NBA Jersey Stories – Minneapolis Lakers, la prima dinastia

Prima o poi, nella mente di un appassionato di basket, si sarà affacciata una domanda: Ma cosa vuol dire Lakers? Non ci sono laghi a Los Angeles!”. Anche a coloro che, comprensibilmente, avessero deciso di non porsi il problema, sarà magari capitato di chiedersi cosa diavolo significasse la scritta “MPLS.” che ha fatto bella mostra di sé sulle maglie celesti indossate da Kobe Bryant e Shaquille O’Neal nei primi Anni Duemila e, in tempi recenti, da Kyle Kuzma e compagni. La risposta a entrambi gli interrogativi è da ricercarsi agli albori della NBA, quando andò in scena la prima, grande dinastia della pallacanestro statunitense: quella dei Minneapolis Lakers.

Kobe Bryant con la maglia celebrativa dei Minneapolis Lakers
Kobe Bryant con la maglia celebrativa dei Minneapolis Lakers

Nel 1946, il mondo era chiamato a un nuovo inizio. La Seconda Guerra Mondiale aveva spazzato via sogni e speranze di intere generazioni e gran parte del pianeta si trovava a dover ricostruire quello che era stato distrutto. Per gli statunitensi, la fine delle ostilità fu anche una buona occasione per tornare a concentrarsi sulla loro più grande passione: lo sport. Se per baseball, football e hockey lo spettacolo era continuato anche negli anni più bui, per il basket professionistico il secondo dopoguerra rappresentò a tutti gli effetti l’inizio di una nuova era. Fino a quel momento, lo sport inventato a fine Ottocento da James Naismith era stato praticato perlopiù come ‘contorno’ ad altri eventi, come concerti o serate da ballo. Un minimo di popolarità arrivò soprattutto grazie a squadre itineranti, come gli Original Celtics, i New York Renaissance, i Detroit Vagabond Kings o gli Harlem Globetrotters (che in seguito abbandoneranno ogni velleità competitiva per lasciare spazio al solo entertainment). I primi tentativi di organizzare un vero e proprio campionato ebbero fortune alterne. Sia la American Basketball League (Anni Venti), che la National Basketball League (fine Anni Trenta) dovettero presto scontrarsi con la dura realtà dell’epoca; le modeste risorse economiche permettevano agli indomiti pionieri di esibirsi solo in strutture ‘di fortuna’ (oratori, sale da ballo, palestre scolastiche) e comunque lontano dai grandi mercati. La svolta arrivò proprio in quel 1946, con la fondazione della Basketball Association of America (BAA). La nuova lega era stata ideata dai proprietari delle maggiori arene sportive americane, e aveva il dichiarato obiettivo di offrire agli spettatori qualche valido motivo, che non fosse l’hockey o il circo, per recarsi al palazzetto. Questo nuovo punto di vista, pur prettamente commerciale, ebbe il merito di gettare le basi per quella che sarebbe diventata la lega sportiva più famosa al mondo. Nel 1949, infatti, le franchigie superstiti della NBL furono ammesse nella BAA, dando ufficialmente vita alla National Basketball Association.

Tra le nuove squadre confluite nella futura NBA c’erano i Minneapolis Lakers. Nata a Detroit nel 1946 con il nome Gems, la franchigia era stata venduta dopo una sola, tremenda stagione, chiusa con 4 vittorie e 40 sconfitte. Fu acquisita da Ben Berger e Morris Chalfen (fondatore del fortunato show Holiday On Ice) i quali, con il fondamentale contributo del giornalista Sid Hartman, la trasferirono nella ‘terra dei diecimila laghi’, definizione da cui scaturì il nuovo nome della squadra: Lakers, per l’appunto. Il primo compito di Hartman, nominato general manager, fu trovare un allenatore. La ricerca si focalizzò sui grandi coach collegiali del Minnesota. Dopo il rifiuto di Joe Hutton, che preferì rimanere a Hamline University per allenare suo figlio (Joe Jr., che indosserà la maglia dei Minneapolis Lakers), fu contattato il trentunenne John Kundla. Già ottimo giocatore alla University of Minnesota, aveva dovuto interrompere la sua giovane carriera da allenatore per arruolarsi nella marina militare, salvo poi riprendere sulla panchina di University of St. Thomas. Dopo diversi tentennamenti, un’astronomica offerta da seimila dollari annui lo convinse a diventare il primo allenatore dei Minneapolis Lakers.

George Mikan porta in spalla coach John Kundla dopo l'ennesimo trionfo dei Minneapolis Lakers
George Mikan porta in spalla coach John Kundla dopo l’ennesimo trionfo dei Minneapolis Lakers

Per costruire un roster competitivo, Hartman iniziò una feroce operazione di reclutamento tra i migliori prospetti collegiali. Il colpo più importante fu l’ingaggio di Jim Pollard, ala da Stanford University. Soprannominato ‘The Kangaroo Kid’ per le sue capacità di salto fuori dal comune (per gli standard dell’epoca), fu uno dei primi giocatori professionisti a utilizzare la schiacciata per concludere a canestro. La sua ascesa non venne frenata nemmeno dalla guerra; Pollard riuscì a dispensare la sua classe anche nella squadra della guardia costiera, facendole vincere svariati tornei tra il 1943 e il 1946. Per convincerlo a lasciare la sua amata California (dove era tornato a giocare nei circuiti amatoriali), Hartman dovette replicare la ‘strategia’ usata con Kundla, ovvero scucire dei bei dollaroni. Ottenuti i servigi del ragazzo e aggiunti altri giovani talenti, i Minneapolis Lakers cominciarono a prendere forma. Affinché la nuova squadra potesse diventare una grande squadra, però, serviva che all’amo abboccasse il pesce più grosso di tutti.

L’ultima, indecorosa stagione dei Detroit Gems aveva lasciato in eredità alla nuova franchigia i diritti sulla prima scelta assoluta di un dispersal draft reso necessario dal precoce fallimento della Professional Basketball League of America, ennesimo prototipo malriuscito di lega professionistica. Sid Hartman e soci, senza pensarci un attimo, selezionarono colui che sarebbe stato nominato “il più grande giocatore della prima metà del secolo”: George Mikan.
Primo vero ‘centro dominante’ del basket americano, nonostante i ‘soli’ 208 cm (la stessa altezza di Ben Simmons, per intenderci), Mikan era esploso alla DePaul University, guidando i Blue Demons alla vittoria del National Invitation Tournament nel 1945. Era noto per uno stile di gioco alquanto rude (rimase celebre l’episodio in cui, lottando per un rimbalzo, ruppe il naso al fratello Ed, allora centro dei Chicago Stags), ma lavorò molto anche per ampliare il suo repertorio tecnico. Negli anni del college aveva sviluppato un tiro in gancio (sia destro, che sinistro) pressoché immarcabile. In lunetta, invece, utilizzava un movimento che sarà tanto caro, qualche decennio più tardi, anche a Rick Barry: a due mani, dal basso. Le sue incredibili doti atletiche (sempre riferendosi ai parametri degli Anni ’40) gli permettevano di ‘cancellare’ i tiri avversari togliendoli dal canestro in parabola discendente; qualche anno dopo, per vietare questa pratica, verrà introdotta la regola del goaltending.
Non appena Mikan, con i suoi caratteristici occhialoni da vista, passò al professionismo, fu chiaro a tutti che sarebbe diventato un giocatore epocale. La sua carriera iniziò ‘dietro casa’ (era nato a Joliet, Illinois), con la maglia dei Chicago American Gears. Primo anno, primo titolo: quello della NBL, vinto nel 1947. Travolto dall’entusiasmo per la superiorità della sua squadra, il proprietario dei Gears, Maurice White, decise di lasciare la NBL e di formare una lega tutta sua. Nacque così la PBLA; la stessa che, dopo pochi mesi, dichiarò bancarotta. Ecco dunque il dispersal draft, ed ecco che ‘Big George’ divenne la prima, grande star nella storia dei Lakers.

I 'Big Three' dei Minneapolis Lakers. Jim Pollard (#17), George Mikan (#99) e Vern Mikkelsen (#19)
I ‘Big Three’ dei Minneapolis Lakers. Jim Pollard (#17), George Mikan (#99) e Vern Mikkelsen (#19)

Guidati da due fenomeni del calibro di Mikan e Pollard, i Minneapolis Lakers si abbatterono come un tornado sulla mediocre NBL. Nella loro prima stagione vinsero subito il titolo, sbarazzandosi senza problemi di Oshkosh All-Stars e Tri-Cities Blackhawks (oggi Atlanta Hawks) e superando in finale i Rochester Royals di Al Cervi e di Red Holzman, futuro allenatore dei grandi Knicks. Anche in virtù di quella comoda vittoria (che però non viene conteggiata ufficialmente dalla NBA, in quanto ottenuta in un’altra lega), la dirigenza decise di tentare il salto di qualità, trasferendo la franchigia nella BAA. La futura NBA stava disperatamente tentando di emergere dalla caotica bagarre tra piccole/medie leghe professionistiche, e per riuscirci aveva bisogno di grandi team e grandi giocatori. Ecco dunque che, nel 1948, vennero incorporate quattro delle migliori squadre NBL; a Fort Wayne Pistons e Indianapolis Jets si aggiunsero le due finaliste della stagione 1947/48, Rochester Royals e Minneapolis Lakers. In un campionato ancora mediamente povero di talento, le nuove franchigie ebbero vita facile: Royals e Lakers dominarono la Western Division (all’epoca, le dodici squadre erano distribuite principalmente tra nord-est e midwest statunitense) e si trovarono nuovamente di fronte, stavolta per giocarsi l’accesso alle Finals. Ancora una volta, a spuntarla furono gli uomini di Kundla, che poi sconfissero in finale i Washington Capitols (allenati da un giovane Red Auerbach) aggiudicandosi il titolo BAA 1949. In due anni di vita, due trionfi; la dinastia era cominciata.

Durante l’estate che seguì, vennero aggiunti gli ultimi pezzi per la creazione di un vero e proprio ‘Dream Team’. Tramite la regola delle ‘territorial picks’, che all’epoca garantiva alle squadre la precedenza assoluta nella selezione di atleti della zona, fu scelto Vern Mikkelsen, stella della University Of Minnesota. Nello stesso draft fu chiamato Bob Harrison, guardia da University of Michigan. Poco dopo, fu messo sotto contratto Slater Martin, ‘funambolo’ dei Texas Longhorns. Con Martin e Harrison a dividersi i minuti da esterni con il playmaker Herm Schaefer (a Minneapolis fin dal 1947) e con il miglior frontcourt della lega, formato da Pollard, Mikkelsen e Mikan, i Lakers si preparavano a dominare la nascente National Basketball Association.
Nell’estate del 1949 la BAA, uscita vincitrice dalla sfida, assorbì le sei rimanenti franchigie della NBL, dando alla luce la lega che conosciamo oggi. O almeno la sua versione primordiale, visto che la stagione 1949/50 partì con appena diciassette squadre. Tra queste, le più credibili pretendenti al titolo erano le solite note: Rochester Royals e Minneapolis Lakers, a cui si aggiungevano i Syracuse Nationals di Dolph Schayes, dominatori incontrastati nella Eastern Division. Royals e Lakers vinsero 51 partite a testa, ma i futuri Kings caddero clamorosamente contro Fort Wayne, al primo turno. La squadra di coach Kundla ebbe quindi vita facile; non perse nemmeno una gara di playoff fino alla serie finale, quando sconfisse i Nats 4-2 e completò l’inimitabile ‘three-peat’: tre titoli consecutivi in quelle che, di fatto, erano tre leghe differenti.

George Mikan festeggiato dal resto dei grandi Minneapolis Lakers
George Mikan festeggiato dal resto dei grandi Minneapolis Lakers

L’ennesimo trionfo proiettò quella formazione nella leggenda dello sport americano. Minneapolis era ormai il centro del mondo cestistico, e le stelle dei Lakers erano assurte allo status di vere e proprie celebrità. Nei primi Anni ’50 vennero persino girati dei documentari in stile Istituto Luce su quel gruppo di eroi, in cui venivano esaltate sia le doti tecniche dei singoli, che la fluidità del gioco orchestrato da Kundla. Dimentichiamoci delle accelerazioni al ferro di Russell Westbrook o del ‘Beautiful Game’ degli Spurs 2014, ma il movimento di palla di quei Lakers, così come i tiri dalla distanza (piedi per terra) di Martin e le invenzioni acrobatiche di Pollard, rappresentavano comunque una rivoluzione per l’epoca.
In particolare, George Mikan divenne una sorta di ‘semidio’. In occasione di una sua visita da avversario a New York, sul tabellone luminoso del Madison Square Garden comparve la scritta: “Mercoledì, basketball: George Mikan vs. Knicks”. Il centro dei Lakers raccontò in seguito che i compagni, offesi per essere stati ‘snobbati’, si rifiutarono di cambiarsi e gli dissero di andare là fuori da solo, salvo poi convincersi a scendere in campo con lui. Miglior realizzatore di ogni lega in cui avesse giocato da professionista (fino al 1951), aveva chiuso i playoff del 1950 a 31.3 punti a partita. A partire dalla stagione successiva, la NBA iniziò a tenere le statistiche sui rimbalzi, mettendo così nero su bianco un ulteriore aspetto del dominio di ‘Big George’ sotto canestro; saranno 13.4 di media in carriera. Le difese avversarie tentavano i più disperati escamotage per limitarlo. Il 22 novembre 1950, i Fort Wayne Pistons optarono per la più semplice delle strategie: stare fermi con il pallone in mano, senza fare assolutamente niente. D’altronde, non esistevano ancora limiti di tempo per concludere l’azione. Quando un giocatore si sarebbe stancato, avrebbe passato la palla ad un compagno, che avrebbe continuato la pantomima. Tra le urla indispettite del pubblico di Minneapolis e quelle degli arbitri, la partita si trascinò stancamente finché, a nove secondi dal termine, Larry Foust segnò il canestro che diede il definitivo vantaggio ai Pistons: finì 19-18, il più basso punteggio della storia NBA. Dei 18 punti totali dei Minneapolis Lakers, Mikan ne segnò 15 (a cui se ne aggiunsero 2 di Harrison e 1 di Pollard, tutti dalla lunetta). L’increscioso episodio spingerà la lega verso l’introduzione del cronometro dei 24 secondi, che entrerà in vigore nel 1954. C’era però un’altra regola che stava per cambiare, proprio in virtù dello strapotere di Mikan: al termine della stagione 1950/51 fu infatti allargata l’area dei tre secondi, in modo da costringere gli ‘spauracchi’ come Big George a giocare più lontani dal canestro.

Nel frattempo, la dinastia dei Minneapolis Lakers aveva incontrato il primo, imprevedibile intoppo. La regular season era stata come al solito dominata, con il 44-24 finale che rappresentava il miglior record della lega. Anche il primo turno playoff, contro gli Indianapolis Olympians, era filato via liscio, o quasi; prima di staccare il biglietto per il consueto ‘showdown’ con i Rochester Royals, valido ancora una volta per l’accesso alle Finals, George Mikan si fratturò una gamba. Fasciato a dovere, il colosso non si fece pregare, e scese comunque in campo. Chiuse la serie a 23.8 punti di media, segnandone addirittura 32 in gara-4. Per la prima volta, però, vinsero i Royals, che ebbero finalmente la strada spianata per il loro primo (e ad oggi ultimo), sospiratissimo titolo NBA.

Gli ultimi, grandi Minneapolis Lakers, stagione 1953-54
Gli ultimi, grandi Minneapolis Lakers, stagione 1953-54

Con il nucleo storico ancora nel fiore degli anni, gli uomini di coach Kundla si lasciarono presto alle spalle quell’incidente di percorso. La stagione 1951/52, la prima con la ‘Mikan rule’ in vigore (quella che allargava l’area piccola), fu l’ennesima marcia trionfale. A dispetto della norma restrittiva pensata appositamente per lui, la star dei Lakers segnò quasi 24 punti a sera, regalandosi anche una mostruosa performance da 61 punti contro i Royals (allora dietro solo ai 63 di Joe Fulks nel 1949). Sconfitti nuovamente gli Olympians al primo turno, Minneapolis si prese la rivincita su Rochester, tornando in finale dopo un anno di assenza. Gli avversari, i New York Knicks di coach Joe Lapchick, opposero una più che degna resistenza, ma vennero schiacciati in gara-7 dai grandi Lakers. Quella serie fu disputata in un contesto surreale; con Madison Square Garden e Minneapolis Auditorium già occupati, la NBA dovette accontentarsi di location ‘alternative’. In particolare, le gare nella ‘Big Apple’ vennero giocate in una storica armeria cittadina. Altri tempi…

Recuperato a pieno regime Mikan, che nel 1953 fu nominato MVP del terzo All-Star Game della storia NBA, i Minneapolis Lakers non si fermarono più; i Knicks vennero letteralmente ‘schiaffeggiati’ nel rematch delle Finals, mentre nel 1954 toccò ai Syracuse Nationals inchinarsi ai padroni incontrastati della lega. I Lakers vinsero il sesto titolo nei loro primi sette anni di vita, il quinto – e terzo consecutivo – da quando si erano uniti alla BAA / NBA. Una supremazia che verrà replicata (e migliorata) solo dagli invincibili Boston Celtics di Bill Russell, negli Anni ’60.

La prima dinastia del basket americano vide calare il sipario proprio sul più bello; subito dopo il titolo del 1954, George Mikan annunciò il ritiro. Aveva appena trent’anni, ma il suo fisico era ormai logoro; dopo aver lottato come un guerriero per sette stagioni senza mai battere ciglio, nonostante i numerosi infortuni (un bottino complessivo di dieci ossa rotte e sedici punti di sutura), decise che era giunto il momento di appendere le scarpe al chiodo e dedicarsi alla famiglia. Tracciando il sentiero per ciò che farà Michael Jordan quarant’anni più tardi, Big George tentò il grande ritorno nella stagione 1955/56, per cercare di aiutare i calanti Lakers. Sebbene avessero trovato in Clyde Lovellette un buon sostituto, gli uomini di John Kundla non erano più riusciti a tornare alle Finals. Il comeback di Mikan fu tutt’altro che trionfale (10.5 punti e 8.3 rimbalzi; un’inezia, per gli standard abituali), così il leggendario centro disse il definitivo “basta” con l’arrivo dell’estate 1956. In quello stesso anno, arrivò ad un passo dall’elezione al Congresso degli Stati Uniti. Tentò di esercitare come avvocato, ma lo scarso successo e le pressioni di Kundla lo convinsero a riavvicinarsi al mondo che lo aveva reso immortale. Prima gli fu assegnato l’incarico di general manager, poi, nel 1957, prese il posto del suo vecchio allenatore sulla panchina dei MPLS. Anche la nuova esperienza fu un flop. Minneapolis, dopo due premature eliminazioni nelle stagioni precedenti, non riuscì neanche a qualificarsi per i playoff. Dopo un inizio di regular season da 9 vittorie e 30 sconfitte, Mikan fu esonerato, mentre Kundla, nel frattempo eletto GM, riprese il ruolo di head coach. Per Big George non fu comunque l’ultimo punto di contatto con il mondo del basket; nel 1967 fu nominato commissioner della nascente American Basketball Association, mentre sul finire degli Anni ’80 fu una figura chiave per il ritorno del grande basket nel Minnesota (tanto che oggi, fuori dal Target Center, campeggia una statua eretta in suo onore).

George Mikan, Kareem Abdul-Jabbar e Shaquille O'Neal, i tre grandi centri della storia dei Lakers
George Mikan, Kareem Abdul-Jabbar e Shaquille O’Neal, i tre grandi centri della storia dei Lakers

Già, perché dal 1960 i Minneapolis Lakers non esistevano più. Il ritiro di Mikan era stato un colpo durissimo per la squadra, sia dal punto di vista tecnico che in termini di ‘appeal’. L’affluenza di pubblico calò drasticamente e, dopo la disastrosa stagione 1957/58, il nuovo proprietario Bob Short prese definitivamente in considerazione l’ipotesi di un ricollocamento. Nel frattempo, Los Angeles aveva accolto la sua prima franchigia professionistica: i Dodgers (baseball) si erano infatti trasferiti da Brooklyn. Se da un lato l’operazione suscitò feroci polemiche a New York, dall’altro si rivelò un enorme successo commerciale. La cosa non sfuggì a Short il quale, dopo aver valutato le opzioni Chicago e San Francisco, decise di spostare i Lakers nel sud della California.

Nell’attesa di diventare la prima squadra NBA della West Coast, i Minneapolis Lakers diedero un ultimo, fortissimo colpo di coda. La stagione con Mikan in panchina, chiusa con il terribile record di 19 vittorie e 53 sconfitte, aveva garantito la prima chiamata assoluta al draft 1958. La scelta ricadde su Elgin Baylor, sensazionale ala piccola da Seattle University. Curiosamente, Baylor era già stato scelto dagli stessi Lakers al draft del 1956, ma aveva deciso di rimanere al college. Non appena il nuovo arrivato mise piede su un campo NBA, fu evidente che avrebbe cambiato le sorti non solo della squadra, ma della lega intera. L’impatto di ‘Rabbit’ con il basket professionistico fu esaltante: 24.9 punti e 15 rimbalzi di media, MVP dell’All-Star Game, Rookie Of The Year e, soprattutto, uno stile di gioco che nessuno aveva visto prima. Le sue acrobazie lo resero la prima superstar ‘moderna’, il vero precursore dei fenomeni che vediamo esibirsi oggi. Baylor si impose subito come il leader di un gruppo ormai ‘anziano’ che, grazie al suo talento, tornò ai playoff dopo un anno di assenza. In post-season i Lakers si sbarazzarono dei Pistons (che nel 1957 si erano definitivamente stabiliti a Detroit) e dei campioni in carica St. Louis Hawks, staccando un inatteso biglietto per le NBA Finals. Ad attenderli c’erano i Boston Celtics, che li umiliarono 4-0 e diedero ufficialmente inizio alla più grande rivalità sportiva di sempre.

Elgin Baylor, prima scelta dei Minneapolis Lakers nel 1958
Elgin Baylor, prima scelta dei Minneapolis Lakers nel 1958

L’ultima stagione dei Minneapolis Lakers si concluse al secondo turno dei playoff 1960, quando gli Hawks si presero la rivincita dell’anno precedente. Ormai, della grande dinastia restava ben poco. Dopo le finali perse contro Boston, John Kundla rassegnò le dimissioni. Con il trasferimento a Los Angeles sempre più vicino, il grande allenatore preferì restare nel suo amato Minnesota. Tornò sulla panchina dei Gophers, da dove tutto era partito, e fu il primo coach nella storia dell’ateneo a offrire borse di studio anche ad atleti afroamericani. Fu anche l’unico esempio ad oggi conosciuto di un cinque volte campione NBA che si ‘ricicla’ insegnante di educazione fisica. Manterrà vita natural durante contatti stretti con gli altri protagonisti della travolgente cavalcata di quei Lakers, da George Mikan a Vern Mikkelsen, che si ritirò insieme a lui nel 1959.
Una volta abbandonata la ‘terra dei diecimila laghi’ per la soleggiata California (che di laghi ne aveva ben pochi) la franchigia scelse di mantenere il nome originale; nacquero così i Los Angeles Lakers. Qualche anno più tardi, nel 1966, scomparve anche l’ultimo lascito dei ‘padri fondatori’ del team: i colori delle maglie passarono dallo storico bianco-blu (riadattamento del vecchio giallo-celeste indossato nei primi anni da George Mikan e compagni) all’attuale giallo-viola. Un nome e un look destinati a rimanere impressi a fuoco nell’immaginario collettivo.

NBA Jersey Stories – Vancouver Grizzlies: the dark side of Canada

Per chi si è avvicinato alla NBA nella seconda metà degli Anni ’90, i ricordi del primo impatto con quel mondo sono indissolubilmente legati alle ‘stravaganti’ divise dell’epoca. Tra quelle che hanno lasciato maggiormente il segno ci sono certamente le maglie di Toronto Raptors e Vancouver Grizzlies, due franchigie accomunate dalle stesse origini, ma divise ben presto da destini contrapposti. Mentre a Toronto si godevano le magie di Vince Carter, i tifosi della ‘parte sbagliata’ del Canada cestistico assistevano impotenti alle tragicomiche peripezie di una delle peggiori squadre della storia.

Shareef Abdur-Rahim (#3) e Marcus Camby (#21), prime scelte al draft 1996 di Grizzlies e Raptors
Shareef Abdur-Rahim (#3) e Marcus Camby (#21), prime scelte al draft 1996 di Grizzlies e Raptors

L’idea di far confluire team canadesi in una major di matrice statunitense non era certo una novità; la National Hockey League era stata fondata proprio in Canada (a Montreal) nel 1917, e i Toronto Maple Leaf erano una delle franchigie fondatrici. Anche nel nucleo originale della BAA (Basketball Association of America, che poi diventerà NBA) c’era un squadra di Toronto: gli Huskies, che il primo novembre del 1946 disputarono quella che verrà ufficialmente riconosciuta come la prima partita della storia NBA, perdendo contro i New York Knickerbockers. L’amore tra il Canada e il basket professionistico, però, durò solamente una stagione. D’altronde, quello era lo Stato dell’hockey… Gli Huskies dichiararono bancarotta, e la NBA rimase confinata nei soli Stati Uniti per quasi cinquant’anni.
All’inizio degli Anni ’90, la lega di David Stern godeva di una popolarità mai raggiunta in precedenza. L’avvento di Magic Johnson, Larry Bird e, soprattutto, Michael Jordan aveva trasformato il basket americano in un fenomeno globale, in grado di generare una quantità stratosferica di denaro. Sempre più città chiedevano di poter avere una franchigia e, dopo Miami, Charlotte, Orlando e Minneapolis, tra il 1993 e il 1994 anche Toronto e Vancouver videro le loro richieste accettate. A portare la NBA nella British Columbia fu il proprietario dei Vancouver Canucks della NHL, Arthur Griffiths, che fece costruire un’arena da 20.000 posti (il General Motors Place) per ospitare entrambe le franchigie.

Sia per i Grizzlies (i giganteschi orsi tipici della zona), che per i Raptors (il cui nome è dovuto invece a,,, Jurassic Park!), la marcia di avvicinamento alla stagione inaugurale fu un’impervia salita. Prima la maxi-tassa di ingresso da 125 milioni di dollari (contro i soli 32,5 chiesti a Heat, Hornets, Magic e Timberwolves nel biennio 1988/89), poi la disputa sulle scommesse sportive, illegali negli USA e lecite in Canada, quindi la questione-biglietti. Per avere il via libera definitivo, infatti, le due franchigie avrebbero dovuto vendere 12.500 abbonamenti entro il 1 gennaio 1995. Visto che, a una decina di giorni dalla scadenza, i Grizzlies erano riusciti a piazzarne circa diecimila, una catena di supermercati canadese decise di acquistarne i rimanenti, per regalare a Vancouver la sua franchigia NBA.
Una volta superati i primi ostacoli di un percorso assai tortuoso, tutto era pronto per cominciare. Visto che il nome della squadra era deciso, e che era stato pure creato un sito web (prima franchigia NBA ad averne uno), il passaggio successivo era la scelta delle divise. Ecco dunque le indimenticabili maglie bianco-verde acqua, con tanto di scritta ‘su roccia’ e gigantesco grizzly raffigurato sui pantaloncini; una tenuta che resterà nella memoria collettiva ben più a lungo della squadra stessa

Quintetto 'cult' dei Vancouver Grizzlies 1995-96. Da sinistra, Chris King, Antonio Harvey, Greg Anthony, Bryant Reeves e Byron Scott
Quintetto ‘cult’ dei Vancouver Grizzlies 1995-96. Da sinistra, Chris King, Antonio Harvey, Greg Anthony, Bryant Reeves e Byron Scott

Stu Jackson, già allenatore dei Knicks nel 1989/90, fu assunto come general manager, mentre l’incarico di head coach fu assegnato a Brian Winters, alla sua prima – e ultima – esperienza da capo allenatore. Con lo staff tecnico ormai completo, mancavano solo i giocatori. Il primo ad essere messo sotto contratto fu il free-agent Kevin Pritchard, oggi presidente degli Indiana Pacers, che fu però tagliato prima ancora di scendere in campo. Per formare i roster delle due nuove franchigie venne organizzato un expansion draft. In sostanza, ognuna delle altre squadre NBA doveva ‘proteggere’ otto componenti del roster; gli altri avrebbero potuto essere selezionati da Raptors e Grizzlies. Naturalmente, un sistema del genere non poteva portare in Canada chissà quali fenomeni. Gli unici giocatori di un certo rilievo (escludendo i super-veterani Byron Scott, Jerome Kersey e John Salley) rimasti a disposizione erano B.J. Armstrong (prima scelta assoluta di Toronto), uno dei protagonisti del primo three-peat dei Chicago Bulls, e Greg Anthony, specialista difensivo che passò da New York a Vancouver. Tutti gli altri si rivelarono delle vere e proprie ‘meteore’ e alcuni di loro, al termine di quell’esperienza, non misero mai più piede su un parquet NBA.
Fu poi la volta del draft ‘regolare’, con i due ‘expansion team’ estromessi per regolamento dalle prime cinque chiamate. I primi a scegliere furono i Grizzlies, che con la sesta pick, subito dopo Kevin Garnett, chiamarono Bryant Reeves.
Centro di 213 cm per circa 130 chili, Reeves era cresciuto a Gans, un paesino sperduto tra i campi dell’Oklahoma che, nel 2010, contava 312 abitanti. Di fronte al suo immenso stupore nel veder passare un aeroplano in cielo, tale Byron Houston, suo compagno a Oklahoma State, gli aveva affibbiato il soprannome ‘Big Country’ (letteralmente ‘Il Grande Campagnolo’). La sua quadriennale carriera collegiale era stata impreziosita dalla memorabile cavalcata al torneo NCAA 1995, quando aveva trascinato i suoi Cowboys alle Final Four e aveva distrutto un canestro (entrando di diritto nella cultura popolare della sua piccola comunità) durante l’allenamento di preparazione alla sfida, poi persa, contro UCLA. Secondo i piani della dirigenza, ‘Big Country’ avrebbe dovuto essere il primo uomo-franchigia dei Grizzlies. La sua carriera, invece, rispecchierà alla perfezione la storia di quella squadra; un lento e inesorabile inabissamento.

I 'Big Three' dei Vancouver Grizzlies. Shareef Abdur-Rahim (#3), Bryant Reeves (#50) e Mike Bibby (#10)
I ‘Big Three’ dei Vancouver Grizzlies. Shareef Abdur-Rahim (#3), Bryant Reeves (#50) e Mike Bibby (#10)

L’avventura NBA dei Vancouver Grizzlies iniziò con i fuochi d’artificio; larga vittoria nella partita inaugurale a Portland, poi altro successo – all’overtime – nel debutto casalingo contro i Minnesota Timberwolves, di fronte a oltre 19 mila spettatori. Quel 2-0 iniziale, però, fu probabilmente il punto più alto della parentesi canadese della franchigia. Vancouver perse le successive 19 partite, tra cui una finita 111-62 per i San Antonio Spurs, e chiuse con il peggior record della lega: 15 vittorie e 67 sconfitte. Per quanto incredibile possa sembrare, l’anno dopo riuscì a fare ancora peggio, vincendo solo 14 partite (allora record negativo all-time). Alla luce delle prime (di tante) sconfitte, Brian Winters fu cacciato da Stu Jackson, che si auto-nominò capo-allenatore, per poi tornare dietro la scrivania al termine della disastrosa regular season.
La seconda, tragica stagione dei Vancouver Grizzlies era stata anticipata da una delle tante sliding doors che ne causarono la prematura scomparsa. Non potendo scegliere per prima a causa delle severe norme di inclusione a cui era stata sottoposta, la dirigenza aveva comunque a disposizione la terza chiamata in uno dei più ricchi draft della storia. Con Allen Iverson ormai accasatosi a Philadelphia e Marcus Camby selezionato dai ‘cugini’ Raptors, la scelta ricadde su Shareef Abdur-Rahim, stella dei Golden Bears di Berkeley. Poco da obiettare; in fondo, ‘Reef’ si rivelerà fin dall’inizio il miglior giocatore della breve e triste storia della franchigia. Cosa sarebbe successo, però, se al suo posto fosse stato chiamato Ray Allen, Steve Nash o… Kobe Bryant?

Un altro snodo cruciale per le sorti del team ebbe luogo nell’estate del 1997, quando a ‘Big Country’ Reeves fu proposta un’estensione contrattuale da 61.8 milioni di dollari in sei anni. Le sue prime stagioni erano state sicuramente positive, quella successiva sarebbe stata la migliore della sua carriera (16.3 punti, 7.9 rimbalzi di media e una gara da 41 punti contro Boston) ma, dal 1998 in avanti, i grossi problemi di peso e i continui infortuni lo porteranno a un prematuro ritiro.
Nel frattempo, l’osceno spettacolo continuava. Vancouver vinse 19 partite nel 1997/98. Un risultato tremendo, ma comunque il migliore di sempre per una franchigia che, nei suoi primi tre anni di vita, aveva fatto registrare un record di 48 vittorie e 198 sconfitte. Il poco invidiabile tabellino si aggiornò a 56-240 dopo la stagione 1998/99, ridotta a sole 50 partite per via del lockout. Il roster perse pian piano i suoi pezzi più importanti. I veterani aspettarono con ansia la scadenza del contratto per fuggire a gambe levate dal Canada, mentre i più giovani tirarono enormi sospiri di sollievo quando seppero di essere stati coinvolti in qualche trade. Tra questi ultimi, Antonio Daniels, spedito a San Antonio (e subito campione NBA con gli Spurs) appena un anno dopo essere stato scelto con la quarta chiamata al draft 1997. Nello stesso draft, poche posizioni più in basso, i Toronto Raptors selezionarono Tracy McGrady

Mike Bibby con la divisa 'alternate', inaugurata dai Vancouver Grizzlies nel 1997
Mike Bibby con la divisa ‘alternate’, inaugurata dai Vancouver Grizzlies nel 1997

Ecco, il più grande problema, a Vancouver, era la mancanza di una stella, di un giocatore in grado di far entusiasmare le folle. Quello che non fu mai Shareef Abdur-Rahim, che pure era un’eccellente ala, e che non fu mai vicino ad essere Bryant Reeves. Al draft del 1998 venne scelto un grandissimo playmaker, Mike Bibby, campione NCAA con Arizona l’anno prima. Bibby, però, giocò la sua migliore pallacanestro con la maglia dei Sacramento Kings, ed era comunque un giocatore che badava più ‘al sodo’ che allo spettacolo. Per la cronaca, dopo di lui furono chiamati Paul Pierce e Dirk Nowitkzi. Soprattutto, i Raptors, ‘volto felice’ del Canada cestistico, selezionarono Vince Carter, colui che, a suon di incredibili schiacciate, li renderà la squadra più popolare della lega.

L’occasione giusta per arrivare alla tanto ambita star si presentò con il draft 1999, di cui i Grizzlies detenevano la seconda scelta assoluta. Tra i migliori prospetti di quella classe c’era Steve Francis, elettrizzante playmaker in uscita da University Of Maryland. Francis era il classico esempio di ‘fenomeno strappato alla strada’; cresciuto con altre 17 persone in un trilocale di Takoma Park, Maryland, aveva iniziato a trasportare droga all’età di dieci anni. Era stato salvato dal basket, sport dal quale si era inizialmente allontanato dopo la prematura scomparsa della madre (il padre era in carcere da tempo per rapina a mano armata). Lasciatosi alle spalle tale contesto, Francis si lasciò abbagliare dalle luci della fama e della ricchezza. Per il suo approdo nel mondo dei professionisti sperava in una cornice prestigiosa, un posto in cui il suo volto sarebbe potuto finire su tutte le copertine. In poche parole, quello che Vancouver non era.
Nelle settimane che precedettero il draft, colui che sarebbe diventato ‘Stevie Franchise’ fece chiaramente intendere di non voler giocare per i Grizzlies. Quando i Chicago Bulls chiamarono Elton Brand, lungo da Duke e altro pezzo pregiato di quella classe, la preoccupazione di Steve fu tale che il ragazzo venne sorpreso dalle telecamere a pregare, tra gli sguardi imbarazzati del suo entourage. Nel momento in cui il commissioner David Stern annunciò la scelta, Francis completò la patetica farsa con una caracollante ‘marcia funebre’ verso il palco.

L'incontenibile gioia di Steve Francis per essere stato draftato dai Vancouver Grizzlies
L’incontenibile gioia di Steve Francis per essere stato draftato dai Vancouver Grizzlies

L’ostracismo del giocatore nei confronti della franchigia, che aveva deciso di investire su di lui, proseguì nelle settimane successive, quando dichiarò pubblicamente di non gradire la destinazione per svariati motivi: dalle tasse alla lontananza da casa, passando per “la volontà divina”. La ‘ciliegina sulla torta’ fu un curioso episodio occorso all’aeroporto di Vancouver, dove una guardia chiese al suo agente se Steve e i suoi accompagnatori facessero parte di un gruppo rap. I Grizzlies, alla fine, si trovarono costretti ad orchestrare una trade e lo scambio, ovviamente, fu pessimo: in cambio del futuro All-Star (nonché Rookie Of The Year, a pari merito con Brand), ricevettero dagli Houston Rockets un mucchio di ‘mestieranti’ e alcune scelte future, da cui non scaturirà nessun valido giocatore.
La vicenda-Francis fu un colpo durissimo per la reputazione dell’atleta, le cui continue ‘turbolenze’ caratteriali lo porteranno fuori dalla NBA ad appena 31 anni. In ogni sua apparizione a Vancouver, da avversario, fu accolto dai tifosi – mai così accalorati, durante l’epopea dei Grizzlies – con urla, fischi e cartelloni, tra cui spiccò un memorabile “Segretamente, nemmeno tua nonna ti sopporta”. Ancor di più, fu una mazzata devastante per la credibilità della franchigia, seccamente e apertamente rifiutata da un giovane talento.

