Quanto costa vincere in NBA?

Dopo i recenti incrementi del salary cap, in NBA sono iniziati a girare contratti a cifre folli. Ad esempio quello firmato da Timofey Mozgov, che guadagna 16 milioni l’anno, uno in più di John Wall e tre più di Steph Curry. I soldi bisogna saperli investire, ma più se ne spendono, più è facile avere ottimi giocatori e tutto quello che ne consegue.

Nel passato ha vinto chi spendeva di più?

Nello scorso anno la squadra che ha speso di più è stata Cleveland e ha vinto il titolo, circa 9 milioni di luxury. L’equazione sembra facile no? Non proprio. Infatti per analizzare una situazione del genere, bisogna prendere in analisi la tendenza della lega e non solo chi alza il Larry O’Brien, ma anche chi ci arriva vicino. Questo per capire se tutte le squadre con possibilità di vittoria finale, hanno speso più del resto della lega. Ad esempio Toronto ha speso l’intero salary cap, senza incorrere nella luxury tax, mentre OKC lo aveva superato di poco meno di 4 milioni. Golden State invece hanno superato il limite massimo, di 5 milioni. Anche altre franchigie hanno speso parecchio, ma con risultati decisamente diversi. Da questo però si evince che per puntare al titolo, la luxury tax tendenzialmente va superata, specialmente spendendo soldi nelle trade durante la stagione.

Gli Warriors hanno vinto il titolo, pur non figurando nei primi posti per spesa totale. Così come i Rockets finalisti ad Ovest.
Nel 2013-14 le finaliste, in questa speciale classifica, si trovano al terzo e diciottesimo posto.
3 sui 4 team arrivati fino in fondo nel 2009-10 erano in top 6 per spese. Ma i Suns, sconfitti dai Lakers, erano addirittura 22esimi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quanto spendono i team nel 2017?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nella stagione corrente, il premio per gli spendaccioni va a Cleveland, che per giocarsi gli ultimi anni al top di LeBron ha deciso di seguire il proprio slogan ed è andata in All In. Dopo le stagioni a spendere senza freni, i Nets si sono decisamente arrestati e si piazzano al 30esimo posto. Interessanti i salari di Boston e Houston. Entrambe queste franchigie hanno progetti in crescita e ad entrambi i coach vanno riconosciuti parecchi meriti.

Portland, Detroit e Dallas, teoricamente, non dovrebbero raggiungere neanche il secondo turno playoff. Eppure si trovano in top 6 per spese nel 2016-17.

In definitiva possiamo dire questo: per vincere non esistono regole o criteri sui salari. Ovviamente spendendo di più, ci si assicurano i giocatori migliori e le probabilità di vittoria aumentano. La parte più difficile, era, è e resterà sempre, quella di assemblare i giocatori per farli rendere al meglio insieme.

Non sono da sottovalutare i contratti eccezionali. Per esempio quelli di West e Pachulia con Golden State, entrambi i giocatori hanno firmato a cifre più basse di quelle che avrebbero potuto prendere, per cercare di vincere un anello. Oppure i contratti dei rookie, specialmente quelli del secondo giro, o anche quelli per veterani 10+ anni, che sono cifre rispettabilissime per giocatori che possono dire ancora molto nella lega.

 

 

L’idea di alcuni poco addentro alle vicende della NBA, che la vedono come un campionato dove tutte le squadre hanno le stesse possibilità di vincere, sono quantomeno parziali. Infatti le franchigie hanno le medesime regole e i medesimi tetti salariali. (Tetti e non tetto, perchè troppo spesso si sottovaluta il minimo da spendere, che è ciò che rende grande la lega, il dover per forza di cose spendere una cifra minima in salari, altrimenti la parte restante viene suddivisa per i giocatori). I Cavs e gli Warriors spendono quasi tutto per 5 giocatori, specie quelli dell’Ohio. Poi c’è chi per vincere, sceglie progetti a lungo termine come Minnesota e Philadelphia, chi cerca di essere sempre competitivo come Raptors e Clippers, chi vuole migliorarsi di anno in anno come Boston e Memphis eccetera eccetera. Indipendentemente dalla spesa, se il tuo obiettivo è il trofeo, la ragione te la concede la vittoria.

Thunder, Kevin Durant: “Mi piacerebbe possedere i Washington Redskins”

In quanto nato e cresciuto nella periferia di Washington D.C. non stupisce che la squadra preferita di football americano per Kevin Durant siano i Washington Redskins. Proprio come molti tifosi della squadra della capitale, è probabile che anche lo stesso giocatore degli Oklahoma City Thunder speri in un cambio di proprietà a discapito dell’attuale owner (dal 1999) Daniel Snyder. Chi potrebbe essere il nuovo proprietario? Durant stesso. E’ infatti lo stesso KD ad aprire la porta ad un futuro nel business della NFL, una volta terminata la sua gloriosa carriera come giocatore di basket.

