Step Back: Paul Pierce, quando prendersi il tiro decisivo diventa ragione di vita.

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Il Destino, Paul Pierce

E pensare che la sua squadra del cuore da piccolo, si chiamava Los Angeles Lakers. Chi poteva immaginarlo che sarebbe diventato il rivale numero uno dei gialloviola di Kobe insieme ai suoi Celtics?

È il 24 giugno del 1998 siamo al General Motors Place, Vancouver, Canada. Il treno è giunto. È scoccata l’ora. Le porte della NBA si stanno per aprire. Paul Pierce decide di rendersi eleggibile al draft. Subito sale l’attenzione intorno a lui, e in molti lo danno fra le top five. La 1^ scelta va ai Los Angeles Clippers, che selezionano Michael Olowokandi.

Le chiamate continuano e si arriva cosi alla 10^ scelta. Paul Pierce, dato al massimo fra le prime cinque chiamate, non era ancora stato selezionato e non era di buon umore. Il ragazzo di Oakland, cresciuto a Inglewood, passato per Kansas, viene selezionato allora dai Boston Celtics: il resto è storia.

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Boston, MA 6/19/08 Boston Celtics Captain Paul Pierce celebrates with a cigar and his Finals MVP trophy during the Celtics rolling rally on Boylston Street celebrating their 2008 world championship. (Bill Greene/ Globe Staff)

Icona del team del Massachusetts, ha deciso di finire quest’anno la sua carriera con la maglia dei Los Angeles Clippers, ma ha dichiarato apertamente di voler chiudere da giocatore dei Celtics, quindi firmando un contratto con la sua prima squadra in NBA.

Una cosa che ha sicuramente contraddistinto Paul Pierce è stato il suo tiro. Sì, perché fin da piccolo non hai mai avuto un fisico possente né degli ottimi piedi, ma il tiro pulito quelli si, lo aveva. Lo step back fa parte del suo repertorio e in questi anni ci ha sempre deliziato con delle giocate al cardiopalma soprattutto nei secondi finali. Anche oggi infatti, nonostante, l’età riesce a muoversi sul campo con discreta leggiadria e essere decisivo nei momenti importanti.

Il Soprannome

“My name is Shaquille O’Neal and Paul Pierce is the truth”

Dice a fine partita Shaq. Lakers-Celtics, 13 marzo 2001. Boston perde quella partita 107-112, ma Pierce mette a referto 42 punti tirando con 13/19. Il commento di O’Neal gli ha definitivamente “appiccicato” il soprannome che si porterà dietro da quel momento in poi. The Truth, la verità, perché Paul Pierce ha una capacità: ti fa capire veramente chi sei.

Come Al Harrington, ai playoff 2003, triste protagonista di una delle più grandi umiliazioni personali del secolo, dopo aver provocato il #34 sul tiro per decidere gara uno dei playoff: l’ala dei Pacers urla qualcosa, The Truth lo ascolta e risponde, poi palleggia e si arresta da otto metri, step back. Beh il finale potete immaginarlo.

Oppure come la partita disputata qualche anno fa contro i Hawks con la maglia dei Wizards.

Chiusa la serie in quattro gare contro i Raptors, Washington si presenta al cospetto della sorpresa della stagione, gli Atlanta Hawks. Pari uno dopo due partite, ancora una gara tre decisiva. Parità a quota 101 con quattordici secondi da giocare, rimessa Wizars. La palla finisce nelle mani di Pierce in lunetta. Cronometro che scorre in testa, otto, sette, sei, virata, palleggio arresto in step back e tiro sulla sirena con tre difensori addosso: parabola infinita, palla contro il tabellone, canestro allo scadere. È l’epilogo di un’altra, l’ennesima, clamorosa prova di forza firmata Paul Pierce

Pensate voi ..sarà un caso, solito tiro fortunato dell’ultimo secondo. Invece NO. Dopo qualche giorno si ripete, di nuovo.

La serie tra Hawks e Wizards è sul 3-2. Gara 6. Sotto di 3 punti The Truth potrebbe averlo rifatto. E’ questione di decimi di secondo, neanche, millesimi. Gli arbitri si affidano alla provvidenza dell’instant replay, che non lascia interpretazioni: il tiro non è valido. Paul Pierce è incredulo, si gratta nervosamente il capo guardando verso l’alto. Gli occhi sono lucidi come quelli di Doc Rivers quando capì che qualcosa stava finendo. Forse, per Paul, è l’ultima fermata.