La fine dell’avventura era sempre più vicina. La stagione 1999/2000 fu un altro disastro; sconfitte a non finire (60 in 82 partite), un vorticoso avvicendamento tra allenatori e un netto calo dell’affluenza al General Motors Place. Nel frattempo, la proprietà era passata più volte di mano. Griffiths aveva ceduto parte delle sue quote a tale John McCaw nel 1995, all’inizio dell’avventura. Quando fu chiaro che l’entusiasmo verso la giovane franchigia non sarebbe mai esploso e che gli introiti non avrebbero mai raggiunto i livelli auspicati, McCaw mise i Vancouver Grizzlies sul mercato. Il primo a farsi avanti fu Bill Laurie, già owner dei St. Louis Blues nella NHL, che dichiarò l’intenzione di trasferire i Grizzlies nel Missouri, già teatro delle ‘leggendarie’ gesta degli Spirits negli Anni ‘70. Al rifiuto della NBA, la franchigia venne invece venduta a Michael Heisley, businessman di Chicago. Inizialmente, Heisley assicurò che la squadra sarebbe rimasta a Vancouver; poco dopo, come da prassi non scritta in questi casi, avviò le procedure per il ricollocamento a Memphis. Guai, però, ad accomunare l’addio dei Grizzlies a Vancouver a quello dei SuperSonics a Seattle nel 2008, accompagnato da una sommossa popolare e le cui polemiche non si sono mai sopite del tutto. La stagione di congedo del team dal Canada occidentale, oltre ad essere l’ennesima disfatta sportiva (23-59 il record finale), fu seguita con una ‘serena rassegnazione’ dal pubblico di casa, quello che avrebbe comunque continuato ad infiammare le partite di hockey dei Canucks. L’ultima apparizione casalinga fu, ironia della sorte, contro gli Houston Rockets di Steve Francis, il 14 aprile 2001. E naturalmente fu una sconfitta (oltretutto subita in rimonta, dopo aver toccato anche il +19), nonostante i 24 punti di ‘Reef’ e i 18 assist di Bibby. Oltre che dalle solite manifestazioni di disprezzo nei confronti del numero 3 avversario, la cornice della gara fu caratterizzata dai malinconici messaggi d’addio alla squadra, tra cui meritano una menzione “100 vittorie sono meglio che nessuna. Grazie Grizz” e soprattutto il laconico “Thanks for the worst team ever”, che non ha bisogno di traduzioni o spiegazioni. Dopo la curiosa vittoria sul campo dei Golden State Warriors (con uno Shareef da 28 punti e 22 rimbalzi), i Vancouver Grizzlies sparirono per sempre.

Una volta trasferitisi a Memphis, i Grizzlies trovarono finalmente la loro stella, Pau Gasol
Una volta trasferitisi a Memphis, i Grizzlies trovarono finalmente la loro stella, Pau Gasol

Finiva così la saga di una franchigia capace, in sei anni di vita, di perdere 359 partite e vincerne solo 101 (che comunque sono meglio di niente, come ricordavano i fan), di non vedere nemmeno col binocolo i playoff e di non regalare ai tifosi neanche l’ombra di un All-Star (Abdur-Rahim lo diventerà più tardi, con gli Atlanta Hawks). La città, che dopo l’addio dei Grizzlies attraversò un periodo di rapida crescita economica e culturale, non rimpianse mai quella squadra. Mai una protesta per la relocation, mai una commemorazione per quegli sventurati ‘pionieri’. Addirittura, il centro di allenamento venne trasformato in un campo di battaglia per i laser game. Anche i giocatori-simbolo furono lasciati partire; Reeves si ritirò per i continui problemi alla schiena, Bibby finì a Sacramento in cambio del funambolico Jason Williams e Shareef passò agli Hawks, che come contropartita offrirono un pacchetto comprendente la terza scelta assoluta al draft 2001. In quanto alle mitiche maglie, unico vero lascito dei Vancouver Grizzlies, bè… furono abbandonate ancor prima della città. Nella stagione 2000/01, la squadra indossò una versione rimodernata delle divise, che porterà con sé a Memphis. Anche il nome, nonostante il Tennessee non fosse proprio identificato come la terra degli orsi, rimase lo stesso. Una volta giunti nella loro nuova casa, come per magia, i Grizzlies trovarono quella stella che avevano atteso per anni. La scelta ottenuta da Atlanta si tramutò in Pau Gasol, colui che scriverà i primi, lieti capitoli di una storia iniziata nel peggiore dei modi, sul ‘lato oscuro’ del Canada cestistico.

NBA Jersey Stories – Gli Warriors dei Run TMC

Il nome Golden State Warriors, ai giorni nostri, è sinonimo di eccellenza. Indica una franchigia capace di trasformarsi, grazie a una serie di impeccabili manovre dirigenziali, in una macchina da titoli e da record. Prima dell’avvento di Stephen Curry, però, la storia del club è stata ben più ricca di ombre, che di luci. Dai tempi del trasferimento da Philadelphia alla Bay Area, l’unico titolo è datato 1975, quando Rick Barry e compagni sconfissero in finale i favoritissimi Washington Bullets. Il momento di vero splendore, però, arrivò soltanto all’inizio degli Anni ’90 e durò la miseria di due stagioni, bruscamente interrotto da alcune sciagurate decisioni manageriali. Una parentesi breve e avara di successi, ma rimasta impressa a fuoco nella memoria degli appassionati, che la ricorderanno per sempre come l’era dei ‘Run TMC’.

Il rookie Chris Mullin con la divisa utilizzata dagli Warriors fino al 1989
Il rookie Chris Mullin con la divisa utilizzata dagli Warriors fino al 1989

Nell’estate del 1989, gli Warriors abbandonarono le divise raffiguranti il profilo della California, che li avevano accompagnati per due decenni. Le maglie con la scritta trasversale, recentemente celebrate da Kevin Durant e compagni, non furono l’unica novità di quella off-season. Con la quattordicesima scelta al draft fu infatti selezionato Tim Hardaway, guizzante playmaker da University of Texas at El Paso (UTEP). L’inventore del letale crossover chiamato “UTEP Two-Step” si rivelò il tassello mancante per completare una rivoluzione iniziata l’anno precedente, quando erano arrivati Mitch Richmond, guardia da Kansas State, e coach Don Nelson, che aveva preso il posto del giovane George Karl. Nelson era stato preceduto, a Oakland, dalla sua fama di grande innovatore del gioco. Negli undici anni trascorsi nella doppia veste di allenatore-general manager dei Milwaukee Bucks aveva stravolto il concetto di ‘posizioni da 1 a 5’, affidando il pallone a giocatori come Marques Johnson, prototipo della cosiddetta ‘point forward’, allontanando i lunghi dal canestro (se non togliendoli proprio dal campo) e abituando ogni atleta a ricoprire più ruoli, nel corso di una partita. A tutti gli effetti, aveva inaugurato quello small ball (all’epoca indicato proprio come ‘Nellie Ball’) che, in tempi recenti, ha portato a ripetuti trionfi i nuovi Warriors, quelli targati Steve Kerr.

La versione di fine Anni ’80 di Golden State era ben lontana da quella attuale. Una dirigenza più incline al risparmio, che alla lungimiranza, era riuscita a cedere tutti quei giocatori in grado di infiammare l’Oakland Coliseum. Il caso più recente era stato quello di Eric ‘Sleepy’ Floyd, ceduto agli Houston Rockets (insieme a Joe Barry Carroll) pochi mesi dopo aver realizzato il record di punti in un quarto di una gara playoff (29, su 51 totali, nel quarto periodo di gara-4 contro i Lakers dello ‘Showtime’). L’unica scelta davvero azzeccata, prima di Richmond e Nelson, fu la chiamata di Chris Mullin al draft del 1985. Cresciuto sui playground tra Harlem e il Bronx, uno dei pochi bianchi a frequentare quelle zone, Mullin aveva sviluppato il suo gioco alla Power Memorial Academy, scuola superiore newyorchese resa leggendaria da Lew Alcindor (oggi noto come Kareem Abdul-Jabbar) negli Anni ’60. Fu scelto dagli Warriors dopo una splendida esperienza collegiale a St. John’s University e una medaglia d’oro alle Olimpiadi del 1984, vinta giocando al fianco di Michael Jordan e Patrick Ewing. La sua carriera da professionista, iniziata con seri problemi di alcolismo, ebbe una svolta con l’arrivo di Don Nelson. Il nuovo allenatore-dirigente lo aiutò sia sul campo, spostandolo da guardia tiratrice ad ala piccola, che fuori, mandandolo in riabilitazione per porre fine ai suoi guai con la bottiglia.

In quella fatidica estate del 1989, Mullin e Richmond (Rookie Of The Year nella stagione appena conclusa) erano a tutti gli effetti i leader della squadra. Le aggiunte del lituano Sarunas Marciulionis (uno dei primi europei ad avere un significativo impatto oltreoceano) e, soprattutto, di Hardaway, furono l’innesco che fece esplodere la miccia. In particolare, Tim mostrò fin da subito una grande intesa con Mitch e Chris, destinatari prediletti dei suoi lanci in campo aperto e perfetti interlocutori per gli spettacolari ‘fraseggi’ in transizione. Ben presto si ritenne necessario dare un nome a quello scoppiettante trio, che in breve tempo aveva fatto cadere ai suoi piedi il pubblico della Baia. Il San Francisco Examiner organizzò un vero e proprio ‘contest’, con i tre membri come ‘giurati’. A spuntarla fu ‘Run TMC’, ottenuto mischiando le iniziali dei loro nomi (Tim, Mitch, Chris) a quello del celebre gruppo hip-hop Run DMC.

Il trio 'Run TMC'. (da sinistra) Tim Hardaway, Chris Mullin e Mitch Ritchmond
Il trio ‘Run TMC’. (da sinistra) Tim Hardaway, Chris Mullin e Mitch Ritchmond

I dettami di Don Nelson, espressi con rapidità e versatilità, ma anche con istinto e improvvisazione dai Run TMC, resero gli Warriors una vera e propria macchina da punti. Chiusero la stagione 1989/90 con la più alta media realizzativa della lega, mentre l’anno successivo furono il secondo miglior attacco. In entrambe le stagioni, però, la loro difesa fu solo la ventiseiesima NBA. Il primo anno del trio mise in evidenza il più grande difetto, fino a quel momento, del ‘Nellie Ball’: segnare tanto non significava per forza vincere. 37-45 il record finale (con 14 sconfitte nelle prime 18 partite) e playoff 1990 guardati in televisione.
Al pubblico, la carenza di risultati sembrò l’ultimo dei problemi; lo spumeggiante attacco ‘run-and-gun’ di Nelson, guidato dalle intuizioni di Hardaway e finalizzato dall’atletismo a tutto campo di Richmond e dalle mani fatate di Mullin, conquistò l’ammirazione di gran parte degli appassionati e portò il Coliseum a 41 sold out consecutivi nella stagione 1990/91. Oltre che dalle prodezze dei Run TMC, i fan della Bay Area venivano trattenuti a palazzo da una felice operazione di marketing: ogni volta che la squadra raggiungeva i 120 punti, pizza gratis per tutti. Ecco dunque, all’avvicinarsi del fatidico traguardo, innalzarsi al cielo il coro: “Pizza! Pizza!”. Considerando che, nella stagione 1990/91, gli Warriors ne misero 116 di media, è facile pensare che i loro sostenitori siano arrivati ad aprile con lo stomaco bello pieno…
Il 2 novembre 1990, nella prima gara stagionale, Golden State vinse a Denver per 162 a 158; quel punteggio rimane tuttora il più alto di sempre in una partita senza supplementari (e il terzo più elevato in assoluto). I Run TMC, nominati co-capitani da Nelson, misero a referto 72.5 punti combinati a partita, quell’anno, secondi solo al trio English-Vandeweghe-Issel (Nuggets ’82-’83) nella storia NBA (un record poi sbriciolato da Curry-Thompson-Durant nelle ultime due stagioni). Mullin, Richmond e Hardaway finirono contemporaneamente nella top-10 dei migliori realizzatori della lega. Chris e Tim, inoltre, presero parte all’All-Star Game di Charlotte.

I Run TMC in panchina
I Run TMC in panchina

Oltre a divertire il pubblico, gli Warriors del 1990/91 ottennero dei risultati. Il settimo piazzamento ad Ovest (44 vittorie e 38 sconfitte) non fece certo gridare al miracolo, ma permise comunque alla truppa di Don Nelson di tornare ai playoff. Al primo turno si trovarono di fronte i San Antonio Spurs, guidati da Larry Brown in panchina e da un giovane David Robinson in campo. I nero-argento si presero gara-1 grazie a una prova stratosferica del trio formato da Robinson, Rod Strickland e Willie Anderson, che chiuse con 98 punti combinati sui 130 totali. Da gara-2 in avanti, però, il palcoscenico fu tutto per i Run TMC. Golden State vinse le successive tre partite (con una gara-4 da 32 punti per Hardaway) ed eliminò i favoritissimi texani. Galvanizzati dalla rimonta, gli Warriors si presentarono carichi di aspettative al cospetto degli avversari più prestigiosi. I Los Angeles Lakers stavano regalando ai loro fan l’ultimo ‘colpo di coda’ dell’era-Showtime. Con Kareem Abdul-Jabbar ormai in pensione e Pat Riley che aveva appena lasciato il posto a Mike Dunleavy, quelli erano i Lakers di James Worthy, Byron Scott, Sam Perkins, Vlade Divac e, ovviamente, Earvin ‘Magic’ Johnson, ancora all’oscuro delle sue condizioni di salute. L’Uomo Magico ebbe un compito infame, vista l’età: cercare di contenere lo scatenato Hardaway, che infatti gli segnò in faccia 33 punti in gara-1. Ciononostante, L.A. si prese la vittoria. Nella partita successiva, Magic ebbe modo di riscattarsi, piazzandone 44, conditi da 12 rimbalzi e 9 assist. Dall’altra parte, però, al solito, grande Timmy (28 punti e 14 assist) sì unì un inarrestabile Chris Mullin, che con 41 punti regalò ai suoi il pareggio nella serie.
Tornati in California, gli Warriors organizzarono per i loro ospiti una ‘festa di benvenuto’ in grande stile. Ad accompagnare l’ingresso dei padroni di casa furono chiamati nientemeno che i Run DMC, coloro che avevano ispirato l’azzeccatissimo soprannome degli idoli locali. Tutto ciò non fece altro che motivare ulteriormente i Lakers, che espugnarono due volte Oakland e chiusero la pratica al Great Western Forum.

Sebbene i sogni di gloria fossero infranti, il futuro della franchigia appariva roseo. I tre leader, ma anche i principali ‘comprimari’ (da Marciulionis al pittoresco lungo Tom Tolbert) erano infatti nel fiore degli anni, e intorno all’ambiente c’era un entusiasmo contagioso. La dirigenza, però, riuscì a rovinare il ‘giocattolo’. La sconfitta contro i Lakers convinse la proprietà della necessità di apportare qualche modifica, per cercare di compiere il passo successivo. Nelson, che ricopriva il doppio ruolo di allenatore-executive, fu spinto a ‘smussare’ le sue convinzioni tattiche, rinunciando a uno dei tanti esterni del roster per aggiungere chili e centimetri sotto canestro. D’altronde, senza lunghi non si vince… Vero, Steve Kerr?
Al draft 1991 vennero selezionati l’ala grande Chris Gatling e il centro Victor Alexander, ma l’attenzione di Nelson era focalizzata soprattutto su un giocatore: Billy Owens. Scelto dai Sacramento Kings con la terza scelta assoluta (dietro a Larry Johnson e Kenny Anderson), Owens era stato nominato Big East Player Of The Year con la maglia di Syracuse. Ciò che maggiormente ‘intrigava’ Nelson erano le sue ottime doti da rimbalzista (8.8 di media al college), così come il fatto che potesse ricoprire almeno tre ruoli (guardia, ala piccola e ala grande). Insomma, il giocatore ideale per far incontrare il Nellie Ball e la necessità di ‘irrobustire’ la squadra. In coincidenza con l’inizio della stagione 1991/92, gli Warriors andarono all-in: Billy Owens passò a Golden State, mentre a Sacramento finirono una seconda scelta 1995, il centro di riserva Les Jepsen e… Mitch Richmond! Nelson si affrettò a dichiarare che la cessione di Richmond rappresentava la scelta più dura della sua carriera, ma ormai i giochi erano fatti. Il trio Run TMC era stato distrutto per sempre.

Billy Owens, con la maglia numero 30 degli Warriors
Billy Owens, con la maglia numero 30 degli Warriors

Inizialmente, la mossa sembrò pagare. Owens chiuse la stagione d’esordio a 14.3 punti e 8 rimbalzi di media, e fu incluso nell’All-Rookie First Team. Gli Warriors vinsero 55 partite, ben undici in più rispetto all’anno precedente, e conquistarono i playoff con il terzo miglior record a Ovest. Nonostante un grande Hardaway, un Marciulionis da 21.3 punti di media e un ottimo Billy Owens (19.3 e 8.3 rimbalzi nella serie), la banda-Nelson si arrese al primo turno ai rampanti Seattle SuperSonics di Gary Payton e Shawn Kemp.
A partire dalla stagione successiva, però, i progetti della franchigia andarono a rotoli. Mentre Mitch Richmond conquistava il primo dei suoi sei All-Star Game e si consacrava leader dei Kings (che ritireranno il numero 2 in suo onore), la sua vecchia squadra perdeva un pezzo dopo l’altro. Chris Mullin, reduce dalla leggendaria spedizione olimpica con il Dream Team, saltò gran parte della regular season per un problema al pollice, Tim Hardaway e Billy Owens si fermarono a lungo per infortuni al ginocchio, Sarunas Marciulionis giocò solo 30 partite dopo una bruttissima caduta in estate, facendo jogging, che gli procurò la rottura di una gamba e la slogatura di una caviglia. Golden State terminò la stagione senza playoff, condannata da un record 34-48 che la relegò al decimo posto nella Western Conference.
Una stagione così brutta portò comunque delle note liete. La prima indossava la maglia numero 15 e rispondeva al nome di Latrell Sprewell. Vera e propria ‘gemma nascosta’ del draft 1992, ‘Spree’ fu selezionato dagli Warriors con la ventiquattresima scelta. I numerosi infortuni dei compagni gli permisero di mettere in mostra fin da subito le sue straordinarie doti atletiche e un arsenale offensivo d’élite. Titolare in 69 delle 77 partite disputate, chiuse l’anno da matricola a 15.4 punti di media e fu inserito nel secondo quintetto All-Rookie.
L’altra ottima notizia arrivò dalla draft lottery, che regalò a Nelson e soci la terza chiamata assoluta. La scelta ricadde su Anfernee ‘Penny’ Hardaway, fenomenale guardia in uscita da University of Memphis. Gli Orlando Magic, detentori della prima scelta, avevano però messo gli occhi su Hardaway, che aveva ben impressionato durante i workout individuali e, soprattutto, poteva contare sull’approvazione di Shaquille O’Neal, che aveva ‘recitato’ con lui nel film Blue Chips. Proposero così uno scambio, che Golden State accettò prontamente: Penny si trasferì in Florida insieme a tre prime scelte future, mentre a Oakland arrivò il primo giocatore selezionato in quel draft 1993: Chris Webber.

Latrell Sprewell e Chris Webber, speranze infrante dei Golden State Warriors post-Run TMC
Latrell Sprewell e Chris Webber, speranze infrante dei Golden State Warriors post-Run TMC

Se Penny Hardaway, talento scintillante, sarebbe stato comunque l’ennesimo esterno del roster, Webber era a tutti gli effetti il giocatore che mancava. Lungo iper-atletico con mani da violinista e visione di gioco fuori dal comune per il ruolo; l’identikit ideale per completare il quintetto sognato da Nelson. In più, arrivava in NBA spinto da una feroce voglia di riscatto; ‘C-Webb’ era infatti reduce da due finali NCAA perse con i mitici ‘Fab Five’ di Michigan. L’ultima sconfitta era arrivata anche a causa sua: un timeout chiamato senza più averne a disposizione era costato alla sua squadra un fallo tecnico, che aveva di fatto regalato la vittoria a North Carolina.
Il 1993/94 degli Warriors non partì con i migliori auspici: ben presto, si scoprì che Hardaway e Marciulionis avrebbero dovuto saltare l’intera stagione per risolvere i problemi alle ginocchia. L’assenza di due giocatori così importanti, comunque, diede modo ai giovani talenti del post-Run TMC di esplodere definitivamente. Sprewell chiuse a 21 punti di media e conquistò l’All-Star Game, mentre Chris Webber fu eletto Rookie Of The Year. Aiutata anche dal solito Chris Mullin e da un ottimo Billy Owens, Golden State tornò ai playoff, con il sesto piazzamento a Ovest. La corsa si fermò al primo turno, per mano dei Phoenix Suns di Kevin Johnson, Dan Majerle e di uno straordinario Charles Barkley, che completò lo sweep chiudendo gara-3 con 56 punti e 14 rimbalzi.

Una sconfitta che, in ogni caso, non sembrava così dolorosa; quel gruppo, formato da giovanissime stelle e da campioni ancora all’apice della carriera come Mullin e Hardaway, aveva tutti i requisiti per sognare in grande. Come già accaduto negli anni dei Run TMC, però, gli ambiziosi progetti della franchigia andarono rapidamente in fumo. Stavolta non fu una trade a rovinare tutto (anche se Ricky Pierce e Carlos Rogers, arrivati da Seattle in cambio di Marciulionis, si rivelarono degli assoluti flop), ma una serie di divergenze tra Webber e Nelson. L’allenatore vedeva C-Webb come il centro perfetto per il suo Nellie Ball, mentre il nativo di Detroit prediligeva il ruolo di ala grande. Le discussioni tra i due si susseguirono per tutta la stagione, sfociando spesso in urla e improperi pubblici, finché le loro posizioni non divennero inconciliabili. A nulla servì l’innesto del centro Rony Seikaly, Most Improved Player con i Miami Heat nel 1990; anzi, la mossa peggiorò ulteriormente la situazione, visto che comportò il ‘sacrificio’ di Billy Owens, uno dei migliori amici del numero 4. Webber esercitò l’opzione che gli permetteva di uscire dal contratto, dopodiché accettò una sign-and-trade (rinnovo contrattuale con successivo scambio, per garantire alla vecchia squadra una contropartita) che lo spedì agli Washington Bullets, in cambio di Tom Gugliotta e tre prime scelte future. Ancora una volta, era tutto da rifare.

Chris Webber e Don Nelson
Chris Webber e Don Nelson

Al momento dell’addio di C-Webb, che era comunque rimasto ai box in attesa di ‘sbrogliare la matassa’, Golden State aveva un record di sei vittorie e una sola sconfitta; dopo lo scambio con Washington, fu il tracollo. I nuovi acquisti, Pierce e Seikaly, fecero compagnia a Chris Mullin nella lista infortunati per gran parte della stagione. Gugliotta fu prontamente ceduto ai Minnesota Timberwolves, con cui diventerà un All-Star nel 1997, in cambio del rookie Donyell Marshall, che giocò decentemente solo la prima stagione, prima di sprofondare nella mediocrità. Quando il tabellino recitò il triste bilancio di 14 vittorie e 31 sconfitte, Don Nelson rassegnò le dimissioni, sostituito da Bob Lanier. Esattamente come nel 1992/93, le uniche note liete di una stagione pessima, conclusa all’undicesimo posto nella Western Conference, furono Sprewell, All-Star per il secondo anno di fila, e l’ottenimento della prima scelta assoluta al draft. Fu selezionata un’ala grande, naturalmente. Si chiamava Joe Smith, ma verrà per sempre ricordato come colui che venne scelto prima di Antonio McDyess, Jerry Stackhouse (che però era una guardia), Rasheed Wallace e, soprattutto, Kevin Garnett
Oltre a Smith, le novità in casa Warriors erano rappresentate da Jerome Kersey, ‘secondo violino’ di Clyde Drexler nella Portland degli Anni ’80, e B.J. Armstrong, reduce dal primo three-peat dei Chicago Bulls targati Jordan-Pippen-Jackson. Con un backcourt formato da Armstrong e dall’ormai insostituibile Sprewell, Tim Hardaway perse il posto in quintetto. Prima della trade deadline, il ‘motore’ dei Run TMC lasciò la Bay Area. Passò a Miami, dove al fianco di Alonzo Mourning diverrà il primo, grande simbolo della giovane franchigia. Ad Oakland arrivarono, in cambio, il lungo Kevin Willis e il playmaker Vernell ‘Bimbo’ Coles.
La magia degli anni d’oro dei Run TMC, però, era svanita. Lo spogliatoio, gestito dal nuovo coach Rick Adelman, era ormai distrutto. Sprewell e Kersey ebbero un feroce litigio e il primo, dando un assaggio delle sue pericolose attitudini, si presentò all’allenamento successivo brandendo una spranga e minacciando di sostituirla presto con una pistola. Seikaly, Coles, Armstrong e Harris si rivelarono buoni innesti, ma niente di più. Gli Warriors mancarono nuovamente i playoff; la consapevolezza della fine di un’epoca si fece sempre più concreta.

Latrell Sprewell con la maglia inaugurata dagli Warriors nel 1997
Latrell Sprewell con la maglia inaugurata dagli Warriors nel 1997

L’era dei Run TMC terminò ufficialmente con la stagione 1996/97, l’ultima di Chris Mullin nella Bay Area. Ancora una volta, ‘Spree’ fu l’unico motivo di soddisfazione; 24.2 punti di media (massimo in carriera) e terza convocazione all’All-Star Game. Anche Joe Smith giocò una buonissima regular season (18.7 punti e 8.5 rimbalzi a gara); per il resto, un roster sempre più vecchio (a cui venne aggiunto anche un Mark Price sul viale del tramonto) faticò enormemente a tenere il passo degli squadroni dell’Ovest. Chiusero al decimo posto la Western Conference, facendo calare definitivamente il sipario sul progetto. In estate, tutto ciò che rimaneva dell’era-Run TMC fu spazzato via; coach Adelman fu prontamente silurato e il grande capitano, Chris Mullin, fu spedito agli Indiana Pacers (in cambio di Erick Dampier e Duane Ferrell, non proprio due All-Star…). Anche le divise di quegli anni ruggenti furono abbandonate, sostituite da una versione più moderna e decisamente più ‘tamarra’, come da dettami della moda NBA dei tardi Anni ’90.

Mentre Mitch Richmond lasciava il testimone a Chris Webber (con Adelman in panchina) nei cuori dei fan di Sacramento, mentre Tim Hardaway conquistava Miami e Chris Mullin raggiungeva le Finals con Indiana, Golden State cadde in un baratro profondo, da cui uscirà solo con l’arrivo di Stephen Curry. L’ultimo atto di una saga tanto entusiasmante, quanto inconcludente, ebbe come protagonista il giocatore più entusiasmante e inconcludente di tutti: Latrell Sprewell. Il numero 15 entrò presto in conflitto con il nuovo allenatore, P.J. Carlesimo, noto per l’approccio piuttosto ‘brusco’ nei confronti dei giocatori. Il primo dicembre del 1997, Sprewell rispose malamente all’ennesimo rimprovero di Carlesimo, che decise di cacciarlo dall’allenamento. Per tutta risposta, ‘Spree’ gli si gettò al collo, tentando di strangolarlo. Allontanato a forza dai compagni uscì dalla palestra, fece qualche giro intorno alla struttura con la sua Lamborghini fiammante, quindi rientrò e colpì nuovamente il coach con una gomitata. La sua follia gli costò molto caro: la franchigia prima lo sospese per dieci partite senza stipendio, poi optò per annullare direttamente il suo contratto, dando il via a una lunga diatriba legale. Anche la NBA usò la mano pesante, squalificandolo per l’intera stagione. La sua carriera, appena agli inizi, fu gravemente compromessa. Così come furono compromesse, una volta per tutte, le ambizioni di quei Golden State Warriors.

NBA Jersey Stories – La leggenda di Michael Jordan

Michael Jordan
Michael Jordan
La #23 la maglia di Michael Jordan

Nelle 22 precedenti edizioni di questa rubrica abbiamo ripercorso le storie legate ad alcune maglie entrate di diritto nella storia della NBA grazie alle gesta di grandi giocatori, oppure a quelle divenute un ‘cult’ per la loro particolarità, arrivati alla 23esima puntata, inevitabilmente il magnetismo di questo numero (ripreso anche, per altri motivi, dal film con Jim Carrey Number 23) finisce per farci soffermare su colui che l’ha reso non solo famoso, ma addirittura immortale: Michael Jordan.

Tra tutte le maglie che hanno segnato capitoli indimenticabili della lunga e appassionante storia del basket americano, quella rossa con scritto davanti “BULLS 23” è senza ombra di dubbio la più riconoscibile. Anche chi non ha mai visto una partita in vita sua, salvo rarissime eccezioni, vi potrà dire: “Ah, quella è la maglia di Michael Jordan!”.

Già, perché quel ragazzo nato a Brooklyn e cresciuto a Wilmington (North Carolina) ha trasformato quei colori e quel numero in una vera e propria icona.
Effettivamente, la leggenda di Michael Jordan è stata scritta soprattutto con quella bellissima maglia rossa. Sono però tantissime le maglie fondamentali nella carriera di un uomo diventato mito. Per ‘celebrare’ la Jersey Story n.23, andiamo a riscoprire insieme quelle più importanti… si parte!

 

Michael Jordan North Carolina (1981/84)


01 - NC
Come per tutti (o quasi) i signori della NBA, l’epopea di Michael Jordan iniziò al college. Durante i quattro anni alla corte del mitico coach Dean Smith, Jordan lasciò un segno indelebile sul prestigioso ateneo, tanto che oggi lo sponsor tecnico dei Tar Heels è proprio Air Jordan, il marchio creato su misura per Michael (come vedremo più avanti) dalla Nike.
Nella sua prima stagione la squadra di Smith, forte di due star come James Worthy e Sam Perkins, arrivò alla finale NCAA. Michael, che a fatica stava entrando nelle grazie del coach (per via del suo stile di gioco troppo ‘accentratore’) segnò il primo canestro decisivo della sua leggenda, regalando il titolo ai Tar Heels. L’avversaria di quella sera era la Georgetown University di tale Patrick Ewing, che diverrà uno dei più fieri rivali di Michael anche nella NBA.
Quel tiro trasformò Jordan in una star assoluta del college basketball. Le due stagioni successive furono piuttosto avare di risultati di squadra, ma videro il numero 23 (scelto da Michael al liceo in quanto “metà di 45, il numero indossato da mio fratello Larry”) migliorare esponenzialmente, sia sul piano offensivo che su quello difensivo. Nel 1984, dopo aver vinto tutti i premi possibili come miglior giocatore collegiale, Michael lasciò per sempre i Tar Heels per approdare in NBA. Oggi questa maglia (o meglio, la versione bianca) è Michael Jordan  appesa al soffitto del Dean Smith Center di Chapel Hill, North Carolina.

Michael Jordan Team USA, Los Angeles 1984

02 - USA 1984
Prima di sbarcare tra i professionisti, il giovane MJ prese parte alla spedizione di soli universitari (come da regolamento vigente all’epoca) che stravinse i giochi olimpici di Los Angeles. Quell’estate la strada di Michael incrociò quella di un altro leggendario coach: Bobby Knight. Il ‘Generale’, salito alla gloria come allenatore degli Indiana Hoosiers (tra i suoi giocatori ci fu anche Mike Krzyzewski, a sua volta leggendario allenatore di Duke University e Team USA), aveva mietuto vittime illustri durante le selezioni, arrivando ad escludere giocatori del calibro di Charles Barkley (la cui ‘testa calda’ non piacque moltissimo all’integerrimo coach) e John Stockton (troppo piccolo…).
Il talento non mancava comunque alla rappresentativa statunitense; oltre a Jordan, infatti, Knight poteva contare sul vecchio compagno di MJ Sam Perkins, sull’avversario del 1982 Patrick Ewing e sul futuro dream teamer Chris Mullin.
La presenza di altri grandi giocatori collegiali fu uno stimolo in più per un Jordan già ultra-competitivo. Michael chiuse i Giochi come miglior realizzatore del torneo, mettendo in mostra, spesso e volentieri, giocate estremamente spettacolari. Alla luce dei suoi ‘lampi’ olimpici, quando Michael Jordan arrivò nella NBA era già considerato una star.

 

Michael Jordan  Chicago Bulls Road (1984/85)

03 - Rookie

 

In un draft NBA passato alla storia come il più ricco di talento di ogni epoca, Michael Jordan venne chiamato con la terza scelta (dietro ad Hakeem Olajuwon e allo sciagurato Sam Bowie) dai derelitti Chicago Bulls, che da anni navigavano nei bassifondi della lega. L’impatto di Jordan con il basket professionistico fu semplicemente sensazionale. Il numero 23 risollevò da subito le sorti della franchigia, diventandone la principale attrazione. Dopo pochi mesi, molte persone riempivano i palazzetti avversari solamente per vederlo giocare.
Con la scritta in corsivo “Chicago” sul petto, utilizzata per l’ultima volta dai Bulls in quella stagione 1984/85, Michael si guadagnò la convocazione all’All Star Game come titolare, nonché il premio di Rookie Of The Year.

Nel weekend delle stelle, Michael partecipò ad una delle gare di schiacciate più attese di sempre. Oltre al talento di Chicago, tra i partecipanti figuravano Clyde Drexler, Dominique Wilkins e nientemeno che ‘Doctor J’, Julius Erving.
La finale fu il primo capitolo del duello tra Jordan e Wilkins. In quel 1985 vinse ‘The Human Highlight Film’, ma Jordan avrà modo di ‘vendicarsi’ due anni più tardi.
Trascinati dalla loro giovane stella, i Bulls tornarono ai playoff dopo quattro anni di assenza. Verranno sconfitti al primo turno dai Milwaukee Bucks di Sidney Moncrief, ma con la consapevolezza di avere tra le mani un giocatore mai visto prima.

Chicago Bulls Home (1984/85)

03b - Rookie 2

Merita una menzione anche la divisa utilizzata dai Bulls per le partite casalinghe in quel primo, folgorante anno di carriera di MJ.
La maglia con il numero 23 scritto in piccolo su un fianco comparve in una delle prime campagne pubblicitarie che Michael fece per la Nike, per promuovere le mitiche Air Jordan I.
La casa di abbigliamento dell’Oregon aveva messo gli occhi su Jordan durante le olimpiadi del 1984. Intuendo l’enorme potenziale, sia come giocatore che come endorser, del ragazzo, l’agente Sonny Vaccaro lo mise sotto contratto per una cifra allora record: due milioni di dollari in cinque anni. Senza avere messo neppure un piede sui parquet NBA, quindi, Michael era già uno degli atleti più ricchi al mondo.

L’accordo tra Jordan e la Nike si rivelerà una vera e propria miniera d’oro, tanto per il giocatore, quanto per il brand che, nel giro di pochi anni, divenne un colosso dell’abbigliamento sportivo.
Il binomio Jordan-Nike, un progetto di marketing sportivo senza precedenti, portò alla creazione di una linea chiamata Air Jordan che ancora oggi, a tredici anni dal ritiro definitivo di MJ, fornisce scarpe, magliette e cappellini a milioni di giovani in tutto il mondo. Il mitico logo, definito ‘jumpman’ nascerà durante lo Slam Dunk Contest del 1987. Quella indossata da Michael in quell’occasione, però, sarà un’altra maglia…

 

All Star Game 1985

04 - ASG 1985

Il primo All Star Game dell’Alieno fu teatro di uno degli episodi più controversi della sua carriera: il cosiddetto freeze-out game.
Le favolose prestazioni del numero 23 dei Bulls minacciavano seriamente di mettere in secondo piano le altre grandi stelle della lega. L’idea non piaceva affatto a Isiah Thomas, leader dei Detroit Pistons, il quale, secondo la leggenda (dopo la partita, sia – ovviamente – Thomas che tutti gli altri, Jordan incluso, negarono l’accaduto), organizzò una sorta di ‘boicottaggio’ ai danni del nuovo fenomeno. Il ‘diabolico piano’ prevedeva che i compagni (tra cui spiccavano Doctor J e Larry Bird, certo, ma anche il più che sospetto Bill Laimbeer, ‘braccio armato’ di Thomas nei ‘Bad Boys’ di Detroit) evitassero di coinvolgere troppo Michael nel gioco, mentre gli avversari lo puntassero costantemente, cercando di ridicolizzarlo con giocate spettacolari ai suoi danni.
Il trucco sembrò funzionare: Jordan chiuse con la miseria di 7 punti, mentre Thomas ne fece 22. Ciò che forse Isiah non poteva prevedere, però, erano le conseguenze di quel ‘complotto’, sia a breve che a lungo termine. Due giorni dopo, infatti, la furia di MJ si abbatté sui Pistons, umiliati dai 49 punti e 15 rimbalzi del 23. Quel freeze-out game, però, fu anche una delle cause dell’esclusione di Isiah Thomas dal leggendario Dream Team, ben sette anni dopo quella controversa partita.

 

Chicago Bulls Road (1985/98)

Ed eccola, la maglia più famosa di tutti i tempi. Le gesta di Jordan resero questa divisa, indossata dai Bulls fin dal lontano 1985, talmente ‘sacra’ da non essere mai più stata modificata.
Con quei pantaloncini rossi che, con la fine degli Anni ’80 e l’inizio dei ’90, si allungarono sempre più (la tendenza raggiunse gli eccessi ai tempi di Allen Iverson, autentico gangsta prestato al basket), ‘His Airness’ regalò al mondo momenti indimenticabili, che lo resero uno dei più grandi sportivi del Novecento.

