Three Points – Playoff e draft lottery

nba free agency 2019
Caspita, ne è passato di tempo dall’ultima edizione di ‘Three Points’! Tra i consueti bilanci sulla regular season (Awards e pagelle), il secondo episodio di Garbage Time (la rubrica che il mondo non ci invidia) e l’incredibile storia dell’AmeriLeague, se n’è andato un mesetto abbondante. Nel frattempo, i playoff hanno già emesso parecchi verdetti, premiando le squadre più meritevoli e lasciando per strada vittime eccellenti. In questa edizione cercheremo di ‘riordinare le carte’, concentrandoci più che altro su quanto avvenuto nel secondo turno (altrimenti, i Points dovrebbero essere come minimo Six, non Three). Ci sarà spazio anche per un avvenimento destinato a cambiare molti equilibri in NBA: la draft lottery, che si è svolta in settimana e che ha riservato non poche sorprese. Partiamo subito!
1 – Quelli che restano
Kawhi Leonard e Kevin Durant, per ora i due MVP di questi playoff
Kawhi Leonard e Kevin Durant, per ora i due MVP di questi playoff
Di questi playoff 2019, il secondo turno sarà probabilmente ricordato come il più bello. Escludendo Milwaukee vs. Boston, chiusa abbastanza agevolmente dai Bucks, abbiamo assistito a delle serie epiche. Forse non sempre giocate benissimo dalle squadre impegnate, ma indubbiamente intense e drammatiche. Per Denver vs. Portland e Toronto vs. Philadelphia, questo assunto si potrebbe limitare alle sole gare-7, decise rispettivamente da una feroce rimonta dei Blazers e dall’incredibile buzzer-beater di Kawhi Leonard. Golden State vs. Houston è stata invece LA serie, emozionante e ricca di spunti dall’inizio alla fine: grandi prestazioni individuali, partite decise negli ultimi possessi, se non addirittura all’overtime, infortuni più o meno seri, reazione alle avversità, gioco di squadra, difese superlative e canestri impossibili. Insomma, uno spettacolo eccezionale.
La maestosa prestazione degli Warriors ‘orfani’ di Kevin Durant, oltre a chiudere bruscamente gran parte delle polemiche (dall’assenza di Chris Paul nel 2018 ai presunti complotti arbitrali), avvicina ulteriormente i californiani al three-peat. KD si era caricato la squadra (reduce da una regular season piuttosto altalenante) sulle spalle, risultando determinante sia nell’ostico primo turno contro i Los Angeles Clippers, sia nelle prime quattro gare e mezza contro i Rockets. I 34.2 punti di media e le spaventose percentuali sono solo cifre ma, vedendolo in azione, completano al meglio il ritratto di un dominatore del gioco. Senza il loro fenomeno, gli Warriors hanno fatto un salto indietro nel tempo, mostrandosi in una versione molto simile a quella vista all’inizio della dinastia. Klay Thompson, al solito, ha morso esattamente quando contava, senza mai strafare e dannandosi come un matto in difesa. Draymond Green e Andre Iguodala hanno sfoggiato l’abito buono, facendo la differenza con una moltitudine di piccole cose, Kevon Looney ha emulato il Festus Ezeli del 2015, giocando ben oltre le aspettative, Andrew Bogut, Jonas Jerebko e Quinn Cook hanno portato quei mattoncini necessari a completare la costruzione. E Stephen Curry? Il due volte MVP è stato in evidente difficoltà nelle prime due serie di questi playoff. I tiri che di solito fulminavano la retina venivano costantemente respinti dal ferro, e i vari acciacchi ne aumentavano a dismisura la frustrazione. Eppure, quando c’era una partita o una serie da decidere, lui si è fatto avanti e l’ha decisa. A questo servono i fuoriclasse.
I Portland Trail Blazers hanno affrontato i playoff da vera e propria ‘squadra in missione’. Il pesante 4-0 subito l’anno scorso per mano dei New Orleans Pelicans ha lasciato agli uomini di Terry Stotts un’inesauribile sete di vendetta. Poco importava il terribile infortunio di Jusuf Nurkic, e tantomeno il fatto che non partissero con i favori dei pronostici; quella non è mai stata una novità. Portland si è fatta sotto al grido di “avanti il prossimo!”. Un Damian Lillard spaziale ha abbattuto gli Oklahoma City Thunder, sigillando la sua impresa con la leggendaria gara-5 da 50 punti e game winner. Contro i Denver Nuggets, Dame si è di colpo ‘raffreddato’, ma alle sue spalle ha trovato una squadra pronta a sostenerlo. C.J. McCollum si è guadagnato le copertine con una grandiosa gara-7, ma senza il contributo di giocatori come Enes Kanter, Evan Turner, Rodney Hood, Zach Collins e Seth Curry (ora atteso da un rendez-vous con il fratellone alle Conference Finals), i Blazers sarebbero già in vacanza. Ora arrivano i campioni in carica; all’apparenza un ostacolo insormontabile, ma Lillard e soci, delle apparenze, se ne fregano.
A contendersi il trono dell’Est saranno due squadre capaci di dominare incontrastate fin da inizio stagione. I Milwaukee Bucks sono stati senz’altro i più convincenti. Coach Mike Budenholzer ha trasformato l’eterna Cenerentola in una contender a tutti gli effetti, rimodellandola a immagine e somiglianza di Giannis Antetokounmpo. Intorno al candidato MVP è cresciuta una vera e propria corazzata, in grado di spadroneggiare in regular season e di spazzare via i Detroit Pistons al primo turno playoff. Lo scoglio di gara-1 contro Boston, in cui l’eccezionale difesa orchestrata da Brad Stevens e la serataccia dei Bucks avevano minato più di una certezza, è stato brillantemente aggirato grazie al uno straripante Giannis (28.4 punti e 11 rimbalzi di media nella serie), ma anche alla ritrovata vena di Khris Middleton ed Eric Bledsoe e al notevole impatto di George Hill, degno rimpiazzo dell’infortunato Malcolm Brogdon. Milwaukee arriva alle finali di Conference sulle ali dell’entusiasmo e carica di aspettative, guidata da un giocatore con enormi ambizioni.
Anche i Toronto Raptors possono contare su una star di prima grandezza. Kawhi Leonard ha spiegato chiaramente cosa significhi “fare la differenza”. Non solo segnando il canestro più importante nella storia della franchigia, ma anche spazzando via la ‘maledizione playoff’ che da anni attanagliava i canadesi. Nel 2019, Toronto è arrivata alla post season con piena convinzione nei propri mezzi, consapevole di avere un fenomeno in grado di risolvere da solo le partite più difficili. Ecco, forse quel ‘da solo’ è stato preso un po’ troppo alla lettera dagli uomini di Nick Nurse. Con un supporting cast non sempre all’altezza (Pascal Siakam e Kyle Lowry, gli unici a dare manforte in attacco al numero 2, sono stati più incostanti che mai) gli isolamenti di Leonard sono stati troppo spesso l’unica arma dei Raptors. Toronto ha superato Philadelphia non per aver giocato meglio, semmai meno peggio. Contro dei Bucks così lanciati non basterà accontentarsi, bisognerà dimostrare di essere davvero una grande squadra. Anche perchè, giova ricordarlo, Kawhi dovrà compiere una scelta piuttosto importante, tra qualche settimana…
2 – Quelli che tornano a casa
Per i Celtics di Kyrie Irving e i Rockets di James Harden, i playoff sono finiti prima del previsto
Per i Celtics di Kyrie Irving e i Rockets di James Harden, i playoff sono finiti prima del previsto
