NBASuperheroes, il classico Supereroe a stelle e strisce: LeBron James è Captain America

Benvenuti ragazzi a questo nuovo appuntamento con la nostra rubrica NBA Superheroes. Riprendersi dopo le vacanze pasquali, qualche grigliata di troppo e il torneo NCAA, non è stato affatto facile, ma finalmente abbiamo smaltito l’overdose di birra e siamo pronti per tornare.

Oggi vi presenteremo due Supereroi che sono la proiezione  del Superuomo per antonomasia, ma che per arrivare ad essere ciò che sono hanno affrontato mille difficoltà. Parliamo di  Captain America e LeBron James.

Nato nel 1941, come strumento di propaganda contro i Nazisti, dalle menti di Jack Kirby e Joe Simon, Captain America è divenuto un simbolo degli Stati Uniti, tanto che dopo l’attentato del 11 Settembre 2001, i muri di New York si riempirono di murales con il Capitano Piangente. Dopo esser svanito nell’oblio a partire dal 1946, a riportare il personaggio all’antico splendore ci pensa quel genio di Stan Lee, facendo diventare Captain America un Supereroe Marvel.

Captain America
Captain America

Dietro il costume del nostro Supereroe si nasconde Steve Rogers, uomo americano dalla statura molto gracile e debole che fece di tutto per essere arruolato nell’esercito del proprio paese, venendo però scartato a causa del proprio fisico. Qualcuno però nota la grinta e il patriottismo di Steve e gli concede una chance. Quel qualcuno è il dottor Abraham Erskine, scienziato tedesco scappato dalla Germania nazista, e ideatore dell‘Operazione Rinascita che consisteva nella creazione di super soldati. Steve Rogers entra così nel progetto e, dopo aver assunto un siero speciale e dopo esser stato esposto a raggi speciale, il suo corpo subisce una totale trasformazione. Il ragazzo gracilino non esiste più, al suo posto è nato un Superuomo, dotato di un fisico marmoreo, dotato di super forza, agilità e più veloce di ogni essere umano. Steve Rogers non esiste più: è nato Captain America. Per suggellare al  meglio la propria trasformazione, la Sentinella Della Libertà, indossa un costume che rappresenti il proprio paese il costume di color blu con una zona centrale a strisce verticali bianche e rosse come la bandiera degli Stati Uniti, ed il caratteristico scudo con i colori degli USA. Subito dopo la trasformazione il nostro Supereroe inizia la battaglia contro i Nazisti e in particolar modo contro il generale Johann Schmidt, divenuto poi il temibile Teschio Rosso, e contro il Barone Zemo, scienziato nazista con il compito di bombardare e distruggere Londra. Nel tentativo di dirottare l’aereo, Captain America precipita nel Canale della Manica, scomparendo per sempre o almeno fin quando non verrà ritrovato, intrappolato in una lastra di ghiaccio e poi liberato, dagli Avengers di cui diventerà il Leader, e venendo considerato il Primo Vendicatore.

“Per costruire un mondo migliore a volte e necessario distruggere quello vecchio e questo crea nemici”

Il fulcro della storia è l’analisi psicologica del nostro Supereroe, divenuto molto più che un semplice eroe a fumetti: era un simbolo. Il vero Supereroe è quello dietro la maschera, la persona nascosta nel costume. Steve è la persona adatta per diventare un Eroe in grado di difendere il proprio paese. Dotato di gentilezza, umiltà, senso di giustizia e quella determinazione di non arrendersi mai e di combattere le ingiustizie compiute ai danni dei più deboli sono le caratteristiche fondamentali per far parte di quella ristretta cerchia di persone che noi chiamiamo Eroi, ma che in realtà non fanno altro che il proprio dovere, magari con qualche aiuto, e combattono il male proprio come piace a noi: a calci supersonici nel Sedere!

Captain James
Captain James

Il 30 Dicembre 1984 è il giorno in cui nasce colui che ha scritto la storia recente della Pallacanestro a Stelle e Strisce. Stiamo parlando di LeBron Raymone James. Nato ad Akron, Ohio il piccolo cresce allevato dalla sola madre, Gloria James. LeBron passerà l’infanzia e tutta l’adolescenza in condizioni economiche proibitive, spesso dovendo cambiare casa ogni mese, e dovendo adattarsi alla vita nel ghetto. Mamma Gloria continuerà sempre a incoraggiare il proprio figlio, che resterà molto legato sia alla madre, sia alla città di Akron. Il giovane eccelle in due sport, Football e Basket, e fino al terzo anno della St.Vincent-St.Mary High School farà parte di entrambi i team della scuola. Nei primi due anni James è paurosamente inarrestabile e porta il proprio team alla vittoria di due titoli statali consecutivi, vincendo il premio di Mr Basketball e quello di MVP. Il terzo anno purtroppo non riuscirà a rivincere il premio di MVP e nemmeno il terzo titolo statale consecutivo, ma a 17 anni, il nostro si dichiara eleggibile per il Draft NBA  2003 e i Talent Scout impazziscono letteralmente. Sport Illustrated gli dedica una copertina, dal Titolo : ” The Chosen One”, il prescelto.

SPORTSILLUSTRATED

Tra una partita trasmessa su ESPN,

https://www.youtube.com/watch?v=aKntK1LsHQM

 

( con il secondo miglior sharing di sempre, secondo solo al ritorno di MJ sul parquet),la sera del 26 Giugno 2003, l’allora Commissioner David Stern pronuncia il suo nome, con la prima chiamata assoluta. Chi è a chiamarlo è scontato, sono i suoi Cleveland Cavaliers, squadra dello stato dell’ Ohio, vera e propria casa del Prescelto.

Quel Draft è storia, come lo sono gli anni a Cleveland ( molto spesso travagliati) , dove un 17enne è la stella assoluta. Il primo anno è un successo individuale, dato che James vince il premio di Rookie dell’anno con medie assurde (20.9 punti, 5.5 rimbalzi e 5.9 assist di media, citofonare Jordan e Oscar Robertson), ma è un fallimento di squadra, poichè dopo un finale di Regular Season orrendo i Cavs non disputano i Playoffs. James vola così ai giochi olimpici con gli USA, venendo eliminato dall’Argentina di Manu Ginobili, vincendo però il bronzo olimpico. Il secondo anno vede ancora LeBron a dominare l’intera lega, mantenendo un media di 27.2 punti, 7.4 rimbalzi e 7.2 assist, ma i Cavaliers non volano da nessuna parte. La stagione 2005/2006, sembra quella della svolta, perchè James riesce a trascinare il proprio Team ai Playoffs, grazie a prestazioni che segnano la storia della lega come i 56 punti rifilati ai Raptors all’Air Canada Center. Al secondo turno arrivano i vice campioni NBA, i Detroit Pistons, che la spuntano incredibilmente a Gara 7. Le medie stagionali del prescelto crescono ancora,  31.4 punti di media, conditi da 7 rimbalzi e 6.6 assist…roba da ALIENI! Nell’Estate 2006  arriva un’altra delusione con la nazionale USA, vincitrice di una medaglia di bronzo ai mondiali in Giappone.

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James è frustrato e decide di cambiare il proprio stile di gioco, coinvolgendo di più i propri compagni e ponderando meglio le scelte nei momenti chiave delle partite. Così nella stagione 2006/2007 i Cavs arrivano alle Finals NBA dopo aver eliminato i Detroit Pistons alle Eastern Conference Finals. Alle Finals  NBA arrivano i San Antonio Spurs di coach Greg Popovich e del trio di stelle Duncan-Parker-Ginobili. E’ massacro Spurs, che si portano l’anello a casa Sweppando i Cavs di James. La stagione successiva vede James vincere il secondo premio di MVP dell’All Star Game, ma porta ancora in grembo una cocente delusione ai Playoffs, visto che i Boston Celtics riescono a spuntarla a gara 7, giocando in casa al TD Garden. Nella stessa Estate arriva finalmente il primo successo di squadra della carriera del Prescelto. Finalmente il Team USA vince l’oro alle Olimpiadi 2008 a Pechino. Il 6 Settembre arrivano le lacrime: Kristopher Belman, realizza un documentario sulla vita del Chosen One intitolato ” More Than A Game”.

”Ho molto da imparare e tanti anni davanti a me per farmi un nome e per vincere un titolo. Non devo aver fretta. Sento che attorno a me si è creata molta attenzione, mi piace, mi stimola, quando faccio un bel numero e la gente si esalta è bello. Ma so bene che senza i compagni, il coach e l’organizzazione non sarei nessuno. Devo mantenermi coi piedi a terra. Trarre vantaggio dal fatto che ogni sera affronto i migliori al mondo, rubare qualcosa a ciascuno di loro. Giocare a basket mi fa sentire bene, non credo che mi monterò la testa.“

Incitato dall’oro Olimpico, la stagione 2008/2009 vede LeBron James in versione Supereroe . Vincitore del primo premio di MVP della Regular Season,  James si carica i Cavs sulle spalle, conducendoli al miglior record della stagione ( 66 W 16 L) e spazzando via ai Playoffs gli Atlanta Hawks e i Detroit Pistons. Alle Finals di Conference arrivano gli Orlando Magic di Superman, Dwight Howard e per James arriva ancora una cocente eliminazione. Entrato nell’ultimo anno di contratto, la dirigenza dei Cleveland Cavaliers tenta il tutto per tutto, aggiungendo al Roster  Shaquille O’Neal e Antawn Jamison. Il motto è Win a Ring For The King. Altro MVP della regular season per Mr LeBron James e altro miglior record NBA per i Cavs ( 61 W 21 L ). A peggiorare il rapporto tra James e i Cavs arriva puntualmente l’eliminazione al secondo turno dei Playoffs, contro i Boston Celtics. Tutti attaccano il giocatore, considerandolo un perdente, uno che non da nulla quando la palla scotta per davvero.

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La soluzione? Arriva l’8 Luglio su ESPN, quanto attraverso ” The Decision ” LeBron Raymone James annuncia l’addio ai Cleveland Cavs, per portare il proprio talento a South Beach, Florida dove giocherà con i Miami Heat. Insieme al Prescelto arriva Chris Bosh, formando i Big Three insieme a The Flash Dwyane Wade. Le polemiche scoppiano in tutti gli USA, tanto che il proprietario dei Cavs, Dan Gilbert , condanna la ” buffonata” nazionale di James dichiarando che la propria franchigia vincerà un titolo prima di LeBron. Dopo un avvio non proprio eccitante e con un chimica di squadra latitante ( vedere i vari Timeout chiamati da Coach Spoelstra nella stagione 2010/2011), James abdica al trono di MVP (tiene 26.7 punti, 7.5 rimbalzi e 7 assist medie comunque stratosferiche )  in favore di Derrick Rose, playmaker  dei Chicago Bulls detentori del miglior record NBA. LeBron, che nel frattempo ha cambiato numero di maglia passando dalla 23 alla 6, spazza via il più giovane MVP di sempre alle Eastern Conference Finals, piazzando un 4 a 1 a favore dei Miami Heat. Dietro l’angolo però ci sono i Dallas Mavericks di Dirk Nowitzki. Il risultato delle NBA Finals è una ancora un  delusione, e Dallas conquista il titolo NBA. Piove sul bagnato, ma tranquilli l’orgoglio del Supereroe lo porterà finalmente ad esplodere. La stagione 2011/2012 parte in ritardo, causa Lockout e vede LeBron James in formato Captain America. Prende botte e soprattutto le restituisce, riprendendosi il trono di MVP ( terzo per lui), mantenendo  27,1 punti a partita, 7,9 rimbalzi e 6,2 assist a sera. Dopo delle Eastern Conference  Finals combattutissime contro i Boston Celtics, chiuse solo a Gara 7, i Miami Heat sono inarrestabili e nelle Finals NBA gli Oklahoma City Thunder non hanno scampo. 4 a 0 e primo anello per il Re, che si porta a casa anche l’MVP delle Finals.

MVP
MVP

Arriva l’Estate 2012 e James farà parte della spedizione di Londra, con risultato Oro Olimpico. Questa squadra verrà considerata al pari del Dream Team del 1992. La stagione 2012/2013 vede i Miami Heat rinforzarsi con gli arrivi di Ray Allen e Chris Andersen, ed un LeBron James sempre più al comando della lega, scrivendo altre pagine di storia, vincendo il 4 MVP della propria carriera e stabilendo record personali registrando 26.8 punti, 8 rimbalzi, 7.3 assist, 56,5% al tiro e 40.6% da oltre l’arco a partita (record in carriera nei rimbalzi, nella percentuale dal campo e dalla linea dei tre punti). Gli Heat ottengono il miglior record dell’NBA  ( 66 W 16 L) e arrivano alle Finals NBA dopo una ECF molto sudata contro i Pacers di Paul George. Alle Finals arrivano i San Antonio Spurs, che significano molto per il nostro Captain America. La serie tra Heat e Spurs è tra le più belle di sempre, portata a gara 7 da una magia di Ray Allen e conclusa da un duello epico tra Supereroi: Tim Duncan vs LeBron James. A spuntarla è il nostro, che si porta a casa il secondo anello consecutivo e il titolo di MVP delle Finals. Gli Heat sono caldissimi e la stagione successiva vogliono il Three Peat, dopo aver dominato l’intera Regular Season, ( MVP Kevin Durant) e arrivando ancora alle Finals NBA, dove ad aspettarli ci sono dei San Antonio Spurs in missione, che interpretano una pallacanestro che definire divina è eufemismo. I Miami Heat sono piegati in due dalle giocate del nuovo che avanza, Kawhi Leonard, vincitore dell’MVP delle Finals. La squadra si disunisce e James decide di tornare a casa. L’estate del 2014 vede una Decision 2.0, con il Prescelto che torna a Cleveland insieme a Kevin Love e Kyrie Irving. L’inizio non è dei migliori e James si infortuna saltando 10 partite. Al suo ritorno è vera poesia e i Cavs sono di nuovo tra le Contender con l’attuale secondo posto nella Eastern Conference.

