MVP Power Ranking: cinque candidati per il premio

James Harden MVP

Con la Regular Season 2017-2018 quasi al giro di boa, e con le votazioni per l’All Star Game 2018 di Los Angeles, vari rumors iniziano a diventare sempre più insistenti per quanto riguarda il vincitore del premio di MVP per la stagione 2017-2018. Ovviamente ci sono Power Ranking che, come ogni altra statistica NBA, vengono aggiornati quotidianamente basandosi sulle prestazioni dei singoli, ovvero le prestazioni dei candidati al premio di MVP, e delle prestazioni di squadra, ovvero la percentuale di vittorie e sconfitte durante la Regular Season.

Ecco i giocatori che in questa stagione stanno facendo in modo di mettersi in palio per la vittoria del premio di MVP (escludendo purtroppo Michael Beasley):

1) LeBron James

Che il Prescelto stia giocando la miglior stagione della carriera in 15 anni di disumana carriera è risaputo. 28,4 punti, 8,2 rimbalzi e 9,2 assist a partita sono medie spaventose. The Chosen One viaggia quasi a una tripla doppia di media a partita, e i suoi Cleveland Cavaliers, dopo un inizio tutt’altro che incoraggiante, sembrano aver trovato la giusta alchimia, trovandosi nelle prime posizioni ad Est con 24 vittorie e 9 sconfitte e a una sola vittoria di differenza dalla capolista Boston Celtics. C’è anche da dire che King James ha un elevato minutaggio, infatti resta in campo 37,3 minuti di media per partita. Eterno e Prescelto:

 

2) James Harden

Nonostante tutti i dubbi estivi relativi alla trade che ha portato in forza agli Houston Rockets Chris Paul, e alle solite frasi da bar su quanti palloni sarebbero serviti in campo al Toyota Center per condividere i possessi tra Paul e Harden, gli Houston Rockets sono primi a Ovest con 25 vittorie e 5 sconfitte, davanti ai Golden State Warriors, distanti solo mezza partita. La coesistenza con Paul non sembrava così scontata, complice anche il cambiamento di ruolo della passata stagione di Harden da Shooting Guard a Playmaker. Invece The Beard non sta soffrendo molto queste dicerie e i numeri in campo parlano per lui: 31,9 punti, 5,1 rimbalzi e 9 assist di media a partita gestendo i possessi con Chris Paul a far girare la second unit come una macchina perfetta. Se i Rockets in Regular Season riusciranno ad imporsi sulla corazzata Warriors, il premio di MVP potrebbe arrivare in Texas.

 

3) Giannis Antetokounmpo

Con un inizio di stagione in salita dal punto di vista emotivo, vista la tragica scomparsa del padre, The Greek Freak ha deciso di riversare in campo tutta la sua rabbia e delusione trasformandola in puro agonismo e determinazione. I suoi Milwaukee Bucks sono quinti ad Est con 16 vittorie e 13 sconfitte e il greco sta conducendo la franchigia verso le parti alte della classifica consolidando le sue qualità da leader, in quella che potrebbe essere la stagione fondamentale, consacrandolo a superstar. In questa stagione Giannis in 38 minuti di utilizzo medio a partita mette a referto 29,7 punti, 10,6 rimbalzi e 4,6 assist a partita. Un tale dominio in campo a Milwaukee non si vedeva da molto tempo. Con queste medie sognare non è per nulla proibito, bisognerà vedere se, premio di MVP a parte, il giovane greco trasformerà una buona franchigia piena di talento in un vero ostacolo e in una potenziale contender con cui Boston e Cleveland dovranno lottare.

4) Kevin Durant

Nel più che rodato sistema dei Golden State Warriors di talento ce n’è in abbondanza, e soprattutto è ben bilanciato. Nel momento in cui una delle quattro superstar sia in difficoltà ci sono sempre le altre che arrivano in soccorso della franchigia. Anche in questo caso, con Steph Curry ai box per infortunio ecco che sull’attenti si presenta Kevin Durant. Il numero 35 della Baia in questa stagione sta facendo registrare 26,3 punti, 7,2 rimbalzi e 5,3 assist a partita in 34,7 minuti di utilizzo medio per partita. Numeri che trasmettono una certa solidità, ma quello che fa riflettere sono anche le 2,2 stoppate a partita, che lo rendono il secondo stoppatore nella lega preceduto da Myles Turner con 2,3 stoppate a partita, ma considerando che Turner è un centro mentre KD è un’ala ha di sicuro dello strabiliante. Che torni ad essere lui The Real MVP a fine stagione?

 

 

5) Kyrie Irving

NBA Finals 2016-2017. Sconfitta dei Cleveland Cavaliers 4-1 contro i Golden State Warriors. Aria di novità e di nuovi posti e relative nuove sfide. Voglia di diventare il primo violino, aumentare le proprie responsabilità e diventare il leader di una franchigia e non la seconda opzione. Queste le intenzioni di Kyrie Irving, che ha deciso di portare il suo talento ai Boston Celtics. Probabilmente molti avranno pensato che avesse sbagliato a prendere questa decisione dopo i primi cinque minuti dell’Opening Night con l’infortunio dell’altra stella dei Celtics Gordon Hayward. Invece, dopo un inizio leggermente sotto le aspettative, la point guard ha iniziato a macinare prestazioni importanti e giocate clutch che hanno portato i Boston Celtics a vincere 16 partite di fila e ad essere primi a Est con 26 vittorie e 9 sconfitte. Per l’ex Cavs quest’anno in 32,3 minuti di utilizzo medio a partita (il più basso dalla stagione 2015-2016) registra 24,9 punti, 2,9 rimbalzi e 4,9 assist a prestazione. Di sicuro, vista anche la sciagurata assenza di Hayward, il leader di questi Celtics è lui. Probabilmente con un primo posto in Regular Season a Est il premio di MVP potrebbe arrivare in Massachusetts, e servirebbe a smentire molti fan che ipotizzavano la scelta di lasciare Cleveland e il Prescelto come una mossa azzardata.

 

Sicuramente i candidati all’MVP sono tanti e con l’evolversi della stagione potranno sicuramente aumentare o magari si consolideranno quelli già in lizza oggi. Di sicuro ci sarà tanta competizione e tanti match da seguire per capire chi sarà The Real MVP della stagione 2017-2018.

 

 

James Harden MVP – Road to the greatness

James Harden MVP

James Harden MVP? Guardandolo non è possibile fare a meno di pensarlo, come non è possibile provare a marcarlo. The Beard e gli Houston Rockets puntano alle stelle, e l’attacco dei razzi di Mike D’Antoni sembra inarrestabile. Molti si sono persi sulla strada che porta al titolo di migliore del mondo. El Chapo, come lo chiamano in Texas, ha mancato il traguardo l’ultima volta che ha tentato di arrivarci, ma non si è dato per vinto.

James Harden MVP. Perchè Sì?

 

Non bisogna mai lasciare un attimo di respiro ad Harden.

Perchè l’anno scorso è stato un sistema di pallacanestro vivente, perchè quest’anno con o senza Chris Paul lo è ancora, ma tira meglio. Clint Capela al momento è il giocatore con la migliore percentuale al tiro di tutta la NBA. Il centro svizzero ha difficoltà anche a tirare un libero, e se tira, o meglio schiaccia, con il 67% dal campo gran parte del merito va all’infinità di primizie con cui Harden lo libera in area. Non che non ci sia già, ma un MVP che arriva ‘dritto fuori da Compton’ si aggiungerebbe alla lista di nati nel ghetto che ce l’hanno fatta per davvero. Potrebbe essere il migliore perchè quel carattere dirompente e quelle movenze da spadaccino lo rendono un giocatore unico, difficile da paragonare a qualunque altro campione del passato. Non è l’unico giocatore immarcabile della NBA, ma sicuramente uno di quelli che fa più male ai difensori. In tanti lo costringono a giocare di mano destra, ma il mancino segna lo stesso. In tanti lo vedono arrivare e pensano di poterlo prendere, ma lui con la sua lenta rapidità passa lo stesso. Se si parla di talento puro, James Harden non può che essere il migliore: istinto e saper giocare infinitamente bene a basket, senza avere il tiro di Stephen Curry o il fisico di LeBron James.

James Harden MVP. Perchè no?