Ci sono pochi dubbi sul fatto che, alle finali di Conference, ci vadano le squadre che più hanno meritato. E’ altrettanto vero, però, che tra le eliminate ‘precoci’ ci sia qualche sorpresa. Boston Celtics e Houston Rockets sono quelle che escono peggio dai playoff 2019. I biancoverdi partivano come indiscussi favoriti a Est, ma si è capito presto che qualcosa non andava. La formazione agguerrita e talentuosa che aveva incantato nella scorsa stagione si è trasformata in un pollaio con troppi galli. Mentre coach Brad Stevens si ingegnava, una gara dopo l’altra, a trovare l’assetto giusto per valorizzare la stella Kyrie Irving, i giovani rampanti Jayson Tatum e Jaylen Brown, il rientrante Gordon Hayward e il nucleo storico del gruppo, la regular season passava inesorabile. La tesi “tanto ai playoff la musica cambia” è stata una costante sia per i diretti interessati, sia per molti addetti ai lavori, segno di una fiducia mai giustificata dalle prestazioni sul campo. Ai playoff, la musica non è affatto cambiata. Dopo una vittoria tutt’altro che convincente contro i rimaneggiati Indiana Pacers, l’impatto con il treno proveniente dal Wisconsin ha esposto tutti i limiti di una squadra che ha perso l’antica alchimia. Ora, a Boston inizia una off-season ricca di decisioni delicate.
Il futuro di Houston, quantomeno, sembra più stabile. D’altronde, i maxi-contratti siglati da James Harden, Clint Capela e (soprattutto) Chris Paul non lasciano troppi spiragli per chissà quale rivoluzione. E forse non cambiare nulla sarà la mossa migliore visto che, in estate, la corazzata-Warriors potrebbe ammainare le vele e finire dritta in un museo. Ciò premesso, i Rockets ci credevano davvero. La gara-6 giocata in casa (dove Houston aveva sempre vinto e convinto), con gli avversari privi di Kevin Durant e con uno Stephen Curry irriconoscibile, era l’occasione più ghiotta per lasciarsi alle spalle le recriminazioni del passato e candidarsi seriamente a mettere le mani sul Larry O’Brien Trophy. Invece, i texani si sono arresi nuovamente a una squadra più determinata, più cinica, più esperta, più forte. Magari sarà il prossimo l’anno buono, ma nella storia NBA c’è chi questo mantra lo ha ripetuto in eterno…
Anche i Philadelphia 76ers salutano i playoff con il morale a terra. La decisione di accelerare ‘The Process’ con gli innesti in corsa di Jimmy Butler e Tobias Harris ha reso la squadra di Brett Brown una minaccia più credibile di quanto non lo fosse a inizio stagione, ma l’inesistente esperienza comune del gruppo si è fatta sentire. Contro i Brooklyn Nets è arrivata una forte reazione d’orgoglio dopo la prima sconfitta, ma nella serie contro i Raptors, Phila ha giocato bene una sola partita, la gara-3 vinta in casa. Per il resto, ha dato l’impressione di essere un ‘cantiere aperto’. Una sensazione ampliata notevolmente dalle cattive condizioni fisiche di Joel Embiid, dai continui dilemmi tattici legati ai limiti offensivi di Ben Simmons e dall’incostanza di Tobias Harris. Jimmy Butler ha sempre risposto “presente” quando la posta si è alzata, ma la squadra non era ancora pronta al grande salto. Fare l’ultimo passo è ancora un obiettivo alla portata, ma bisognerà operare con estrema cura nei prossimi mesi.
Tra le eliminate del secondo turno, Denver è quella che potrà consolarsi più rapidamente. Perdere gara-7 dopo essere stati in vantaggio anche di 17 punti fa sicuramente male, ma i Nuggets hanno comunque vissuto una stagione splendida. Chiudere al secondo posto la Western Conference e eliminare una squadra esperta come i San Antonio Spurs ai playoff è un risultato eccellente, per il team più giovane dell’intera NBA. Questo 2018/19 è stato il coronamento di un impeccabile processo di ricostruzione, che ha portato in Colorado un candidato MVP (Nikola Jokic), una potenziale stella (Jamal Murray, in attesa di capire quanto vale Michael Porter Jr.), un ottimo two-way-player (Gary Harris) e un allenatore valido come Mike Malone. Nella serie contro i Blazers è emersa la mancanza di esperienza e di ‘killer instinct’, ma il tempo gioca indubbiamente a favore dei Nuggets; ci sono tutte le premesse affinché questo gruppo, giovane ma già così solido, possa crescere ancora.
3 – Quelli che stanno arrivando
Zion Williamson, probabilissima prima scelta assoluta al draft 2019
Zion Williamson, probabilissima prima scelta assoluta al draft 2019
Mentre i destini di quattro franchigie si decidono sul campo nella fase finale dei playoff, quelli di moltissime altre sono stati sconvolti da un’urna. Alle 20:30 (orario della costa atlantica statunitense) di martedì 14 maggio 2019 è scattata l’ora X. Anzi, l’ora Z, visto che l’annuale draft lottery metteva in palio, di fatto, Zion Williamson. In tanti aspettavano con ansia l’estrazione delle palline; mettere le mani su un fenomeno come l’ala di Duke può dare una svolta epocale a una franchigia. Alcuni, come Phoenix Suns o Cleveland Cavaliers, speravano di rendere Zion il nuovo volto di un’organizzazione in crisi, altri avrebbero potuto optare per soluzioni differenti. Se lo ‘scherzo della natura’ da Salisbury (North Carolina) ha ancora tutto da dimostrare sui campi NBA, il suo valore come pedina di scambio non è mai stato in discussione. Lo sapevano bene i New York Knicks, che accarezzavano da tempo una ‘pazza idea’: ottenere i diritti sulla prima scelta e proporli ai New Orleans Pelicans tra le contropartite per Anthony Davis, stella già affermata il cui futuro è sempre più lontano dalla Louisiana. Invece, la lottery ha regalato un clamoroso colpo di scena: la prima scelta assoluta andrà proprio ai Pelicans, che partivano con appena il 6% delle probabilità. Uno sviluppo che cambia drasticamente le prospettive. Innanzitutto, portare Williamson a New Orleans potrebbe salvare la franchigia dal rischio di un trasferimento, reso sempre più concreto dalla questione-Davis. Inoltre, darebbe una brusca accelerata alla ricostruzione. Davis ha fatto intendere di voler comunque cambiare aria, ma il front-office dei Pelicans, con la certezza di avere già a disposizione la prima scelta, avrà una posizione di enorme vantaggio in qualsiasi trattativa di mercato.
I piani dei Knicks, che avranno la terza chiamata, restano pressoché invariati ma ora, per chiedere Davis, serviranno maggiori contropartite. In ogni caso, con lo spazio salariale per puntare ad almeno un grosso calibro in free-agency, è difficile che New York non includa la sua scelta in uno scambio. Idem dicasi per i Los Angeles Lakers, che si ritrovano con un’inaspettata quarta selezione. Senza dubbio i gialloviola parteciperanno all’asta per Davis, ma la terza scelta di New York potrebbe fare molta più gola a New Orleans; potenzialmente, i Pelicans potrebbero trovarsi con Zion Williamson, Ja Morant / R.J. Barrett, Kevin Knox e Mitchell Robinson. Non una bruttissima base su cui ricostruire… Dovesse sfumare l’assalto al Monociglio, la scelta dei Lakers potrebbe essere comunque spesa per accaparrarsi un altro grande nome (Bradley Beal?), obiettivo indispensabile per dare finalmente un senso all’approdo in California di LeBron James.
Tra i principali delusi dal sorteggio ci sono gli Atlanta Hawks. E’ vero, la scelta ottenuta dallo scambio Luka DoncicTrae Young (protetta fino alla numero cinque) non è stata rimandata a Dallas, ma in Georgia speravano in due chiamate più alte, rispetto all’ottava e alla decima.
Il principale merito della riforma della lottery, voluta da Adam Silver nel 2017, è di aver sostanzialmente reso vana la pratica del ‘tanking’. Se i Pelicans hanno ottenuto la prima scelta nonostante il 6% di possibilità, l’urna ha sorriso anche ai Memphis Grizzlies, che avevano chiuso la regular season con il nono peggior record. Mentre nel Tennessee si preparano ad accogliere una potenziale stella, squadre esplicitamente ‘votate a perdere’ come Cleveland e Phoenix dovranno accontentarsi, rispettivamente, della quinta e della sesta chiamata. Bene così; per la credibilità della NBA non poteva esserci notizia migliore.

