamo chiesti tutti: Ma che lavoro fa LaVar Ball per campare? Ebbene è un Personal Trainer!
  5. Come ho già detto il suo primo amore era il Football, sport che lo ha portato effettivamente lontano. Nel 1995 ha infatti giocato per la squadra dei London Monarchs militanti nella World League of American Football. Ricopriva il ruolo di Tight End.
  6. Ha preso parte a parecchi allenamenti dei New York Jets prima, che infatti lo mandarono a Londra a giocare, e per i Carolina Panthers poi.
  7. Ha frequentato 3 college diversi, in sequenza: West Los Angeles College, Washington State e infine Cal State Los Angeles.
  8. Proprio a Cal State, LaVar, ha incontrato Tina, l’amore della sua vita, donna con la quale è tutt’ora sposato e con cui condivide i 3 famosi figli.
  9. Tutti conosciamo Lonzo e LaMelo, ma in realtà c’è anche il secondogenito, che si chiama LiAngelo. Lonzo è appena uscito da UCLA, università che accoglierà in futuro anche gli altri due Ball. Va detto che tra tutti, LiAngelo è quello che più assomiglia alla madre, essendo un ragazzo piuttosto taciturno.
  10. Come mai la scelta di questi nomi insoliti da parte dei coniugi Ball? Semplice. LaVar è cresciuto insieme ad altri 4 fratelli: LaFrance, LaValle, LaRenzo, e LaShon. Il resto lo capite da voi.
  11. E’ giunto alla ribalta nazionale quando disse che suo figlio Lonzo diverrà più forte di Stephen Curry, di LeBron James e Russell Westbrook. Fin li venne considerata più una sparata senza senso, avvalorata più tardi da un’altra dichiarazione in cui ammise che “Se tornassi indietro ai miei giorni, avrei distrutto Michael (Jordan, ndr) in uno contro uno.”
    Barkley si dichiarò indignato da queste parole.
  12. Disse a Stephen A. Smith, quando LaVar venne invitato a ESPN First Take, che avrebbe sconfitto Michael Jordan solo per il fatto di essere più forte fisicamente del 23 originale.
  13. Ha creato la BBB Big Baller Brand, che appunto cura solo l’interesse dei tre Ball, offrendo collaborazione con chiunque, pretendendo però almeno un miliardo di dollari. Ovviamente nessuno, almeno per ora, ci ha messo mano.
  14. Le ZO2, le scarpe che ha fatto realizzare per Lonzo Ball, sono andate in vendita per 495$. “Se non puoi comprarti le ZO2, allora non sei un vero baller.” ha affermato come giustificazione del costo elevato. Lonzo Ball si è presentato all’allenamento Pre-Draft con i Lakers indossando le…. scarpe di James Harden.
  15. Ha allenato personalmente tutti e tre i suoi figli per un certo periodo di tempo.
  16. E’ spaventato da Kristine Leahy conduttrice di The Herd, popolare show sportivo di Fox Sport 1. Infatti non ha voluto risponderle alla domanda di quante scarpe a venduto a quel prezzo esorbitante.
  17. E’ stato accusato di razzismo dopo le dichiarazioni riguardanti la sconfitta di UCLA al campinato NCAA: “Realisticamente, non puoi vincere un titolo con tre ragazzi bianchi in squadra! Hanno i piedi troppo lenti!”. I ragazzi a cui si riferiva erano Bryce Alford, T.J. Leaf e Thomas Welsh, per altro anche ottimi giocatori di basket.
  18. Detiene il record di maggior numero di rimbalzi in una stagione per Canoga Park High School: 316.
  19. Quando giocava a West Los Angeles College, in una partita contro Porterville College, realizzò 33 punti conditi da 18 rimbalzi.
  20. C’era una mezza idea in cantiere di creare un Reality Show sulla famiglia Ball. Lonzo ha però rigettato l’idea.
  21. Joel Embiid ha chiesto espressamente a Ben Simmons, suo attuale compagno di squadra a Philadelphia, di schiacciare in testa a Lonzo Ball così forte da costringere suo padre a scendere in campo. LaVar non le ha mandate a dire a Embiid, il quale sentendosi piccato ha pubblicamente mandato a quel paese LaVar Ball, cadendo nel tranello psicologico teso dal padre di Lonzo.
  22. Nelle situazione pubbliche indossa quasi sempre vestiti del suo Brand, il già citato BBB.