Non che negli Stati Uniti ci tengano molto, ma se per MVP si intende il miglior giocatore sulla piazza, allora forse dovrebbe esserlo sia con la palla che senza. Harden tende ad essere un difensore di basso livello, non tanto per mancanza di capacità, quanto piuttosto di applicazione. Il numero 13 non è il primo, né certo l’ultimo, di una lunga stirpe di superbi realizzatori che non amano tornare in difesa. Ormai non è più così, visto che nella propria metà campo il suo lo fa eccome. Ma nell’immaginario americano Harden si è affermato come un campione a cui manca sempre qualche cosa per essere davvero grande. Le stagioni NBA sono delle vere e proprie epopee, sia per lunghezza che per intensità, e la quantità di cose che possono ancora accadere costituisce un numero di variabili incalcolabile. L’anno scorso non ha vinto il premio perchè i numeri di Russell Westbrook lo hanno messo in cattiva luce, quest’anno i candidati sembrano altri, ma stavolta potrebbe essere soltanto colpa sua. Fear The Beard.

James Harden MVP: le statistiche

Eric Gordon è uno di quei giocatori che sta beneficiando del rendimento del Barba.

Il Barba viaggia a 32 punti e quasi 10 assist di media. Rispetto alla scorsa stagione prende meno rimbalzi, ma in questo caso potrebbe non trattarsi di impegno minore. Harden infatti non sta più andando a caccia di triple doppie, che fanno piacere, ma non necessariamente portano a delle vittorie. A renderlo ancora più funzionale nel sistema di D’Antoni è la percentuale da oltre l’arco: il 40% con cui sta tirando da 3 Harden è il miglior dato dall’ingresso nella lega. Essere più che affidabili al tiro è essenziale per giocare quel tipo di pallacanestro, basta pensare a come Eric Gordon sia passato dall’essere la croce dei Pelicans al gioiello dei Rockets. Non è migliorato soltanto al tiro da 3 punti, anche la sua percentuale dal campo è salita, mentre ai liberi continua a flirtare con il 90%. Nonostante il regolamento sia cambiato, non consentendogli più di cercare il fallo nella maniera spudorata dell’anno scorso, Harden continua ad andare in lunetta con grande frequenza, e a sentenziare sempre nello stesso modo: la nuova regola gli ha tolto soltanto un libero a partita rispetto alla scorsa stagione.

Squadra da MVP?

Il record degli Houston Rockets è attualmente 21-4, e stanno cavalcando una striscia di 10 vittorie consecutive. Non è ancora il momento giusto per cantare vittoria, ma la creatura di D’Antoni e Harden sembra essere sempre più vicina allo strapotere dei Golden State Warriors. Per vedere James Harden MVP c’era bisogno di una squadra di un certo tipo, e osservando i razzi dell’era Mike appare subito chiarissimo quanto Harden venga valorizzato da questa cultura cestistica, ma allo stesso tempo quanto sia proprio lui a renderla possibile. Da grandi poteri derivano grandi responsabilità. Un eventuale fallimento del progetto Houston Rockets, che potrebbe significare una sconfitta pesante o semplicemente qualche gara al di sotto delle previsioni, potrebbe anche costare il premio a The Beard. In America spesso vengono privilegiate le grandi prestazioni individuali in contesti difficili, mentre quando un giocatore guida una squadra da titolo si tende a pensare che stia soltanto facendo il suo dovere, o perde punti nella corsa all’MVP alla prima sbavatura.

Road to MVP: cinque candidati, un solo vincitore. Non soltanto il Barba ed il #0

Thomas Leonard

Tra i tanti premi individuali che l’NBA mette in palio, il più prestigioso è sicuramente l’MVP. Il vero MVP non è solo il più forte giocatore del mondo, ma anche quello che migliora i propri compagni, che trascina la squadra oltre i propri limiti e i propri obiettivi. Negli due anni è stato Stephen Curry ad aggiudicarsi questo trofeo (la seconda volta all’unanimità), ma quest’anno probabilmente non sarà cosi. Di seguito la lista dei cinque candidati di questa stagione.

Kawhi Leonard

Ruolo: Small Forward
Stats: 26.3 punti, 6 rimbalzi, 3.4 assist, 48% dal campo (38.5% da tre)
Qualcuno doveva prendere le chiavi della squadra post Duncan e Leonard ha risposto presente. Uno dei giocatori più completi della lega, nonché il miglior difensore perimetrale degli ultimi anni (per info citofonare a LeBron e Durant). Quest’anno ha anche imparato come mordere in attacco, diventando il primo terminale offensivo degli Spurs. A 25 anni il suo palmarès conta un titolo, un MVP delle Finals, due Defensive Player of the Year, ma ancora nessun MVP della regular season; è ora di completare il quadro con l’ultimo tassello. VAI AL PROSSIMO>>>

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A qualcuno piace caldo

Thomas Wolfe interpretato da Jude Law, nel film Genius prova a spiegare al suo editore cos’è il jazz e perché lo ispira nella scrittura. Wolfe era un jazzista a tutti gli effetti, nonostante non suonasse uno strumento. Lo stesso discorso può valere per James Harden. Nella telecronaca della gara contro gli Utah Jazz, Flavio Tranquillo, ha paragonato le sue improvvisazioni a quelle di un musicista jazz e il paragone regge.

Maturità

Harden ha iniziato la stagione in maniera clamorosa. L’arrivo di coach D’Antoni ha cambiato il modo di giocare degli Houston Rockets, ora il barba inizia l’azione, questo ha aumentato i suoi minuti con la palla in mano e di conseguenza assist e punti ne hanno beneficiato. In 37 minuti di media a gara, ha finora messo a referto 28.7 punti, 12.5 assist e 7.7 rimbalzi a partita. A 27 anni sembra aver raggiunto una maturità, nonostante le continue pause difensive che non devono essere sottovalutate, se Houston dovesse migliorare ancora e trovare continuità, potrebbe rivelarsi una mina vagante. Per la lotta al titolo di MVP è tra i 3 strafavoriti.

Harden in numbers

La percentuale reale di realizzazione, cioè tenendo conto del valore del tiro dall’arco, recita 54.7%.  Da 3 punti sta tirando con il 36.6%, in linea con le sue medie nonostante l’aumentare del volume di tiri presi. La distribuzione delle scelte di James vede il 12,6% delle sue conclusioni, in catch and shoot. Il 49,8% deriva invece da situazioni di pull ups e il 37,2% sono tiri da meno di 3 metri. Sono 107 i canestri non assistiti, ad oggi, e soltanto 22 quelli derivati da un assist. Questo è un dato che Harden dovrebbe migliorare , perchè va bene avere tanto la palla, ma tra tanto e troppo lo spazio di manovra esiste. Quando la tiene per più di 6 secondi, le sue stats peggiorano totalmente.

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Le 6 fasi del cambiamento

Un buon assolo improvvisato è spesso strutturato in modo da contenere qualcuno o tutti i seguenti elementi:

  1. un’esposizione iniziale
  2. interazioni con altri strumentisti
  3. citazioni di brani e temi noti
  4. un assolo che cresce di intensità fino a raggiungere un picco
  5. ripetizioni di pattern o frasi
  6. una chiusura

Se vogliamo trasportare la struttura dell’improvvisazione del jazz, a James Harden, possiamo dire che:

1) l’esposizione iniziale equivale all’inizio dell’azione.

2) L’interazione con altri strumentisti – esegue il barba

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3) Per quanto riguarda le citazioni di brani e temi noti, diciamo che è difficile trovare un corrispettivo, però il suo eurostep lo si può considerare una citazione di un altro celebre mancino.

4) L’ex Thunder non è solo un mostro di tecnica, i suoi assoli infatti, possono raggiungere anche picchi di vera e propria fisicità, come questo.

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5) Errare è umano, perseverare è diabolico. Ma se l’azione in questione non è sbagliata, ripeterla cosa rende?

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6) Saper concludere con stile non è un problema per il numero 13 in maglia biancorossa.

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Hot or cold Jazz?

Il titolo del capolavoro di Billy Wilder “A qualcuno piace caldo”, faceva riferimento ai due tipi di Jazz, caldo e freddo. Harden di quale dei due stili fa parte? Nessuno o entrambi dipende dai punti di vista; perché è in grado di accelerare a suo modo come e quando vuole. Ha una capacità di andare in the zone davvero invidiabile, prende fuoco con un nonnulla e a quel punto è inarrestabile. Se e quanti trofei vincerà, non ci è dato saperlo, non ci resta che ammirarlo e vedere ciò che accadrà.