Three Points – Clippers, i nuovi padroni di Los Angeles

Mentre sui campi NBA parte lo sprint finale verso i playoff, a fare notizia negli ultimi giorni sono stati alcuni episodi che poco hanno a che vedere con il parquet. A Salt Lake City è andato in scena uno spiacevole confronto tra Russell Westbrook e un tifoso degli Utah Jazz: agli insulti di stampo razzista di quest’ultimo, ‘Russ’ ha risposto con delle presunte minacce che gli sono costate venticinquemila dollari di multa e, a quanto pare, una citazione in giudizio. Il tifoso è stato invece bandito a vita dalla Vivint Smart Home Arena, con il condivisibile intento da parte dei Jazz di lanciare un forte messaggio agli aspiranti seguaci. Un altro fan, stavolta a New York, si è reso protagonista dell’ennesima contestazione nei confronti del proprietario dei Knicks, James Dolan. Dopo avergli intimato di vendere la franchigia, il sovversivo supporter è stato scortato all’uscita dalla security. All’interno del rettangolo di gioco, le cose hanno rischiato di mettersi estremamente male in quel di Cleveland, quando Serge Ibaka dei Toronto Raptors ha sfiorato con un gancio destro il volto di Marquese Chriss dei Cavaliers. Il congolese se l’è cavata con appena tre partite di sospensione, ma le conseguenze avrebbero potuto essere ben più gravi, sopratutto per l’incolumità di Chriss. L’accaduto ha riportato alla mente la pericolosa deriva raggiunta negli Anni ’70, culminata con il pugno di Kermit Washington che quasi uccise Rudy Tomjanovich. Per fortuna, quest’ultima parte di regular season sta offrendo spunti ben più interessanti; andiamo ad analizzarne alcuni nella nuova edizione di ‘Three Points’!