Dalla partita da 63 punti (persa) contro i grandi Boston Celtics di Larry Bird (che commentò con l’immortale “credo fosse Dio travestito da Michael Jordan”) alla schiacciata del Jumpman con cui si aggiudicò la rivincita con Wilkins nel 1987. Dal ‘poster’ sul gigantesco Mel Turpin con la dedica “Is it big enough?” rivolta ad un tifoso degli Utah Jazz seduto in prima fila (secondo alcuni l’ex proprietario della franchigia, che lo aveva criticato per aver schiacciato in testa, poco prima, al ‘piccolo’ John Stockton) a quello su Patrick Ewing. Da ‘The Shot’, con cui eliminò i Cavs nel 1989, al tiro libero ad occhi chiusi scherzando con Dikembe Mutombo, per finire con le epiche Finals contro Utah, quelle del flu game (1997, 38 punti dopo un’intossicazione alimentare) e del mitico canestro con finta su Bryon Russell (1998) che chiuse la sua carriera a Chicago; una collana di perle dal valore inestimabile, che resero la maglia rossa con scritto “BULLS 23” un’icona senza tempo.

 

Chicago Bulls Home (1985/98)

05b - Home 1985-98

La divisa casalinga dei Bulls accompagnò Michael in alcuni momenti memorabili della sua gloriosa carriera.
Fu con quella maglia che Jordan segnò uno dei più incredibili canestri mai visti, ribattezzato ‘The Move’. Erano le NBA Finals 1991, e gli avversari degli uomini di Phil Jackson (head coach dei Bulls dal 1989) erano i Los Angeles Lakers di Magic Johnson, agli ultimi fuochi d’artificio dello ‘Showtime’. In gara-2, Jordan penetrò con decisione verso il ferro. Accortosi dell’arrivo dell’ex compagno di college Sam Perkins, per evitare la stoppata cambiò mano ‘galleggiando’ in aria, e appoggiò due punti al tabellone. Oltre a rappresentare un piccolo mattoncino nella corsa al suo primo titolo NBA, quella giocata spiegò esattamente il significato del soprannome ‘Air Jordan’.

L’anno successivo, gli avversari di Chicago nella serie per il titolo furono i Portland Trail Blazers dell’MVP Clyde Drexler. Quest’ultimo veniva indicato come il più grande rivale di MJ per il dominio della lega, perciò Michael si affrettò a mettere in chiaro le cose; 35 punti nel solo primo tempo della prima partita, con sei triple a bersaglio su altrettanti tentativi. Dopo la sesta ‘bomba’, Jordan si girò verso il tavolo dei telecronisti con una leggendaria alzata di spalle, come per dire “Che ci posso fare? Mi entrano tutte…”.

La divisa bianca era anche quella indossata dal numero 23 il giorno in cui l’acerrimo nemico Isiah Thomas ordinò ai Bad Boys di uscire dal parquet del Chicago Stadium senza salutare ed onorare i Bulls, che li avevano appena eliminati alle finali di Conference del 1991.

 

Michael Jordan Chicago Bulls Road #12 (14.02.1991)

 

06a - 12 (14.2.1991, 49 p)

No, non si tratta di un fotomontaggio: quello che vedete è proprio Michael Jordan, e il numero sotto la scritta “BULLS” è proprio il 12!

La sera di San Valentino del 1991, i Bulls erano di scena ad Orlando, per una gara di regular season contro i Magic (Penny e Shaq erano ancora lontani; la star dei padroni di casa era l’ex di turno, Reggie Theus). Quando Jordan e compagni entrarono negli spogliatoi prima dell’incontro, furono accolti da una spiacevole sorpresa: la casacca numero 23 era stata rubata!
Evidentemente, all’epoca non si usava portare delle maglie di scorta per ogni giocatore, per cui occorreva trovare una soluzione d’emergenza. Scartata l’ipotesi più suggestiva (far indossare a Michael la maglia portata all’Orlando Arena da qualche tifoso, possibilmente della stessa taglia), si optò per dare a MJ una maglia senza nome, con un generico numero 12.

Il curioso episodio infastidì parecchio Jordan, il quale sfogò il suo risentimento sia sui tifosi (non concedendo foto o autografi) che, soprattutto, sugli avversari, che si videro piovere in faccia 49 punti dal ‘giocatore senza nome’. Nonostante ciò, i derelitti Magic riuscirono comunque a vincere quella partita, entrata di diritto nella leggenda di MJ.

 

All Star Game 1992

06b - ASG 1992

Dopo le Finals del 1991, i Lakers dello Showtime erano sul viale del tramonto. Con Kareem Abdul-Jabbar ritiratosi ormai da anni e con l’età delle altre star non più verdissima, i tempi d’oro erano ormai lontani.

“Mai sottovalutare il cuore di un campione”, dirà però Rudy Tomjanovich qualche tempo dopo. Con i ‘vecchi leoni’ ancora in campo, una rivincita tra gli ex padroni della lega e i suoi nuovi dominatori, i Chicago Bulls, era tutt’altro che impossibile. I sogni di un rematch tra Michael Jordan e Magic Johnson (che sarebbero stati i co-capitani, insieme a Larry Bird, del Dream Team di Barcellona) furono però stroncati dal drammatico annuncio di Magic, che aveva contratto il virus dell’HIV.
La star gialloviola si ritirò subito dopo aver scoperto la malattia, ma con il passare dei mesi le voci di un suo possibile ritorno one night only si fecero sempre più insistenti, fino a diventare realtà.

L’All Star Game del 1992 fu l’edizione più memorabile di sempre. Magic si mostrò più in forma che mai, conducendo alla vittoria il team della Western Conference e guadagnandosi il trofeo di MVP tra il delirio del pubblico, che intonò a gran voce “Magic! Magic!”. Durante l’incontro, il numero 32 ingaggiò una serie di entusiasmanti duelli con i suoi amici e rivali di sempre, tra cui i due ‘nemici storici’ Isiah e Michael. Johnson fu anche il miglior realizzatore della partita (25 punti), mentre Jordan chiuse da top scorer ad Est (18); mai come quella notte, però, i numeri passarono decisamente in secondo piano…

 

Michael Jordan Dream Team (Barcellona 1992)

07 - DT 1992 A

 

L’All Star Game del 1992 fu l’antipasto di ciò che sarebbe accaduto l’estate seguente, quando la più grande squadra mai assemblata sbarcò a Barcellona per incantare il mondo e vincere la medaglia d’oro più scontata nella storia dello sport.
Una volta abolita la regola che prevedeva la partecipazione di soli atleti universitari ai Giochi Olimpici, la USA Basketball riunì tutti i più grandi cestisti al mondo in un solo roster.
O meglio, tutti tranne uno; Isiah Thomas, infatti, fu clamorosamente escluso dalla selezione. In quanto leader dei ‘Bad Boys’, Thomas era odiato dalla quasi totalità dei giocatori NBA, dream teamer inclusi. Fu però la storica ‘antipatia’ con Jordan, a quanto pare, a sancire la mancata inclusione del fenomenale playmaker tra i dodici immortali (“O me o lui”, avrebbe detto MJ). Non che coach Chuck Daly (non a caso capo allenatore dei Pistons) avesse a disposizione poco talento, in ogni caso…

Sull’aereo per l’Europa salirono undici futuri hall of famer, più Christian Laettner, assoluto protagonista in NCAA con Duke University, selezionato per rendere omaggio alla tradizione delle rappresentative collegiali.
Oltre ai tre capitani Jordan, Magic e Bird, il team era composto da due dei migliori centri di sempre (Patrick Ewing e David Robinson), dalla leggendaria coppia di Utah John StocktonKarl Malone, da uno Scottie Pippen all’apice della carriera, da due ‘macchine da punti’ come Charles Barkley e Chris Mullin e dall’MVP stagionale Clyde Drexler.

Il Dream Team cambiò per sempre la storia della pallacanestro, permettendo ai fan di tutto il mondo di vedere per la prima volta da vicino gli dei dell’olimpo NBA. L’avventura catalana fu anche una grande vetrina per Michael Jordan, ormai a tutti gli effetti il più famoso atleta del mondo.

 

Chicago Bulls #45 (1995)

08 - 45 (1995)

Nel 1993, dopo aver completato il three-peat (tre titoli consecutivi) battendo in finale i Phoenix Suns di Charles Barkley, Michael Jordan annunciò il suo ritiro dal mondo del basket.

Il suo trentesimo anno di vita era stato piuttosto tormentato. Non sul campo, dove i Bulls imperversavano, bensì fuori, con alcuni avvenimenti che lo avevano profondamente turbato. Primo fra tutti la morte del padre James, assassinato durante una rapina in una piazzola dell’autostrada, che fu la causa ufficiale della decisione di Michael di provare a cimentarsi con il baseball (primo amore paterno nonché suo sport preferito da bambino). Ad influenzare il clamoroso ritiro, però, furono probabilmente anche le scabrose vicende legate al gioco d’azzardo, che a quanto pare avevano messo nei guai Jordan con le persone sbagliate.
Fatto sta che MJ abbandonò la NBA. I Bulls, che senza la loro star furono piuttosto ridimensionati, ritirarono il numero 23, appartenuto al più grande eroe della loro storia.

Due anni più tardi, nel marzo del 1995, Jordan si presentò davanti ai giornalisti con una frase che diede una violenta scossa al mondo dello sport: “I’m back!”.
Visto che il mitico 23 era un numero ritirato, quindi non utilizzabile, Michael apparve sul campo degli Indiana Pacers indossando una nuova maglia numero 45 (come quello del fratello, nonché suo numero nel baseball fin dall’infanzia).

Di colpo, tornò la magia. Jordan mostrò al mondo di non aver dimenticato come infiammare le arene NBA, regalando fiammate come i 55 punti con cui distrusse i New York Knicks al Madison Square Garden il 28 marzo.
Per la prima volta dal 1990, però, con ‘His Airness’ in campo i Bulls non vinsero il titolo. Vennero infatti sconfitti dagli Orlando Magic di Penny Hardaway e Shaquille O’Neal al secondo turno di playoff.
Nick Anderson, che aveva contribuito al successo dei Magic con alcune eccellenti difese su Jordan, lanciò una vera e propria bordata dichiarando: “Il numero 45 è un grande giocatore, ma non sarà mai esplosivo come lo era il 23.
La provocazione di Anderson e l’insistenza di compagni e tifosi alla fine ebbero la meglio; dalla stagione successiva il numero 23 sarebbe tornato a volare.

 

Chicago Bulls Alternate (1995/97)

L’inizio della seconda avventura di Michael a Chicago diede un’ulteriore, energica spinta alla diffusione globale della pallacanestro. L’ampliamento del bacino d’utenza portò ad un notevole incremento delle attività di marketing da parte della NBA. Tra queste ci fu l’introduzione delle cosiddette alternate jerseys, quelle che da noi chiameremmo ‘terze divise’, che avrebbero portato ingenti introiti alle casse della lega.
Il ritrovato numero 23, nell’autunno del 1995, riapparve su una maglia nera a righe rosse (la moda del ‘gessato’ era stata lanciata da Charlotte Hornets e Orlando Magic) che i Chicago Bulls indossarono durante alcune partite fuori casa.

L’arrivo delle nuove divise coincise con l’inizio di una nuova, straordinaria epoca di successi.
I rinnovati Bulls, che oltre a Jordan e all’inseparabile Scottie Pippen potevano contare sul playmaker realizzatore Ron Harper, sul talento cristallino del croato Toni Kukoc (suo malgrado protagonista, nel 1992, di uno degli episodi più celebri dell’estate del Dream Team) e sull’ex ‘Bad Boy’ Dennis Rodman, disputarono una stagione 1995/96 destinata ad entrare nei libri di storia. Il record di 72 vittorie e 10 sconfitte con cui chiusero la regular season, infatti, verrà superato soltanto vent’anni dopo dai Golden State Warriors di Stephen Curry e coach Steve Kerr (quest’ultimo, peraltro, era una preziosissima riserva degli stessi Bulls in quegli anni gloriosi). L’incredibile cavalcata si concluse con il quarto titolo NBA, vinto dopo aver superato in finale i grandi Seattle SuperSonics di Gary Payton e Shawn Kemp.
Questa maglia fu abbandonata nel 1997 dopo l’ennesimo titolo, stavolta nel primo atto della sfida con gli Utah Jazz di ‘Stockton-to-Malone’, ma rimane tuttora una delle casacche più amate di sempre.

 

Michael Jordan  All Star Game 1996

10 - ASG 1996

 

Autentico emblema delle stravaganti maglie di quegli anni, questa divisa segnò il grande ritorno di ‘Air Jordan’ alla partita delle stelle. Il design si rifaceva a quello dell’anno precedente, ispirato dalla location dell’incontro; nel 1995 si giocò a Phoenix, Arizona, mentre la stagione successiva fu la volta di San Antonio, Texas.

A sorpresa, Jordan fu superato nelle votazioni da Grant Hill, protagonista di una fantastica stagione a Detroit, ma l’attesa per il suo rientro era comunque palpabile.
Come ‘primo attore’ di un cast di stelle (da citare Shaquille O’Neal, Penny Hardaway, Grant Hill, Reggie Miller, Scottie Pippen e Patrick Ewing per la Eastern Conference, Stockton-Malone, Payton-Kemp, Drexler-Olajuwon, Charles Barkley e David Robinson per l’Ovest), Michael diede spettacolo, aggiudicandosi il suo secondo All-Star MVP (dopo quello del 1988; farà il tris nel ’98) malgrado in molti ritenessero Shaq meritevole del trofeo, alla luce dei 25 punti e 10 rimbalzi con cui guidò l’Est alla vittoria.
Ad impreziosire quella serata fu la presenza in panchina dei due allenatori che si sarebbero poi scontrati alle Finals: Phil Jackson (Bulls) da una parte, George Karl (Sonics) dall’altra.

 

Space Jam (1996)

11 - Space Jam (1996)

Se agli adulti bastava imbattersi in una qualsiasi partita dei Bulls per innamorarsi perdutamente del basket e del fenomeno in maglia numero 23, i più giovani vennero letteralmente conquistati dal film del 1996 Space Jam.

L’idea fu tanto semplice, quanto vincente: mischiare (da qui il termine Jam, che indicava allo stesso tempo la schiacciata) in un’unica storia i personaggi animati dei Looney Tunes e i grandi cestisti della NBA, primo fra tutti, ovviamente, MJ.
Ecco allora che un gruppo di mostriciattoli alieni sfida Bugs Bunny e soci ad una partita di pallacanestro; in caso di vittoria, gli eroi dei bambini rimarrebbero liberi, altrimenti diventerebbero schiavi degli extraterrestri.
Per riuscire nel loro diabolico intento, i cattivi “rubano il talento” ad alcuni protagonisti (chi più, chi meno, a dire la verità…) della NBA di quegli anni: Charles Barkley, Patrick Ewing, Larry Johnson, Muggsy Bogues e Shawn Bradley.
Per i Looney Tunes l’unica speranza è quella di ingaggiare, suo malgrado, il grande Michael Jordan.
Nonostante ‘Sua Altezza Aerea’ (come lo introduce la voce del mitico Sandro Ciotti nella versione italiana del film) non sia più un giocatore di pallacanestro (la storia è ambientata negli anni del primo ritiro), il fuoriclasse riesce a condurre alla vittoria la Tune Squad.

La pellicola, che nel cast annovera anche Larry Bird e Bill Murray, intreccia la trama a momenti reali (anche se ovviamente romanzati) della vita di Michael; dai tiri in cortile con il padre (ucciso poco prima del ritiro) al ritorno in campo con la maglia dei Bulls. Il tutto accompagnato dalla canzone I Believe I Can Fly di R. Kelly, che diverrà un inno alla carriera di Jordan.
Autentico culto per milioni e milioni di fan, Space Jam ebbe il grande merito di avvicinare un’intera generazione a questo magnifico sport, diventandone a tutti gli effetti il film di riferimento.

 

Chicago Bulls Alternate (1997/98)

12 - Alt 1997-98

La divisa alternate dei Bulls venne aggiornata (eliminando le righe rosse) nel 1997, nella turbolenta estate che anticipò l’ultimo ballo (citando un capitolo di Eleven Rings, splendida autobiografia di Phil Jackson) dei grandi dominatori degli Anni Novanta.

La franchigia attraversava un momento di grande instabilità, soprattutto a causa dei pesanti dissapori tra Jackson e il general manager Jerry Krause. Michael Jordan e Scottie Pippen avevano sempre fiancheggiato il loro allenatore, criticando ripetutamente e in maniera più o meno esplicita Krause (ad esempio durante la vicenda-Kukoc).
In quell’estate del 1997, il GM rischiò di far ‘saltare il banco’ proponendo una trade che avrebbe spedito Pippen ai Vancouver Grizzlies in cambio dei diritti per la quarta scelta al draft, con cui sarebbe stato selezionato Tracy McGrady.
Jordan, il cui contratto era giunto al termine, minacciò di ritirarsi qualora l’affare fosse andato in porto. Solo il dietro-front di Krause e un colossale contratto da 33 milioni di dollari convinsero Michael a continuare per un altro anno.

La stagione 1997/98 partì con mille incognite, dovute soprattutto all’imminente scadenza dei contratti di coach Jackson e dei suoi ‘Big Three’ Jordan, Pippen e Rodman.
Malgrado le irrequietezze societarie e la consapevolezza di essere vicini alla fine di un’era, i Bulls si presentarono puntuali all’appuntamento con le NBA Finals, per la rivincita contro Stockton e Malone. A trascinare Chicago un Michael Jordan strepitoso, che fu nominato per la quinta volta in carriera MVP della regular season.
Le Finals del 1998, giocate però senza la bellissima maglia nera, sono tuttora scolpite nella memoria di chi ebbe il privilegio di seguirle (come chi scrive). La partita-simbolo dell’epopea di MJ fu la decisiva gara-6. Con i Jazz di coach Jerry Sloan sotto 3-2 nella serie, Chicago voleva chiudere la pratica, onde evitare una complicatissima gara-7 nell’infuocato Delta Center. Con Pippen martoriato dai problemi alla schiena e, dall’altra parte, un Karl Malone inarrestabile, il numero 23 la risolse con una giocata entrata immediatamente nel mito: palla rubata allo stesso ‘Postino’, letale crossover su Bryon Russell e canestro della staffa; l’ultimo atto della magnifica storia di Michael Jordan a Chicago. Questa versione delle alternate jerseys rappresenta un unicum, visto che dalla stagione successiva la scritta “BULLS” verrà sostituita da “CHICAGO”.

 

Michael Jordan  ai Washington Wizards (2001/03)

13 - WAS

 

Il tiro con cui vinse il sesto titolo in maglia Bulls non fu però l’ultimo atto della carriera da giocatore NBA di Michael Jordan. Nel 2000 era diventato azionista e president of basketball operations dei Washington Wizards, franchigia con un disperato bisogno di rilancio dopo anni bui. L’arrivo di Jordan nello staff dirigenziale non portò i risultati sperati, anzi… L’MJ in versione presidente verrà ricordato soprattutto per aver scelto, con la prima chiamata assoluta al draft 2001, il centro Kwame Brown, che si rivelerà uno dei più grandi flop della storia NBA (a posteriori sono bravi tutti, ma occorre ricordare come, dopo Kwame, vennero scelti Tyson Chandler e Pau Gasol…).

La storia della squadra della capitale, però, cambiò radicalmente nel settembre del 2001. Pochi giorni dopo il drammatico attentato che polverizzò le Torri Gemelle, Jordan annunciò che, “for the love of the game”, sarebbe tornato a giocare. Il suo stipendio sarebbe stato interamente devoluto alle associazioni per le vittime della strage di New York.

Così, a tre anni dal suo secondo ritiro, Jordan riapparve sui parquet della lega, pur senza la storica divisa dei Bulls.
Il nuovo numero 23 dei Wizards dimostrò di poter ancora dire la sua, eccome! Malgrado i 39 anni (compiuti nel febbraio 2002), MJ chiuse la prima stagione della sua nuova avventura a 24.3 punti di media. Nei primi mesi del comeback mise la sua prestigiosa firma su una prestazione da 51 punti (contro Charlotte) e su una da 45 (New Jersey). Gli stessi Nets se ne vedranno rifilare 43 il 21 febbraio 2003, pochi giorni dopo il quarantesimo compleanno dell’Alieno (che diverrà l’unico quarantenne a segnare 40 o più punti in NBA).

La stagione 2002/2003 fu quella del definitivo ritiro dal basket giocato. Nonostante i Wizards non fossero una squadra da playoff, nel biennio 2001/2003 divennero la squadra più popolare al mondo. Il pubblico gremiva i palazzetti per vedere dal vivo il grande MJ e per tributargli le ultime, grandi ovazioni.
Il 16 aprile 2003, a casa dei Sixers di Iverson (quello del famoso crossover…), Michael Jordan giocò l’ultima partita della sua vita, chiusa con i 13 punti che gli permisero di raggiungere i 20 di media in carriera. Quando uscì dal campo, la partita fu interrotta per diversi minuti, e dagli spalti del First Union Center di Philadelphia si alzò, assordante, il coro “We want Mike! We want Mike!”.

 

All Star Game 2003

14 - ASG 2003

Nei due anni da giocatore dei Wizards, Jordan fece (ovviamente) ritorno all’All Star Game.
Quella del 2003, era risaputo, sarebbe stata la sua ultima apparizione alla partita delle stelle. Per questo motivo, la serata di Atlanta fu organizzata come una grande festa in onore del migliore di tutti.
Dopo alcune edizioni in cui i giocatori avevano vestito le casacche delle franchigie di appartenenza, quell’anno si decise di riprendere le divise del 1988, anno in cui MJ vinse il primo dei suoi tre All-Star MVP.

L’avvicinamento al tradizionale appuntamento di febbraio, però, vide profilarsi all’orizzonte un ‘caso diplomatico’; per il ruolo di guardia ad Est, ad aggiudicarsi il maggior numero di voti erano state le tre stelle più brillanti della lega: Tracy McGrady, Allen Iverson e Vince Carter. Quella, però, doveva essere la serata di Michael Jordan, per cui alla fine Carter, più o meno di buon grado, cedette il suo posto in quintetto al numero 23 (di cui ‘Vincredible’ aveva seguito le orme a North Carolina).
Ironia della sorte, sulla panchina della Eastern Conference in quel di Atlanta sedette…Isiah Thomas!
Lo storico nemico di MJ, infatti, era il capo-allenatore degli Indiana Pacers, squadra con il miglior record ad Est in quel momento della stagione. Perfino Thomas, tuttavia, non lesinò strette di mano e pacche sulle spalle al rivale di sempre.
Durante l’intervallo lungo della partita, Mariah Carey fu protagonista di una memorabile esecuzione della canzone Hero, che precedette il discorso di commiato di Jordan di fronte al pubblico di Atlanta.

Ciò che successe invece a livello sportivo meriterebbe una storia a sé, ma si può brevemente riassumere; la grande rimonta dell’Est (grazie a dei fantastici Iverson e T-Mac) fu ad un passo dal coronarsi all’overtime, con il canestro decisivo proprio di MJ. A ‘rovinare la festa’, però, ci pensò Kobe Bryant (visto dai più come l’erede designato di ‘His Airness’), che pareggiò in conti dalla lunetta. Al secondo supplementare, la Western Conference trionfò grazie ad uno stratosferico Kevin Garnett, giustamente premiato come MVP dell’incontro.

Tutti gli occhi (lucidi), però, erano per Michael Jordan, che di lì a poco si sarebbe tolto per sempre la maglia numero 23 per consegnarla in eterno alla leggenda.

 

NBA Jersey Stories – Kobe Bryant 8/24

Kobe Bryant

Nella sua a lunga e gloriosa storia, la NBA ha visto passare migliaia di giocatori, alcuni tra questi hanno vinto, altri sono diventati delle star, altri ancora sono entrati nella Hall Of Fame, Sono ben pochi, però, quelli che sono riusciti ad imporsi come icone planetarie, espandendo la loro fama oltre i confini della lega più spettacolare al mondo,Tra questi eletti c’è senza dubbio Kobe Bryant.

Nato a Philadelphia il 23 agosto 1978 e cresciuto in Italia con il mito (o meglio, con l’ossessione) di Michael Jordan, il figlio di Jellybean’ Joe è entrato a sua volta nell’Olimpo dei più grandi di sempre. In vent’anni di carriera, Kobe ha fatto innamorare della pallacanestro intere generazioni, ed è diventato l’ultimo, grande  simbolo dei Los Angeles Lakers. Qualche ora fa, la franchigia californiana gli ha reso omaggio con un riconoscimento mai concesso a nessuno in precedenza, ovvero ritirando ben due numeri diversi in suo onore. Dal 18 dicembre 2017, l’ 8 e il 24 saranno appesi in eterno al soffitto dello Staples Center, ultimo teatro delle sue gesta. In questa edizione celebrativa delle NBA Jersey Stories ripercorreremo l’inimitabile carriera del Black Mamba attraverso le maglie che lo hanno accompagnato lungo due decenni che, purtroppo per noi, non torneranno mai più.

 

Lower Merion High School (1991-96)

Un sorridente Kobe Bryant ai tempi del liceo
Un sorridente Kobe Bryant ai tempi del liceo

Nel 1984, archiviata una decennale carriera NBA (tra Philadelphia, San Diego e Houston), Joe Bryant si trasferisce in Italia con la moglie, due figlie femmine e un maschietto di sei anni con un nome bizzarro: Kobe Bean. Al seguito del padre nelle diverse tappe della sua ultima avventura cestistica, il bimbo cresce tra Rieti, Reggio Calabria, Pistoia e Reggio Emilia. Viene su ‘a pane e basket’, sia a causa del lavoro di papà Joe, sia per le videocassette che, puntualmente, il nonno materno spedisce dagli Stati Uniti. Mentre muove i primi passi sui campi da basket, il piccolo Kobe ammira le gesta degli ultimi Los Angeles Lakers targati ‘Showtime’ e, soprattutto, di un atleta che sta rapidamente conquistando il mondo; indossa la maglia numero 23 dei Chicago Bulls, e risponde al nome di Michael Jeffrey Jordan. Bryant Jr. è letteralmente folgorato dalle prodezze di MJ, tanto da cercare di imitarlo in qualsiasi movenza.

Chiusa ufficialmente la carriera di Joe, nel 1991 la famiglia fa ritorno in Pennsylvania, e il tredicenne Kobe viene iscritto alla Lower Merion High School. Con la maglia bianco-amaranto degli Aces, Bryant diventa una stella. Dopo aver infranto un record dopo l’altro e collezionato riconoscimenti individuali, nel 1996 trascina la squadra al titolo statale. La sua maglia numero 33 (come quello indossato dal padre al liceo) verrà ritirata dalla Lower Merion, con tanto di cerimonia sold out, il 16 dicembre 2010.
I grandi college fanno a gara per assicurarsi i suoi servigi, ma il ragazzo ha ben altre ambizioni. L’estate precedente, tale Kevin Garnett era stato il primo giocatore dopo vent’anni a passare direttamente dalla High School alla NBA. Visto l’indiscutibile successo dell’operazione, con ‘The Big Ticket’ che è già l’uomo-franchigia dei Minnesota Timberwolves, Kobe decide di seguirne le orme, dichiarandosi eleggibile per il draft.

 

Los Angeles Lakers #8 (1996-99)

Il giovane Kobe con la maglia numero 8 dei Lakers
Il giovane Kobe con la maglia numero 8 dei Lakers

La classe del 1996 verrà ricordata come una delle più ricche di sempre. Nella serata di East Rutherford vengono chiamati (tra gli altri) Allen Iverson, Stephon Marbury, Ray Allen e Steve Nash. La tredicesima scelta appartiene agli Charlotte Hornets, i quali hanno però raggiunto un accordo, nei giorni precedenti, per cederla ai Los Angeles Lakers, in cambio del centro Vlade Divac. La franchigia del North Carolina dichiarerà in seguito che tale scelta non sarebbe comunque ricaduta sul talento da Lower Merion. Anche Kobe, però, non ha mai nemmeno lontanamente considerato l’idea di giocare a Charlotte. Anzi, ha svolto diversi provini al cospetto di Jerry West, general manager dei Lakers, che è rimasto folgorato dalla sue abilità. Insomma, l’ipotesi di un trucco ben orchestrato non è mai tramontata. Fatto sta che Bryant va a indossare la maglia numero 8 (il 33, appartenuto a Kareem Abdul-Jabbar, era già appeso al soffitto del Great Western Forum) della squadra per cui dice di tifare fin da bambino, mentre West mette a segno uno dei più grande colpi della sua carriera. La cessione di Divac serve infatti ad arrivare al promettente Kobe, ma soprattutto a liberare spazio per il vero, grande botto di mercato: l’acquisizione di Shaquille O’Neal, sulla buona strada per diventare il miglior centro NBA.

I primi passi in gialloviola di Bryant non sono certo in discesa. Coccolatissimo dalla dirigenza, molto meno da allenatore e compagni. Coach Del Harris ne riconosce il talento, ma gli concede pochissimi minuti. Le guardie titolari sono infatti gli All-Star Nick ‘The Quick’ Van Exel e Eddie Jones. I compagni, dal canto loro, faticano a ‘digerire’ gli atteggiamenti da star del ragazzino, egoista e accentratore in campo, schivo e solitario fuori. Il suo anno da rookie non è un granché, ma viene impreziosito dalla vittoria allo Slam Dunk Contest (più giovane vincitore di sempre). Con il passare della stagione, però, Kobe conquista sempre più spazio nelle rotazioni. Nel 1997/98 parte come sesto uomo, sempre alle spalle dell’inamovibile Jones, ma con intenti assai bellicosi; sarà l’anno della sua deflagrazione. Le sue clamorose prestazioni lo candidano al premio di Sixth Man Of The Year (battuto da Danny Manning dei Phoenix Suns), convincono il pubblico a votarlo titolare all’All Star Game 1998 (anche in questo caso, il più giovane di sempre) e la dirigenza a liberarsi senza rimpianti di Jones e Van Exel. Nel giro di due anni, Kobe è diventato una star.

 

Kobe Bryant All Star Game 1998

Kobe schiaccia sotto gli occhi delle star NBA all'ASG 1998
Kobe schiaccia sotto gli occhi delle star NBA all’ASG 1998

Ecco, l’All Star Game. L’edizione del 1998 (in cui i giocatori indossano le maglie delle rispettive franchigie; accadrà fino al 2003) segna il ‘debutto in società’ del giovane Kobe Bryant. Nemmeno ventenne, il ragazzino da “Philadelphia / Italy” (come dirà LeBron James durante un allenamento di Team USA) si presenta al cospetto dell’Olimpo degli dei del basket americano. Da una parte (tra gli altri) Shaquille O’Neal, Karl Malone, Kevin Garnett, Jason Kidd, Gary Payton e il rookie Tim Duncan, dall’altra Reggie Miller, Penny Hardaway, Grant Hill e, dulcis in fundo, Michael Jordan in persona. Per quelli che si aspettano un minimo di timore reverenziale per il faccia-a-faccia col suo idolo di sempre, Bryant ha in serbo una bella sorpresa. Sul palcoscenico del Madison Square Garden si prende ‘con le cattive’ il ruolo da protagonista; segna 18 punti (top scorer per la Western Conference), ma soprattutto tira 16 volte, con i grandi della NBA fermi a guardare. Durante l’incontro si permette addirittura di ‘cacciare via’ Karl Malone, rifiutando un suo blocco per poter giocare in isolamento. Non il modo migliore per conquistare l’affetto dei colleghi…

La formazione dell’Est domina l’incontro, e il premio di MVP finisce nelle esperte mani di ‘His Airness’. Per il suo giovane allievo, però, quella partita segna l’inizio di un’inesorabile ascesa al vertice.

 

Los Angeles Lakers #8 (1999-2006)

Kobe Bryant e Shaquille O'Neal, dominatori di inizio millennio
Kobe Bryant e Shaquille O’Neal, dominatori di inizio millennio

Nonostante la presenza di una superstar affermata come Shaq e di un astro nascente come Kobe, i giovani Lakers non riescono a fare strada nell’agguerrita Western Conference di fine millennio. Prima gli Utah Jazz di Stockton e Malone, poi i San Antonio Spurs di Duncan e Robinson, si rivelano avversari troppo forti e interrompono sistematicamente la corsa ai playoff dei gialloviola.

L’anno della svolta è il 1999. Innanzitutto cambia lo stile delle maglie, con i numeri viola ‘3D’, resi celebri dalle imprese di Magic Johnson, sostituiti da quelli bianchi, già utilizzati all’epoca in cui Jerry West era in campo. Poi cambia il palazzetto, con il mitico Forum sostituito dal nuovissimo Staples Center. Soprattutto, cambia l’allenatore; in estate viene ingaggiato Phil Jackson, capace di guidare i Chicago Bulls a sei titoli NBA nel giro di otto stagioni.
Tra ‘Coach Zen’ e Kobe inizia un rapporto leggendario, caratterizzato da mille controversie. Se Jackson aveva avuto non poche difficoltà a limare lo smisurato ego di Michael Jordan, con il numero 8 l’impresa è ancora più ardua. Bryant è consapevole del suo enorme talento, ma il suo ‘esibizionismo’ va spesso oltre il consentito. I compagni continuano a non sopportarlo. A far loro da portavoce ci pensa Shaq, che lo accusa davanti a tutti di “giocare solo per le statistiche personali”. Esasperato, Jackson chiede a Jerry West di cederlo, ma la sua proposta viene prontamente declinata. I due, costretti a proseguire la loro ‘convivenza forzata’, riescono in qualche modo a entrare in sintonia. Quando ciò accade, i Lakers sono pronti a salire sul tetto del mondo.

Nel triennio 1999-2002, i gialloviola dominano incontrastati. Si portano a casa tre titoli consecutivi, spazzando via, nell’ordine, Indiana Pacers, Philadelphia 76ers e New Jersey Nets. Shaquille O’Neal è una furia incontenibile; MVP di tutte e tre le finali disputate, MVP della regular season e dell’All Star Game nel 2000. Il three-peat, però, porta anche il marchio indelebile di Kobe Bryant, indiscusso ‘secondo violino’ di una squadra comunque ricca di ottimi giocatori (tra cui Glen Rice, Robert Horry, Derek Fisher, Rick Fox e Ron Harper). Le prestazioni della giovane guardia migliorano anno dopo anno, tanto da far sorgere dubbi su chi, tra lui e Shaq, possa essere il giocatore di riferimento per il futuro.

Sì, perché la coppia più dominante della storia NBA è destinata a separarsi. Kobe è diventato ormai una superstar, e di certo non si può accontentare di essere il ‘gregario’ di Shaq. La sua missione personale è scalzare il numero 34 dal ruolo di leader del gruppo, e a tale scopo sviluppa un’etica lavorativa ai limiti del maniacale; quando non è in palestra ad allenarsi è davanti a uno schermo a studiare il prossimo avversario. O’Neal non sembra condividerne le abitudini, e per questo Bryant lo attacca ripetutamente; per lui, l’unico modo per continuare a vincere è far sì che tutti, nessuno escluso, mantengano il suo livello di intensità. Dirigenza e allenatore non possono che approvare tutto ciò, e la loro considerazione nei confronti di Kobe cresce a tal punto da spingere ‘The Diesel’ a chiedere la cessione.
A deteriorare irreversibilmente il rapporto tra i due arriva l’accusa di stupro, e il conseguente processo, che travolgono Bryant nell’estate del 2003. Kobe intima pubblicamente a Shaq di non proferire parola a riguardo con i giornalisti. In seguito, lo rimprovererà di non essergli stato vicino in quel periodo difficile. Ci sono poi le tensioni in campo: nel 2003 i Lakers vengono sconfitti dagli Spurs al secondo turno di playoff. L’anno successivo, nonostante le aggiunte dei veterani Gary Payton e Karl Malone (“sono venuti qui per me” dirà di loro Shaq), vengono travolti in finale dai sorprendenti Detroit Pistons di Larry Brown. Dopo la disfatta, con i contratti di Bryant, O’Neal e Jackson in scadenza, è tempo di prendere delle decisioni. La scelta ricade su Kobe, e Shaq è costretto a trasferirsi a Miami. La grande dinastia è finita.

 

All Star Game 2003

Il maestro contro l'allievo: Michael Jordan contro Kobe Bryant
Il maestro contro l’allievo: Michael Jordan contro Kobe Bryant

L’edizione del 2003 della partita delle stelle non è una delle tante. E’ quella in cui Michael Jordan, tornato in campo due anni prima dopo il suo secondo ritiro, dà l’ultimo saluto agli altri All-Star NBA. Per l’occasione, la lega ripropone le divise utilizzate nel 1985, anno del debutto di MJ in questa particolare manifestazione. L’evento della Philips Arena è pensato come una festa in onore del più grande cestista mai apparso fino a quel momento, con tanto di concerto-tributo di Mariah Carey sulle note di “Hero”.

Eppure, in tanti provano a ‘rovinare’ la celebrazione. Innanzitutto il pubblico stesso, che nelle votazioni per i quintetti gli preferisce, nel ruolo di guardia, due stelle all’apice della carriera come Allen Iverson e Vince Carter (con quest’ultimo che poi cederà – malvolentieri – il suo posto al ‘festeggiato’). Poi Kevin Garnett, autore di una prestazione mostruosa coronata con il premio di MVP. Soprattutto, a fare da ‘guastafeste’ ci pensa il buon Kobe. Arrivato alla sesta apparizione consecutiva, oltretutto come giocatore più votato in assoluto, Bryant decide di combinarne una piuttosto grossa al suo grande ispiratore. A pochi secondi dalla chiusura del primo overtime (sì, all’epoca queste sfide erano decisamente più combattute), infatti, Jordan rompe l’equilibrio con quello che sembra il canestro della vittoria; jumper da lato corto, pubblico in delirio e un finale degno della migliore sceneggiatura. Invece, il lieto fine viene cancellato dal numero 8 della squadra rossa, che subisce fallo da Jermaine O’Neal e segna due dei tre tiri liberi concessi. Nuova parità, altro overtime, show di Garnett e vittoria alla Western Conference. Come cantavano i Negrita: “Qui non è Hollywood”

 

Los Angeles Lakers Throwback uniforms

Kobe con la maglia blu dei primi Lakers targati Los Angeles
Kobe con la maglia blu dei primi Lakers targati Los Angeles

Negli anni di passaggio tra l’era-Champion (Anni ’90) e l’era-Adidas (2006), la sponsorizzazione tecnica delle maglie NBA è controllata da Nike, Starter e Reebok. Le aggressive strategie di marketing dei tre brand danno il via ad un’autentica esplosione di nuove divise. Se alla fine del vecchio millennio erano comparse le prime versioni “Alternate” (quelle nere dei Bulls, ad esempio), i primi anni del 2000 vedono fiorire le edizioni celebrative, altresì dette “Throwback”. Quali migliori testimonial dei Los Angeles Lakers, che in quegli anni dominano incontrastati sulla lega?