Il basket e la NBA hanno bisogno di James Harden, senza di lui sarebbe tutto più noioso, come ci ricorda lui stesso nel suo nuovo spot.

https://www.youtube.com/watch?v=lsBdaaRe2BA

E se ancora non vi va giù la sua scarsa applicazione difensiva, allora dovete proprio vedere il finale di “A qualcuno piace caldo”, d’altronde nessuno è perfetto.

5 motivi per 5 sfidanti al titolo di MVP

Uno dei discorsi che tiene banco d’estate, è quello sul titolo di MVP. Tanti sono i pretendenti, ma qualche candidatura, sulla carta, è più autorevole di altre. Togliendo dal discorso l’attuale campione in carica, per i 5 sfidanti scelti ci sono ( almeno ) 5 motivi ciascuno, per vederli trionfare in primavera.

 

1. LeBron James

OAKLAND, CA - JUNE 19: LeBron James #23 of the Cleveland Cavaliers gets handles the NBA championship trophy against the Golden State Warriors during the 2016 NBA Finals Game Seven on June 19, 2016 at ORACLE Arena in Oakland, California. NOTE TO USER: User expressly acknowledges and agrees that, by downloading and or using this photograph, User is consenting to the terms and conditions of the Getty Images License Agreement. Mandatory Copyright Notice: Copyright 2016 NBAE (Photo by Jesse D. Garrabrant/NBAE via Getty Images)
LeBron James con i due titoli vinti alla Oracle

1) Dopo essersi liberato del peso dell’anello a Cleveland, giocherà più leggero e rilassato. 2) Gli avversari, come miglior giocatore della Eastern Conference, scarseggiano; il dominio netto visto negli ultimi anni potrebbe essere premiato. 3) Il titolo conquistato da assoluto protagonista, ma con l’aiuto evidente dei compagni, forse porterà il King a fidarsi maggiormente dei propri compagni. Le statistiche degli assist e il gioco di squadra ne beneficeranno. 4) Preso atto della scelta di Kevin Durant, sarà extra motivato in vista della nuova stagione. 5) Le ultime prestazioni stagionali di LBJ sono state da incorniciare, se ne deduce che è ancora nel suo prime, il che non è una buona notizia per gli altri.

 

2. Russell Westbrook

Westbrook con la canotta dei Thunder.
Russell mentre esegue una leggera schiacciata.

1) La partenza di KD35 avrà sicuramente fatto affilare gli artigli a Russell. Non si darà per vinto, così come non lo farà OKC. Poi tra il dire e il fare… 2) Nella stagione 2014-15, i Thunder fallirono l’obiettivo playoff a causa degli infortuni. Westbrook però ebbe così l’opportunità di esibirsi al massimo delle sue potenzialità. A fine anno si è laureato miglior marcatore (28.1 di media) e terzo nella classifica MVP. 3) Billy Donovan è un ottimo coach, certo ha avuto anche una buona squadra, quindi è lecito pensare che ora costruirà un sistema intorno al numero 0 per farlo rendere come una superstar al 100%. 4) A Oklahoma sono cambiati molti giocatori, per questo il play da UCLA inizialmente dovrà sostenere la baracca. Dipende tutto, o quasi, da Russell Westbrook. 5) Senza Durant le sue stats recitano:

 

In quel periodo il grido "MVP, MVP, MVP" si alzava per lui alla Chesapeake Energy Arena
In quel periodo senza Durant, il grido “MVP, MVP, MVP” si alzava per lui alla Chesapeake Energy Arena
Statistiche con e senza KD in campo. Come MVP è uno dei candidati forti.
Statistiche con e senza KD in campo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

3. Paul George

Paul George e la comunità di Indianapolis: un rapporto che sembra essere molto saldo
Paul George con la seconda maglia dei Pacers.

1) E’ tornato alla grandissima dall’infortunio. La voglia di rivalsa è sensazionale, ma non basta per essere a quei livelli, c’è tanto lavoro dietro. L’ala dei Pacers è pronta a lavorare duramente per migliorare ancora e in una lega così competitiva, il lavoro paga. 2) Il roster di Indiana conta nomi nuovi e non è difficile vederla come principale contender dei Cavs. George sarà l’ago della bilancia di questo processo di crescita. 3) Essere l’uomo franchigia sembra non pesare a PG13, che durante quest’anno ha dimostrato di essere un two-way player come pochi in circolazione. 4) La “polemica” tra Paul e il videogame NBA2k ha portato il brand a scegliere proprio lui come testimonial. Insomma se si mette in testa una cosa, è difficile se non impossibile togliergliela. 5) Il 2015-16 ha visto migliorare molte statistiche personali, non è forse lecito aspettarsi un ulteriore miglioramento?

Statistiche a confronto
Statistiche a confronto

 

4.  Anthony Davis

Anthony Davis Fonte Batmattz - Copia
Anthony Davis Fonte Batmattz – Copia

1) Lo scorso anno proprio in questo periodo, non si sentiva parlare d’altro che del monociglio. “Sarà il suo anno” o “MVP assicurato entro 3 anni”, bene il 2015-16 non è stato decisamente la sua stagione, perchè non potrà essere la prossima? 3) Nonostante l’annata non brillante ha messo a referto statistiche invidiabili: 24.3 punti, 10.7 rimbalzi e 2 stoppate di media in 35.5 minuti a partita. 4) Ha soli 23 anni lo si può già considerare clutch. Come dimostra la tripla segnata allo scadere che praticamente ha portato i Pelicans ai playoff.

5) Il video risale a 13 mesi fa. 208 cm, 115kg e tira così?! Scherziamo?! Palesemente il giocatore del futuro e come cantano i Non Phixion “The future is now.”

 

5. James Harden

Il Barba
Il Barba

Nome un po’ a sorpresa. 1) Ha 27 anni e la sua eredità dipenderà da questo momento della carriera, non può più permettersi di sbagliare. 2) Da quando è a Houston la sua media punti è di 26.9. Il trofeo di MVP viene assegnato principalmente da queste statistiche. 3) Da anni è il go to guy, quello che si è preso sulle spalle la squadra e l’ha portata ai playoff nella conference più difficile. Senza Dwight Howard sarà ancor di più così. 4) Le difese avversarie quando programmano il piano partita  contro gli Spurs dovranno essere attenti a Aldrige, Leonard ecc. Quando affrontano i Cavs ai i big three, e così via. Houston ha praticamente solo Harden, specialmente nei momenti che contano. 5) Il contratto non è in scadenza, ha firmato una sponsorizzazione, con l’Adidas, ha detto no alle olimpiadi, perciò durante l’estate si può concentrare solo sul gioco.

 

 

Chi vincerà dunque l’ambito premio?

Non solo questi nomi sono in lizza, ma anche: il già citato Stephen Curry, il neo Warriors Kevin Durant, Damian Lillard, Kawhi Leonard, Chris Paul e pochi altri. Stando ai bookmakers il più quotato alla vittoria finale del MVP è LeBron James, è lecito però aspettarsi sorprese. Sempre che Curry non ripeta le mostruose prestazioni della regular season, anche se con KD in più in squadra è difficile credere che non verranno ridotti i possessi a sua disposizione e quindi i tiri. Certo è che gli assist potrebbero avere un notevole incremento. La lotta per il premio più inutile e più ambito è appena iniziata e non si fermerà prima di maggio 2017.

Road to MVP: Draymond Green

Certe volte serve una partita per trasformare un buon giocatore in un grande giocatore. Certe storie nascono in sordina, in punta di piedi, poi piano piano quello che sembra essere un giocatore di medio livello, si trasforma in un trascinatore. Questa è la storia di un giocatore del genere, un giocatore che non ha avuto un impatto devastante, che ha dovuto faticare per ottenere i risultati e oggi, dopo tanto lavoro è diventato l’anima, o meglio una delle anime, della squadra più in forma della lega. È la storia di un difensore che, se non vogliamo considerare la corsa all’MVP già chiusa, si candida al premio. Questa è la storia di Draymond Green.

