Garbage Time, l’altra NBA – Episodio #2

Puntuale come la Brexit (ma avevamo avvertito che la cadenza sarebbe stata rigorosamente ferrettiana), torna Garbage Time, la rubrica che raccoglie il meglio del peggio di ciò che gravita intorno al mondo NBA. Questa edizione è senza ombra di dubbio una delle migliori due di tutti i tempi, soprattutto considerando che è la seconda. Come dite? Non sembra un motivo sufficiente per leggerla? Male: sappiate che una ricerca dell’università di Duke, condotta dal professor Piermike Krzyzewski (tuttora alle prese con delle assurde accuse di nepotismo), ha rivelato che, leggendo un’edizione di Garbage Time, tutte le altre rubriche sembreranno di colpo più interessanti. Come come? Basta con le cazzate e passiamo all’inutilissima Top 10 di oggi? Vaaaaaaa bene… Prima però, il consueto pippone preliminare.

Qualora il vostro disagio esistenziale fosse talmente elevato dal farvi apprezzare questa rubrica, scrivete il vostro IBAN nei commenti. O magari aprite un gustoso dibattito su quale sia la GOAT tra le rubriche NBA, se questa, quella di Jordan, quella di LeBron o quella di Doncic. Qualora doveste invece considerarla un insulto all’umana decenza, non esitate a esternarlo, dando sfogo alle vostre volgarità più fantasiose. Ma soprattutto, qualora aveste delle segnalazioni per i prossimi episodi, trovate il modo di recapitarcele, magari scrivendole nei commenti.
Per quanto stupido possa sembrare, questa è una rubrica multimediale. Per comprenderne a fondo gli snodi narrativi è INDISPENSABILE cliccare su tutti i link che compariranno (sono quelli scritti in blu, per i neofiti dell’Internet), inclusi quelli che vi proporranno di aumentare le dimensioni di organi vari (consiglio stile-Aranzulla: per maggiore comodità, fate ‘clic’ con il pulsante destro del mouse e selezionate “Apri link in un’altra scheda”). Alla fine di ogni posizione, troverete gli hashtag di riferimento per diffondere come il Vangelo queste idiozie sui social.

Disclaimer: parte dei demeriti per questa robaccia va attribuita a quelli della Kliq, che oggi saranno come minimo padri, se non addirittura madri di famiglia, per cui staranno tentando invano di insabbiare il loro passato inglorioso.

 

Posizione numero 10: Jakob Poltl

Mai sponsor fu più azzeccato
Mai sponsor fu più azzeccato

Tra le cose che non penseresti mai di vedere in un’arena NBA, soprattutto a metà marzo, ci sono indubbiamente un’invasione di pipistrelli e un giocatore che si è preso un’insolazione. A San Antonio sono successe entrambe. Se la questione-Batman era nota già ai tempi di Manu Ginobili (ma gli animalisti che fanno? E il PD?), la prodezza di Jakob Poltl è una perla inedita. Durante il primo quarto della gara contro i New York Knicks, dalla panchina degli Spurs si alza uno sconosciuto. A prima vista sembra Blake Griffin travestito da Donald Trump ma, non appena si toglie la felpa, tutto diventa più chiaro (anzi, fosforescente): è Poltl!

Il centro austriaco, per concentrarsi al meglio in vista della sfida contro i temibilissimi avversari, ha pensato di concedersi una bella pennica all’aperto. Al suo risveglio, guardandosi intorno, non ha trovato le verdeggianti foreste della terra natia, bensì un paio di cactus e un teschio di bufalo. Solo allora ha realizzato il madornale errore commesso. O almeno, questa è la versione (ok, forse un po’ romanzata) raccontata da Poltl; la verità sarebbe stata troppo lunga da spiegare… Superato (?) l’imbarazzo per la grottesca ‘abbronzatura da muratore’, l’impronunciabile lungo ha messo a referto una prestazione da 12 punti, 9 rimbalzi e ben 5 stoppate. D’altronde, era caldo già dalla palla a due

#ècaldocomeunastufa #gioventùbruciata #solechebattesulcampodipallone #sottoilsolesottoilsole #vorreiuncolortrump #behiosonolaureato #milleunomilleduemilletre #eraforseilsole #lamanodimanu

 

Posizione numero 9: Mario Chalmers

Mario Chalmers tra LeBron James e Dwyane Wade. Il tampering varca i confini della NBA
Mario Chalmers tra LeBron James e Dwyane Wade. Il tampering varca i confini della NBA

Chi segue la NBA da almeno 5-6 anni avrà certamente sentito parlare di Mario Chalmers. Per gli altri, un breve riepilogo: arriva da Anchorage, Alaska, il suo nome completo è Almario Vernard Chalmers, ha chiamato un figlio Zachias A’mario, un altro Prynce Almario e una figlia Queen Elizabeth. Nel 2008 ha vinto il titolo NCAA con Kansas (da Most Outstanding Player) anche grazie a una sua miracolosa tripla in finale, poi è stato cacciato dal programma NBA per l’inserimento dei rookie per essersi fatto beccare in stanza in compagnia di due allegre fanciulle (“Era tutto finalizzato all’inserimento!” ha inutilmente protestato Mario), qualche cannetta e la magica coppia Darrell ArthurMichael Beasley. Quindi, ha giocato quattro finali e vinto due titoli NBA da playmaker titolare dei Miami Heat, quelli di LeBron James, Dwyane Wade e Chris Bosh. Nel 2015 è passato ai Memphis Grizzlies, ma la rottura del tendine d’Achille ne ha compromesso la carriera. O almeno, quella NBA. Il buon Mario non poteva immaginare che i giorni migliori dovessero ancora arrivare. Il 3 marzo 2019, la Virtus Bologna annuncia il suo ingaggio, e la magia ha inizio.

Il mese che segue è poesia allo stato puro. Non stiamo parlando delle sue prestazioni in campo, ma degli episodi ‘di contorno’ che riportano ai fasti degli Anni’80, quando le stelle NBA venivano a ‘svernare’ da noi, godendosi la vita e preparandosi a una pensione dorata. Nel giro di poche settimane, il mitico ‘Rio’ ha regalato al pubblico tricolore una serie di perle che rischiano di mettere in ombra i suoi successi in patria.
Che si tratti di un personaggio da tenere d’occhio è evidente fin dalle sue prime dichiarazioni, tra le quali spiccano “Non ho scelto l’Italia, è l’Italia che ha scelto me” e “Ho assaggiato tortellini e tagliatelle ma, se DEVO tornare in forma, per un po’ di tempo sarà meglio stare lontano dalla pasta” (meglio concentrarsi sugli alcolici, come vedremo in seguito). Ai deliziati cronisti, Chalmers comunica di aver mandato a LeBron James un fotomontaggio che ritrae il Re, Dwyane Wade e SuperMario con la maglia della Virtus. Sostiene che LBJ abbia gradito, invitando l’ex compagno ad andarsene affan a godersi l’avventura emiliana e divertirsi. Un consiglio che Almarione seguirà alla lettera.

Nemmeno il tempo di conoscere il loro nuovo playmaker, che coach Sasha Djordjevic e squadra vedono comparire in palestra un tizio che sembra la perfetta fusione tra Russell Westbrook, James Harden alla premiazione per l’MVP e Jon Voight nella scena iniziale di Un Uomo Da Marciapiede. E’ nientemeno che Ray Allen, passato a trovare il vecchio amico dopo aver assistito alla partita di Champions League tra Juventus e Atletico Madrid. Preso dall’esaltazione, ‘He Got Game’ documenta il tutto in una Instagram story in cui, tra le altre cose, omaggia la Virtus con un bel “Non so come si chiama la squadra”.
Nel frattempo, Chalmers manifesta il suo ottimismo sulle possibilità delle ‘V Nere’ firmando un contratto per la prossima stagione nella lega BIG3, il festival della tamarraggine organizzato dal rapper Ice Cube. Piccolo dettaglio: la manifestazione comincerà il 22 giugno, data dell’eventuale gara-7 della finale scudetto, e terminerà a settembre inoltrato, quando a Bologna sarà già iniziato il raduno per il 2019/20.
Domenica 7 aprile, la Virtus perde contro Pistoia, ultima in classifica, una gara cruciale per la rincorsa ai playoff. Per festeggiare, Chalmers e alcuni compagni improvvisano una gita nella ‘vicinissima’ Milano, per andare a spaccarsi ammerda (come dicono in Alaska) in una nota discoteca meneghina. L’immancabile video, che immortala lo splendido quintetto in piena sintonia con le tradizioni locali, suscita lo sdegno di tifosi e società, a cui i protagonisti sono costretti a chiedere scusa. In una successiva apparizione pubblica (alla quale si presenta vestito come Ray Allen), però, Marione mette da parte l’ipocrisia, spiegando agli incuriositi astanti le reali motivazioni di quella visita.

#unstoppable #civediamoalmario #aestèpiùfacile #daibigthreeallabig3 #mispiaceavevogiàprenotato #whatdoessegafredomean #bolognathisisforyou #bolobynight #sonquainporschecorsocomo #ascoltaunattimololapalooza #ilpezzochespacca #pago39

 

Posizione numero 8: Jordan Bell

Un indizio sul possibile acquisto di Jordan Bell
Un indizio sul possibile acquisto di Jordan Bell

Anche nelle famiglie perfette può esserci quello che i sociologi definiscono ‘il figlio pirla’, il Principe Harry o il Lapo della situazione. Nel mondo NBA, la ‘famiglia perfetta’ è rappresentata dai Golden State Warriors, mentre per il ruolo del ‘figlio pirla’ è avanzata prepotentemente la candidatura di Jordan Bell.
Dopo una stagione da rookie incoraggiante, coronata dal titolo NBA e dalla parata (di cui si è reso indiscusso protagonista) per le strade di Oakland, il rendimento e il minutaggio del lungo da Oregon sono visibilmente calati, in questo 2018/19. A gennaio, un suo acceso diverbio con coach Steve Kerr viene intercettato dalle telecamere, ma si tratta di un episodio del tutto irrilevante, se paragonato al più recente colpo di genio.

Il 27 marzo, la squadra è a Memphis, per affrontare i derelitti Grizzlies di Brunone Caboclo. In giornata, viene comunicato che Bell non scenderà in campo (e verrà multato di diecimila dollari) per “condotta deteriore nei confronti del team”. Col passare delle ore, i contorni della vicenda si fanno più chiari: la sera prima, il Jordan più famoso della storia NBA (no, non DeAndre) si trovava in albergo. Per combattere la noia le aveva provate tutte, anche coinvolgendo i compagni, ma niente. Ecco dunque l’ideona: a quanto pare, il guascone avrebbe ordinato qualche ‘extra’ all’hotel, addebitandolo però sul conto di… Mike Brown!
Jordanone si scusa prontamente con il basito assistente-allenatore e con un ancora più perplesso Steve Kerr, in una riuscitissima imitazione di Christian De Sica“Uno scherzo, una penitenza, una burla!”. Però, il mistero sulla natura dell’acquisto resta irrisolto. Nei giorni successivi emergono le ipotesi più disparate: un pupazzo a grandezza naturale di Mr. Potato, la maglia di Kevin Durant ai Knicks, un cofanetto con la prima stagione di La prova del Cook (programma culinario condotto da Antonella Clerici e Quinn Cook)… Un’indagine più approfondita apre però una nuova pista: nella hall dell’albergo c’è la filiale di un famoso discount del Tennesse, particolarmente abile nelle campagne pubblicitarie. Effettivamente, alcuni prodotti non sono per tutte le tasche, così il poco abbiente Bell ha dovuto fare di necessità virtù.

