Quanto costa vincere in NBA?

Dopo i recenti incrementi del salary cap, in NBA sono iniziati a girare contratti a cifre folli. Ad esempio quello firmato da Timofey Mozgov, che guadagna 16 milioni l’anno, uno in più di John Wall e tre più di Steph Curry. I soldi bisogna saperli investire, ma più se ne spendono, più è facile avere ottimi giocatori e tutto quello che ne consegue.

Nel passato ha vinto chi spendeva di più?

Nello scorso anno la squadra che ha speso di più è stata Cleveland e ha vinto il titolo, circa 9 milioni di luxury. L’equazione sembra facile no? Non proprio. Infatti per analizzare una situazione del genere, bisogna prendere in analisi la tendenza della lega e non solo chi alza il Larry O’Brien, ma anche chi ci arriva vicino. Questo per capire se tutte le squadre con possibilità di vittoria finale, hanno speso più del resto della lega. Ad esempio Toronto ha speso l’intero salary cap, senza incorrere nella luxury tax, mentre OKC lo aveva superato di poco meno di 4 milioni. Golden State invece hanno superato il limite massimo, di 5 milioni. Anche altre franchigie hanno speso parecchio, ma con risultati decisamente diversi. Da questo però si evince che per puntare al titolo, la luxury tax tendenzialmente va superata, specialmente spendendo soldi nelle trade durante la stagione.

Gli Warriors hanno vinto il titolo, pur non figurando nei primi posti per spesa totale. Così come i Rockets finalisti ad Ovest.
Nel 2013-14 le finaliste, in questa speciale classifica, si trovano al terzo e diciottesimo posto.
3 sui 4 team arrivati fino in fondo nel 2009-10 erano in top 6 per spese. Ma i Suns, sconfitti dai Lakers, erano addirittura 22esimi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quanto spendono i team nel 2017?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nella stagione corrente, il premio per gli spendaccioni va a Cleveland, che per giocarsi gli ultimi anni al top di LeBron ha deciso di seguire il proprio slogan ed è andata in All In. Dopo le stagioni a spendere senza freni, i Nets si sono decisamente arrestati e si piazzano al 30esimo posto. Interessanti i salari di Boston e Houston. Entrambe queste franchigie hanno progetti in crescita e ad entrambi i coach vanno riconosciuti parecchi meriti.

Portland, Detroit e Dallas, teoricamente, non dovrebbero raggiungere neanche il secondo turno playoff. Eppure si trovano in top 6 per spese nel 2016-17.

In definitiva possiamo dire questo: per vincere non esistono regole o criteri sui salari. Ovviamente spendendo di più, ci si assicurano i giocatori migliori e le probabilità di vittoria aumentano. La parte più difficile, era, è e resterà sempre, quella di assemblare i giocatori per farli rendere al meglio insieme.

Non sono da sottovalutare i contratti eccezionali. Per esempio quelli di West e Pachulia con Golden State, entrambi i giocatori hanno firmato a cifre più basse di quelle che avrebbero potuto prendere, per cercare di vincere un anello. Oppure i contratti dei rookie, specialmente quelli del secondo giro, o anche quelli per veterani 10+ anni, che sono cifre rispettabilissime per giocatori che possono dire ancora molto nella lega.

 

 

L’idea di alcuni poco addentro alle vicende della NBA, che la vedono come un campionato dove tutte le squadre hanno le stesse possibilità di vincere, sono quantomeno parziali. Infatti le franchigie hanno le medesime regole e i medesimi tetti salariali. (Tetti e non tetto, perchè troppo spesso si sottovaluta il minimo da spendere, che è ciò che rende grande la lega, il dover per forza di cose spendere una cifra minima in salari, altrimenti la parte restante viene suddivisa per i giocatori). I Cavs e gli Warriors spendono quasi tutto per 5 giocatori, specie quelli dell’Ohio. Poi c’è chi per vincere, sceglie progetti a lungo termine come Minnesota e Philadelphia, chi cerca di essere sempre competitivo come Raptors e Clippers, chi vuole migliorarsi di anno in anno come Boston e Memphis eccetera eccetera. Indipendentemente dalla spesa, se il tuo obiettivo è il trofeo, la ragione te la concede la vittoria.

Il range di Curry arriva anche fuori dal campo

Steph Curry

Arriva più lontano di quanto pensiate. L’MVP unanime, ‘l’assassino con la faccia da bambino’, l’uomo che incarna la filosofia della probabile prossima Dynasty, i Golden State Warriors, ha un impatto devastante anche a livello mediatico. E su diverse culture.

Il nuovo spot per l’Under Armour, “Make it old”, ha un casting composto solo da ragazzini afro-americani; Steph ricorda mentre si allena tutte le gioie e i dolori passati negli ultimi anni, dal titolo 2015 al 3-1 buttato al vento. Sfidando sé stesso a fare meglio. Il tutto si chiude con un gospel, e non c’è nulla che il gospel non possa migliorare.

Qui il video: https://youtu.be/PSEOq0C-8Ug

Poi c’è stata la pubblicità per l’acqua Brita, dove il 30 è insieme a una bambina in un campetto. Questo spot è rivolto a una categoria diversa, ma come lui ha detto: “Mi sento una persona versatile”.