Nell’ultimo periodo del ‘Rinascimento gialloviola’, Kobe Bryant e compagni indossano una serie di maglie che rendono omaggio alla storia della franchigia. Ecco allora le maglie azzurro chiaro dei Minneapolis Lakers (quelle indossate anche, di recente, da Lonzo Ball e compagni), trascinati dal grande George Mikan a cinque titoli in sei stagioni negli Anni ’50. Oppure le splendide divise bianco-blu dei primi Lakers targati Los Angeles, quelli di Elgin Baylor e Jerry West, condannati al frustrante ruolo di ‘eterni secondi’ dai Boston Celtics di Bill Russell nei Favolosi Anni Sessanta.

 

Los Angeles Lakers #8 Alternate (22/01/2006)

Uno smarrito Jalen Rose osserva un onnipotente Kobe Bryant
Uno smarrito Jalen Rose osserva un onnipotente Kobe Bryant

Inaugurata nella stagione 2000/01, la maglia bianca dei Lakers viene consegnata alla Storia il 22 gennaio 2006, quando Kobe la indossa nella gara casalinga contro i Toronto Raptors.

Shaq se n’è andato ormai da un pezzo, e a fine stagione alzerà al cielo il suo quarto Larry O’Brien Trophy al fianco di Dwyane Wade. I Lakers sono ormai a tutti gli effetti la squadra di Kobe Bryant. Dopo l’addio del grande compagno / rivale, il numero 8 dà vita ad un vero e proprio one-man-show. Le sue statistiche aumentano vertiginosamente, ma i risultati tardano ad arrivare. Nel 2005, L.A. manca l’accesso ai playoff per la prima volta in dieci anni. La stagione successiva, che vede il ritorno in panchina di Phil Jackson (l’anno prima si erano avvicendati Rudy Tomjanovich e l’assistente Frank Hamblen), è quella in cui Kobe fa registrare le migliori cifre della sua carriera. Chiude con 35.4 punti di media (miglior marcatore stagionale) e con 27 partite oltre i 40 segnati. Il 20 dicembre ne mette 62 – in tre quarti di gara – contro i Dallas Mavericks (che alla fine del terzo quarto ne avevano totalizzati… 61), ma la notte da tramandare ai posteri deve ancora arrivare.

Eccoci dunque al 22 gennaio. Allo Staples Center, Lakers e Raptors si affrontano in una sfida non certo imperdibile, sulla carta. Se i californiani sono una formazione mediocre, i canadesi sono terribili. Basti pensare che, al termine della stagione, si aggiudicheranno la possibilità di scegliere Andrea Bargnani con la prima chiamata assoluta al draft. Alla fine del primo tempo, i gialloviola sono sotto di 14 punti, ma Kobe sembra in serata (26 a referto). Nel secondo tempo, qualcuno comincia ad accorgersi di assistere a qualcosa di speciale. 27 punti nel terzo periodo, 28 nel quarto: in totale fanno 81, seconda miglior prestazione di sempre dietro ai mitici 100 di Wilt Chamberlain nel 1962. I Lakers vincono in rimonta, e coach Jackson, dopo aver giustamente elogiato la sua star, dichiara: “Non è esattamente il modo in cui vorresti che la tua squadra vincesse una partita…”.

 

Los Angeles Lakers #24 (2006-2016)

Per Kobe nuovo numero (il 24) e nuovi trofei
Per Kobe nuovo numero (il 24) e nuovi trofei

La stagione 2006/07 porta con sé una novità che lascia un po’ disorientati i fan di tutto il mondo; Kobe Bryant si presenta al training camp senza lo storico numero 8, con cui ha scritto pagine indelebili nella storia della franchigia. Al suo posto, sulla maglia gialloviola compare il 24. Parte subito una serie di speculazioni riguardo a questa scelta; per qualcuno “è uno in più di 23, il numero di Jordan”, per altri sta a indicare la sua dedizione “24 ore al giorno” al mestiere. La spiegazione più verosimile, però, è che il 24 era il primo numero indossato da Kobe alla Lower Merion High School, prima di passare al 33.

Cambia la scritta sulla maglia, ma non cambiano le stratosferiche prestazioni del fenomeno dei Lakers. L’apice di quella stagione è l’impressionante striscia da 65, 50, 60 e 50 punti fatta registrare tra il 16 e il 23 marzo. Ormai Bryant è unanimemente considerato il più grande giocatore al mondo. Ciò nonostante, il premio di MVP continua a sfuggirgli (nel 2005 e nel 2006 va a Steve Nash, mentre nel 2007 a Dirk Nowitzki) e la squadra, seppur in crescita, viene eliminata dai Phoenix Suns di Mike D’Antoni per due anni di fila.

I continui insuccessi e le scarse prospettive di rilancio spingono Kobe a un passo dall’addio, con le altre 29 franchigie pronte a fare follie per aggiudicarselo. Dirigenza e allenatore riescono però a convincerlo a restare, assicurandogli che presto arriveranno i rinforzi che chiede. La chiave di volta si chiama Pau Gasol, talentuoso lungo spagnolo, che viene prelevato dai Memphis Grizzlies a stagione in corso. Con lui a completare un quintetto che può già contare su Derek Fisher, Kobe Bryant, Lamar Odom e Andrew Bynum, i gialloviola si trasformano in una vera e propria corazzata. Trascinata da un Bryant finalmente MVP, la truppa-Jackson torna alle finali NBA, ma viene sconfitta, in una serie dal forte sapore storico, dai Boston Celtics targati Rivers-Pierce-Garnett-Allen-Rondo. Ormai, però, la squadra è tornata a grandi livelli. Nel biennio successivo, colui che ora si fa chiamare ‘Black Mamba’ consacra la seconda parte della sua carriera con due titoli e altrettanti trofei di Finals MVP. Il suo quarto anello arriva contro i sorprendenti Orlando Magic di Stan Van Gundy e Dwight Howard, mentre il quinto, quello più bello a suo dire, viene vinto al termine di una leggendaria gara-7 contro gli avversari di sempre, i Celtics.

 

Kobe Bryant Team USA 2008

Kobe Bryant con la maglia numero 10 di Team USA a Pechino 2008
Kobe Bryant con la maglia numero 10 di Team USA a Pechino 2008

Dopo l’incoronazione a MVP e la batosta subita alle NBA Finals 2008, Kobe viene nominato capitano della spedizione olimpica americana ai Giochi di Pechino. La strada della star dei Lakers e quella di Team USA hanno impiegato ben dodici anni per incontrarsi. Nel 2000, Bryant aveva declinato l’invito per Sydney causa matrimonio. Due anni più tardi, l’allarme sicurezza destato dagli attentati dell’11 settembre aveva fatto desistere i top player NBA dal partecipare al Campionato dei Mondo, di scena a Indianapolis (solo l’idolo di casa, Reggie Miller, aveva risposto “presente” alla chiamata). Poi sono arrivate delle piccole operazioni estive (spalla e ginocchio) e, soprattutto, il processo in Colorado, a tenere impegnato Kobe su altri fronti. Il suo debutto con la maglia della Nazionale avviene ai Campionati Americani del 2007, quando la squadra di coach Mike Krzyzewski demolisce un avversario dopo l’altro, vince la medaglia d’oro e si assicura un posto a Pechino.

Quello che si presenta in Cina viene subito ribattezzato ‘Redeem Team’, ovvero ‘la squadra della redenzione”. La USA Basketball, infatti, è reduce dalle cocenti delusioni di Indianapolis 2002 (imbarazzante sesto posto) e Atene 2004 (Olimpiade aperta con una sconfitta contro Porto Rico e chiusa con una ‘inaccettabile’ medaglia di bronzo), ed è decisa più che mai a riscattare quelle pessime figure. Per l’occasione, ‘Coach K’ ha a disposizione un roster stellare. Oltre a capitan Kobe ci sono, tra gli altri, LeBron James, Carmelo Anthony, Dwyane Wade, Chris Bosh, Dwight Howard, Chris Paul, Jason Kidd e Deron Williams. Con un cast del genere, perlopiù motivato a dovere (“Sarà oro, oppure fallimento” dichiara alla stampa King James), per Team USA è impossibile sbagliare. Dopo aver chiuso il girone eliminatorio a punteggio pieno, con uno scarto medio di 32.4 punti, la corsa alla medaglia d’oro è quasi una formalità.

 

Kobe Bryant Star Game 2009

Due MVP per l'ASG 2009: Shaq e Kobe!
Due MVP per l’ASG 2009: Shaq e Kobe!

Su diciotto selezioni per l’All Star Game, Kobe Bryant viene eletto MVP quattro volte. L’occasione più memorabile è senza dubbio quella del 2009, tenutasi a Phoenix. Non tanto per la partita in sé, vinta piuttosto agevolmente dalla formazione dell’Ovest (146 a 119; sì, la competitività dell’evento stava già calando drasticamente), quanto perché insieme a Bryant viene nominato co-MVP… Shaquille O’Neal!

Se la presenza all’evento del Black Mamba era pressoché scontata (MVP in carica e giocatore più votato per la Western Conference), non si può dire altrettanto per ‘The Big Cactus’ (ennesimo soprannome auto-affibbiatosi, stavolta dovuto al fatto che Shaq giochi in Arizona). O’Neal non è più il dominatore di inizio millennio, e i numerosi acciacchi stanno segnando l’inizio del suo inevitabile declino. Tuttavia, il suo trasferimento da Miami a Phoenix gli regala una seconda giovinezza. Anche grazie al rinomato staff medico dei Suns, capace di fargli recuperare un buon livello di forma, il numero 32 si rivela una risorsa fondamentale per la versione del ‘7 seconds or less’ targata Alvin Gentry (al contrario, i rapporti tra il suo predecessore, Mike D’Antoni, e Shaq non erano mai decollati). La sua performance alla partita delle stelle non è forse la migliore tra quelle dei suoi (il compagno Amar’e Stoudemire e Chris Paul avrebbero delle argomentazioni più che sufficienti a riguardo), ma alcuni dei suoi 17 punti arrivano nei momenti decisivi, e i ‘grandi burattinai’ della lega non si lasciano sfuggire un’occasione così ghiotta. I due ex rivali, che ormai da tempo hanno disteso i rapporti, sorridono divertiti mentre fingono di contendersi il trofeo.

 

Team USA 2012

Londra 2012, ultima esperienza olimpica per Kobe
Londra 2012, ultima esperienza olimpica per Kobe

A vent’anni di distanza dall’estate del Dream Team, la USA Basketball assembla un’altra squadra da sogno per affrontare le Olimpiadi di Londra. Il grande anniversario viene celebrato anche con una tappa di preparazione a Barcellona, teatro delle gesta della più grande formazione di tutti i tempi. Inevitabilmente e incontrollatamente, da ogni dove giungono tentativi di paragone tra le due corazzate. Se nel 1992 i capitani erano Michael Jordan, Magic Johnson e Larry Bird, due decenni dopo è la volta di LeBron James (reduce dal primo titolo in carriera), Kevin Durant (suo avversario in finale) e Kobe Bryant. Lo stesso Mamba si diverte a provocare Jordan, asserendo che l’età media più ‘verde’ del Team USA 2012 (in effetti, i Magic e Bird visti in Spagna erano a fine carriera) farebbe pendere l’ago della bilancia – in un’ipotetica sfida – dalla sua parte.

Seppur non iconica come l’inimitabile truppa allenata da Chuck Daly e, oltretutto, priva degli infortunati Derrick Rose, Dwyane Wade, Blake Griffin e Dwight Howard, quella di Coach K è certamente una delle migliori Nazionali di sempre. Oltre ai tre capitani ci sono stelle all’apice della carriera come Carmelo Anthony (che contro la Nigeria, in soli 14 minuti, infrange a suon di triple – ben 10 – il record assoluto di punti, 37), Chris Paul e Kevin Love e coloro che domineranno la NBA negli anni a venire: Russell Westbrook, James Harden e Anthony Davis, fresco di titolo NCAA e prima chiamata assoluta al draft.
Per la questione medaglia d’oro, non c’è ovviamente storia; otto vittorie e zero sconfitte, avversari asfaltati con uno scarto medio pressoché identico a quello degli illustri predecessori (32 punti). L’unica partita minimamente combattuta è la finale contro la Spagna, guidata da un indomabile Pau Gasol (24 punti). Dall’altra parte, i 30 di Durant (che si ripeterà, quattro anni dopo, contro la Serbia), permettono agli USA di salire sul gradino più alto del podio. Con il secondo oro olimpico al collo, Kobe Bryant dice addio alla Nazionale.

 

Kobe Bryant: Los Angeles Lakers #24 Hollywood Nights (2013/14)

Kobe mostra ai fotografi la nuova divisa dei Lakers per il 2013/14
Kobe mostra ai fotografi la nuova divisa dei Lakers per il 2013/14

La bellissima divisa nera presentata dai Lakers nella stagione 2013/14 verrà indossata da Kobe… soltanto davanti ai fotografi.

L’annata precedente era stata ‘apocalittica’ per i gialloviola. Nell’estate che vedeva Bryant impegnato a Londra, la dirigenza aveva messo a segno due clamorosi colpi di mercato: prima era arrivato Steve Nash, anima e corpo dei Phoenix Suns, poi Dwight Howard, il centro più dominante della sua generazione. Unendo questi due fuoriclasse a Kobe, Gasol e Metta World Peace (un tempo conosciuto come Ron Artest), L.A., dopo due precoci eliminazioni ai playoff consecutive, si imponeva come principale favorita per il titolo NBA, magari dopo un’attesissima serie finale tra Kobe e LeBron, i due migliori cestisti viventi.

Invece, tutto era andato per il verso sbagliato. Bryant e Howard erano presto entrati in conflitto, con il primo che accusava il secondo di poco attaccamento alla causa (scarsa intensità e recuperi troppo lenti dai vari problemi fisici) e ‘Superman’ che era arrivato addirittura a chiedere la cessione del Black Mamba. Una lunga sequela di infortuni aveva fatto sì che il quintetto titolare giocasse insieme solo una manciata di partite. Con i risultati che tardavano ad arrivare, coach Mike Brown era stato silurato e sostituito prima dall’assistente Bernie Bickerstaff, poi da Mike D’Antoni, capitato nel posto sbagliato al momento sbagliato. L’unico elemento del quintetto stabilmente in salute era Kobe Bryant, trasformato da D’Antoni (già con lui a Londra 2012) in un giocatore sempre più completo e ‘altruista’ (6.3 assist di media a fine stagione, miglior dato in carriera). Con gli illustri compagni spesso ai box, il numero 24 era quasi sempre in campo. Sul finire della stagione, però, l’eccessivo sovrautilizzo aveva finito per costare caro. Il 12 aprile 2013, nel corso della partita contro gli emergenti Golden State Warriors, il tendine d’Achille di Kobe era saltato. Guai a immaginarsi urla e pianti; senza fare una piega, il Mamba aveva segnato dalla lunetta i punti numero 33 e 34 della sua gara, poi era uscito con le sue gambe. Arrivato proprio alla vigilia dei playoff (conquistati dai Lakers in extremis), l’infortunio di Kobe era stata la ‘mazzata’ definitiva su quella maledetta stagione. 4-0 Spurs al primo turno, sogni di gloria finiti.

Eccoci dunque a quella maglia nera mostrata alla stampa, ma mai indossata in campo. Howard ha cambiato aria, scegliendo James Harden e gli Houston Rockets. Los Angeles è a caccia di riscatto ma, almeno inizialmente, non può contare sul convalescente capitano. Bryant recupera con una velocità impensabile, e l’8 dicembre 2013 si ripresenta sul parquet contro i Toronto Raptors. La troppa fretta, però si rivela fatale; dopo sole sei partite un altro infortunio, stavolta alla tibia, lo mette definitivamente fuori uso. Per i Lakers, senza di lui, si apre l’abisso.

 

Los Angeles Lakers #24 Hollywood Nights Sleeve Edition (2014-2016)

Kobe dà istruzioni a D'Angelo Russell, giovane (e vana) speranza dei nuovi Lakers
Kobe dà istruzioni a D’Angelo Russell, giovane (e vana) speranza dei nuovi Lakers

Per la stagione 2014/15, la Adidas e i Lakers hanno in serbo alcuni cambiamenti di stile. L’azienda tedesca decide di spostare il logo NBA sul retro delle maglie (mossa apripista per il futuro avvento degli sponsor), mentre la franchigia accoglie con (immotivato) entusiasmo l’idea di aggiungere le maniche alla divisa nera. Aldilà delle questioni estetiche, questa maglia accompagnerà Kobe e i Lakers lungo un triste declino.

Il Mamba si presenta puntualmente alla partenza della nuova regular season, fresco di un criticatissimo rinnovo biennale da quasi 50 milioni di dollari. Gioca 35 partite in condizioni fisiche piuttosto precarie (con dolori a ginocchia, schiena, piedi e, ovviamente, tendine d’Achille), tanto che il nuovo allenatore, Byron Scott, ne limita parecchio il minutaggio. Il 14 dicembre 2014, Bryant compie un passo leggendario, superando il ‘maestro’ Michael Jordan al terzo posto nella classifica dei migliori realizzatori di sempre (dietro agli irraggiungibili Kareem Abdul-Jabbar e Karl Malone). Il 21 gennaio 2015, Kobe va a schiacciare in testa alla difesa dei New Orleans Pelicans. Nell’eseguire il movimento, però, la spalla destra cede. Continua a giocare utilizzando solo il braccio sinistro, ma presto capisce che il problema è grave. E’ costretto a operarsi, chiudendo prematuramente un’altra stagione.
Relegato a bordocampo, Bryant assiste impotente alla peggiore versione dei Lakers che si ricordi. I gialloviola chiudono sia il 2014 che il 2015 al penultimo posto della Western Conference. Per quanto incredibile possa sembrare, riusciranno a fare ancora peggio l’anno successivo…

 

Kobe Bryant: Los Angeles Lakers #24 Christmas Edition (25/12/2015)

Natale 2015: i Lakers di Kobe Bryant contro i Clippers di Chris Paul
Natale 2015: i Lakers di Kobe Bryant contro i Clippers di Chris Paul

Kobe rimette piede in campo nella opening night della sua ventesima stagione NBA con la stessa squadra (record ogni epoca, poi eguagliato da Dirk Nowitzki nel 2017/18). Le prime partite mostrano un Bryant molto lontano dai tempi migliori. Ancora in condizioni fisiche non ottimali e con pessime percentuali al tiro (contro Golden State segna un solo canestro dal campo su quattordici tentativi, per un totale di quattro punti), esprime più volte la sua frustrazione anche davanti ai giornalisti.

Il 29 novembre 2015, il sito The Players’ Tribune pubblica una lettera, firmata dal Mamba in persona, che scuote il mondo dello sport (e non solo). Si intitola “Dear Basketball”, e annuncia la sua decisione di ritirarsi al termine della stagione. Da quel momento i fan di tutto il mondo, non solo i tifosi dei Lakers, si stringono attorno a lui in un virtuale abbraccio collettivo. Mentre i gialloviola vanno a fondo (finiranno ULTIMI ad Ovest), Kobe Bryant viene accolto in tutte le arene americane da folle in delirio e video celebrativi in quello che viene presto ribattezzato “Farewell Tour”.

Il calendario della stagione prevede il ‘derby’ natalizio contro i Los Angeles Clippers. Tra le mille vicissitudini delle ultime, travagliate stagioni, il numero 24 è solamente alla seconda apparizione natalizia da quando la lega ha adottato delle divise speciali per l’occasione. Nel 2012 aveva indossato una (non azzeccatissima) maglia ‘total white’ per la sfida contro i New York Knicks dell’amico Carmelo Anthony. Per l’edizione 2015, invece, Adidas raddrizza il tiro, proponendo una bella versione bianca con caratteri viola in corsivo. L’ultimo Natale NBA di Kobe lo vede di fronte a Chris Paul. Qualche anno prima (dicembre 2011), le strade di Kobe e CP3 erano state a un passo dall’incrociarsi. La dirigenza gialloviola aveva infatti imbastito una trade con i New Orleans Hornets per trasferire il loro playmaker in California, in un affare che prevedeva il passaggio di Lamar Odom nella ‘Big Easy’ e di Pau Gasol a Houston. L’entusiasmo di squadra e tifosi era però stato smorzato dalla NBA, all’epoca proprietaria della franchigia della Louisiana (in attesa di nuovi compratori). Attraverso il commissioner David Stern, la lega aveva posto il veto sull’affare, sostenendo che, per non meglio specificate “basketball reasons”,  non fosse un bene per i ‘suoi’ Hornets. Paul era finito comunque a Los Angeles, ma sulla sponda Clippers, scatenando un vespaio di polemiche e ‘teorie del complotto’ mai del tutto sopite.

 

All Star Game 2016

ASG 2016: Kobe Bryant contro LeBron James
ASG 2016: Kobe Bryant contro LeBron James

L’apice della stagione di commiato del Black Mamba si raggiunge a Toronto, sede di quello che sarà il suo ultimo All Star Game. I suoi numeri e e le sue prestazioni non sarebbero probabilmente degne di convocazione ma, in casi come questo, non ci sono cifre che tengano. Per Kobe è un vero e proprio plebiscito. Viene inserito in quintetto a furor di popolo, ricevendo più voti di tutti, anche di quello Stephen Curry che, a fine stagione, sarà il primo MVP unanime della storia.

L’edizione 2016 dell’evento è per Bryant quello che era stato per Jordan nel 2003: una serata-tributo. La palla a due se la contendono lui e LeBron James, il grande avversario mai affrontato ai playoff. Con lo stesso James ingaggia più volte, durante l’incontro, sfide uno-contro-uno, e lo stesso fa con il compagno di mille battaglie Pau Gasol. Nel corso della serata, Magic Johnson e Michael Jordan gli rendono omaggio, e Kobe stesso prende il microfono per ringraziare i tifosi. Come era successo a MJ, nemmeno Bryant viene eletto MVP dell’incontro. Chiude con 10 punti e lascia il palcoscenico ad un inarrestabile Russell Westbrook, che alza il secondo trofeo consecutivo dopo aver ‘trascinato’ la Western Conference ad un roboante 196-173 (sì, ormai “liberi tutti”…). L’All Star Game 2016 segna anche il sorpasso di LeBron, sullo stesso Kobe, nella classifica marcatori all-time della manifestazione. Per quello che può contare…

 

Los Angeles Lakers Kobe Bryant #24 (13/04/2016)

13 aprile 2016: Kobe Bryant indossa per l'ultima volta la maglia gialloviola
13 aprile 2016: Kobe Bryant indossa per l’ultima volta la maglia gialloviola

Il ‘Kobe Bryant Farewell Tour’, dopo aver fatto registrare il tutto esaurito in ogni arena d’America, termina ufficialmente il 13 aprile 2016. Una data che si conosceva da tempo, eppure quasi ‘temuta’ dai milioni di appassionati di basket del pianeta. I biglietti per la serata dello Staples Center, il cui parquet viene ornato per l’occasione con i numeri 8 e 24, sono ormai esauriti da mesi, e gli ultimi ad aggiudicarseli hanno dovuto sborsare cifre degne di una finale NBA. I tifosi dei Lakers, la città di Los Angeles, lo star system hollywoodiano, il mondo intero (persino Shaquille O’Neal) stretto attorno al leggendario campione per la sua festa d’addio.

Visto il personaggio in questione, l’uscita di scena del Black Mamba non poteva certo essere una tranquilla serata di gala, tra giacche, cravatte e convenevoli. L’ultimo atto dell’epopea di Kobe è una partita, e che partita. Avversari dei gialloviola, nell’ennesimo finale anticipato di stagione (gli ultimi playoff risalgono a quello sventurato 2013), sono gli Utah Jazz.. La squadra che, quando Kobe esordiva in NBA, si preparava a dominare la Western Conference trascinata da Stockton e Malone. Entrambe le formazioni hanno dovuto, presto o tardi, dire addio alle ambizioni da post-season (i Jazz sono aritmeticamente estromessi da qualche ora), ma la portata dell’evento fa sì che l’intensità sia quella delle grandi occasioni. Soprattutto per Kobe Bryant, il quale, dopo la presentazione da parte di Magic Johnson e l’ovazione del pubblico al suo ingresso, scatena l’inferno. 15 punti nel primo quarto, solo 7 nel secondo, poi altri 15 nel terzo. Nell’ultimo periodo, con la fine che si avvicina, va a scrivere un’altra pagina di storia. Ne segna 23 (the magic number), per un totale di 60. A quasi 38 anni, record di anzianità per un ‘sessantellista’. Una prestazione figlia anche dei CINQUANTA tiri dal campo presi, ma i 60 punti arrivano con una serie di canestri da Black Mamba, ad altissimo tasso di difficoltà. Triple impossibili, finte, penetrazioni e viaggi in lunetta. Giusto per ricordare al pianeta NBA quello che sta per perdersi. I Lakers vincono in rimonta, trascinati da lui; proprio come gli è sempre piaciuto fare.

Raggiunta la cifra tonda, è ora di abbandonare il palcoscenico. C’è tempo per un ultimo, commosso discorso, chiuso con le parole “Mamba out” e con il microfono lasciato sul parquet. Allora sì, che è davvero finita. Cala il sipario sulla carriera di uno dei più grandi sportivi di tutti i tempi. Magari non il più vincente, il più completo o il più iconico, ma certamente un giocatore che non si era mai visto, e che mai si rivedrà. E che ora tutti potranno ricordare ammirando quelle due maglie, numero 8 e numero 24, innalzate a eterna gloria.

NBA Jersey Stories – Jason Kidd Flying Circus

Jason Kidd-maglie-carriera-nba

Una volta, coach Jason Kidd richiamò in panchina Giannis Antetokounmpo, astro nascente dei suoi Milwaukee Bucks. Il ragazzo non la prese benissimo, tanto che, dopo la partita, pensò: “Vediamo un po’ cosa ha fatto questo tizio nella sua carriera, per permettersi di trattarmi così!”. Prese lo smartphone e fece un paio di veloci ricerche. Quando ebbe finito, il suo pensiero cambiò: “Gesù Cristo, come faccio a competere con tutto questo? Farò meglio a starmene zitto!”. Già, perché ‘The Greak Freak’ aveva appena scoperto che il suo allenatore è stato uno dei più grandi playmaker della storia. In questa edizione delle NBA Jersey Stories ripercorriamo la sua straordinaria carriera attraverso le maglie con cui ha incantato almeno due generazioni di appassionati NBA, dando vita ad uno spettacolo impossibile da dimenticare.

Diventare Jason Kidd: California Golden Bears (1992-94)

Jason Kidd al college
Jason Kidd al college

Nato a San Francisco e cresciuto ad Oakland, il giovane Jason Kidd fu spesso avversario di playground di un altro promettente ragazzo di quelle parti, tale Gary Payton. Dopo aver fatto le fortune della St. Joseph Notre Dame High School (Payton frequentò invece la Skyline HS), Jason scelse la University of California, Berkeley. In due stagioni con la maglia dei Golden Bears infranse un record dopo l’altro alle voci “assist” e “palle rubate”. Soprattutto, fece tornare rilevante un programma cestistico in crisi da tempo immemore; un’impresa che replicherà più avanti, a ben altri livelli, nel corso della carriera. I Bears parteciparono al torneo NCAA in entrambe le stagioni, anche se il loro viaggio più lungo si interruppe alle ‘Sweet 16’. Appena ventenne, Kidd mise in mostra un insieme di qualità da far invidia ai migliori professionisti. Oltre alla straordinaria visione di gioco e ad un fisico in grado di renderlo un fattore a rimbalzo, ciò che più colpiva del numero 5 era l’innata leadership, una dote che avrebbe fatto comodo a parecchie squadre NBA.

Dallas Mavericks (1994-96)

A tentare la (facile) scommessa furono i Dallas Mavericks, che scelsero Kidd con la seconda chiamata assoluta al mediocre draft del 1994 (solo ‘Big Dog’ Glenn Robinson, chiamato prima di lui, e Grant Hill, scelto subito dopo, diverranno stelle di prima grandezza). In Texas, Jason andò a formare il cosiddetto ‘Triple J Ranch’ con le prime scelte dei due draft precedenti: la guardia Jim Jackson e l’ala Jamal Mashburn. Il giovane trio avrebbe dovuto, secondo i piani, risollevare le sorti di una franchigia mai davvero protagonista, nei suoi quindici anni scarsi di NBA (gli unici ‘lampi’ erano arrivati negli Anni ’80 con Rolando Blackman, Mark Aguirre e Sam Perkins, ma nessuna stagione indimenticabile). I nuovi innesti mostrarono presto ciò di cui erano capaci; Jackson e Mashburn erano dei grandi realizzatori, ma i loro ripetuti infortuni compromisero le speranze di rinascita della franchigia, fuori dai playoff sia nel 1995 che nel 1996. Al contempo, Jason Kidd emerse come uno dei giocatori più promettenti della lega. Le doti già mostrate al college lo rendevano il ‘motore’ perfetto per la sua giovane squadra. Al suo primo anno da professionista fece più triple-doppie di chiunque altro nella lega (4 – sì, i tempi di Russell Westbrook erano lontani) e vinse il premio di Rookie Of The Year a pari merito con Grant Hill.

La seconda stagione vide un inatteso crollo. Con Mashburn fuori per infortunio e il lungo Roy Tarpley bandito a vita dalla NBA per ripetute violazioni dei programmi antidroga, i Mavs chiusero con il poco invidiabile record di 26 vinte – 56 perse. Kidd era ormai una stella, ma si rivelò anche un giocatore difficile da gestire. Prima entrò in conflitto con Jackson, accusato di eccessivo egoismo, poi non si disse particolarmente entusiasta del nuovo allenatore, Jim Cleamons. Dopo sole 18 partite dall’inizio della stagione 1996/97, JK fu spedito (insieme ai giovani Loren Meyer e Tony Dumas) ai Phoenix Suns, in cambio dei veterani Sam Cassell e A.C. Green e di Michael Finley, che diverrà il giocatore di riferimento dei texani negli anni a venire.

All Star Game 1996

Jason Kidd e Grant Hill All' ASG 1996
Jason Kidd e Grant Hill All’ ASG 1996

Prima di lasciare la ‘Big D’, Kidd riuscì a raggiungere un grandissimo traguardo: solamente al secondo anno tra i professionisti, venne infatti selezionato per l’All Star Game di San Antonio. Non solo: Jason fu anche votato tra i titolari della partita delle stelle, battendo la concorrenza di fuoriclasse del calibro di John Stockton e del vecchio amico-rivale Gary Payton. Curiosamente, nel quintetto della Eastern Conference fu inserito Grant Hill, la cui carriera seguirà sempre un binario parallelo rispetto a quella di Jason. L’edizione del 1996, caratterizzata da maglie bianche e verde acqua (con tanto di peperoncino in bella vista) possibili solo in quei ‘coloratissimi’ anni, fu una delle più ricche di ‘starpower’ di sempre. Da una parte Kidd-Drexler-Kemp-Barkley-Olajuwon (con Payton-Stockton-Malone-Robinson-Mutombo tra le ‘riserve’), dall’altra Penny Hardaway-Jordan-Pippen-Hill-Shaq (più i vari Miller-Ewing-Mourning in uscita Jason Kidddalla panchina). La formazione dell’Est ebbe la meglio (129-118), e Michael Jordan fu premiato come MVP.

Jason Kidd-Phoenix Suns (1996-2001)

Kidd con la divisa anni '90 dei Suns
Kidd con la divisa anni ’90 dei Suns

Approdato in Arizona, Jason Kidd era pronto alla consacrazione. I Suns erano reduci dal doloroso addio del più grande giocatore della loro storia, Charles Barkley. Il nuovo allenatore Danny Ainge (attuale presidente dei Boston Celtics) si ritrovò a roster tre point guard di assoluto livello (oltre a Kidd c’erano infatti la star Kevin Johnson e il rookie Steve Nash) e tentò di giocare con un sistema che, anni dopo, verrà definito ‘small ball’. Con un quintetto spesso formato da Kidd, Nash e Johnson, più Rex Chapman e Antonio McDyess, i Suns divennero una delle squadre più spettacolari della lega, senza però andare mai oltre il secondo turno di playoff (l’etichetta di ‘belli ma perdenti’ rimarrà incollata alla squadra anche negli anni del ‘7 seconds or less’).

Con il ritiro di Kevin Johnson e la partenza di uno Steve Nash ancora acerbo, la squadra passò totalmente nelle mani di Kidd. Nella stagione 1998/99, il numero 32 (il 5 era stato ritirato in onore di Dick Van Arsdale) guidò la NBA per media assist (10.8) e triple-doppie (7) e fu inserito sia nel primo quintetto All-NBA, che in quello All-Defensive. Con l’aggiunta di Anfernee ‘Penny’ Hardaway, con il quale Kidd andò a formare il cosiddetto ‘Backcourt 2000’, i Suns puntavano a diventare finalmente una minaccia in chiave titolo. Dovettero però fare i conti con gli infortuni, che prima colpirono Jason (caviglia rotta, tornò a playoff in corso), poi si accanirono sull’ex stella degli Orlando Magic (la cui carriera naufragò presto, proprio a causa dei problemi fisici).
In campo, la stella di Jason Kidd brillava sempre più: ospite fisso agli All Star Game e inserito in tutti i primi quintetti All-NBA dal 1999 al 2002, era di fatto il miglior playmaker della lega. I guai arrivarono lontano dal parquet. Il rapporto con la moglie Joumana degenerò bruscamente, portando all’arresto per violenza domestica di Jason e all’obbligo di frequentare un corso di gestione della rabbia. La vicenda gettò una brutta ombra tanto sul giocatore quanto sulla squadra. Alla luce anche delle mancate vittorie (quelli erano pur sempre gli anni di Lakers e Spurs), la dirigenza decise di voltare pagina. Kidd fu scambiato con i New Jersey Nets insieme a Chris Dudley, in cambio di Stephon Marbury, Johnny Newman e Soumalia Samake. I Suns si preparavano ad una nuova era, Jason a conquistare per sempre l’immortalità cestistica.

Team USA (Sidney 2000)
Kidd con Team USA alle Olimpiadi di Sydney 2000
Kidd con Team USA alle Olimpiadi di Sydney 2000

Kidd fece il suo debutto olimpico nell’estate del 2000, quando fu uno dei tre capitani (insieme ad Alonzo Mourning e Kevin Garnett) di Team USA. A differenza delle due passate edizioni dei Giochi (quando erano scesi in campo il ‘Dream Team’ e il ‘Dream Team 2.0’), la squadra americana non era composta dai migliori giocatori a disposizione. Niente Shaq, Kobe, Duncan o Iverson, dunque; oltre ai tre capitani, le punte di diamante del team si chiamavano Gary Payton, Ray Allen e Vince Carter. Quest’ultimo approfittò della manifestazione australiana per prendere confidenza con il futuro compagno Kidd (memorabili un paio di alzate del numero 5 per le inchiodate del numero 9) e per entrare nella leggenda. Nell’ultima partita del girone contro la Francia, Carter si avventò su una palla vagante, scavalcò il gigante avversario Frédéric Weis e si avventò sul ferro con quella che i media francesi ribattezzarono “le dunk de la mort”Gli Stati Uniti vinsero la medaglia d’oro, ma non dominarono indisturbati come nelle precedenti edizioni. Con il livello degli avversari sempre più alto e l’approccio delle star americane sempre più superficiale, erano state gettate le basi per i ‘disastri’ del 2002 e del 2004 (anni in cui JK non fu della squadra per infortuni vari).

Jason Kidd: New Jersey Nets (2001-08)

Kidd ai New Jersey Nets con Kenyon Martin
Kidd ai New Jersey Nets con Kenyon Martin

L’arrivo di Jason Kidd ai New Jersey Nets segnò ufficialmente l’apertura del ‘Jason Kidd Flying Circus’. I Nets erano una squadra pressoché impresentabile, che non vedeva l’ombra di un trionfo fin dai tempi della ABA e di Julius Erving. Il playmaker californiano trasformò un’accozzaglia di giocatori senza arte né parte (con tutto il rispetto per Kerry Kittles e Keith Van Horn) in una delle formazioni più spettacolari della lega. Le ‘prelibatezze’ che partivano dalle mani di Kidd erano pane per i denti dei giovani e super-atletici compagni, da Kenyon Martin a Richard Jefferson. Soprattutto, Jason rese i Nets una squadra da titolo, o quantomeno una contender. Il 2001/02 fu la miglior stagione nella storia della franchigia, nonché la prima (ed unica, finora) con oltre 50 vittorie. Il record finale recitava 52-30. Quello dell’anno precedente? 26-56! Trascinati da un JK in versione MVP (arrivò dietro al solo Tim Duncan nelle votazioni), i Nets spazzarono via Pacers, Hornets e Celtics e approdarono per la prima volta alle NBA Finals. Ad accoglierli c’erano i Los Angeles Lakers del trio Phil Jackson Shaquille O’Neal Kobe Bryant, che li annientarono senza pietà (4-0).