La sua carriera non è stata sempre rosa e fiori, ne ha messi tanti decisivi ma ne ha sbagliati altrettanti. Contro i Raptors, qualche anno prima non riuscì ad infilare uno step back, condannando i suoi Celtics.

“Eravamo sopra 94-93 con poco tempo alla fine e avevo l’opportunità di chiudere la partita. Antoine Walker penetrò sulla linea di fondo e mi scaricò la palla per un tiro pulito. Lo sbagliai.

I Raptors avevano la palla con pochi secondi rimasti sul cronometro e…”

 

“Era il mio incubo.

Più di dieci anni dopo, ricordo ancora quella strana sensazione che ebbi subito dopo il canestro dei Raptors. Nello spogliatoio ero vicinissimo alle lacrime e coach Pitino ci stava difendendo di fronte alla stampa. E’ un grande allenatore. Mi sento ancora con lui dopo tutto questo tempo.

Fui l’ultima persona a lasciare lo spogliatoio dopo la partita. E’ così che funziona di solito quando sbaglio il tiro decisivo. Resto sempre in disparte e riguardo tutta la scena nella mia testa. Penso a cosa avrei potuto fare per cambiare il risultato finale e continuo così fino a quando non ritrovo la fiducia in me stesso per farlo alla prossima occasione.

In un certo senso, per me, sbagliare il tiro più importante è una fonte di forza e fiducia. Ma segnarlo? Beh, quello è il momento per cui vivo.”

 

Step Back, Dirk Nowitzki e il suo impatto sulla NBA: Dirk-Shot

Step Back: Dirk Nowitzki e la Dirk-Shot

Continuiamo a parlare dello step back e di chi, negli ultimi anni, continua ad illuminare i parquet d’America con questa tecnica.

German Wunderkind , Wunder Dirk o semplicemente Dirk Nowitzki è il più grande cestista proveniente dal vecchio continente che ha mai calcato il parquet dell’NBA. Superato nel novembre del 2014, Hakeem Olajuwon nella classifica dei migliori marcatori di tutti i tempi è diventato il miglior realizzatore non-americano della lega.

Selezionato alla #9 dai Bucks nell’ormai lontano ’98, venne subito rigirato ai Dallas per Robert Traylor e Pat Garrity (ancora oggi nel Wisconsin non si danno pace per quello che resta tuttora uno degli scambi più folli di sempre). Da qui in poi ha cominciato a scrivere, giorno dopo giorno, pagine di storia dell’NBA: quell’amata lega americana dominata per anni da atleti a stelle e strisce, si trovava davanti un omone col ciuffo biondo alto 2,13m che si è fatto valere. 

È un eccezionale tiratore dalla distanza, un’anomalia per cestisti che giocano in posizione di ala grande o centro. Con i Mavericks, il #41 ha trovato il modo di esprimere tutto il suo potenziale anche grazie ai suoi colleghi di squadra, in particolare Steve Nash e Michael Finley. È sempre stato una delle migliori ali grandi della NBA, ma con l’allenatore Don Nelson ha giocato sporadicamente anche da centro per accentuare la pericolosità perimetrale della squadra.

Lo Step Back Tedesco: Dirk-Shot

Dirk è famosissimo in tutto il mondo anche per la sua meccanica di tiro che lo ha reso unico. E’ una specie di step back, ma fatto tutto in sospensione. Direte voi “Ma chi? Quell’omone di 213 cm può essere così atletico?” SI! Oggi viene chiamata Dirk-Shot, ma prende molto spunto dalla tecnica dello step back di base. Difficile spiegare a parole la tecnica perfetta di questo tiro, vederlo rende molto meglio l’idea: è pura arte, sembra che danzi sospeso in aria.

Sembrerà cosa da poco, ma The Dirk-Shot permette di mantenere una certa distanza dall’avversario anche grazie alla gamba alzata. Ostacolare il suo tiro diventa un impresa. La ESPN ha infatti calcolato la distanza che riesce a creare con le sue lunghe leve posteriori: 3 piedi! Una distanza impossibile dal colmare, vista la sua notevole altezza.

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E come ha dichiarato lo stesso Dirk in un intervista:

Non sono mai stato un ragazzo veloce, che è riuscito a battere il suo avversario dal palleggio, così ho dovuto trovare qualcosa per creare un po ‘di separazione’ dal mio marcatore. Lo step-back è un buon modo di creare un po’ di separazione e riuscire ad avere la meglio sugli avversari.