Qui il secondo: https://youtu.be/NDiWawIdVsY

In questo video è la bambina ad esprimere tutto il suo amore d’infanzia verso l’atleta spettacolare, accattivante, nuovo. La questione è speciale perché le due facce di Curry possono coesistere, non vanno l’una a spese dell’altra.

Nello spot per la nuova linea di scarpe, sono i quartieri ad approvare Curry, come l’eroe che ha rimesso Oakland sulla mappa – in un momento duro per i Raiders dell’NFL, che rischiano di essere trasferiti a Las Vegas – l’uomo che ha portato oltre all’anello una filosofia nuova all’Oracle Arena. Sono i quartieri, i campetti ad approvare Curry. Quando hai un fenomeno in quel posto speciale e complicato che è Oakland, questo deve succedere. Nonostante i Warriors tra tre anni torneranno a giocare dall’altra parte della Baia, a San Francisco.

“Oakland e la tifoseria dei Warriors – ha detto il nativo di Akron – sono importanti e vanno rappresentate come meritano. Questa città è stata casa mia per otto anni e continuerà ad esserlo”.

Ha anche aggiunto che i ragazzi con cui ha girato gli ricordano quelli con cui è cresciuto giocando a Charlotte: si sente parte di loro. Altro elemento chiave è il coro gospel: altro sentore di quartiere, di appartenenza.

La narrativa va chiaramente oltre la parte tecnica di Curry, ma soprattutto il concept del video era ben diverso: è stato pensato quando i Warriors erano in vantaggio 3-1 sui Cavs, ma proprio l’andamento delle Finals l’ha reso più profondo.

Per la prima volta da un paio d’anni a questa parte, Curry ha davvero qualcosa da dimostrare; il passato non conta, può solo servire da enorme motivazione. Può diventare un mostro ancora più forte e Oakland sarà con lui.

 

L’ex NBA Tate George condannato per frode

Tate George è stato condannato a Trenton, a 9 anni di reclusione, per aver commesso una frode immobiliare, tramite uno schema Ponzi. Il giudice federale ha stabilito che dovrà restituire 2.5 milioni di dollari e sarà sottoposto a 3 anni di libertà vigilata. La notizia è stata riportata da thescore.com.

Lo schema Ponzi è un modello economico di vendita truffaldino che promette forti guadagni alle vittime a patto che queste reclutino nuovi “investitori”, a loro volta vittime della truffa (Wikipedia)

L’ex stella dell’Università del Connecticut, poi giocatore NBA, ha truffato moltissimi personaggi famosi, tra cui Charlie Villanueva, attualmente in forza ai Dallas Mavericks, l’ex giocatore Brevin Knight e il vincitore di “The Apprentice” Randal Pinckett. Questi e molti altri hanno perso centinaia di migliaia di dollari, a causa del piano ordito anche da Tate George; anche se quest’ultimo si è dichiarato innocente fino all’ultimo giorno del processo, chiedendo la clemenza della corte.                                      L’ex NBA ha ripetuto di essere un uomo d’affari ben intenzionato, con grandi progetti immobiliari e che i problemi accaduti sono soltanto figli di ritardi e prove (a suo favore) occultate. All’uscita del tribunale Tate ha dichiarato: ” Per l’ennesima volta mi dispiace, i progetti sono in ritardo. Non dormo la notte, nella biblioteca del carcere, cercherò le informazioni utili per scagionarmi.”

Il procutare ha usato parole molto forti sul caso di frode e su George, “Io sostengo che l’imputato se non punito con una pena esemplare, ripeterà ciò che ha fatto. I suoi crimini sono il risultato mostruoso della celebrazione eccessiva che viene fatta, nella nostra cultura, agli atleti professionisti. “

Mavs, perché Mark Cuban ha detto no al tanking

Quando sei stato un campione, è difficile accettare di perdere di proposito. Nel 2011 Mark Cuban, Rick Carlisle e Dirk Nowitzki, i Big “Three” un po’ atipici (non trattandosi di soli giocatori) dei Dallas Mavericks, hanno vinto il tanto ambito Larry O’Brien Trophy a scapito dei Miami Heat targati Lebron James. Quatto anni dopo, i tre sono ancora gli uomini di riferimento, ma attorno a loro molto è cambiato.
Carlisle ha condiviso nella sua carriera numerosi abbracci, tra i quali quello con Cuban e Nowitzki al termine della partita disputata contro i Los Angeles Lakers, dopo esser stato “incoronato” come allenatore più vincente della franchigia texana. È noto, però, che in NBA tali tipi di notizie non destano abbastanza scalpore, come fa scalpore invece il ripensamento di un giocatore in procinto di firmare un contratto.
La possibilità che DeAndre Jordan potesse arrivare a Dallas aveva dato, a Cuban, Carlisle e Nowitzki, una rinnovata possibilità di ritornare campioni. Quando, però, c’è stato quel clamoroso dietrofront, la strada per l’anello si è bruscamente interrotta, lasciando ai Mavericks una domanda: abbandonarsi all’amaro sapore di una stagione perdente oppure cercare immediatamente di rialzarsi e combattere?