#airpostjordan #jordanbelljordanalltheway #ammazzoiltempo #staserapagamike #laprovadelcook #unoscherzounaburlaunacafonata #rubavivandeinacciaio #occhialidanuca #marioadirato

 

Posizione numero 7: il Big Baller Brand

I Ball viaggiano sempre in coppia
I Ball viaggiano sempre in coppia

Tranquilli, non avete cliccato per sbaglio sul sito di Scarpe Magazine (che, ci crediate o meno, esiste davvero). Anche nella seconda edizione di Garbage Time parliamo di calzature ma, come la volta precedente, non ci discostiamo più di tanto dal mondo NBA. Probabilmente, anche i lettori di Scarpe Magazine avranno sentito nominare almeno una volta LaVar Ball. In caso contrario, meglio specificare: non è una pastiglia anticalcare, e nemmeno uno spin-off del manga giapponese sui Sayan. Il tizio in questione è da un paio d’anni sotto i riflettori per due ragioni principali: è il padre di Lonzo, playmaker prima di UCLA, poi dei Los Angeles Lakers, e ha una gran voglia di far parlare di sè.
Tralasciando le sparate che lo riguardano in prima persona (anche se il concetto “uno-contro-uno posso battere Jordan, LeBron e Kobe, ma solo perchè Kobe si è infortunato” meriterebbe approfondimenti, soprattutto per l’ultima parte), Mr. Ball approfitta di ogni singolo mezzo per ‘pompare’ a dismisura l’incolpevole figliolo. Da proclami del tipo “è meglio di Stephen Curry” si passa ad autentiche profezie, come “sarà il rookie dell’anno” o “porterà subito i Lakers ai playoff”, ovviamente non realizzate. Se di primo acchito sembra che il suo unico obiettivo sia quello di far ‘posterizzare’ Lonzo da mezza NBA, con il passare dei mesi il diabolico piano si delinea più nettamente.

Il vero scopo del pittoresco personaggio è lanciare il Big Baller Brand, un marchio ideato per far tremare il mercato delle calzature sportive. Come unici testimonial, i tre figli di LaVar, condannati all’eterno ludibrio dall’inesauribile passione familiare per i nomi di merda: dopo Lonzo, ecco LiAngelo (inequivocabile risposta alla domanda “DoveAngelo?”) e LaMelo (da non confondere con Lamela, ex giocatore della Roma, e la mela, frutto dai presunti poteri curativi). Ok, non saranno quelle pippe di Jordan e LeBron, ma possono bastare per fare soldi a palate. Nel maggio del 2017, compaiono sul mercato le ZO2, al prezzo-lancio di… 495 dollari! A chiunque osi eccepire, come ad esempio Shaquille O’Neal, il Flavio Briatore californiano risponde: “Se non puoi permettertele, non sei un vero Big Baller”. A far abbassare la cresta al gallo e il prezzo delle scarpe, arriva un altro BBB: il Better Business Bureau, un’agenzia di rating sulle aziende, che giudica il Big Baller Brand “incapace di evadere con tempestività gli ordini”. Una valutazione esagerata e faziosa: come si fa a definire una consegna di quattro mesi (come indicato sul sito) “non tempestiva”??
Ma non saranno certo pochi haters a fermare il grande progetto di LaVar: per lui sky is the limit, non solo una piattaforma satellitare. Prima mette in commercio delle ciabatte da 220 dollari, giustificandosi con “sono paragonabili ai sandali di Gucci e Prada” (facile immaginarsi qualcuno che, mentre esci dalla doccia, ti chiede, adorante: “Wooooooowwww…. Ma sono le nuove BBB???”), poi gioca il carico pesante: le signature shoes degli altri figli. Se Lonzo, perlomeno, è già un giocatore NBA, i suoi fratelli, che per pietà comodità chiameremo Gelo e Melo, sono due ragazzini brufolosi dall’avvenire ancora incerto. Perciò, il Silvio Berlusconi di Chino Hills decide di volare basso: le MB1 (che non sono delle matite) e le GELO3 (che non sono dei contenitori per alimenti) costeranno la miseria di 395 dollari. Roba da barboni!

Ancora una volta, qualche invidioso prova a mettere i bastoni fra le ruote al Brand: è la NCAA, che ricorda a LaVar come gli studenti-atleti non possano percepire denaro da sponsorizzazioni. Il novello Cetto Laqualunque, al grido “‘ntuculu alla NCAA!”, porta i figli in Lituania. Anche perchè, nel frattempo, Gelo (che non è il malvagio scienziato di Dragon Ball) è stato sospeso da UCLA. Il motivo? Durante un tour della squadra in Cina, è stato beccato a taccheggiare degli occhiali da sole in un negozio. Se altrove se la caverebbe con uno schiaffo sul coppino, lì rischia fino a dieci anni di galera. A parargli le natiche arriva il babbo, che chiede addirittura l’intervento di Donald Trump, in visita diplomatica nel paese asiatico. Da quel momento parte un inverosimile ‘duello a distanza’ tra menti illuminate: Trump intercede, fa scarcerare Geluzzo e si prende pubblicamente i meriti, Ball gli dà del razzista, Trump lo definisce “il Don King dei poveri” e Ball risponde che non voterà per lui nel 2020. Un vero peccato che Il Processo di Biscardi non vada più in onda…
L’approdo dei Big Ballerz sul Mar Baltico è uno spot continuo per il loro marchio. L’azienda sponsorizza il Prienai, la nuova squadra dei ragazzi, e organizza tornei promozionali, salvo poi non pagare i premi in denaro promessi ai vincitori. Questa accusa, mossa dal club, spinge la carovana-BBB a tornare negli Stati Uniti, per fondare la Junior Basketball Association, altra lega promozionale presentata come “alternativa alla NCAA”. A completare la strategia espansionistica del brand, ecco le scarpe dedicate a LaVar (ribattezzate – con gran gusto – LaVariccis) e alla moglie Tina (le volevano chiamare LaTina, però il rischio di confonderle con la città laziale o con un orinatoio era troppo elevato).

Insomma, a furia di esagerare, il clown più controverso al mondo sta costruendo un piccolo impero. Un impero che adesso rischia di crollare. Nelle ultime settimane, infatti, il BBB ha subito una serie di durissimi colpi d’immagine, inferti nientemeno che dalla mano di colui attorno al quale era stato montato tutto: Lonzo, tu quoque! Il primogenito si è nettamente dissociato dall’azienda familiare; prima ha cambiato scarpe (con i Lakers che, a quanto pare, se ne sono usciti con l’epica domanda: “Ma non è che ti facevi sempre male per quello?”), poi ha coperto il (finissimo) tatuaggio del marchio BBB con due dadi (da gioco, non da brodo). Nel frattempo, un suo amico ha pubblicato su Instagram un video in cui getta le ZO2 nell’immondizia, accompagnato dalla didascalia “Scaricate la nostra merce”. Il principale motivo di questa rottura? Lonzo si sarebbe accorto che Alan Foster, amico (pregiudicato) del padre e co-fondatore del brand, si è intascato in maniera truffaldina un milione e mezzo di dollari. Una mazzata per la famiglia Ball, che ora pensa seriamente di chiudere l’azienda. Dopo un periodo di latitanza, Foster ha deciso di raccontare la sua verità in un documentario di pregevole fattura, in cui mostra le immagini dell’accaduto, spiega le ragioni del gesto e promette di redimersi. Nel filmato si può notare la reazione – tutto sommato composta – di LaVar al momento dell’infelice scoperta.

#iballviaggianosempreincoppia #scarpemagazine #ciaBBBatte #miofigghiomelo #ntuculuallaNCAA #sonotuoiquestirayban #ballvstrump #nonsonoleghistatantomenodimerda #ilmaxitelevisoredelcazzo

 

Posizione numero 6: la dirigenza dei Lakers

Magic Johson, Rob Pelinka e Jeanie Buss, conduttori della migliore sit-com NBA
Magic Johson, Rob Pelinka e Jeanie Buss, conduttori della migliore sit-com NBA

Parecchi anni fa, dopo l’ennesimo trionfo dei San Antonio Spurs, David Stern definì i texani “a team for the ages”, una squadra da tramandare ai posteri. Senza timore di smentita, anche i Los Angeles Lakers 2018/19 si possono descrivere come “a team for the ages”, ma forse non per gli stessi motivi. Nella scorsa edizione di Garbage Time avevamo seguito le prime puntate di questa imperdibile sit-com, soffermandoci sui picchi di humour raggiunti durante la vicenda-Anthony Davis e sul tampering acrobatico di Magic Johnson. Per la fortuna di questa rubrica e per lo sconforto dei tifosi gialloviola, anche i mesi successivi sono stati ricchi di colpi di scena, che hanno lasciato tutti in trepidante attesa dei prossimi capitoli della saga.

Riprendiamo dove avevamo lasciato l’ultima volta, ovvero alla polveriera-Davis. A tentare di calmare definitivamente le acque è intervenuta Jeanie Buss, colei che ha ereditato la proprietà della franchigia dal defunto padre, il grande Jerry. Una donna a quanto pare molto amata dai giocatori, anche se forse un po’ indigesta agli altri dipendenti. Jeanie ha accusato i media di aver diffuso fake news sulla mancata trade per AD, con argomentazioni del tipo: “Cioè, qualcuno è arrivato a dire che volevamo offrire tutti i giovani, otto veterani e un paio di ZO2 per un solo giocatore… Ma fatemi il piacere! Ma chi, noi? Una franchigia chiamata pazienza? Ma dai, che poi la gente ci crede davvero…”.
L’attacco diretto nei confronti della stampa non ha fatto altro che peggiorare le cose. Da quel momento, sono fuoriusciti sempre più rumors riguardanti il variopinto front-office californiano. Secondo uno di questi, la ‘fija de Mazinga’ e gli altri dirigenti erano convinti che le altre franchigie li stessero sabotando, rievocando all’improvviso il “gombloddo” di contiana memoria. Altri ancora si sono concentrati sulla curiosa trade che ha spedito il promettente Ivica Zubac, insieme a Michael Beasley, ai Clippers, in cambio del solo Mike Muscala. Secondo queste voci, diffuse da The Athletic, Magic sarebbe rimasto ben impressionato da Muscala dopo averlo visto in una partita contro i Lakers. E’ stato quindi lui a chiamare Jerry West, attuale dirigente dei Clips, per proporre l’affare. Sempre secondo l’autorevole sito americano, West si sarebbe dapprima dichiarato sorpreso, poi avrebbe addirittura deriso Magic, parlandone con gli amici. Da segnalare anche la presunta ‘strategia’ utilizzata nella costruzione del roster gialloviola: “Gli Warriors hanno sconfitto tutte le squadre ricche di tiratori, perciò non puoi batterli se giochi come loro. Genio!