Back in Cleveland
Back in Cleveland

Statistiche, riconoscimenti e record a parte, LeBron James è il simbolo dell’NBA proprio come Captain America è il simbolo degli USA. The Chosen One lo chiamavano, Messia di pallacanestro è diventato ,cambiando il gioco radicalmente. Dopo aver affrontato una giovinezza molto difficile e dopo aver sconfitto i fantasmi delle molte delusioni, il principe è diventato Re, anche se in giro ci sono molti Heaters. Perchè un personaggio così non può che spaccare in due le platee di appassionati, che però son costretti a stropicciarsi gli occhi davanti ogni sua giocata. Non c’è ne vogliano James Harden o Steph Curry ma l’MVP lo darei sempre a LeBron James . E attenzione perchè i paragoni con MJ non esistono, lui è LBJ, lui è Captain America!

per NBA Passion,

Francesco Papillo 

 

 

NBA Superheroes: carisma e leadership, Russel Westbrook è Leonardo!

Come sempre voglio iniziare l’articolo ringraziando tutti coloro che ci seguono e che ci motivano a proseguire nel nostro percorso.

Il pezzo di oggi è dedicato ad un giocatore che sta dimostrando sul parquet di poter far cose che nessun altro sa fare, mettendo insieme numeri che scomodano mostri sacri come sua Maestà Michael Jordan e Big O Oscar Robertson. Se poi nella formula magica inserisci uno stile ineguagliabile, anche se discutibile, e una leadership pari a quella di Leonardo delle Tartatughe Ninja, inevitabilmente ottieni quel Supereroe che è Russell Westbrook!

Leonardo
Leonardo

Leonardo è il leader delle Tartarughe Ninja, gruppo di guerrieri-ninja, creati dalle brillanti menti di Peter Laird e Kevin Eastman. Un giorno, in seguito ad un incidente automobilistico, quattro tartarughe vengono scaraventate nelle fogne di New York, dove vengono a contatto con un contenitore di sostanze radioattive. Le tartarughe così sopravvivono e vengono contaminate dalle scorie, divenendo così mutanti dalle sembianze umanoidi. Ad allenare ed educare i quattro fratelli ci pensa il maestro Splinter,anziano ratto mutante, che aveva appreso il Ninjitsu dal suo vecchio maestro, eliminato dal malvagio Shredder. E’ proprio Splinter che affida il ruolo di vendicare il defunto maestro Yoshi a Leonardo, consacrandolo come il Leader del gruppo. I nomi delle quattro tartarughe, Donatello-Raffaello- Michelangelo- Leonardo, sono ispirati ognuno ad un genio Rinascimentale. Nel nostro caso, Leonardo è riferito a Leonardo Da Vinci, ovvero colui che viene indicato come la personalità più geniale di ogni epoca.

Leonardo inizialmente riesce a sconfiggere Shredder, trafiggendolo con la propria katana. Il gruppo pensa che il nemico è stato sconfitto, ma quando tutto sembra andar bene, Shredder ritorna e distrugge la tana delle Tartarughe Ninja, costringendole a trovar riparo sotto il tetto di April, loro amica umana. Il male non si ferma mai, e il gruppo guidato da Shredder, il Clan Del Piede, incendia l’appartamento dei nostri Eroi, che scapperanno nel New Hampshire per ritrovare le forze e combattere ancora il male. Leonardo è colui che sentirà di più la clamorosa sconfitta, non essendo stato capace di proteggere la propria famiglia. Ripresosi dalle ferite, il nostro Supereroe ha una profonda ferita mentale e smarrisce i principi che lo hanno portato a diventare un Leader.

”Mi è stato insegnato che l’onore, Il Bushido, è tutto per un vero guerriero! ”

Senso di responsabilità, giudizio, calma, coraggio, l’arte del Bushido ( l’onore), sono tutte quelle qualità che unite ad un impareggiabile talento nelle arti marziali caratterizzano il Leader. Ma Leonardo scappa affrontando una crisi interiore. Ma i veri Supereroi sono coloro che, nonostante le difficoltà alla fine ritornano a prendono a calci nel sedere il male… ed è così che andrà! Leo torna e sconfigge ancora, con l’aiuto dei suoi fratelli, il Clan del Piede, che minacciava gli innocenti compiendo attentati e sparatorie. Dopo mille peripezie il male finalmente è stato sconfitto, soprattutto grazie all’intervento di Leonardo, Leader fisico ma soprattutto morale delle TMNT!

Leonardo-Westbrook
Leonardo-Westbrook

Ad incarnare le doti di Leader è proprio Russell Westbrook. Long Beach, California 12/11/88, data e luogo da non dimenticare mai per un appassionato di basket, il perchè è semplice: nasceva un nuovo Supereroe! Russell cresce ad L.A, passando un infanzia ed un adolescenza non troppo movimentate. I genitori sono sempre presenti per la giovane stellina, e non gli fanno mancare assolutamente nulla. Con il suo migliore amico, Khelcey Barrs, ogni giorno si allena duramente per arrivare a calcare i parquet dell’NBA, emulando l’idolo locale che è quell’Earvin Johnson Jr, al secolo Magic.  Russell e Khelcey entrano a far parte della squadra di pallacanestro della Luzinger High-School, dove Barrs è la stella e Russ si accontenta del ruolo di spalla. Gira voce che UCLA sta visionando i due, con molta più attenzione nei confronti della stella della squadra ovvero Barrs. Nonostante tutto i due amici continuano ad allenarsi insieme, anche dopo gli allenamenti, vanno al campetto e si sfidano 1 vs 1, perchè solo insieme realizzeranno i propri sogni. Ma proprio come succede a Leonardo, non tutto è rose e fiori, e la vita è pronta a metterti alla prova. Durante una partitella al campetto, qualcosa va storto.

Khelcey si accascia al suolo, il cuore non batte più. Il decesso dell’amico segna definitivamente il giovane Russ, che in suo onore decide che ad ogni costo lui arriverà in Nba, per entrambi!

Dopo due anni in panchina, Wesbtrook guiderà la Luzinger ad un record di 25 vittorie e solo 4 sconfitte e mettendo a segno un career high di 51 punti contro Carson. Nonostante ciò, Russ è gracile e non ha uno sviluppo fisico costante, ponendo molti dubbi su una sua carriera futura. I grandi College non lo vogliono, ma pronto al varco c’è l’ateneo che lo visionava a tempo: UCLA. Arrivato al College, inizialmente, la musica non cambia e Russ è costretto a far da secondo a Darren Collison, play titolare. Il secondo anno è quello della svolta. Collison si infortuna e Westbrook diviene la point guard titolare dei Bruins. Con il suo compagno di stanza, Kevin Love, si creerà un duo inarrestabile che porterà il team californiano per ben due volte alle Final Four del torneo NCAA, perdendo però nel 2007 contro Florida e nel 2008 contro Memphis, guidata da Derrick Rose. Finalmente nell’estate del 2008 Russ e Love si dichiarano eleggibili per il Draft, uno dei più talentuosi di sempre, che vede come prima scelta D-Rose.

Con la quarta scelta assoluta , gli allora Seattle Supersonics, oggi Oklahoma City Thunder, scelgono Russell Westbrook, tra lo stupore generale. Ma il GM Sam Presti, scuola San Antonio Spurs, vede benissimo. La stagione da Rookie preannuncia un futuro da Supereroe sul Parquet. Con prestazioni assurde ( tra le quali una tripla doppia da  17 10 10 contro Dallas), viene nominato due volte Rookie del mese, realizzando a fine stagione 15 punti, 5 rimbalzi e 4 assist di media e viene inserito nel primo quintetto Rookie della NBA. L’anno da Sophomore è ancora migliore e, nella partita tra Rookie e Sophomore Russ realizza 40 punti. Nel 2010, grazie all’aiuto dell’amico e compagno di squadra Kevin Durant, i Thunder approdano ai Playoffs, eliminati però dai futuri campioni, i Lakers, guidati da Kobe Bryant ( Batman). Chiuderà la stagione con 16 punti 8 assist e 5 rimbalzi ad allacciata di scarpe.

 

Nell’estate del 2010 farà parte della spedizione degli USA per i mondiali, uscendone vincitore. La stagione successiva è quella della definitiva esplosione. Tutti vedono Durant come Leader, carismatico e silenzioso e soprattutto è il top scorer della lega, mentre Russ, come fatto in passato, si accontenta del ruolo di spalla…no. Niente per SOGNO! Prima convocazione all’ All Star Game e finali di Western Conference, perse però contro i Dallas Mavericks( futuri campioni), segnano la definitiva esplosione di Russel Westbrook che metterà a referto 22 punti di media 8,2 assist e 4,6 rimbalzi.

La stagione 2011-2012 consegna nella top 10 NBA il nome della nostra targaruga ninja preferita, che aiuta i suoi Thunder ad arrivare alle Finals NBA, eliminando in serie Mavericks, Lakers e Spurs. In finale arrivano i Miami Heat di LeBron James e Dwyane Wade ( The Flash). Gara uno è vittoria OKC, con un Leonardo da ben 27 punti 11 assist e 8 rimbalzi. Nonostante ciò i Thunder devono capitolare contro un LeBron James mostruoso, e il solo Westbrook in gara 4 ( 43 punti!!!)  non basta per portare il titolo NBA a casa. Nel 2012 partecipa con gli USA alle Olimpiadi, vincendo l’oro.

L’estate però non è delle migliori, visto che i Thunder dicono addio a James Harden, perdendo certamente una delle maggiori bocche da fuoco della lega. Il primo posto nella Western Conference, durante la Regular Season ( 60 W 22L), sembra illudere i Thunder con un Westbrook che conclude l’anno con 23,2 punti, 5,2 rimbalzi e 7,4 assist in 82 partite giocate tutte da titolare . Durante gara 2 contro gli Houston Rockets, a gioco fermo Patrick Beverly si scontra con Wesbrook, rompendo il menisco del nostro Supereroe, e terminando di fatto i Playoffs dei Thunder, che con il solo Durant( macchina da Regular Season e non da Playoffs) non riescono a ripetersi.

https://www.youtube.com/watch?v=o6N1CImfn6g

La  Regular Season di quest’anno sembra finalmente mostrare chi è RUSSELL WESTBROOK. In una prima parte caratterizzata da molti infortuni, il nostro Supereroe riesce comunque a guadagnarsi la convocazione all’All Star Game dove mette a referto 41 punti (!!!!) uno in meno rispetto al record di 42 punti stabilito da Wilt Chamberlain, e guadagnandosi il premio di MVP della competizione. Durant si infortunia. Poveri Thunder, come faranno senza il loro leader? Volete una risposta. Bene, basta il solo numero: 0.

Westbrook con il carisma e la leadership che possiede da sempre, si porta sulle spalle tutta la squadra, giocando in qualsiasi posizione e facendo letteralmente ciò che vuole. Gli schemi di Coach  Brooks lo limitano e per questo molti dicono che sia fuori controllo, proprio come una scheggia impazzita. Ma di cosa parliamo? 7 triple doppie e ben 4 consecutive, scomodando Mr Michael Jordan e soprattutto tenendo di media 30 punti 10 rimbalzi e 8 assist in un mese ( Febbraio), secondo nella storia dietro Robertson.  Non è però l’unico record polverizzato dal play dei Thunder, che è diventato il sesto giocatore degli ultimi 45 anni capace di segnare almeno 45 punti, prendere 15 rimbalzi e fare 10 assist.

https://www.youtube.com/watch?v=xZW9Ew_EpMM

A questo punto diviene la domanda è una sola. Siamo sicuri che il leader sia l’ex MVP Kevin Durant e non Russell Westbrook. Perchè cuore, grinta, coraggio, un pizzico di follia, palla quadrate, e voglia di realizzare quel piccolo sogno fatto ad un amico d’infanzia che ora non c’è più, spingono un semplice uomo a diventare un vero e proprio Supereroe. Signori e Signore, Ladies and Gentleman, il Leader dei Thunder e delle Tartarughe Ninja: Russell Westbrook è Leonardo!