DeAndre Jordan
DeAndre Jordan, il suo ripensamento ha messo a rischio la stagione dei Dallas Mavericks

La risposta a tale quesito è diventata sempre meno scontata da quando il termine “Tank” è entrato appieno nel lessico sportivo, accettando, di fatto, che l’esser poco competitivi sia meglio di una dura mediocrità sudata. Ed è un vero peccato.

Il piano di Cuban era, in caso di una mancata firma di un grande nome, costruire un roster giovane per tentare di avere una scelta migliore al draft. “Questo poteva essere il nostro “David Robinson’s year” ma per fortuna non è successo”. Queste parole venivano pronunciate dal proprietario dei Mavs – alla stazione radio di Dallas KTCK – prima del fatidico giorno del ripensamento di DeAndre.
Una volta accaduto l’impensabile, Cuban non ha potuto, né voluto, tentare di tornare indietro sui suoi passi. Sarebbe stata una scelta completamente sbagliata per la sua mentalità competitiva; e in quel momento decise di affidarsi alle colonne portanti degli ultimi anni: Rick Carlisle e Dirk Nowitzki. Non volendo dar loro l’amaro dispiacere del “Perdere e perderemo”, ha chiesto un sacrificio economico al tedesco, che si è ridotto lo stipendio a 8 milioni per le prossime due stagioni (ne avrebbe percepiti 23 circa), cercando di costruire attorno a lui un roster competitivo.
Così la decisione è stata presa: scendere in campo con l’obiettivo di competere e tentare di vincere ogni singola partita.
Un buon inizio con due scoppiettanti vittorie, contro i Phoenix Suns e i Los Angeles Lakers, e due sconfitte, contro i Los Angeles Clippers ed i Toronto Raptors, conta molto, soprattutto per lo spirito della squadra. È azzardato dire che Dirk speri che l’atletismo di JaVale McGee, una volta tornato in salute, possa essere un facs – simile a quello che avrebbe potuto portare Jordan; è azzardato pensare che Chandler Parsons e Wesley Matthews riescano immediatamente ad instaurare un’ottima alchimia di gioco; è azzardato pensare anche che il coach riuscirà immediatamente a riproporre la sua bella pallacanestro, alla quale ci ha sempre abituato, con un team tutto nuovo e improvvisato negli ultimi giorni di free-agency. Nonostante tutto i Mavs ci proveranno ugualmente, ancora una volta, ad indossare quel metaforico abito da scalatore per cercare ancora una volta di scalare quella metaforica montagna che porta alla vetta dal nome Larry O’Brien Trophy.

I tifosi dei Mavs ma anche tutti gli amanti dello sport e della competizione rendono onore a Mark Cuban e alla sua insaziabile voglia di vittoria!

Per NBAPassion,

@DavideBomben

Thunder, Kevin Durant: “Mi piacerebbe possedere i Washington Redskins”

In quanto nato e cresciuto nella periferia di Washington D.C. non stupisce che la squadra preferita di football americano per Kevin Durant siano i Washington Redskins. Proprio come molti tifosi della squadra della capitale, è probabile che anche lo stesso giocatore degli Oklahoma City Thunder speri in un cambio di proprietà a discapito dell’attuale owner (dal 1999) Daniel Snyder. Chi potrebbe essere il nuovo proprietario? Durant stesso. E’ infatti lo stesso KD ad aprire la porta ad un futuro nel business della NFL, una volta terminata la sua gloriosa carriera come giocatore di basket.

Ecco quanto il 6 volte all-star ha dichiarato a Matthew Berry di ESPN“Se decidessi di diventare proprietario di una squadra, la mia priorità sarebbero i Washington Redskins; anche se dovessi possederne solo una piccola percentuale. Mi accontenterei perché la mia volontà è quella di essere coinvolto. Sono cresciuto a 5 minuti di distanza dallo stadio, sono sempre stato un loro tifoso, ho un tatuaggio dei Redskins sul mio avambraccio. Mi sento già adesso parte della squadra. Diventarne il proprietario sarebbe bellissimo.”

Kevin Durant con altri tifosi dei Washington Redskins
Kevin Durant con altri tifosi dei Washington Redskins

Bellissime dichiarazioni di Kevin Durant che ancora una volta dimostra affetto per la sua città di provenienza e l’intera comunità di Washington.

Magic Johnson diversi anni fa ha tracciato la strada; poi altre leggende dell’NBA, Michael Jordan (prima con i Washington Wizards e poi con gli Charlotte Bobcats) e Shaquille O’Neal (con i Sacramento Kings), hanno deciso di continuare il trend. Sarà Kevin Durant il prossimo ex NBA player a decidere di vestire i panni di proprietario di una franchigia?

Per NBA Passion,

Leo Lucio Screnci

Marbury su Jordan: “Sta derubando le nostre comunità”

Dopo aver perso l’occasione di rimanere nella storia come uno dei più esplosivi atleti della NBA, la carriera di Stephon Marbury sembra aver trovato nuova linfa vitale in Cina, dove il giocatore è letteralmente venerato come una divinità.