Ecco quanto il 6 volte all-star ha dichiarato a Matthew Berry di ESPN“Se decidessi di diventare proprietario di una squadra, la mia priorità sarebbero i Washington Redskins; anche se dovessi possederne solo una piccola percentuale. Mi accontenterei perché la mia volontà è quella di essere coinvolto. Sono cresciuto a 5 minuti di distanza dallo stadio, sono sempre stato un loro tifoso, ho un tatuaggio dei Redskins sul mio avambraccio. Mi sento già adesso parte della squadra. Diventarne il proprietario sarebbe bellissimo.”

Kevin Durant con altri tifosi dei Washington Redskins
Kevin Durant con altri tifosi dei Washington Redskins

Bellissime dichiarazioni di Kevin Durant che ancora una volta dimostra affetto per la sua città di provenienza e l’intera comunità di Washington.

Magic Johnson diversi anni fa ha tracciato la strada; poi altre leggende dell’NBA, Michael Jordan (prima con i Washington Wizards e poi con gli Charlotte Bobcats) e Shaquille O’Neal (con i Sacramento Kings), hanno deciso di continuare il trend. Sarà Kevin Durant il prossimo ex NBA player a decidere di vestire i panni di proprietario di una franchigia?

Per NBA Passion,

Leo Lucio Screnci

Marbury su Jordan: “Sta derubando le nostre comunità”

Dopo aver perso l’occasione di rimanere nella storia come uno dei più esplosivi atleti della NBA, la carriera di Stephon Marbury sembra aver trovato nuova linfa vitale in Cina, dove il giocatore è letteralmente venerato come una divinità.

Qualche anno fa, forte anche del sostegno dell’entusiasta popolo cinese, l’ex playmaker dei Knicks si è lanciato – come molti suoi colleghi – nel business delle sneakers, producendo scarpe a bassissimo costo (alcune acquistabili addirittura per l’irrisoria cifra di 15 $) con il preciso intento di dare la possibilità ai bambini di qualsiasi estrazione sociale di farle proprie.

Stephon Marbury, 38 anni.
Stephon Marbury, 38 anni.

Negli ultimi giorni, tuttavia, l’ormai 38enne nativo di Brooklyn ha affidato a Twitter la sua frustrazione nel constatare che Michael Jordan, il cui brand spopola da anni a livello mondiale, persevera nell’alimentare la politica del lusso, producendo scarpe ad alto prezzo, nonostante i costi di produzione siano comparabili a quelli delle sue “Starbury”.

Jordan sta derubando le nostre comunità da anni“, ha tuonato Marbury. “I ragazzini si ammazzano per acquistare le sue scarpe, e a lui non importa niente. I tempi cambieranno!“.

Incalzato dal cinguettìo di un utente, poi, Marbury ha continuato ad alimentare la polemica, puntando il dito sullo spregiudicato senso degli affari di “His Airness”: “Amico, ti ritrovi a pagare 200 $ per un paio di Jordan, quando ne servono soltanto 5 per produrle. Le sue scarpe sono fatte in Cina, come fanno sempre le multinazionali, ma stai tranquillo, sto arrivando!“.

Michael Jordan alla presentazione delle "Air Jordan 19", maggio 2004.
Michael Jordan alla presentazione delle “Air Jordan 19”, maggio 2004.

Mentre alcuni sospettano che l’attuale giocatore dei Beijing Ducks si stia comportando in questo modo soltanto per spingere la sua collezione, quest’ultimo non ha perso occasione di attaccare anche LeBron James, appena piombato sul mercato con le sue “LeBron 13” (che costano la bellezza di 200 $).

E’ soltanto uno che segue il gregge“, ha sentenziato Marbury.

Mentre la genuinità delle dichiarazioni di Marbury si presta ad una valutazione soggettiva, il problema relativo alla discrepanza tra prezzi e costi di produzione proposti da alcune marche è sicuramente noto.

Jordan non ha ancora replicato ai commenti di Marbury.

 

Claudio Spagnuolo

Twitter: @KlausBundy

Celtics: questione (anche) di fortuna

Marcus Smart gara 7

L’ovvia preoccupazione dei Boston Celtics, dopo la figuraccia rimediata contro i Cleveland Cavaliers nel primo turno dei playoffs di quest’anno, riguarda il talento. I Cavs, con un trio di stelle di prim’ordine nel roster, sono stati semplicemente superiori, tanto da rendere scontato il risultato finale della serie e mettere in ombra l’impegno nell’esecuzione dei verdi, nonché il genio strategico del loro giovane allenatore, Brad Stevens.