L’aspetto più nebuloso della tragicomica situazione, però, è sempre stato quello relativo all’allenatore. Il 2018/19 di Luke Walton è stato un’altalena di emozioni. Inizialmente, Jeanie Buss si prodigava nel difenderlo, poi l’approccio è leggermente mutato: “Mi chiedete se Walton rimarrà? Non rispondo, decide Magic”. Peccato che Magic, il 9 aprile, annunci alla stampa le sue dimissioni, aggiungendo: “Jeanie non sa che sono qui”. In realtà, il nostro tamperista preferito aveva cercato di avvertire il suo capo, ma la Buss aveva preferito non rispondere. Jeanie aveva poi sfogato la sua esasperazione per le continue chiamate di Johnson con Rob Pelinka, il quale però non aveva manifestato particolare empatia. Nei giorni scorsi è emerso un gustoso retroscena secondo cui alle basi dell’imprevedibile passo indietro ci sarebbe una mail, intercettata per sbaglio da Johnson, in cui Jeanie e Pelinka ne criticavano l’operato. E poi dicono che lo Showtime non esiste più…

Sempre a detta dei numerosi insider, Magic aveva effettivamente intenzione di cacciare Walton; alla fine, se ne vanno entrambi. Dopo la separazione con i Lakers, Walton trova immediatamente un nuovo impiego, firmando con i Sacramento Kings. Per rimpiazzarlo, Jeanie e Pelinka hanno pronta una lista di nomi. Quando Doc Rivers fa velatamente capire di non essere interessato (“Resto ai Clippers finché Steve Ballmer non mi caccia”) e la pista Rick Carlisle sfuma bruscamente (il proprietario dei Mavs, Mark Cuban“Cosa ne penso? LOL. Se voglio ampliare il concetto? No, La mia risposta è LOL”), il cerchio si restringe su due candidati. Il primo è Monty Williams, già allenatore di Anthony Davis a New Orleans (coincidenze?), il secondo… Tyronn Lue! Sì, proprio quel Tyronn Lue, colui che, poche settimane prima, aveva telefonato a Walton per comunicargli un renziano “Stai sereno”. Come dite? Tyronn Lue era l’allenatore imposto da LeBron James a Cleveland? E allora? Malpensanti! Haters! Appuntamento alla prossima puntata…

#lakeshow #colpadeipoteriforti #lafijademazinga #uneroepositivo #soiocomebatterli #decidemagic #magicèquellocol23vero #nunmeattaccàerpippone #rispondiatuttiazzz #LOListheanswer #lukestaisereno #lèsemperlue

 

Posizione numero 5: James Dolan & Robert Sarver

James Dolan spiega con un rutto come dirigere una franchigia NBA
James Dolan spiega con un rutto come dirigere una franchigia NBA

Chi sono costoro? Ecco alcune possibilità: a) i titolari di uno studio legale, b) i co-autori dell’ultimo capolavoro di Luis Fonsi, c) i peggiori proprietari NBA. Viste le innumerevoli grane a cui sono andati incontro, per i soggetti in questione sarebbe meglio l’opzione a), mentre i tifosi di New York Knicks e Phoenix Suns sceglierebbero volentieri la b). Invece, gli argomenti fin qui trattati suggeriscono di concentrarsi sul mondo della palla a spicchi. Le imprese di Jimmy & Bobby fanno sembrare quella dei Lakers una gestione oculata e lungimirante, in confronto al supplizio a cui sono sottoposti da anni gli appassionati di basket, nella Big Apple come nel deserto dell’Arizona.

Dolan è il classico esempio di individuo ‘nato con la camicia’. Dal padre, Charles, ha ereditato la proprietà della Cablevision, tra i partner del gruppo che gestisce il Madison Square Garden. I frequenti problemi con alcol e droghe (nel 2003, pur senza mollare la poltrona, finirà in riabilitazione) e le implicazioni in casi di abusi sessuali lo rendono il profilo perfetto per guidare una franchigia di grande tradizione come i Knicks. Sarà un caso, ma dal 1999, anno in cui Dolan ha assunto il pieno controllo della squadra, New York si è imposta come la franchigia più imbarazzante della lega. Lo stesso commissioner NBA, David Stern, arriverà a sentenziare: “I Knicks non sono un modello di gestione intelligente”. Ogni volta che i tifosi vengono interpellati su quale sia il peggior owner dello sport americano, il risultato dei sondaggi è immutabile: James Dolan. Decenni di sconfitte, contratti folli ai giocatori e agli allenatori sbagliati e decisioni piuttosto impopolari (come quella di trasformare il contestatissimo presidente Isiah Thomas nel contestatissimo allenatore Isiah Thomas), lo hanno reso il simbolo di una cultura perdente. Da troppo tempo, ormai, i tifosi chiedono la sua testa, più o meno velatamente.

Nel 2015 un fan di 73 anni gli scrive una lettera che, oltre a essere molto ‘old school’, si rivela molto critica nei suoi confronti. Interrogato dalla stampa, Dolan definisce il mittente “una persona triste, probabilmente un alcolista, poi gli consiglia di dedicarsi ai Nets “perchè i Knicks non lo vogliono”. L’indignazione cresce ma il nostro eroe, anziché scusarsi, archivia rapidamente la questione, descrivendola come un qui pro quo, un misunderstanding o qualche altra parola altrettanto fastidiosa.
Due anni dopo, mentre i Knicks vanno sempre più a fondo, il suo nome torna prepotentemente (è il proprio il caso di dirlo) d’attualità. Charles Oakley, pilastro della cattivissima New York di Pat Riley negli Anni ’90, viene arrestato sugli spalti del MSG dopo averlo duramente contestato. Seguono giorni roventi a Manhattan; Oakley definisce Dolan “un bullo arricchito”, Dolan minaccia di bandire a vita il suo ex-giocatore dall’arena, Spike Lee (noto tifoso bluarancio) si presenta al Garden indossando la maglia numero 34 di ‘The Oak’. Nel tentativo di placare gli animi intervengono addirittura Michael Jordan e Phil Jackson, rispettivamente compagno (e grande amico) e allenatore (e al momento dei fatti presidente dei Knicks) di Oakley ai tempi dei Chicago Bulls.
Il caso più recente è notizia dello scorso marzo, e le dinamiche sono grossomodo le stesse. Inspiegabilmente indispettito dall’andamento della squadra, titolare del peggior record NBA (per distacco), un tifoso contesta a gran voce Dolan. Il proprietario risponde prima con delle accuse (“Mi ha teso una trappola, mi ha stalkerato!”), poi minacciando la solita interdizione. A quel punto, inizia una vera e propria ‘lotta di classe’; un gruppo di fan stampa e distribuisce delle magliette con scritto “BAN DOLAN”, la security del Garden le confisca, il proprietario ribadisce: “Non vendo la franchigia”. Dopodiché, dice addio all’ennesima stagione trionfale con una massima, decisamente benaugurante: “Da quello che ho sentito, avremo una free-agency di successo”. Maledette voci di corridoio…

Il ‘James Dolan del West’ è senza ombra di dubbio Robert Sarver. Per capire con chi abbiamo a che fare basta pensare all’episodio in cui il ‘vulcanico’ (parola usata spesso al posto di ‘stronzo’) proprietario dei Suns fa trovare nell’ufficio del general manager, Ryan McDonough, un gregge di capre. L’intento? Fargli capire che è il momento di portare in squadra il futuro GOAT (in inglese “capra”, ma anche acronimo di Greatest Of All Time). Il risultato? Facilmente intuibile. Sarver è furioso: se un sottoposto non coglie al volo un’allusione così elegante, è destinato a durare poco. McDonough viene cacciato a pochi giorni dall’inizio della stagione 2018/19. Per sostituirlo si pensa a Steve Nash, ma il due volte MVP risponde con una risata talmente forte da procurargli un nuovo infortunio alla schiena. Si opta allora per James Jones, che ha avuto due principali meriti come cestista: essere compagno di LeBron James sia a Miami che a Cleveland (tradotto: tre anelli in bacheca) e finire la carriera a Phoenix senza sbattere la porta in faccia a Sarver, come invece hanno fatto tutti gli altri. Jones viene presentato come soluzione ad interim, ma non viene mai rimpiazzato. Mentre Devin Booker elargisce cinquantelli e DeAndre Ayton macina doppie-doppie, l’ennesima stagione dei Suns finisce in malora; per il terzo anno consecutivo, Phoenix chiude sul fondo della Western Conference. Durante il tragitto, però, l’uomo che fissa le capre lascia ai posteri un paio di perle niente male. Se pensate che la trade con Memphis, saltata perchè Sarver e il suo staff hanno confuso MarShon Brooks con Dillon Brooks, sia l’apice del grottesco, forse non avete approfondito a dovere la vicenda-trasferimento.

L’11 dicembre, Bobby minaccia pubblicamente di portare la franchigia lontano da Phoenix (Las Vegas o Seattle) qualora la città non sovvenzioni il rinnovamento della Talking Stick (che qualcuno ha amaramente ribattezzato Tanking Stinks, traducibile in perdere fa schifoResort Arena. Due giorni dopo, Devin Booker risponde twittando “I love Phoenix”, ma la reazione più eclatante è quella di Greta Rodgers, novantenne attivista locale. L’arzilla cittadina tiene un discorso ai membri del consiglio comunale, in cui massacra senza pietà il ‘povero’ businessman. Il memorabile intervento è riassumibile così: “Sarver è proprietario da 14 anni e non ha mai fatto niente. E’ così tirchio che, quando cammina, si sente il rumore delle monete. Dovreste vergognarvi anche solo a trattare con un individuo del genere. Noi non paghiamo le tasse per aiutare delle aziende private, soprattutto quelle d’intrattenimento. Che si finanzino da soli, oppure che falliscano per la loro incompetenza!. 92 minuti di applausi. Inizialmente si fatica a comprendere le ragioni di tanto astio, ma un’indagine più approfondita rivela che il magnate e la vecchina hanno una questione in sospeso da tempo.

#fonsifeatdolan&sarver #dolanchebannagente #probabilmenteunalcolista #mabastaparlaredime #cihaifattoprenderequattropappine #mihastalkerato #capracapracapra #questasìcheèunabellamontagna #nashvienedisicuro #ioavevocapitoscottbrooks #ahditechemelbrooksèmorto #iloveseattehmphoenix #cinquantelliaiporci #celhalavecchia

 

Posizione numero 4: Spencer Butterfield

Spencer Butterfield inganna il tempo mentre insegue il suo sogno. Che non è la NBA
Spencer Butterfield inganna il tempo mentre insegue il suo sogno. Che non è la NBA

E’ vero, la vicenda risale a qualche mese fa e non riguarda strettamente il mondo NBA, ma il faccione pulito di Spencer Butterfield è l’immagine perfetta per aprire questa trilogia dedicata a coloro che hanno cambiato strada, allontanandosi dal parquet (anche se non del tutto, in questo caso) per seguire la loro vera vocazione.