Qualche anno fa, forte anche del sostegno dell’entusiasta popolo cinese, l’ex playmaker dei Knicks si è lanciato – come molti suoi colleghi – nel business delle sneakers, producendo scarpe a bassissimo costo (alcune acquistabili addirittura per l’irrisoria cifra di 15 $) con il preciso intento di dare la possibilità ai bambini di qualsiasi estrazione sociale di farle proprie.

Stephon Marbury, 38 anni.
Stephon Marbury, 38 anni.

Negli ultimi giorni, tuttavia, l’ormai 38enne nativo di Brooklyn ha affidato a Twitter la sua frustrazione nel constatare che Michael Jordan, il cui brand spopola da anni a livello mondiale, persevera nell’alimentare la politica del lusso, producendo scarpe ad alto prezzo, nonostante i costi di produzione siano comparabili a quelli delle sue “Starbury”.

Jordan sta derubando le nostre comunità da anni“, ha tuonato Marbury. “I ragazzini si ammazzano per acquistare le sue scarpe, e a lui non importa niente. I tempi cambieranno!“.

Incalzato dal cinguettìo di un utente, poi, Marbury ha continuato ad alimentare la polemica, puntando il dito sullo spregiudicato senso degli affari di “His Airness”: “Amico, ti ritrovi a pagare 200 $ per un paio di Jordan, quando ne servono soltanto 5 per produrle. Le sue scarpe sono fatte in Cina, come fanno sempre le multinazionali, ma stai tranquillo, sto arrivando!“.

Michael Jordan alla presentazione delle "Air Jordan 19", maggio 2004.
Michael Jordan alla presentazione delle “Air Jordan 19”, maggio 2004.

Mentre alcuni sospettano che l’attuale giocatore dei Beijing Ducks si stia comportando in questo modo soltanto per spingere la sua collezione, quest’ultimo non ha perso occasione di attaccare anche LeBron James, appena piombato sul mercato con le sue “LeBron 13” (che costano la bellezza di 200 $).

E’ soltanto uno che segue il gregge“, ha sentenziato Marbury.

Mentre la genuinità delle dichiarazioni di Marbury si presta ad una valutazione soggettiva, il problema relativo alla discrepanza tra prezzi e costi di produzione proposti da alcune marche è sicuramente noto.

Jordan non ha ancora replicato ai commenti di Marbury.

 

Claudio Spagnuolo

Twitter: @KlausBundy

Raggiunto accordo pluriennale tra NBA e Tissot

Come riportato da Darren Rovell di ESPN, la famosa azienda svizzera di orologi Tissot ha annunciato nella giornata di ieri di aver raggiunto un accordo pluriennale con la NBA ed uno degli scopi sarà quello di incrementare la tecnologia del sistema di cronometraggio più complesso del panorama sportivo. Francois Thiebaud, presidente della Tissot, ha comunicato che si tratta dell’accordo più costoso raggiunto nei 162 anni di storia dell’azienda svizzera. I termini economici non sono stati resi noti ma voci parlano di un contratto della durata di 6 anni da circa $200 milioni complessivi. L’accordo tra le 2 parti prevede che il marchio Tissot sia presente su tutti gli orologi presenti all’interno delle 29 arene della NBA e speciamente sull’orologio dei 24 secondi presente nella parte alta del tabellone.

Il tabellone con l'orologio dei 24 secondi della NBA
Il tabellone con l’orologio dei 24 secondi della NBA

Tissot cercherà di migliorare il sistema che consente l’avvio e l’interruzione del cronometro, attualmente gestito da un pulsante allocato all’altezza dell’anca sui pantaloni degli arbitri, e di sincronizzare l’orologio dei 24 secondi all’interno delle arene con quello che apparirà sullo schermo televisivo. Mentre la parte strettamente correlata al marketing dell’accordo, vi è anche una partnership diretta con tutte e 30 le franchigie, è cominciata con l’inizio delle partite di preseason, il nuovo sistema di cronometraggio verrà svelato solo nella stagione 2016-2017.

Tissot, la quale ha venduto 4.2 milioni di orologi lo scorso anno, spera con questo accordo di aumentare la propria visibilità e di espandere maggiormente il mercato di vendita. Il sistema di gestione del tempo durante le partite non ha subito alcuna variazione dal lontano 2004 come riferito da Steve Hellmuth, vice presidente delle operazioni e tecnologie della NBA, è già da questa stagione ci saranno elementi innovativi. Uno di questi sarà un countdown di 90 secondi dal momento in cui verranno annunciate le squadre fino alla palla a due. Tissot è già sponsor personale del francese Tony Parker, asso dei San Antonio Spurs, col quale ha firmato un contratto di 5 anni.

Per NBA Passion,

Marco Aldini

Bucks, approvata la spesa per la nuova arena

I Milwaukee Bucks hanno compiuto un significativo passo in avanti per la costruzione della nuova arena. Infatti ieri il consiglio comunale ha approvato un piano di spesa di 47 milioni di dollari con una votazione, stando a quanto riferito da Tom Daykin del Milwaukee Journal Sentinal, di 12 favorevoli e 3 contrari.