La stagione successiva vide la partenza di Keith Van Horn in direzione Philadelphia, in cambio di un Dikembe Mutombo non più dominante come un tempo, ma ancora lontano dalla fine della carriera. Il connubio non fu felicissimo; il centro rimase ai box a lungo per un infortunio al polso, e a stagione conclusa il suo contratto venne rescisso. Con un Jason Kidd miglior assistman della lega e al suo massimo in carriera per media punti (18.7), i Nets riuscirono comunque a ripetersi. Stavolta le vittorie furono 49, e il primo posto ad Est del 2002 divenne il secondo nel 2003 (dietro agli emergenti Detroit Pistons). Dopo qualche difficoltà contro Milwaukee al primo turno, per New Jersey fu un percorso netto: 4-0 a Boston e 4-0 a Detroit. Per una delle peggiori squadre della storia NBA arrivarono le seconde finali consecutive. Al posto di Kobe & Shaq, gli uomini di coach Byron Scott si trovarono di fronte le ‘Twin Towers’ dei San Antonio Spurs: David Robinson (al passo d’addio) e il due volte MVP Tim Duncan. Come l’anno prima, il pronostico era totalmente sbilanciato in favore dei campioni della Western Conference. I Nets diedero comunque filo da torcere alla truppa di Gregg Popovich, vincendo gara-2 in Texas e gara-4 ad East Rutherford, la ‘casa’ dei Nets in quel momento (la loro storia è stata caratterizzata dai continui trasferimenti, in puro stile ABA) grazie ad un monumentale Kidd. Dall’altra parte, però, c’era un Tim Duncan all’apice della carriera. ‘The Big Fundamental’ dominò letteralmente la serie, chiudendola con una gara-6 in cui sfiorò la quadrupla-doppia (21 punti, 20 rimbalzi, 10 assist e 8 stoppate). Per gli sventurati Nets c’era ben poco da fare, gli Spurs portarono a casa il secondo titolo della loro storia.

In quel periodo si susseguivano le voci secondo cui Kidd (in scadenza di contratto) fosse in procinto di trasferirsi proprio a San Antonio, per prendere il posto in quintetto di un Tony Parker ancora in divenire. La dirigenza lo convinse a rimanere mettendo sotto contratto il grande Alonzo Mourning, compagno di JK a Sydney. Ad un solo mese dall’inizio della nuova stagione, però, l’ex centro dei Miami Heat fu costretto a ritirarsi per un grave problema ai reni, che lo portò ad un passo dalla morte (fu salvato dal trapianto dell’organo di un cugino). I Nets tornarono comunque ai playoff, ma stavolta i Pistons, lanciati verso il titolo, si presero la rivincita, eliminandoli al secondo turno.
Nell’estate del 2004 fu ceduto Kenyon Martin, ma approdò nel New Jersey Vince Carter, in uscita dai Toronto Raptors. Con Jason Kidd, Carter andò a formare quella che probabilmente è stata la coppia più spettacolare di sempre. In quegli anni, le partite dei Nets sembravano tratte da un videogame; alla minima distrazione avversaria, ecco una fulminea alzata di Jason per un taglio in back-door e una perentoria schiacciata di ‘Vincredible’. Seppur belli (anzi, splendidi) da vedere, i Nets non riuscirono più a tornare ai livelli delle doppie finali. Kidd era un giocatore di vertice della lega, ma la Eastern Conference era ormai controllata dai vari Pistons, Heat, Cavs e Celtics. Il suo ciclo ai Nets era destinato a concludersi, perciò ricominciarono le speculazioni su possibili trade. Dopo essere stato molto vicino ai Lakers (la trattativa saltò perché la famiglia Buss non volle privarsi di Andrew Bynum), Jason fece ritorno nella sua prima squadra NBA, i Dallas Mavericks, in uno scambio che coinvolse sette giocatori.

All Star Game 2008

Kidd e Ray Allen all' ASG 2008
Kidd e Ray Allen all’ ASG 2008

Il 17 febbraio 2008, mentre la trade veniva finalizzata, andò in scena l’All Star Game di New Orleans. Quell’occasione rappresentò un evento più unico che raro. Essendo stato votato in quintetto, Kidd vestì la maglia blu della Eastern Conference, anche se in realtà era già un giocatore dei Mavs, squadra della Western Conference. Il ‘cast’ della partita era di primissimo livello: ad Ovest Iverson-Bryant-Anthony-Duncan-Yao, ad Est Kidd-Wade-James-Bosh-Howard. Jason contribuì alla vittoria della (non) sua squadra (134-128), e l’MVP dell’incontro fu un LeBron James da 27 punti. L’edizione 2008 fu anche quella in cui Dwight Howard vinse la gara delle schiacciate travestito da Superman.

Team USA (Pechino 2008)

Kidd alle olimpiadi di Pechino 2008
Kidd alle olimpiadi di Pechino 2008

Nell’estate del 2008, JK tornò a vestire la maglia della nazionale alle olimpiadi di Pechino. Dopo le cocenti delusioni del 2002 (eliminazione ai quarti nel Mondiale disputato in casa), del 2004 (medaglia di bronzo ad Atene) e del 2006 (altro bronzo ai Mondiali giapponesi), la USA Basketball assemblò un roster stellare, ribattezzato ‘Redeem Team’. Oltre a Kidd, coach Mike Krzyzewski ebbe a disposizione superstar del calibro di Kobe Bryant, LeBron James, Carmelo Anthony, Dwyane Wade, Chris Paul e Dwight Howard.
Stavolta nessuna sorpresa; Team USA asfaltò un avversario dopo l’altro (chiuse le cinque gare del girone con una differenza punti di +168) e riconquistò l’oro battendo la Spagna dei fratelli Gasol. La presenza di tante stelle all’apice della carriera relegò Kidd ad un ruolo marginale all’interno della squadra, ma gli consentì comunque di portarsi a casa la quinta medaglia d’oro (oltre a quella di Sydney erano arrivate quelle dei Campionati Americani 1999, 2003 e 2007) della sua carriera internazionale.

Jason Kidd-Dallas Mavericks (2008-12)

Finals 2011, Kidd è campione NBA
Finals 2011, Kidd è campione NBA

Ad un certo punto della sua carriera, Jason Kidd sembrava destinato a finire nella poco ambita lista dei “più grandi giocatori a non aver mai vinto un titolo”. Il ritorno a Dallas gli diede però l’occasione di allontanare gli ‘spettri’ dei vari John Stockton, Karl Malone e Charles Barkley e di dare un lieto fine alla sua storia cestistica. I Mavs erano una delle maggiori potenze nell’agguerrita Western Conference, ma non erano mai riusciti a fare l’ultimo passo. Ci erano andati molto vicino nel 2006, ma si erano fatti clamorosamente rimontare dai Miami Heat dopo esser stati in vantaggio per 2-0 nella serie finale. Per la prima volta in carriera, a Kidd (che scelse il numero 2, come la chiamata con cui i Mavs l’avevano scelto al draft del 1994) non fu chiesto di essere l’uomo-franchigia, bensì la principale ‘spalla’ di Dirk Nowitzki, fresco di nomina ad MVP della regular season (2006/2007). La stagione del ‘ritorno a casa’ di JK si concluse con l’eliminazione al primo turno di playoff, per mano dei New Orleans Hornets di Chris Paul. Coach Avery Johnson fu rimpiazzato da Rick Carlisle, l’uomo che porterà l’anello a Dallas.

Dopo altre delusioni nei playoff 2009 e 2010, Kidd sembrava vicino a lasciare nuovamente il Texas (si parlò a lungo di un interessamento dei New York Knicks). Decise infine di restare, e la direzione scelta si rivelò la migliore. La stagione 2010/11 iniziò con l’arrivo di Tyson Chandler dagli Charlotte Bobcats, che andò a completare un quintetto di ‘veterani in missione’. Oltre a Kidd, Nowitzki e Chandler, infatti, coach Carlisle poteva contare sulla fame di vittoria di Jason Terry (uno dei due sconfitti – con Nowitzki – delle Finals 2006) e Shawn Marion (che fu l’ala piccola titolare anche per via del grave infortunio di Caron Butler). Dalla panchina si alzavano altri giocatori di esperienza come Deshawn Stevenson, Peja Stojakovic e Ian Mahinmi. Jason si rivelò fondamentale soprattutto nei playoff quando, oltre ai compiti in fase di regia, si assunse anche l’onere di marcare i migliori giocatori avversari, da Kobe Bryant a Russell Westbrook. Sulla strada per le Finals, i Mavericks lasciarono il ‘cadavere’ dei campioni in carica Lakers, spazzati via in quattro partite. Superato anche l’ostacolo rappresentato dai giovani e rampanti Oklahoma City Thunder, arrivò la rivincita più attesa, quella contro i Miami Heat.
A onor del vero, la squadra della Florida era ben diversa da quella del 2006. Allo storico capitano Dwyane Wade si erano infatti uniti Chris Bosh e LeBron James, che avevano reso gli Heat la franchigia più odiata e temuta d’America. In svantaggio 2-1, i Mavs tirarono fuori tutto l’orgoglio e la determinazione di cui disponevano. Chandler e Terry disputarono una serie straordinaria, J.J. Barea fece perdere anni di vita al coach avversario, Erik Spoelstra, con delle prestazioni assolutamente impreviste, Kidd fu il solito metronomo e un leggendario Nowitzki fu eletto MVP delle Finals. Il 105-95 della sesta partita sancì il primo, storico titolo sia per i Mavs che per JK. A 38 anni abbondanti, il californiano fu il più vecchio playmaker titolare a sollevare il Larry O’Brien Trophy.

Insieme a ‘Giasone’ invecchiavano anche i Mavs, ormai appagati dall’indimenticabile trionfo. Nel 2012 furono spazzati via al primo turno dai Thunder di Kevin Durant, Russell Westbrook e James Harden, divenuti ormai una squadra da titolo. Kidd era sempre più vicino al ritiro, anche se sentiva di avere ancora qualche cartuccia da sparare.

All Star Game 2010

Kidd e Dirk Nowitzki all'ASG 2010
Kidd e Dirk Nowitzki all’ASG 2010

Nel 2010 Jason prese parte al suo ultimo All Star Game, il decimo in carriera. L’evento, curiosamente, si tenne proprio nella ‘sua’ Dallas, anche se la gara della domenica si giocò al Cowboys Stadium, nel sobborgo di Arlington. Kidd fu inserito tra le riserve della Western Conference, il cui quintetto era composto da Steve Nash, Kobe Bryant, Dirk Nowitzki, Amar’e Stoudemire e Tim Duncan. La partita fu vinta però dalla formazione dell’Ovest, che schierava Joe Johnson, Dwyane Wade (MVP dell’incontro), LeBron James, Kevin Garnett e Dwight Howard. A quella edizione dell’evento presero parte alcuni giovani playmaker (da Derrick Rose a Chris Paul – poi assente per infortunio –, da Rajon Rondo a Deron Williams) destinati a scalzare il ‘vecchio’ Kidd dal trono di miglior interprete del ruolo. Il ricambio generazionale era ormai cominciato.

 

Jason Kidd-New York Knicks (2012-13)

Kidd con i New York Knicks
Kidd con i New York Knicks

Jason Kidd fu convinto a rimanere sul parquet dai New York Knicks, che lo ingaggiarono con l’idea di farne il mentore di Jeremy Lin, protagonista di un pazzesco exploit sul finire della stagione precedente (la cosiddetta ‘Linsanity’). Il playmaker di origine taiwanese, però, fu ceduto agli Houston Rockets, per cui JK giocò gran parte della stagione 2012/13 come guardia titolare, al fianco di Raymond Felton. L’11 dicembre 2012, Jason fece uno ‘scherzetto’ ai suoi cari, vecchi Nets (trasferitisi nel frattempo a Brooklyn) decidendo il ‘derby’ del Barclays Center con uno spettacolare gioco da quattro punti. La versione 2012/13 dei Knicks fu l’ultima veramente rispettabile di cui si ha memoria. Oltre che su Kidd e Felton (ancora in condizioni fisiche accettabili), coach Mike Woodson poteva contare sull’altro ex-Mavs Tyson Chandler, sui veterani Amar’e Stoudemire e Rasheed Wallace, sulle dinamiche guardie J.R. Smith e Iman Shumpert e su un Carmelo Anthony ancora nel suo ‘prime’. New York chiuse la regular season al secondo posto (dietro agli inarrivabili Heat dei ‘Big Three’), poi superò al primo turno di playoff i Boston Celtics, giunti ormai al capolinea dell’era Garnett-Pierce-Allen. La tiratissima serie persa contro gli Indiana Pacers (quella della memorabile stoppata di Roy Hibbert su Anthony) segnò il tramonto delle speranze dei Knicks e, allo stesso tempo, della carriera di uno dei più grandi playmaker di sempre. Jason annunciò il ritiro il 3 giugno 2013, a pochi giorni di distanza da quello del suo co-Rookie Of The Year nel 1995, Grant Hill. Il Jason Kidd Fying Circus serrò per sempre i battenti. Il suo ‘gestore’ chiuse al secondo posto assoluto nelle classifiche all-time di assist e palle rubate, in entrambi i casi dietro a John Stockton.

Jason Kidd-Brooklyn Nets (head coach – 2013-14)

Coach Kidd con Kevin Garnett e Paul Pierce
Coach Kidd con Kevin Garnett e Paul Pierce

Una volta appesi scarpe e pantaloncini al chiodo, era chiaro a tutti come il rapporto tra Jason Kidd e la pallacanestro fosse destinato a continuare. Soprattutto dall’approdo ai Nets in poi, JK era il miglior esempio di ‘allenatore in campo’. Per questo motivo, solamente una settimana dopo il suo ritiro dal basket giocato, i nuovi Nets (quelli di Brooklyn) scelsero proprio lui per sostituire P.J. Carlesimo come capo-allenatore. L’idolo di casa (il cui numero 5 fu ritirato e innalzato al soffitto del Barclays Center) fece ritorno nella sua vecchia franchigia in un periodo cruciale, che ne avrebbe compromesso il futuro. Il 2013 fu infatti l’anno della sciagurata trade con i Boston Celtics che portò a Brooklyn Kevin Garnett, Paul Pierce e Jason Terry (ormai ben lontani dai tempi migliori), in cambio di tutte le prime scelte al draft fino al 2018. Se l’operazione si rivelerà disastrosa soprattutto nel medio termine, nell’immediato comportò un’enorme pressione su una squadra costruita (ma non certo realmente attrezzata) per vincere subito. Tutti i limiti di quel folle progetto emersero ai playoff. I Toronto Raptors furono battuti in sette gare, ma contro i Miami Heat di King James (destinati a vincere il secondo titolo consecutivo) non ci fu assolutamente partita. Seppur tra difficoltà di vario genere (in molti lo accusavano di non riuscire a gestire veterani di quel calibro), Kidd non sfigurò al suo debutto in panchina; fu infatti nominato Coach Of The Month sia a gennaio che a marzo. L’episodio che rimarrà più di ogni altro nella memoria collettiva, però, fu il grottesco ‘sketch’ orchestrato da Jason durante la partita contro i Lakers del 27 novembre 2013. Con il risultato in bilico e senza più timeout a disposizione, Kidd ordinò ad un suo giocatore (Tyshawn Taylor) di urtarlo, in modo da far rovesciare sul parquet la bibita che aveva in mano. Taylor eseguì, il gioco fu interrotto e Kidd poté disegnare lo schema per l’ultimo tiro (poi sbagliato, vinsero i Lakers). Il ‘trucchetto’ costò al vecchio Jason una multa da 50.000 dollari.

Jason Kidd-Milwaukee Bucks (head coach – 2014-2017)

Coach Kidd e Giannis Antetokounmpo
Coach Kidd e Giannis Antetokounmpo

Ed eccoci tornati laddove la nostra storia era iniziata. Il rapporto tra i Nets e quello che fu il giocatore simbolo della loro storia in NBA si interruppe in modo piuttosto brusco. Kidd chiese alla dirigenza maggiore potere decisionale, ma il proprietario Mikhail Prokhorov e il GM Billy King si opposero. Ciò portò ad un rapido allontanamento tra le due parti, che sfociò in un’insolita trade; JK finì ai Milwaukee Bucks, in cambio di due seconde scelte future.
Per la franchigia del Wisconsin stava iniziando una nuova era. Nella stagione 2013/14 era stata la peggiore squadra della lega (15 vinte – 67 perse, record negativo di franchigia). Il pessimo risultato permise ai Bucks di ottenere la seconda scelta assoluta all’attesissimo draft 2014, con la quale fu selezionato Jabari Parker, talentuosa ala da Duke University. Il ragazzo di Chicago andò a formare una coppia dalle grandi speranze con l’unica nota lieta della stagione precedente: Giannis Antetokounmpo. Una volta venuto a conoscenza delle grandi imprese compiute dal suo allenatore in quasi vent’anni di carriera, ‘The Greek Freak’ si affidò completamente a lui, e i risultati arrivarono presto. In tre stagioni con Kidd in panchina, Milwaukee raggiunse la post-season in due occasioni. La più recente è quella del 2017, con Antetokounmpo nominato Most Improved Player Of The Year. Letteralmente ‘abbagliato’ dalle doti fuori dal comune del numero 34, Kidd pensò di trasformarlo gradualmente in ciò che abbiamo la fortuna di ammirare adesso: un playmaker di 211 centimetri capace sia di organizzare il gioco, che di schiacciare partendo da metà campo dopo un solo palleggio. Dovesse imparare dal suo maestro come rendere migliori i compagni e come innescarli con ‘visioni’ di kiddiana memoria, ci troveremmo di fronte ad un’arma totale, con tutte le potenzialità per far innamorare della pallacanestro le prossime generazioni. Esattamente quello che Jason Kidd ha fatto con la nostra…

Volete un ripasso delle sue giocate? Ecco Jason Kidd in tutto il suo splendore. un giocatore unico

 

NBA Jersey Stories – Wild Spirits (seconda parte)

Marvin Barnes

CONTINUA DALLA PRIMA PARTE

 

La seconda e ultima stagione della storia degli Spirits non iniziò sotto i migliori auspici. Bob MacKinnon, dopo un anno alla guida di quella folle truppa, ne aveva abbastanza; Marvin Barnes, Fly Williams e compagni lo avevano fatto invecchiare prima del previsto. Non appena i Buffalo Braves della NBA gli proposero un posto da dirigente, il coach salutò Harry Weltman e soci è volò verso nord. Fu sostituito da Rod Thorn, ex assistente di Kevin Loughery ai New York Nets, il quale impiegò poco tempo a realizzare in che situazione fosse capitato.

Moses Malone con la maglia degli Spirits
Moses Malone con la maglia degli Spirits

Uno degli obiettivi della off-season degli Spirits era Lonnie Shelton, ala grande di Oregon State University. Dopo un lungo processo di reclutamento, il front-office riuscì a convocare il giovane talento nel Missouri per un incontro, a cui partecipò anche Marvin Barnes. Vedendo il ragazzo titubante, Barnes decise di portarlo a fare un bel giretto sulla fida Rolls Royce. Al suo ritorno, Shelton firmò subito il contratto, dicendo: “Ci sono poche persone al mondo di cui ci si può davvero fidare, e una di queste è certamente Marvin Barnes”. Alla luce dei fatti e delle parole di Lonnie, in quel di Oregon State nacque più di un sospetto secondo cui il ragazzo fosse stato drogato, fatto ubriacare o convinto in qualche altro modo poco ortodosso da Marvin. Partì dunque l’ennesima disputa legale (un’altra costante nella tormentata storia della ABA), che si concluse con il ritorno di Shelton al college, almeno per un altro anno. Quando finalmente gli Spirits lo avranno a disposizione, la ABA sarà ormai soltanto un ricordo.
Durante l’estate, la squadra riuscì comunque a rinforzarsi. Arrivarono un ex-Celtic, Don Chaney, e un futuro Celtic, M.L. Carr (che vincerà due titoli – nel 1981 e nel 1984 – insieme a Larry Bird). Tra i nuovi innesti c’era anche un playmaker di riserva, che indossò la maglia numero 10. Si chiamava Mike D’Antoni, e poche settimane fa ha ricevuto il secondo premio di Coach Of The Year della sua carriera NBA.

All’alba della stagione 1975/76, la ABA era al collasso. Le franchigie iscritte al campionato erano dieci, ma i Baltimore Claws dichiararono il fallimento ancor prima di riuscire a mettere piede in campo. Dopo sole undici partite alzarono bandiera bianca anche i San Diego Sails (già San Diego Conquistadors). A dicembre toccò agli Utah Stars, vincitori del titolo ABA nel 1971. Visto che era da tempo in cantiere il progetto di unire gli Stars e gli Spirits, formando una nuova franchigia (con sede a Salt Lake City) chiamata Utah Rockies, i migliori giocatori di Utah furono mandati a St. Louis tramite una sorta di dispersal draft. Ecco dunque Randy Denton, Steve Green, Ron Boone e soprattutto Moses Malone accasarsi alla corte di coach Thorn. Per fare spazio ai nuovi arrivati, Gus Gerard venne mandato ai Denver Nuggets. Fly Williams, non all’altezza della fama che lo accompagnava, fu tagliato senza troppe remore dall’allenatore, il quale non poteva più sopportare la sua presenza.

A proposito di ‘presenze ingombranti’, alcuni giocatori cominciarono ad eccepire sugli atteggiamenti da star di Marvin Barnes. Su tutti Maurice Lucas che, a differenza di Barnes, non aveva mai saltato un allenamento ed era un compagno di squadra modello. Lucas chiese alla dirigenza di liberarsi del numero 24, e Rod Thorn si dichiarò pienamente d’accordo con lui. Per tutta risposta, Weltman e soci fecero partire proprio Lucas, spedendolo a Kentucky in cambio del centro Caldwell Jones. Marvin era praticamente ‘intoccabile’, in quanto la dirigenza lo riteneva l’imprescindibile uomo-franchigia. Soprattutto, pensava che la sua presenza avrebbe fatto ‘ingolosire’ la NBA, spingendola ad includere gli Spirits nell’inevitabile e imminente fusione tra le due leghe. In quel secondo anno, però, i problemi causati da Barnes divennero sempre più insostenibili, per lui e per la squadra. Da una parte c’erano le classiche ‘marvinate’, come l’episodio in cui il giocatore lasciò le chiavi della nuova Buick a quello che sembrava, ma non era affatto, un parcheggiatore; l’auto non fu mai ritrovata. Dall’altra c’erano vicende ben più gravi. Sempre più attratto dalla ‘vida loca’, Barnes iniziò a frequentare degli spacciatori e a fare uso di cocaina, a volte persino durante le partite (nascondendo le dosi negli asciugamani). Un giorno si presentò negli spogliatoi brandendo una pistola (che si rivelerà scarica), scatenando il panico tra compagni e staff. Racconterà in seguito che, in quel periodo, coinvolgeva spesso molte star avversarie nelle sue ‘notti brave’, con lo scopo subliminale – a suo dire – di farle arrivare stanche alla partita.

Marvin Barnes, stella degli Spirits, in azione contro i Kentucky Colonels
Marvin Barnes, stella degli Spirits, in azione contro i Kentucky Colonels

Rod Thorn era esasperato. Oltre a tutte le questioni extra-parquet, Marvin era diventato un problema anche in campo, dove era sempre più restio a passare il pallone, preso com’era dal collezionare statistiche altisonanti. Una sera lo prese da parte e intavolò con lui una lunga – e apparentemente costruttiva – conversazione. Sembrava che tutto fosse chiarito, ma il giorno dopo il giocatore non si presentò all’allenamento. Ne saltò altri quella settimana, senza mai dare una giustificazione plausibile, così Thorn decise di lasciarlo in panchina per l’intera sfida casalinga contro i Colonels. Una scelta che mandò su tutte le furie il presidente Weltman. In quell’occasione infatti, la St. Louis Arena era insolitamente gremita; quasi diecimila persone erano accorse per veder giocare gli Spirits contro i campioni ABA, e chiamavano a gran voce l’idolo di casa, Barnes. L’esperienza di Thorn nel Missouri era agli sgoccioli, e infatti la dirigenza gli diede il benservito poco tempo dopo.
Anche perché la squadra faticava enormemente. Moses Malone giocò soltanto 43 partite per via di un piede rotto, mentre lo stesso Barnes saltò parecchi incontri in seguito alla causa intentata contro di lui da un ex compagno a Providence, che Marvin aveva colpito con un cric durante una rissa.

Per cercare di tenere a galla una barca che stava rapidamente affondando, fu chiamato Joe Mullaney. Premiato come Coach Of The Year nel 1974, quando era sulla panchina dei Memphis Sounds, Mullaney arrivava da un’altra situazione ‘tragica’; era stato infatti assunto come allenatore dei Baltimore Claws, falliti senza nemmeno disputare una partita. Quando gli Spirits chiamarono accettò di buon grado (il pane bisognava pur guadagnarselo); bastarono pochi mesi in compagnia di Marvin Barnes affinchè se ne pentisse amaramente. Il numero 24 era ormai un’anima perduta. Continuava a saltare gli allenamenti e aveva un debito da record con la società per tutte le multe che non aveva mai pagato. In campo faceva sempre e solo quello che gli passava per la testa. Una volta, Bob Costas vide coach Mullaney con le mani nei capelli, e lo udì chiaramente ripetere a sé stesso: “He’s killing me… He’s killing me…”.

La massiccia presenza di pubblico per la gara contro Kentucky fu un caso isolato; solitamente l’affluenza si aggirava intorno alle 800-1000 persone per le partite di cartello e gravitava intorno alle 400-500 presenze per gli altri incontri (tutto ciò nonostante il prezzo dei biglietti non superasse mai i 7 dollari). Per attrarre gli spettatori all’arena, la dirigenza le provò davvero tutte; dalla gara di mungitura alle lotte con orsi e alligatori (sempre nell’intervallo), fino ad arrivare alle varie “pizza-night”, “burger-night” e via dicendo (si regalavano pizze, hamburger e altre opinabili prelibatezze nel caso gli Spirits superassero un certo punteggio). L’unica idea che trovò un minimo di riscontro fu quella di regalare ad ogni spettatore uno degli amatissimi palloni tricolori della ABA. In quel caso l’entusiasmo fu però eccessivo, visto che la gente iniziò a lanciarli ovunque, creando un caos inimmaginabile. Durante uno show di metà partita, una mascotte travestita da hamburger si aggrappò con troppo vigore a un canestro, facendo irrimediabilmente piegare il ferro. Weltman a quel punto si lanciò al suo inseguimento, intimandogli di fermarsi immediatamente. Per riparare il danno, la ripresa delle operazioni fu ritardata di venti minuti… L’apice del grottesco, però, venne raggiunto la sera in cui venne organizzata la più classica delle ‘half court shot challenges’; qualora lo spettatore sorteggiato fosse riuscito a segnare da centrocampo, avrebbe vinto un viaggio intorno al mondo. Per evitare spiacevoli inconvenienti, il sorteggio fu ‘manipolato’ ad arte, e fu estratto un amico dello speaker dell’arena. Volente o nolente (non era comunque facilissimo), il ragazzo centrò il bersaglio grosso, causando un presumibile malore ai fratelli Silna. La società, che cercava affannosamente di uscire da un mare di debiti, avrebbe dovuto pagare al nostro eroe la vacanza della sua vita!

Marvin Barnes
Marvin Barnes

Questa serie di tragicomici eventi fece da contorno agli ultimi mesi di vita della ABA. Marvin Barnes e Ron Boone presero parte ad uno dei più strani All Star Game di sempre. Con sole sette squadre ancora in attività, infatti, la partita venne disputata tra i Denver Nuggets (la franchigia ospitante) e una selezione di stelle provenienti dagli altri team. Per la cronaca, vinsero i Nuggets, grazie ad una prova da MVP dello sfolgorante David Thompson.
Gli Spirits terminarono la stagione con un record migliore rispetto all’anno precedente (35 vinte – 49 perse), ma con ciò che era rimasto della lega si poteva formare un girone solo. St. Louis chiuse al sesto e penultimo posto (davanti solo ai disastrati Virginia Squires, che regalarono ai posteri un ‘memorabile’ 15-68), non riuscendo a qualificarsi per i playoff.

Assegnato l’ultimo titolo della sua storia ai New York Nets (che sconfissero Denver in finale), la ABA era pronta per chiudere definitivamente i battenti. Le trattative per la tanto attesa fusione, che andavano avanti ormai da anni, si conclusero nell’estate del 1976, quando la NBA decise di espandersi accogliendo quattro squadre della lega ‘rivale’.
Ai neo-campioni (Nets) e ai loro ultimi avversari (Nuggets) si unirono gli Indiana Pacers (la squadra più vincente della storia ABA, con tre titoli conquistati) e i San Antonio Spurs. Le quattro franchigie (che furono sottoposte a delle tasse di ammissione pressoché insostenibili, tanto che i Nets dovettero cedere ‘Doctor J’ a Philadelphia) erano caratterizzate dalla presenza di grandi stelle (su tutte Julius Erving, David Thompson e George Gervin), ma soprattutto da una solidissima struttura societaria, caratteristica decisamente non in comune con le tre escluse.

Gli Squires erano sull’orlo del fallimento da parecchi mesi e, quando la stagione si concluse, si defilarono prontamente. I Kentucky Colonels, invece, erano stati una delle squadre di punta della lega, ma il loro proprietario, John Y. Brown, aveva perso un mucchio di soldi negli ultimi anni. Dichiarò di non poterne più del basket professionistico, si fece dare dalla ABA una buonuscita di 3,3 milioni di dollari e annunciò il fallimento della franchigia. Peccato che, poche settimane più tardi, acquistò i Buffalo Braves della NBA per la cifra di 1,5 milioni, chiudendo la sua ‘calda estate’ con un bel gruzzolo in tasca e con una franchigia nuova di zecca.

Se quella di Brown fu indubbiamente una gran bella mossa, l’accordo con cui i fratelli Silna fecero uscire di scena gli Spirits Of St. Louis verrà ricordato in eterno come il più grande affare nella storia dello sport. A detta delle persone a loro vicine, i proprietari volevano a tutti i costi conservare la franchigia. Il loro avvocato, Donald Schupak, mise a ferro e fuoco ogni singola riunione tra le due leghe, battendosi per far includere anche gli Spirits nella nuova NBA. Il commissioner Larry O’Brien, però, non riteneva St. Louis un mercato valido. Gli stessi Hawks, nonostante il titolo vinto nel 1958, non erano mai riusciti ad attrarre a palazzo il numero di persone sperato. Schupak e i Silna dovettero quindi cedere, ma lo fecero alle loro condizioni. Tanto per cominciare, la ABA versò loro 2,2 milioni di dollari. In più, chiesero e ottennero un settimo dei proventi da diritti televisivi di ciascuna delle quattro franchigie superstiti, con il 10% delle entrate che sarebbe spettato al fido Schupak. Il tutto con una piccola ma fondamentale clausola, che recitava le parole “in perpetuity”, ovvero “in eterno”.

Daniel (a sinistra) e Ozzie Silna, proprietari degli Spirits
Daniel (a sinistra) e Ozzie Silna, proprietari degli Spirits

Negli Anni ’70 le partite della NBA avevano un seguito a dir poco modesto, con gli incontri che – spesso e volentieri – venivano trasmessi in differita. Con l’arrivo dei vari Magic Johnson, Larry Bird e Michael Jordan, però, la popolarità della lega salì vorticosamente, portando all’astronomico accordo del 2014 da 2,6 miliardi di dollari a stagione. Non c’è bisogno di fare chissà quale proporzione per rendersi conto che i fratelli Silna iniziarono ben presto a nuotare nell’oro, come Zio Paperone nel suo deposito. Nel corso dei decenni, il leggendario affare portò nelle loro casse una somma che si aggira intorno ai 300 milioni di dollari, ottenuti senza dover avere mai più a che fare con il mondo del basket. La NBA provò più volte a rescindere il patto, ma senza alcun successo. Per convincere i Silna, David Stern propose addirittura di rinominare i New Orleans Hornets, rimasti senza proprietà dal 2010 al 2012, trasformandoli in New Orleans Spirits e lasciando ai vecchi proprietari i diritti sul nome. Nel 2014, i fratelli gettarono finalmente la spugna, convinti da una faraonica proposta da 500 milioni di dollari.
Ozzie Silna, il fratello più anziano, si spense nel 2016 all’età di 83 anni. Tra i ricordi degli ‘anni ruggenti’ degli Spirits, aveva conservato un cappellino con davanti il logo della squadra, e dietro una scritta tanto ‘nostalgica’ quanto beffarda: “IN SPIRIT. IN PERPETUITY”.

Dopo lo scioglimento della franchigia, alcuni giocatori ebbero delle fortunate carriere NBA (Moses Malone e M.L. Carr su tutti), altri si ritirarono, altri ancora scelsero di proseguire in Europa. Tra questi ci fu Mike D’Antoni che, dopo due sole apparizioni con la maglia dei San Antonio Spurs, attraversò l’oceano e scrisse la storia del nostro basket con la maglia dell’Olimpia Milano. Nel documentario di ESPN intitolato Free Spirits, l’attuale allenatore degli Houston Rockets dichiarò che gli Spirits “rappresentavano tutto ciò che c’è di giusto e di sbagliato nello sport.

Una volta tagliato da St. Louis, James ‘Fly’ Williams venne messo sotto contratto dai Philadelphia 76ers, ma alla fine non venne inserito nel roster della squadra. Passò gli ultimi anni da professionista tra le leghe minori americane e Israele, poi tornò fra le strade e i playground della Big Apple. Nel 1987, durante una partitella su un campetto di Brooklyn, Fly ebbe un alterco con un avversario, che senza pensarci troppo gli sparò. Se la cavò, ma riportò gravi danni allo stomaco, ai polmoni e ai reni. La vita di strada ebbe presto il sopravvento su quella cestistica, e Williams entrò nella tetra spirale dell’alcool, della droga e del crimine. Fu coinvolto in almeno altre tre sparatorie e finì in carcere più volte per tentata rapina e possesso di stupefacenti. La sua escalation è terminata qualche settimana fa, i primi giorni dello scorso maggio, quando la polizia di New York ha scoperto Williams a capo di una banda (di cui facevano parte anche i figli) che gestiva un massiccio traffico di droga in quel di Brooklyn. La tormentata vita del leggendario streetballer è raccontata, sempre da Rick Telander, nella biografia The Fly 35, uscita nel 2009.

Anche per la stella più luminosa degli Spirits, Marvin Barnes, il tramonto della ABA segnò l’inizio di un rapido declino. ‘Bad News’ fu scelto dai Detroit Pistons con la quarta chiamata al dispersal draft del 1976, ma quella che calcò i parquet della NBA sembrava soltanto l’ombra del fenomeno di un tempo. Marvin cambiò quattro squadre in quattro stagioni (dopo i Pistons fu la volta di Buffalo Braves, Boston Celtics e San Diego Clippers), prima di sparire per sempre dai radar del basket che conta a nemmeno 28 anni. Durante la sua permanenza a Boston, la sua strada si incrociò nuovamente con quella di Bob Costas, che gli propose un’intervista. Dopo una serie di rinvii e attese, Marvin chiese alla sua vecchia conoscenza se poteva accompagnarlo “in un posto” ad incontrare “delle persone”. Costas declinò l’invito, liquidando la faccenda con un’intervista telefonica. Quegli anni furono caratterizzati da una nuova serie di problemi extra-parquet, anche se ben più gravi di quelli che avevano fatto impazzire un allenatore dopo l’altro a St. Louis. Il processo per il colpo di cric si risolse con una maxi multa e con la condanna alla libertà vigilata. Una sentenza che Marvin violò prontamente, finendo di conseguenza dietro le sbarre.

L'uomo-simbolo degli Spirits, Marvin 'Bad News' Barnes
L’uomo-simbolo degli Spirits, Marvin ‘Bad News’ Barnes

Nell’autunno del 1980, Barnes approdò nel campionato italiano, dove disputò sette partite con la maglia della Hurlingham Trieste. In campo mostrò sprazzi di talento da All-Star (viaggiò a una media di 15 punti e 11 rimbalzi) ma, ancora una volta, si fece notare principalmente per le vicende ‘di contorno’. Si rifiutò di scendere in campo in un’amichevole precampionato per via di un palazzetto – a suo giudizio – troppo piccolo per la sua fama. Un giorno la RAI decise di trasmettere in diretta il secondo tempo di una partita dell’Hurlingham. Barnes fu inesistente per tutto il primo tempo, poi, una volta accese le telecamere, iniziò a dispensare grande pallacanestro. La sua avventura friulana finì quando fu scoperto ad organizzare, insieme ad alcuni compagni, un giro di festini a base di cocaina e prostitute. Angelo Baiguera, ex giocatore triestino (ma anche dirigente sportivo e musicista, la cui vita meriterebbe un romanzo), dedicherà a Marvin una canzone intitolata Cattive Notizie.

Dopo lo scandalo dei festini, ‘Bad News’ Barnes tornò negli Stati Uniti, dove le sue cattive abitudini lo trascinarono sempre più in basso. Una volta fu sorpreso a rubare riviste per adulti in un negozio, in un’altra occasione gli venne trovata una pistola (scarica) nella borsa. Seguirono altri ‘soggiorni’ in carcere per furto, possesso di droga e violazione di domicilio. L’ex stella degli Spirits, ad un certo punto, si ritrovò addirittura a dormire per le strade di San Diego. I fratelli Silna cercarono in tutti i modi di salvarlo, pagandogli le spese per la riabilitazione e coinvolgendolo nella Rebound Foundation, un’organizzazione dedita all’educazione dei ragazzi provenienti da situazioni sociali disagiate. L’ 8 settembre 2014, Marvin fu trovato morto nella sua casa di Providence, Rhode Island, all’età di 62 anni. Insieme a lui, si spense una volta per tutte la fiamma della squadra più selvaggia, improbabile, ‘sbagliata’ che sia mai esistita.

NBA Jersey Stories – Wild Spirits (prima parte)

Marvin Barnes

Chi segue il basket americano da più tempo è abituato ad imbattersi in squadre e personaggi le cui storie varcano spesso e volentieri i confini dell’inverosimile. A metà degli Anni ’70, però, comparve sulle scene la squadra più folle che sia mai esistita. Si chiamavano Spirits Of St. Louis, e furono la creatura più ‘selvaggia’ della lega più pazza del mondo, la American Basketball Association. Le bellissime divise bianche e arancioni protagoniste di questa Jersey Story furono indossate per due sole stagioni, ma quel periodo tanto breve quanto ‘intenso’ bastò per farle diventare un vero e proprio cult.