 

Nowitzki ha iniziato ad usare questo tipo di tiro sempre di più con l’avanzare dell’età. Ciò ha dato i suoi frutti, riuscendo a rimanere ad alti livelli anche quando la velocità veniva a mancare.

L’ex compagno di squadra Tyson Chandler,  durante un intervista, ha raccontato i suoi primi allenamenti con i Mavericks e la forza di volontà che contraddistingueva Nowitzki, costantemente al lavoro in palestra:

Sai, quando sono arrivato qui mi ricordo che, anche a tarda notte, tornavo al campo e cercavo di lavorare sui tiri liberi o altri movimenti che mi chiedeva il coach. E ogni volta che sono arrivato al campo, lui era lì, mettendo su tiro dopo tiro. Non voleva accontentarsi, voleva diventare sempre più forte, voleva solo vincere e lui è disposto a fare qualsiasi cosa per ottenere quello che vuole.

Il tiro è così difficile e letale che giocatori come LeBron James, Kevin Durant e Carmelo Anthony hanno tutti provato a emulare quel passo indietro. James al Sun Sentinel nel 2011 ha affermato che The Dirk-Shot di Nowitzki è il secondo tiro più letale nello sport del basket, dietro solo al gancio-cielo.

Coach Rick Carlisle in un intervista ha descritto l’impatto del tiro di Dirk e la sua eredità:

“Ad oggi, ci sono lunghi che non riescono a tirare come fa lui e ciò li sminuisce. Una ala grande che non può crearsi tiri del genere sarà sempre un gradino sotto a Dirk. E’ uno dei grandi di tutti i tempi. E ‘un pioniere. ”

Durante la sua carriera ne ha messi veramente tanti ma quelli che ricordiamo di più sono sicuramente quelli decisivi. Con la speranza di rivederlo il prima possibile in campo vi lascio il link per poter guardare con i vostri occhi gli step back più decisivi con il commento dello stesso Dirk e di chi se lo è trovato contro.

 

Step Back: la tecnica che sta rivoluzioanndo il gioco

James Harden

Stephen Curry nella scorsa stagione ha dimostrato di essere uno dei migliori al mondo a suon di step back. Anche se l’MVP unanime è diventato il capo del passo all’indietro degli ultimi anni, non è il solo maestro in questa tecnica. Kyrie Irving e James Harden, partita dopo partita, stando rendendo lo step back non solo un’ultima risorsa, ma un vero e proprio stile di gioco.

E’ tipicamente un’arma usata su isolamento del giocatore in attacco, marcato molto stretto dal difensore. Più vediamo questo movimento, più ci rendiamo conto di quanto sia importante e fondamentale per piazzare quei 2-3 punti che possono cambiare la storia della partita, nonostante sia una tecnica di tiro molto più complessa rispetto ad un tiro da fermo.

Secondo delle recenti statistiche effettuate da B / R Insights, i giocatori NBA hanno 48,9% su step back nel 2015-16, rispetto al 45,1 % su ogni altro tiro. Questo è dovuto al fatto che il gioco della pallacanestro è sempre in evoluzione e alcuni schemi, ormai stra-utilizzati, sono conosciuti a memoria dalle difese. E’ quindi dovere del singolo giocatore lavorare su dei movimenti al tiro che possano mettere in crisi le difese stesse.

Tra i giocatori che hanno tentato almeno 20 volte il tiro in step back nella stagione passata, abbiamo Carmelo Anthony ( con il 74,1% di realizzazione), Kawhi Leonard (71,4%) e John Wall (71,4%).

Ma, senza ombra di dubbio, chi ha fatto dello step back il suo punto di forza è James Harden, che nello scorso campionato ha tentato 197 step back, Damian Lillard in seconda posizione.

 

La prova visiva

Data la piccola quantità di giocatori che sanno utilizzare al meglio lo step back in maniera efficace, forse non c’è da meravigliarsi se in NBA le stelle si rivolgono a questi colpi quando la partita è in bilico.

Ecco a voi un esempio di uno step back di James Harden contro i Golden State Warriors, nella passata stagione.

Oppure lo spettacolo messo in mostra in gara 3 tra i Portland Trail Blazers e Los Angeles Clippers, con C.J. McCollum e Lillard (due specialisti di quest’arte):

Qui abbiamo Dwyane Wade in gara 3 delle semifinali Conference contro i Toronto Raptors, piazzandone due in meno di tre minuti

E per finire, naturalmente, Stephen Curry, che con i Blazers mostra la ‘vera maestria’ nell’utilizzo di questa arte. Ha buttato fuori Portland con un 5/5 step back nella seconda metà di gara 5, delle semifinali della Western Conference, infrangendo ogni speranza per gli avversari.