Dopo che la decisione è stata presa, il presidente dei Bucks Peter Feigin, ha rilasciato la seguente dichiarazione a Nba.com: “Oggi è una giornata veramente storica per Milwaukee e per il Wisconsin. E’ il culmine di mesi di duro lavoro, il risultato di una coalizione incredibile per il futuro della nostra comunità. Grazie al supporto del senatore Kohl, al sindaco Tom Barrett e al consiglio comunale, questo partenariato pubblico-privato è ormai una realtà. Ora è il momento di mettersi al lavoro per creare posti di lavoro e rendere Milwaukee una città migliore, non solo per i Bucks, ma per tutti i cittadini di questo grande Stato.”

I progetti iniziali dei Bucks prevedevano una spesa di circa 500 milioni, con la fine dei lavori annunciata per l’inizio della stagione 2017-2018: tuttavia sembra molto più realistico per i tifosi di Milwaukee aspettare un anno in più per vedere la conclusione del progetto.

Prima di questa svolta decisiva era circolata la voce di un possibile trasferimento dei Bucks in un’altra città: per questo la decisione presa ieri è stata importantissima perchè ha permesso al connubio tra i Bucks e la città di Milwaukee di proseguire anche in futuro.

 

Per Nbapassion.com

Giacomo Manini @GiacomoManini twitter

Celtics: questione (anche) di fortuna

Marcus Smart gara 7

L’ovvia preoccupazione dei Boston Celtics, dopo la figuraccia rimediata contro i Cleveland Cavaliers nel primo turno dei playoffs di quest’anno, riguarda il talento. I Cavs, con un trio di stelle di prim’ordine nel roster, sono stati semplicemente superiori, tanto da rendere scontato il risultato finale della serie e mettere in ombra l’impegno nell’esecuzione dei verdi, nonché il genio strategico del loro giovane allenatore, Brad Stevens.

Dopo quella sonora sconfitta (che arrivò in un momento molto buono della squadra, che aveva chiuso le ultime 30 gare della regular season con un rispettoso 20-10), il presidente dei Celtics, Danny Ainge, aveva dichiarato: “Penso che abbiamo bisogno di aggiungere più talento al nostro team. Allo stesso tempo, comunque, sono soddisfatto di molti giocatori che abbiamo. Il problema è che non siamo allo stesso livello di franchigie come Cleveland, e dobbiamo cercare di capire il perché”.

Danny Ainge, President of Basketball Operations dei Celtics dal 2008.
Danny Ainge, President of Basketball Operations dei Celtics dal 2008.

A pochi mesi di distanza da queste parole, i Celtics si trovano in una posizione scomoda. Si potrebbe dire che, fino a questo punto, Ainge ha fatto tutto ciò che era in suo potere, riportando in post-season una squadra ricostruita da zero nel giro di poco tempo, come già avevano fatto rispettabili nomi del calibro di Sam Presti (Oklahoma City Thunder), Daryl Morey (Houston Rockets) e Danny Ferry (Atlanta Hawks, prima che i suoi commenti razzisti nei confronti di Luol Deng ne causassero la radiazione).

Ainge non ha fatto altro che prendere i pilastri restanti dell’ormai defunto Big Three, Paul Pierce e Kevin Garnett, e trasformarli in merce di scambio, con l’aspettativa che quei due “beni”, impacchettati e venduti insieme, si convertissero in un ritorno di cui Boston potesse godere nell’immediato futuro. La stessa cosa è stata fatta con i veterani Rajon Rondo e Jeff Green, lo scorso inverno. I Celtics hanno ottenuto due chiamate al primo turno del draft di quest’estate e, probabilmente, si ritroveranno con ben 8 chiamate al primo turno (e circa 10 al secondo turno) nei prossimi quattro anni.

Nel fare tutto ciò, Ainge è stato anche capace di mantenere sani i libri contabili: il presidente, infatti, già nei mesi scorsi aveva sottolineato che questa off-season sarebbe stata forse la prima nella storia della franchigia con spazio nel salary cap, certamente la prima da quando è salito in carica, ed è ben noto quanto la flessibilità economica sia cruciale nel processo di ricostruzione di ogni squadra.

Tuttavia, nonostante tutte le mosse azzeccate di Ainge (squadra giovane, buon allenatore, buona salute finanziaria), Boston ha ancora raccolto molto poco. Mentre Houston si è assicurata le prestazioni di James Harden e Dwight Howard e Oklahoma City si è aggiudicata (non senza fortuna, sia chiaro) Kevin Durant e Russell Westbrook, i Celtics sono emersi da questa calda estate di mercato con un solo nome di spicco, l’ala Amir Johnson, da affiancare a quello del non fondamentale David Lee.

Amir Johnson.
Amir Johnson.

Si tratta di passi avanti, sicuramente. Il problema, però, è che si tratta di due veterani che non possono caricarsi la squadra sulle spalle, investiti dell’arduo compito di mettere ordine in un gruppo di giocatori dal talento buono, ma non eccellente.

Il sogno Kevin Love è presto svanito. In sede di draft, Ainge non ha saputo offrire abbastanza per arrivare a Justise Winslow, con il risultato di aggiungere pressione su Marcus Smart, la sesta chiamata di Boston la draft del 2014, ormai quasi “costretto” a diventare una stella in tempi brevi. A rendere la situazione ancora più drammatica, c’è da aggiungere che Smart potrebbe essere davvero l’unico giocatore nell’attuale roster con le potenzialità per trasformarsi in un campione.