 

1 – Clippers, i nuovi padroni di Los Angeles

Lou Williams e Danilo Gallinari stanno trascinando i Los Angeles Clippers ai playoff
Lou Williams e Danilo Gallinari stanno trascinando i Los Angeles Clippers ai playoff

I Clippers sono la migliore squadra di Los Angeles. Fino a dieci anni fa, un’affermazione del genere avrebbe comportato come minimo una risata di scherno, come massimo un TSO. Invece, da parecchio tempo questo assunto rappresenta perfettamente la realtà. Mentre i Lakers sono sprofondati in un abisso da cui non sono riemersi nemmeno con l’arrivo di LeBron James, quelli che una volta erano i loro ‘cugini poveri’ sono diventati una certezza, nell’agguerrita Western Conference.

Gli anni di ‘Lob City’ non hanno portato alcun titolo, nemmeno una finale di Conference, ma hanno dato rilevanza a una franchigia che ora non ha alcuna intenzione di tornare nel dimenticatoio. Quando era ormai chiaro che quel ciclo fosse prossimo alla conclusione, la dirigenza si è fatta trovare pronta a voltare pagina. L’arrivo in società di Jerry West (nel non meglio precisato ruolo di “executive board member”) ha dato il via a una serie di manovre inizialmente criticate, ma che a lungo andare potrebbero pagare cospicui dividendi. L’addio di Chris Paul, possibile preambolo per il più classico dei rebuilding, ha invece inaugurato un’epoca che potrebbe portare la franchigia a traguardi mai raggiunti. In cambio di CP3, ceduto tramite sign-and-trade, sono arrivati da Houston una prima scelta futura, soldi e sette giocatori, tra cui Lou Williams (da pochi giorni recordman NBA per punti segnati partendo dalla panchina), Montrezl Harrell e Patrick Beverley. Proprio coloro che oggi stanno trascinando i Clippers ai playoff. Quei playoff che sembravano preclusi dopo le recenti manovre di mercato, quei playoff che i più blasonati Lakers guarderanno ancora una volta in televisione.

Il primo anno ‘post-Lob City’ non è andato benissimo. Pur con un record vincente (42 vittorie e 40 sconfitte), i Clippers sono rimasti fuori dalle prime otto, complici i numerosi infortuni che hanno decimato il roster. A stagione in corso, però, West e soci hanno messo a segno un’altra mossa controversa, ma lungimirante. Blake Griffin, il giocatore che nel 2009 aveva dato una svolta alla storia della franchigia, è stato infatti spedito ai Detroit Pistons. Pochi mesi prima, aveva firmato un sontuoso rinnovo contrattuale da 173 milioni di dollari in cinque anni. Mandandolo a Detroit, i Clippers hanno preso tre piccioni con la stessa fava: hanno chiuso definitivamente il capitolo ‘Lob City’, hanno alleggerito sensibilmente il monte salari e hanno ottenuto in cambio due scelte, più Avery Bradley, Boban Marjanovic e Tobias Harris. Dai medesimi presupposti è partito lo scambio che, lo scorso febbraio, ha coinvolto lo stesso Harris, finito (sempre in coppia con Marjanovic) ai Philadelphia 76ers in cambio di una moltitudine di scelte future e un pacchetto di giocatori comprendente Landry Shamet, assoluta rivelazione dell’ultimo draft. Seguendo questa logica, è facile pensare che il prossimo ad essere ‘sacrificato’ sarà Danilo Gallinari. Con le partenze di Griffin prima e di Harris poi, il Gallo è diventato il leader del quintetto di Doc Rivers. Finalmente libero dai gravi infortuni che ne hanno condizionato la carriera, sta giocando la sua miglior pallacanestro in questo 2018/19. I piani dei Clippers, però, sembrano troppo grandi per poter fare di lui l’uomo-franchigia anche in futuro.

Già, perchè se il presente è piuttosto brillante, è il domani a stuzzicare maggiormente le fantasie dei tifosi. Il vortice di operazioni di cui sopra ha liberato lo spazio salariale necessario per poter aggiungere due giocatori di grosso calibro, da inseguire in una free-agency piuttosto ricca (Kevin Durant e Kawhi Leonard i nomi più altisonanti). Spazio che aumenterebbe ulteriormente ‘scaricando’ i 22 milioni che spettano a Gallinari nel suo ultimo anno di contratto. A differenza di concorrenti come i New York Knicks o come gli stessi Lakers, i Clippers potranno offrire ai ‘corteggiati’ un contesto già competitivo, con un supporting cast di ottimo livello (Williams e Harrell su tutti, ma anche i giovani Shamet e Ivica Zubac e il giovanissimo Shai Gilgeous-Alexander, uno dei migliori rookie della stagione) e, soprattutto, un front-office dalle idee piuttosto chiare. Se consideriamo che le numerose scelte ai prossimi draft potrebbero anche essere utilizzate come asset per uno scambio importante (soffiare Anthony Davis ai gialloviola sarebbe il capolavoro definitivo), abbiamo ottimi motivi per tenere gli occhi bene aperti su questi Clippers, i nuovi padroni di Los Angeles.