Draymond Green agli Spartans
Draymond Green agli Spartans

Draymond Jamal Green nasce a Saginaw, Michigan il 4 Marzo del 1990 da Mary Babar e Raymond Green. Nella sua infanzia la palla a spicchi è una costante, d’altronde sono gli anni dei grandi Pistons di Chauncey Billups e soprattutto di Ben Wallace. Ben Wallace sarà fonte d’ispirazione in tutta la sua carriera, il ruolo dominante che un uomo così piccolo ha in NBA – e stiamo parlando del 3 di Detroit –  farà capire a Dray che nel basket i centimetri non sono tutto. Per seguire la sua passione frequenta la Saginaw High School nella sua città natale, agli ordini di Lou Dawkins. Green è un giocatore nella media, laddove il talento non arriva sopperisce con la volontà. Dray è infatti un lavoratore instancabile: quando per gli altri l’allenamento dura un’ora per lui dura due. È sempre in palestra ad allenare i suoi fondamentali. Grazie alla sua instancabilità e alla sua doppia-doppia di media (20 punti e 13 rimbalzi) porta i Trojans ad un record di 27-1.

Il 14 novembre 2008 diventa un bianco-verde all’università di Michigan State dove comincia a vedere i frutti del suo lavoro. Con gli Spartans è il quarto miglior marcatore della squadra nel suo anno da freshman. Nel suo anno da senior aiuta la sua squadra a raggiungere un record di 24-7 e viene nominato “Big Ten Player of the Year.” Vedendo i suoi netti miglioramenti, decide di rendersi eleggibile per il draft 2012. È l’anno di Anthony Davis, Damian Lillard e Andre Drummond, Dray sa che difficilmente sarà nelle prime 10 scelte. E infatti nelle prime 10 non viene selezionato e nemmeno nelle prime 20. Dray infatti viene scelto con la 35sima scelta da Golden State Warriors. Inizia così la sua avventura, in punta di piedi, in NBA.

Una delle ragioni per la quale i Warriors sono oggi una squadra formidabile è sicuramente la capacità di scelte al draft. Scegliere Green si rivelerà una delle mosse migliori degli ultimi 15 anni. Draymond però è un diesel, parte piano. Il primo anno con la franchigia californiana non sarà nulla di eccezionale e, anzi, verrà ricordato per un errore che costo la sconfitta in gara 1, al primo turno di playoff, contro i Nuggets. La squadra riuscirà comunque a passare il turno in sei gare. Al secondo turno però ci sono gli Spurs, e i californiani si vedono battuti in 6 gare. Termina così il primo anno di Green tra i massimi del basket, anno che si chiude senza infamia e senza lode.

Draymond Green però non accetta di essere soltanto un buon giocatore, vuole di più, molto di più. Appena termina la serie con San Antonio si mette al lavoro, come del resto ha sempre fatto nella sua carriera e, a stagione ripresa, si presenta molto più in forma, con un tiro da tre nettamente migliorato e con una maggiore capacità difensiva. L’anno 2013-2014 non sarà ancora quello della consacrazione ma si registrerà un netto miglioramento dell’ala di Saginaw. La sua squadra farà per il secondo anno i playoff ma verranno sconfitti al primo turno contro i rivali di sempre: i Clippers.

Il primo titolo di Draymond Green
Il primo titolo di Draymond Green
Draymond Green e Steph Curry
Draymond Green e Steph Curry

E poi arriva la stagione 2014-2015. Complice anche l’infortunio di David Lee, Green diventa il titolare della franchigia di Oakland. La regular season dei Warriors è devastante: si classificano primi nella conference con un record di 67-15 e approdano ai playoff. In post season i primi da affrontare saranno i Pelicans, che verranno eliminati con un secco 4-0. Sarà poi la volta dei Grizzlies, che opporranno resistenza per 6 gare prima di essere sconfitti. In finale di conference ci sono i Rockets di Harden, ma anche loro non potranno niente contro il trio che si è formato Curry-Green-Thompson, dopo 5 gare la squadra di Houston alzerà bandiera bianca. In finale c’è LeBron James con i suoi Cleveland Cavaliers. E qui si torna all’inizio, quando si diceva che serve una partita per trasformare un buon giocatore in un grandissimo giocatore, ebbene questa partita è gara sei delle finals: Green è il sesto giocatore della storia a registrare una tripla-doppia in finale NBA, gli altri 5 sono pressoché sconosciuti del basket, tali Magic Johnson, Larry Bird, James Worthy, Tim Duncan e lo stesso LeBron James appena battuto; ma soprattutto la franchigia californiana torna a vincere il titolo dopo 40 anni, consacrandosi come una delle squadre più forti del decennio, senza voler scomodare nessuno. E Draymond non si è certo accontentato, quest’anno sta giocando meglio dell’anno scorso e la squadra sta volando, vedremo come andrà a finire.

“I’ve been pretty broke my entire life. I’m not going to live that same life, but I’m going to keep those same principles.”

Draymond Green
Draymond Green

Questo è Draymond Green, un campione umile, che ha scelto di vivere in un paesino californiano a dispetto di San Francisco dove tutti i suoi compagni abitano, un uomo che ha saputo essere più forte del fisico non eccellente, un uomo che ha ribaltato tutto ciò che di male gli era stato detto, un uomo che ogni allenatore vorrebbe avere nella propria squadra. Green ormai è salito sul treno dei campioni e, ad oggi, non sembra voglia scendere molto presto.

PS: forse ne ho dato la descrizione di un ragazzo che non ride mai, beh non è così, per conferme seguirlo su Snapchat.

 

 

Road to MVP: Russell Westbrook

“How can you not love this guy? The guy plays with so much passion. He plays with toughness. He plays for the team.”

Russell Westbrook
Russell Westbrook

Come si fa a non amarlo? Queste le parole spese per lui da un certo Kevin Durant durante il suo discorso post MVP. Queste parole sono rivolte ad un suo compagno degli Oklahoma City Thunder che KD cerca con lo sguardo, mentre sta parlando. La persona in questione è uno dei playmaker più tosti della lega, senz’altro uno dei più talentosi. La persona in questione, come d’altronde molti suoi colleghi, è un campione senza anello, un vincente senza trofeo ma sicuramente un candidato MVP. La persona in questione è Russell Jr. Westbrook.

Westbrook nasce a Long Beach, California, il 12 Novembre 1988, da Russell Westbrook Sr. e signora, Shannon Horton. Cresce però ad Hawthorne, e sarà proprio in questa cittadina Americana che Russell scoprirà la passione per la pallacanestro. Questa passione gli viene tramandata dal padre che, ai suoi anni, passava metà della sua giornata ai playground a umiliare chiunque provasse a sfidarlo. E i campetti saranno un po’ la seconda casa anche per Russ, e sarà proprio lì che imparerà tutte quelle mosse che oggi appassionano i tifosi dei Thunder e degli appassionati in generale. Per il giovane Russell però, il basket non è tutto. I genitori infatti, sono molto severi, e il basket deve essere concepito dai figli, come un premio. “No pal, you won’t play ‘till you finish your homework” “No amico, non andrai a giocare finchè non avrai finito i tuoi compiti”. Questa più o meno era la solita pappardella che Westbrook sentiva ogni volta che chiedeva alla madre il permesso di andare a giocare.

Decide quindi di iscriversi alla Leuzinger High School in Lawndale, California, dove si rende conto che il basket può diventare qualcosa di più che una semplice sfida al campetto. Khelcey Barris infatti, appena lo vede giocare se n’innamora perdutamente, al punto di chiederli personalmente di iscriversi nella sua squadra. Nel suo anno da freshman è gia titolare inamovibile. Lui vuole giocare da ala, come uno dei suoi grandi idoli Kevin Garnett, ma la sua altezza e le sue doti suggeriscono che il ruolo più adatto a lui sia quello di playmaker.

Russell Westbrook ad UCLA
Russell Westbrook ad UCLA

Nei suoi anni alla Leuzinger Russell offre spettacolo, al punto che Ben Howland e la UCLA faranno carte false per averlo. Diventa quindi un “bruin” nel college californiano. Inizialmente sarà il sostituto di Darren Collison ma il ruolo di comprimario non fa per lui. Dall’anno successivo (complice anche un infortunio di Collison) Westbrook si prenderà il ruolo di titolare e lo lascerà solo nel 2008, quando si rende eleggibile per il draft NBA.

Russell Westbrook nel giorno del draft ai Sonics
Russell Westbrook nel giorno del draft ai Sonics

Russell viene scelto con la chiamata numero 4 dai Seattle Supersonics (che diventeranno poi Oklahoma City Thunder), dopo Derrick Rose che viene chiamato dai Bulls, Michael Beasley che diventa uno dei Miami Heat e O.J. Mayo selezionato alla terza dai Timberwolves. Il suo anno da rookie è giocato su ottimi livelli, riuscendo anche a registrare la prima ,delle tante, tripla doppia contro Dallas. Al termine della stagione entra a far parte del NBA All-Rookie First Team grazie ad una media di 15.7 punti a partita. Anche questa volta, il primo anno è un panchinaro e, anche questa volta le cose cambiano l’anno successivo. Nella stagione 2009-10, infatti, diventa titolare, aiutando la sua squadra a raggiungere i playoff, dove però trovano i futuri campioni dei Lakers a cancellare il loro sogno al primo turno.