Nato a Provo, cittadina sperimentale dello Utah famosa per il suo formaggio piccante, e cresciuto nel nord della California, Butterfield torna nello Stato dei Mormoni, dove gioca per due stagioni con la maglia di Utah State, college minore della Division I NCAA. Pur essendo un ottimo tiratore, non è certo materiale da NBA. Così nel 2014, terminati gli studi, inizia un vorticoso tour europeo. Prima tappa a Melilla, seconda divisone spagnola (anche se la città si trova geograficamente in Marocco; ma, come dicono lì, sticazzi), poi si va… alla Juventus! Piano con gli entusiasmi o con le invettive; vi sorprenderà sapere che non parliamo di calcio, bensì della BC Juventus, squadra (di basket) della prima divisione lituana nota per essersi auto-assegnata due scudetti in più. La grande occasione arriva però con il Nanterre 92, club francese fondato nel 1927, ovvero… 92 anni fa!! (anche se, con nostra somma delusione, il nome è dovuto alla zona geografica, identificata con FR-92). In maglia biancoverde, Spencer vince Coppa di Francia e FIBA Europe Cup, competizione in cui lascia un segno indelebile il 14 marzo 2017; 39 punti (pareggiato il record all-time) e 11 triple segnate (superato il record all-time). Dopo una stagione in Germania, con l’Alba Berlino, sbarca finalmente nel nostro Paese, firmando con Reggio Emilia.

La sua esperienza con la Grissin Bon (a proposito, Greta Thunberg ha fatto sapere che la sua prossima campagna sarà volta ad abolire gli sponsor dai nomi delle squadre) dura solo quattro partite. A inizio novembre, infatti, viene fermato da una lussazione a un dito del piede. Prognosi: cinque settimane. Butterfield saluta i compagni e vola negli Stati Uniti per dei controlli medici, ma da quel momento… sparisce. Per circa un mese, la società prova a rintracciarlo in ogni modo; gli telefona, scrive ai parenti, mette la sua foto sul cartone del latte, ma niente. Quando Enrico Ruggeri è ormai pronto per un’edizione straordinaria di Mistero su Italia Uno, arriva il colpo di scena; Butterfield annuncia di voler rescindere il contratto. La motivazione si apprende solo qualche giorno più tardi, quando il ragazzo pubblica un leggendario post su Instagram. La foto ritrae lui e la compagna in una posa da Congresso sulla Famiglia, e la didascalia si può riassumere così: “Finalmente, il sogno della mia vita si avvera. Sono orgoglioso di essere diventato un agente immobiliare! Anzi, se conoscete qualcuno che vuole vendere o comprare casa, contattatemi!”. Con buona pace della Pallacanestro Reggiana (e della pallacanestro in generale), Spencer appende così le scarpe al chiodo per dedicarsi alla sua nuova, impronosticabile avventura. Oggi, dopo un difficile periodo di apprendistato, sembra che la seconda carriera di Butterfield stia finalmente prendendo piede.

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Posizione numero 3: Royce White

Royce White all'inizio (ma anche alla fine) della sua carriera NBA
Royce White all’inizio (ma anche alla fine) della sua carriera NBA

L’assurda storia di Royce White, che di recente si è arricchita di nuovi, intriganti capitoli, ha certamente dei risvolti molto delicati, visti i problemi del ragazzo. Guardandola dalla mera prospettiva cestistica, però, è la definitiva dimostrazione di come il draft NBA nasconda innumerevoli insidie.
White, nato e cresciuto a Minneapolis, è un giocatore di enorme talento, ma dalla personalità alquanto complicata. I due aspetti finiscono per collidere pesantemente nel 2009, quando inizia la sua carriera collegiale. Reclutato da University of Minnesota, non gioca nemmeno una partita per i Golden Gophers. A metà ottobre, infatti, viene sorpreso a taccheggiare in un negozio di abbigliamento; per tutta risposta, Royce aggredisce la guardia, beccandosi una denuncia e una sospensione a tempo indeterminato dalle attività sportive. Lontano dal parquet ne combina di tutti i colori; nonostante abbia un buon rendimento scolastico e sia un grande appassionato di musica, non riesce proprio a star lontano dal crimine. Sebbene alcuni tentativi siano piuttosto maldestri, la sua fedina penale, al primo anno di college, è già di altissimo livello. Accusato, tra le altre cose, di furto di computer e ripetute violazioni di domicilio, White viene allontanato dall’ateneo. Passa così a Iowa State, alla corte di quel Fred Hoiberg che aveva conosciuto nel Minnesota. Salta la prima stagione per problemi di transfer, ma nel 2011/12 scende finalmente in campo. Ed è subito dominante; guida i Cyclones per punti, rimbalzi, assist, recuperi e stoppate. La squadra partecipa al torneo NCAA, ma viene eliminata al secondo round dai Kentucky Wildcats di Anthony Davis, futuri campioni. White è ormai da tempo nei radar NBA, ma durante la stagione gli viene diagnosticato un “disturbo d’ansia generalizzato”, che ne abbassa nettamente le quotazioni. Viene selezionato con la sedicesima scelta assoluta al draft 2012 dagli Houston Rockets, che impiegheranno ben poco a capire chi si sono portati in casa.

Royce è mosso da nobilissime cause, ma pianta fin da subito una serie di colossali grane che lo rendono presto inviso alla dirigenza. Quando inizia il training camp, lui non si presenta. Richiede ufficialmente un incontro con i vertici dei Rockets e della NBA stessa, nel quale discutere delle politiche sulla salute mentale. L’appello viene ascoltato, ma ogni tentativo viene ritenuto insufficiente dal giocatore, che si rifiuta persino di unirsi ai Rio Grande Valley Vipers, affiliata D-League dei Rockets. Nel frattempo, chiede e ottiene il permesso per andare in trasferta in pullman, invece che in aereo. Volare gli provoca ansia e i farmaci ne limiterebbero le prestazioni e gli causerebbero dipendenza. Il front-office è sempre più disorientato e a gennaio, senza aver disputato nemmeno una singola partita, White viene sospeso per inadempienza contrattuale. A febbraio, la matassa sembra sbrogliarsi, e finalmente Royce debutta con i Vipers. La tregua dura pochissimo; poco più di un mese dopo, d’accordo con il suo medico, White dichiara di non voler più giocare in D-League. Disputa altre sei gare (tutte in casa), poi dà definitivamente forfait per i playoff, a suo dire “eccessivamente stressanti”. Per i Rockets è decisamente troppo. A fine stagione, Royce viene spedito ai Philadelphia 76ers.
In Pennsylvania, l‘epopea continua. White si presenta al media day carico di buone intenzioni ma, sull’aereo che porta in Spagna (dove i Sixers svolgeranno un tour di preparazione), lui non c’è. Il giorno prima dell’inizio della stagione 2013/14, viene tagliato. Quando tutto sembra perduto, ecco l’inattesa svolta; nel marzo 2014, i Sacramento Kings (che hanno sempre posto per i ‘casi umani’) lo ingaggiano con due contratti da dieci giorni. In quel periodo, Royce fa in tempo a debuttare in NBA, anche se i suoi numeri non sono proprio quelli di Wilt Chamberlain. In tre apparizioni, totalizza 8 minuti e 54 secondi, ‘impreziositi’ da un triste ‘0’ in tutte le colonne statistiche, ad eccezione di un epico tiro tentato nei 49 secondi di garbage time contro i Milwaukee Bucks. La sua carriera NBA si conclude così, ma di certo non la sua bizzarra storia.

White sparisce dai radar per due anni e mezzo, con la notabile eccezione di una Summer League disputata nel 2015 con i Los Angeles Clippers. Quella stessa estate si accorda per entrare a far parte dell’AmeriLeague, nascente lega minore con sede a Las Vegas, ma anche questa vicenda sfocia presto nel paradossale; si scopre infatti che il fondatore della lega, tale Cerruti Brown, altri non è che Glendon Alexander, ex-promessa liceale con numerose condanne a carico per truffa. Il novello Frank Abagnale, la cui storia meriterebbe un film, ha lasciato per strada una scia infinita di debiti, così la nuova lega non vede nemmeno la luce.
Nel dicembre 2016, White firma con i London Ligthning, franchigia della massima serie canadese (sì, esiste una London nell’Ontario e sì, è bagnata dal fiume Tamigi – entrambi frutti della megalomania coloniale britannica). Improvvisamente, la ‘bestia’ che è in lui si risveglia. Il primo anno, Royce viene eletto MVP stagionale e trascina i Lightning al titolo, con una prova da 34 punti, 15 rimbalzi e 9 assist nella decisiva gara-6 delle Finals, mentre nella stagione successiva è il miglior realizzatore della NBLC. Ad aprile, però, aggredisce un ufficiale di gara. L’episodio gli costa undici partite di squalifica e, allo stesso tempo, decreta la fine della sua avventura canadese.

La sua (molto) breve ma (molto) intensa carriera cestistica è ormai al capolinea, ma c’è ancora tempo per un degno epilogo. Il 12 luglio 2018, chiamato da Larry Brown, firma per l’Auxilium Torino. L’eccitazione, all’ombra della Mole, è palpabile; peccato che White non sbarcherà mai in Italia. Il 23 agosto, dopo continui ed esasperati solleciti, la società decide di annullare il contratto.
Ancora una volta, dell’ex-promessa NBA si perdono le tracce. Lo scorso febbraio, però, il nostro eroe ricompare, per regalarci gli ultimi, spettacolari colpi di teatro. Prima annuncia il suo futuro approdo nella BIG3, come Mario Chalmers, poi dichiara di volersi cimentare con le arti marziali miste, sulle orme tracciate dal mai dimenticato Darko Milicic con la boxe. Le sue argomentazioni non fanno una piega: “Sono uno dei miglior atleti al mondo. Le mie doti si possono sfruttare perfettamente nella UFC”. Pubblica anche un libro, intitolato MMA x NBA: una critica allo sport moderno in America e, notizia di questi giorni, la sua conversione in fighter verrà raccontata in un film, di cui è già disponibile il trailer.

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Posizione numero 2: Chris Douglas-Roberts

Una volta, quest'uomo era un giocatore NBA
Una volta, quest’uomo era un giocatore NBA

C’è chi lascia il basket per diventare un agente immobiliare e chi per menare le mani, poi c’è lui. Chris Douglas-Roberts è stato un giocatore NBA; sei stagioni nella lega, di cui tre oneste ai New Jersey Nets (2008-2010) e ai Milwaukee Bucks (2010/11) e tre dimenticabili tra Mavericks, Bobcats (brivido!) e Clippers. Ma la sua carriera sui parquet americani viene completamente eclissata da due interviste, rilasciate nel corso degli anni, che lo proiettano di diritto nella Hall Of Fame di questa rubrica.