La dirigenza degli Spirits. Da sinistra, Harry Weltman, Donald Schupak e Daniel Silna
La dirigenza degli Spirits. Da sinistra, Harry Weltman, Donald Schupak e Daniel Silna

Una delle peculiarità della ABA erano i continui trasferimenti delle sue sgangherate franchigie, sballottate da una parte all’altra degli USA per cercare di mantenerle in vita. Pensate quanto sia stato difficile, per i tifosi (?) degli Houston Mavericks, mantenere inalterata la passione (??) per la squadra, dopo che essa fu spostata dal Texas al North Carolina (!), dove prese il nome di Carolina Cougars. I Cougars non erano affatto una brutta squadra, ma il fatto di giocare le gare casalinghe in tre città diverse (Charlotte, Raleigh e Greensboro) non ebbe un grandissimo ritorno a livello di partecipazione del pubblico.

Nel 1974, il controllo della franchigia passò nelle mani di Harry Weltman, ex pubblicitario e responsabile della NFL Films (il figlio, Jeff, è da poche settimane il nuovo presidente degli Orlando Magic), e dei suoi finanziatori, Ozzie e Daniel Silna, accompagnati dall’avvocato Donald Schupak. Arricchitisi grazie alla lungimirante idea di utilizzare il poliestere in ambito tessile (al tempo sembrava un’idiozia), i Silna avevano già provato a mettere le mani sui Detroit Pistons, allora in cerca di nuovi investitori. La trattativa non andò in porto per poche migliaia di dollari e i fratelli persero un ottimo affare (i Pistons furono venduti per una cifra nettamente superiore l’anno successivo). Avranno modo di rifarsi, con gli interessi, un paio d’anni più tardi.

Acquisito il controllo dei Cougars, Weltman e i Silna decisero di trasferirli a St. Louis. Quella del Missouri era la più grande città americana a non ospitare una franchigia di basket professionistico (gli Hawks della NBA si erano spostati ad Atlanta nel 1968) e poteva vantare un’arena (la St. Louis Arena, conosciuta anche come “Checkerdome” o “The Old Barn” – letteralmente “Il Vecchio Granaio”) da 18 mila posti. All’epoca, solo il Madison Square Garden aveva una capienza maggiore. Lo spunto per il nome e per il magnifico logo della squadra fu preso dallo Spirit Of St. Louis, l’aereo con cui Charles Lindbergh effettuò il primo volo transoceanico (da New York a Parigi) nel 1927.
Affinché la nuova avventura potesse iniziare con il piede giusto, la dirigenza aveva bisogno – tra le altre cose – di un nuovo radiocronista. Venne scelto il ventiduenne Bob Costas, oggi noto commentatore televisivo negli USA. Studente di Syracuse che raccontava via radio le azioni degli Orange, Costas inviò alla dirigenza dei neonati Spirits un nastro con la voce modificata in modo da sembrare più ‘profonda’. Weltman fu convinto (anche se lo stesso Costas dichiarerà di essere stato selezionato “perché costavo poco”) e il ragazzo venne assunto dall’emittente KMOX.
Gli inizi del radiocronista furono tutt’altro che semplici. Accolto dall’anziano collega Jack Buck con la battuta “Ho cravatte più vecchie di te”, Costas si imbatté in una tremenda gaffe dopo sole due partite. Nella gara inaugurale, gli Spirits avevano perso dopo aver gettato al vento un cospicuo vantaggio. Di nuovo avanti nell’incontro successivo, spinsero il povero Bobby ad avventurarsi in un infelice “The last thing coach MacKinnon wants to see is a repeat of friday night’s blow job (uno dei tanti significati del verbo “to blow” è, per l’appunto, “sprecare”).

Gli Spirits al completo in una foto di gruppo del 1974
Gli Spirits al completo in una foto di gruppo del 1974

Pur derivando dai Cougars, i neonati Spirits erano di fatto una franchigia tutta da costruire. L’ossatura della vecchia squadra non c’era più. Coach Larry Brown (quello che vincerà il titolo NBA nel 2004 con i Pistons) e il suo inseparabile assistente Doug Moe avevano seguito l’ex general manager Carl Scheer a Denver, dove i Rockets erano appena diventati Nuggets. Con loro avevano portato Mack Calvin, elettrizzante guardia e presenza fissa agli All Star Game ABA. Anche la stella dei Cougars, ‘Kangaroo Kid’ Billy Cunningham, aveva fatto le valigie ed era tornato a vestire la maglia dei Philadelphia 76ers, nella più ‘confortevole’ NBA.
La panchina fu affidata a Bob MacKinnon, che ebbe subito un gran daffare per comporre un roster degno di tal nome. Tra i pochi reduci dalla vecchia formazione erano rimasti ‘Pogo’ Joe Caldwell (All-Star sia in ABA che in NBA, definito da Julius Erving il miglior difensore che avesse mai incontrato) e ‘Snapper’ Steve Jones. Autentico ‘nomade’ della ABA (sette squadre diverse in otto stagioni, tra cui i mitici Dallas Chaparrals), Jones avrà una grande carriera da commentatore sportivo, formando spesso una coppia semi-comica con l’eccentrico Bill Walton. A loro si aggiunsero i veterani Eugene ‘Goo’ Kennedy (altro ex-Chaps) e Don Adams (un vero e proprio ‘picchiatore’, che salirà agli onori delle cronache per un pugno da k.o. a Swen Nater, gigantesco centro dei San Antonio Spurs). Il vero nucleo portante della nuova squadra, in realtà, era composto quasi esclusivamente da rookie. Con la maglia degli Spirits fecero il loro debutto da professionisti Gus Gerard, ala da Virginia, e Maurice Lucas, centro (e altro notevole ‘rissaiolo’; rimase celebre il pugno con cui una volta stese Artis Gilmore) da Marquette. Le matricole più attese, però, erano altre.

Da tempo, Harry Weltman aveva messo gli occhi su James ‘Fly’ Williams, vera e propria leggenda dei playground newyorchesi (la sua storia è citata in diversi libri, tra cui Heaven Is A Playground di Rick Telander). Come molti dei grandi streetballer dell’epoca, Fly preferiva passare il tempo sull’asfalto cittadino (in veri e propri ‘luoghi di culto’ come il Rucker Park, Foster Park e ‘The Hole’, da cui in quegli anni passarono giocatori come Julius Erving, World B. Free e Earl ‘The GOAT’ Manigault) che tra i banchi di scuola. Visti il talento e la fama che lo accompagnavano, riuscì comunque a farsi reclutare per la Austin Peay State University. Carico di entusiasmo e aspettative, Williams atterrò all’aeroporto di Austin, Texas e chiese indicazioni per l’ateneo, tradendo le sue origini non proprio nobili (“Hey, where’s the Peay, man?”, dice la leggenda, splendidamente narrata nella ‘bibbia’ Loose Balls di Terry Pluto). Non ottenendo risposte, contattò l’assistente allenatore Leonard Hamilton, il quale lo informò che Austin Peay non si trovava ad Austin, bensì a Clarksville, Tennessee. Piuttosto contrariato, Fly tornò a New York. Solo un nuovo intervento di Hamilton lo convinse ad imbarcarsi su un nuovo volo, stavolta verso la corretta destinazione.

Il rocambolesco inizio avrebbe dovuto far presagire quello che sarebbe stato il prosieguo della sua carriera. Nel suo biennio ad Austin Peay fece impazzire tutti; tifosi (che facevano ore di fila per poterlo vedere in azione; l’università fu addirittura costretta a costruire un palazzetto più grande per ospitare gli innumerevoli fan), avversari (che gli videro mettere a segno 51 punti in due diverse occasioni; chiuse con una media di 28.5 punti la sua seconda stagione) e, soprattutto, allenatori. Certo, il suo apporto permise ai Governors di raggiungere per due anni di fila il torneo NCAA e di conquistare una popolarità fino a quel momento sconosciuta (in onore di Williams fu anche inventato il celebre slogan “The Fly is open, let’s go Peay!”), ma Fly si distinse anche per una serie di manifestazioni di pura follia. Eccolo allora andare a sedersi in tribuna a partita in corso poiché in disaccordo con il coach, oppure palleggiare fuori dal campo per andare a bere ad una fontanella, o ancora sdraiarsi sul terreno di gioco in segno di protesta per un fallo non chiamato. Il caso volle che, in quest’ultima occasione, tra il pubblico ci fosse il futuro coach degli Spirits, Bob MacKinnon, il quale pensò “Chi mai prenderebbe un individuo del genere?!”. Con buona pace del buon Bob, quel qualcuno fu proprio il suo presidente, Weltman, che si accordò con uno dei TRE agenti del ragazzo per farne un giocatore degli Spirits, colui che – secondo i piani – avrebbe fatto schizzare alle stelle gli incassi della nuova franchigia.

James 'Fly' Williams
James ‘Fly’ Williams

Passato al basket professionistico, James (che sul retro della maglia numero 35 non portava il cognome, Williams, bensì “FLY”) si fece ricordare più per i grotteschi episodi ‘di contorno’ che per il suo rendimento in campo (ebbe alcune grandi serate in fase realizzativa, ma chiuse il suo primo e unico anno agli Spirits con soli 9.4 punti di media). Di lui viene spesso citato un contropiede concluso con un inutile 360° e con la palla oltre il tabellone, o ancora una rissa con un compagno durante il riscaldamento. Celebre anche il giorno in cui Weltman lo mandò dal dentista, poiché Williams era quasi completamente sdentato. Non appena vide un ago, il ragazzo si diede alla macchia, liquidando la faccenda con un lapidario: “Man, non sarei mai diventato ‘Fly’ se avessi avuto i denti”. L’apoteosi della sua permanenza a St. Louis, però, fu raggiunta durante un timeout in cui coach MacKinnon si lamentava della totale assenza di gioco di squadra. Quando chiese se qualcuno dei giocatori avesse qualcosa da dire a riguardo, arrivò la replica di Fly: “Yeah man, just give me the damn rock and i’ll take care of it” (traducibile con: “Datemi quella dannata boccia e ci penso io”).

L’epopea di Fly Williams con gli Spirits verrà riassunta perfettamente dal compagno Steve Jones (sempre da Loose Balls): “Era un incubo, ma era anche un esempio di ciò che è stata quella squadra: un gruppo di spiriti liberi, senza alcuna disciplina. Tanto talento, ma completamente fuori controllo”. La presenza di un personaggio come Fly sarebbe bastata a rendere gli Spirits Of St. Louis un vero e proprio cult. Invece, le follie di Williams sparirono letteralmente di fronte a quello che accadde con l’arrivo in squadra di Marvin Barnes.

Scelto sia dai Philadelphia 76ers al draft NBA (con la seconda chiamata assoluta, dietro al solo Bill Walton), che dagli Spirits in quello ABA, Barnes – che, per non sentirsi ‘inferiore’ a Williams, giocava con la scritta MARVIN sulla schiena – optò per St.Louis per una semplice questione economica (forse ignaro del fatto che, ai tempi, gli stipendi della ABA fossero in gran parte dilazionati). Se Fly Williams verrà definito “un incubo”, per Marvin il futuro coach Joe Mullaney spenderà le seguenti parole: “Era il più indisciplinato e oltraggioso giocatore che avessi mai visto, ma per gli Spirits non sembrava un problema”.
Già, perché Barnes era un grandissimo giocatore, quello su cui gli Spirits intendevano costruire la neonata franchigia. Ala grande da Providence, nel 1973 aveva rifilato 52 punti alla Austin Peay del futuro compagno Fly Williams, chiudendo poi la stagione come miglior rimbalzista della nazione. Uno dei suoi svariati soprannomi, ‘Bad News’, stava ad indicare che erano altri i problemi del ragazzo. Ai tempi della high school aveva partecipato ad una rapina su un autobus, ma era stato identificato piuttosto facilmente, visto che indossava la giacca della squadra di basket con sopra scritto… il suo nome.

Marvin Barnes con la giacca dell'high school
Marvin Barnes con la giacca dell’high school

Coach MacKinnon e la dirigenza si accorsero presto di chi si erano portati a casa. Tanto per cominciare, Marvin arrivava costantemente in ritardo agli allenamenti. Una volta si giustificò dicendo di aver perso la Bentley in un parcheggio (un parcheggio evidentemente pieno di Bentley). Ecco, una delle tante cose che per Barnes venivano prima del basket erano le belle macchine. Uno dei suoi primi acquisti da professionista fu una Rolls Royce, che faceva spesso lavare ai ballboys (quei ragazzi che, invece, dovrebbero passare il pallone ai giocatori durante il riscaldamento) e su cui non di rado faceva salire gruppi di adolescenti, per farli scorrazzare per le vie di St. Louis. Molte volte sostituiva i ragazzini con delle allegre fanciulle, alle quali non faceva mancare proprio niente; dai biglietti per le partite ad una bella Cadillac fiammante. Quando la suddetta Cadillac venne distrutta dalla nuova proprietaria, Marvin rimase talmente scioccato che chiuse la prima amichevole in maglia Spirits con soli 6 punti.

I continui ritardi e la poca professionalità (se vogliamo definire così uno stile di vita che lo portava ad abbuffarsi di hamburger e hot dog a pochi minuti dall’inizio della partita) costrinsero la società ad infliggergli multe sempre più alte, che Barnes, puntualmente, non pagava. Punirlo con la panchina, quello mai. Perché il ragazzo giocava, eccome se giocava. Abbondantemente oltre i 20 punti di media, al suo settimo incontro da professionista ne realizzò 48 contro i San Diego Conquistadors (non esattamente i Celtics di Bill Russell, va specificato). Fu anche per via del grande inizio di stagione che Marvin, il 20 novembre 1974… scomparve.

Proprio così, nessuno ebbe notizie del problematico rookie per diversi giorni. Fu ritrovato in una sala da biliardo di Dayton, Ohio. Spiegò alla società che riteneva il suo contratto inadeguato al suo grande valore. Chiese un sostanzioso aumento e l’inserimento di un’assicurazione. I fratelli Silna, contattati dalla preoccupatissima madre del giocatore, le promisero che ci avrebbero lavorato su, così lei convinse il ‘flgliolo’ a rientrare all’ovile. Ben presto si scoprì che la ‘fuga’ di Barnes era stata incoraggiata da ‘Pogo’ Joe Caldwell e dal suo agente, ansiosi di lucrare sull’instabilità del ragazzo. Caldwell fu immediatamente sospeso, diede inizio ad una lunga serie di battaglie legali e, infine, si ritirò mestamente dal basket professionistico a 33 anni.
Fu anche per tenere ‘sotto controllo’ Barnes che gli Spirits ingaggiarono Freddie Lewis, tre volte campione ABA con gli Indiana Pacers. All’esperto playmaker fu affidato sia il compito di dirigere le operazioni sul campo, che quello (ben più complicato) di assicurarsi che Marvin si presentasse – possibilmente in orario – agli allenamenti e che stesse lontano dalle infinite distrazioni. Se per quanto riguardava il parquet l’innesto di Lewis si fece sentire, sul versante Barnes le cose non andarono altrettanto bene.

La tipica tenuta extra-prquet di Marvin Barnes
La tipica tenuta extra-prquet di Marvin Barnes

Una mattina, Marvin non si presentò al ritrovo della squadra, in partenza da New York per Norfolk, Virginia. Aveva comunicato al suo ‘tutor’ Lewis che avrebbe raggiunto i compagni direttamente a destinazione. Dopo aver ripetutamente attaccato la cornetta in faccia ai vari dirigenti, i quali chiedevano delucidazioni, tornò a dormire. Quando si presentò in aeroporto, scoprì che l’ultimo volo di giornata per Norfolk era decollato da un pezzo. Per ‘Bad News’ Barnes, però, non esistevano ostacoli. Prese un jet privato, fece una corsa in taxi (con irrinunciabile sosta da McDonald’s) e si precipitò all’arena poco prima dell’inizio della gara. Ormai certi di dover giocare senza la loro stella, coach MacKinnon e compagni videro apparire dal nulla Marvin; pelliccia lunga, cappello a tesa larga, ‘fidanzata’ al seguito e Happy Meal in mano. Come se niente fosse, aprì il cappotto, mostrando orgoglioso la divisa degli Spirits:“Hey, boys, Game Time is on time!”.
Seppur scenografica, l’apparizione di Marvin non piacque affatto a MacKinnon, che lo lasciò in panchina per tutto il primo quarto. Una volta in campo, però, il numero 24 scatenò l’inferno: 43 punti e 19 rimbalzi, Squires battuti. Tutto perfetto, o quasi. A partita in corso, sugli spalti comparve il pilota del jet, che reclamò a gran voce per non essere stato pagato. Al primo timeout disponibile, mentre il coach impartiva dettami tattici alla squadra, Barnes si fece portare il libretto e staccò un bell’assegno all’indomito aviatore.

Le storie tra realtà e leggenda incentrate sugli anni di Marvin Barnes agli Spirits si sprecano. La più famosa rimane quella secondo cui il giocatore, vedendo che l’aereo in partenza da Louisville alle 8.00 del mattino sarebbe atterrato a St. Louis (in un altro fuso orario) alle 7.56, esclamò: “Bro, bro, bro… Non so te, ma io non salgo su una dannata macchina del tempo!”. Di sicuro, Barnes condivideva l’opinione di MacKinnon sulla carenza di spirito di squadra. Al termine di una sua grande prestazione individuale, sbottò: “Stasera ho fatto 48 punti, perché nessuno mi ha più passato il pallone per farne 50?! Che razza di gruppo siamo??”.
Per fortuna di Weltman e soci, però, Marvin trovava il tempo per dedicarsi anche al basket. Partecipò all’All Star Game ABA nel 1975 insieme a Freddie Lewis (con quest’ultimo eletto MVP dell’incontro), poi conquistò a mani basse il premio di Rookie Of The Year. Gli Spirits chiusero la regular season con 32 vittorie e 52 sconfitte, un record non esaltante, ma che permise loro di raggiungere comunque i playoff come terzi classificati nella Eastern Division.

Marvin Barnes (Spirits) contro Julius Erving (Nets)
Marvin Barnes (Spirits) contro Julius Erving (Nets)

Gli avversari al primo turno si chiamavano New York Nets, ed erano guidati dal più grande giocatore della storia della ABA, il leggendario ‘Doctor J’ Julius Erving. I campioni in carica avevano vinto ben 26 partite in più rispetto agli Spirits, e avevano sconfitto nettamente Barnes e compagni in tutte e 11 le sfide stagionali. Il risultato sembrava già scritto, invece gli Spirits misero a segno uno dei più clamorosi upset di sempre. Marvin Barnes, esaltato dal trovarsi di fronte al suo grande idolo, giocò alla grande; 41 punti in gara-1 (vinta però dai Nets, grazie anche ai 32 punti di ‘The Doctor’), 37 in gara-2, 35 in gara-3. Si limitò a 23 e 17 punti nelle ultime due partite, ma St. Louis riuscì comunque ad eliminare i Nets con un sonoro 4-1. Nei secondi che decisero gara-5, Erving commise un’inusuale infrazione di campo, consegnando la palla agli avversari. Sulla rimessa, la sfera tricolore finì nelle mani di Freddie Lewis, che segnò sulla sirena il canestro del sorpasso e della qualificazione.
Smaltiti i festeggiamenti (testimoni oculari narrano dei fratelli Silna fradici di champagne), gli Spirits erano pronti per un’altra sfida impossibile: battere i Kentucky Colonels. Gudati dal trio formato da Artis Gilmore, Dan Issel e Louie Dampier, i Colonels si rivelarono una corazzata inaffondabile, soprattutto per una St. Louis rimasta priva di Lewis (infortunatosi ad una caviglia). 4-1 nella serie, Kentucky ebbe la strada spianata per il titolo e il sogno degli Spirits si infranse sul più bello.

 

CONTINUA (SECONDA PARTE)

NBA Jersey Stories – The Truth about Paul Pierce

Boston Celtics' Paul Pierce looks for a reaction from the crowd in the second quarter of an NBA first-round playoff series basketball game against the Atlanta Hawks in Boston, Sunday, May 6, 2012. The Celtics won 101-79. (AP Photo/Michael Dwyer)

Paul Pierce, una delle icone dei Boston Celtics degli ultimi anni, un giocatore leggendario per la franchigia di Boston, un vincente, un leader ed un vero celtico per come ha indossato quella canotta, quei colori, facendoli diventare parte del suo essere, facendoli diventare la sua seconda pelle.

Nella sfida tra Cleveland Cavaliers e Boston Celtics la maglia numero 34, la maglia di Paul Pierce è diventata ufficialmente leggenda: non ci sarà mai più a Boston un numero 34. 

Paul Piece, the The Truth

A differenza di quasi tutte le altre maglie, quella dei Boston Celtics non è mai cambiata nel corso degli anni (eccezion fatta per la scritta “BOSTON” che ha preso il posto di quella “CELTICS” sia ai tempi di Bill Russell che, più di recente, nell’era di Isaiah Thomas). Questo perché, con il susseguirsi delle epoche storiche del basket americano, ci sono stati alcuni giocatori che hanno cementato questa leggendaria divisa nell’immaginario collettivo, rendendola di fatto un’icona. Come Russell nei Favolosi Anni ’60 e Larry Bird due decenni più tardi, Paul Pierce è stato il simbolo della più gloriosa franchigia NBA negli ultimi vent’anni; sia nel bene che, soprattutto, nel male.

E dire che l’avventura di Paul nel mondo della palla a spicchi era iniziata proprio a casa dei ‘nemici’ di sempre dei Celtics. Nato e cresciuto ad Oakland, si trasferì ad Inglewood, sobborgo di Los Angeles famoso per ospitare The Forum, storica casa dei Lakers. Le gesta di Magic Johnson e Kareem Abdul-Jabbar fecero innamorare il giovane Pierce dei colori gialloviola; non poteva ancora immaginare cosa avesse in serbo per lui il futuro…
Dopo un impatto non semplicissimo (i primi anni venne tagliato), Pierce divenne il leader della squadra di basket della Inglewood High School e conquistò le attenzioni di numerosi talent scout, che ne caldeggiarono la partecipazione al McDonald’s All-American Game nel 1995. Quella prestigiosa vetrina fu la rampa di lancio per la carriera cestistica di Paul, che fu reclutato da coach Roy Williams (campione NCAA 2017 con North Carolina) a University Of Kansas. Nei tre anni passati al college divenne uno dei migliori prospetti d’America, e fece persino in tempo a prendersi una bella laurea in criminologia. Si dichiarò eleggibile per il draft NBA 1998, e Boston lo selezionò con la decima chiamata. Visto che il draft gioca spesso brutti scherzi, prima di lui furono scelte non solo future stelle come Vince Carter e Dirk Nowitzki, ma anche vere e proprie ‘meteore’ come il compagno a Kansas Raef LaFrentz e Larry Hughes (citare la prima scelta assoluta dei Clippers, Michael Olowokandi, sarebbe fin troppo facile).

Paul Pierce con la maglia numero 34 dei Celtics. Il trifoglio sul retro fu introdotto nel 2005
Paul Pierce con la maglia numero 34 dei Celtics. Il trifoglio sul retro fu introdotto nel 2005

I Celtics che accolsero Paul Pierce erano ben diversi dagli squadroni citati in precedenza. Il tramonto dell’era-Bird era stato segnato da due tragedie che, tra le altre cose, avevano contribuito a rallentare notevolmente il processo di ricostruzione. Nel 1986, all’apice del successo della squadra, Boston aveva i diritti sulla seconda scelta assoluta al draft, con cui selezionò Len Bias, promettente ala da Maryland. Solo 48 ore dopo, però, Bias morì di overdose. La stessa, amara sorte toccò, per motivi diversi, a Reggie Lewis, chiamato dai Celtics l’anno successivo. A differenza di Bias, Lewis riuscì non solo a giocare nella NBA, ma anche ad arrivare all’All Star Game (nel 1992, l’anno della memorabile performance del rientrante Magic Johnson). La sua carriera era appena decollata quando, il 27 luglio 1993, fu stroncato da un arresto cardiaco durante un allenamento estivo.

Gli Anni ’90 furono per Boston un susseguirsi di delusioni, culminate con la mancata assegnazione (nonostante il secondo peggior record NBA) della prima chiamata assoluta al draft del 1997. Quell’anno, il miglior prospetto universitario si chiamava Tim Duncan, ed era destinato a cambiare per sempre la storia dei San Antonio Spurs. Per cercare di dare una scossa alla triste situazione, venne ingaggiato come head coach Rick Pitino, campione NCAA 1996 con Kentucky, ma l’esperimento si rivelerà presto fallimentare.
Nel frattempo, il giovane Paul Pierce andò a formare una coppia di belle speranze con Antoine Walker, ex-allievo di Pitino a Kentucky, già convocato ad un All Star Game al secondo anno da professionista. Guidati dai due giovani, i Celtics migliorarono anno dopo anno. I playoff rimanevano comunque un miraggio e Pitino, dopo l’ennesima sconfitta, si lasciò andare ad un memorabile sfogo, riassumibile così: “Ragazzi, Bird, McHale e Parish non usciranno più da quella porta. E se anche lo facessero, sarebbero ormai dei vecchietti. Questa è una squadra ancora giovane e inesperta, dovete portare pazienza!”.

Paul Pierce ed il suo soprannome: da dove nasce?

Nel settembre del 2000, ‘P-Square’ fu coinvolto in una rissa in un locale di Boston. La situazione degenerò, qualcuno estrasse un coltello e inferse alla giovane stella dei Celtics ben undici colpi tra volto, collo e schiena. Fu salvato dal compagno di squadra Tony Battie, che riuscì a portarlo via e trascinarlo in ospedale. Operato d’urgenza, non solo tornò a casa dopo tre giorni, ma si presentò puntualmente alla partita inaugurale della stagione 2000/01. Concluse quella regular season a oltre 25 punti di media (miglior realizzatore di squadra) e fu l’unico Celtic a disputare tutte le 82 gare in programma. Dopo un’incredibile performance da 42 punti contro i suoi amati Lakers (che comunque vinsero la gara), Shaquille O’Neal prese da parte un giornalista e dichiarò: “Take this down. My name is Shaquille O’Neal and Paul Pierce is the motherfucking truth. Quote me on that and don’t take nothing out. I knew he could play, but I didn’t know he could play like this. Paul Pierce is The Truth.”. Da quel momento, Paul fu per tutti ‘The Truth’.

Paul Pierce e la nascita dei big 3

Malgrado le ottime prestazioni di Pierce e Walker, i Celtics non erano ancora materiale da playoff. Il brutto inizio di stagione convinse Rick Pitino a dimettersi e tornare a predicare pallacanestro al college (nel 2013 tornerà campione NCAA alla guida di Louisville). Sotto la guida del nuovo allenatore Jim O’Brien, la squadra fu protagonista di un inatteso exploit. Nel 2002, Pierce fu chiamato al suo primo All Star Game (insieme a Walker) e i Celtics chiusero con il terzo miglior record ad Est, ripresentandosi ai playoff dopo sette anni di assenza. Quell’improbabile cavalcata proseguì nella post-season, dove i biancoverdi lasciarono per strada i Philadelphia 76ers di Allen Iverson e i Detroit Pistons, agli albori della loro nuova ‘golden age’. Furono fermati in finale di Conference dai New Jersey Nets di Jason Kidd, poi umiliati dai Lakers alle NBA Finals (bisogna riconoscere che il livello, ad Est, era ai minimi storici).

Negli anni successivi, una serie di turbolenze societarie portò un nuovo general manager – l’ex compagno di Bird Danny Ainge – e un nuovo allenatore: Glen ‘Doc’ Rivers. L’inizio del nuovo corso fu segnato da un’opera di ringiovanimento del roster (fu lasciato sempre più spazio a giovani come Tony Allen e Kendrick Perkins) e dal conseguente ritorno ai bassifondi della Conference. Mentre Boston faticava enormemente, ‘The Truth’ si affermava come una delle migliori ali in circolazione. Il 2005/06 fu la miglior stagione individuale della sua carriera, chiusa a quasi 27 punti di media e impreziosita da un memorabile duello con LeBron James, astro nascente dei Cleveland Cavaliers; la gara del 15 febbraio 2006 vide il ‘Prescelto’ chiudere con una tripla-doppia da 43 punti, 12 rimbalzi e 11 assist; dall’altra parte, ‘P-Square’ ne infilò 50, con 7 rimbalzi e 8 assist. Naturalmente, i Celtics persero.
L’unica notizia positiva per Boston in quello sciagurato 2006 fu il draft, che portò nel Massachusetts il playmaker Rajon Rondo, scelto con la ventunesima chiamata. La sua stagione da rookie non fu un granché, ma l’ex Kentucky diverrà ben presto il ‘motore’ di una delle più grandi squadre di sempre. Per il resto, quello fu l’anno dell’ennesima esclusione dai playoff, della morte del leggendario Red Auerbach (l’allenatore della ‘Dynasty’ era legato alla franchigia fin dagli albori) e dell’infortunio che mise fuori causa Pierce per gran parte della stagione 2006/07, chiusa dai Celtics con il peggior record della Eastern Conference. Con Kevin Durant e, soprattutto, Greg Oden (all’epoca visto come la vera promessa di quel draft) in arrivo dal college, perdere molto non era affatto una cattiva idea. Peccato che la proverbiale fortuna degli irlandesi non assistette Ainge e soci alla lottery: quinta scelta, addio Oden e addio KD. La scelta, tramutatasi poi in Jeff Green, venne comunque utilizzata come pedina fondamentale per una clamorosa operazione di mercato: Green, Wally Szczerbiak e Delonte West passarono ai Seattle SuperSonics, mentre a Boston sbarcarono ‘Big Baby’ Glen Davis e, dulcis in fundo, il miglior tiratore di ogni epoca: ‘Candyman’ Ray Allen. Un mese più tardi, Ainge piazzò un altro colpaccio, destinato a sconvolgere gli equilibri della lega: con una colossale trade che coinvolse giocatori, scelte future e somme di denaro, riuscì a portare in biancoverde ‘The Big Ticket’, Kevin Garnett. Era iniziata l’era dei ‘Big Three’.

I 'Big Three'. Da sinistra: Ray Allen, Kevin Garnett e Paul Pierce
I ‘Big Three’. Da sinistra: Ray Allen, Kevin Garnett e Paul Pierce

Pierce, Allen e Garnett avevano due cose in comune: erano stati per anni le star incontrastate di squadre mediocri (Boston, Seattle e Minnesota) e avevano una gran voglia di vincere. La prima volta che i tre fenomeni scesero in campo insieme fu a Roma, dove Boston inaugurò la preseason contro i Toronto Raptors di Andrea Bargnani. Tornati negli USA, i Celtics erano pronti per scrivere la storia.
Dopo i botti di mercato estivi, coach Rivers poteva contare su un’autentica corazzata. Oltre ai ‘Big Three’ c’erano un Rajon Rondo in continua crescita, promosso titolare, e una panchina  di ottimo livello, rinforzata dagli arrivi di James Posey, Eddie House e P.J. Brown. A stagione in corso si unì al gruppo anche Sam Cassell, già compagno sia di Allen a Milwaukee, che di Garnett in maglia Timberwolves. Il vero punto di forza di quei Celtics era però la difesa, organizzata dal neo-assistente Tom Thibodeau, autentico cultore della materia. Sul parquet, il leader difensivo era Kevin Garnett. La sua dedizione rese la difesa di Boston la migliore della lega, e valse a KG il premio di Defensive Player Of The Year.
La stagione 2007/08 fu la migliore, per la franchigia, dai tempi di Larry Bird. Si chiuse con 66 vittorie, ben 42 in più rispetto all’anno precedente, e con il primato ad Est. Pierce, Allen Garnett e coach Rivers rappresentarono la Eastern Conference all’All Star Game, mai come allora così tinto di biancoverde.
Se la regular season fu letteralmente dominata, il percorso ai playoff fu decisamente più difficoltoso. Occorsero infatti sette partite per eliminare sia Atlanta al primo turno, che Cleveland al secondo. Anche le finali di Conference contro gli immarcescibili Detroit Pistons furono tiratissime, ma dopo sei incontri arrivò l’ufficialità: Boston era tornata alle NBA Finals dopo ventun anni di assenza.

Allen, Garnett e Pierce, con i due trofei, alla parata celebrativa del 2008
Allen, Garnett e Pierce, con i due trofei, alla parata celebrativa del 2008

Come nel 1987, gli avversari furono i Los Angeles Lakers, passione giovanile di Pierce, guidati dall’MVP stagionale Kobe Bryant. ‘The Truth’ e il ‘Black Mamba’ scrissero un nuovo, meraviglioso capitolo dell’infinita saga Celtics vs. Lakers, dandosi battaglia a suon di prestazioni straordinarie. Pierce iniziò le Finals spaventando tutti con una brutta caduta che lo costrinse a tornare negli spogliatoi su una sedia a rotelle e che fece temere un grave infortunio. Pochi minuti dopo, però ‘P-Squared’ rientrò – nel tripudio generale – e fu decisivo per la vittoria. Boston chiuse la serie in gara-6 (vinta di 39 punti grazie ad uno stratosferico Rondo, in odore di quadrupla-doppia) e alzò davanti al pubblico del Garden il diciassettesimo Larry O’Brien Trophy della sua storia. KG lasciò ai posteri il celebre urlo “Anything is possibleeeee!” mentre Paul Pierce, dopo un decennio di battaglie e delusioni, fu eletto MVP delle finali.

Il trionfo rese i Celtics la squadra da battere. Sulla strada del back-to-back, però, arrivò il pesantissimo scoglio dell’infortunio di Kevin Garnett, costretto a saltare la parte finale della regular season e gli interi playoff. Senza ‘The Revolution’, la squadra di Doc Rivers superò i Chicago Bulls nella più bella serie di sempre, finita dopo sette partite impreziosite da ben sette overtime complessivi, ma si arresero ai sorprendenti Orlando Magic di Dwight Howard al secondo turno. L’occasione per il riscatto arrivò nella stagione successiva, quella in cui Rondo debuttò all’All Star Game e Pierce vinse il Three Point Shootout. Di nuovo al completo, i Celtics viaggiarono con il ‘pilota automatico’ fino ai playoff. Pur partendo con la quarta testa di serie, eliminarono Miami, Orlando e i favoritissimi Cleveland Cavaliers, guadagnandosi l’opportunità di un attesissimo rematch contro Kobe e i Lakers. Nell’ennesimo scontro tra le due franchigie più vincenti di sempre, i Lakers furono messi con le spalle al muro. Boston si presentò allo Staples center in vantaggio 3-2, con la ghiotta opportunità di festeggiare il titolo NBA a casa degli acerrimi rivali. Un bruttissimo infortunio a Kendrick Perkins e la super panchina gialloviola, però, spostarono l’equilibrio della partita, forzando una gara-7 da consegnare ai posteri. L’ultimo, epico incontro fu quello della difesa estenuante su Kobe, ma anche quello della tripla di Ron Artest e dell’iconica esultanza del Mamba dopo la sirena finale: 4-3, Lakers campioni NBA per la sedicesima volta.

Paul Pierce contro Kobe Bryant
Paul Pierce contro Kobe Bryant

Finals 2010: la parabola di Paul Pierce

Le Finals del 2010 furono per entrambe le squadre il vertice della parabola. L’età avanzata delle superstar e l’affermazione di nuove potenze su entrambe le Conference (vedi Thunder e Heat) avviò le due grandi rivali all’inevitabile declino. Gli ultimi anni con l’inseparabile maglia biancoverde (che dal 2005 sfoggiava un trifoglio sul retro, unica variazione allo storico tema) consentirono a ‘The Captain And The Truth’ di superare Larry Bird come secondo marcatore all-time della franchigia (dietro al solo John Havlicek), ma i Celtics non tornarono più a competere per il titolo. Nel 2011 persero al secondo turno, l’anno dopo in finale di Conference. In entrambi i casi, i loro ‘giustizieri’ furono i Miami Heat, nuova squadra di LeBron James. Memorabile la prestazione con cui ‘King James’ chiuse la gara-6 del 2012: 45 punti, 15 rimbalzi e 5 assist. Era evidente che, da quel momento, non ce ne sarebbe stato più per nessuno. A pochi secondi dal termine della decisiva gara-7, Rivers richiamò in panchina i ‘Big Three’, per concedere loro la meritata standing ovation del pubblico avversario. Era finita un’epoca.

Il processo di smantellamento di quella corazzata iniziò con l’addio di Ray Allen, che decise di firmare proprio con gli Heat (scelta accolta piuttosto male e tuttora criticata da Pierce e Garnett, che di recente hanno ripreso l’argomento in una reunion televisiva). Un brutto infortunio a Rondo e l’eliminazione al primo turno contro gli unici New York Knicks ‘presentabili’ dell’era moderna convinsero Danny Ainge a far saltare definitivamente il banco. Il giorno del draft 2013, alla sua porta bussarono Mikhail Prokhorov e gli altri dirigenti dei Brooklyn Nets, trasferitisi da poco nella ‘Big Apple’. Le due parti conclusero un accordo che all’epoca risultò impopolare per i fan dei C’s, ma che inciderà enormemente sul futuro delle due franchigie. A ‘Beantown’ arrivarono parecchi giocatori da tagliare e, soprattutto, le prime scelte dei Nets dal 2014 al 2018, mentre a Brooklyn furono accolti – tra mille clamori – Jason Terry, Kevin Garnett e Paul Pierce. Dopo quindici anni di battaglie, tra delusioni e trionfi, lo storico capitano salutò i suoi Celtics.