La stagione 2010-11 sarà la stagione che confermerà definitivamente Westbrook. È uno dei migliori PG della lega e, senza ombra di dubbio, uno dei più atletici. Il suo atletismo gli varrà anche la prima convocazione all’All Star Game. Al termine della stagione, i suoi Thunder conquistano la quarta piazza nella western conference. Ai playoff incontrano al primo turno i Denver Nuggets, che vengono eliminati in 5 gare. Al turno successivo bisogna andare fino a gara 7 per eliminare i Memphis Grizzlies, impresa aiutata dai 31 punti nell’ultima partita di Westbrook e soprattutto da una serie giocata a grandi livelli dai tre Moschettieri: Westbrook, James Harden e Kevin Durant. Nelle finali di conference, però, Russell e compagnia incontrano i Dallas Mavericks che, in 5 gare, eliminano i Thunder.

Durant e Russell Westbrook
Durant e Russell Westbrook

La stagione successiva, quella 2011-12, sarà la stagione contemporaneamente la più emozionante e la più ricca di rimpianti della sua carriera: dopo essere stato selezionato di nuovo all’All Star game e aver segnato il suo career high di 45 punti contro Minnesota, aiuterà la sua squadra a qualificarsi ai playoff dove, al primo turno, si sbarazzano in 4 gare dei Mavericks, prendendosi la rivincita. Sarà poi la volta dei Lakers, che verranno eliminati dopo 5 partite, e degli Spurs, eliminati in 6. Russell e i suoi sembrano inarrestabili, quello sembra essere il loro anno: Durant è una forza della natura, Harden ha fatto il definitivo salto di qualità è Russell Westbrook è leader sia dentro che fuori dal campo. Nelle Finals però incontrano il king, LeBron James. Ci vorranno  5 gare a LeBron per confermare la corona sulla testa e per cancellare il sogno di anello della squadra di Oklahoma. “Everything you hope for, just gone. I don’t believe this” “Tutto quello che speri, andato. Non ci voglio credere”.

Quel 22 giugno 2012 qualcosa sembra essersi rotto nel cuore di Russ che però non sa nemmeno cosa voglia dire arrendersi, e riprenderà la stagione successiva con i ritmi della precedente. Le medie punti si alzano, le triple doppie diventano quasi una costante e i suoi Thunder raggiungono ancora una volta i playoff. Al primo turno trovano gli Houston Rockets dell’ex compagno di squadra James Harden. In gara 2 però, a gioco praticamente fermo dopo un time-out chiamato, il rookie Patrick Beverly nella foga di rubargli il pallone gli frana addosso, provocandogli la rottura del menisco e chiudendo così in anticipo la sua post-season. Finisce così una striscia di 445 partite consecutive giocate senza saltare una gara con la maglia di Oklahoma City. I suoi Thunder verranno eliminati al turno successivo dai Grizzlies.

Quell’infortunio lo obbligherà a guardare in televisione l’inizio della stagione successiva, la 2014-15. Quando rientra, a farsi male è l’altro violino della squadra KD, e nonostante una stagione formidabile di Russell Westbrook (e un titolo MVP dell’All Star Game) non riuscirà a trascinare la sua squadra ai playoff.

Quest’anno le cose sono diverse. Sia Russ che Durant godono di ottima salute, in più il numero 0 è back-to-back MVP dell’All Star. I suoi Thunder stanno disputando un’ottima stagione, stiamo a vedere se riusciranno a fermare quella macchina apparentemente inarrestabile che si chiama Golden State Warriors. Quello su cui non dobbiamo avere dubbi è che Mr. Triple Double farà di tutto per togliere lo scettro a Stephen Curry e che, nonostante tutto, tra i nomi dei grandi di questo sport, troveremo sicuramente il suo: Russell Westbrook.

Road to MVP: Chris Paul

Per raccontare la storia di uno dei più grandi playmaker della storia del basket mondiale come scenario ideale ci vorrebbe una gara 7 della finale playoff, al termine della quale questo playmaker si aggiudica il titolo. Il basket però, come la vita, non è una commedia teatrale, e quindi siamo qui a parlare di un campione senza l’anello, di uno scalatore che non ha mai raggiunto la vetta. Questa è la storia di un ragazzo che quest’anno però ci riprova a vincere quel titolo. È la storia di un rivoluzionario, di un talento cristallino, di un “Point God” e di un sicuro candidato MVP. Questa è la storia di Chris Paul.

Chrisropher Emmanuel Paul nasce a Lewisville, il 6 maggio 1985. Nasce da Charles e Robin Paul. Il padre di Chris è stato un grande atleta, trasmettendo la passione per lo sport ai figli. Come molti ragazzi americani, la sua infanzia la passa a giocare a football, nonostante il suo fisico non sia esattamente uno da NFL. Alla fine però la palla a spicchi prevale, e noi oggi ringraziamo per questo. Paul frequenta la West Forsyth High School, dove venne nominato Mr. Basketball della Carolina del Nord dal Charlotte Observer, il giornale locale. Della sua esperienza all’high school, la partita che ruba la scena è quella che conosciamo tutti: dopo che suo nonno fu ucciso da cinque malviventi, all’età di 61 anni, Paul scese in campo e segnò 60 punti, prima di subire un fallo che lo mandò il lunetta per due liberi; in onore del suo caro nonno, CP3 segnò il primo libero e sbagliò il secondo, prima di scoppiare in lacrime. Quello che non tutti sanno però, è che Paul, nonostante tutto oggi non prova rancore verso i malviventi, gli ha perdonati.

Paul decide poi di accasarsi al college di Wake Forest University dal 2003 al 2005, giocando sotto gli ordini di coach Skip Prosser o, come tutti lo conoscono, “Big Buddy Skip”. Nei suoi anni al college Chris detta legge. Ha una visione di gioco pazzesca e rappresenta l’essenza pura del playmaker. Al suo primo anno infrange i record di assists e palle rubate, ma è anche il migliore nella percentuale di tiri da tre. Il suo nome comincia a essere conosciuto in tutti gli Stati Uniti, tant’è che anche gente di un certo calibro: “In five years, he’ll be the best point guard in the game. Hands down.” “in cinque anni sarà il migliore playmaker della lega.” Dirà di lui Stephon Marbury. Il suo approdo in NBA sembra solo una formalità, e così nel 2005 decide di rendersi eleggibile per il draft NBA. Gli esperti lo danno come possibile prima scelta, ok il fisico non è eccellente, ma incarna le capacità dei play ideali. La prima scelta però spetta ai Bucks che chiamano Andrew Bogut, alla seconda gli Hawks selezionano Marvin Williams, alla terza i Jazz gli preferiscono Deron Williams e, finalmente, con la numero 4 gli Hornets scelgono Chris. In quel giorno Chris inizia la sua avventura nel mondo dei grandi.

Il suo primo anno NBA conferma le ottime aspettative che c’erano su di lui. Diventerà Rookie of the year quasi all’unanimità (soltanto un voto andrà a Deron Williams) grazie a medi di 16.1 punti, 5.1 rimbalzi, 7.8 assists, and 2.2 rubate ad allacciata di scarpa. La squadra però è quello che è, vincono 38 partite e non raggiungono i Playoff. Anche la stagione successiva, nonostante un CP3 in netto miglioramento, la post season viene mancata.

La stagione 2007-08 però, sembra nascere sotto una buona stella. Chris è diventato categoricamente il leader e il trascinatore della squadra, riuscendo a portare i suoi ai tanto invocati Playoff. Il primo turno gli mette davanti i Dallas Mavericks. Le prime due gare, fuori casa, sono marcate Cp3 che mette a referto 35 punti e 10 assists in gara 1 e 32 punti e 17 assists in gara 2. Nonostante uno scivolone in gara 3 la squadra di New Orleans riesce a vincere la serie in 5 gare. Al turno successivo incontrano i San Antonio Spurs, in una serie al cardiopalma che vedrà gli Hornets perdere in 7 gare.