 

2 – La battaglia per la Terra di Mezzo

Andre Drummond (Pistons, a sinistra) e Kemba Walker (Hornets)
Andre Drummond (Pistons, a sinistra) e Kemba Walker (Hornets)

Mentre nella Western Conference i biglietti per i playoff sembrano ormai tutti assegnati, a Est si dovranno attendere le ultime partite per avere il quadro completo delle partecipanti. Ai piani alti non ci dovrebbero essere sorprese: Milwaukee Bucks e Toronto Raptors sono irraggiungibili, Philadelphia 76ers, Indiana Pacers e Boston Celtics dovranno semplicemente mettersi in fila puntando al fattore campo. La vera bagarre si trova nella ‘Terra di Mezzo’, quel girone dantesco (sei vittorie separano la sesta e l’undicesima del tabellone) popolato da squadre per cui qualificarsi o meno alla post-season potrebbe rappresentare una svolta cruciale, in un senso o nell’altro. Un ‘gruppone’ di franchigie impantanate da anni in una fase di stallo da cui sembra difficile uscire; quando va bene si arriva settimi/ottavi e si viene eliminati al primo turno, quando va male noni/decimi e si parte per le vacanze. La causa di questo impasse è per tutte la stessa: un monte salari intasato da contratti esagerati, concessi a giocatori inadatti sia per puntare al titolo, che per ‘tankare’. Ecco allora un ‘magico’ quartetto: Detroit Pistons e Miami Heat sono al momento fra le prime otto, mentre Charlotte Hornets e Washington Wizards, oggi, sarebbero escluse dai giochi.

I Pistons, tra le squadre più in forma dell’ultimo periodo, sono riusciti a ottenere un discreto vantaggio sulle inseguitrici. Merito di uno splendido Blake Griffin, giocatore sempre più completo col passare degli anni e tornato meritatamente all’All-Star Game, e di Andre Drummond, definibile senza timore di smentite il miglior rimbalzista di questo decennio (i suoi 13.6 rimbalzi in carriera sono la nona media all-time in NBA) e finalmente costante anche in fase realizzativa (non aveva mai raggiunto i 17.5 punti di media con cui viaggia in questo 2018/19), ma anche di un Reggie Jackson in crescita (pur con la solita incostanza). La notizia migliore per coach Dwane Casey è la visibile riduzione dei possessi in isolamento per Griffin, una strategia che, a inizio stagione, stava rendendo il gioco dei Pistons una sorta di ‘hero-ball’. Qualora Detroit riuscisse a mantenersi su questi livelli fino ai playoff, eliminarla al primo turno sarà più complicato del previsto.
Miami accompagnerà verso la pensione un Dwyane Wade ancora in grande spolvero (ha le migliori cifre, per punti e minutaggio, dai tempi di Chicago) con l’ultima apparizione in post-season della sua carriera. Il fatto che il trentasettenne, una volta soprannominato ‘Flash’, sia il secondo miglior realizzatore di squadra e il quarto per minuti giocati è però una pessima notizia per coach Erik Spoelstra, e mette in luce gli enormi limiti di questa versione degli Heat. Per diversi motivi, nemmeno uno tra Goran Dragic, Hassan Whiteside e Dion Waiters si è dimostrato all’altezza di poter guidare la squadra, compito a loro richiesto dagli onerosi contratti. Anche giocatori come James Johnson, Kelly Olynyk e Justise Winslow sono a libro paga per cifre impegnative e a lungo termine, eppure non hanno mai espresso fino in fondo il loro potenziale (soprattutto Winslow). Gli unici barlumi di speranza per il futuro, nel roster attuale, sono riposti nei giovani Derrick Jones Jr. e Bam Adebayo, che in ogni caso non promettono di diventare i nuovi Kobe e Shaq. La sensazione è che l’imminente viaggio ai playoff rappresenti un crocevia importante: l’anno prossimo, senza più Wade e con molti ‘contrattoni’ in scadenza, potrebbe finalmente iniziare la vera ricostruzione.

Se Pistons e Heat, nella loro mediocrità, sono comunque le favorite per qualificarsi alla post-season, il cielo sopra Washington e Charlotte rischia di farsi estremamente nuvoloso. Gli Wizards hanno rinunciato al rebuilding per inseguire un improbabile ottavo posto, obiettivo che a breve sfuggirà matematicamente. In più si ritrovano con John Wall, titolare di un mostruoso contratto da 170 milioni di dollari con scadenza nel 2023, che rientrerà da un infortunio al piede solo a 2020 inoltrato. L’effettiva impossibilità di scambiarlo è un macigno enorme sul futuro della franchigia, che rischierebbe di rimanere nel ‘limbo’ anche qualora dovesse cedere Bradley Beal, l’altra stella del roster.
Gli Hornets di Michael Jordan, altri ‘specialisti’ nel regalare contratti folli (nel 2020 spenderanno circa 86 milioni per Nicolas Batum, Bismack Biyombo, Marvin Williams, Cody Zeller e Michael Kidd-Gilchrist), hanno un motivo in più per preoccuparsi: a luglio, Kemba Walker sarà free-agent. Il desiderio di giocare finalmente in un contesto vincente avrebbe potuto ingolosirlo anche in caso di qualificazione ai playoff (al di là delle inevitabili dichiarazioni d’amore per l’ambiente), figuriamoci dopo l’ennesima esclusione, in quella che è indubbiamente la miglior stagione della sua carriera (giustamente premiata con la partenza in quintetto all’All-Star Game casalingo).