Marcus Smart.
Marcus Smart.

Questo è, in sostanza, il problema principale legato ad una ricostruzione, che molti sottovalutano: serve molta fortuna. Ciò non ha nulla a che vedere con la riluttanza di molti free agents a firmare per Boston, perché la maggior parte di questi, alla fine, spera sempre di ritornare nella stessa squadra con cui aveva firmato l’ultimo contratto. I giocatori candidati al cambio di casacca sono generalmente quelli che si rendono disponibili alla cessione (e/o che vengono ceduti) prima dell’inizio della free agency. L’ultima telenovela estiva, che ha visto protagonista DeAndre Jordan, ne è un esempio lampante.

In fin dei conti, c’è sempre bisogno che qualcosa di straordinario avvenga perché una superstar decida di andare a giocare per una determinata franchigia. Nella NBA, un general manager può anche fare tutto ciò che è nelle sue possibilità (pianificare gli scambi, le acquisizioni in free agency e quant’altro), ma non può certamente costringere giocatori come Harden o Howard a mettersi sul mercato (e nemmeno Garnett, il quale arrivò, nel 2007, soltanto grazie ad una serie di presupposti, che avrebbero permesso ai Celtics di trasformarsi immediatamente in una contender per il titolo, che sarebbe infatti arrivato l’anno successivo). Per non parlare, poi, dei buoni e giovani prospetti collegiali, adocchiati ma resi irraggiungibili dall’egual lungimiranza di GM o proprietari con scelte al draft favorevoli (Ainge non è riuscito a convincere Michael Jordan a privarsi di Frank Kaminsky, approdato agli Charlotte Hornets alla nona chiamata dell’ultimo draft).

Se sei a capo di un team NBA, tutto ciò che puoi fare è mantenere il tuo roster flessibile ed organizzare a tuo favore le future scelte al draft. Per il resto, puoi solo aspettare. E’ un po’ come la pesca: puoi avere gli ami e le esche migliori, e potresti anche lanciare in acqua la tua canna per più di mille volte, ma non significa che prenderai per forza qualcosa.

Danny Ainge e Brad Stevens.
Danny Ainge e Brad Stevens.

I Celtics, nel particolar caso in cui i Mavericks dovessero mantenere una posizione dalla 8 in giù nel draft del prossimo anno e i Timberwolves dovessero rientrare almeno tra le 18 migliori squadre della lega (i diritti sulle scelte sfumano se Dallas si ritrova con una scelta al draft tra la 1 e la 7, e se Minnesota si qualifica tra la 1 e la 12) potrebbero ottenere tre chiamate al primo turno al draft del 2016 (un posto è già garantito da una scelta ceduta da Brooklyn, nel 2013). Questo evento rappresenterebbe un’ulteriore occasione per Boston di migliorare il livello del proprio talento, sia che avvenga attraverso il draft o qualche trade invernale/estiva.

Sulla carta, dunque, Ainge e i Celtics stanno facendo un buon lavoro di rifondazione, ma il rischio di fallire fa parte del gioco. Ciò che serve nel Massachusetts è solo un po’ di fortuna.

 

Claudio Spagnuolo

Twitter: @KlausBundy

 

Tratto da: Sean Deveney, “Celtics’ rebuilding plan didn’t count on never getting breaks”, www.sportingnews.com

Difesa ed attacco: dibattito a colpi di dollari

Ci sono molti aspetti riguardanti la spesa degli enormi capitali delle franchigie NBA. E’ comunemente noto, comunque, che ogni spesa non sempre si rivela efficiente, e la discrepanza tra risultati e aspettative  può tradursi in grandi polemiche da parte dei tifosi, alimentate dalla copertura asfissiante dei media.

Nonostante la realizzazione dei punti sia normalmente la prima statistica citata nella maggior parte delle discussioni e gli highlights mostrino quasi esclusivamente i replay di fragorose schiacciate, sgargianti penetrazioni a canestro ed impossibili tiri dall’arco, la pallacanestro è uno sport nel quale le squadra possono vincere soltanto attraverso un complesso bilanciamento nella creazione del roster. Non importa quale stile venga imposto dall’head coach: serve sempre una grande difesa.

Anche l’attacco è importante, certamente. Ma, senza la difesa, le buone squadre hanno difficoltà a fregiarsi del titolo di “grandi”. In maniera simile, i migliori talenti della lega hanno generalmente difficoltà nel tentare l’evoluzione da “buoni giocatori” ad “eccellenti”, diventando degli atleti completi, come dimostra il background dell’attuale MVP.

Stephen Curry è stato uno stellare giocatore offensivo per anni, ma è stato solo quando ha imparato a destreggiarsi in fase difensiva che è riuscito a fare il salto di qualità. Nonostante i fans meno attenti non diano molta enfasi a questo particolare, in realtà è stata anche l’abilità di Curry di isolare i giocatori in zone anguste del campo e di rompere le linee di passaggio a consegnare ai Golden State Warriors il loro primo titolo in 40 anni, con uno storico record di 67-15 nella Regular Season.

Steph Curry difende su Pablo Prigioni.
Steph Curry difende su Pablo Prigioni.