Russ!
Russ!

NBA Superheroes, Follia allo stato PURO: Allen Iverson è Deadpool!

Eccoci con un altro appuntamento della nostra rubrica NBA Superheroes e come sempre tengo a ringraziare tutti i nostri lettori. Il pezzo di oggi è dedicato al vincitore del quiz, presente sulla nostra pagina Facebook NBA e Supereroi , del 23 Febbraio. Il nostro vincitore ha scelto Deadpool, e noi lo abbiamo accontentato. Ma quale giocatore accostargli? Chi altro può essere tanto forte da essere un eroe, ma tanto pazzo da esser considerato quasi un antieroe? Ovviamente, stiamo parlando di THE ANSWER: Mr Allen Iverson. Ma procediamo con ordine.

Deadpool
Deadpool

Deadpool è stato creato dalle acute menti di Fabian Nicieza e Rob Liefeld ed è apparso negli albi a fumetti della Marvell  nel Febbraio 1991. Wade Winston Wilson nasce in Canada e la sua infanzia è caratterizzata da un continuo peregrinare per le basi militari insieme al padre, generale dell’ USAF. Fin da piccolo Wade è un bulletto e dà molti grattacapi al proprio padre, forse per attirarne l’attenzione.  La sua è una personalità molto disturbata e ciò probabilmente è dovuto a due choc: la morte della madre in giovane età, a causa di un tumore; l’uccisione del padre durante una sparatoria in un bar, mentre lo accompagnava a casa. Così inizia una lunga spirale di perversione mentale e pazzia. Abbandonati gli studi si arruola nell‘US Army, che però lo caccerà dopo un anno per insubordinazione. Wade così decide di diventare un mercenario e di mettere al servizio le proprie abilità in guerra al servizio dei più ricchi. Poco dopo gli viene diagnosticato un tumore al cervello, probabilmente ereditato dalla madre, e gli viene offerta la possibilità di partecipare al progetto Arma X, un procedimento che gli avrebbe donato gli stessi poteri di Wolverine, quelli della rigenerazione. Inizialmente i poteri non si manifestano nel nostro Mercenario e viene trasferito in un Ospizio, dove i pazienti sono destinati a morire in seguito agli esperimenti effettuati dal dottor Killebrew, grazie all’aiuto di un Sorvegliante, che si rivelerà anch’egli un mutante. Wade si ribella e grazie alla manifestazione dei propri super poteri uccide il Sorvegliante e scappa con gli altri pazienti. Irrimediabilmente sfigurato sia nel volto che nella mente, Wade Winston Wilson muore per lasciar spazio ad un genio della follia, vestito di rosso e nero, che prende il nome di Deadpool, per ricordare le sofferenze patite nell’Ospizio.

”Sono stato creato specificamente dagli umani… per uccidere gli umani. Il che la dice lunga sulla razza umana in generale, non credete?!”

Egli è un personaggio fortemente disturbato, affetto di doppia,tripla e anche quadrupla personalità, è sempre fuori controllo, tanto da schierarsi sai dalla parte del bene che da quella del male, ed inoltre Deadpool è pienamente consapevole di esser semplicemente un personaggio di un albo a fumetti, rivolgendosi spesso ai lettori e combattendo battaglie sia contro altri Supereroi, sia contro personaggi della letteratura classica, con l’unica colpa di essere come lui, ma inconsapevoli di esserlo . Dotato di una parlantina instancabile, viene considerato  ”The Merc With a Mouth”, il Mercenario Chiacchierone e perciò nessuno lo sopporta, nemmeno le sue versioni del futuro che tornano nel passato per regolare qualche conto in sospeso. Dunque Deadpool è un personaggio spesso scomodo, non solo per le sue eccezionali doti da killer, la sua mira soprannaturale, la sua abilità con le spade e il potere della rigenerazione, ma anche per la sua personalità con cui nessuno vuole mai aver a che fare. O lo si ama o lo si odia, non c’è una via di mezzo. Deadpool vince sempre, in ogni caso.  La sua figura non è quella dell’eroe classico della Marvell, è sopra le righe, è scemo e fuori controllo , pazzo ed ha sete di sangue, ma attraverso il suo fascino e il suo carisma Deadpool ha conquistato milioni di lettori nel mondo. E poi come si fa a resistere al suo bel faccino da Killer?

 The Answer
The Answer

Tutto genio e sregolatezza è l’uomo che proviene Hampton, Virginia ed ha cambiato la storia della NBA. Stiamo parlando di Allen Ezail Iverson. Nato e vissuto nel ghetto, Allen nasce 7 Giugno 1975 e verrà cresciuto unicamente  dalla madre, Ann, che lo aveva concepito alla giovane età di 15 anni. Proprio come Wade Winston Wilson, Iverson cambia spesso abitazione, ma non per seguire il padre nell’Esercito, ma per scappare dalla povertà e dal degrado del ghetto. Così il piccolo Allen cresce spostandosi da casa popolare in casa popolare, da appartamento in appartamento, e l’unica via che lo tiene lontano dalla strada è lo Sport. Il nostro piccolo eroe però inizialmente ama il Football, e probabilmente ne  sarebbe diventato una stella, ma mamma Ann ha altri piani per lui e decide che il suo giovane pargoletto sarebbe dovuto diventare un giocatore di Basket. Così frequentando la Bethel High School, divenne la guardia titolare della squadra di pallacanestro, compiendo gesta sul parquet che un ragazzino poteva solamente sognare. Subisce molto presto un forte choc che è quello dell‘assassinio del suo migliore amico, Tony Clark, trovato ucciso dalla propria ragazza. A 12 anni Allen era già l’uomo di casa e doveva badare alle sorelline. Nessun problema, il nostro è già un eroe prima ancora di esserlo, grazie anche all’aiuto della madre, che preferisce comprare le scarpette al figlio che pagare le bollette.

”Perchè se ci credi allora otterrai ciò che vuoi! ”

Allen non perde mai, e porta sia la squadra di football che quella di pallacanestro al titolo statale. Ma quando meno te lo aspetti, il disastro è dietro l’angolo, e durante una rissa in un Bowling, Allen Ezail Iverson, viene condannato a 4 mesi di carcere al  Newport News Correctional Facilities. Dopo la detenzione non giocherà mai più a Football, buono per noi amanti della spicchia insomma. I College sono scettici e la sua reputazione non era di certo buona. Così entra in scena ancora Mamma Ann, che andò dallo storico coach di Georgetown, John Thompson, supplicando di dare una chance al proprio figlio, che ripagherà il suo Coach sfoderando prestazioni da leggenda. Nominato Rookie dell’anno e difensore dell’anno concluse la sua prima stagione a Georgetown con  20.4 punti, 4.5 assist e 3.3 rimbalzi e la sua seconda stagione con  25 punti, 3.8 rimbalzi, 4.7 assist e 3.35 palle rubate… è tempo del grande salto tra i Pro. Prima scelta del Draft 1996 fu chiamato dai Philadelphia 76ers, ma lasciamo spazio alle immagini che dicono molto di più delle parole.

La sua stagione da Rookie è fenomenale e si toglie una grossissima soddisfazione, quella di sfidare il suo idolo : Michael Jordan. Finirà al sesto posto della classifica marcatori e vincerà il titolo di Rookie dell’anno, ma c’è qualcosa che non va. L’impatto di quel giovane con le treccine e ricoperto di tatuaggi , che  salta gli allenamenti non è dei migliori a livello mediatico .

” Iverson è egoista” ” Iverson gioca solo per se stesso” ” Chi è Iverson per sfidare Michael Jordan? ”

Questo è ciò che si pensa di quel giovane proveniente da Hampton, alto solo 180 cm, ma pieno di cuore, grinta e arroganza, per di più i Sixers non vincevano molto e Iverson fu da subito messo sul banco degli imputati.

Ma a salvare The Answer ci pensa l’arrivo di Coach Larry Brown, che punterà fin da subito sul talento del giovane antieroe. I contrasti tra un Coach, molto legato al gioco di squadra, e un giocatore che vuole sempre vincere  non mancano, ma alla fine entrambi ne escono alla grande. Coach Brown così costruì una squadra che vedeva Allen Iverson come punta di diamante e attorno al n 3 un insieme di gregari e di giocatori che avrebbero completato il 76ers. Finalmente nel 2000 la squadra della città dell’amore fraterno ha una stagione vincente, AI viene nominato nella TOP5 della NBA e vince il titolo di miglior marcatore della lega con 31.1 punti ad allacciata di scarpe. Così i Philadelphia 76ers arrivano ai Playoffs e superano il primo turno contro gli Orlando Magic, venendo eliminati però al secondo dai Pacers. La stagione successiva è quella della definitiva trasformazione di un uomo in un Antieroe, Allen Iverson diventa Deadpool. E’ All Star Game, ma piovono ancora critiche…Iverson non è Jordan! Questa la risposta di The Answer: 

”Io non voglio essere Michael Jordan. Non voglio essere Magic. Non voglio essere Bird o Isiah, non voglio essere uno qualsiasi di questi ragazzi. Quando la mia carriera sarà finita, mi guarderò allo specchio e dirò: ho fatto a modo mio”

Ancora eliminati dai Pacers, la situazione naufraga e i rapporti tra Coach Brown e Allen Iverson nell’estate del 2000 sono ai minimi storici. La dirigenza vorrebbe scambiare The Answer, ma i due insieme cambiano, e migliorano insieme: questa è la ricetta vincente.  MVP dell’All Star Game, sul palco riesce solo a chiamare il proprio Coach per chiamarlo e ringraziarlo. Allen Iverson finalmente si mette alle spalle la reputazione da cattivo ragazzo. Finalmente è tempo delle Finals NBA, dopo una stagione finita con la prima posizione nella Eastern Conference e il titolo di MVP consegnato nelle mani di The Answer. Nella corsa alle Finals, il nostro Antieroe elimina sul percorso supereroi del calibro di Reggie Miller, Vince Carter e Ray Allen. Ma in finale arrivano Batman e Superman ( Kobe e Shaq). Deadpool gioca sul dolore, senza la schiena, le ginocchia e le caviglie, ma gara 1 delle Finals la stravince in casa dai Los Angeles Lakers.

https://www.youtube.com/watch?v=H273e0Gk0zQ

Nulla lo può fermare, ha troppa voglia di vincere. Peccato che alla fine il ” bene ” vince sempre, e i Lakers vincono le 4 gare successive e andando ad eliminare i 76ers. La sua carriera non vivrà più momenti del genere, vincerà per 4 volte il premio di miglior marcatore della lega, andando a giocare per i Denver Nuggets, i Detroit Pistons e di nuovo per i 76ers, senza però mai arrivare all’anello NBA. Il 21 Agosto 2013, Allen Iverson si ritira definitivamente dai parquet a causa di problemi con la figlia, gli verrà diagnosticato un tumore, e di problemi di infortuni alla schiena malandata. Ma The Answer resterà nei cuori di tutti noi, detrattori o meno.

O li si ama o li si odia, più famosi per il male che per il bene, più riconosciuti per le follie ( molto lucide e geniali) che per gli atti di vero e puro eroismo, ma personaggi così sono semplicemente dà venerare ( vedere il ritiro della maglia n3 a Phila) , con lo sguardo meravigliato e incredulo per le gesta che compiono. Perchè basta crederci e otterrai ciò che vuoi. Quando la follia è genio,  e la volontà di superare il male con la determinazione di un Supereroe, Ladies and Gentleman The Answer: Allen Iverson è Deadpool!!

The Answer- Deadpool
The Answer- Deadpool

Per NBA Passion,
Francesco Papillo

 

NBA Superheroes, quando il cervello batte i muscoli: il Professor Xavier è Rajon Rondo!

Eccoci ancora insieme, con il nostro consueto appuntamento del venerdì pomeriggio. Il pezzo odierno della nostra rubrica  NBA Superheroes  è dedicato al  vincitore del quiz a premi del giorno 16 Febbraio, Luigi Marra,  sulla nostra pagina Facebook  NBA e Supereroi. 

I Supereroi di cui parleremo oggi, sono molto particolari. Non hanno la super forza , la super velocità, e  non  sono in grado di compiere salti giganti. Il loro è un mondo  cervellotico, fatto di pochi eccessi e molta genialità, lavorando spesso dietro le quinte per imbastire le trame di un opera più grande. Stiamo parlando del Professor Xavier e di Rajon Rondo.