All’interno di questa ‘bolgia infernale’ meritano una distinzione Orlando Magic e Brookyln Nets. I primi sono a tutti gli effetti in una fase di stallo, ma la giovane età media e il monte salari non esagerato lasciano comunque margini di crescita. Brooklyn, invece, sembra pronta per spiccare il volo. Dopo gli anni tremendi seguiti all’infausta trade per Kevin Garnett e Paul Pierce, il certosino lavoro del general manager Sean Marks e di coach Kenny Atkinson ha dato vita a un progetto tecnico interessante e di prospettiva. Un contesto che, unito al notevole spazio salariale a disposizione, rende i Nets una meta potenzialmente appetibile per qualsiasi free-agent. Torniamo dunque al discorso fatto in apertura per Clippers e Lakers: e se fossero i Nets i nuovi padroni di New York?

 

3 – Cronache da Rip City

Damian Lillard (#0) e C.J. McCollum, i due leader dei Blazers
Damian Lillard (#0) e C.J. McCollum, i due leader dei Blazers

All’estremo angolo nord-ovest della ‘Terra di Mezzo’ troviamo i Portland Trail Blazers. Dal secondo anno in Oregon di Damian Lillard in avanti, i playoff sono diventati per loro un appuntamento fisso. Purtroppo, lo sono diventate anche le eliminazioni precoci. Per diversi motivi, gli uomini di Terry Stotts non sono mai riusciti a fare strada in post-season; per ben tre volte hanno trovato sulla loro strada i futuri finalisti (gli Spurs nel 2014, gli Warriors nel 2016 e 2017), Nel 2015, i Grizzlies erano un ‘gruppo in missione’, mentre i Pelicans l’anno scorso hanno disputato la serie perfetta. Prima del recente ‘cappotto’, però, qualcosa sembrava cambiato per davvero, e questo 2018/19 sta confermando che il terzo posto della passata stagione non è stato un caso: i Blazers sono una solida realtà.

Lillard e compagni hanno tenuto un ritmo di marcia costante, che ha permesso loro di mettere presto in cassaforte l’ennesimo biglietto per i playoff. ‘Dame’ si è mantenuto grossomodo sugli stessi livelli di eccellenza del 2017/18, quando è stato incluso nel primo quintetto All-NBA. Rendimento pressoché invariato anche per il fido ‘scudiero’ C.J. McCollum, che probabilmente a Est avrebbe già disputato qualche All-Star Game, mentre Jusuf Nurkic, piacevole sorpresa della scorsa stagione, è ulteriormente cresciuto, legittimandosi come ‘terzo violino’ ideale. Il più grande merito di questi Blazers, però, è stato quello di mettere finalmente un po’ di ‘carne’ intorno all’ossatura storica. Parte dell’aiuto è arrivato dall’esplosione di Jake Layman (7.9 punti e 18.7 minuti di media nel 2018/19, contro gli 1.6 punti in 5.8 minuti delle prime due stagioni NBA), ma la scossa più forte è arrivata intorno alla trade deadline, quando la dirigenza ha messo a segno due importanti colpi: dai Cleveland Cavaliers è giunto Rodney Hood, mentre dal mercato dei buyout è stato ingaggiato Enes Kanter. Entrambi affidabili fonti di produzione offensiva in uscita dalla panchina, ed entrambi in scadenza di contratto. Una situazione che può portare solo benefici: dopo le amare esperienze con Cavs e Knicks, i due avranno un’importante occasione per guadagnare visibilità, mentre Portland non avrà ulteriori ‘elefanti’ ad intasare un salary cap già al collasso da anni. I nuovi innesti, la crescita di Nurkic e la conferma ad alti livelli di uno dei migliori backcourt NBA fanno sì che nella ‘Rip City’ soffi un vento di ottimismo. I Blazers, dopo un’altra, ottima regular season, hanno ciò che serve per tentare un viaggio ai playoff più lungo del solito.
D’altro canto, l’ennesima delusione potrebbe avere conseguenze nefaste. La complicata condizione salariale non lascia particolari margini di manovra per eventuali rinforzi estivi. Anche nel 2020, quando i pesanti contratti di Evan Turner, Moe Harkless e Meyers Leonard andranno finalmente in scadenza, la franchigia dovrà fare i conti con un altro, annoso problema: il fatto di trovarsi lassù, fuori dalle rotte principali, contribuisce a rendere Portland una meta poco ambita dai grandi free-agent. Di solito, situazioni del genere portano a un brusco reset, che difficilmente sarà basato su un Damian Lillard ormai meritevole di ben altri contesti.

Three Points – Lakers, Celtics e Timberwolves – Il maxi-processo

Los Angeles Lakers e Boston Celtics, con le dovute proporzioni, stanno vivendo una stagione deludente. Anche i Minnesota Timberwolves, seppur oscurati dalle disavventure delle due storiche rivali, si avviano al definitivo fallimento di un progetto tanto ambizioso, quanto incompleto. In questa edizione di ‘Three Points’ non ci limiteremo a ‘sparare sulla Croce Rossa’, ma cercheremo di analizzare i diversi fattori che hanno determinato questi deludenti risultati. Che dite, cominciamo senza troppi preamboli? Vaaaaaaaaaaaaa bene!

 

Caso 1 – Los Angeles Lakers

Per i Los Angeles Lakers, questo 2018-19 si è trasformato in un flop clamoroso
Per i Los Angeles Lakers, questo 2018-19 si è trasformato in un flop clamoroso

Come cantava Mario Venuti, “sembrava impossibile potesse capitarmi, invece mi è successo veramente”. I Los Angeles Lakers sono quasi ufficialmente fuori dai playoff. La matematica è ancora dalla loro parte, ma l’atteggiamento con cui la squadra di Luke Walton ha affrontato le ultime partite parla chiaramente di una resa ormai inevitabile. Restare fuori dalla post-season sarebbe stata una delusione anche per i Lakers dell’anno scorso, ma assume le sembianze di un colossale flop se in maglia gialloviola troviamo LeBron James, uno che i playoff li aveva saltati per l’ultima volta nel 2005 e che, dal 2011 fino allo scorso giugno, non ha mai mancato un appuntamento con le NBA Finals. In virtù di un tonfo tanto assordante, il banco degli imputati non può che essere alquanto affollato. Del 2018/19 dei Lakers non c’è niente e nessuno da salvare.