Non c’è dubbio che la difesa aiuti a vincere le partite. Tuttavia, quanto influisce sui salari erogati dalle franchigie ai giocatori (che si tratti di free agency o estensioni contrattuali)?

Ciò che risulta è che non tutte le sfaccettature del gioco vengono retribuite in egual maniera.

In modo da dare uno sguardo oggettivo, abbiamo usato due metri di paragone, chiamati offensive box plus-minus (OBPM) e defensive box plus-minus (DBPM). Ognuno di questi traccia la stima di quanti punti ogni 100 possessi una squadra possa fare in più con un determinato giocatore sul parquet, con l’annesso limite d’impatto su uno dei due lati del campo. Anche se non si tratta di misure perfette, sono solidi indicatori di efficienza, e possiedono il beneficio ulteriore di operare sulla stessa scala.

E’ importante concentrarsi su quello che abbiamo chiamato “offensive tilt”, determinato dalla sottrazione dell’ultimo dato rispetto al primo. Una differenza negativa indica che il giocatore è più orientato alla fase difensiva, mentre una positiva mostra la sua superiorità in attacco. Un punteggio pari a zero indica la completa ambivalenza dell’atleta.

Ecco un esempio, nel quale sono stati utilizzati i numeri di Russell Westbrook durante la stagione 2014-15:

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Nonostante la dinamica point guard degli Oklahoma City Thunder abbia fatto molto bene in difesa durante la porzione della stagione in cui è stato libero da infortuni, Westbrook ha fatto molto meglio in attacco; ne risulta che il giocatore è stato una delle personalità offensive più quotate della lega.

Come esempio opposto, parliamo di Michael Carter-Williams. Tra il suo lavoro per i Philadelphia 76ers e i Milwaukee Bucks, ha compilato un -1.6 OBPM ed un 0.9 DBPM, che gli garantisce un “offensive tilt” di -2.5.

Derrick Rose marcato stretto da Michael Carter-Williams.
Derrick Rose marcato stretto da Michael Carter-Williams.

Carter-Williams è caduto molto in basso nell’equazione offensiva (in favore di quella difensiva), e questo è ciò che ci si può ben augurare da una smilza point guard con un jumper non particolarmente accattivante ed un numero eccessivo di palloni persi. Per questo motivo, il giovane playmaker, se fosse stato un membro della free agency o eleggibile per un’estensione, avrebbe probabilmente avuto qualche problema a trovare un corposo contratto da firmare.

D’altro canto, questo è ciò che è successo nella finestra di mercato di quest’estate:

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Come si evince dal grafico, nonostante alcuni specialisti offensivi di vecchia data come Lou Williams e Mo Williams costituiscano un’eccezione, i giocatori che hanno mostrato migliori capacità in attacco sono stati pagati di più. E’ molto raro trovare un giocatore esclusivamente difensivo con un salario da capogiro, specialmente perché DeAndre Jordan e Marc Gasol non vengono qualificati come tali. Entrambi i lunghi, infatti, hanno avuto un OBPM positivo nell’annata 2014-15, nonostante abbiano impressionato maggiormente a protezione del ferro.

I giocatori con un valore neutrale invece sono estremamente comuni: questo dato non deve sorprendere, in quanto può trattarsi di giocatori scarsi, medi o dominanti su entrambi i lati del campo. In ogni caso, non si può negare che esista una possibile correlazione in questo, specie guardando la media salariale annuale dei giocatori per ogni fascia di Offensive Tilt:

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Questi dati dovrebbero dire abbastanza su quanto gli attaccanti vengano abbondantemente retribuiti, nonostante Lou Williams tracci una leggera curva a riguardo, in virtù dell’essere il solo giocatore nella sua categoria.

Tuttavia, prima di consultare separatamente i contributi offensivi e difensivi, c’è un modo per avvalorare le tesi esposte finora in modo definitivo: analizzando i numeri di quei giocatori ben lontani dalla perfetta neutralità tra attacco e difesa, possiamo notare che i più aggressivi nella metà campo avversaria sono quelli che, alla fine, guadagnano più soldi:

Schermata 2015-09-07 alle 22.15.20

Perché?

Ci sono un paio di spiegazioni ragionevoli a riguardo:

1) La NBA è ancora un business creato per intrattenere i tifosi: per vincere le partite e competere per il titolo, la maggior parte delle organizzazioni hanno concentrato i loro sforzi in modo che le loro squadre siano sia competitive, sia divertenti da guardare.

2) L’importanza della difesa è molto più difficile da quantificare in numeri rispetto all’attacco. Nonostante tutte le possibili statistiche disponibili al giorno d’oggi, è ancora molto arduo considerare se i numeri rispecchiano un valore effettivo o meno. La realizzazione, al contrario (con le precise percentuali relative ai tiri, agli assist e ad altre metriche di statistica) è molto più immediata agli occhi dei più o meno esperti in materia.