Dopo quella sonora sconfitta (che arrivò in un momento molto buono della squadra, che aveva chiuso le ultime 30 gare della regular season con un rispettoso 20-10), il presidente dei Celtics, Danny Ainge, aveva dichiarato: “Penso che abbiamo bisogno di aggiungere più talento al nostro team. Allo stesso tempo, comunque, sono soddisfatto di molti giocatori che abbiamo. Il problema è che non siamo allo stesso livello di franchigie come Cleveland, e dobbiamo cercare di capire il perché”.

Danny Ainge, President of Basketball Operations dei Celtics dal 2008.
Danny Ainge, President of Basketball Operations dei Celtics dal 2008.

A pochi mesi di distanza da queste parole, i Celtics si trovano in una posizione scomoda. Si potrebbe dire che, fino a questo punto, Ainge ha fatto tutto ciò che era in suo potere, riportando in post-season una squadra ricostruita da zero nel giro di poco tempo, come già avevano fatto rispettabili nomi del calibro di Sam Presti (Oklahoma City Thunder), Daryl Morey (Houston Rockets) e Danny Ferry (Atlanta Hawks, prima che i suoi commenti razzisti nei confronti di Luol Deng ne causassero la radiazione).

Ainge non ha fatto altro che prendere i pilastri restanti dell’ormai defunto Big Three, Paul Pierce e Kevin Garnett, e trasformarli in merce di scambio, con l’aspettativa che quei due “beni”, impacchettati e venduti insieme, si convertissero in un ritorno di cui Boston potesse godere nell’immediato futuro. La stessa cosa è stata fatta con i veterani Rajon Rondo e Jeff Green, lo scorso inverno. I Celtics hanno ottenuto due chiamate al primo turno del draft di quest’estate e, probabilmente, si ritroveranno con ben 8 chiamate al primo turno (e circa 10 al secondo turno) nei prossimi quattro anni.

Nel fare tutto ciò, Ainge è stato anche capace di mantenere sani i libri contabili: il presidente, infatti, già nei mesi scorsi aveva sottolineato che questa off-season sarebbe stata forse la prima nella storia della franchigia con spazio nel salary cap, certamente la prima da quando è salito in carica, ed è ben noto quanto la flessibilità economica sia cruciale nel processo di ricostruzione di ogni squadra.

Tuttavia, nonostante tutte le mosse azzeccate di Ainge (squadra giovane, buon allenatore, buona salute finanziaria), Boston ha ancora raccolto molto poco. Mentre Houston si è assicurata le prestazioni di James Harden e Dwight Howard e Oklahoma City si è aggiudicata (non senza fortuna, sia chiaro) Kevin Durant e Russell Westbrook, i Celtics sono emersi da questa calda estate di mercato con un solo nome di spicco, l’ala Amir Johnson, da affiancare a quello del non fondamentale David Lee.

Amir Johnson.
Amir Johnson.

Si tratta di passi avanti, sicuramente. Il problema, però, è che si tratta di due veterani che non possono caricarsi la squadra sulle spalle, investiti dell’arduo compito di mettere ordine in un gruppo di giocatori dal talento buono, ma non eccellente.

Il sogno Kevin Love è presto svanito. In sede di draft, Ainge non ha saputo offrire abbastanza per arrivare a Justise Winslow, con il risultato di aggiungere pressione su Marcus Smart, la sesta chiamata di Boston la draft del 2014, ormai quasi “costretto” a diventare una stella in tempi brevi. A rendere la situazione ancora più drammatica, c’è da aggiungere che Smart potrebbe essere davvero l’unico giocatore nell’attuale roster con le potenzialità per trasformarsi in un campione.

Marcus Smart.
Marcus Smart.

Questo è, in sostanza, il problema principale legato ad una ricostruzione, che molti sottovalutano: serve molta fortuna. Ciò non ha nulla a che vedere con la riluttanza di molti free agents a firmare per Boston, perché la maggior parte di questi, alla fine, spera sempre di ritornare nella stessa squadra con cui aveva firmato l’ultimo contratto. I giocatori candidati al cambio di casacca sono generalmente quelli che si rendono disponibili alla cessione (e/o che vengono ceduti) prima dell’inizio della free agency. L’ultima telenovela estiva, che ha visto protagonista DeAndre Jordan, ne è un esempio lampante.