La stagione successiva Paul è incontenibile, va vicino più volte alla quadrupla doppia e riporta la squadra per la seconda volta consecutiva alla post season, dove però vengono eliminati al primo turno per mano dei Denver Nuggets. Le cose cambiano però l’anno successivo, nella stagione 09-10. Dopo un inizio non troppo incoraggiante coach Byron Scott, con la quale Chris aveva un grande rapporto, viene licenziato. La cosa non fu ben vista da Paul. I climi erano tesi e, complice l’assenza per un mese causa infortunio di Paul, la squadra non raggiunse i PO. La stagione successiva però ritornarono a giocare le partite che contano. Al primo turno incontrarono i Lakers,  che nonostante una serie storica di Chris, sconfissero gli Hornets in sei gare.

Paul non vince, continua a lottare ma non riesce, decide quindi che è tempo di cambiare aria. Al termine della serie contro i Lakers la proprietà annunciò che Chris diventerà un free agent. Tantissime squadre sono interessate a lui, su tutte i Jazz (che lo avevano scartato al draft), i Knicks e le due franchigie di Los Angeles. CP3 opterà per la California, sponda Clippers. Il 15 dicembre 2011 Paul (e due seconde scelte del draft 2015) passa ai Los Angeles Clippers in cambio di Eric Gordon, Chris Kaman, Al-Farouq Aminu ed una prima scelta del draft 2012. Da subito si instaura un grande rapporto tra lui e Blake Griffin, e la cosa fa ben sperare i tifosi che possono vantare uno dei duo più forti nella lega. Infatti i Clippers raggiungono già al primo anno i playoff, dove al primo turno incontrano i Memphis Grizzlies, battendoli in 7 gare. Al turno successivo però incontrerà ancora gli Spurs, che ancora una volta porranno fine ai sogni di gloria del nativo di Lewisville, in una serie persa in 4 gare.

E da allora ogni anno in qualche modo la squadra di Chris Paul parte come contendente al titolo ma, arrivata alle partite che contano, l’inesperienza, la paura, la bravura degli avversari, fanno si che, quello che ha detta di molti è il miglior playmaker (se non altro vero playmaker) della storia, non si sia ancora infilato un anello al dito. La carriera di Chris Paul, rimane comunque splendida, il suo talento è innegabile. Quest’anno, come detto, ci riprova, anche se quelli di Oakland non sembrano troppo intenzionati a perdere. Chissà però cosa ci regalerà questa stagione. Quello che però sappiamo è che, anche se il titolo non dovesse vincerlo, tra trent’anni, dopo il pranzo di Natale, faremo salire nostro nipote sulle ginocchia e gli diremo: “ragazzo, io ho visto giocare Chris Paul!”.

Road to MVP: Damian Lillard

Questa è la storia di uno dei giocatori più sottovalutati della lega. È la storia di un ragazzo che ha sempre cercato di dimostrare il suo valore, ma le sue potenzialità sono state colte da pochi lungimiranti. È la storia di un ragazzo che conosce, e soprattutto ha conosciuto, la fatica, il sudore, le giornate intere in palestra e il lavoro duro. È la storia di un ragazzo che alla fine ha raggiunto il suo obiettivo, diventando uno dei play-maker che, in questo mondo dominato dal 30 di Golden State, sta assolutamente scrivendo il suo nome negli iscritti alla corsa all’MVP. È la storia di Damian Lamonte Ollie Lillard.

Damian Lillard nasce il 15 Luglio 1990 da Gina e Houston Lillard. Nasce ad Oakland, California, in un quartiere residenziale. L’infanzia di Dame è molto tranquilla, va a scuola, aiuta il padre a riparare auto, esce con i suoi amici e gioca a basket con il fratello, Houston JR, nel canestro appeso sopra il garage. Il padre di Damian è un uomo molto considerato nel suo quartiere, verrà sempre considerato uno degli eroi più importanti nella vita del piccolo Lillard. Oltre suo padre però gli eroi per il piccolo Dame sono molti altri: Micheal Jordan, Allen Iverson, Tim Duncan e Shaquille O’Neal, giusto per citarne qualcuno. Si perché nella sua vita, il basket è tutto. Ci gioca dal mattino alla sera, inverno o estate, sole o pioggia.

Questa sua passione è fondamentale nella scelta dell’High School, Lillard infatti decide di optare per St. Joseph Notre Dame High School in Alameda, California dove un altro dei suoi eroi aveva studiato: Jason Kidd. Le cose però non vanno come devono. Dopo un anno infatti, decide di tornare a casa, alla Oakland High School. Questa scelta è motivata fondamentalmente dalla mancanza della sua famiglia, ma soprattutto dal rapporto mai decollato con coach Chris, che non vedeva in lui quell’astro speciale.

Quando arriva il momento di scegliere il college non ci sono grandi offerte per lui. Questo segnerà tutti i suoi “teen years” rimanenti. Lillard è convinto di essere un buon giocatore, un ottimo giocatore a dirla tutta. N
on riesce però a capire perché gli altri non credano in lui, perché non vedano in lui quel talento di cui è palesemente dotato. Nonostante tutto un college che crede in lui c’è ed è il Weber State nello Utah.  Qui comincia a far valere il suo innegabile talento, chiudendo con una media di 20 punti, 4,2 assists e 5 rimbalzi a partita il primo anno e dove viene soprannominato The Bulb, la lampadina, per la sua capacità di illuminare il gioco e di
accendersi in un secondo. Il secondo migliora ancora di più e il terzo anno sembra essere l’ultimo, prima di dichiararsi eleggibile per il draft. la sfortuna vuole però che dopo solo 4 partite, un infortunio al piede lo costringerà a stare fermo per 14 settimane, rimandando l’appuntamento con l’NBA.

Appuntamento con l’NBA che arriva nel 2012, quando Dame si dichiara eleggibile per il draft. E’ un draft particolare, è il draft di Draymond Green, chiamato alla #35 e Thomas Robinson alla #5. In ogni caso,la prima scelta di quel draft è scritta, appartiene ad un ragazzo di Kentucky, un certo Anthony Davis. Alla seconda tocca Charlotte che opta per Michael Kidd-Gilchrist. Bradley Beal si accasa nella capitale, con Washington che lo chiava alla terza,  Dion Waiters finisce a Cleveland con la quarta, come detto viene chiamato Robinson dai Kings alla numero 5 e “with the 6th pick of the 2012 NBADraft, the Portland TrailBlazers selects: Damian Lillard”. Numero 6 dunque, meglio delle aspettative che si era fatto. Si aspettava di essere scelto dopo la decima, causa l’infortunio al piede e causa la mancanza di fiducia che molti avevano avuto in lui. Non Portland però, Portland credette molto in lui e questo ad oggi ripaga la franchigia. Inizia la sua avventura NBA dunque, con la maglia numero 0, che chiunque conosca Gilberto Arenas sa cosa significa.

Già dalla Summer Leauge il ragazzo fa capire di avere talento, mettendo a
referto medie incredibili. Ma il meglio lo riserva per la stagione vera e propria: doppia doppia contro i Lakers al  debutto, season high di  38 punti in un’altra partita con la squadra di Los Angeles, vincitore del Tako Bell Skills Challenge, 1689 punti e 565 assists. Tutti elementi che lo dichiarano, ad unanimità Rookie of the year. E la stagione successiva continua sul ritmo della precedente, diventando il primo giocatore della storia a partecipare a 5 eventi dell’All Star Weekend: il Rising Stars Challenge il venerdì, lo Skills Challenge (dove arriva primo insieme alla guardia di Utah Trey Burke), il Three-Point Shootout e lo Slam Dunk Contest il sabato e l’All-Star Game la domenica. Quell’anno riesce anche a portare Portland ai playoff, impresa che non gli era riuscita l’anno precedente. Al primo turno incontrano gli Houston Rockets e Lillard & co. Riescono a passare il turno con il risultato di 4-2 (con il buzzer beater di Lillard in gara 6). Al secondo turno però  ci sono gli Spurs, che, diretti al titolo, si sbarazzeranno dei Blazers in 5 gare. L’anno successivo non regalerà particolari gioie ne al californiano, ne alla squadra dell’Oregon, che ai Playoff verrà eliminata in 4 gare dai Grizzlies.

Questa stagione però, ne sta regalando eccome di gioie. Lillard è sicuramente nella discussione sui più grandi Play della lega. È sicuramente un giocatore con un futuro roseo davanti a sé. E la sua è sicuramente una bella storia, certo, non una di quelle tipo Allen Iverson, non una di quelle in cui ha riuscito a battere la fame o i proiettili di una pistola, quelle non c’entrano nulla con lui. È una bella storia perché è riuscito a battere i pregiudizi e le storciate di naso che ha ricevuto, dimostrando che se uno ci crede davvero, nulla è impossibile, con l’obiettivo di migliorarsi giorno dopo giorno.