La seconda vita cestistica di Paul Pierce iniziò con una conferenza stampa in cui dichiarò di aver scelto Brooklyn “per vincere l’anello”(è un vero peccato che la Gialappa’s Band non segua la NBA). Quei Nets potevano contare sicuramente su nomi prestigiosi (Deron Williams, Joe Johnson e Brook Lopez, oltre ai due ex-Celtics), ma quasi tutti al tramonto della loro carriera. Tutti questi proclami portarono, come massimo risultato, l’eliminazione al secondo turno per mano degli Heat, che li spazzarono via in cinque partite.
Scaduto il contratto, Pierce non ci pensò due volte a lasciare Brooklyn, ormai in balia delle onde. Firmò con gli Washington Wizards, con cui trovò un’inattesa ‘seconda giovinezza’. Al secondo turno dei playoff 2015 tornò sulle prime pagine grazie al buzzer beater con cui sconfisse gli Atlanta Hawks in gara-3. Nella sesta partita della serie, con Washington sotto di tre punti, segnò un’incredibile tripla, ma stavolta la sirena era già suonata: Atlanta vinse 4-2.

5 febbraio 2017: Pierce disputa la sua ultima partita - da avversario - al TD Garden
5 febbraio 2017: Pierce disputa la sua ultima partita – da avversario – al TD Garden

A quasi 38 anni, Paul Pierce decise di chiudere la carriera nella sua Los Angeles. Approdò ai Clippers, guidati nientemeno che da Doc Rivers, timoniere dei grandi Celtics. Nei suoi ultimi due anni di carriera non vide moltissimo il campo, ma riuscì comunque a diventare il quindicesimo miglior marcatore della storia NBA. Alla vigilia della stagione 2016/17, annunciò che quello sarebbe stato il suo ultimo anno da professionista. Il 5 febbraio 2017, Pierce giocò la sua ultima partita al TD Garden, l’arena che aveva infiammato per quindici anni. Doc Rivers gli concesse la partenza in quintetto, poi lo rimise in campo negli ultimi secondi. Pierce, acclamato a gran voce dalla folla per tutta la sera, segnò una tripla che fece esplodere per l’ultima volta il Garden. Prima della gara, il capitano di mille battaglie aveva reso omaggio al logo di quella che, nonostante l’adolescenza gialloviola, era diventata la SUA franchigia.

E’ vero, la NBA ha visto (e vedrà) passare giocatori migliori di Paul Pierce, capaci magari di vincere ben più di quell’unico anello conquistato dai suoi Celtics. Per oltre un decennio, però, ‘P-Square’ ha consacrato la maglia numero 34 (che presto verrà issata al soffitto del Garden tra quelle immortali), indossandola nei periodi più bui come in quelli più gloriosi e dando nuovo vigore al tanto celebrato ‘Celtic Pride’. E anche questa “is the motherfucking truth”.

Signori e signore, mister Paul Pierce:

 

NBA Jersey Stories – Clippers, c’era una volta ‘Lob City’

Se c’è uno sport in cui non esistono sciocchezze come il fato, la fortuna e la casualità, quello è il basket. Nel caso dei Los Angeles Clippers, però, sembra proprio che qualcosa di sovrannaturale si faccia beffe del loro destino. Fin dalla loro fondazione, i Clippers sono stati la squadra perdente per eccellenza.

Bob McAdoo, prima (e unica) stella dei Buffalo Braves
Bob McAdoo, prima (e unica) stella dei Buffalo Braves

Le sventure della franchigia ebbero inizio a Buffalo (New York) nel 1970, anno in cui i Buffalo Braves, insieme ai Cleveland Cavaliers e ai Portland Trail Blazers (altre franchigie che avranno una storia piuttosto tormentata), vennero accolti nella National Basketball Association.
Dopo alcune stagioni pessime, la scelta di Bob McAdoo al draft 1973 diede la prima scossa alla squadra. Tre volte miglior realizzatore NBA e MVP nel 1974, il futuro lungo dell’Olimpia Milano trascinò i Braves a tre apparizioni consecutive ai playoff (finiti prestissimo, ovviamente). I veri problemi non riguardavano il campo, bensì l’ambiente circostante. La scelta della location fu il primo di un’interminabile serie di errori. Il mercato di Buffalo, al confine con il Canada, era dominato dai Sabres, squadra della National Hockey League. Se proprio ci si doveva appassionare al basket, meglio sostenere i Golden Griffins, formazione del locale Canisius College. La presunta concorrenza di una franchigia NBA (una lega non popolarissima a quei tempi) era l’ultima cosa di cui la città aveva bisogno. Sabres e Griffins si prodigarono a creare infiniti problemi ai Braves riguardo alla disponibilità del Buffalo Memorial Auditorium. Il poco attaccamento (se vogliamo definirlo così) da parte della comunità mise a dura prova gli equilibri del club, convincendo il proprietario Paul Snyder a trasferire la franchigia. Dopo un accordo saltato per lo spostamento in Florida (salutato così da un quotidiano locale: “Braves go to Florida, leave ‘hockey city’”), e dopo aver ceduto McAdoo ai New York Knicks, Snyder vendette le sue quote a ‘Mr. Kentucky Fried Chicken’ John Brown (già owner dei mitici Kentucky Colonels della ABA).
Nel 1978 la tanto auspicata relocation ebbe finalmente luogo, in seguito ad una serie di ‘magheggi’ tra Brown e Mr. Irv Levin, allora proprietario dei Boston Celtics. Dopo vari tentativi – andati ovviamente a vuoto – di portare in California i biancoverdi (vi immaginate?), Brown e Levin si scambiarono le proprietà di Braves e Celtics. Non appena mise le mani sulla sventurata franchigia, il californiano Levin la trasferì a San Diego, rinominandola Clippers in riferimento agli eleganti velieri che solcavano la baia. A rimanere invariato fu invece il biancoceleste delle maglie, memoria degli infelici esordi lassù alla frontiera.

Bill Walton con la maglia dei San Diego Clipeprs (a sinistra), divenuti Los Angeles Clippers (a destra) nel 1984
Bill Walton con la maglia dei San Diego Clipeprs (a sinistra), divenuti Los Angeles Clippers (a destra) nel 1984

L’approdo a San Diego fu l’esca perfetta per uno dei pesci più grossi dell’epoca: il leggendario Bill Walton. Campione NBA nel 1977 e MVP l’anno successivo (sempre con la maglia dei Portland Trail Blazers), Walton non resistette alla tentazione di giocare per la nuova squadra della sua città natale. Tra i Clippers e la gloria si frapposero per la prima volta quelli che diventeranno col tempo i loro più acerrimi nemici: gli infortuni. Dopo sei stagioni passate più in infermeria che in campo, Walton andò a cercare (e trovare) fortuna come gregario di lusso ai Celtics di Larry Bird.
Nel frattempo, i Clippers si erano spostati di nuovo, questa volta a Los Angeles. Dato che nel 1984 quella era già la casa dei Lakers dello Showtime, non ci furono dubbi su quale delle due era destinata a rimanere per sempre “la seconda squadra di L.A.”.

Per venticinque anni buoni, i Clippers si guadagnarono la fama di “peggior franchigia NBA”. Furono anni di sconfitte, umiliazioni e (ovviamente) infortuni. Una delle poche stagioni positive fu quella 1996/97, con un’inattesa corsa ai playoff terminata puntualmente al primo turno. A gettare un’ombra nera sul quel raro successo ci penserà il tempo: ben quattro membri di quella formazione (Malik Sealy, Kevin Duckworth, Dwayne Schintzius e Lorenzen Wright) moriranno prematuramente, Brian Willams verrà accusato dell’omicidio del fratello e Rodney Rogers rimarrà paralizzato in seguito ad un incidente ciclistico.
Ad inizio millennio, sotto la guida di coach Alvin Gentry, i Clippers acquisirono un’inedita popolarità. Gli innesti di giovani di talento come Lamar Odom, Elton Brand, Darius Miles, Corey Maggette, Quentin Richardson e Andre Miller diedero alla squadra uno stile di gioco fresco e divertente. Di vittorie, nemmeno a parlarne; mentre i ‘cugini’ gialloviola dominavano la lega, gli ormai biancorossi languivano sul fondo della Western Conference.

Da sinistra. Darius Miles, Elton Brand e Lamar Odom, i volti della franchigia a cavallo tra i due millenni
Da sinistra. Darius Miles, Elton Brand e Lamar Odom, i volti della franchigia a cavallo tra i due millenni

La striscia negativa si interruppe nella stagione 2005/06 quando, trascinati dal miglior Elton Brand di sempre e dai giovani emergenti Chris Kaman e Shaun Livingston, i Clippers arrivarono addirittura al secondo turno di playoff, dove si arresero ai Phoenix Suns targati Mike D’AntoniSteve Nash. Dopodichè, tornarono al consueto oblio.
L’ennesimo, vergognoso record (19 vinte – 63 perse) della stagione 2008/09 regalò la prima scelta assoluta al draft, con la quale i ‘Clips’ selezionarono Blake Griffin, ala grande da University of Oklahoma. L’anno prima era arrivato, quasi per caso (trentacinquesima chiamata), il centro DeAndre Jordan, tanto possente ed atletico, quanto ‘grezzo’ tecnicamente. La proverbiale ‘maledizione’ che tormentava da sempre la franchigia, però, si abbatté anche su Griffin, il quale si infortunò gravemente ad un ginocchio dopo una schiacciata nell’ultima partita di preseason. Stagione finita – anzi, mai cominciata.
Quando tornò a disposizione, Griffin si mise subito in luce come una potenziale stella, tanto che fu convocato all’All Star Game 2011 (primo rookie a riuscirci dai tempi di Yao Ming, sette anni prima). La sua partecipazione al weekend delle stelle verrà ricordata soprattutto per la schiacciata eseguita saltando un’automobile, che contribuì ad eleggerlo Slam Dunk Champion. L’esplosione di Griffin e i costanti miglioramenti di Jordan convinsero la dirigenza a dare il via ad un’opera di ringiovanimento del roster. Tra gli altri, fu ceduto l’ex All-Star Baron Davis, spedito ai Cleveland Cavaliers, insieme ad una prima scelta al draft 2011, in cambio di Mo Williams e Jamario Moon. Fu allora che l’infausto destino ci mise per l’ennesima volta lo zampino: la scelta ‘regalata’ dai Clippers si tramutò nella prima assoluta, con la quale i Cavs si assicurarono i servigi di un certo Kyrie Irving, da Duke University…
A Los Angeles stava comunque iniziando una nuova era. Per accompagnare la tanto auspicata svolta, nella stagione 2010/11 furono inaugurate le nuove maglie, una sorta di restyling delle divise indossate nei tetri Anni ’80.

Da sinistra: Chris Paul, Blake Griffin e DeAndre Jordan, con le divise che accompagneranno l'era di 'Lob City'
Da sinistra: Chris Paul, Blake Griffin e DeAndre Jordan, con le divise che accompagneranno l’era di ‘Lob City’

Per esaltare il potenziale di quei giovani e promettenti attori, però, serviva un grande regista. Nel dicembre del 2011, in una delle pagine più controverse della storia NBA, il commissioner David Stern negò il trasferimento del fenomenale playmaker Chris Paul ai Los Angeles Lakers, spiegando in seguito di non averlo mai autorizzato in prima persona per non meglio specificate “basketball reasons” (una decisione discutibile, ma assolutamente legittima, visto che allora la NBA era proprietaria dei New Orleans Hornets). CP3 finì comunque a Los Angeles, ma indossando la neonata maglia dei Clippers. La squadra venne a sapere dell’arrivo di Paul durante il Media Day (la stagione sarebbe iniziata a Natale per via del lockout). Commentando la notizia, Blake Griffin dichiarò “Yeah! It’s gonna be ‘Lob City’!”.

Oltre alle spettacolari schiacciate di Griffin e Jordan sulle alzate di Paul, il sodalizio tra i nuovi ‘Big Three’ portò ai Clippers qualcosa di assolutamente inedito: le vittorie. La squadra di coach Vinny Del Negro, a cui si erano aggiunti anche i veterani Chauncey Billups, Caron Butler e Kenyon Martin, passò dal tredicesimo posto del 2011 al quinto dell’anno successivo, tornando ai playoff dopo sei stagioni di assenza (e per la terza volta in vent’anni). Superati i Memphis Grizzlies in una combattutissima serie, con gara-7 vinta in trasferta, ‘Lob City’ si arrese ai San Antonio Spurs, che stravinsero (4-0) al secondo turno. Il grande salto, però, era stato fatto. Forti delle acquisizioni di Matt Barnes e sopratutto Jamal Crawford, micidiale attaccante in uscita dagli Atlanta Hawks, i Clippers si presentarono al via della nuova regular season tra le big della Western Conference. Dopo un’eternità da ‘cugini sfigati’, Paul e compagni riuscirono a battere i Lakers in tutte quattro le sfide stagionali. CP3 e BG partirono in quintetto insieme all’All Star Game per il secondo anno di fila (Paul fu anche eletto MVP dell’incontro) e trascinarono i losangelini al quarto posto ad Ovest. Ai playoff ci fu il rematch contro Memphis, che stavolta si impose in sei partite (dopo che i ‘Clips’ erano stati avanti 2-0. Brutto segnale…).

L’estate del 2013 segnò una tappa importante nella corsa alla grandezza della franchigia di Donald Sterling. Al posto di Del Negro venne ingaggiato Glen ‘Doc’ Rivers, già campione NBA con i Boston Celtics nel 2008, che assunse il doppio ruolo di allenatore e vice president of basketball operations (la parola “vice” verrà tolta l’anno dopo). Cambiato il timoniere e rinnovato il contratto di Chris Paul, c’erano tutti i presupposti per pensare in grande. Peccato solo che il destino avesse in serbo un nuovo scherzetto…
Al termine della miglior stagione della storia della franchigia (57 vinte – 25 perse), suggellata da un fragoroso +48 somministrato ai derelitti Lakers (6 marzo 2014), sui Clippers si abbatté lo scandalo-Sterling. A fine aprile venne resa pubblica una registrazione in cui il proprietario si lasciava andare ad una serie di commenti a sfondo razzista, rimproverando la (troppo) giovane fidanzata per essersi mostrata in pubblico insieme ad un nero come Magic Johnson. La vicenda suscitò dapprima la reazione indignata dell’opinione pubblica, poi l’interdizione a vita di Sterling da qualsiasi attività riguardante la NBA. Il nuovo commissioner Adam Silver costrinse la famiglia Sterling a cedere la franchigia, che per la curiosa somma di due miliardi di dollari passò nelle mani dell’ex CEO di Microsoft, Steve Ballmer (tra gli altri candidati all’acquisizione figurava lo stesso Magic, a cui bisogna riconoscere l’innata presenza di spirito).
Nonostante le inevitabili distrazioni causate dalla deplorevole faccenda, i Clippers disputarono degli ottimi playoff. Al primo turno si sbarazzarono in sette partite degli emergenti Golden State Warriors di Stephen Curry e Klay Thompson, poi si arresero agli Oklahoma City Thunder al termine di un’altra serie memorabile, decisa dai 38 punti di Russell Westbrook in gara-5 e dai 39 di Kevin Durant nell’incontro successivo.

Jared Dudley (#9), Jamal Crawford (#11), Blake Griffin (#32), Chris Paul (#3) e DeAndre Jordan (#6) con la terza divisa dei Clippers, inaugurata nel 2012
Jared Dudley (#9), Jamal Crawford (#11), Blake Griffin (#32), Chris Paul (#3) e DeAndre Jordan (#6) con la terza divisa dei Clippers, inaugurata nel 2012

Malgrado l’ennesima eliminazione, ‘Lob City’ era ormai a tutti gli effetti una contender. La stagione 2014/15 si presentava come l’occasione più ghiotta per mettere finalmente le mani su quel titolo NBA che, per quasi mezzo secolo, era stato il più proibito dei sogni. In estate, LeBron James aveva salutato Miami per fare ritorno nella ‘sua’ Cleveland. Se gli Heat erano destinati ad un sicuro crollo, per i Cavs sarebbe servita – sulla carta – almeno una stagione di ‘assestamento’ per ambire al premio più grosso. Gli altri principali candidati al titolo, i San Antonio Spurs, avevano appena messo le mani sul Larry O’Brien Trophy, e la storia insegnava che gli Spurs non avrebbero mai vinto per due anni di fila. Per completare l’opera, gli Oklahoma City Thunder rimasero ‘orfani’, nel corso della stagione, di entrambe le loro stelle, fermate da una serie di infortuni che pregiudicarono alla squadra l’accesso ai playoff. Quanto agli Warriors, bè, non era ancora chiarissimo quello che stava per succedere…
Considerato che Paul e Griffin erano ormai stabilmente in lizza per l’MVP, che DeAndre Jordan era sempre più dominante sotto i tabelloni e che la panchina era una delle migliori della lega (con Crawford appena eletto sesto uomo dell’anno per la seconda volta in carriera), erano in molti (compreso chi scrive) a pronunciare la fatidica frase “Questo è l’anno dei Clippers!”.

In effetti la squadra di coach Rivers andò fortissimo, chiudendo nuovamente al terzo posto la Western Conference. Non solo; al primo turno di playoff i Clippers eliminarono gli Spurs campioni in carica al termine di una grandiosa serie, vinta in gara-7 grazie ad un’epica prestazione di Chris Paul. Non c’erano più dubbi: era l’anno buono!

Fin dai tribolati inizi in quel di Buffalo, però, era chiaro che la franchigia sarebbe stata accompagnata per sempre da una dannazione dantesca per cui ogni volta, in un modo o nell’altro, qualcosa sarebbe andato storto. Il turno successivo vide CP3 e compagni opposti agli Houston Rockets di James Harden e Dwight Howard. Due grandi nomi, certo, ma non abbastanza compatibili (questo sì che è un eufemismo) per fare dei texani una credibile minaccia in chiave titolo. Infatti Los Angeles si portò agevolmente sul 3-1, distruggendo gli avversari sia in gara-3 (+25) che in gara-4 (+33). Dopo il passo falso della quinta partita, disputata a Houston, la tavola sembrava apparecchiata per chiudere la pratica in California. Appunto, sembrava…
Allo Staples Center i Clippers, in vantaggio di venti punti a metà del terzo quarto, stavano già pensando all’imminente finale di Conference contro gli ‘Splash Brothers’, quando l’antica maledizione tornò a bussare alla loro porta. Con un assurdo parziale di 51-20, condito dagli ancor più assurdi 14 punti di Josh Smith (che fino a quel momento era sembrato un ex giocatore), i Rockets completarono una delle più rocambolesche rimonte di sempre. Quasi superfluo aggiungere che i Clippers persero la decisiva gara-7 al Toyota Center; era già scritto nelle stelle.

Paul e Griffin con le maglie nere, in uso dalla stagione 2015/16
Paul e Griffin con le maglie nere, in uso dalla stagione 2015/16

Quel ‘suicidio sportivo’ segnò l’inizio della parabola discendente della grande utopia di ‘Lob City’. Dopo l’ennesimo fallimento, le bellissime divise di quegli anni ruggenti vennero abbandonate e rimpiazzate con una versione ‘futuristica’ destinata, per così dire, a dividere la critica…
L’aggiornamento del look, come ben sappiamo, non ha certo allontanato lo stormo di corvi tanto familiare alla “seconda squadra di L.A.”. La storia recente ci parla di un destino ancora più beffardo, che si è accanito sulla franchigia sotto forma di incredibili guai fisici. Ecco dunque Paul e Griffin infortunarsi contemporaneamente in gara-4 contro Portland nel 2016, e lo stesso Blake messo k.o. l’anno dopo, con tanti ringraziamenti dagli Utah Jazz.
L’imminente off-season, con CP3 e BG al probabile addio, potrebbe segnare il definitivo tramonto dell’epopea di ‘Lob City’, consegnando agli archivi i migliori anni di una franchigia destinata, fin dalla sua nascita, al fuoco eterno.

NBA Jersey Stories – Anni ’70, il Decennio Perduto

Nel corso della ormai settantennale storia del basket NBA, ogni epoca è stata dominata da una, al massimo due squadre, guidate dalle imprese di straordinari campioni.
Tra la fine degli Anni ’40 e l’inizio dei ’50 imperversarono i Minneapolis Lakers di George Mikan; gli Anni ‘60, invece, furono quelli della più grande dinastia di sempre, quella dei Boston Celtics targati Bill RussellRed Auerbach.
I magnifici Anni ’80 ruotarono intorno al dualismo tra i Lakers (stavolta con sede a Los Angeles) di Magic Johnson e i Celtics di Larry Bird, mentre nel decennio successivo la ‘tirannia’ dei Chicago Bulls di Michael Jordan non fece prigionieri. Arrivando ai giorni nostri, gli Anni 2000 videro imporsi (salvo qualche eccezione) i soliti Lakers (con Kobe Bryant e Shaquille O’Neal) e i San Antonio Spurs della coppia Tim DuncanGregg Popovich, e questa prima metà del nuovo decennio si è presto trasformata nel regno di LeBron James, vincitore sia con i Miami Heat che con i Cleveland Cavaliers (solo il tempo ci dirà se gli Anni ’10 saranno anche quelli dei Golden State Warriors).

Ci fu un tempo, però, in cui il basket americano divenne una sorta di ‘terra di nessuno’. Erano gli Anni ’70, quelli delle Due Leghe (ABA e NBA si uniranno nel 1976). Anni segnati dal totale disinteresse mediatico, anni in cui i giocatori preferivano il college al professionismo. Niente dinastie, nessun ‘cannibale’ a rubare la scena.
Quel decennio, comunque, fu anche teatro delle gesta di squadre e campioni troppo spesso dimenticati, chiusi nelle pagine buie tra l’era-Russell e quella della rinascita firmata Magic-Bird. In questa puntata delle Jersey Stories andremo a riscoprire le maglie di coloro che, almeno una volta, scrissero il proprio nome nella leggenda del Decennio Perduto.

1968 – Pittsburgh Pipers (ABA)

Connie Hawkins, star dei Pittsburgh Pipers
Connie Hawkins, star dei Pittsburgh Pipers

Il nostro viaggio deve per forza iniziare nel tumultuoso 1968, l’anno in cui la rivoluzione giovanile raggiunse il suo apice. Il 4 maggio venne assegnato il primo, storico titolo della American Basketball Association, una lega estremamente spettacolare che puntava a porre fine al monopolio della più ricca NBA. A vincerlo furono i Pittsburgh Pipers, guidati dalla leggenda newyorchese Connie Hawkins (definito da coach Larry Brown “a livello individuale, il migliore che io abbia mai visto”)‘The Hawk’, inizialmente bandito dalla NBA per un presunto coinvolgimento in uno scandalo scommesse, girovagò tra la defunta American Basketball League e gli Harlem Globetrotters prima di approdare nella ABA ed indossare la caratteristica divisa con palla a spicchi dei Pipers.
Nella prima delle due stagioni di vita della squadra, Hawkins fu semplicemente devastante: capocannoniere della ABA, fu eletto MVP sia della regular season, sia delle finali. Dopo il titolo, i Pipers furono trasferiti a Minneapolis. Quattro anni più tardi la franchigia, come molte altre della ABA, dichiarò il fallimento.

 

1969 – Oakland Oaks (ABA)

Rick Barry ai tempi degli Oakland Oaks
Rick Barry ai tempi degli Oakland Oaks

Che gli Anni ’70 avrebbero rappresentato the age of opportunities era già chiaro alla fine del decennio precedente, quando le maglie verdi e gialle degli Oaks sollevarono il secondo titolo della storia della ABA.

Uno dei principali motivi per cui quella lega fallì così velocemente fu la sconsiderata gestione economica di molte delle sue franchigie. Gli Oaks furono l’esempio perfetto; per aumentare popolarità e incassi, proposero un contratto irragionevole alla stella degli allora San Francisco Warriors, Rick Barry, più volte All-Star nella NBA. L’investimento si rivelò un vero e proprio boomerang per la franchigia, visto che Barry si infortunò a dicembre e saltò il resto della stagione. La squadra, che poteva anche contare su Larry Brown (che, appese le scarpe al chiodo, diverrà un allenatore da Hall Of Fame) e sull’MVP delle finali Warren Jabali, chiuse comunque con il miglior record stagionale, sconfiggendo infine gli Indiana Pacers nella serie per il titolo.
Tuttavia, l’affluenza di pubblico rimase inesorabilmente scarsa, e la franchigia venne rilocata (con il più classico dei coast-to-coast) nientemeno che a Washington. Gli Oakland Oaks diverranno prima Washington Caps, poi Virginia Squires, per poi ‘morire’ insieme alla ABA nel 1976.

 

1970/72/73 – Indiana Pacers (ABA)

George McGinnis
George McGinnis

Per trovare ciò che, in quegli anni, fu più simile ad una dinastia bisogna cercare nello ‘State Of Basketball’.
I Pacers furono una delle uniche due franchigie (insieme ai Kentucky Colonels) a non essere mai trasferite nel corso della breve (ma intensa) storia della ABA. Nei nove anni di vita della lega col pallone tricolore arrivarono cinque volte in finale, aggiudicandosi la bellezza di tre titoli, diventando di fatto la squadra più vincente dell’era-ABA.
Inizialmente assegnata alla Eastern Division, dopo il primo titolo la squadra fu ricollocata nella Western. Nel 1971, tramite il draft fu selezionato ‘Baby Bull’ George McGinnis, che diverrà uno dei giocatori simbolo della ABA; due titoli da protagonista (1972 e 1973), MVP delle finali nel 1973 e MVP stagionale due anni più tardi.

Con la fusione delle due leghe nel 1976, le quattro squadre superstiti della ABA (Indiana Pacers, San Antonio Spurs, Denver Nuggets e New York Nets) furono sottoposte a durissime tasse di ammissione, trovandosi costrette a svendere i migliori giocatori del roster. In previsione di ciò, lo stesso McGinnis fu ceduto ai Nets nel 1975.
I Pacers non riusciranno mai ad essere protagonisti nella nuova lega, arrivando in finale per la prima e unica volta nel 2000. Le divise dei gloriosi anni della ABA saranno riprese nei primi Anni ’90, in occasione del venticinquesimo anno di vita, da Reggie Miller e compagni.

 

1970/73 – New York Knicks

Alcuni dei grandi Knicks: (da sinistra) Jerry Lucas, Walt Frazier, Willis Reed e Phil Jackson
Alcuni dei grandi Knicks: (da sinistra) Jerry Lucas, Walt Frazier, Willis Reed e Phil Jackson

Le attuali maglie dei Knicks risalgono alla fine degli Anni Sessanta, quando New York era “la città del basket” e quando il basket era The City Game (dal titolo di un libro di culto – anche se non troppo scorrevole – di Pete Axthelm).
Mentre al Rucker Park e negli altri playground cittadini andavano in scena le leggendarie gesta di Earl ‘The GOAT’ Manigault e di altri mitici streetballer, nella ‘Mecca’ del Madison Square Garden veniva formata una delle più grandi squadre di sempre.
Sotto la guida di coach Red Holzman (che farà da mentore al giovane rookie Phil Jackson), i Knicks segnarono il definitivo tramonto della Dynasty dei Celtics, vincendo il titolo NBA nel 1970 e ripetendosi tre anni più tardi.
La formazione, guidata da Willis Reed e Walt ‘Clyde’ Frazier, diede vita ad epiche battaglie contro le migliori avversarie dell’epoca, dai Milwaukee Bucks ai Los Angeles Lakers, passando per gli stessi Celtics.
L’episodio più celebre dell’epopea di quei Knicks ebbe luogo in gara-7 delle Finals del 1970, contro i Lakers.
Il grande capitano Willis Reed, infortunatosi in gara-5 e assente nell’incontro successivo, si presentò a sorpresa sul terreno di gioco, tra l’ovazione del pubblico. Giocò qualche minuto ‘su una gamba sola’, ma l’impatto emotivo del suo ritorno (eletto in seguito “miglior momento della storia del Garden”) fu incalcolabile, risultando decisivo per la vittoria di partita e titolo.

Nel 1971, i Knicks aggiunsero ad un roster già eccellente il grande Earl ‘The Pearl’ Monroe. Con ‘Black Jesus’ insieme a Frazier e Reed, la squadra tornò alle Finals nel 1972, ma fu sconfitta dai Lakers. L’anno successivo arrivò la ‘bella’ con i gialloviola, che stavolta dovettero arrendersi. In entrambe le occasioni, Reed fu nominato MVP delle finali.
Con il ritiro del capitano nel 1975, l’epoca d’oro finì. Quei due titoli rimangono tuttora gli unici nella storia della franchigia.

 

1971 – Milwaukee Bucks

Lew Alcindor (#33) e Oscar Robertson (#1)
Lew Alcindor (#33) e Oscar Robertson (#1)

Nel 1969 la NBA diede il benvenuto ad un giocatore mai visto prima. All’epoca si chiamava ancora Lew Alcindor, e negli anni ad UCLA il suo dominio era stato tale da indurre la NCAA ad abolire le schiacciate.
Il suo arrivo ai Milwaukee Bucks sconvolse letteralmente gli equilibri della lega, e trasformò i giovani Bucks, nati solamente un anno prima, in una squadra da titolo.
Dopo l’eliminazione per mano dei Knicks nel 1970, la dirigenza ingaggiò il grande Oscar Robertson. Con la maglia dei Cincinnati Royals ‘The Big O’ era stato MVP nel 1964, mentre due anni prima aveva chiuso la stagione con una tripla-doppia…di media!

‘The Big O’ e un Alcindor eletto MVP stagionale trascinarono Milwaukee alle NBA Finals 1971. I malcapitati Baltimore Bullets vennero annientati con un ‘brutale’ 4-0, e i Bucks vinsero il primo ed unico titolo della loro storia.
Il giorno successivo alla vittoria, Alcindor decise di adottare il nome musulmano Kareem Abdul-Jabbar. Con la nuova identità continuò a dominare, ma Milwaukee non riuscì a tornare in finale fino al 1974, quando fu sconfitta dai redivivi Celtics. Prima dell’inizio di quella stagione, le storiche maglie degli esordi furono sostituite da magnifiche divise con le scritte in corsivo, tra le più belle di tutti i tempi.

1971-mil-2

Con il ritiro di Robertson nel 1974 e il passaggio di Kareem ai Lakers nel 1975, il ciclo dei grandi Milwaukee Bucks volse al termine.

 

1971 – Utah Stars (ABA)

Willie Wise, uno dei principali artefici del titolo degli Utah Stars
Willie Wise, uno dei principali artefici del titolo degli Utah Stars

Gli Stars erano la tipica squadra della ABA: per via di una gestione societaria ‘avventurosa’, in tre stagioni si erano spostati tre volte. Nati come Anaheim Amigos (nome con cui persero la prima partita della storia NCAA contro gli Oakland Oaks) e divenuti poi Los Angeles Stars, erano stati nuovamente trasferiti nello Utah nel 1970, in quanto nella ‘città degli angeli’ la concorrenza dei Lakers (ma anche dei grandi UCLA Bruins) era deleteria per l’affluenza di pubblico.
Prima di lasciare la California, gli L.A. Stars raggiunsero le ABA Championship Series, ma vennero sconfitti dagli Indiana Pacers.

L’arrivo della prima franchigia professionistica nello Utah fu accolto da un grande entusiasmo, con i palloni tricolori che spopolavano in tutti i playground dello stato e con la gente che gremiva il Salt Palace.
Il roster degli Utah Stars poteva contare su eccellenti giocatori come Willie Wise (‘armato’ di basette e baffoni) e Zelmo ‘The Big Z’ Beaty, ma la vera star era il coach, Bill Sharman. Quattro volte campione NBA con i Celtics e MVP dell’All Star game 1955, Sharman fu colui che diede inizio alla pratica del cosiddetto shootaround, la seduta di tiro mattutina prima delle partite (“di solito passavo la mattinata a camminare avanti e indietro nervosamente, così pensai che fare due tiri avrebbe potuto essere un più che utile passatempo”).

La prima stagione a Salt Lake City fu l’apice della storia di quella squadra. Sharman fu premiato Coach Of The Year, e gli Stars vinsero il titolo ABA sconfiggendo in finale i Kentucky Colonels (di cui parleremo più avanti). Beaty fu nominato MVP dei playoff.
Quasi inutile specificare il destino degli Utah Stars, i quali andarono in bancarotta nel giro di poche stagioni (fallirono nel 1976) dopo aver investito inopinatamente le moderate risorse economiche a disposizione. Nel frattempo, rimasero stabilmente tra i top team della lega, soccombendo spesso e volentieri ai soli Indiana Pacers. Nel 1974 gli Stars misero sotto contratto Moses Malone, il primo giocatore a passare direttamente dalla high school al professionismo.
Di sicuro, osservando quelle bizzarre maglie con la stella, si può tranquillamente osservare che, come direbbe il buon Federico Buffa, “non è più la pallacanestro dei nostri padri”…

 

1972 – Los Angeles Lakers

I 'Big Three' dei Lakers: Elgin Baylor (#22), Wilt Chamberlain (#13) e Jerry West (#44)
I ‘Big Three’ dei Lakers: Elgin Baylor (#22), Wilt Chamberlain (#13) e Jerry West (#44)

Dopo le continue batoste subite per mano di Bill Russell, Jerry West pensò seriamente di ritirarsi. Nemmeno il premio di Finals MVP era bastato a colui che diventerà ‘Mr. Logo’ per mettere le mani sul tanto agognato titolo NBA.
Anche con la fine della dinastia dei Celtics, il traguardo finale era sfumato sul più bello; alle NBA Finals 1970 furono infatti i Knicks a trionfare.

All’inizio della stagione 1971/72, i Lakers potevano contare ancora sui loro ‘Big Three + 1’: West, Wilt Chamberlain, Elgin Baylor e Gail Goodrich.
Baylor fu uno dei giocatori più forti di sempre, ma non di distinse certo per il suo tempismo; arrivato ai Minneapolis Lakers nel 1958, quando ormai l’era di trionfi targata George Mikan era finita, e sempre presente nelle OTTO finali perse dai suoi, si ritirò (per via dei continui problemi al ginocchio) dopo sole nove partite dall’inizio della stagione che avrebbe finalmente scrollato di dosso la ‘maledizione’ ai gialloviola.
La nuova stagione portò anche un’altra novità: la panchina fu affidata ad un personaggio di cui abbiamo parlato poco fa… Bill Sharman!
Il ‘Re Mida’ del basket americano Anni ‘70 (e vecchio ‘nemico’ in maglia biancoverde) guidò i Lakers ad una stagione incredibile, suggellata da una striscia di 33 vittorie consecutive (tuttora record all-time) tra novembre e dicembre.
Le 69 vittorie con cui i gialloviola chiusero la regular season furono superate soltanto nel 1996, quando i Chicago Bulls alzarono l’asticella sul 72-10 (record a sua volta infranto vent’anni dopo dal 73-9 dei Golden State Warriors).
Sharman fu nominato Coach Of The Year e, dopo la vittoria in finale contro gli acerrimi rivali New York Knicks, divenne il secondo allenatore di sempre (dopo Alex Hannum) a vincere sia il titolo ABA, che quello NBA.
Le soddisfazioni personali arrivarono anche per le due star della squadra; Jerry West fu il miglior marcatore stagionale nonché MVP dell’All Star Game (giocato a L.A. e deciso da un canestro pazzesco di West), mentre Wilt Chamberlain venne eletto MVP delle finali.

Probabilmente quei Lakers avrebbero potuto dare inizio ad una dinastia, se solo fossero stati più giovani. Il titolo del 1972, invece, fu il glorioso finale delle carriere di Chamberlain e West.
Il vero e proprio ‘canto del cigno’ furono le Finals del 1973, in cui i newyorchesi si presero la definitiva rivincita. Al termine di quella serie, Wilt accettò il ruolo di allenatore-giocatore offertogli dai San Diego Conquistadores (altra franchigia-tipo della ABA che, anche a causa di quella scelta, fallì di lì a poco). I Lakers detenevano però i diritti su ‘The Stilt’, così passarono per vie legali e lo costrinsero di fatto al ritiro.
Con l’addio di Jerry West nel 1974, calò il buio sui Lakers. Le storiche maglie (molte delle quali sono appese oggi al soffitto dello Staples Center) durarono fino al 1978, quando i numeri, da bianchi, divennero viola. Stava per iniziare l’era dello Showtime.

 

1974/76 – Boston Celtics

John Havlicek (#17), Dave Cowens (#18) e Jo Jo White (#10) alle spalle di Red Auerbach
John Havlicek (#17), Dave Cowens (#18) e Jo Jo White (#10) alle spalle di Red Auerbach

 Dopo i fasti del decennio precedente, la leggendaria rivalità tra Lakers e Celtics fu ad un passo dal riaccendersi negli Anni ’70. Mentre Jerry West e compagni, ormai a fine carriera, vincevano finalmente il tanto agognato anello, nel Massachusetts i Celtics si preparavano a tornare grandi, dopo l’inevitabile declino post-Dynasty.

Intorno a John Havlicek, già elemento fondamentale dell’invincibile squadra che fu, Red Auerbach (passato al ruolo di general manager nel 1966) accumulò giovani All-Star come Dave Cowens, Paul Silas e Jo Jo White.
Sotto la guida di coach Tom Heinsohn, un altro dei protagonisti della Dinastia, la squadra raggiunse le NBA Finals nel 1974, dove sconfisse i Milwaukee Bucks di Kareem e Big O (ormai giunti al capolinea) al termine di sette, spettacolari partite. La bellezza di quella serie fu solo l’antipasto di quanto sarebbe accaduto due anni dopo.

Eliminati dai Washington Bullets nel 1975, i Celtics tornarono in finale nel ’76, dove si trovarono di fronte i Phoenix Suns dell’ex bostoniano Paul Westphal.
Gara-5 di quella serie, con le squadre sul 2-2, viene spesso definita “la più grande partita mai giocata”. Dopo innumerevoli errori da parte di arbitri, referto, ma anche dei giocatori in campo, Boston vinse al triplo overtime, chiudendo poi la serie in gara-6 a Phoenix.

Così come per i Lakers, anche per gli storici rivali la seconda metà del decennio fu un periodo di transizione. La storia di entrambe le franchigie cambierà nel 1979, quando sbarcarono in NBA Magic Johnson e Larry Bird.
In quanto alle maglie, quelle biancoverdi dei Celtics sono tra le pochissime a non essere mai cambiate nel corso della storia. Le vittorie di Bill Russell e compagni le avevano già rese leggenda.