In fin dei conti, c’è sempre bisogno che qualcosa di straordinario avvenga perché una superstar decida di andare a giocare per una determinata franchigia. Nella NBA, un general manager può anche fare tutto ciò che è nelle sue possibilità (pianificare gli scambi, le acquisizioni in free agency e quant’altro), ma non può certamente costringere giocatori come Harden o Howard a mettersi sul mercato (e nemmeno Garnett, il quale arrivò, nel 2007, soltanto grazie ad una serie di presupposti, che avrebbero permesso ai Celtics di trasformarsi immediatamente in una contender per il titolo, che sarebbe infatti arrivato l’anno successivo). Per non parlare, poi, dei buoni e giovani prospetti collegiali, adocchiati ma resi irraggiungibili dall’egual lungimiranza di GM o proprietari con scelte al draft favorevoli (Ainge non è riuscito a convincere Michael Jordan a privarsi di Frank Kaminsky, approdato agli Charlotte Hornets alla nona chiamata dell’ultimo draft).

Se sei a capo di un team NBA, tutto ciò che puoi fare è mantenere il tuo roster flessibile ed organizzare a tuo favore le future scelte al draft. Per il resto, puoi solo aspettare. E’ un po’ come la pesca: puoi avere gli ami e le esche migliori, e potresti anche lanciare in acqua la tua canna per più di mille volte, ma non significa che prenderai per forza qualcosa.

Danny Ainge e Brad Stevens.
Danny Ainge e Brad Stevens.

I Celtics, nel particolar caso in cui i Mavericks dovessero mantenere una posizione dalla 8 in giù nel draft del prossimo anno e i Timberwolves dovessero rientrare almeno tra le 18 migliori squadre della lega (i diritti sulle scelte sfumano se Dallas si ritrova con una scelta al draft tra la 1 e la 7, e se Minnesota si qualifica tra la 1 e la 12) potrebbero ottenere tre chiamate al primo turno al draft del 2016 (un posto è già garantito da una scelta ceduta da Brooklyn, nel 2013). Questo evento rappresenterebbe un’ulteriore occasione per Boston di migliorare il livello del proprio talento, sia che avvenga attraverso il draft o qualche trade invernale/estiva.

Sulla carta, dunque, Ainge e i Celtics stanno facendo un buon lavoro di rifondazione, ma il rischio di fallire fa parte del gioco. Ciò che serve nel Massachusetts è solo un po’ di fortuna.

 

Claudio Spagnuolo

Twitter: @KlausBundy

 

Tratto da: Sean Deveney, “Celtics’ rebuilding plan didn’t count on never getting breaks”, www.sportingnews.com

Difesa ed attacco: dibattito a colpi di dollari

Ci sono molti aspetti riguardanti la spesa degli enormi capitali delle franchigie NBA. E’ comunemente noto, comunque, che ogni spesa non sempre si rivela efficiente, e la discrepanza tra risultati e aspettative  può tradursi in grandi polemiche da parte dei tifosi, alimentate dalla copertura asfissiante dei media.

Nonostante la realizzazione dei punti sia normalmente la prima statistica citata nella maggior parte delle discussioni e gli highlights mostrino quasi esclusivamente i replay di fragorose schiacciate, sgargianti penetrazioni a canestro ed impossibili tiri dall’arco, la pallacanestro è uno sport nel quale le squadra possono vincere soltanto attraverso un complesso bilanciamento nella creazione del roster. Non importa quale stile venga imposto dall’head coach: serve sempre una grande difesa.

Anche l’attacco è importante, certamente. Ma, senza la difesa, le buone squadre hanno difficoltà a fregiarsi del titolo di “grandi”. In maniera simile, i migliori talenti della lega hanno generalmente difficoltà nel tentare l’evoluzione da “buoni giocatori” ad “eccellenti”, diventando degli atleti completi, come dimostra il background dell’attuale MVP.

Stephen Curry è stato uno stellare giocatore offensivo per anni, ma è stato solo quando ha imparato a destreggiarsi in fase difensiva che è riuscito a fare il salto di qualità. Nonostante i fans meno attenti non diano molta enfasi a questo particolare, in realtà è stata anche l’abilità di Curry di isolare i giocatori in zone anguste del campo e di rompere le linee di passaggio a consegnare ai Golden State Warriors il loro primo titolo in 40 anni, con uno storico record di 67-15 nella Regular Season.

Steph Curry difende su Pablo Prigioni.
Steph Curry difende su Pablo Prigioni.

Non c’è dubbio che la difesa aiuti a vincere le partite. Tuttavia, quanto influisce sui salari erogati dalle franchigie ai giocatori (che si tratti di free agency o estensioni contrattuali)?

Ciò che risulta è che non tutte le sfaccettature del gioco vengono retribuite in egual maniera.