Lo scorso febbraio, Kirk Goldsberry di Grantland ha scritto circa la nuova metrica difensiva (presentata alla MIT Sloan Sports Analytics Conference di Boston), definendola un importante passo in avanti nella possibilità di misurare l’impatto di un giocatore in difesa. Nella sua tesi – per cui la difesa è ancora considerata un fattore meno importante dell’attacco – non c’è spazio agli equivoci:

Questa ricerca potrà anche non cambiare per sempre la pallacanestro, ma rappresenta un importante passo nella valutazione dei giochi difensivi nella NBA. Ci sono ancora molte sfide da vincere nel capire l’importanza di una grande prova in difesa; senza una solida conoscenza dei principi del gioco e delle rotazioni, è molto difficile sapere ciò che un difensore dovrebbe fare. Comunque, finché persone come Gregg Popovich e Tom Thibodeau non pubblicheranno i loro schemi difensivi, dovremo fare solo delle oneste ipotesi. In ogni caso, mentre probabilmente ci saranno sempre delle analisi di parte che propenderanno per l’attacco, questa nuova metrica si presenta come evidenza di un rimodellamento dell’integrazione statistica, con la preziosa opportunità di migliorare la nostra conoscenza del gioco difensivo“.

Accettando le parole di Goldsberry, è necessario evidenziare che non è soltanto la facile tracciabilità dei numeri offensivi a mettere in ombra il lavoro della difesa, ma anche la differenza monetaria.

Nel grafico sottostante, si può osservare come il salario annuale medio dei giocatori che hanno firmato un nuovo contratto durante quest’estate sia tendenzialmente più alto per i giocatori che esibiscono più qualità offensiva (misurata attraverso i dati rilevati dall’OBPM degli atleti in situazione di free agency o potenziale estensione):946344ef6c30e2fdc6287f513b1d695f_crop_exactSi tratta di un trend praticamente definitivo, anche se bisogna sempre considerare alcune notevoli eccezioni: ad esempio, quando i giocatori migliorano in attacco hanno anche la possibilità di farsi notare in altre fasi di gioco, mentre – sfortunatamente – questo non succede per i giocatori prettamente difensivi.

75c157348fc8b5f4ef8a83b02bb5d888_crop_exactMichael Kidd-Gilchrist non era un free agent quest’estate, ma ha comunque firmato una estensione con gli Charlotte Hornets che gli frutterà 52 milioni di dollari nel corso delle prossime quattro stagioni. Kidd-Gilchrist è ciò che abbiamo di più simile ad un vero specialista difensivo che si trovi al di sopra della linea di trend tracciata nella classifica mostrata sopra.

Il coach di Charlotte, Steve Clifford, non ha nascosto alla stampa tutta la sua ammirazione per il giocatore.

Quando è in campo il nostro gioco migliora; quando è in panchina, giochiamo peggio. Tra tutti i giocatori che ho visto qui negli ultimi due anni, lui è il giocatore di cui non possiamo fare davvero a meno”.

Kidd-Gilchrist difende su Kobe Bryant.
Kidd-Gilchrist difende su Kobe Bryant.

E’ bene sottolineare, tuttavia, che una buona mentalità offensiva non si traduce sempre in dollari per i giocatori che dimostrano di non saper difendere; ciononostante, uno specialista della difesa con un equivalente impatto sul risultato di uno specialista dell’attacco guadagnerà quasi sempre meno soldi.

E’ un dato di fatto.

 

Claudio Spagnuolo

Twitter: @KlausBundy

 

Fonte: Adam Fromal, “Do NBA Teams Pay More for Offense or Defense?”, Bleacher Report.

Brooklyn Nets: Prokhorov vicino all’acquisto del 100% delle quote

Mikhail Prokhorov, patron dei Brooklyn Nets, nonché il secondo uomo più ricco della Russia con un patrimonio stimato da Forbes di circa 10 miliardi di dollari, è vicino all’acquisto del 100% delle quote dei Nets.
Prokhorov attualmente detiene l’80% delle quote della franchigia e il 45% della Barclays Arena secondo il New York Post e ,come riportato anche da Sportando, sarebbe prossimo all’acquisto delle quote che gli mancano per arrivare al 100% di entrambi gli investimenti.
Bruce Ratner il co-proprietario dei Nets, dovrebbe cedere il suo 20% ad una cifra vicina ai 100 milioni di dollari. La franchigia è valutata intorno ai 700 milioni, ma il valore reale è di circa 490-500 milioni poiché la situazione debitoria è massiccia (210 milioni circa) .
I Brooklyn Nets furono acquistati da Prokhorov nel 2012 dopo il trasferimento dal New Jersey a Brooklyn . L’imprenditore russo ha fatto la sua fortuna nel campo della finanza e successivamente nel campo dei minerali preziosi; adesso bisogna capire se questi investimenti saranno il definitivo salto di qualità per la franchigia oppure serviranno per aumentare il valore sia dell’arena sia dei Nets, per poi rivenderli e guadagnarci.
Sicuramente per il proprietario dei Nets e prossimo proprietario della Barclays Arena, sarà un enorme investimento che dovrà portare introiti, per aumentare il valore della franchigia la componente sportiva è importante. Franchigie come i Lakers o i Knicks sono così famose che non hanno bisogno di vincere per valere miliardi di dollari; invece per i Nets ottenere risultati sul campo porterebbe un notevole incremento del valore economico.
Giacomo Manini @GiacomoManini twitter