La prima risale al 2012, quando CDR cercava invano un posto nel roster dei Los Angeles Lakers. La stagione precedente l’aveva trascorsa a Bologna, con la maglia della Virtus. Un’esperienza che il Genio descrive così: “Io e la mia compagna non sapevamo a cosa andavamo incontro. Condizioni di vita non buone, casa piccola e nessuno che parlasse inglese. L’acqua calda è arrivata solo nella nostra ultima settimana, e per fare il bagno alla nostra piccola Ze Alexandria dovevamo prendere l’acqua dalla cucina. C’erano viaggi di sei ore da fare in pullman senza mangiare, e dormivamo in stanze da due letti: per uno alto come è me non è mica facile… Nello spogliatoio si parlava di ragazze, ed era divertente ascoltare le stesse storie che si ascoltano ovunque, in un inglese semplice ma comprensibile. Poi si mangiava pasta tutti i giorni, là è così, pasta con pollo alla griglia. Io chiedevo la salsa Alfredo, la salsa bianca, e mi guardavano come se fossi pazzo. Peppe Poeta mi ha spiegato che la pasta americana è un po’ come il rap finlandese: non è quella vera. Poi la musica… Ascoltano rap normale e non il gangsta rap, vogliono che nelle radio ci siano Alicia Keys e Jay-Z, non ci sono mix come Meek Mill, perché non lo ascoltano.”

La seconda intervista è del febbraio 2019 (lo stesso, indelebile periodo in cui Royce White annunciava la nuova carriera nel puggilismo). Nello sgomento generale, Chris comunica che la sua nuova identità è “Supreme Bey”, spiegando questa svolta con delle massime da incidere nella pietra: “Supreme è il mio vero io. Chris Douglas-Roberts era solo chi ero fino a quando non ho scoperto me stesso. Ora, questa è la mia anima che parla. Sono un essere di luce, amore e conoscenza. Prima ero solo un corpo e una voce. Siamo anime. Questo corpo è solo una nave che usiamo per questo tempo su questo pianeta. Il mio scopo principale nella vita è di migliorare l’umanità. Non sono un supereroe, ma in un certo senso lo sono. Mi sento come Capitan Planet a volte. Sono il capo della mia vita. Gestisco la mia vita come voglio. Non sono più solo un giocatore di basket. Il mio scopo è più grande delle cose. Con il basket, mi sentivo come se fossi stato confinato, alcune volte intrappolato. Non puoi fare e dire certe cose. Non volevo che la mia vita fosse così. Sono uno spirito libero. Non voglio che qualcuno mi gestisca.”

Serve aggiungere altro?

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Posizione numero 1: Don Nelson e la ‘vida loca’ NBA

Dietro a quell'espressione stonata si nasconde l'allenatore più vincente della storia NBA
Dietro a quell’espressione stonata si nasconde l’allenatore più vincente della storia NBA

Prese singolarmente, le psichedeliche esternazioni di Douglas-Roberts potrebbero essere semplicemente considerate come deliri occasionali. Negli ultimi mesi, sono però saliti alle cronache diversi casi che portano a pensare che stia succedendo qualcosa di più grande. Dimentichiamoci della NBA ‘politically correct’, quella pensata per le famiglie e ricca di modelli positivi; un’ondata di ribellione sta attraversando gli Stati Uniti, cercando di spianare il terreno per una nuova era all’insegna della trasgressione.

Prendiamo Alvin Gentry, ad esempio. Al termine della partita del 4 marzo, vinta dai suoi New Orleans Pelicans sul campo degli Utah Jazz, l’allenatore inizia a biascicare qualcosa ai giornalisti a proposito del pick’n’roll avversario. Dopo essersi interrotto per un fugace ruttino, Gentry ridacchia: “Scusate, mi sono fatto un paio di birre!”. Il suo collega dei Los Angeles Clippers, Doc Rivers, vuole invece raccontare un curioso episodio, avvenuto a poche ore dall’inizio di gara-2 contro i Golden State Warriors: “Vorrei fare un saluto al tizio di San Francisco che ho incontrato in un angolo, mentre camminavo per strada. Mentre prendevo il telefono, dalla tasca mi sono caduti duemila dollari. Io non mi sono accorto e ho continuato a camminare. Il tizio mi ha bussato alla spalla e mi ha detto: ‘Hey, questi sono i tuoi soldi!’. Non conosco tanti altri posti in cui sarebbe successo. Chiunque egli fosse, avrebbe avuto dei biglietti omaggio se non fosse corso via!”. Perché Rivers girava con duemila dollari in tasca per le strade di San Francisco? E chi ha introdotto gli alcolici nello spogliatoio dei Pelicans?
Quando sembra che questi interrogativi siano destinati a rimanere tali, gli inquirenti iniziano a collegare i due eventi con un’altra pista, quella delle droghe leggere. A fine marzo Kwame Brown, una delle peggiori prime scelte assolute nella storia del draft NBA, viene arrestato per possesso illegale di erba e prodotti commestibili alla marijuana. Qualche settimana prima, Rajon Rondo era rientrato dalla pausa per l’All-Star Game con dei dolori alla schiena. La sua giustificazione? “Penso di aver dormito su un letto scomodo in Giamaica”. Passati alcuni giorni, il mitico Rajone si fa notare per un altro episodio bizzarro: richiamato in panchina da coach Luke Walton, invece che accomodarsi di fianco ai compagni si piazza su uno sgabello della prima fila, guardando l’ultimo minuto tra il pubblico, con l’espressione facciale di Enzo Salvi quando enuncia il suo celebre “Mamma mia, comme sdoo…”.

Esaminando le immagini, a uno degli investigatori viene un’improvvisa intuizione: “E se dietro a tutto questo ci fosse… Nellie?”. ‘Nellie’ è il soprannome di Don Nelson, ovverosia l’allenatore ad aver vinto più partite nella storia NBA. Dopo aver rivoluzionato la pallacanestro, alla guida di Milwaukee Bucks, Golden State Warriors e Dallas Mavericks, Nelson si gode la pensione. Dimenticatevi delle bestemmie a briscola o delle valutazioni ai cantieri; stando alle parole del figlio Donnie, “Papà è felice. Vive a Maui, nelle Hawaii, dove sorseggia Mai Tai e osserva il tramonto e le balene.”. Nel ‘magico’ febbraio 2019, però, il vecchio Nellie aggiunge dell’altro, dai microfoni della Oracle Arena: Cosa faccio in pensione? Fumo Marijuana! Non mio mai fumato quando ero giocatore o allenatore. E’ una cosa nuova per me. Comunque, fumo marijuana e mi godo la vita. Ora che è legale, me la godo!”.
Per fugare ogni sospetto, gli inquirenti recuperano le registrazioni di alcune telecamere poste in prossimità della casa vacanze di Rondo, nel nord della Giamaica. In uno di questi filmati, viene effettivamente documentato l’incontro tra un entusiasta Rajone e Nelson, come sempre foriero di buone notizie. Immagini che rappresentano una prova inconfutabile del ruolo attivo di Nellie in questa improvvisa svolta ‘lisergica’ della NBA, e che fanno salire alle stelle la curiosità per i prossimi sviluppi della saga. Una volta recuperati i reperti che inchiodano Kwame, Rivers e Gentry, potremmo trovarci di fronte a qualcosa di veramente… Epico.

#alcoldrogaepicknroll #sesemopreseabbira #isoldichegliesconodalletasche #kwamebrownies #lagiamaicaèbellamasidormemale #constococktailvedilebalene #ioconimieisociabbiamogliocchibordeaux #unpushernonèmaiinritardo #minchiatispaccaleginocchiaametà

 

Garbage Time, l’altra NBA – Episodio #1

Garbage Time, l’altra NBA – Episodio #1

In questo preciso istante siete testimoni della storia, quella con la “s” minuscola. Ciò che avete davanti agli occhi è la prima edizione della rubrica meno necessaria di tutti i tempi: Garbage Time! Tra queste righe si tratteranno argomenti che nessun altro spazio web italiano a tema NBA tratterà mai (con validissimi motivi per non farlo). Con cadenza non settimanale, non mensile, non olimpica, ma rigorosamente ferrettiana, racconteremo l’altra NBA, quella che verrà presto (e fortunatamente) dimenticata. Nella nostra top ten troverete cadute di stile (o cadute e basta, ma forse questo è uno spoiler…), figure barbine, polemiche sterili e idiozie di vario genere, sempre con la bandiera del cazzeggio a sventolare fiera sul pennone. Qualora il vostro disagio esistenziale fosse talmente elevato dal farvi apprezzare questa rubrica, scrivete il vostro IBAN nei commenti. O magari aprite un gustoso dibattito su quale sia la GOAT tra le rubriche NBA, se questa, quella di Jordan, quella di LeBron o quella di Doncic. Qualora doveste invece considerarla un insulto all’umana decenza, non esitate a esternarlo, dando sfogo alle vostre volgarità più fantasiose. Ma soprattutto, qualora aveste delle segnalazioni per i prossimi episodi, trovate il modo di recapitarcele, magari scrivendole nei commenti. Adesso però basta con i preamboli, che si è fatta una certa… Partiamo subito!

P.S. Per comprendere a fondo l’altissimo significato degli snodi narrativi di questa rubrica è INDISPENSABILE cliccare su tutti i link che compariranno (sono quelli scritti in blu, per i neofiti dell’Internet), inclusi quelli che vi proporranno di aumentare le dimensioni di organi vari.

Disclaimer: parte dei demeriti per questa robaccia va attribuita a quelli della Kliq, che oggi saranno come minimo padri, se non addirittura madri di famiglia, per cui staranno tentando invano di insabbiare il loro passato inglorioso.

 

Posizione numero 10: L’app per allacciarsi le scarpe

Jayson Tatum con le scarpe che si allacciano da sole
Jayson Tatum con le scarpe che si allacciano da sole

Avete presente quando i vostri nonni, per sottolineare l’inettitudine delle nuove generazioni, le apostrofavano dicendo (nel dialetto che più vi è vicino): “Quelli lì non sono neanche buoni ad allacciarsi le scarpe”? Bene, oggi tale abilità non è più indispensabile. Certo, una volta ce la potevamo cavare con gli strappi ma, superati gli otto anni, le Bull Boys cominciavano a star strette. Nel 2019, però, anche gli adulti possono tirare un sospiro di sollievo: sono arrivate le Nike Adapt, ovvero le scarpe da basket che si allacciano con un’app! Perché perdere preziosi secondi di riscaldamento per stringere dei lacci (rischiando poi che il J.R. Smith di turno ti giochi un brutto scherzetto), quando bastano 750 trascurabili euro e uno smartphone (ATTENZIONE: smartphone non incluso nella confezione)?
Inutile specificare che l’idea è stata accolta con grande entusiasmo negli ambienti NBA. I Dallas Mavericks hanno già ordinato uno stock di Nike Adapt per Dirk Nowitzki: qualsiasi cosa, per evitare infortuni che ne comprometterebbero gli ultimi mesi di carriera. I Los Angeles Lakers, che arrivano sempre prima degli altri, avevano commissionato all’azienda di Portland un’app simile, in grado di far indossare a Michael Beasley i pantaloncini giusti al momento giusto. Dato che la messa a punto ha richiesto più tempo del previsto, Beasley è stato ceduto ai Clippers. La Nike ha saputo rifarsi con gli interessi, proponendo l’applicazione che cambia in un secondo il nome sulle maglie. Pare che, alla notizia, LeBron James abbia urlato, in lacrime: “New Orleans, this is for you!”.