In modo da dare uno sguardo oggettivo, abbiamo usato due metri di paragone, chiamati offensive box plus-minus (OBPM) e defensive box plus-minus (DBPM). Ognuno di questi traccia la stima di quanti punti ogni 100 possessi una squadra possa fare in più con un determinato giocatore sul parquet, con l’annesso limite d’impatto su uno dei due lati del campo. Anche se non si tratta di misure perfette, sono solidi indicatori di efficienza, e possiedono il beneficio ulteriore di operare sulla stessa scala.

E’ importante concentrarsi su quello che abbiamo chiamato “offensive tilt”, determinato dalla sottrazione dell’ultimo dato rispetto al primo. Una differenza negativa indica che il giocatore è più orientato alla fase difensiva, mentre una positiva mostra la sua superiorità in attacco. Un punteggio pari a zero indica la completa ambivalenza dell’atleta.

Ecco un esempio, nel quale sono stati utilizzati i numeri di Russell Westbrook durante la stagione 2014-15:

Schermata 2015-09-07 alle 22.11.21

Nonostante la dinamica point guard degli Oklahoma City Thunder abbia fatto molto bene in difesa durante la porzione della stagione in cui è stato libero da infortuni, Westbrook ha fatto molto meglio in attacco; ne risulta che il giocatore è stato una delle personalità offensive più quotate della lega.

Come esempio opposto, parliamo di Michael Carter-Williams. Tra il suo lavoro per i Philadelphia 76ers e i Milwaukee Bucks, ha compilato un -1.6 OBPM ed un 0.9 DBPM, che gli garantisce un “offensive tilt” di -2.5.

Derrick Rose marcato stretto da Michael Carter-Williams.
Derrick Rose marcato stretto da Michael Carter-Williams.

Carter-Williams è caduto molto in basso nell’equazione offensiva (in favore di quella difensiva), e questo è ciò che ci si può ben augurare da una smilza point guard con un jumper non particolarmente accattivante ed un numero eccessivo di palloni persi. Per questo motivo, il giovane playmaker, se fosse stato un membro della free agency o eleggibile per un’estensione, avrebbe probabilmente avuto qualche problema a trovare un corposo contratto da firmare.

D’altro canto, questo è ciò che è successo nella finestra di mercato di quest’estate:

54bdb1dd67be7a4e50c5d1607500ee55_crop_exact

Come si evince dal grafico, nonostante alcuni specialisti offensivi di vecchia data come Lou Williams e Mo Williams costituiscano un’eccezione, i giocatori che hanno mostrato migliori capacità in attacco sono stati pagati di più. E’ molto raro trovare un giocatore esclusivamente difensivo con un salario da capogiro, specialmente perché DeAndre Jordan e Marc Gasol non vengono qualificati come tali. Entrambi i lunghi, infatti, hanno avuto un OBPM positivo nell’annata 2014-15, nonostante abbiano impressionato maggiormente a protezione del ferro.

I giocatori con un valore neutrale invece sono estremamente comuni: questo dato non deve sorprendere, in quanto può trattarsi di giocatori scarsi, medi o dominanti su entrambi i lati del campo. In ogni caso, non si può negare che esista una possibile correlazione in questo, specie guardando la media salariale annuale dei giocatori per ogni fascia di Offensive Tilt:

Schermata 2015-09-07 alle 22.14.06

Questi dati dovrebbero dire abbastanza su quanto gli attaccanti vengano abbondantemente retribuiti, nonostante Lou Williams tracci una leggera curva a riguardo, in virtù dell’essere il solo giocatore nella sua categoria.

Tuttavia, prima di consultare separatamente i contributi offensivi e difensivi, c’è un modo per avvalorare le tesi esposte finora in modo definitivo: analizzando i numeri di quei giocatori ben lontani dalla perfetta neutralità tra attacco e difesa, possiamo notare che i più aggressivi nella metà campo avversaria sono quelli che, alla fine, guadagnano più soldi:

Schermata 2015-09-07 alle 22.15.20

Perché?

Ci sono un paio di spiegazioni ragionevoli a riguardo:

1) La NBA è ancora un business creato per intrattenere i tifosi: per vincere le partite e competere per il titolo, la maggior parte delle organizzazioni hanno concentrato i loro sforzi in modo che le loro squadre siano sia competitive, sia divertenti da guardare.

2) L’importanza della difesa è molto più difficile da quantificare in numeri rispetto all’attacco. Nonostante tutte le possibili statistiche disponibili al giorno d’oggi, è ancora molto arduo considerare se i numeri rispecchiano un valore effettivo o meno. La realizzazione, al contrario (con le precise percentuali relative ai tiri, agli assist e ad altre metriche di statistica) è molto più immediata agli occhi dei più o meno esperti in materia.