Dottor Xavier
Dottor Xavier

Charles Francis Xavier, chiamato Professor X, è un personaggio dei fumetti , inventato dalla brillante mente di  Stan Lee, che fa  la sua prima apparizione nel primo numero degli X-Men, di cui è il fondatore ed ha lo scopo di far convivere pacificamente umani e mutanti, pubblicato dalla Marvel Comics nel Settembre 1963. Figlio del fisico nucleare Brian Xavier e di Sharon Xavier, Charles eredita i propri poteri psichici dal padre che aveva assorbito delle radiazioni nucleari. Dotato di un’intelligenza sviluppatissima egli avrà successo sia negli studi che nello sport, in particolare nell’atletica. Costretto a ritirarsi perchè ritenutosi avvantaggiato rispetto agli altri esseri umani, si dedicherà unicamente agli studi, laureandosi in genetica molecolare all’Università di Oxford.  Dopo la morte del marito, Sharon si risposa con Kurt Marko che porta con se il figlio, Cain, che proverà sempre un forte rancore per Charles, perchè viene sempre visto come il preferito dal padre che muore per salvare i due ragazzi da un incendio. I rapporti tra i due fratellastri degenera, finchè Cain non decide di diventare malvagio, assumendo le sembianze di un supercattivo: il Fenomeno. Charles, col passare degli anni, svilupperà sempre di più i propri poteri psichici diventando il più forte telepate presente sulla Terra. Può infatti leggere il pensiero, controllare la mente con estrema raffinatezza, proiettare illusioni, lanciare raggi di pura forza psichica, diventare invisibile e molti atri effetti. Il raggio dei suoi poteri raggiunge portata cosmica, e nel corso degli anni ha sconfitto alcuni dei più potenti mutanti del nostro tempo. E’ inoltre un abilissimo stratega e maestro di arti marziali, che, assieme al suo dono, lo rendono un combattente pericolossimo.

 

Charles decide di intraprendere un viaggio intorno al mondo per aumentare la propria cultura e  così  facendo conosce il suo più grande amico, Erik Magnus, con cui collaborerà alla  costruzione di  Cerebro, macchinario capace di estendere le capacità psichiche del Professor X. L’amicizia tra i due geni  è destinata a finire a causa delle diverse visioni che hanno in merito alla collaborazione tra Umani e Mutanti. Magnus, divorato dall’odio per gli umani ne diventerà il più grande nemico: Magneto. Il Professore è indomito e prosegue il suo viaggio,  giungendo  alle appendici dell’Himalaya, dove perde l’uso delle gambe in seguito ad uno scontro con Lucifero, un alieno che avrebbe voluto conquistare la Terra. Costretto alla disabilità, nasce il vero Supereroe.

 

Charles si rende conto dell’esistenza di altri mutanti e che costoro fossero  discriminati dal resto dell’umanità. Così, animato dal buonsenso e dall’immensa saggezza che lo contraddistingue tra tutti i personaggi della Marvel, ha un idea, quella di un mondo in cui uomini e mutanti vivono in pace tra loro , dando un senso di equilibrio ad una realtà troppo fragile. Un’idea condivisa da uomini e donne, uniti per difendere il mondo da odio e paura. Un’idea creata da un uomo, il professor Charles Xavier. Egli è il più umano tra i Supereroi e  tutte le difficoltà che il destino gli porrà davanti saranno superate non come di solito piace a noi ( a calci supersonici nel sedere), ma in perfetto stile Professor X, ovvero attraverso elaborazioni cervellotiche e strategiche mirate all’ottenimento di quell’equilibrio utopico che sarà la ricerca di tutta una vita!

Rondo-Xavier
Rondo-Xavier

Tutto cervello e ( quasi) niente muscoli è Rajon Pierre Rondo, nasce a Louisville ed è il terzo di quattro figli. Mamma Amber, sarà costretta a crescerli da soli, perchè il padre molto furbescamente decide di darsela a gambe. Il piccolo Rajon, fin da piccolo è molto determinato ed ha un carattere particolarmente scontroso. Sostenuto dagli enormi sforzi della madre, il piccolo sceglie la strada del Football, abbandonandola però perchè ” troppo piccolo per un mondo di armadi che ti placcano”.

Così Rajon, segue la strada del proprio idolo, Isiah Thomas, e scegli di giocare a pallacanestro. Si iscrive alla  Lousiville Eastern High School dove ad allenarlo è coach Doug Bibby, cugino del Mike visto in NBA. La situazione però degenera. Coach Bibby non è in grado di contenere il carattere difficile del giovane e, in seguito a diverse ragazzate, lo sospende per 14 partite. Ad intervenire è ancora mamma Amber, che ripristina il rapporto conflittuale tra il Coach e il proprio figlio. Inizia così un rapporto di collaborazione molto proficuo e al secondo anno, Rajon diventa una vera e propria star, dentro e fuori dal campo :27.9 punti, 10 rimbalzi e 7.5 assist a partita e il  riconoscimento di “Region Player of the Year“, non sembrano poco. Con il benestare di Doug, Rondo si trasferisce alla più prestigiosa Oak Hill Accademy, ed è durante una partita con il suo nuovo Team che viene visionato da uno scout dei Boston Celtics. Prestazioni da 55 punti o da 31 assist sono la dimostrazione del talento cristallino di quel piccolo uomo proveniente da Louisville. Partecipa al McDonald’s All-American segnando 14 punti. Attraverso queste prestazioni, su Rajon si posano gli occhi dei maggiori College. Alla fine andrà a giocare per i Kentucky Wildcats. I due anni a Kentucky sono buoni, ma non eccellenti, perchè secondo coach Smith :  “Voleva che i suoi compagni corressero quanto lui…io gli dicevo di rallentare perchè per molti i suoi ritmi erano insostenibili. E’ come una staffetta, devi ricevere il testimone nella zona di cambio, altrimenti sei squalificato”.

 Rajon Rondo
Rajon Rondo

Rajon annuncia che dopo due anni passati ai Wildcats, si sarebbe dichiarato eleggibile per il Draft NBA del 2006. A sceglierlo con la 21esima scelta sono i Phoenix Suns. Danny Ainge, che già aveva messo gli occhi su Rajon tempo addietro, lo scambia con una futura prima scelta. Mai mossa fu più azzeccata. Durante la stagione da Rookie però, Rajon è solo il buckup di Delonte West, ed i Celtics non sono ancora  la macchina perfetta che poi sarebbero  diventati sotto la guida di Coach Doc Rivers. L’anno successivo è quella dell’esplosione Bianco-verde. Nel Massachussets arrivano Kevin Garnett e Ray Allen. Molti sono i dubbi sul giovane play della squadra, che viene visto come l’anello debole. Rondo? Anello debole? Il giovane play da Kentucky risponde alla grande, giocando da titolare ben 77 partite in Regular Season e dimostrando che oltre ai muscoli ( Garnett, Pierce e Allen) c’è anche il cervello. Rajon Rondo ormai non è più un semplice uomo, e sotto quella divisa bianco-verde c’è il cervello di un Genio e il cuore di un Eroe: Professor X.

Così con la sua imprevedibilità e la sua geniale visione di gioco, aiutano i Celtics ad arrivare alle Finals NBA, dove ci sono i Lakers di Kobe Bryant ( Batman). Rajon non è al top della condizione, ma per lui il fisico non conta più di tanto. In Gara 6, con un ginocchio praticamente K.O, il nostro Eroe mette in mostra una prestazione mostruosa : 21 punti, 8 assist, 7 rimbalzi e 6 rubate. Vittoria del 17 titolo NBA e complimenti da Coach Phil Jackson.. non proprio l’ultimo arrivato.

La Stagione 2008/2009 è quella della definitiva consacrazione a Superstar NBA, ed i Celtics diventano ” la squadra di Rondo’‘. Rajon è la mente che tesse la trame del gioco della squadra di Coach Rivers, ed arriva a piazzare la doppia cifra in Assist per ben 28 volte durante la Regular Season. Per non parlare del career high di punti, segnandone 32 ai Phoenix Suns. Ai Playoffs è l’unico trascinatore dei Celtics, consegnando alla storia ben 3 triple doppie, eguagliando il record di Larry Bird ai Playoffs. Però, con l’infortunio di Garnett, Rondo e compagni vengono eliminati alle Semifinali di Conference dai Magic di Dwight Howard. La stagione 2009/2010 è quella del rinnovo quinquiennale da ben 55$ mln. Garnett ritorna in campo e i Celtics tornano a vincere, con in cabina di regia il solito Rajon Rondo. Alle Finals NBA però ci sono di nuovo i Lakers, che stavolta si prendono la rivincita, eliminandoli in gara 7.

Purtroppo da questo momento in poi i Celtics non saranno più in grado di compete per il titolo NBA. Rondo è sempre al massimo, realizzando stagioni da 10 punti e 11 assist ad allacciata di scarpe, ma la squadra non è più compatta come prima. Il 4 Marzo 2012 entra nella storia, piazzando una tripla doppia da 18 punti 17 rimbalzi e 20 assist, roba che solo Chamberlain, Kidd e Magic Johnson sono riusciti a fare.

 

Durante le Finals di Conference contro i Miami Heat di James-Wade- Bosh, Rondo piazza una partita assurda da 44 punti!! Ciò però  non eviterà l’eliminazione dei Celtics.

Rondo purtroppo la stagione successiva sarà costretto a saltarla a causa di una rottura del legamento crociato ( dannato Torn ACL) e non sarà più lo stesso. Pierce, Garnett e Ray Allen vengono ceduti e i Celtics cadranno nel baratro. Lo stesso Rondo,il 18 Dicembre 2014 abbandona la nave, per approdare ai Dallas Mavericks. Cuore bianco-verde, futuro con la jersey bianco-blu di Dallas.

Quando c’è da buttare il cuore oltre l’ostacolo, quando il fisico ti impedisce di fare ciò che vuoi ma nonostante tutto hai delle abilità mentali assurde, ed hai una visione del mondo e delle cose fuori dalla norma, quando tutto e tutti si mettono contro di te ma tu sei dalla parte dei buoni, beh non puoi che esser considerato un Supereroe. Signori e Signore, Ladies and Gentleman, The Brain Controller : Professor X è Rajon Rondo!

 

 

NBA Superheroes, L’uomo d’Acciaio: Superman è Shaquille O’Neal!

Cari lettori, benvenuto al consueto appuntamento del venerdì con la rubrica NBA Superheroes.

Oggi entreremo nelle dinamiche del mondo del Supereroe  più forte di tutti, egli è il prototipo, la figura chiave e basilare che ha sviluppato questo concetto. Se poi viene trasformato in un  giocatore che ha dominato l’Nba dal 1992   al 2011, non ci resta che guardarlo con aria di devozione. Stiamo parlando dell’ Uomo d’Acciaio: Superman (trasformato in Shaquille O’Neal)

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L’Uomo d’Acciaio

 

Il nostro eroe viene partorito dalle menti di Jerry Siegel e Joe Shuster nel 1933, pubblicato dalla DC Comics nel 1938. Ma chi è Superman?  Siamo sul pianeta Krypton che sta per esplodere e una famiglia di Kryptoniani riesce a rifugiarsi momentaneamente dall’esplosione . Jor-El, padre di Kal-El ( nome kryptoniano di Superman), in seguito ad accurati studi sul nostro Sole scopre che esso conferisce poteri straordinari agli abitanti del pianeta Krypton, rendendoli invincibili. Così Jor-El e Lara Von-An( mamma del piccolo Kal-El) spediscono , in una navicella spaziale,  il giovane Kryptoniano sulla Terra , salvando dall’estinzione la propria razza. Arrivato sul pianeta azzurro, Kal-El viene ritrovato piangente dai due terrestri Marta e Jonathan Kent, che non potendo avere figli lo adottano e lo trattano proprio come se fosse loro, donandogli un istruzione e una casa e mettendo al riparo il suo segreto, in modo tale che nessuno lo avrebbe mai emarginato o lo avrebbe trattato come una cavia da laboratorio. L’idea dei suoi creatori era quella di creare un personaggio che fosse il pioniere dei Supereroi. L’interesse per la fantascienza e per gli alieni  negli anni ’30,  e soprattutto la figura idealizzata del Superuomo, ovvero di una persona che, per poteri e carisma, si erge sulla folla, ma non vi si sottrae per sentirsi più uomo che super, sola e unica in un intero pianeta,  si fusero insieme creando quello che poi sarebbe diventato Superman. Nella sua crescita nella piccola periferia di Smallville , il giovane Clark conduce una vita tranquilla che viene scombussolata dalla scoperta dei propri superpoteri:  super forza, super velocità, super sensi, invulnerabilità quasi a tutto ( il suo tallone d’Achille è la Kryptonite) e in seguito la capacità di volare. Così, da ragazzo d’oro qual’è, grazie anche all’amorevole educazione dei due genitori adottivi, Clark Kent decide di mettere a servizio del bene e dell’umanità i propri poteri diventando poi Superman. Le vicende dell’Uomo d’Acciaio si svolgono a Metropolis, il prototipo di grande città affogata nell’asfalto e inondata da lunghe distese di Skyscraper. Giornalista presso il Daily Planet insieme a Lois Lane, l’amore della sua vita che poi sposerà, e all’amico Jimmy Olsen, Clark sarà l’eroe silenzioso della città, quella Macchia Blu che invade i cieli e salva la città dal crimine.