“I just want thank everyone that felt I wasn’t good enough, this ain’t unfamiliar territory for me. It actually is what my life has been inspired by.”

Road to MVP: Jimmy Butler

“I don’t like the look of you. You gotta go.” “Non mi piace il tuo stile, devi andartene.”

Si potrebbero utilizzare queste parole per iniziare uno dei racconti più belli dell’NBA. L’NBA, come sappiamo, non si limita ad essere la massima lega cestistica, è molto di più. Per ogni ragazzino, americano e non, con una palla a spicchi in mano l’NBA rappresenta il culmine dei propri sogni. Ogni bambino al campetto con la passione per il basket desidera giocare in NBA. È come la luna per chi vuole fare l’astronauta, come Hollywood per chi vuole fare l’attore o come Wall Street per un broker. Però solo in pochi ci riescono, solo in pochi hanno il talento, la costanza, la testa, la voglia di riuscire a far parte di questo campionato. Uno di quelli che ci è riuscito, quando aveva 13 anni, venne cacciato fuori di casa dalla madre che non approvava il suo stile di vita, lui però ha continuato imperterrito, ed oggi con la maglia #21, cerca di riportare i Chicago Bulls ai fasti che meritano. Il ragazzo in questione è una delle shooting guard più interessanti della lega ed ha appena riscritto un record che apparteneva ad un certo Michael Jordan, autore di una stagione che lo candida al premio MVP, stiamo parlando di Jimmy Butler.

Jimmy Butler III nasce a Houston, Texas, il 14 Settembre 1989. L’infanzia di Jimmy è da annoverare tra le peggiori nella storia dello sport. Costretto a crescere senza il padre che lo ha abbandonato appena nato, Jimmy vive in un paesino non troppo lontano dalla città in cui è nato, con la madre. Fino a qui tutto più o meno normale, l’America è piena di casi di madri single che crescono il bambino, in più la situazione economica non è disastrosa dato che mamma Londa ha un lavoro stabile da cameriera. Nel 2003 però tutto cambia drasticamente. Jimmy è un ragazzo solare, tranquillo che però, come ogni ragazzino della sua età segue le mode. In particolare segue lo stile e il modo di vestire dei vari rapper, molto famosi in quegli anni. Quando Jimmy torna a casa dal campetto, ha sempre pantaloni larghissimi, catene e collane d’oro (finto) al collo. E questo alla madre non va bene, per niente. Quando Jimmy ha solo 13 anni viene letteralmente mandato via di casa, in quanto la madre non approvava il suo “stile”. Ora, è difficile per chiunque rimanere senza una casa, ma pensate per un ragazzino di 13 anni. Dopo un periodo da vagabondo, casa dopo casa, senza soldi e senza parenti viene ospitato da una famiglia, la famiglia Leslie, dopo che Jimmy aveva fatto amicizia con Jordan, il figlio più giovane della famiglia. È la classica famiglia americana, forse un po’ più allargata: 7 figli (8 se contiamo Butler), una bella villetta che affaccia su di un viale alberato, la passione sfegatata per i Texans e per i Rockets, e la messa ogni domenica. La vita di Jimmy subisce un’altra drastica rivoluzione, questa volta positiva.

In questo clima sereno il ragazzo si può finalmente concentrare sulla sua più grande passione, dopo i modellini delle macchinine: il basket. Iscritto all’High School di Tomball ha però subito uno scontro con il coach della squadra. Jimmy accusa il coach di non credere abbastanza in lui, e che questo gli stia precludendo la possibilità di ottenere una borsa di studio. Alla fine Jimmy avrà ragione e le borse di studio non arriveranno. Si iscrive allora in Junior College, a Tyler. Qui domina con prestazioni raramente sotto i 25 punti. Chi lo vede giocare capisce che uno così passa solo una volta ogni 50 anni. E lo capiscono anche i college: Kentucky, Clemson, Mississippi State farebbero carte false per averlo, ma Michelle Lambert (la “nuova mamma”) lo spinge a Marquette, dove secondo lei Butler può ricevere la preparazione accademica migliore nel caso in cui non vada bene con il basket. A Marquette si ritrova in conflitto con coach Williams che lo lascia in panca l’intero anno da sophomore. Butler però è fortissimo, è solo questione di tempo. Ed infatti nell’anno da senior diventa l’uomo immagine della squadra al punto di cominciare a ragionare in ottica DRAFT. E infatti dopo una stagione eccezionale con medie di più di 30 punti a partita, si dichiara eleggibile per il DRAFT 2011.

Si presenta al draft NBA come uno dei prospetti più interessanti, ok forse non la prima scelta anche perché Kyrie Irving è decisamente più allettante, ma entro le prime 10. E invece David Stern continua a chiamare altri giovani, fino a quando, finalmente, con la scelta numero 30 del draft viene selezionato dai Chicago Bulls. Inizia un altro capitolo della sua incredibile vita, l’ennesimo e forse il più soddisfacente.

Le sue prime tre stagioni non sono da incorniciare, gioca poco e anche la squadra non ottiene grandi successi. Le cose però iniziano a cambiare nella stagione 2014-2015 quando, dopo essere diventato un titolare del quintetto iniziale, comincia a registrare medie interessanti, tant’è che viene nominato giocatore del mese di Novembre e a fine a stagione viene nominato MIP “Most Improved Player”.

La sua storia NBA è ancora da scrivere, in parte ha cominciato a scriverla quest’anno quando, il 3 Gennaio 2016 ha infranto il record di Jordan per punti in un tempo, segnandone 40 nella vittoria contro i Raptors. Le soddisfazioni per “Jimmy Buckets” e i suoi tifosi arriveranno, è solo questione di tempo, intanto però può godersi il fatto di essere lì.

È una delle storie più belle dell’ NBA e dello sport in generale. E’ la storia di un ragazzo che ha dovuto affrontare l’abbandono di sua madre, il trasloco di casa in casa, la povertà, la paura, la mancanza di fiducia nelle sue abilità. È la storia di un ragazzo che ha fatto prevalere la voglia di farcela sull’impossibilità di riuscirci. È la storia di un ragazzo che avrebbe avuto tutte le ragioni per fallire e invece ci è riuscito. È l’esempio di come l’umiltà e la voglia di fare possano sconfiggere anche i nemici peggiori. E state tranquilli che per i prossimi anni sentiremo spesso parlare di lui.

“So che pubblicherai la mia storia. L’unica cosa che ti chiedo è di non scriverla in maniera tale che le persone si sentano in colpa e provino compassione per me. Non lo sopporto, non c’è niente di cui dispiacersi. Queste difficoltà mi hanno reso l’uomo che sono“

Jimmy Butler

Road to MVP: LeBron James

Ci sono tantissimi modi per cominciare a parlare di uno degli atleti più importanti della nostra generazione. Siamo vicino a S. Valentino, allora scegliamo quello più romantico e trasferiamoci a Cleveland. Facciamo anche un salto temporale e andiamo al 30 Ottobre 2014. L’arena è sempre quella, “the Q”, e questa volta è davvero piena. Più di ventimila persone presenti , si spengono le luci e parte il video di presentazione per la nuova stagione dei loro Cleveland Cavaliers. In sottofondo si sente “I’m coming home” canzone di successo in quell’anno. Solito spettacolo stile NBA con immagini random che caricano a mille un pubblico già estasiato. Poi quel video termina, e termina con un uomo con la faccia già vista da qualche parte che, con gli occhi fissi sulla telecamera e la voce profonda dice: “There’s no place like home” “nessun luogo è come casa”. La gente si scatena, la musica parte all’impazzata, le luci si accendono e inizia la presentazione della squadra. L’ultimo giocatore dei Cleveland Cavaliers indossa la maglia numero 23, secondo molti è il giocatore più forte della storia, è ogni anno, questo incluso, un candidato MVP, si chiama LeBron Raymone James.