Lo scorso febbraio, Kirk Goldsberry di Grantland ha scritto circa la nuova metrica difensiva (presentata alla MIT Sloan Sports Analytics Conference di Boston), definendola un importante passo in avanti nella possibilità di misurare l’impatto di un giocatore in difesa. Nella sua tesi – per cui la difesa è ancora considerata un fattore meno importante dell’attacco – non c’è spazio agli equivoci:

Questa ricerca potrà anche non cambiare per sempre la pallacanestro, ma rappresenta un importante passo nella valutazione dei giochi difensivi nella NBA. Ci sono ancora molte sfide da vincere nel capire l’importanza di una grande prova in difesa; senza una solida conoscenza dei principi del gioco e delle rotazioni, è molto difficile sapere ciò che un difensore dovrebbe fare. Comunque, finché persone come Gregg Popovich e Tom Thibodeau non pubblicheranno i loro schemi difensivi, dovremo fare solo delle oneste ipotesi. In ogni caso, mentre probabilmente ci saranno sempre delle analisi di parte che propenderanno per l’attacco, questa nuova metrica si presenta come evidenza di un rimodellamento dell’integrazione statistica, con la preziosa opportunità di migliorare la nostra conoscenza del gioco difensivo“.

Accettando le parole di Goldsberry, è necessario evidenziare che non è soltanto la facile tracciabilità dei numeri offensivi a mettere in ombra il lavoro della difesa, ma anche la differenza monetaria.

Nel grafico sottostante, si può osservare come il salario annuale medio dei giocatori che hanno firmato un nuovo contratto durante quest’estate sia tendenzialmente più alto per i giocatori che esibiscono più qualità offensiva (misurata attraverso i dati rilevati dall’OBPM degli atleti in situazione di free agency o potenziale estensione):946344ef6c30e2fdc6287f513b1d695f_crop_exactSi tratta di un trend praticamente definitivo, anche se bisogna sempre considerare alcune notevoli eccezioni: ad esempio, quando i giocatori migliorano in attacco hanno anche la possibilità di farsi notare in altre fasi di gioco, mentre – sfortunatamente – questo non succede per i giocatori prettamente difensivi.

75c157348fc8b5f4ef8a83b02bb5d888_crop_exactMichael Kidd-Gilchrist non era un free agent quest’estate, ma ha comunque firmato una estensione con gli Charlotte Hornets che gli frutterà 52 milioni di dollari nel corso delle prossime quattro stagioni. Kidd-Gilchrist è ciò che abbiamo di più simile ad un vero specialista difensivo che si trovi al di sopra della linea di trend tracciata nella classifica mostrata sopra.

Il coach di Charlotte, Steve Clifford, non ha nascosto alla stampa tutta la sua ammirazione per il giocatore.

Quando è in campo il nostro gioco migliora; quando è in panchina, giochiamo peggio. Tra tutti i giocatori che ho visto qui negli ultimi due anni, lui è il giocatore di cui non possiamo fare davvero a meno”.

Kidd-Gilchrist difende su Kobe Bryant.
Kidd-Gilchrist difende su Kobe Bryant.

E’ bene sottolineare, tuttavia, che una buona mentalità offensiva non si traduce sempre in dollari per i giocatori che dimostrano di non saper difendere; ciononostante, uno specialista della difesa con un equivalente impatto sul risultato di uno specialista dell’attacco guadagnerà quasi sempre meno soldi.

E’ un dato di fatto.

 

Claudio Spagnuolo

Twitter: @KlausBundy

 

Fonte: Adam Fromal, “Do NBA Teams Pay More for Offense or Defense?”, Bleacher Report.

Brooklyn Nets: Prokhorov vicino all’acquisto del 100% delle quote

Mikhail Prokhorov, patron dei Brooklyn Nets, nonché il secondo uomo più ricco della Russia con un patrimonio stimato da Forbes di circa 10 miliardi di dollari, è vicino all’acquisto del 100% delle quote dei Nets.
Prokhorov attualmente detiene l’80% delle quote della franchigia e il 45% della Barclays Arena secondo il New York Post e ,come riportato anche da Sportando, sarebbe prossimo all’acquisto delle quote che gli mancano per arrivare al 100% di entrambi gli investimenti.
Bruce Ratner il co-proprietario dei Nets, dovrebbe cedere il suo 20% ad una cifra vicina ai 100 milioni di dollari. La franchigia è valutata intorno ai 700 milioni, ma il valore reale è di circa 490-500 milioni poiché la situazione debitoria è massiccia (210 milioni circa) .
I Brooklyn Nets furono acquistati da Prokhorov nel 2012 dopo il trasferimento dal New Jersey a Brooklyn . L’imprenditore russo ha fatto la sua fortuna nel campo della finanza e successivamente nel campo dei minerali preziosi; adesso bisogna capire se questi investimenti saranno il definitivo salto di qualità per la franchigia oppure serviranno per aumentare il valore sia dell’arena sia dei Nets, per poi rivenderli e guadagnarci.
Sicuramente per il proprietario dei Nets e prossimo proprietario della Barclays Arena, sarà un enorme investimento che dovrà portare introiti, per aumentare il valore della franchigia la componente sportiva è importante. Franchigie come i Lakers o i Knicks sono così famose che non hanno bisogno di vincere per valere miliardi di dollari; invece per i Nets ottenere risultati sul campo porterebbe un notevole incremento del valore economico.
Giacomo Manini @GiacomoManini twitter