« I sogni ci salvano. I sogni ci elevano e ci trasformano. E sulla mia anima, giuro, che finché il mio sogno di un mondo dove dignità, onore e giustizia diventino la realtà che noi condividiamo, non smetterò mai di combattere. Mai. »

Ma c’è qualcosa in più. Probabilmente Clark Kent è una persona molto tormentata psicologicamente. Scaraventato nello spazio appena nato egli ha dovuto affrontare subito due enormi shock: la perdita della propria famiglia e la distruzione del proprio pianeta di origine. Questi eventi potrebbero causare disturbi post- traumatici da stress, soprattutto quando durante l’adolescenza il giovane inizia a riappropriarsi dei  ricordi. Solo grazie ad una sviluppata intelligenza e l’affetto delle persone che lo circondano, Clark , reagisce sempre positivamente ai traumi della propria infanzia. Sempre limitato ad usare i propri poteri, il nostro Supereroe tarderà a smettere i panni da contadino e indossare la classica divisa blu con una grossa S rossa. Egli è un esempio di controllo, sopratutto nel periodo adolescenziale, quando tutti si sentono invincibili ( e lui più di tutti, dato che lo è per davvero) e compiono follie. Un’altra parola chiave è adattamento. Clark si adatta in un mondo che non è il suo e scegliere chi essere, Supereroe o Uomo, è causa di molti conflitti interiori. Insomma, alla fine, Superman non è proprio Super, ma è più Uomo di qualsiasi altro, sempre scavato da un conflitto interiore che però riesce a domare, seguendo il cuore e la giustizia e sconfiggendo i supercattivi proprio come piace a noi: a calci Supersonici nel di dietro!

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Il 6 Marzo 1972 a Newark, New Jersey nasce un superuomo che avrebbe cambiato il destino della National Basketball Association: stiamo parlando di Shaquille O’Neal. Ha un infanzia molto difficile, e viene cresciuto dalla sola madre, Lucille O’Neal, visto che il padre, Joseph Toney non lo vorrà riconoscere..almeno finchè non diventerà una Superstar.  Il nostro, frequentò la Robert G. Cole High School a San Antonio, dominando in lungo e in largo, come suo solito. 68 vittorie e 1 sconfitta dal 1987 al 1989, se questo non è dominio? Nel suo ultimo anno Big Shaq fece registrare 32 punti 22 rimbalzi e 8 stoppate di media ( ASSURDO!), portando la squadra a vincere il titolo di stato. La sua maglia n. 33 sarà poi ritirata. Finita la High School si iscrive alla Louisiana State University. Nel 1991 viene eletto come miglior giocatore della NCAA e l’anno successivo decide che è ora di fare il salto tra i PRO.

Così viene chiamato con la 1 scelta assoluta del Draft 1992 dagli Orlando Magic. In campo è già poesia, e quel giovane, cresciuto tra i playground del NewJersey, sulle spalle della sola madre, fa proprio come Clark Kent: smette i panni da semplice cittadino e indossa i panni del supereroe. Ecco a voi SuperShaq!

SuperShaq
SuperShaq

Eletto Rookie dell’anno, Shaq è da subito il centro più dominante della NBA e lo dimostra a suon di schiacciate e ferri totalmente devastati dalla sua super forza. In due occasioni sradica completamente il canestro: contro i NewJersey Nets ( in seguito ha dichiarato di aver rotto volontariamente il ferro per vendicarsi di Derrick Coleman che gli aveva schiacciato in testa) e contro i Phoenix Suns. 

Nella stagione 1994-1995, Shaq( 29.4 punti di media a partita) insieme a Penny Hardaway guida gli Orlando Magic alle Finals NBA, dove però vengono eliminati dagli Houston Rockets di Hakeem Olajuwon. L’anno successivo i Magic incontrano alle Finals NBA  i Bulls del rientrante Michael Jordan, e vengono eliminati. L’estate del 1996 è decisiva, perchè al nostro Superman scade il contratto e, nonostante un offerta molto onerosa dei Magic ( 117 mln$ in 7 anni), Shaq decide di andare a L.A( sponda Lakers) , non solo per il contratto ancora più ricco rispetto a quello offerto dai Magic ( 122 mln $ in 7 anni) ma anche per realizzare  le ambizioni relative al mondo dello spettacolo. La squadra non gira bene e per 3 anni consecutivi non va oltre le Finals della Western Conference. Ma finalmente Shaq vede la luce nell’estate del 1999 nell’arrivo di Coach Zen, Phil Jackson e nell’esplosione definitiva del giovane Kobe Bryant ( il nostro Batman). Il resto è storia, come lo sono i 3 anelli Nba vinti consecutivamente dai Lakers e l’MVP vinto da Shaq nella stagione 1999-2000 e i tre MVP delle Finals vinti consecutivamente. In casa Lakers, però c’è qualcosa che non va. Il rapporto tra Shaq e Kobe ormai è deteriorato e lo spogliatoio è spaccata in due. Superman così dopo la sconfitta subita contro i Pistons alle Finals NBA del 2004 fa le valige e sbarca a South Beach, giocando per i Miami Heat della stella emergente Dwyane Wade ( il nostro The Flash). Insieme i due Supereroi, Flash e Superman, vincono il titolo NBA nel 2006, alle finals contro i Dallas Mavericks.

Dal 2007 in poi Shaq non è più lo stesso, complice anche l’età che avanza e soprattutto il suo girovagare per la lega. Giocherà per i Phoenix Suns, Cleveland Cavaliers e Boston Celtics. In questi anni però Shaq segna ben 27.411 punti divenendo il sesto miglior marcatore di ogni epoca. Nel 2011 Superman è ormai stanco e decide di lasciar l’NBA, per dedicarsi ad altre passioni, come la musica, incidendo vari album rap, e soprattutto alla televisione, divenendo conduttore del programma Shaqtin’a Fool. Non sapete cos’è? Beh basta guardare questo video!

https://www.youtube.com/watch?v=rCT0xW1dw54

Insomma, Shaquille O’Neal e Clark Kent non hanno avuto una vita per nulla facile, caratterizzata da un infanzia davvero difficile, dove però grazia all’affetto e all’amore delle persone che li circondano sono riusciti ad essere ciò che volevano, con allegria, umorismo, forza, determinazione e indistruttibilità: queste sono le vere caratteristiche di un supereroe. Signori e Signore, Ladies and Gentleman, Clark Kent e Shaquille O’Neal: gli Uomini D’acciaio, The Real Superman!

( Godetevi questo pezzo Rap di Shaq. Enjoy It)

 

per NBA Passion,

Francesco Papillo

 

 

 

 

 

NBA Superheroes, Follia, Rabbia e Distruzione: Joakim Noah è Hulk

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Carissimi lettori, dopo una settimana di pausa finalmente siamo arrivati al quarto appuntamento con la nostra rubrica, NBA Superheroes.

Oggi ci immergeremo nel mondo fatto di lucida follia,  rabbia e distruzione, dell’eroe più incontrollabile dell’universo e del giocatore più energico, grintoso e arrabbiato della lega: parliamo dell’incredibile Hulk e di Joakim Noah.

The Incredible Hulk
The Incredible Hulk

Hulk nasce il 1 Maggio  1962 dalla mente di uno dei più brillanti fumettisti di sempre: Stan Lee. L’idea era quella di creare un eroe che rispecchiasse completamene i caratteri fondamentali della psicologia e dell’inconscio umano: l’uomo è pieno di paure ed incertezze e per fuggire da esse ricorre alla rabbia che esplodendo diventa violenza incontrollata e voglia di distruggere tutto. Insomma, l’uomo esplode, perde il controllo e diventa verde dalla rabbia. (Inizialmente il colore della pelle del ” mostro” doveva esser grigio, ma in seguito ad alcune difficoltà tipografiche si è optato per il verde).

E’ questo il caso di Robert Bruce Banner, brillante fisico nucleare che partecipa ad un progetto segreto per conto dell’esercito degli Stati Uniti: la bomba a raggi gamma. Però qualcosa va storto e lo scienziato viene travolto dalla sua stessa creazione, che gli donerà quella Maledizione Verde che ne segnerà il resto della vita.

 

Per capire il rapporto che c’è tra Hulk e Bruce basta pensare alla storia del  Dottor Jekyll e Mr Hyde, dalla quale lo stesso Stan Lee ha tratto ispirazione. Tra Hulk e Bruce c’è un rapporto di odio e amore. Odio perchè l’enorme mostro è incontrollabile e non  gli permette  di vivere normalmente. Amore perchè solo attraverso questa abominevole forza egli  può proteggere le persone che ama da ogni male. Bruce Banner sembra esser l’individuo adatto a personificare la rabbia per antonomasia, avendo avuto un infanzia dannatamente difficile in cui il padre, alcolizzato e pazzo, in un atto di rabbia uccide la madre del giovane.  Solo l’amore di Betty Ross, figlia del generale Thaddeus Ross, può calmare la forza distruttiva di Hulk, tranquillizzandolo e facendolo tornare umano. In seguito alla morte di Betty ad opera di Abominio, mostro creato dalle radiazioni gamma proprio come Hulk (che a sua differenza ha un totale controllo psicologico e sfrutta i suoi poteri per far del male alla gente), il nostro supereroe perde definitivamente la testa e gli scatti di rabbia che lo portano a distruggere tutto saranno incontrollabili. Hulk sarà costretto a scappare dall’esercito, dal quale è continuamente braccato, e da se stesso, per proteggere le persone che ama dalla sua stessa rabbia. Nonostante ciò il mostro verde sconfigge numerosi supercattivi come il già citato Abominio, Onslaught ( entità psionica che vuole distruggere ogni supereroe), l’ Hulk Rosso e numerose organizzazioni criminali, proprio come piace a noi : a calci supersonici nel sedere!

Noah-Hulk
Noah-Hulk

Tutto grinta, determinazione e forza bruta, almeno sul parquet,  è Joakim Noah. Figlio dell’ex tennista Yannick Noah e di Miss Svezia 1978 Cecilia Rhode, Joakim nasce a New York nel 1978 ottenendo la cittadinanza francese. Il piccolo di casa Noah  cresce a Parigi, in una famiglia di sportivi ( padre tennista e il nonno Zacharie Noah era un calciatore) e a 13 anni ritornerà a New York. La mela non cade lontana dall’albero e fin da subito Joakim dimostra il suo talento sportivo sui campi di pallacanestro, sia giocando per la squadra della proprio scuola, sia sui playground della Big Apple, conquistandosi il soprannome di ” The Noble One” il Nobile. Appena finite le scuole medie, Joakim Noah accetta una borsa di studio sportiva e frequenterà l’università della Florida, giocando tre anni  per i Florida  Gators allenati da coach Billy Donovan. Il primo anno è sicuramente deludente. Il nostro Hulk gioca meno di 10 minuti a partita assicurando solamente 4 punti e 3 rimbalzi ad allacciata di scarpe. Insomma una delusione per uno che doveva sfasciare i canestri con facilità. Noah lavora duramente e l’anno da Sophomore lo vede adattarsi alla posizione di Power Forward per lasciar spazio nella posizione di centro ad Al Horford. Da qui in poi Joakim diventa un mostro e porta i suoi Gators a vincere ,da protagonista, due volte consecutivamente il campionato NCAA nel 2006 e nel 2007, venendo nominato MVP della NCAA nel 2006. In finale contro UCLA Joakim guiderà i suoi mettendo a referto una prestazione da 16 punti e 9 rimbalzi, ma molto del suo operato va oltre il tabellino.

E’ ora del grande salto in NBA e nel Draft 2007 i Chicago Bulls lo chiamano con la 9 chiamata al primo giro. Joakim ha talento ma c’è sicuramente da lavorare. Il primo anno ha un buon impatto sulla squadra, portando alla causa tanta grinta e 5.5 punti e 5.2 rimbalzi ad allacciata di scarpe, migliorando ogni aspetto del gioco nei successivi due anni e proclamandosi leader silenzioso della franchigia dell’Illinois. Tra i migliori rimbalzisti della lega, Noah ha un ruolo chiave in squadra: quello di dare la scossa ai compagni ( vedere la palla rubata a Paul Pierce  nel primo turno dei Playoffs della stagione 2008-09 contro i Boston Celtics, e portando i Bulls a gara 7 che però poi perderanno).

Nella stagione successiva Noah ha una media 10.7 punti e 11 rimbalzi, ma non riesce a portare i suoi Bulls più avanti del primo turno dei Playoffs dove vengono eliminati dai Cavs di LeBron James. Da quest’eliminazione però, scatta qualcosa in Noah ,quella lucida follia, quella rabbia e quella  voglia di devastare gli avversari. Da questo momento in poi non parliamo più di un uomo, ma di un Supereroe, che con la maglia della sua squadra da tutto e anche oltre; Noah ormai è diventato l’invincibile Hulk. La sua grinta e l’apporto mostruoso che da in campo gli valgono un estensione contrattuale quinquennale da 60$ mln. La stagione 2010-2011 vede l’esplosione di Derrick Rose , che verrà eletto MVP. Noah subirà un infortunio al pollice della mano destra e rientrerà solamente dopo l’All Star Game. Hulk accetta la leadership del suo Playmaker ed insieme arrivano alle Finals di Conference contro gli Heat dell’arcinemico LeBron James. Dopo una gara 1 mostruosa vinta dai Bulls, la seria viene stravinta dagli Heat che andranno a massacrare Noah e compagni per 4 gare consecutive, chiudendo la serie. Ancora una volta il nostro Hulk non ci sta e la stagione successiva fa registrare una tripla doppia da 13 punti 13 rimbalzi e 10 assist, contro i Bucks ( L’ultimo centro ad aver fatto registrare una tripla doppia in maglia Bulls fu Artis Gilmore nel 1977). Purtroppo Rose si rompe il ginocchio ( Torn ACL)  ai Playoffs e il solo Noah non basta per superare i 76ers di Andre Iguodala.