Ovviamente su LaVar Ball ci sarà ancora tanto da dire, anche perchè per come butta la situazione ci aspetta una bella annata di dichiarazioni pepate. Tutto è nelle mani di Lonzo Ball, che ci piaccia o meno.

From The Corner #17: Quei poveri disastrati Knicks

Ok, è stato tutto uno scherzo.
Adesso tiriamo fuori le telecamere e smettiamo di trattare così male la prima squadra professionistica di New York, ovvero The Capital City. Non si merita né la città né i suoi cittadini/tifosi di essere lo scenario di una situazione ai limiti del paranormale.

Si manda via Phil Jackson.
Finalmente“, mi scivola via dalle labbra.
Allora la diatriba ‘Melo-Phil dovrebbe essersi conclusa, penserete voi.
Invece no! Si resta li, perchè anche Carmelo Anthony ne avrebbe di ben donde (lecito averne):

“Oh ma qui non mi avete mai difeso, io ho un figlio che forse me lo portano via dopo il divorzio, mi alleno alle 2 di notte da solo perchè non ho mai vinto nulla e sono stufo di questo e voi che fate? Date 71 milioni a Tim Hardaway Jr? Io me ne vado!”

 
Cioè nemmeno il padre, che magari se si rimettesse le Sneaker buone potrebbe spiegare ancora qualcosa, ma al figlio, che già lo avevano nel roster e già lo avevano sbolognato. E che ora per 3 anni almeno gli intaserà metà del Salary Cap. Tutti si pensava che dopo aver dato più o meno gli stessi soldi a Noah, uno che tira a due mani dal petto, i Knicks avrebbero ormai imparato la lezione, ma mai sottovalutare New York.

Tim Hardaway Jr.
Tim Hardaway Jr.

Ma quindi chi c’è dietro a tutto questo putiferio? Venga fuori il nome del General Manager, subito!!
“Problema: non c’è ancora un General Manager…”
Come non c’è un GM? E chi prende le decisioni??
Mistero.
Ed il ruolo di General Manager è un altro punto spinoso nel groviglio newyorkese: David Griffin, infatti, non ha accettato i termini dal proprietario Dolan. Griffin vuole una forte autonomia decisionale, essendo il GM campione NBA 2016 con i Cavs. Dolan ha dato picche. Non se ne parla neppure: i soldi sono suoi e decide lui. Porta sbattuta uscendo e Steve Mills che ancora non può diventare presidente della franchigia.

David Griffin New York Knicks
David Griffin

L’estate è ancora lunga, chissà quali altri colpi di scena investiranno la magnifica franchigia del Madison Square Garden!
Restate collegati che ne vedremo delle belle.

(Dice: “Facile per te! Prendendotela con i Knicks è come sparare sulla Croce Rossa!” e cavolo, avete ragione, ma capite che mi ci costringono loro?)

Ps: In tutto questo se ne vuole anche andare Porzingis, a cui non piace che aria stia tirando…

From The Corner #16: Teodosic sbarca nella NBA

Da ottimi fruitori cestistici, altresì vista la sede direi “appassionati”, non possiamo non rimanere sbalorditi dalle gesta mirabolanti del campionato di Eurolega. Una competizione che è cresciuta molto nell’ultimo periodo, nonostante la nuova arringa della Champions League di basket, per ora alquanto bistrattata. Tra gli interpreti che più di tutti abbiamo imparato ad apprezzare, c’è lui, l’eterno secondo, quel Milos Teodosic che con la palla in mano è come Jimi la chitarra in mano: FA-VO-LO-SO.

Milos Teodosic.

Non scherziamo, ad oggi il miglior interprete del pick & roll in tutta Europa.
Esteta del gioco dalla visione periferica spaziale. Faccia da pusher alla stazione Santa Maria Novella di Firenze, mani da liutaio, mente veloce e coordinazione occhio-mano senza uguali nel Vecchio Continente cestistico.
Dopo gli anni dell’Olympiakos incappa nella crisi economica greca ed è costretto ad emigrare in Russia,precisamente a Mosca, sponda e cultura CSKA. Già MVP dell’Eurolega nel 2010, anno in cui abbinò anche il titolo di miglior giocatore FIBA, è riuscito a condurre alla vittoria della massima competizione cestistica europea il suo CSKA nella stagione 2015/2016, battendo in finale il Fenerbache di Gigi Datome, al termine di un incontro meraviglioso finito solo dopo un tempo supplementare.