 

 

Un incremento del Salary Cap ci aspetta all’orizzonte

Nelle prossime stagioni NBA sarà previsto un notevole incremento del Salary Cap. A rendere nota la notizia è Marc Stein. Per il giornalista di ESPN, grazie al nuovo contratto che la NBA ha siglato con le TV, a partire dalla stagione 2016/2017 nelle casse della Lega entreranno ben 24 bilioni di dollari. Il Cap aumenterà comunque già dalla prossima stagione, passando da poco più di 63 milioni di quest’anno a 67,1 milioni di dollari per il 2015/16, con relativa Luxury Tax fissata a 81,6 milioni. Ma il grande salto ci sarà, appunto, dal 2016, quando si volerà a 89 milioni di Cap e Luxury Tax a 108 milioni. E’ prevista, invece, una riduzione dalla stagione 2018/19, quando si passerà da 108 milioni dell’anno precedente a 100 milioni, salvo poi un continuo aumento fino al 2020/21. Di seguito riporto la tabella di proiezione dei prossimi Salary Cap e Luxury Tax previsti, ricordo che sono soltanto proiezioni, nulla è ancora certo, ma è chiaro che la NBA spaventata da un possibile nuovo loockout per l’estate 2017, dovrà comunque correre ai ripari e cercare di accontentare i giocatori e i loro agenti. Ormai tutti sanno del contratto per i diritti televisivi, e i veri attori protagonisti della Lega richiedono i loro guadagni. Anche per questo, molti giocatori che potranno uscire dal contratto quest’estate, probabilmente aspetteranno il primo luglio 2016, troppi soldi in ballo per rinunciarvi. Un giocatore come LeBron James, il cui contratto scadrà nel 2016 (non è certo frutto del caso la sua scelta di firmare solo due anni con i Cavs) potrà rifirmare con la squadra dell’Ohio per una cifra che si aggirerà intorno ai 30 milioni di dollari all’anno, così come lo stesso Kevin Durant.

STAGIONE               SALARY CAP            LUXURY TAX

2014/15                      $ 63,1 mln                   $ 76,8 mln

2015/16                      $ 67,1 mln                   $ 81,6 mln 

2016/17                      $ 89 mln                      $ 108 mln

2017/18                      $ 108 mln                    $ 127 mln

2018/19                      $ 100 mln                    $ 121 mln

2019/20                      $ 102 mln                    $ 124 mln

2020/21                      $ 107 mln                    $ 130 mln

Per nbapassion.com

Alberto Vairo (@albicoach)

NBA Financial: Luxury Tax

Salary Cap

Ecco l’ultimo degli appuntamenti riguardanti le regole dei salari NBA: oggi si parla di Luxury Tax.

Mentre il soft cap permette alle squadre di superare il salary cap senza alcun limite rifirmando i propri giocatori utilizzando i Bird Rights, ci sono varie conseguenze per le squadre che superano il limite di molto.

La luxury tax è il pagamento richiesto per quelle squadre il cui intero libro paga supera una certa “tax level” determinata da una complicata formula. Le squadre che superano questo valore sono obbligate a pagare secondo alcuni scaglioni una quantità di dollari per ogni singolo dollaro sopra la “tax level”.

Dato che la maggior parte dei contratti sono superiori al salary cap, sono pochissime le squadre che hanno i libri paga che superano il limite sopra il quale è obbligatorio pagare la tassa.

Ad esempio nel 2005/06 il limite da non superare si identificava in $61,7 milioni. I NY Knicks, durante la stessa stagione, avevano un payroll di $124 milioni, superando il cap di $74,5 e la linea di tassa di $62,3. Questa ultima cifra rappresentò il pagamento che James Dolan, proprietario dei Knicks, dovette pagare alla lega. I guadagni sulla luxury tax spesso sono distribuiti tra le squadre che non pagano questa sanzione.