 

1974/76 – New York Nets (ABA)

Julius Erving
Julius Erving

Quella che vedete è una delle immagini-simbolo di ciò che fu la American Basketball Association; il più grande giocatore della storia di quella lega, Julius Erving, con indosso la leggendaria maglia a stelle e strisce dei Nets.

Quelli che oggi sono i Brooklyn Nets furono una delle undici squadre della stagione inaugurale della ABA. Nati come New York Americans, si erano dovuti presto trasferire fuori dalla Grande Mela, in quanto non riuscivano a trovare un campo adeguato su cui giocare (se non lì, dove, accidenti?!). Fu solo il primo di un’interminabile serie di spostamenti, culminata nel 2012 con il ritorno in città, in quel di Brooklyn.
Nel 1969, i Nets furono vicinissimi a Lew Alcindor, star incontrastata del college basketball ad UCLA. Il futuro Kareem Abdul-Jabbar, però, decise di accordarsi con i Milwaukee Bucks, iniziando una leggendaria carriera nella NBA.
L’anno dopo, i tifosi si consolarono con l’arrivo di Rick Barry, già protagonista della nostra storia con la maglia degli Oakland Oaks. Barry li condusse alle finali ABA nel 1972, dove i Nets persero contro gli imbattibili Indiana Pacers, poi fu costretto a tornare ai Golden State Warriors, che ne detenevano i diritti,

In quella movimentata estate, ‘Doctor J’ Julius Erving fu ad un passo dal vestire la maglia degli Atlanta Hawks, squadra NBA in cui militava il grande ‘Pistol’ Pete Maravich. Nel mentre, i Bucks fecero carte false per provare a portarlo a Milwaukee a comporre una sorta di ‘Dream Team’ con Kareem e Oscar Robertson. Il risultato dello scontro fra le due franchigie fu che Erving dovette ‘rientrare all’ovile’ e restare ai Virginia Squires (nuova incarnazione degli Oaks), squadra in cui militava dall’anno precedente. A causa delle disastrose condizioni economiche, gli Squires dovettero comunque cedere il loro fuoriclasse nell’estate del 1973, e i Nets non si fecero scappare l’occasione.

Tornato nella natia New York City, Doctor J si impadronì della lega; tre volte miglior realizzatore, tre titoli di MVP stagionale, due di MVP dei playoff e, soprattutto, due titoli ABA (1974 e 1976). Inoltre, chiuse la stagione ‘75/’76 tra i migliori 10 giocatori della lega in TUTTE le categorie statistiche.
Durante l’intervallo dell’All Star Game 1976 fu inaugurato lo Slam Dunk Contest, che vide (naturalmente) la partecipazione – e la vittoria – di Erving. Il momento clou della gara fu quello in cui Doctor J eseguì una memorabile schiacciata con stacco dalla linea del tiro libero, facendo letteralmente esplodere l’arena di Denver.

La fusione tra le due leghe e le pesantissime tasse di ammissione comminate agli ex team della ABA portarono i Nets al collasso. Doctor J fu ceduto ai Philadelphia 76ers, con cui scriverà il secondo capitolo di un’inimitabile carriera, e la squadra non riuscirà mai più a tornare al vertice (arriverà in finale NBA soltanto nel 2002, con il nome di New Jersey Nets). Le iconiche divise dell’era-Erving cesseranno di esistere nel 1990.

 

1975 – Golden State Warriors

Rick Barry ai Golden State Warriors
Rick Barry ai Golden State Warriors

In fin dei conti, la prima metà degli Anni ’70 potrebbe anche essere rinominata The Rick Barry Story. In quegli anni il numero 24, che si distinse soprattutto per la tanto bizzarra quanto efficace tecnica di tiro libero (a due mani dal basso; Barry chiuse la carriera con la miglior percentuale dalla lunetta di tutta la NBA…), vagabondò tra una costa e l’altra, passando per molte delle squadre protagoniste di questo racconto. Seconda scelta dei San Francisco Warriors nel 1965, Barry indossò le uniformi di Oakland Oaks, Washignton Caps, Virginia Squires, New York Nets, per poi tornare agli Warriors (trasferitisi nel frattempo ad Oakland) nel 1972.

Dopo il trionfo nella ABA con gli Oaks, Barry divenne anche campione NBA nel 1975, quando i suoi Warriors non solo sconfissero, ma spazzarono via i favoritissimi Washington Bullets della coppia Unseld – Hayes. Lo stesso numero 24 fu nominato Finals MVP.
La franchigia rese omaggio alle divise del primo, storico titolo nella stagione 2010/11, quando un giovane Stephen Curry e compagni indossarono per alcune partite la maglia gialla di quella mitica formazione.

 

1975 – Kentucky Colonels (ABA)

Artis Gilmore
Artis Gilmore

Unica franchigia (insieme agli Indiana Pacers) mai trasferita o fallita per tutta la storia della ABA, i Colonels divennero celebri, agli esordi, perché il loro proprietario era Ziggy, ovvero… un cane.
In realtà, la squadra era presieduta da tale Joe Gregory, ma il piccolo cagnolino di quest’ultimo (un Griffone di Bruxelles) veniva universalmente riconosciuto come ‘padrone della baracca’, con tanto di posto in prima fila alle partite, sedile in prima classe sugli aerei e innumerevoli completini, tra cui…uno smoking. Ziggy era addirittura presente nel primo logo della squadra, raffigurato mentre inseguiva un giocatore.
Solo nella ABA potevano succedere cose del genere…

I colori originali (bianco e verde) vennero sostituiti nei primi Anni ’70 con il bianco-blu, omaggio ai Kentucky Wildcats della NCAA. Una peculiarità delle divise dei Colonels erano le scritte in stampatello minuscolo, vera e propria rarità storica.
L’arrivo di Dan Issel portò la squadra alle finali ABA nel 1971, perse contro gli Utah Stars. Dopo quella sconfitta, i Colonels riuscirono a mettere le mani su Artis Gilmore, tanto pittoresco (e tanto Seventies) nel look, quanto talentuoso. Gilmore ebbe fin da subito un impatto clamoroso, vincendo sia il premio di Rookie Of The Year, sia quello di MVP stagionale.

Kentucky arrivò di nuovo in finale nel 1973, ma fu sconfitta dagli Indiana Pacers. Al terzo tentativo, però, arrivò finalmente il titolo. Nel 1975, infatti, i Colonels si presero la rivincita su Indiana, con ‘A-Train’ Gilmore che nella decisiva gara-5 chiuse con 28 punti e 31 RIMBALZI.
Il nuovo proprietario John Brown, a quel punto, se ne uscì con un’idea favolosa: propose ai Golden State Warriors una sfida per determinare gli unici, veri Campioni del Mondo. I campioni NBA rifiutarono, nonostante l’offerta di Brown comprendesse un frusciante milione di dollari.
Con la fusione tra le due leghe nel 1976, i Colonels non vennero ammessi nella nuova NBA. Finiva così la storia della franchigia più ‘eccentrica’ di quello strano decennio.

 

1977 – Portland Trail Blazers

Bill Walton
Bill Walton

La scomparsa della ABA portò le più grandi stelle di quella lega ‘alternativa’ a rinfoltire gli organici delle franchigie NBA. Se l’acquisizione più importante fu quella dei Philadelphia 76ers, che si accaparrarono nientemeno che Julius Erving, i Portland Trail Blazers, dal canto loro, riuscirono a portare in Oregon Maurice Lucas, l’altra stella (oltre a Gilmore) dei Colonels.

Nati solamente sei anni prima, i Blazers avevano faticato enormemente nelle loro prime stagioni, finendo costantemente a scegliere tra i primi al draft. Nel 1974. con la prima scelta assoluta fu selezionato Bill Walton, fenomenale centro di UCLA (in quegli anni non andò poi così male al coach dei Bruins, John Wooden, che prima di Walton aveva allenato un certo Lew Acindor…).
Nei primi due anni ai Blazers, Walton si fratturò tutto il fratturabile (naso, piede, polso, gamba…), pregiudicando così le stagioni dei suoi. Quando il centro tornò in salute, Portland era pronta a diventare grande.
Con la coppia Lucas-Walton sotto canestro, sospinta dal pubblico più caloroso degli USA, la squadra di coach Jack Ramsey raggiunse per la prima volta i playoff. L’ottimo risultato fu solo l’inizio della ‘folle corsa’ dei Blazers, i quali prima umiliarono i Lakers di Kareem (4-0), poi sconfissero i Sixers di Doctor J laureandosi campioni NBA 1977 (quelle finali, di cui Bill Walton fu eletto MVP, verranno ricordate soprattutto per una terrificante schiacciata di Erving proprio su Walton, a pochi minuti dall’inizio di gara-1).

Alla luce del titolo vinto e della giovane età dei loro migliori giocatori, si prospettava un futuro radioso per i Blazers.
Tuttavia, Walton continuò ad infortunarsi, fino a quando chiese di essere ceduto. Il rifiuto della dirigenza lo costrinse a saltare interamente la stagione 1978/79, per poi andarsene da free-agent l’estate successiva, quando a Portland si diede il via alla ricostruzione.
Le prime, storiche maglie dei Blazers resistettero fino ai primi Anni ’90, quando Clyde Drexler riportò la squadra alle Finals (1992, sconfitta contro i Chicago Bulls di Michael Jordan), poi furono sostituite da quelle in uso ancora oggi.

 

1978 – Washington Bullets

Da sinistra: Wes Unseld ed Elvin Hayes
Da sinistra: Wes Unseld ed Elvin Hayes

In un’epoca in cui tutte le buone squadre, prima o poi, avevano la loro occasione, i Washington Bullets continuavano a rimanere a mani vuote. Eppure, la squadra della capitale poteva contare su due dei migliori giocatori del decennio: Wes Unseld ed Elvin Hayes.
Il primo si era abbattuto come un meteorite sulla NBA nel 1968, venendo eletto Rookie dell’Anno e MVP stagionale (solo Wilt Chamberlain ci era riuscito prima; come abbiamo visto, Artis Gilmore ripeterà l’impresa nella ABA).
Il secondo, arrivato nel 1972 dagli Houston Rockets, era il partner perfetto per Unseld, con cui formò la miglior coppia di lunghi della lega.

I due guidarono i Bullets (che fino al 1974 giocarono a Baltmore) a tre finali NBA. Dopo aver perso le prime due, il momento buono arrivò finalmente nel 1978, quando Washington sconfisse i Seattle SuperSonics in sette, combattutissime partite. Per Unseld arrivò il premio di Finals MVP, per la capitale il primo campionato professionistico della sua storia. Tornati in finale (e sconfitti da Seattle) l’anno dopo, i Bullets furono smantellati nel 1981, quando Wes Unseld si ritirò ed Elvin Hayes tornò ai Rockets.

Vent’anni più tardi, quando la squadra tornò popolare (con il nome Wizards) per il rientro in campo di Michael Jordan, le maglie Anni ’70 dei Bullets vennero rispolverate in occasione delle Hardwood Classics Nigths.

 

1979 – Seattle SuperSonics

1979: i Seattle SuperSonics sono campioni NBA
1979: i Seattle SuperSonics sono campioni NBA

Mentre Magic Johnson e Larry Bird vivevano gli ultimi mesi da atleti collegiali, il Decennio Perduto della NBA volgeva al termine. Gli ultimi conquistatori dell’ ‘era di nessuno’ furono i Seattle SuperSonics, che vinsero il loro primo e unico titolo nel 1979. Le divise che indossavano vi potrebbero risultare familiari, visto che furono le stesse indossate da Gary Payton e Shawn Kemp fino al 1995.

Nel corso degli Anni ’70, i Sonics erano stati la squadra di Spencer Haywood (grandissimo campione finito nel micidiale tunnel della cocaina), Lenny Wilkens (che nel 1992 sarà nello staff tecnico del Dream Team), ‘Slick’ Watts (che arrivò ai Sonics in quanto il suo allenatore di college era il cugino del coach di Seattle) e coach Bill Russell (proprio lui).
Quando Russell e Haywood se ne andarono, il nuovo corso si incentrò sui giovani; Dennis Johnson, Jack Sikma, Gus Williams, ‘Downtown’ Freddie Brown, tutti giocatori che permisero ai Sonics di arrivare ai vertici della lega.
Quando Lenny Wilkens tornò a Seattle nei panni di capo-allenatore, la squadra prese velocita. Nel 1978 arrivò alle Finals, dove venne sconfitta da Washington, e l’anno successivo si vendicò dei Bullets portando il titolo nella Emerald City.
La stagione seguente fu decisamente buona, visto che Seattle arrivò alle finali di Conference. I loro avversari, però, erano i Los Angeles Lakers di Kareem Abdul-Jabbar e di un rookie con il numero 32 destinato alla grandezza.
I Sonics persero quella serie, mentre Magic Johnson e compagni diedero ufficialmente inizio ad una nuova era.

NBA Jersey Stories – The Answer – L’era di Allen Iverson

allen iverson

Tutti coloro che si sono affacciati all’universo NBA solamente negli ultimi anni hanno sempre visto i Philadelphia 76ers nei bassifondi della lega, invischiati in un processo di ricostruzione all’apparenza interminabile; i loro fratelli maggiori, però, ricorderanno di certo un periodo in cui questa squadra era una delle più amate, un periodo in cui la maglia numero 3 veniva indossata da milioni di ragazzi in tutto il mondo il motivo era uno ed uno soltanto, Allen Iverson.

Erano gli anni in cui un ‘piccoletto’ venuto dalla strada conquistò una franchigia, una città, l’intera NBA, facendo cose che uno della sua stazza (183 cm per 75 kg) non avrebbe nemmeno potuto permettersi di sognare. Gli anni a cavallo tra i due secoli verranno ricordati anche come l’era di Allen Iverson.

La storia dei Sixers fino ad Allen Iverson

I Sixers non avevano mai indossato i colori che A.I. renderà celebri grazie ai suoi crossover. Con le maglie bianche e rosse, la squadra aveva vissuto diverse epoche gloriose. Negli Anni ’60 Wilt Chamberlain aveva guidato i suoi ad una delle più grandi imprese di sempre: battere i grandi Celtics di Bill Russell e vincere l’unico titolo di quel decennio che non sia finito nella bacheca biancoverde. Dieci anni più tardi, nel 1976, ebbe inizio l’era di ‘Doctor J’ Julius Erving, culminata nel 1983 con l’arrivo di Moses Malone e con la vittoria del secondo titolo NBA (dopo altre tre finali perse), in un’epoca dominata in lungo e in largo da Celtics e Lakers. Dopo il ritiro del Doctor, un giovane Charles Barkley aveva tenuto a galla la squadra, ma la sua cessione ai Phoenix Suns aveva fatto sprofondare Phila in un baratro simile a quello in cui naviga attualmente.

Nel 1996, al termine dell’ennesima stagione disastrosa (18 vittorie e 64 sconfitte), le sorti della franchigia cambiarono drasticamente. Il ruolo di presidente fu assegnato a Pasquale ‘Pat’ Croce, la cui storia merita un breve approfondimento.
Già preparatore atletico dei Philadelphia Flyers della NHL, Croce (di chiare origini italiane) era stato ingaggiato dai Sixers per allenare il centro Shawn Bradley. Non per migliorarne le abilità a rimbalzo o il gioco in post, bensì… per fargli prendere la cintura nera di taekwondo! Una volta riuscito nella sua (fondamentale) impresa, Pat si era guadagnato la stima incondizionata della dirigenza, che (non solo per questo motivo, si immagina) puntò su di lui per ripartire.
Il buon Pasquale, però, avrebbe avuto probabilmente meno successo se dalla draft lottery non fosse uscita la prima scelta assoluta, con la quale i Sixers chiamarono un giovane playmaker destinato a cambiare per sempre la cultura cestistica americana: Allen Iverson, per l’appunto.

Allen Iverson: un ciclone sulla NBA

NBA Draft 1996: Allen Iverson è un nuovo giocatore dei Sixers
NBA Draft 1996: Allen Iverson è un nuovo giocatore dei Sixers

La storia della NBA è purtroppo piena di casi di ragazzi ‘salvati dalla strada’ grazie allo sport, ma la giovinezza di Allen Iverson andò decisamente oltre a questo triste clichè.

Nato nel ghetto di Hampton, Virginia, da una ragazza madre (appena quindicenne) lasciata sola dal compagno, Allen venne cresciuto dal patrigno, Michael Freeman, il quale passò gran parte dell’infanzia del ragazzo entrando e uscendo di galera (“è sempre stato un brav’uomo; semplicemente si arrangiava per poter pagare le bollette” dirà di lui Iverson).
Per fortuna, però, l’encomiabile sistema sportivo americano dà una speranza a chiunque, se c’è il talento.
Di talento, Iverson ne aveva, eccome: eccelleva sia nel football che nella pallacanestro, preferendo però il primo (giudicava il basket “uno sport troppo soft, da ragazzine”). Alla Bethel High School di Hampton, Allen divenne una superstar. Al terzo anno condusse sia la squadra di football, sia quella di basket al titolo statale, venendo eletto in entrambi i casi High School Player Of The Year. Allen era già un leader, una stella assoluta, e come tale era circondato da ‘seguaci’ con cui formava una delle immancabili gang dei ghetti americani.
La mattina del 14 febbraio 1993 scoppiò una violenta rissa tra la crew di Iverson e una banda di ragazzi bianchi (a quanto pare per via di insulti razzisti da parte di questi ultimi), durante la quale Allen colpì una ragazza con una sedia.
Le controversie su quell’episodio furono parecchie; fatto sta che, all’arrivo della polizia, solamente i ragazzi di colore vennero arrestati. Le leggi anti-linciaggio in vigore all’epoca fecero sì che A.I. venisse incriminato per ‘lesioni provocate da una folla’ e condannato a quindici anni di reclusione. Allen si proclamò sempre innocente, ma passò quattro mesi in un penitenziario di Newport News; dopodichè fu scarcerato per insufficienza di prove.
Quella vicenda gettò una pesante ombra sulla vita e sulla carriera di Iverson. I migliori college della nazione, che fino a poco tempo prima avrebbero fatto follie per avere un atleta di quel calibro, non se le sentirono di reclutare un gangsta come lui, tanto talentuoso quanto ‘pericoloso’. La madre Ann riuscì comunque a contattare il coach di Georgetown University, John Thompson, e a fargli incontrare il ragazzo. Thompson fu positivamente impressionato, così Allen divenne un giocatore (di basket) dei Georgetown Hoyas.
Pochi giorni fa, durante il discorso per la sua introduzione nella Hall Of Fame, il primo ringraziamento di Iverson fu proprio per coach Thompson, lì presente, “per avermi salvato la vita”.

Iverson con la maglia dei Georgetown Hoyas
Allen Iverson con la maglia dei Georgetown Hoyas

Nei due anni passati nel sobborgo di Washington, A.I. trascinò i suoi ad un Big East Championship e a due apparizioni nel torneo NCAA, chiudendo con la miglior media punti all-time degli Hoyas.
A quel punto, le sirene del basket professionistico furono troppo forti, per un ragazzo cresciuto nella miseria assoluta. Iverson si dichiarò eleggibile per il draft (lo stesso da cui uscirono Kobe Bryant, Steve Nash e Ray Allen), e Pat Croce fece il suo nome.

Allen Iverson: lo sbarco nella lega

Il primo anno di Allen Iverson nella NBA fu folgorante. La lega si ritrovò all’improvviso tra le mani un giocatore che non aveva mai visto; controllo di palla sensazionale, atletismo straripante per un ragazzo di 1.83 e velocità di esecuzione fuori dal comune. Quello che colpì più di ogni altra cosa, però, fu la personalità con cui il numero 3 si presentava sul terreno di gioco. Uno dei primi tatuaggi di Allen rappresentava un bulldog (mascotte degli Hoyas) e la scritta “The Answer”, soprannome rifilatogli dagli amici ai tempi del college (in quanto “unica risposta possibile all’assenza di grandi stelle NBA”). Un altro recitava “Only the strong survive” (“Solo quelli forti sopravvivono”).
Il burrascoso passato di Iverson si rispecchiava soprattutto nell’atteggiamento di sfida con cui affrontava avversari più grossi e più famosi di lui. A causa del frequente trash talking con cui apostrofava giocatori del calibro di Michael Jordan e Shaquille O’Neal, il playmaker dei Sixers divenne presto uno degli atleti più odiati, anche dal pubblico.
Non il suo pubblico, ovviamente, il quale capì ben presto di avere davanti il futuro della franchigia, la vera e propria ‘Risposta’ a tutti i suoi problemi. 30 punti all’esordio contro Milwaukee, cinque partite di fila con almeno 40 punti (di cui una serata da 50 contro Cleveland), miglior marcatore stagionale della squadra (davanti a Jerry Stackhouse e Derrick Coleman), MVP del Rookie Challenge all’All Star Weekend e Rookie Of The Year 1996/97.
Il vero highlight della prima stagione da professionista di A.I., però, andò in scena il 12 marzo, quando i Chicago Bulls di Michael Jordan fecero visita al CoreStates Center (oggi Wells Fargo Center). Trovatosi faccia a faccia con il suo idolo di sempre, Allen si esibì in uno dei suoi micidiali crossover, perfezionati da anni di playground.

Quel gesto rimane tuttora uno dei momenti che più definiscono la carriera di questo fuoriclasse, e dà un’idea del coraggio misto a sfacciataggine con cui il ragazzo approcciò la sua nuova dimensione.
Insieme alla popolarità, aumentavano anche collane e gioielli, e crescevano le treccine. Con il cambio di look deciso dai Sixers nell’estate del 1997, una vera e propria icona era pronta a sbocciare.

hip-hop-Allen Iverson
Allen Iverson

I cambiamenti, a Philadelphia, non furono soltanto sul piano estetico. Nonostante l’innesto di Iverson, infatti, la squadra chiuse la stagione con un poco onorevole record di 22-60, solamente due vittorie in più dell’anno precedente.
Stackouse fu ceduto ai Detroit Pistons, che in cambio spedirono a Phila Theo Ratliff ed Aaron McKie. A stagione in corso verrà aggiunto al roster un altro giovane di belle speranze: Eric Snow. La mossa più importante, però, fu l’ingaggio come head coach del grande Larry Brown.
Già campione NCAA con Kansas nel 1988, Brown era famoso per essere un tradizionalista. Per lui si poteva anche perdere, ma bisognava giocare “nel modo giusto”, come da dettami tattici da lui imposti. Questa mentalità porterà Brown al successo (qualche anno più tardi con i grandi Pistons), ma inizialmente fece scaturire durissimi contrasti con l’astro nascente dei suoi Sixers, per il quale l’unica “right way” era “my way”.

Che la coesistenza con il nuovo allenatore potesse essere problematica, era abbastanza facile da pronosticare. Iverson, abituato fin dai tempi del liceo ad essere LA star indiscussa, era alquanto reticente a seguire ‘l’autorità’. Veniva spesso accusato di essere estremamente egoista, giocando il più classico degli ‘uno contro tutti’ e mandando su tutte le furie il suo coach. Allen aveva però una caratteristica che a Brown era sempre piaciuta molto: lottava fino alla fine.
I due riuscirono in qualche modo a venirsi incontro e la squadra ne beneficiò. Nel 1998 le vittorie aumentarono ancora (31-51), ma l’anno successivo un Allen Iverson capocannoniere della lega riportò i Sixers ai playoff.
‘The Answer’ arrivò all’appuntamento con la sua prima post-season più carico che mai, guidando Phila ad un clamoroso successo contro gli Orlando Magic di Penny Hardaway. La stagione finì nella serie successiva contro Indiana, ma la carriera di Iverson stava per arrivare al suo picco massimo.

Nella stagione 1999/2000, il numero 3 fu chiamato per la prima volta all’All Star Game, partendo titolare per la Eastern Conference, poi chiuse al secondo posto, dietro all’inarrivabile Shaquille O’Neal, la corsa al titolo di MVP stagionale. Ai playoff, l’ostacolo rappresentato dai Pacers di Reggie Miller si rivelò ancora una volta insormontabile, e Phila fu rimandata a casa di nuovo al secondo turno (dopo aver superato Charlotte al primo).

Iverson e coach Larry Brown
Iverson e coach Larry Brown

Se la squadra faticava a fare il salto di qualità, allo stesso tempo Iverson era ormai un’icona planetaria.
‘The Answer’ rivoluzionò il concetto di dress code in voga fra le stelle NBA; vestiti larghi (sia fuori, che dentro il campo, facendo raggiungere ai calzoncini da gara una lunghezza allora inesplorata), argenteria varia e fascette fecero storcere più di un naso in quel periodo.
Il suo legame con la cultura hip-hop non si manifestava solo nell’abbigliamento; con lo pseudonimo di Jewelz, incise un pezzo rap dal titolo 40 Bars. Pesantemente (e giustamente) criticata per alcune frasi omofobe, la canzone non verrà mai pubblicata.

Coach Brown, però, ne aveva abbastanza. Gli atteggiamenti da star di Iverson, che spesso e volentieri arrivava tardi agli allenamenti (quando non li saltava direttamente), non si potevano più conciliare con la sua visione di pallacanestro. Nell’estate del 2000, Brown chiese alla dirigenza di cedere il giocatore, e il trasferimento fu ad un passo dal compiersi.
A.I. sembrava ormai destinato ai Detroit Pistons, ma il centro Matt Geiger, anch’egli parte della trade, rifiutò la nuova destinazione, facendo così saltare tutto. Iverson rimase dunque a Philadelphia, con buona pace di Brown.

Il coach e il suo miglior giocatore dovettero, volenti o nolenti, trovare il miglior modo per continuare il loro rapporto.
Allen promise a Brown che avrebbe cercato di coinvolgere maggiormente i compagni; in cambio, avrebbe avuto una maggiore libertà sul terreno di gioco. Il patto tra i due funzionò alla grande, e i Sixers innestarono la marcia in più necessaria per arrivare in alto. La spinta definitiva fu l’innesto di Dikembe Mutombo, più volte All-Star con Denver Nuggets e Atlanta Hawks, chiamato per sostituire l’infortunato Theo Ratliff.

Iverson disputò la miglior stagione della sua carriera, premiata con il titolo di MVP (il più basso e più leggero giocatore di sempre a raggiungere questo traguardo). Non fu l’unico trofeo stagionale per ‘The Answer’, che fu anche miglior realizzatore stagionale e MVP dell’All Star Game. In quest’ultima occasione, sollevando il premio, A.I. cercò qualcuno con lo sguardo, poi chiese a gran voce: Dov’è il mio coach? Questo trofeo è per lui”.
Oltre al fuoriclasse in maglia numero 3, a distinguersi furono lo stesso Mutombo, per la quarta volta in carriera miglior difensore dell’anno, e Aaron McKie, incoronato Sixth Man Of The Year. Come ciliegina sulla torta, Larry Brown fu eletto Coach Of The Year per aver guidato i suoi al miglior record ad Est.

Un gesto epico: Allen Iverson nella storia

Quelli del 2001 furono indubbiamente i migliori Sixers dai tempi di Doctor J, e si presentarono ai playoff con la consapevolezza che quello poteva essere l’anno giusto. Dopo aver finalmente sconfitto Indiana, Phila disputò una serie leggendaria contro i Toronto Raptors di Vince Carter. ‘Vincredible’ ed Allen Iverson ingaggiarono un memorabile duello a distanza: ai 54 punti di ‘The Answer’ in gara-2 seguirono i 50 di Carter in gara-3. A.I. rilanciò con altri 52 punti nella quinta partita, Vince replicò in quella successiva mettendone ‘appena’ 39. La serie arrivò a gara-7, dove i 21 punti e 16 assist di Iverson, uniti al tiro decisivo sbagliato proprio da Carter, regalarono il passaggio del turno a Philadelphia.
Superati più agevolmente i Milwaukee Bucks, i Sixers approdarono alle NBA Finals, le prime dal 1983.

NBA Finals 2001: 'The Answer' scavalca Tyronn Lue (Lakers) dopo averlo mandato a terra con un leggendario crossover
NBA Finals 2001: ‘The Answer’ scavalca Tyronn Lue (Lakers) dopo averlo mandato a terra con un leggendario crossover

Gli avversari, però, erano gli invincibili Los Angeles Lakers della ‘premiata ditta’ Jackson-Bryant-O’Neal, che fino a quel momento avevano letteralmente distrutto ogni avversario; 11 vittorie e ZERO sconfitte in tutti i playoff.
Lo scontro era chiaramente impari: da una parte una delle squadre più forti di ogni epoca, dall’altra Iverson, un trentacinquenne Mutombo e dei (seppur validi) comprimari.
Quello che successe in gara-1, perciò, fu un’enorme sorpresa. I 44 punti e 20 rimbalzi di Shaq non bastarono ai Lakers, perché ‘The Answer’ giocò la più celebre partita della sua carriera, mettendone 48 e regalando la vittoria ai Sixers all’overtime. L’immagine-simbolo di quella notte venne scattata subito dopo un incredibile canestro di A.I. il quale, mandato per terra il suo marcatore Tyronn Lue (oggi allenatore dei Cavs), lo ‘scavalcò’ con il solito sguardo di sfida dipinto sul volto.
Lue e compagni trovarono presto il modo di vendicarsi; dalla partita successiva, per gli uomini di coach Brown non ci fu più scampo. Kobe e Shaq (quest’ultimo scontatissimo MVP della serie) dominarono letteralmente i Sixers, chiudendo la pratica con quattro vittorie di fila.

Practice? Allen Iverson leggenda

La stagione successiva, le ambizioni della squadra furono presto ridimensionate dai numerosi infortuni, tra cui quelli di Allen Iverson e di Matt Geiger, con quest’ultimo addirittura costretto a ritirarsi per i continui problemi al ginocchio.
Phila chiuse al sesto posto della Eastern Conference, e venne sorprendentemente eliminata da Boston al primo turno di playoff.
Dopo l’eliminazione, Larry Brown non lesinò critiche nei confronti di Iverson che, a quanto pare, non aveva perso la vecchia abitudine di saltare gli allenamenti. La risposta di A.I. arrivò nel corso di una conferenza stampa, passata alla storia, in cui espresse più volte la sua opinione riguardo agli allenamenti:

L’unico lampo di quella stagione fu il secondo titolo consecutivo di capocannoniere per Iverson. ‘The Answer’ e Mutombo, inoltre, furono tra i protagonisti dell’All Star Game giocato in casa. Quella sera, Allen giocò eccezionalmente con il numero 6, come tributo al leggendario Doctor J.

Per tornare in alto, la dirigenza (rimasta ‘orfana’ di Croce, dimessosi dopo le finali perse) mise sotto contratto Keith Van Horn, fresco finalista NBA con i New Jersey Nets (anch’essi sconfitti dai Lakers).
I risultati, però, non furono esaltanti. Dopo aver ospitato l’ultima partita in carriera di Michael Jordan (con la gara che fu interrotta per diversi minuti per omaggiare il leggendario numero 23), Phila chiuse con il quarto piazzamento ad Est.
Superati i New Orleans Hornets al primo turno (con 55 punti di Allen Iverson in gara-1), i Sixers furono sconfitti in sei gare dai Detroit Pistons.

L’ennesima delusione fu la goccia che fece traboccare il vaso. Larry Brown si dimise, passando proprio ai Pistons, e la squadra si avviò verso un periodo di pura ‘anarchia’.
Il posto di Brown fu preso dall’assistente Randy Ayers, a sua volta sostituito da Chris Ford (entrato nella storia del gioco per aver segnato, nel 1979, il primo canestro da tre punti mai registrato in NBA). Quest’ultimo ingaggiò un durissimo testa a testa con Iverson, che reagì nel modo più deleterio possibile; più volte multato per aver saltato gli allenamenti e per non essersi presentato (senza preavviso) ad una partita dei suoi compagni, A.I. si rifiutò persino di scendere in campo quando, una sera, Ford gli comunicò che sarebbe partito dalla panchina (cosa peraltro normale, dato che Allen stava recuperando da un infortunio).
I capricci e gli infortuni (veri o presunti) di ’The Answer’ condizionarono pesantemente la stagione, e i Sixers furono estromessi dai playoff per la prima volta dal 1997.
Ciononostante, Iverson fu chiamato (come ogni anno) all’All Star Game e prese parte alla spedizione olimpica di Atene 2004. Alla guida di Team USA, A.I. ritrovò Larry Brown. Ancora una volta, però, l’unione tra i due non portò nessun trofeo; gli Stati Uniti furono clamorosamente sconfitti in semifinale dall’Argentina, portando a casa una deludente medaglia di bronzo.

Il pessimo piazzamento della stagione precedente permise ai Sixers di ottenere la nona scelta al draft 2004, con la quale fu selezionato Andre Iguodala, iper-atletica guardia da University Of Arizona.
’Iggy’ fu subito inserito in quintetto dal nuovo coach Jim O’Brien, e trovò una grande intesa con Iverson. Con le alzate di Allen per le schiacciate di Andre, i due A.I. formarono una vera e propria ‘macchina da highlights’.
Il numero 3 recuperò l’entusiasmo perduto; per la quarta volta miglior realizzatore delle lega e per la seconda volta MVP dell’All Star Game, Iverson fu anche inserito nel primo quintetto All-NBA.

Anche grazie all’acquisto di Chris Webber, che a metà stagione lasciò gli amati Sacramento Kings, la squadra tornò ai playoff. Ad attenderla, però, c’erano i campioni in carica Detroit Pistons, che si sbarazzarono degli ex-allievi di coach Brown e continuarono la loro difesa del titolo.

Come tutti gli allenatori passati in quegli anni da Philadelphia, anche O’Brien durò pochissimo. Nell’estate del 2005 fu chiamato al suo posto Maurice Cheeks, uno dei protagonisti (sul campo) del titolo vinto dai Sixers nel 1983.
La stagione 2005/06 (che inaugurò un dress code per gli atleti, voluto dal commissioner David Stern ed aspramente criticato da Iverson) vide il playmaker da Hampton ancora in grande spolvero. I sui 33 punti di media a partita, tuttavia, non bastarono per diventare nuovamente capocannoniere; un certo Kobe Bryant chiuse infatti la regular season a 35.4, forte anche della leggendaria gara da 81 punti contro Toronto.
Anche Iguodala continuava a crescere. Il picco della sua stagione fu l’All Star Weekend 2006; prima fu premiato MVP della partita tra rookie e sophomore, poi fu protagonista di una memorabile gara delle schiacciate, in cui perse in finale contro Nate Robinson.

Iverson con la divisa alternate dei Sixers, utilizzata dal 2001 al 2006
Allen Iverson con la divisa alternate dei Sixers, utilizzata dal 2001 al 2006

Nonostante le prestazioni delle loro guardie, i Sixers non riuscirono a qualificarsi per i playoff, facendo presagire l’imminente fine di un ciclo. A peggiorare ulteriormente le cose, Allen Iverson e Webber si presentarono in grave ritardo ad una Fans Appreciation Night (un prepartita dedicato interamente ai fan), deteriorando di fatto il rapporto con la dirigenza e con il pubblico stesso.
Durante l’estate seguente, appariva ormai certo l’addio delle due grandi star, che invece si presentarono puntualmente al training camp. Era solo questione di tempo, però: ‘The Answer’ si mostrò scontento dei movimenti estivi del front office, minacciando di chiedere il trasferimento. Ormai esasperati, il GM Billy King e soci decisero di liberarsi una volta per tutte della loro stella più luminosa. Il 19 dicembre 2006 finì ufficialmente l’era di Allen Iverson a Philadelphia.

Allen Iverson ai Nuggets

Con la cessione del ‘piccolo grande uomo’ ai Denver Nuggets seguita dalla rescissione del contratto di Chris Webber, per i Sixers era tempo di ricostruire. Iguodala divenne il leader incontrastato della squadra, e per poco non la trascinò ai playoff (i Sixers chiusero noni), grazie anche all’apporto di giocatori come Sam Dalembert, Kyle Korver e Andre Miller (quest’ultimo arrivato da Denver nell’affare-Iverson).

La chiamata di Thaddeus Young al drat 2007 aggiunse un prezioso tassello ai nuovi 76ers, i quali si presentarono al via con un’inedita versione rossa delle divise alternate. A sorpresa, gli uomini di Cheeks riuscirono a tornare ai playoff, centrando l’ottavo piazzamento ad Est. Fu solo una fugace apparizione, visto che Detroit vinse in sei partite, ma a solo un anno e mezzo di distanza dall’addio a ‘The Answer’, la stagione fu un clamoroso successo.
Con l’aggiunta al roster di Elton Brand, già All-Star con Chicago Bulls e Los Angeles Clippers, la dirigenza puntò a migliorare ulteriormente gli ottimi risultati ottenuti.
Malgrado il nuovo acquisto fu fermato dopo pochissimo tempo per un grave infortunio alla spalla, Phila riuscì comunque ad approdare alla post-season, dove fu sconfitta da Orlando in un emozionante scontro al primo turno.

Nell’estate del 2009 la franchigia decise di tornare alle classiche divise bianco-rosse, rese grandi nell’epoca di Julius Erving e Moses Malone.
Le inconfondibili maglie degli anni di Allen Iverson, quelle con cui ‘The Answer’ aveva conquistato un’intera generazione di fan pur essendo il peggiore dei ‘modelli da seguire’, furono abbandonate per sempre.

Trust the Process: una nuova era per i Sixers del post Allen Iverson

Iniziò un lungo periodo di mediocrità, a cui nemmeno il ritorno di Iverson (nella stagione 2009/2010, la sua ultima in NBA) riuscì a porre fine.
Con la disastrosa operazione del 2012, che mandò Iguodala a Denver e portò Andrew Bynum (WANTED) in Pennsylvania, la situazione degenerò ulteriormente, fino a sfociare in questi anni tetri di tanking selvaggio.
Pochi mesi fa, a vent’anni esatti dal draft che diede inizio a tutto, un’altra pallina numero 1 è finalmente uscita dalla lottery, e si è tramutata in Ben Simmons. Che sia l’inizio di una nuova era? Con Embiid, con Simmons, con Fultz ultimo arrivato è iniziata a fase del Trust the Process…