LeBron James nasce ad Akron, Ohio, il 30 Dicembre 1984. L’infanzia del “the chosen one” rientra nei classici stereotipi di ambiente rap americano: LeBron è un bambino nato nei bassifondi di Akron, da una madre troppo giovane (aveva 16 anni quando lo ha avuto) abbandonata dal compagno. La vita per un bambino in queste situazioni è sicuramente difficile, costretti a sfuggire dal padrone di casa, cambiando appartamento su appartamento, accontentandosi di ciò che si riusciva ad avere, sognando le scarpe di Jordan ma non potendosele comprare. Andarono così i primi anni del piccolo James, fino a quando mamma Gloria ha un’idea che cambierà per sempre la loro vita: decide di mandare il piccolo LeBron a vivere da coach Frank Walker, un amico di famiglia che accetta di prenderlo con sé per qualche periodo, in modo di facilitare la ricerca del lavoro a mamma Gloria. Frank di professione è un coach della squadra giovanile di football di Akron. È proprio grazie a Frank che “il prescelto” scopre lo sport, e scopre soprattutto il basket. A basket ci sa giocare piuttosto bene. Nel 1999 si iscrive alla St. Vincent-St. Mary High School. Il rettore Tom Carone, era un amico di vecchia data di Frank. Inizia cosi il viaggio verso l’olimpo di uno dei più grandi talenti che la pallacanestro abbia mai visto.

Con la maglia verde-oro è subito dominante, si capisce subito che sarà un talento, ed è proprio per quello che “The Sport Illustrated” gli affibbia un soprannome che non darebbero all’ultimo idiota: “The chosen one” “il prescelto”. Perché il prescelto? Beh al suo primo anno mette a referto una media di 21 punti ogni volta che calca il parquet, e le medie salgono ogni anno, arrivando a 31 punti per allacciata di scarpe nell’ultimo anno.  È già un fenomeno mediatico. La sua squadra gioca partite in tutta America per mostrare orgogliosamente il proprio gioiello, la pay-per-view acquista i diritti delle loro partite. È subito LeBron Mania. Forse anche troppa Mania, tant’è che al ragazzo viene prescritto l’utilizzo moderato di Marjuana per ponderare un po’ lo stress. Ricordiamolo: è ancora all’High school, non è al college.

Generalmente, una volta diplomati all’High School, i normali cestisti americani scelgono il college più adatto alle loro ambizioni. Ovviamente LeBron non è un normale cestista americano, è qualcosa di più. Decide quindi di rendersi eleggibile per il Draft NBA 2003, vuole subito giocare tra i più forti ed aiutare la mamma economicamente. Il caso, la fortuna vuole che la prima chiamata di quel draft spetti ai Cleveland Cavaliers, squadra che dista un centinaio di miglia da casa. Nel momento in cui David Stern si avvicina al microfono, LeBron è praticamente già in piedi, sa già che sarà lui la prima scelta, nonostante il 2003 sia considerato ancora oggi uno dei draft con più talenti degli ultimi cinquant’anni (Wade, Carmelo e Bosh, tanto per dirne qualcuno). La prima scelta è effettivamente lui, comincia così la sua carriera NBA con la maglia numero 23 sulle spalle e la voglia di dominare la lega in testa.

L’impatto con l’NBA è devastante, uno di quegli impatti che capitano una volta ogni trent’anni. È infatti il terzo giocatore della storia (dopo Oscar Robertson e Micheal Jordan) ad avere una media di venti punti, cinque rimbalzi e cinque assist nel primo anno tra i grandi. Il titolo di Rookie Of The Year è solo una formalità. Il king però non è soddisfatto, i suoi Cavaliers falliscono l’obiettivo Play-Off, ma è soltanto il primo anno, le cose cambieranno. La post season non arriva neanche l’anno successivo, dove però LBJ dimostra di essere uno dei talenti più brillanti della lega. I tanto aspettati Play-Off arrivano la stagione successiva, grazie ad un record di 50-32 in RS. Al primo turno i Cavs incontreranno i Wizards, li batteranno in sei gare.  Al secondo turno però incontreranno i Pistons  dei Wallace e di Mr. Big Shot Chauncey Billups, che in una serie soffertissima e spettacolare, avranno la meglio in 7 gare. Cleveland e LeBron vedono ancora una volta finire troppo presto la loro stagione. La stagione 2006-2007 vede i Cavs nuovamente ai Play-Off, con lo stesso record della stagione precedente.  Al primo turno trovano ancora la franchigia di Washington. I Cavaliers però sta volta hanno fretta, e in 4 gare chiudono baracca e burattini. Al turno successivo ci sono i Nets di Jason Kidd che dovranno cedere il pass per le finali di conference in sei gare. All’ultimo turno di conference LBJ ritrova quelli che l’avevano battuto l’anno prima: i Pistons. Questa volta Cleveland è favorita, il king è uno stato di forma spaventoso. Eppure le prime due gare sono di Detroit. Poi però si torna in the Q e non ce n’è più per nessuno. Filotto di quattro gare e i Cleveland, per la prima volta nella loro storia, sono alle NBA Finals. Se il basket fosse un film, il finale di questa serie sarebbe diverso, la piccola realtà per la prima volta in finale, meriterebbe qualcosa di più. Non sempre però Davide sconfigge Golia, gli Spurs sono troppo più forti e in 4 gare si infrangono i sogni di gloria di Cleveland.La stagione successiva, dopo una debordante regular season, i Cavs incontreranno ancora una volta i Wizards, ancora una volta li batteranno. Al turno successivo però incontreranno i futuri campioni NBA: i Boston Celtics di Kevin Garnett. Serie molto combattuta, ma in 7 gare saranno i ragazzi di Doc Rivers a spuntarla.

Sembra destinato a perdere. È un talento incredibile ma non ha vinto ancora niente. La gente lo vede come un nuovo Allen Iverson, uno fortissimo, certo, ma non in grado di infilarsi un anello al dito e LeBron James l’idea di non avere gioielli sulla mano non la vuole nemmeno considerare. Il vento sembra cambiare nella stagione 2008-2009. LeBron vince il suo primo titolo MVP e la squadra termina con un record di 66-16 la RS.  Arrivano carichi come non mai ai Play-Off  dove travolgono i Pistons, ed Atlanta. Sembra che il titolo sia già loro e invece no, ancora una volta niente vittoria. Incontrano gli Orlando Magic che in 6 gare infrangono le speranze della squadra dell’Ohio. Sembra una storia maledetta, l’anno successivo vincerà ancora il titolo di MVP e ancora una volta la sua squadra si classifica prima ad East. Ancora una volta però verrà eliminato dai Celtics.

La maglietta dei Cavs, dopo l’ennesimo fallimento, comincia a stare un po’ stretta al nativo di Akron. Nell’estate 2010 decide quindi di diventare uno dei Miami Heat, formando con Wade e Bosh, uno dei trio più forti della storia. Ovviamente i tifosi di Cleveland non la prendo troppo bene, magliette bruciate e insulti verso il King, diventano la normalità per le settimane successive. Tifosi che si toglieranno qualche sassolino qualche mese dopo quando gli Heat e LeBron, dopo aver dominato in lungo e in largo, perderanno nelle NBA Finals per mano dei Mavericks di Dirk Nowitzki . Il successo però ora è veramente vicino. James è nel suo apice atletico, in una squadra fortissima. E’ solo questione di tempo.

Il successo infatti arriva, l’anno successivo. LeBron per la terza volta diventa MVP della regular season. Durante i play-off Miami elimina Knicks in 5 gare, Pacers (soffrendo) in 6 gare e Celtics in 7 (mettendo a referto 45 punti in gara 6). In finale ci sono i Thunder di Durant, Westbrook e Harden. James però ha troppa più fame, troppa più voglia, troppa più rabbia e in cinque gare, dopo 8 stagioni LeBron James diventa campione NBA, diventando anche MVP delle Finals. Ormai ha imparato a vincere e vuole ripetersi, l’anno successivo infatti ritornerà con i suoi Heat in finale, dove in 7 gare batterà gli Spurs, e si riconfermerà MVP delle finals. L’anno successivo porterà Miami in finale per la quarta volta consecutiva dove però San Antonio si prenderà la rivincita diventando campione.

E si ritorna all’inizio del discorso. James è stato un bambino senza una vera e propria casa, ed è per questo che oggi più che mai sente il bisogno di averne una, ed è per questo che è tornato a Cleveland, ed è per questo che ha promesso un titolo alla franchigia, ed è per questo che non si è curato degli insulti dei suoi tifosi quando ha lasciato la città dell’Ohio. Perché tanto lo sapeva che sarebbero stati a braccia aperte ad aspettarlo, per gioire insieme, perché, come dice nel video di presentazione: “There’s no place like home”