Nel 2008/09 il limite per la luxury erano $71,15 milioni, nel 2009/10 $69,92, nel 2010/11, 11/12 e 12/13 $70,30. Nel 2013/14 il limite diventò $71,7 milioni. Durante questa stagione si parla di $76,82 milioni di tax level.

Per NBAPassion,
G.Scopacasa
#10

NBA Financial: Amnesty Clause

Salary Cap

Eccoci con un altro appuntamento alla scoperta del mondo salariale della NBA: oggi parliamo di Amnesty Clause. 

Ogni squadra ha il permesso di rinunciare a un giocatore senza che il salary salga avvicinandosi al cap o alla luxury tax. Un giocatore può essere tagliato prima dell’inizio di ogni stagione dal 2011/12 al 2015/16.

Ogni squadra può amnistiare soltanto un giocatore durante i sette giorni seguenti alla moratoria di Luglio. Le squadre, inoltre, possono amnistiare soltanto i giocatore firmati prima del 2011/12. Le altre squadre possono richiedere un giocatore amnistiato a un salario ridotto di modo che la squadra amnistiante paghi la differenza tra il contratto precedente del giocatore e il suo contratto ridotto con la nuova squadra. La squadra con l’offerta più alta si aggiudicherà il giocatore. Se il giocatore sarà unclaimed, cioè non verrà presentata alcuna offerta da nessuna squadra, egli diventerà un free agent. Le squadre sopra il salary cap potranno acquisire un giocatore amnistiato soltanto nel caso in cui egli diventi Free Agent e l’offerta venga limitata al minimo salariale. 

L’ultimo giocatore amnistiato nell NBA è stato Carlos Boozer. La clausola è stata utilizzata dai Chicago Bulls, intenzionati a prendere Carmelo Anthony o Pau Gasol (come poi successe) durante la scorsa offseason.

Per NBAPassion,
G. Scopacasa
#10

 

NBA Financial: Waivers

Eccoci oggi con un altro appuntamento alla scoperta dell’infinito mondo che regola la NBA dal punto di vista finanziario. Oggi si parla di Waivers, un argomento un po’ particolare e diverso rispetto ai termini contrattuali soliti.

Tutte le squadre NBA possono rilasciare un giocatore, che finirà tra i waivers, dove potrà stare per la durata di un periodo stabilito a 48 ore (durante la regular season). Mentre si troverà in questa situazione le altre squadre potrebbero richiederlo ottenendo il giocatore con il suo salario originario nella squadra precedente. Nel caso in cui non venisse chiamato da nessuna squadra assumerà il ruolo di cleared waiver e diventa a tutti gli effetti un free agent, con la possibilità di firmare con ogni squadra egli voglia.

I giocatori rilasciati non possono giocare nei playoff se hanno interrotto il rapporto con la ex squadra dopo il primo di marzo. Soltanto nella stagione del lockout 2011-12 questa scadenza fu prorogata al 23 dello stesso mese.

NBA Financial: la sign-and-trade

Analizziamo oggi una pratica non molto usuale nella NBA, ma che si adatta perfettamente ad alcune situazioni particolari che si potrebbero incontrare nel corso di una offseason, più particolarmente nel corso di una Free Agency.

Nel caso in cui una squadra sia in procinto di firmare un nuovo giocatore, Unrestricted Free Agent fino a quel momento, ma la squadra precedente voglia mantenerlo a roster si potrebbe trovare un equilibrio tra gli interessi delle due organizzazioni con l’attuazione della sign-and-trade. Quando avviene questa operazione un giocatore firma con una squadra e viene subito scambiato con la nuova franchigia. Una sign-and-trade può essere favorevole per tutti, ma maggiormente per il free agent. Questo perché giocherà per la squadra in cui desideri e perché possa farlo ottenendo un contratto più alto di quanto sarebbe stato quello assegnatogli dalla nuova franchigia con una normale transazione.

Le sign-and-trade sono una realtà nella NBA grazie alle regole precedentemente esistenti nella CBA, secondo le quali le squadre che avrebbero perso uno o più Free Agents sarebbero state ricompensate con scelte o denaro. Nella NBA non esiste più questa prassi, ma se le squadre e i giocatori sono d’accordo si può attuare una sign-and-trade per cercare di ricalcare una transazione simile a quella del passato.

Il giocatore che firma un nuovo contratto dovrà essere scambiato immediatamente dopo il raggiungimento dell’accordo. Una squadra non può tenersi un giocatore a roster dopo aver sfruttato una migliore situazione salariale altrui per ottenere il raggiungimento del cosiddetto agreement. Il contratto del giocatore ex-free agent dovrà essere di una durata minima di 3 anni, con il primo garantito.