Ora però le strade tra Teodosic ed il CSKA si devono dividere ed il trentenne di Valjevo, piccola cittadina nella Serbia centrale a non più di 90 km da Belgrado, ha deciso che la prossima fermata del suo train de vie sarà Los Angeles, da quei Gringos che dicono di giocare tanto bene a basket (ed in realtà ci ha anche perso in finale Mondiali 2014 con la sua Serbia), ma che magari due cosine gliele può ancora spiegare. Alla maggior parte dei playmaker soprattutto. Il contratto firmato con i Clippers gli permetterà di intascare 12 milioni e 300 mila dollari in due anni. Poi si vedrà se continuare nella terra dei liberi e dei coraggiosi o tornare al Vecchio Continente. Ovvio, dal punto di vista fisico ci sono dei grossi limiti che vanno limati, dovrà contare sui molti aiuti al ferro di DeAndre Jordan. Ma vuoi mettere lui e Blake in campo aperto? O lui e DeAndre in pick & roll alto? Altra materia da romanzo.

From The Corner #13: L’altro lato della medaglia

Sequel-di-Space-JamLeBron James numeri-LeBron James statistiche

Complimenti a Golden State, al coaching staff, ai giocatori e a tutta l’organizzazione per questo splendido risultato.

Questo pezzo non è sulla vittoria degli Warriors. Se siete euforici per la vittoria della bud nation e state gongolando pescando in rete qualsiasi cosa troviate, imbattendovi anche nello splendido film sulla MMA con Tom Hardy, potete andare oltre.
Questo pezzo è sull’altro lato della medaglia, forma singolare, sullo sconfitto.

Tripla doppia di media.
Nelle Finals.
Mai fatta da nessuno. Peccato non ne consegua l’alzata dello stendardo.
La riga va tirata poco sopra i così detti Hater, ovvero coloro che poco importa chi vinca, basta che perda lui. Oddio a me hanno sempre insegnato che non si tifa mai contro, anzi, ma la se tanta gente preferisce rodersi il fegato per festeggiare le sconfitte altrui, anzichè pensare ai propri problemi, facciano pure. Poi insomma, lo capite da soli.

Perchè questo pezzo? Essenzialmente perchè questa rubrica non è politically correct. Per quelli ci sono gli splendidi pezzi di Marco Tarantino, di Riccardo Olivieri e di Luigi Ercolani, vere e proprie gemme della nostra redazione (insieme a tanti altri, per la verità). Questa è una rubrica che si rifà solo per essere scevra da qualsiasi paura di dare il proprio giudizio. Anche il più crudo, perchè non bisogna mai avere paura di esternare la propria idea, anche se contro corrente.

La scelta di Durant ha reso la scelta di LBJ a Miami una bazzecola. Un MVP ed ora anche MVP delle Finals, che va in una compagine proveniente da una 73 wins-season fa impallidire la scelta di Lebron di accasarsi nel sud della Florida, dato che quei Miami Heat avevano vinto appena 47 vittorie nella stagione precedente. Farebbe 26 vittorie di differenza. La squadra di Durant già competeva per vincere il titolo, la squadra di James competeva per gli ultimi posti disponibili ad est. 

LeBron ha tenuto 32 punti, 12 rimbalzi e 10 assist di media. Ha fatto delle Finals incredibili, al limite di quello che può fare un bipede a 32 anni. Non ha mai seguito i giornalisti quando cercavano di cavargli le parole di bocca, non ha mai lasciato indietro nessun compagno, non ha mai dimostrato debolezza. E’ uscito dal campo a testa alta, battuto ma non combattuto.

Non è finita qui. Assolutamente. Non finirà qui fino a che continuerà a giocare la sua pallacanestro. Durant ha fatto delle finali come un uomo in missione, ha giocato in maniera clamorosa e si merita tutto l’MVP; eppure se James, unica pecca grave in tutta la serie, avesse fatto un passo in più per difendere su Durant anziché aspettarlo sulla linea da 3 punti, durante il finale di gara 4 (quando Slim Reaper insaccò la tripla del sorpasso, poi decisiva), ora staremmo tutti aspettando una infuocata Gara 6.