Ok...Rose è rotto, mettiamo i remi in barca ed aspettiamolo. No, NEANCHE PER SOGNO! Joakim Noah esplode definitivamente nelle due stagioni successive, a suon di stoppate , rimbalzi, punti , assist e intimidazioni. Hulk  porta praticamente da solo i Bulls ai Playoffs, e nella stagione 2013-2014 viene nominato NBA Defensive Player Of The Year ( DPOY). Clamorose sono le prestazioni contro gli Heat di James-Wade-Bosh , contro i 76ers ( 23 punti 21 rimbalzi e 11 stoppate…scusate se è poco ) e contro tutte le altre franchigie NBA.

https://www.youtube.com/watch?v=2cxzaf5e-w8

Purtroppo i Bulls con il solo Noah non riescono ad arrivare fino in fondo e dopo una Regular Season commovente  vengono eliminati  ai Playoffs dai giovani Washington Wizards del nostro The Flash, John Wall. Quest’anno Rose è rientrato al meglio ed i Bulls sono molto migliorati con gli innesti di Gasol e l’esplosione di Jimmy Butler. Noah sta avendo alcuni problemi al ginocchio e in  questa stagione non riesce a dare il massimo.

Attenzione a dare Noah per finito, perchè da un momento all’altro Hulk ritornerà a dominare, a distruggere i canestri e travolgere gli avversari con la sua grinta e la sua fisicità. Perchè quando sei Joakim Noah, non puoi far a meno di esser Hulk. Signori e Signore, E’ TEMPO DI DISTRUZIONE: Joakim Noah è The Green Monster, HULK!

Noah-Hulk digitale
Noah-Hulk digitale

NBA Superheroes, una vita all’insegna del furto: Gary Payton- Diabolik!

Carissimi lettori siamo arrivati al terzo appuntamento della rubrica NBA Superheroes, e non smetterò mai di ringraziarvi per il supporto che ci donate.

Oggi ci immergeremo nel mondo fatto di luci e ombre, furti e omicidi, crimini ed evasioni,  nel mondo di uno che proprio eroe non può esser considerato anzi, ne è l’antitesi, stiamo parlando di Diabolik.

Diabolik
Diabolik

Innanzitutto vorrei chiarire la scelta di evidenziare le gesta di un antieroe. Personalmente io considero Diabolik come un vero è proprio eroe, non per ciò che è realmente, ma per ciò che rappresenta al di fuori del fumetto: un eroe. Attraverso la lettura di Diabolik milioni di italiani ( e non solo) , dagli anni ’70 ad oggi, sono riusciti ad evadere dalla vita per rifugiarsi nel mondo dei fumetti. Solo un supereroe può riuscire a fare questo!

”Nessuna cosa al mondo potrebbe darmi l’esaltazione che mi dà l’idea di combattere contro il mondo intero…”

Diabolik viene creato nel 1962 dalle menti delle sorelle Angela e Luciana Giussani, e pubblicato dalla casa editrice Astorina. L’intenzione era quella di creare un personaggio adatto per le storie preferite dai pendolari che utilizzavano la metropolitana : il Giallo. Cosi nacque il Re Del Terrore.

Nelle prime uscite Diabolik era un uomo che commetteva efferati crimini, uccidendo persone anche senza alcun motivo. Solo attraverso l’incontro con l’amore della sua vita, Eva Kant, cambierà quasi totalmente la sua personalità. Ma da dove nasce la mente criminale di Diabolik?  Il suo nome anagrafico è ignoto ed è l’unico sopravvissuto ad un naufragio. Ancora in fasce, approderà su di un isola abitata da pescatori e dai criminali della banda dello spregevole boss King. Il ragazzo, vivrà per ben 22 anni sull’isola di King, anni nella quale imparerà a combattere ( perfezionando in seguito le arti marziali) e gli verranno insegnati tutti i trucchetti della criminalità. Nella sua adolescenza il ragazzo scoprirà che l’unica paura che possiede King è un pantera nera che vive in una zona della foresta, nella quale è proibito entrare. Il nome della pantera è Diabolik. Il giovane vuole vedere l’animale, che esce solamente di notte, e verrà scoperto da uno degli scagnozzi di King, che sarà costretto ad uccidere: il primo omicidio. In seguito all’incontro con la pantera, il giovane resterà affascinato dai movimenti e dalla grazia dell’animale, che però durante un eclissi verrà ucciso e imbalsamato da King. Da quel giorno il giovane deciderà di chiamarsi come la pantera, Diabolik, e ne vendicherà la morte, uccidendo King e tutti i suoi scagnozzi e appropriandosi del loro tesoro. Diabolik scapperà in Oriente per vendere il tesoro della banda di King, e si scontrerà con i restanti membri in cerca di vendetta. Il Re Del Terrore verrà salvato da Ronin, che diventerà come un padre per il giovane Diabolik e gli darà la possibilità di entrar a far parte della sua scuola di criminali. Qui si innamora di Jin, anch’essa allieva di Ronin. Jin però diventerà gelosa del talento di Diabolik e proverà ad ucciderlo senza successo e venendo poi uccisa a malincuore dallo stesso Diabolik. La scuola di criminali verrà distrutta e il Maestro-Padre Ronin ucciso dal criminale Walter Dorian. Diabolik si vendicherà uccidendo Dorian e impossessandosi della sua identità e si trasferirà a Clerville. Qui, incontrerà il nemico della sua vita, l’ispettore Ginko, e l’amore della sua vita, Eva Kant ( che salverà Diabolik dalla ghigliottina, dopo esser stato denunciato dall’ex fidanzata Elisabeth Gay). Diabolik ed Eva diverranno i più grandi criminali di tutti i tempi, possedendo però una sorta di morale, ovvero quella di rubare solo ai ricchi e di non uccidere senza alcun motivo. Insomma una specie di novelli Robin Hood, nella quale però non c’è l’intenzione di distribuire il bottino ai più poveri, ma di accaparrarselo per autofinanziare i propri colpi. Insomma dei veri e propri Eroi del Crimine!

Payton-Diabolik
Payton-Diabolik

Con il furto ha a che fare il nostro giocatore, il cui  soprannome è The Glove ( il guanto)… avete capito di chi stiamo parlando? Parliamo di Gary Payton.  Gary Dwyane Payton nasce a Oakland, California il 23 Luglio 1968 da Al e Annie Payton. Il padre Al Payton, era un ex giocatore-allenatore nelle High School ed ha tramandato la passione per la Spicchia al figlio Gary. Oakland  non è proprio il posto migliore per vivere, figuratevi per crescere un bambino, soprattutto per una famiglia afroamericana negli anni ’70. Così la famiglia Payton si trasferisce quando Gary ha solo 5 anni.  Al  farà di tutto per far giocare Gary, addirittura eserciterà tre mestieri contemporaneamente per permettere al figlio di aver sempre qualche soldo in tasca. Il giovane Payton frequenterà la Skyline High School di Oakland, dove a causa dei pessimi voti dovrà saltare l’anno da Sophomore, ma ama tantissimo la pallacanestro e ogniqualvolta vede un pallone lui vuole giocare. Non importa contro chi, non importa se dovesse trovarsi contro bestioni di due metri e dieci, Gary li schiaccia.Questo atteggiamento lo porterà però a numerose risse e scontri negli anni della High School tanto che  verrà scartato dal coach di  St. John’s  New York, Lou Carnesecca perchè non si fidava del carattere del giovane. Profondamente deluso e sconfitto moralmente, Gary si iscriverà poi alla Oregon State University che frequenterà per quattro anni. In questi anni  risponderà sempre presente alle sfide presentate dagli scout, che lo accusavano di non segnare are abbastanza e di non prendere abbastanza rimbalzi. La risposta? Un ultimo anno da 25.7 punti, 8.1 assist, 3.4 recuperi ( ASSURDO)  e 4.7 rimbalzi. Alla fine dei quattro anni, Gary verrà chiamato al Draft NBA del 1990 con la seconda chiamata in assoluto dai Seattle Supersonics.

https://www.youtube.com/watch?v=vGu2lstGR48

“Giocatori come me e Magic Johnson  non nascono spesso”. Dichiarazioni che lasciano presagire quanto Gary Payton non abbia paura proprio di nessuno.

I primi due anni però sono un disastro, anche perchè sulla panchina dei Sonics c’è coach K.C Jones con la quale Gary non avrà mai un buon rapporto. In seguito all’arrivo sulla panchina dei Sonics di coach George Karl, che è fatto allo stesso modo di Payon ( duri, persone dal carattere forte), i Sonics iniziano un processo che li porterà ad arrivare sempre ai Playoffs. Nel 1996 però con gli arrivi di Shawn Kemp, Nate McMillan, Detlef Schrempf e Sem Perkins, i Seattle Supersonic diventano una squadra formidabile. Payton era inarrestabile e mantenne la media di 19.3 punti a partita, 7.5 assist, 2.85 recuperi e 4.2 rimbalzi, venendo eletto come Difensore dell’Anno ( unico PLAYMAKER a vincere questo premio). Arrivati alle Finals della Western Conference i Sonics di Payton eliminano gli Utah Jazz di Karl Malone e John Stockton in gara 7. Alle Finals Nba però arrivò l’incontro col destino, l’incontro con Michael Jordan. Lo scontro tra i Bad Boys di Seattle e i  Bulls di Air Jordan fu clamoroso. Payton riusci fino ad un certo punto a tenere Jordan in difesa, ma alla fine ad uscire vincitori furono i Bulls.

In seguito alla sconfitta alle Finals i Sonics si scioglieranno, Karl se ne andrà e nella stagione 2002- 2003, dopo aver dominato la lega per ben 13 anni in maglia Sonics, Gary Payton andrà prima ai Bucks in cambio di Ray Allen, divenendo poi Free Agent e e accasandosi  ai Lakers insieme a Karl Malone ( eliminati in finale Nba dai Pistons) . Da qui in poi The Glove, noto per la sua difesa arcigna e per la sua cattiveria agonistica, verrà sballottato in tutta la lega ( Celtics, Hawks, di nuovo Celtics e infine Heat). A Miami troverà finalmente l’anello, nel 2006, rivelandosi ancora decisivo in Gara 3 delle Finals contro i Mavs di Nowitzki, mettendo a segno un tiro da 2 punti che porterà la serie sul 2-1 per Dallas, ma che riaprirà i giochi.

Ritiratosi nel 2007, Gary Payton nel 2013 verrà inserito nella Hall of Fame.

Gary Payton nella sua carriera è stato famoso per la sua difesa, per la sua capacità di entrare nella testa dell’avversario e per quell’ossessione che era rubare, rubare la palla e sfidare l’avversario. Insomma come si direbbe ha vissuto la sua vita all’insegna del furto, come solo un vero ladro farebbe, solo come Diabolik farebbe. Sempre contro tutto e tutti, nato in un  posto difficili, ma con quella cattiveria e spavalderia che lo ha reso grande . Un altro aspetto che  accomuna Gary Payton con Diabolik  è quella necessità di adattarsi, di creare maschere, come quella da duro sempre in controllo della situazione, per ingannare le proprie vittime. Gary si è trovato a dover affrontare ogni tipo di situazione, sempre con una maschera diversa, sempre con un costume diverso, ma mantenendo nel cuore l’unico costume che lo ha reso The Glove, quello di Seattle. Signori e Signore The Glove of Seattle : Gary Payton- Diabolik.

Payton-Diabolik
Payton-Diabolik

NBA Superheroes, Batman è tornato: Kobe Bryant- The Black Mamba

Carissimi lettori  siamo arrivati al secondo appuntamento con la nostra rubrica NBA Superheroes, e continuo a ringraziarvi per donarci il vostro tempo e il vostro supporto per continuare  questo bellissimo progetto.

In questo secondo appuntamento ci immergeremo nelle ombre e nelle sfumature, nei legami e nella trasformazione, di due Supereroi che lottano per se stessi ma soprattutto per la propria città, dovesse costar loro la vita: parliamo di Bruce Wayne  e Kobe Bryant.