#noncisonopiùigiovanidiunavolta #nonchosbatti #glischerzettidijr #scarpedimerdadadonnachecostanomilionialluomo

 

Posizione numero 9: L’infortunio di John Wall

John Wall e Andrew Bynum, diversi ma uniti dalla scarsa attenzione domestica
John Wall e Andrew Bynum, diversi ma uniti dalla scarsa attenzione domestica

Davvero una situazione complicata per gli Washington Wizards: anni persi ad aspettare che la squadra diventi una contender, ed ecco che il tuo uomo-franchigia, per due stagioni consecutive, viene fermato da un infortunio. Se nel 2017/18 John Wall se l’era cavata con due mesi di stop, stavolta il quadro è ben peggiore: se ne riparlerà nel 2020. Una notizia terribile per qualsiasi appassionato NBA, che non può che augurare al ragazzo una pronta guarigione, e ancor più drammatica per gli Wizards che, da qui al 2023, dovranno bonificare al giocatore la bellezza di 170 milioni di dollari. Ciò che è passato un po’ sottotraccia, però, sono le modalità con cui Wall ha aggravato le sue condizioni cliniche. Fermo dal 29 dicembre per un’operazione al tallone sinistro, un malaugurato giorno di fine gennaio è scivolato in casa, franando proprio su quel tallone.

Una carriera messa a forte rischio da un incidente domestico non è purtroppo una novità, nella storia NBA. Il precedente più illustre riguarda Larry Bird, che un’estate si rovinò letteralmente la schiena mentre lavorava nei campi della sua amata French Lick, nell’Indiana. Ma il caso più eclatante è senza dubbio quello con protagonista Andrew Bynum, che merita un piccolo approfondimento. Nell’estate del 2012, Bynum è coinvolto nella trade che porta Dwight Howard ai Los Angeles Lakers, Andre Iguodala ai Denver Nuggets e lo stesso Bynum ai Philadelphia 76ers. All’epoca ha appena disputato il suo primo (e ultimo) All-Star Game, e i Sixers lo accolgono come la stella che li farà uscire dalla mediocrità. Peccato per le giunture fragili, che destano non poche preoccupazioni alla dirigenza. Per prepararsi al meglio alla nuova stagione, il nostro decide di distruggersi definitivamente il ginocchio sinistro… giocando a bowling!
Una volta smesso di ridere, i medici si rendono conto che la situazione è più grave del previsto. Bynum passa i mesi successivi a farsi crescere i capelli in modo imbarazzante e a rilasciare dichiarazioni del tipo: “Tranquilli, che settimana prossima rientro!”, oppure: “Voi iniziate a giocare, che quando torno io gli facciamo il mazzo!”. Col passare dei mesi, il messaggio cambia: “Rientrerò quando sarò al 100%”, “Rientrerò quando riuscirò a schiacciare saltando da metà campo”, per finire con: “Mi sa che quest’anno non rientro proprio… A regà, è andata così… Divertitevi!”. Al termine della stagione, il suo contratto da oltre 16 milioni di dollari scade, e il re dei birilli non esita a trovarsi una nuova squadra (la sciagurata Cleveland di quegli anni). Facile immaginare che quella da bowling non sia stata l’unica palla a girare vorticosamente, a Philadelphia…

#mettilidapartechenonsisamai #sistameglioquandosilavora #questononèilvietnamèilbowling #staiperentrareinunavalledilacrime

 

Posizione numero 8: L’inserimento di Marc Gasol

Marc Gasol mentre riflette sugli errori commessi in gioventù
Marc Gasol mentre riflette sugli errori commessi in gioventù

I Toronto Raptors hanno fatto all-in. La partenza verso ovest di LeBron James era un’occasione troppo ghiotta per non tentare subito l’approdo alle NBA Finals, così Masai Ujiri (che ritroveremo tra poco) e soci hanno puntato tutto su due giocatori in particolare: Kawhi Leonard e Marc Gasol. Il primo è arrivato la scorsa estate, mentre il centro catalano è stato uno dei grandi colpi della recente trade deadline. Un grande innesto per coach Nick Nurse, sia in termini di talento, che di leadership. Peccato che, come si suol dire, non esistano piani perfetti. La dirigenza e lo staff tecnico hanno curato ogni minimo dettaglio per facilitare l’inserimento di Gasol nella nuova realtà, ma si sono dimenticati di un particolare fondamentale: istruirlo sul rituale prepartita.
Alla prima gara casalinga, la presentazione dei beniamini canadesi fila via liscia, finché lo speaker non annuncia l’ingresso di Kyle Lowry. Mentre il resto della squadra si esibisce in un’elaborata coreografia, consumando in trenta secondi le stesse energie che spenderà nell’intero primo quarto, il buon Marc rimane piantato come un frassino, nell’imbarazzo generale. Al termine dell’incontro, Gasol chiede lumi a Leonard, il quale rompe un silenzio che perdurava dal primo gennaio (quando aveva risposto “grazie” a una poesia di buon anno dedicatagli da Pascal Siakam) per lanciarsi in un lungo sfogo: “Io di queste pagliacciate non ne voglio sapere”, “Mi presentano per ultimo mica per niente”, “L’ultimo che l’ha proposto a Popovich è finito in un pilone della A3”, “Io pensavo che Toronto fosse in Puglia”. Ormai in preda allo sconforto, Marc decide di rivolgersi a Sergio Scariolo, già suo allenatore nella nazionale spagnola e ora assistente di Nurse in Canada. Dopo averlo invitato nella sua stanza, il sempre affidabile coach non esita a spiegargli per filo e per segno la misteriosa procedura.

#paesechevaiusanzechetrovi #vieniaballareincanada #torontella #dancingwiththeallstars #unapplausoalucatommassini #aiwendesendyraiselloww

 

Posizione numero 7: Il contrattone di Brunone

Bruno Caboclo, l'uomo a cui Kevin Durant ha copiato le mosse. O forse no...
Bruno Caboclo, l’uomo a cui Kevin Durant ha copiato le mosse. O forse no…

Si sa, il draft non è una scienza esatta. Può capitare che Anthony Bennett venga selezionato per primo, salvo poi trovarsi senza fissa dimora (cestisticamente parlando) nel giro di un paio di stagioni, oppure che Ben Wallace venga scartato da tutti i general manager e persino dai dirigenti della Viola Reggio Calabria, per poi decidere una finale NBA e vedere la sua maglia appesa al soffitto di un’arena. Valutare i margini di crescita di un giocatore è difficile, soprattutto quando si tratta di ragazzini acerbi e provenienti da realtà lontanissime da quelle dei college americani.
Nel 2013, l’anno di Bennett, i Milwaukee Bucks selezionano con la quindicesima chiamata un certo Giannis Antetokounmpo, ex-venditore ambulante di origine nigeriana proveniente dal Filathlitikos, squadra di seconda divisione greca. La sua stagione da rookie non è trascendentale (6.8 punti e 4.4 rimbalzi in 24.6 minuti di media), ma fa comunque intravedere che il ragazzo ha del potenziale. Incoraggiati dall’esito dell’esperimento, i Toronto Raptors decidono di percorrere la stessa strada. Arrivati alla ventesima scelta del draft 2014, il debuttante commissioner Adam Silver chiama tale Bruno Caboclo, diciannovenne brasiliano reduce da una stagione con l’Esporte Clube Pinheiros.
La perplessità è visibile sul volto dei dirigenti canadesi, ma il general manager, Masai Ujiri, si sta già sfregando le mani: “Ma che ne sanno ‘sti zozzoni… Questo è il Kevin Durant brasiliano!”. Per la cronaca, nel 2014 il Kevin Durant americano è l’MVP della lega, ma è facile immaginarlo terrorizzato a morte all’idea che il nuovo fenomeno paulista possa insidiarne la supremazia.

Mentre Ujiri si ostina a predicare pazienza (“Tranquilli, questo qui nel giro di due anni è All-NBA”) il tempo scorre, e i progressi di Caboclo continuano a rimanere nascosti a noi ignoranti. Il commentatore Fran Fraschilla conia per lui una definizione impeccabile: “è a due anni di distanza dall’essere a due anni di distanza”. A distanza di due anni da quel draft, Brunone ha passato gran parte del tempo in G-League. Altri due anni, e Toronto decide di tirare lo sciacq…ehm, di gettare la spugna. Lo spedisce ai Sacramento Kings con una trade che sembra destinata a spostare gli equilibri della lega: al suo posto arriva Malachi Richardson. 10 partite e 10 minuti di media in California, quindi altra G-League, poi un tentativo al training camp di Houston, ma niente, il sogno sembra sfumato per sempre.
Quando il suo futuro sembra inevitabilmente il baretto, ecco arrivare la grande occasione; i Memphis Grizzlies, nel disperato tentativo di imporsi come peggiore squadra della lega, offrono al brasileiro un contratto di dieci giorni, a cui ne segue un altro. Brunone strabilia il pubblico con prestazioni da MVP: 6.1 punti e 3.2 rimbalzi in dieci partite. Memphis non riesce a trattenersi, e lo premia con un contrattone: 2.4 milioni di dollari fino a giugno 2020! A casa Caboclo è subito festa, mentre Chris Wallace, GM dei Grizzlies, se la ghigna soddisfatto: “Vediamo chi riderà, adesso!”.

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Posizione numero 6: Nik Stauskas, Wade Baldwin & Danuel House

Dopo l'ennesimo trasferimento, Nik Stauskas ha optato per un part-time da McDonald's
Dopo l’ennesimo trasferimento, Nik Stauskas ha optato per un part-time da McDonald’s

Quando non sei una star di prima grandezza, e nemmeno un inamovibile elemento da quintetto, la vita da giocatore NBA può essere particolarmente avventurosa. Per conferma, chiedere alla coppia formata da Nik Stauskas e Wade Baldwin IV. Il 3 febbraio 2019 i due si trovano a Portland, Oregon, in quanto membri del roster dei Trail Blazers. Quello stesso giorno, uno scambio con i Cavaliers li porta a Cleveland, a quasi quattromila chilometri di distanza. Una trade come le altre, che non fa certo notizia in NBA. Tre giorni più tardi, però, eccoli di nuovo con la valigia in mano, stavolta in direzione Houston, duemila chilometri a sudovest. Nemmeno il tempo di sognare gli assist di Chris Paul e James Harden che, qualche ora dopo, squilla di nuovo il telefono: “tutti a Indianapolis, i Rockets vi hanno ceduto ai Pacers!”. Stavolta il tragitto è breve, ‘solo’ milleseicento chilometri. Peccato che, mentre la strana coppia sta ancora recuperando i cappotti pesanti dall’armadio, arriva la notizia che Indiana li ha appena tagliati entrambi. A questo punto, purtroppo, le strade dei due si separano. Wade torna mestamente a casa, aspettando la prossima occasione, mentre Nik… Viene richiamato dai Cavs! Un vero peccato, perché nei quasi ottomila chilometri percorsi on the road in appena quattro giorni, tra i due si era creata una profonda amicizia.