Forse le principali responsabilità vanno attribuite al progetto stesso, che ha destato da subito molte perplessità. Per il punto a cui erano arrivati il percorso di LeBron e quello della franchigia, unire i due sentieri appariva una forzatura fin dall’inizio. Il Re, ormai trentaquattrenne, aveva come unico obiettivo la scalata alla leggenda. Sul piano individuale ha portato il concetto di ‘giocatore totale’ a livelli mai raggiunti. Nel corso di questa stagione ha lasciato per strada, almeno in termini statistici, ‘divinità’ come Wilt Chamberlain e Michael Jordan, diventando oltretutto il primo cestista nella storia NBA a comparire sia nella top ten dei migliori realizzatori che in quella dei migliori assistmen all-time; lo stato di grazia in cui ancora verte, nonostante l’età, lo obbliga di fatto a puntare sempre e solo all’anello, senza potersi concedere il lusso di una pausa.
Sull’altro piatto della bilancia c’era una franchigia che pian piano stava trovando la sua strada, dopo gli anni disastrosi che avevano accompagnato l’addio alle scene di Kobe Bryant. La stagione 2017/18 si era chiusa ancora una volta senza playoff, ma con la consapevolezza di avere un’ossatura su cui lavorare per il futuro. Possibilmente, su cui lavorare con pazienza.
Ecco, forse la chiave di tutto sta in quella parola: pazienza. Un concetto che per logica non può appartenere a LeBron, giunto ormai all’ultima, grande corsa della sua carriera, e un motto che ai Lakers non è mai stato di casa, fin dalla notte dei tempi. Difficile, quindi, comprendere dall’esterno il ‘piano’ di King James e della dirigenza gialloviola, capitanata dal presidente Magic Johnson e dal general manager Rob Pelinka (dando per scontato che le parti abbiano discusso, prima della firma). Le opzioni più plausibili sono le seguenti: 1. LeBron era convinto di poter trasformare rapidamente i giovanissimi talenti del roster (su tutti Lonzo Ball, Brandon Ingram e Kyle Kuzma) nei comprimari ideali per la caccia al titolo; 2. La premiata ditta era sicura di poter utilizzare i suddetti giovani come pedine per arrivare ad altre stelle. Le dichiarazioni dei protagonisti hanno sempre indicato la prima alternativa, ma episodi come il (timido) corteggiamento a Kawhi Leonard e quello (decisamente meno timido) ad Anthony Davis hanno fatto invece intendere il contrario.

Il caso-Davis e l’infortunio di LeBron hanno indubbiamente segnato lo spartiacque di questa infausta annata gialloviola; dopo l’All-Star Game si è vista in campo una squadra molle, disunita e abbandonata a sé stessa da un leader evidentemente frustrato e demotivato. Intorno a lui, giovani a cui è stato fatto chiaramente intendere di non essere più al centro del progetto, veterani consapevoli di essere solo ‘di passaggio’ in California e un allenatore assunto per dirigere un gruppo in divenire, non certo una squadra da titolo. Questa fallimentare stagione potrebbe lasciare enormi strascichi: Walton è ormai alla porta, molti dei giovani aspettano solo di ricominciare altrove (come accaduto a D’Angelo Russell, passato da L.A. prima di loro), LeBron si ritrova con una grossa macchia su un curriculum leggendario e, cosa più importante, il ‘progetto-Lakers’ rischia di aver perso una certa dose di credibilità, agli occhi di quei free-agent che appaiono ormai come l’unica via d’uscita da una situazione così spinosa.

 

Caso 2 – Boston Celtics

I Boston Celtics partivano come assoluti favoriti a Est, ma qualcosa sembra essersi rotto
I Boston Celtics partivano come assoluti favoriti a Est, ma qualcosa sembra essersi rotto

Qui è obbligatorio parafrasare il proverbio: se i Lakers piangono, i Celtics non si ammazzano certo dalle risate. A differenza dei rivali di sempre, gli uomini di Brad Stevens i playoff li giocheranno. Se però inizi la stagione come principale favorito nella Eastern Conference e ti ritrovi a marzo ad annaspare al quinto posto, vuol dire che qualcosa non ha funzionato. E non tanto per il piazzamento in sé, quanto per il fatto di non avere ancora trovato, a un mese dalla fine della regular season, gli equilibri adatti per arrivare pronti al cospetto di una concorrenza molto agguerrita.
In questa fase del nostro ‘maxi-processo’, trovare un colpevole è veramente difficile; anzi, può essere che non esista. Per quanto paradossale sembri, il principale problema dei Celtics è aver fatto troppo bene l’anno scorso. Con Gordon Hayward fuori dai giochi dopo soli cinque minuti di stagione e Kyrie Irving infortunatosi nel momento più importante, la squadra aveva fatto fronte comune, trasformandosi in una ‘corazzata in missione’. Spinta dal talento di Jayson Tatum e Jaylen Brown, dai canestri pesanti di Terry Rozier, dalla furia agonistica di Marcus Smart e dall’esperienza di Al Horford, Boston aveva scorrazzato indisturbata fino alle finali di Conference, terminate solo in gara-7 contro i Cleveland Cavaliers. “Quando saranno al completo, non li fermerà più nessuno” era l’opinione più diffusa lo scorso maggio. Un anno dopo, troviamo una squadra completa nell’organico, ma lontana anni luce dallo splendido gruppo che conoscevamo. Hayward è tornato ma, seppur in netta ripresa, è ancora la copia sbiadita della star vista in maglia Jazz. E’ tornato anche Kyrie Irving, ed è forse lì che sono venuti a galla i problemi. Chiariamo subito: il numero 11 sta disputando una grande stagione, mettendo in mostra ogni sera l’abbagliante repertorio di magie che lo rendono un giocatore unico, anche nella lega dei fenomeni. Spesso ha deciso le partite, la maggior parte delle volte si è preso la squadra sulle spalle nei momenti critici. Un po’ come LeBron James a Los Angeles.