‘’Batman è l’eroe che Gotham merita, ma non quello di cui ha bisogno adesso. E quindi gli daremo la caccia. Perché lui può sopportarlo. Perché lui non è un eroe. È un guardiano silenzioso che vigila su Gotham’’

Batman
Batman

 

L’uomo pipistrello, creato dalle sapienti menti di Bob Kane e Bill Finger, fece il suo esordio nel  Maggio del 1939, pubblicato dalla DC Comics. Dietro la maschera da duro  di Batman si nasconde il plurimiliardario Bruce Wayne, unico figlio di Martha e Thomas Wayne, chirurgo ricchissimo e fondatore delle industrie Wayne. Il dottor Wayne, consapevole del degrado e della criminalità nella quale riversano le strade di Gotham, ha passato tutta la vita a fare beneficenza e ad aiutare la propria città , divenendo un vero eroe per la comunità. Una sera la famiglia Wayne al completo si reca al Monarch Theatre per vedere il film il segno di Zorro. All’uscita dalla sala Martha e Thomas verranno freddati dal criminale Joe Chill, tutto questo davanti agli occhi del piccolo Bruce. E’ proprio da questo momento che nella mente del giovane Bruce Wayne nascerà quel paladino della giustizia che diverrà il simbolo di Gotham City: Batman. Bruce verrà cresciuto ed allenato dal maggiordomo Alfred che sarà un vero e proprio padre per il ragazzo. All’età di 14 anni Bruce viaggia per tutto il mondo alla scoperta di ogni cultura. Studia criminologia e psicologia, arti marziali e ogni stile di combattimento, per non parlare dello studio approfondito di ogni genere di arma da fuoco e non. Insomma Bruce ritorna a Gotham, nella quale il caos ha avuto la meglio sull’ordine, pronto per dar guerra al crimine. Manca solo una cosa: il costume.

« I criminali sono codardi e superstiziosi. Il mio travestimento dovrà infondere terrore nei loro cuori. Dovrò essere una creatura della notte, nera, terribile… »

Un pipistrello irrompe nell’enorme villa degli Wayne e spaventa a morte  Bruce. Da quel momento quell’animale oscuro e spaventoso, trasformerà Bruce Wayne in Batman. Grazie alla sua intelligenza e alle sue enormi risorse economiche, Bruce costruisce un armatura in Kevlar, (un particolare materiale che riduce sensibilmente i danni da arma da fuoco, esplosivi, e impatti con il suolo) e moltissime attrezzature che lo distinguono dagli altri Supereroi, che sono stati avvantaggiati dal dono dei superpoteri mettendoli a servizio della propria gente. Batman non ha superpoteri e questo lo rende l’unico Supereroe ad aver scelto di affrontare il male senza alcun vantaggio, anzi prendendosi spesso la colpa di azioni criminali che non ha mai commesso. Un altro segnale che lo distingue dal resto dei Supereroi è il Batsegnale, il segnale luminoso a forma di pipistrello che viene utilizzato dalla polizia per chiedere aiuto al proprio eroe. E’ quando il Batsegnale viene attivato, Batman risponde sempre presente, proteggendo Gotham da qualsiasi nemico. Joker, Due Facce, Pinguino, Bane e numerosissimi altri nemici cercheranno di eliminare il Cavaliere Oscuro che però, risponderà sempre presente, sconfiggendo i nemici proprio come piace a noi: prendendoli a calci nel sedere!

Ma cosa lega l’Uomopipistrello a Kobe Bryant? Procediamo per gradi.

Bat-Kobe
Bat-Kobe

Kobe Bean Bryant nasce a Philadelphia il 23 Agosto 1978 da Pamela e Joe Bryant. La leggenda inizia dal momento nella quale Pamela annuncia a Joe di essere incinta mentre i due erano al ristorante e Joe assaporava una bistecca Kobe. Joe Bryant  decise che suo figlio si sarebbe chiamato proprio come il piatto che stava assaporando  nel momento più felice della sua vita: KOBE.

Joe Bryant  è un cestista e gioca ad ottimi livelli nella Nba. Nel 1984 la famiglia Bryant si traferirà in Italia  perché papà Joe è stato ingaggiato dalla Sebastiani Rieti, e rimarranno nel Belpaese fino al 1991. Kobe in Italia imparerà le basi della pallacanestro, roba che non insegnano oltreoceano, e che unite all’atletismo fecero diventare il giovane Kobe una macchina da BASKET. Di ritorno negli USA Kobe si iscrive alla Lower Marion High School, situata nei sobborghi di Philadelphia, dove un giovane giocatore di basket segnerà la storia dello sport. Kobe infrangerà il record di punti dello stato di Philadelphia, detenuto da un certo Wilt Chamberlain, mettendo a segno ben 2883 punti. Così, ancora 18enne, dotato di talento, atletismo e spavalderia a volontà, Kobe Bean Bryant si iscrive al Draft del 1996. E’ proprio dal Draft che inizia la trasformazione da semplice uomo a Supereroe. Kobe verrà scelto con la chiamata N12 dai Charlotte Hornets, squadra per la quale non vorrà mai giocare, e resterà molto deluso per non esser stato scelto nelle prime 5 scelte del Draft ( Allen Iverson, Marcus Camby, Shareef Abdur-Rahim, Stephon Marbury e Ray Allen). Kobe prenderà e metterà da parte tutta la sua frustrazione e la porterà con se a Los Angeles sponda Lakers, arrivato in cambio di Vlade Divac divenuto di troppo in quel di L.A con l’arrivo di Shaq il mangiaferri. L’anno da matricola, vede sul campo un Kobe abbastanza inesperto ma capace di alternare ai paurosi giri a vuoto lampi di puro genio, vincendo anche la gara delle schiacciate da assoluto dominatore. Kobe chiuderà la stagione con solo 7.6 punti segnati di media. I Lakers arrivano ai Playoffs ma saranno eliminati dai Jazz senza troppe difficoltà in sole 5 gare. L’anno dopo, la media realizzativa di Kobe raddoppierà salendo a 15.4 punti di media a partita, e verrà convocato nel quintetto titolare dell’ All Star Game del 1997 tenutosi a New York ( unico 19enne a partecipare alla gara delle stelle). Kobe aiuterà la squadra ad andare avanti ai Playoffs, ma non riuscirà ad evitare l’eliminazione dei suoi ancora da parte degli Utah Jazz, per ben 4-0. La stagione successiva i Lakers verranno ancora eliminati, ma questa volta dai San Antonio Spurs di coach Gregg Popovich. Finalmente la stagione 1999-00 è quella della decisiva esplosione e sulla panchina dei Lakers siede un certo Phil Jackson ( coach dei Bulls di Jordan). I Lakers vinceranno per tre volte consecutive il titolo NBA, e Kobe Bryant si dimostrerà imbarazzatemente il più forte della lega senza però ottenere il titolo da MVP.

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Kobe non è più un essere umano e  come per il Batsegnale , quando i suoi Lakers hanno bisogno di vincere basta mandare il Kobesegnale e il nostro supereroe appare dall’ oscurità, per far sognare la propria città!

Il rapporto con Phil Jackson non è dei più idilliaci (“Non andiamo a cena assieme, non siamo amici. Ma il rapporto coach-giocatore è ideale. È conflittuale il giusto, perché entrambi amiamo le sfide. Senza Phil non sarei diventato quello che sono.”) ma funziona. Il vero problema è il rapporto con Shaq, che vuole prendersi la scena tutta per se e porta i suoi talenti a South Beach ( ogni riferimento a LeBron James è puramente casuale) dove vincerà il titolo del 2006 con Dwyane Wade ( il nostro The Flash). Per i Lakers il periodo dal 2005 al 2007 è davvero buio, ma tranquilli c’è Kobe che salva tutti, decidendo di lasciare tutto il mondo a bocca aperta,  siglando la prestazione personale più incredibile di sempre ( i 100 punti di Wilt non fanno testo). E’ il 22 Gennaio 2006, Kobe si mette il costume di Batman è mette a referto 81 punti contro i  Toronto Raptors. Kobe nel 2008 vincerà anche il titolo di MVP, perdendo però nelle NBA Finals contro i Boston Celtics del trio Pierce-Allen-Garnett ( Rondo e coach Doc Rivers i fattori in più ). La strada è quella giusta e con l’arrivo di Pau Gasol e il ritorno di coach Phil Jackon i Lakers ritornano alla ribalta della Nba, vincendo due anelli consecutivi nel 2009 e nel 2010 . In seguito, la squadra perde qualcosa a livello mentale e fisico, l’addio di Phil Jackson non aiutò di certo,  e dal 2010 i Lakers non riescono più a vincere. Ma Kobe continua ad illuminare lo Staples Center, nonostante i molti infortuni e l’età che avanza, divenendo anche il 3 miglior marcatore di sempre superando un certo Michael Jordan con ben 32.293 punti…scusatemi se sono pochi insomma.

Però c’è qualcosa che non abbiamo ancora detto… una cosa che accomuna Batman con Kobe. Quel qualcosa è il rifiuto… Bruce per tutta la propria esistenza si rifiuterà di accettare ciò che è successo quella notte ai suoi genitori, rifugiandosi nella solitudine ed identificando nel cattivo che ha difronte l’assassino dei propri genitori. Bruce Wayne ha problemi di doppia personalità tanto che non si riesce a capire quale delle due sia quella vera, quale sia stata creata dall’altra , il miliardario filantropo ha creato il cavaliere oscuro o viceversa? Inoltre nella personalità di Batman c’è una forte componente di egoismo. Si, mi dispiace per tutti coloro che vedono in Batman un eroe senza macchia, ma egli agisce per liberarsi dal peso ingente che grava sulla sua coscienza, quello di essere l’erede di Thomas Wayne, salvatore di Gotham. Suo figlio cosa potrebbe fare se non il Supereroe? Inoltre ha scelto di essere da solo, perché nessun altro può capire il suo dolore e nessun altro è in grado di affiancarlo nella sua promessa di rendere Gotham una città migliore, per i suoi genitori e per se stesso. Lo stesso vale per Kobe. La nascita della sua carriera è basata su un rifiuto. Sul rifiuto che qualcuno possa essere migliore di lui, sul rifiuto che 11 giocatori siano stati scelti prima di lui, sul rifiuto che qualcun altro possa prendere l’ultimo tiro, sul rifiuto di perdere una qualsiasi partita( ”Farei qualsiasi cosa per vincere una partita, che sia sedere in panchina e agitare un asciugamano, passare una borraccia ad un compagno, o segnare il tiro decisivo all’ultimo secondo. Quello che conta è vincere.” ), sul rifiuto di essere paragonato a Michael Jordan (“I don’t want to be the next Michael Jordan, I only want to be Kobe Bryant.” ). Perciò molte volte è stato considerato egoista, ma Kobe Bryant è consapevole che giocare con quel pallone a spicchi è la sua promessa, fatta tanto tempo addietro agli dei del Basket e solo lui può rispettarla!

Solitudine, ombre, egoismo, killer instict, voglia di salvare la propria città, possa essa essere Gotham City o Los Angeles . Signore e signori Kobe Bryant e Bruce Wayne : Batman, The Black Mamba and The Dark Knight!

Per Nba Passion,

Francesco Papillo

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NBA Superheroes, Dwyane Wade e John Wall, una vita alla massima velocità: The Flash

Carissimi lettori, oggi partiamo con la nostra rubrica Nba  Superheroes e indipendentemente da come andrà a finire sono già contento di aver potuto realizzare questo progetto grazie alla collaborazione, per quanto riguarda la parte grafica, di Federica Santacroce.

In questo primo appuntamento vi parleremo del più veloce, del fulmine, del velocista scarlatto, stiamo parlando di The Flash. La scelta è caduta su Flash, perché come forse non tutti sanno, nelle sue reincarnazioni più conosciute,  Jay Garrick e Barry Allen, il velocista scarlatto ha fondato prima la Justice Society e poi la Justice League, ovvero le organizzazioni  di supereroi  pronte a tutto per prendere a calci i cattivi , e quindi  ho voluto omaggiarlo. L’epopea di the Flash  ha inizio nel lontano 1940 dalla penna del genio di  Gardner Fox  e venne pubblicata dalla DC Comix. Il suo potere è la supervelocità, che gli permette di spostarsi nello spazio sfidando ogni legge della fisica. La velocità, si  è proprio quella il filo conduttore che ci porta fino ai nostri due eroi Nba, i più veloci: Dwyane Wade e John Wall . Ma andiamo con ordine.