Al di là di ogni sensazione positiva o negativa, contano i fatti e le parole si sprecano, divenendo polvere che danza nel vento.
Grazie di tutto LeBron. Questo significa non mollare mai. 

From The Corner #12: Quiet Kawhi

Kawhi Leonard Jordan-Kawhi Leonard squadre

Lo ammetto. Il titolo è volontà di testare il vostro livello di scioglilinguisti. Oltre questo è anche un fatto conclamato ed appurato. La fotografia delle finali di conference ad Ovest?
Questa:

Si dai, lo ha detto anche Gallinari: Pachulia lo conosce bene e sa che con i compagni di squadra un’uscita del genere non l’avrebbe mai fatta. Oltretutto ha anche fatto un paio di passi in più per assestarsi meglio. Questo però lo dico io che sto intonso seduto ad una tastiera e mi pregio (colpevolmente) di poter sputare sentenze a migliaia di chilometri di distanza. Cosa ha detto Kawhi, invece? “No, ha solo cercato di ostacolare il tiro, non l’ha fatto apposta.”

Sarà, gli credo, dopo che ha detto la frase più bella degli ultimi 20 anni di pallacanestro, una gemma come “Basketball is fun” (la pallacanestro è divertente), sono pronto a credergli ed abbandonare la strada bellicosa ma, nolentemente a questo punto, Pachulia ha spezzato sul nascere una serie che a ben guardare i minuti in cui era in campo si sarebbe chiusa solo alla sesta o settima partita, magari con vincitore diverso.

TIM DUNCAN E LEONARD A COLLOQUIO

Impazzisco per il modo che ha di essere intenso in entrambe le metà campo, impazzisco per il suo palleggio arresto e tiro, diverso da tutti gli altri in quanto il pallone è portato veramente ad un’altezza vertiginosa, complice la generosità di madre natura in fatto di apertura “alare”, ed impazzisco per la faccia che fa dopo ogni giocata straordinaria, ovvero: nessuna.
La stessa identica faccia che si stacca dal cuscino al mattino quando la sveglia suona, messa su un parquet di 28 metri subito dopo aver inchiodato una raggelante veloce in testa a Tristan Thompson.
Duncan sorride gongolante, Pop pure, Mills non ne parliamo nemmeno.

Se poi ne facciamo un fatto di “consacrazione”, essere tra i finalisti nello stesso anno per il trofeo di MVP e miglior difensore, lo consacra abbondantemente, magari non ne vincerà nessuno dei due ma prova tu a fare una cosa del genere, poi ne riparliamo e giuro che offro io.
Il mio voto, potessi votare (senza mettere in piazza la mia scelta come l’uomo che si fece Quieto su Twitter), per il trofeo di MVP andrebbe sicuramente a lui. Si lo so, Westbrook ha fatto una tripla doppia di media ed Harden una meravigliosa stagione, ma per me il miglior giocatore della regular season deve essere un forte giocatore di basket, accezione che comprende sia la fase offensiva, che quella difensiva.

KAWHI LEONARD AL TIRO

Altrimenti chiamatelo “Best Offensive Player” e sciacquatevi le mani.

Westbrook ha evitato di contestare moltissime triple per prendersi un paio di rimbalzi in più e riempire a dovere il foglio delle statistiche, Harden è da sempre traballante (e gli ho voluto bene) in difesa e nonostante quest’anno abbia espresso una maggiore concentrazione in quell’aspetto, non siamo ancora a livelli accettabili.
Non serve scomodare le cifre per dire che Kawhi (secondo ad Ovest) è una Lamborghini Murcielago sia in difesa che in attacco.

Ma nonostante le sue capacità, la cosa che più mette soggezione è la foto che ho mostrato prima: sembra un bambino che non vuole che mamma e papà si lascino. Ha lo sguardo di chi vede le cose andare male ma che non può fare nulla per rimediare. In barba ai milioni che comunque guadagna e guadagnerà, in barba agli sponsor che lo seguiranno lo stesso.
Kawhi Leonard, signore e signori: la cosa migliore che poteva capitare al basket, ma che dico basket, allo sport intero.