Bizzarra anche la vicenda che ha coinvolto Danuel House. In questo caso, il giocatore non si è mai mosso dal suo amato Texas (del resto, con quel cognome… Ok, scusate), ma ad aggravare la situazione c’è indubbiamente il suo nome di battesimo (perché Daniel e Manuel erano troppo mainstream, effettivamente), che gli avrà creato non pochi grattacapi in gioventù. Nato a Houston, cresciuto a Houston, studente-giocatore a Houston, House corona il sogno dei suoi parenti trovando lavoro…a Houston, dopo un biennio non indimenticabile passato tra Washington e Phoenix. I Rockets lo chiamano in prima squadra dopo che una tragica serie di infortuni aveva indotto Mike D’Antoni a prendere in seria considerazione un rientro in campo, con tanto di incarico a Dan Peterson come head coach. Danuel si fa trovare pronto, ritagliandosi un ruolo importante nelle rotazioni. Dopo appena cinque partite, però, la doccia fredda: i Rockets lo hanno tagliato! La delusione del povero (soprattutto per il nome) Danuel dura solo quarantotto ore, fin quando il general manager Daryl Morey lo ricontatta: “Ciao Manuel, hai presente la storia del taglio? Dai, era uno scherzo! Me l’ha suggerito P.J. Tucker, lo sai che si diverte con poco… Ti facciamo un two-way-contract, ok?”. House non batte ciglio e torna in campo a darci dentro come un matto. Dopo una serie di tre incontri, tra l’11 e il 14 gennaio, chiusi a oltre 14 punti di media, è lui a chiamare Morey: “We, Derrick! Hai presente la storia del two-way-contract? Beh, è scaduto! Adesso voglio il grano vero, altrimenti non mi alzo nemmeno dal letto”. Morey però non si scompone: “Dai, Daniel, facciamo un triennale al minimo salariale e siamo a posto così”. “Va bè, gioia, ho capito, tenetevi pure il tedesco, come si chiama… Frankenstein. Io torno a casa. Te salùdi!”. Testa alta e sguardo fiero, Danuel torna in G-League, dove ora gioca per i Rio Grande Valley Vipers. In Texas, ovviamente.

#icampionigiranosempreincoppia #dueanniluigiraperilmondo #questagiunglamistressa #danielomanueleratroppomainstream #lohoustoneseimbruttito #hartensteinjunior

 

Posizione numero 5: I nuovi italiani

LeBron James tradisce le sue indubbie origini italiane stringendo il trofeo più ambìto
LeBron James tradisce le sue indubbie origini italiane stringendo il trofeo più ambìto

A inizio stagione si è discusso della possibilità di concedere il passaporto italiano ad alcuni giocatori NBA, in particolare a Donte DiVincenzoRyan Arcidiacono e Raul Neto. Se per il rookie dei Milwaukee Bucks c’è ancora qualche speranza, per il suo ex compagno a Villanova e per il brasiliano degli Utah Jazz sembra non ci sia nulla di fattibile. La FIP, però, non si è persa d’animo e ha sguinzagliato un pool di investigatori per rintracciare altri possibili legami tra il Bel Paese e le star d’oltreoceano, in modo da poter finalmente rilanciare il nostro basket. Perché sprecare tempo ed energie per investire sullo sviluppo dei giovani, quando potresti far indossare la maglia azzurra a una stella NBA con un semplice giro di documenti?
I risultati di questa certosina ‘caccia al naturalizzabile’ sono racchiusi in un documento talmente scottante che la Federbasket ha deciso di secretarlo, affidandolo a tale Rich Paul, da sempre sinonimo di discrezione. E’ per questo che oggi siamo in grado di pubblicarlo senza remore. Dall’elaborato rapporto stilato dagli Sherlock Holmes tricolori emerge il potenziale nuovo quintetto della Nazionale italiana.

PG – Giannis Antetokounmpo. Il suo passato da venditore ambulante fa assolutamente al caso nostro. Basterà dichiarare che, durante il tragitto verso la Grecia, la sua famiglia ha lavorato un’estate sulla spiaggia di Porto Cesareo. Potrebbe sembrare cinico, ma se si vuole rilanciare il movimento non esistono scrupoli morali. E poi, vedendo giocare Antetokounmpo al posto di Brian Sacchetti, nessuno avrebbe più da obiettare sullo ius soli.

SG – Kyrie Irving. La scorsa estate è stato reso noto che la madre aveva origini Sioux, ma qualcuno ha indagato sul ramo paterno della famiglia? Con il giusto incentivo, si potrebbe convincere Irving a travestirsi da Uncle Drew e riprenderlo mentre valuta le operazioni in un cantiere di Fiuggi. D’altronde, gli americani hanno sempre uno zio di Frosinone. Kyrie avrebbe anche un futuro assicurato fuori dal parquet: le dichiarazioni sul terrapiattismo fanno di lui il perfetto leader di qualche movimento complottista, stile No Vax.

SF – Carmelo Anthony. Con un nome del genere, non può ingannare nessuno. Se aggiungiamo che ha fatto il college a Syracuse, affibbiargli un’imprecisata discendenza sicula sarà piuttosto semplice. Inoltre, le sue recenti esperienze a Oklahoma City e Houston lo rendono un perfetto capro espiatorio. E in Italia c’è sempre bisogno di un capro espiatorio.

PF – LeBron James. Il fatto che abbia sempre dichiarato di non sapere chi sia suo padre gioca indiscutibilmente a nostro favore. Chi potrà mai obiettare, quando la paternità sarà rivendicata da… Gianni Petrucci? Per l’Italbasket, questo ed altro… Oltretutto, LeBron giocherebbe a Est; dopo Pavlovic, Dellavedova e Mozgov, portare in finale Filloy e Biligha sarebbe una passeggiata di salute.

C – DeMarcus Cousins. Modificare i documenti trasformandolo in Marco Cusin sarebbe un gioco da ragazzi; siamo pur sempre il Paese che ha inventato i dischi orari rotanti, dannazione! Se qualcuno dovesse asserire che Marco Cusin non ha mai fatto triple-doppie da 55 punti, 20 rimbalzi e 15 assist, potremmo tranquillamente rispondere che lo spirito patriottico migliora sempre le prestazioni dei singoli in Nazionale. O forse no, bisogna studiarne un’altra…

PRINCIPALI RISERVE – Rudy Gay e Kevin Love. Risalire a fantomatiche parentele sarebbe leggermente più complicato (anche se magari lo zio di Love, Mike, fondatore dei Beach Boys, ha avuto qualche relazione con groupie nostrane), ma schierarli contemporaneamente nella second unit rappresenterebbe senz’altro un forte messaggio a sostegno dei diritti civili. L’importante sarebbe non scadere nella volgarità, come già successo in altri Paesi.

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Posizione numero 4: Dell Demps e il caso Davis – Lakers

Dell Demps mentre escogita la prossima burla ai danni di Magic Johnson
Dell Demps mentre escogita la prossima burla ai danni di Magic Johnson

La vicenda Anthony Davis – Los Angeles Lakers, principale oggetto di dibattito nelle scorse settimane, ha più volte oltrepassato i confini del grottesco. Tutto era cominciato con l’invito a cena di LeBron James a Davis, al termine della sfida tra Lakers e Pelicans del 22 dicembre scorso, che aveva fatto seguito alle sviolinate del numero 23 gialloviola su quanto sarebbe bello giocare insieme al numero 23 blu-bianco-rosso-viola-giallo-verde (ma quali sono i colori sociali dei Pelicans??). Interrogato a riguardo, Davis aveva risposto alquanto stizzito: “Ma cosa vi salta in mente? Io a New Orleans sto benissimo! Il carnevale è una figata, si mangia da Dio, sono comodo coi mezzi, ho gli alligatori in piscina che aspettano un cucciolo… Da qui non mi muovo! Anzi, ci chiudo la carriera, in Louisiana!”.
Un mese dopo, però, la farsa viene smascherata. Il Monociglio si confida con il suo agente, Rich Paul, citando una nota band della scena underground di Chicago“Sai, Rich, la Louisiana è bella e tutto quanto, ma alla lunga rompe i coglioni. E poi i Pelicans fanno proprio cagare… Come facciamo a levarci dalle palle al più presto?”. Commosso dalla dialettica del suo assistito, Paul decide di affidarne le ‘segrete’ volontà ad Adrian Wojnarowski, giornalista e ‘re del mercato’ made in USA. Dopo qualche ora, la notizia diventa di dominio pubblico. E’ qui che entra in gioco Dell Demps, general manager dei Pelicans. Ed è qui che la vicenda raggiunge il suo apice di teatralità.

La seconda parte di questo inedito spettacolo ruota attorno a un dettaglio tutto sommato rilevante: Paul non è solo l’agente di Davis, ma anche quello di LeBron James. I soliti malpensanti, tra cui Demps, traggono subito conclusioni affrettate: “Ma non è che forse quei tre si sono messi d’accordo?”. Solo infamanti supposizioni, ovviamente. Il fatto che le due squadre siano in un momento imbarazzante, che i due vadano a cena insieme, che abbiano lo stesso agente e che manchi una settimana alla trade deadline vi sembrano indizi sufficienti? Allora vi meritate le toghe rosse e i complotti delle sinistre!
I giorni che precedono la deadline sono intrisi di pura follia. La dirigenza dei Lakers, capitanata dal presidente Magic Johson e dal general manager Rob Pelinka, arriva ad offrire a New Orleans tutti i giovani, tre veterani, quattro prime scelte future, Luke Walton, Bill Walton e gli occhiali da sole di Jack Nicholson, ma Demps resiste stoicamente. Dopo un po’ inizia persino ad evitare le chiamate di Magic, o a liquidarlo con banali scuse quando la leggenda gialloviola si presenta direttamente al suo cospetto. Il picco dello humour si raggiunge prima con i tifosi degli Indiana Pacers che cantano a Brandon Ingram “LeBron will trade you!”, poi con l’account Twitter dei Pelicans che, il giorno della deadline, posta la foto di una clessidra. Quando il termine ultimo scade, l’affare sfuma ufficialmente.
Questa spassosa commedia degli equivoci meritava un finale degno, e infatti… I Lakers riescono a centrare comunque un gran colpo di mercato, acquistando… Mike Muscala, ma la situazione interna è alquanto tesa; lo stesso Magic è costretto a incontrare uno per uno tutti quei giocatori che aveva messo esplicitamente sul mercato, abbracciandoli forte e promettendo di credere in loro, ma solo fino a giugno. Anthony Davis resta a godersi le paludi della Louisiana e il calore del pubblico, che lo tempesta di fischi e insulti non appena lo incontra per strada. Gioca pochissimo, eppure riesce a infortunarsi a una spalla (strano, di solito è l’integrità fisica fatta giocatore NBA…), trovando così una scusa buona per sparire dalla circolazione per qualche settimana. E Demps? Licenziato, ovviamente!