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Il primo ad indossare la caratteristica tuta rossa e a combattere il male a suon di calci supersonici è stato Jay  Garrick. Garrick è un brillante e giovane scienziato, il più brillante di tutti, ma che non riesce ad esprimere al meglio il proprio potenziale. Durante un esperimento sull’acqua  pesante, Jay fa cadere una provetta e ne assorbe il gas per tutta la notte. Dopo esser stato in coma per diverse settimane, al suo risveglio Jay si accorgere che qualcosa è cambiato: possiede la supervelocità e attraverso essa potrà diventare invisibile . Essendo un uomo dotato di una grande generosità e senso del dovere, il nostro buon Jay Garrick decide di indossare un particolare costume rosso e un elmetto alato e di proteggere la propria gente, prendendo a calci i cattivi: è nato The Flash. Grazie ai propri poteri, Jay diviene una stella del Football e attira le attenzioni della ragazza più bella della scuola Joan Williams, che poi sposerà. Jay non ha mai indossato una maschera poiché era capace di far vibrare la propria sagoma e quindi di non farsi riconoscere. Questo metodo in realtà si rivelerà fallimentare quando l’Anti Flash ,(Edward Clariss , professore nella stessa università di Jay), riproducendo i poteri di The Flash ne scopre l’identità e mette in serio pericolo la vita dell’amata moglie Joan. Come va a finire? Jay lo prende a calci dove non batte il sole e decide di ritirarsi a vita privata.

Proprio come il nostro eroe, Dwyane Tyrone Wade, si ritrova ad essere uno dei più brillanti e promettenti giocatori della Richards High School. Dwyane non ha un’infanzia facile, nasce e cresce nei sobborghi di Chicago, sognando Michael Jordan ed i Chicago Bulls. La pressione per Dwyane  è forte e non sopporta i paragoni con il fratello Demetris che  lo porteranno a cambiare strada: proprio come Garrick, il nostro eroe si da al Football ottenendo anche buoni risultati. Ma no, non finirà così, c’è qualcosa che gli fa capire che l’unica strada è la pallacanestro. Wade va al college, più precisamente a Marquette. Qualcosa va male, Dwyane non è proprio un genio sui libri e i suoi voti non gli permetteranno di giocare il primo anno. Il suo coach, Tom Crean, si accorge delle potenzialità del giovane e lo allena tutto l’anno per poi farlo esordire l’anno dopo: mai mossa fu più azzeccata. Dopo due anni fa il grande salto in Nba, e viene scelto con la 5 chiamata del Draft del 2003 dai Miami Heat. Wade lascia Chicago e approda in Florida dove viene acclamato e venerato come un DIO, ed è il più classico degli esempi di come un uomo solo possa salvare e far sognare un intera città. Dwyane Tyrone Wade non esiste più, non è più un essere umano, è nato un supereroe: The Flash. Flash è il giocatore più veloce e immarcabile della lega, un attimo è sotto il canestro a prendere il rimbalzo, un attimo dopo come il vero eroe è si materializza dall’altra parte. E’ invisibile, nessuno lo vede, nemmeno Garnett, non proprio l’ultimo arrivato e,  che lo sta ancora cercando sul parquet dell’American Airlines Arena ,dopo quelle  Eastern Conference Finals del 2011. Diventa l’eroe di Miami con la quale vince tre anelli, ma è soprattutto quello del 2006 vinto contro i Dallas Mavericks ( 34.7 punti di media, 7.8 rimbalzi e 2.7 rubate, roba da spellarsi le mani), dove il nostro The Flash viene nominato MVP, che iscrive il piccolo Dwyane Tyrone Wade, nato nei sobborghi di Chicago, nell’olimpo degli eroi. Come Garrick, Wade indossa una tuta, la maglia dei Miami Heat, che gli si cuce addosso come una seconda pelle e che non toglierà mai realmente di dosso, Signore e Signori Jay Garrick e Dwyane Wade: The Original Flash.

Nel 1955 il mondo del fumetto americano va in crisi, perché la semplice carta viene sostituita da un aggeggino che oggi spopola in tutto il mondo, mi riferisco alla televisione. La Golden Age della fumettistica non è più la stessa e  c’è bisogno di cambiamenti, c’è bisogno dell’idea giusta che faccia tornare gli albi a fumetti all’antico splendore. Perché non rilanciare quel vecchio Jay Garrick che tanto ha spopolato negli anni ’40? Anzi, perché non modernizzarne totalmente la storia? Così dalla penna del fumettista  Carmine Infantino nasce la seconda nemesi di The Flash: Barry Allen. Barry, non è solo un eroe, ma è la sua reincarnazione più pura: dolce, spontaneo, onesto e pronto sempre a sorridere e  ad aiutare il prossimo, tanto che quando diventerà The Flash  deciderà di non coprire gli occhi, per trasmettere sicurezza alle persone, per fargli capire attraverso un solo sguardo che nulla sarebbe potuto andare male. Barry, come il suo predecessore Jay, è uno studente di chimica ed è notoriamente un ritardatario. Egli inoltre ha la passione per Flash sin da piccolo e diventa poliziotto della scientifica,  per sconfiggere il male, proprio come il suo supereroe preferito. Barry si innamorerà di Iris West con la quale si sposerà. Però, un giorno mentre il giovane chimico è in laboratorio,  viene investito da prodotti chimici caduti da uno scaffale per mezzo di un fulmine. Da quel momento tutto cambierà e  lo stesso Allen, una volta accortosi di esser diventato veloce come il fulmine e che è in grado di fare altre cose fighissime (come camminare sui muri e di passare attraverso gli oggetti, per non parlare della capacità di viaggiare nel tempo), deciderà di tener in gran segreto l’incidente e di emulare il proprio eroe, The Flash. In seguito Barry scoprirà che Flash non è un personaggio d’invenzione ma una persona realmente esistente, ma in un mondo parallelo, ovvero Terra 2. Con Barry Allen c’è una completa rivoluzione dello stile del personaggio, che indosserà un costume totalmente rosso e che gli coprirà anche il viso, eccetto gli occhi, con il caratteristico caschetto con i fulmini. Purtroppo, Barry, il nuovo Flash, dovrà presto salutare la moglie che verrà uccisa dall’anti flash della sua epoca, il professor Zoom. Barry si innamorerà ancora , di Fiona Webb,  che però dovrà proteggere dal ritorno dell’anti-flash. Costretto ad uccidere il nemico, Flash sarà processato e solo grazie all’aiuto di Iris, che ( rullo di tamburi) era riuscita a sopravvivere perché una frazione di secondo prima della sua morte, i suoi genitori, provenienti dal futuro, avevano ingabbiato la sua energia vitale in un suo perfetto clone così da farla “rivivere” , riuscirà a fuggire e a rifugiarsi nel futuro( perché c’è a chi piace farlo strano eh  ). La loro vita ricomincia normalmente, ma nel XXX secolo. C’è sempre un nemico da sconfiggere per i nostri eroi e Flash, per salvare il mondo dall’ Anti-Monitor, (un bruto distruttore di dimensioni che utilizza un cannone anti materia per distruggerle ), dovrà sacrificare la propria vita correndo il più velocemente possibile: corse sempre più velocemente da far collassare il cannone su sé stesso, scomparendo fisicamente, lasciando solo il suo costume vuoto come prova della sua esistenza. Ma non finisce qua, il nostro impavido eroe torna in vita e con l’aiuto del nipote abbatte nemici, come piace a noi: prendendoli a calci supersonici dove non batte il sole!

John Wall-Barry Allen

“Mi chiamo Barry Allen, sono l’uomo più veloce del mondo. Per anni ho vissuto senza la mia sembianza umana, consumata dall’attrito di un folle viaggio alla velocità della luce, teso nello spazio e nel tempo alla rincorsa di un vettore invisibile e inarrestabile. Potevo racchiudere l’assoluto nel palmo della mia mano, percepire l’eternità in un battito delle mie ciglia. Capii allora di essere diventato qualcosa di più. Qualcosa di diverso rispetto a un uomo che corre più veloce degli altri. Io ero la Forza della Velocità’’

Proprio come Barry Allen, John Wall è il prototipo dell’eroe, sincero, forte, sicuro di se, ma soprattutto di una generosità infinita ( Basti pensare alla sua migliore amica, la giovane Damiyah , conosciuta attraverso il programma make a wish. La piccola purtroppo ha perso la battaglia con un tumore, ma John non la dimenticherà mai. Nel giorno della sua morte, dopo aver sconfitto i Boston Celtics ,dove il nostro EROE ha piazzato il massimo in carriera di 17 assist, è scoppiato in un pianto davvero commovente).

John è protagonista di un infanzia travagliata, che lo vede entrare ed uscire dal carcere, per visitare quel padre tanto amato che prima di morire gli trasmetterà quella voglia e quella rabbia che ogni notte possiamo ammirare sui parquet Nba. John però all’inizio è davvero una testa calda ed avrà molti problemi con le autorità locali a Raleigh, North Carolina. Cambia tre volte scuola per problemi comportamentali, ma trova la sua dimensione alla Word of God Christian Academy, dove il nostro Flash migliora sia sul piano umano che sul piano atletico, trascinando la squadra ad un passo dal titolo nazionale. Così le grandi università lo seguono, ma lui decide di andare a Kentucky per giocare per il grande coach Calipari. John ha un anno da Freshman assurdo e l’anno dopo lascia l’università per fare il grande salto nella Nba, dove ad aspettarlo con la prima scelta assoluta ci sono i Washington Wizards. Ai test fisici John fa registrare il record assoluto per i ¾ di campo: 3,5s. Se questo non è Flash, allora chi lo è?

Proprio come è stato Jay Garrick per Barry Allen, Wade è un idolo per Wall, che ne ricorda le movenze in campo ed ha un talento smisurato…non lo prende più nessuno. Proprio come il suo alter-ego Barry Allen,  John Wall con la sua super velocità è in grado di passare attraverso gli oggetti, o come preferisce lui, attraverso gli avversari ( andatevi a fare un giro sulle top ten della scorse settimane..vi spellerete le mani se non lo avete già fatto). Ha trascinato i suo Wizards ai playoffs lo scorso anno e quest’anno potrà solo confermarsi tra i migliori della lega, ma c’è qualcosa nella quale sicuramente è il migliore di tutti; è il più veloce! Signore e signori Barry Allen e John Wall: il nuovo velocista scarlatto!

Flash, non è un semplice eroe, ma è proprio metafora dell’UOMO che passa una vita intera a correre dietro i propri sogni e lascia indietro tutto ciò che è importante. Perché alla fine ciò che conta non è la velocità con la quale percorri il tragitto, ma il tragitto stesso, e questo , i nostri EROI, sembrano proprio averlo capito!

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Per Nba Passion,
Francesco Papillo

 

NBA Superheroes: la rubrica sui Supergiocatori!

NBA Superheroes:
Nelle prossime settimane andremo ad immergerci in un mondo fantastico, in un mondo nella quale fantasia e realtà si fondono formando un universo lontano (ma neanche troppo) dal nostro: quello dei Supereroi.

Supereroi

La domanda sorge spontanea, che cosa c’entrano i supereroi con la pallacanestro? I supereroi sono personaggi inventati da menti ben più brillanti e superiori della mia, molto spesso dotati di un costume o un uniforme che permettono di distinguersi dagli altri o molte volte dotati di tute che gli permettono di aumentare i propri poteri (vedere i costumini all’ultimo grido, programmati da Mr. Fantastic per i Fantastici 4). Apparte la banalità del costume, i supereroi sono dotati di qualità al di fuori della norma, che non sono riscontrabili in ogni persona…parlo dei superpoteri? No, quelli sono più un dono che gli permette di sconfiggere i loro nemici. Parlo del coraggio, della lealtà, della fedeltà, della nobiltà, dell’amicizia e tutti quelle qualità che permettono ad una persona dotata di poteri di diventare un vero e proprio paladino della giustizia, che mette al servizio il proprio dono per sconfiggere il male.

Arrivati a questo punto, vi starete chiedendo ancora perchè siamo su una pagina di pallacanestro a parlare dei supereroi e che centri con la nostra amata spicchia (ogni riferimento a Guido Bagatta è puramente casuale).

Ma è proprio nei supereroi che rivedo i nostri beniamini del parquet. Ogni notte indossano anche loro un costume, la casacca della proprio squadra, che rimane addosso come una seconda pelle e che dona ai nostri fenomeni la capacità di lottare, sudare e soffrire per quello che per alcuni sembrerebbe un semplice capo di moda che ormai tutti indossano, perchè come si dice in gergo fa molto ” swag”. I nostri, si che sono dei veri e propri supereroi, nelle quali mani sono affidati i sogni e le speranze di milioni di persone, che in ogni palazzetto o tramite i mass media, sono pronti ad esultare con e per i propri campioni. Attraverso quei 48 minuti di gioco (esclusi i timeout pubblicitari, che insistentemente ci ripropongono immagini di cibo, auto e belle donne…come dire l’immagine del sogno americano) tutti noi spettatori, assistiamo ad un vero e proprio atto di eroismo, che ci porta via dai nostri problemi e da tutto ciò che c’è di brutto nella vita, che ci fa esser felici anche dopo una sconfitta, perchè poi c’è il post-partita con birra e amici (per non parlare poi del lavoro che porta in tutto il mondo l’Nba che, oggi con i tempi di crisi che ci sono in giro è il vero e proprio atto eroico).

Insomma, il vero supereroe è colui che fa sembrare la vita migliore di quello che è, indifferentemente dal colore dell’uniforme, e se nella società moderna i nostri campioni NBA non sono supereroi, allora chi lo è?

per Nba Passion,
Francesco Papillo