La giocata vincente del #13 dei Rockets era solo una delle tante palle decisive messe in step back dal Barba. E anche se la sua permanenza ai playoff fu limitata ad un round, fu il leader con 10 realizzazioni e 19 tentativi su step back.

Perchè questo aumento del suo utilizzo?

In linea di massima, stiamo vedendo un aumento della frequenza di step back , sia nella stagione regolare che nei playoff.

Lo step back non era molto utilizzato degli anni ‘90. Non era sviluppato al punto di essere un movimento per poter sfuggire al difensore come lo è oggi. Sviluppare il passo indietro è una priorità per i giocatori più offensivi che vengono marcati più stretti dagli avversari. Potrebbe non sembrare un gran tiro, ma il suo utilizzo è sempre in aumento.

Brent Barry, analista di NBA TV e NBA on TNT ha alcune idee:

” Sono due i motivi dell’uso esteso dello Step Back: i giocatori sparano più frequentemente dal perimetro e perché le difese di oggi sembrano essere più propense a cambiare l’uomo durante la marcatura. Soprattutto nei minuti finali, il modo migliore per i giocatori più piccoli di ottenere un vantaggio per la realizzazione di un canestro è lo step back“.

Step Back, un passo indietro

Kobe vs Lillard Step Back

Step Back, quante volte lo abbiamo sentito pronunciare nell’estate 2015 da Flavio Tranquillo quando il nostro Danilo Gallinari contro Germania e Spagna ai Gironi dell’Europeo si è immolato come condottiero tecnico-emotivo di un’Italia che non si è posta limiti, pur sapendo di avere tante lacune, facendo emozionare amanti del basket e non.

Mentre nel passato i giocatori, sfruttavano il proprio fisico per saltare il marcatore ed andare a canestro, oggi ci sono giocatori più atletici che utilizzano tecniche più complesse e letali per gonfiare la retina. Quando i giocatori offensivi non possono tirare, devono imparare a “scappare” dal difensore e cercare di creare spazio per il tiro. Lo Step Back consiste proprio in questo.

Lo Step Back non è altro che un passo all’indietro che serve a prendersi un po’ di spazio dal difensore prima di provare il tiro. E’ un movimento molto tecnico e molto rapido, che se eseguito con i tempi giusti permette di eseguire un tiro che non solo manda in delirio il pubblico ma ci permetterà di tirare con più “facilità”. Può essere eseguito da ogni parte del campo. Per prima cosa bisogna attaccare il difensore con movimenti molto veloci per “distrarlo”. Dopodiché spingere un piede all’indietro per creare uno spazio tra te e il difensore più ampio possibile così da evitare la “mano in faccia” al momento del tiro. Questa mossa è in grado di fornire una risposta a quei difensori che non lasciano il tempo del tiro.

La storia ci insegna però, che nonostante sia un movimento molto rapido, questo modo di smarcarsi dal difensore non è stato utilizzato solo da giocatori veloci ma anche e soprattutto da giocatori molto abili a prendere il tempo al proprio avversario tirando col giusto equilibrio. Uno di questi è Paul Pierce.

Non è di certo diventato famoso per la sua rapidità, ma l’ala ex Boston “ The Truth”, grazie al suo fulmineo passo indietro ha fatto dello Step Back una delle sua frecce più letali. Per non parlare di Kobe Brayant, Dwyane Wade, Manu Ginobili e Dirk Notizkwi (poi trasformata in Dirk-Shot). Solo alcuni dei più famosi giocatori che hanno resto il “passo all’indietro” un arte.

Oggi lo Step Back lo troviamo sempre più spesso nel repertorio delle stelle del Basket. Sicuramente uno di quelli che spicca più di tutti è James Harden che in questa stagione sta mettendo in mostra un attaccamento al canestro avversario impressionante, deliziandoci spesso e volentieri con Step Back da pelle d’oca.

Siete pronti? Dalla prossima settimana dedicheremo un articolo per ogni grande giocatore d’oltreoceano e non che ha fatto uso o che fa ancora uso dello Step Back come una arte. Intanto gustatevi un esempio lampante di cosa vuol dire in un video:

Per NBAPassion,
Marco Mendola
Step back