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Posizione numero 3: Il tampering

Magic Johnson mentre tampera
Magic Johnson mentre tampera

Da un po’ di tempo a questa parte (o meglio: da quando Magic Johnson fa parte della dirigenza dei Lakers) c’è un nuovo tormentone che furoreggia tra le alte sfere NBA: il tampering. No, non si tratta di una rischiosa pratica sessuale, bensì di un comportamento traducibile con “reclutamento illecito di giocatori da parte di tesserati di altre fran…” va bè, dai, tampering suona meglio. Una norma piuttosto controversa ed estremamente severa, che ha fatto piovere fior di sanzioni soprattutto a livello collegiale. Spesso basta un passaggio in auto, un mazzo di fiori regalato alla nonna, addirittura che un assistente partecipi a una partitella al playground con un prospetto (tutti casi realmente accaduti, a parte forse quello della nonna), per far scattare una squalifica. Tra i professionisti, la situazione è ulteriormente sfuggita di mano, generando una vera e propria tamperingfobia. Il caso più recente ha coinvolto uno dei proprietari dei Milwaukee Bucks, multato per aver pronunciato la seguente frase: “Speriamo che atleti come Anthony Davis e altri vogliano venire a giocare per noi.”. Il leggendario motore dello Showtime, però, si è rivelato un innovatore anche in questo campo, elevando il tampering a una vera e propria arte. Nell’estate del 2017, pochi mesi dopo essere entrato in società, Magic era ospite al popolare show di Jimmy Kimmel. Quando il conduttore gli aveva chiesto di Paul George, allora in scadenza con i Thunder, il vecchio buontempone aveva dichiarato di fargli l’occhiolino ogni volta che lo incontra. E subito… Multa!
Non pago, il nostro si era ripetuto il febbraio successivo: Giannis Antetokounmpo diventerà un MVP, porterà i Bucks al titolo”… Multa! Nuovo anno, nuova prodezza, anche se stavolta nessun verbale. Pochi giorni fa, la sagomaccia se ne esce con un curioso aneddoto: Ben Simmons mi ha chiamato, vuole che io lo alleni l’estate prossima”. Ovviamente altro putiferio, con Adam Silver pronto a strapparsi i capelli, salvo poi desistere arrendendosi alla triste realtà.
Ora, la regola andrebbe sicuramente rivista, ma è stupendo immaginare Rob Pelinka e il resto dello staff dei Lakers trattenere il fiato ad ogni conferenza stampa di Magic: “Oddio, adesso spara la cazzata…”. In ogni caso, per evitare di prosciugare le casse del club, la proprietaria Jeanie Buss ha obbligato il mitico numero 32 a seguire un intensivo corso anti-tampering, in cui imparerà come reagire alle domande più provocatorie dei media. Pare che i primi test, affrontati in coppia con coach Walton, abbiano dato risultati brillanti.

#glidiaunabellamultina #iopensocheanthonydavissiaungiocatoreehmungiocatoreebasta #lenormesonotantemilionidimilioni #magiclatrottola #tivedreibeneailakers #bensimmonschechiamagente

 

Posizione numero 2: La campagna abbonamenti dei Knicks

Mitchell Robinson e Kevin Durant nella campagna abbonamenti dei Knicks. Per Michael Jordan e Wilt Chamberlain non c'era abbastanza spazio
Mitchell Robinson e Kevin Durant nella campagna abbonamenti dei Knicks. Per Michael Jordan e Wilt Chamberlain non c’era abbastanza spazio

Non dev’essere facile tifare i New York Knicks. Gli unici due titoli NBA sono arrivati nel 1970 e 1973, e da allora (eccezion fatta per le due curiose finali disputate negli Anni ’90, quando Patrick Ewing spadroneggiava sotto i tabelloni) la franchigia ha collezionato un fallimento dopo l’altro; stelle strapagate e trasformate in monnezza appena giunte a Manhattan, allenatori sbagliati, dirigenti incompetenti, fischi ai giovani scelti al draft, sparizioni immotivate (Derrick Rose), ex-giocatori arrestati sugli spalti del Madison Square Garden (Charles Oakley). Mica male, eh? Il tutto con l’aggravante di un’esposizione mediatica con pochi eguali, vista la piazza.
Con tali premesse, convincere i poveri supporters blu-arancio, anche quelli più fedeli, a rinnovare il loro abbonamento stagionale non è un’operazione semplicissima (anche perchè un season ticket al Garden non si trova in regalo con La Repubblica del venerdì). Ma è proprio nelle difficoltà che viene fuori il genio.

A poche settimane dal termine ultimo entro cui presentare le richieste di rinnovo, sul sito della franchigia compare una bella foto promozionale, raffigurante il rookie Mitchell Robinson e la superstar Kevin Durant. Niente di malizioso, se non fosse per due piccoli particolari: 1) tra i due, solo Robinson gioca nei Knicks e 2) Kevin Durant sarà quasi certamente free-agent l’estate prossima, con i newyorchesi in prima fila nel corteggiamento. I nostri amici malpensanti, ai quali la vicinanza con lo scalo milanese rende piuttosto agevoli gli spostamenti aerei, azzardano subito che dietro ci possa essere un ‘velatissimo’ messaggio subliminale“Abbonatevi, che l’anno prossimo arriva Durant!”. La risposta del club non tarda ad arrivare: “Davvero c’era la foto di Durant? Ma guarda te le sorprese che ci riserva la vita! No ma tranquilli, nessun messaggio subliminale! E’ stato un caso, era una foto tra le tante… Poteva capitare anche quella di Frank Ntilikina e Spike Lee, o quella di Charles Oakley in manette; va abbastanza a culo, diciamo”. Nel frattempo, la foto è stata prontamente rimossa.

Venuto a conoscenza dell’accaduto, Magic Johnson va su tutte le furie“Ma come, adesso arrivano quelli di New York a insegnare a noi come tamperare?! Qualcuno verrà licenziato per questo!”. Dopodiché prende il suo motoscafo e, accompagnato da un assistente, va a far visita ai responsabili della comunicazione dei Lakers, per manifestare il suo disappunto e studiare insieme a loro un modo per uscire dall’impaccio. Inizialmente la collaborazione sembra infruttuosa, ma in qualche modo il pool di grandi menti ne viene fuori. Come spesso accade, la soluzione migliore è anche quella più semplice. “Capo, qual è stato il grande colpo del nostro mercato?” chiede uno dei responsabili. “Ma chi, quer pippone de Muscala?” risponde inviperito Johnson. “No, dottore… l’altro”“Guarda, nun me parlà de Reggie Bullock, che me sale er nazismo!” sbotta Magic, tradendo le sue origini laziali. “Presidente, che numero di maglia ha preso Reggie Bullock?”“Il 35, perchè?”. “Maestro, ha presente Photoshop, quel programma che usiamo per mandare a LeBron le immagini dei vari All-Star in maglia Lakers?”. Dopo qualche secondo di collettiva riflessione, la soddisfazione è palpabile.

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Posizione numero 1: Gli haters dei punteggi

James Harden e Kevin Durant mentre rovinano la NBA
James Harden e Kevin Durant mentre rovinano la NBA

Come la luna dei Pink Floyd, anche l’esplosione dei social network ha il suo lato oscuro. Rimanendo ancorati al tema NBA, ciò è rappresentato dalla proliferazione degli haters. Difficile spiegare la natura di questa particolare specie; in poche parole, è qualcuno con tanto tempo a disposizione e perennemente insoddisfatto di ciò che lo circonda. Approfittando inopinatamente dello schermo e della tastiera a sua disposizione, ma soprattutto della consapevolezza di non poter incontrare mai di persona il personaggio pubblico di turno, l’hater scatena la sua frustrazione contro il proprio bersaglio. Un po’come succedeva nelle scuole di una volta, quando il maestro lasciava carta bianca agli alunni. Solitamente, individuare chi sarà il prossimo a finire nel mirino degli haters è piuttosto facile: si tratta di qualcuno (nel nostro caso, di un giocatore) che è riuscito a emergere, tanto da iniziare a far parlare di sé. Esauriti gli elogi, si passerà quasi automaticamente ai primi insulti e alle prime critiche.

Di norma, gli ‘odiati’ hanno grande talento, ma anche qualche peculiarità controversa che alimenterà per anni i loro detrattori. Pensiamo a LeBron James, per andare finalmente sul concreto. Agli albori dei social network, il Re veniva accusato da molti ‘leoni da tastiera’ di essere “un perdente”. Poco importava che stesse già mostrando sprazzi di onnipotenza cestistica o che avesse trascinato i Cleveland Cavaliers di Zydrunas Ilgauskas, Larry Hughes e Daniel Gibson alla finale NBA più squilibrata della storia; finché non vinci un titolo, non sei nessuno. Quando poi James ha vinto e rivinto, il rancore di questi individui si è spostato progressivamente sui vari Stephen Curry, Kevin Durant, Russell Westbrook e James Harden. Il principale capo d’accusa mosso nei loro confronti? “Stanno rovinando la NBA”. Interessanti anche le ‘argomentazioni’ a riguardo: uno “rovina la NBA” perché può segnare da dieci metri mentre balla la Macarena, l’altro perché domina due finali consecutive ma è antipatico, un altro ancora perché fa sempre tripla-doppia, l’ultimo perché segna troppi punti, invece di lasciare spazio a fenomenali compagni come Gary Clark e Vince Edwards.
Di recente, però, la fantasia degli haters ha raggiunto picchi inesplorati. A finire sulla gogna non è stato un giocatore, e nemmeno una squadra, bensì…i punteggi. In particolare, ha suscitato un’ondata di sdegno la vittoria dei Golden State Warriors sul campo dei Denver Nuggets, nell’incontro del 15 gennaio scorso. I campioni in carica si sono imposti per 142 a 111, segnando 51 punti nel solo primo quarto. “NBA ridicola!”, “Basta con questa pagliacciata!”, “Questo non è basket!”. Come in passato, anche oggi all’hater non è necessario approfondire il perché accadano certe cose. Sarebbe uno shock scoprire che le nuove regole sul cronometro di tiro hanno aumentato il numero di possessi o, peggio ancora, che gli Warriors hanno dominato giocando una pallacanestro strabiliante, muovendo la palla come nei sogni più spinti di Gregg Popovich e, più in generale, costruendo con meticolosa cura una corazzata inaffondabile. L’importante è gridare allo scandalo, approfittandone per sottolineare quanto fosse meglio ai tempi di Larry Bird (quando – e se anche solo i loro genitori fossero nati avrebbero potuto testimoniarlo – i punteggi erano gli stessi) o quanto oggi sia più divertente assistere a un 40-36 del campionato UISP lombardo, piuttosto che al solito teatrino americano. Questa favola non ha assolutamente una morale, ma ci lascia un interrogativo importante: cosa odieranno adesso?

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