Tra la situazione dei Celtics e quella dei Lakers si può trovare un parallelismo; forse, il percorso delle due squadre non era compatibile con quello delle loro superstar. Irving aveva lasciato il ‘focolare’ di Cleveland anche per diventare un leader a tutti gli effetti. A dimostrazione di ciò, le numerose interviste rilasciate a stagione in corso, in cui ‘bacchettava’ i giovani e manifestava vicinanza all’ex-compagno LeBron per le responsabilità richieste dal proprio ruolo. A lungo andare questa auto-investitura, sommata agli innumerevoli rumors su un possibile addio in estate, ha creato un muro tra Kyrie e il resto del gruppo. Sul parquet, il ritorno di ‘Uncle Drew’, al netto delle dichiarazioni distensive (e obbligatorie) della vigilia, ha fatto saltare il perfetto equilibrio raggiunto negli scorsi playoff dalla formazione di Tatum, Brown e Rozier, inevitabilmente (e giustamente) ‘scavalcati’ nelle gerarchie. Gli ultimi due, in particolare, assomigliano a quelli del 2017/18 solo per il cognome sulla maglia. Come i singoli, anche la squadra nel suo insieme è irriconoscibile. Se l’attacco faticava anche nel recente passato, a colpire maggiormente è la fase difensiva; aggressiva e organizzata nella scorsa stagione, passiva e distratta in questo 2018/19. Anche se non quanto i Lakers, spesso i Celtics si presentano sul parquet piatti, apatici, incapaci di imporre il loro gioco persino al TD Garden, fortino pressoché inespugnabile l’anno scorso. A riassumere perfettamente la situazione della squadra ci ha pensato Jaylen Brown, che ha parlato alla stampa di “clima tossico”.

Trovatisi con le spalle al muro dopo l’imbarazzante sconfitta casalinga contro Houston (la quinta in sei gare dopo l’All-Star Game), i biancoverdi hanno avuto un moto d’orgoglio a Oakland, imponendosi con un perentorio +33 sugli Warriors. Una vittoria che va presa con le pinze, visto il momento opposto attraversato dalle due squadre (i campioni in carica, con la testa rivolta da tempo a metà aprile, si sono presi una serata di vacanza, giocando a un ritmo da preseason), ma che potrebbe rappresentare la scintilla necessaria per riaccendere finalmente il motore. La sera dopo è arrivato un altro successo, sancito da un canestro in extremis di Hayward contro i Sacramento Kings. La proverbiale solidità dell’organizzazione lascia spazio all’ottimismo, all’idea dura a morire che, arrivati ai playoff, sarà tutto sistemato. Mentre però Milwaukee e Toronto corrono da inizio stagione e Philadelphia si staglia minacciosa all’orizzonte (al momento quarti, i Sixers incontrerebbero i Celtics già al primo turno), Boston ha zoppicato vistosamente per mesi. Riusciranno Stevens e i giocatori a trovare la fasciatura adatta, da qui alle prossime settimane? Il tempo stringe…

 

Caso 3 – Minnesota Timberwolves

Andrew Wiggins, Karl-Anthony Towns e Derrick Rose, leader (o presunti tali) di un progetto ormai fallito
Andrew Wiggins, Karl-Anthony Towns e Derrick Rose, leader (o presunti tali) di un progetto ormai fallito

Con il tracollo dei Lakers e le difficoltà dei Celtics a conquistare (comprensibilmente) le luci dei riflettori, situazioni come quella dei Minnesota Timberwolves stanno passando un po’ sottotraccia. Dopo che il mantra “occhio a Minnesota” ha imperversato per anni, sembra che il progetto di rilancio della franchigia si sia arenato. Il gruppo giovane e talentuoso che avrebbe dovuto imporsi come mina vagante della Western Conference ha strappato un misero ottavo posto all’ultima partita della scorsa stagione. Neanche il tempo di festeggiare la prima apparizione ai playoff dal 2004, ed ecco gli uomini di Tom Thibodeau rispediti a casa, senza alcuna difficoltà, dagli Houston Rockets. Quello che poteva essere considerato comunque un nuovo inizio si è rivelato invece una parentesi estemporanea; anche nel 2019, come successo tredici volte negli ultimi quattordici anni, si andrà in vacanza ad aprile.

Il nuovo corso dei Timberwolves si è imbattuto in un problema analogo a quello che hanno avuto Lakers e Celtics: l’incompatibilità fra il progetto di base e il leader della squadra. Appena Jimmy Butler ha messo piede nel Minnesota, si è capito subito che sarebbe stato lui il giocatore di riferimento. L’indiscutibile efficacia su entrambi i lati del campo e l’innato agonismo (doti di cui coach Thibodeau aveva disperatamente bisogno) gli hanno permesso di ‘scavalcare’ i leader designati, Karl-Anthony Towns e Andrew Wiggins. L’indole dura ed esigente di Butler (e di Thibodeau) mal si sposava con quella dei giovani, ancora troppo acerbi e mai in grado, fin qui, di avvicinarsi a quel livello di intensità. La stagione e mezza di ‘Jimmy G. Buckets’ a Minneapolis ha regalato un primo turno di playoff, ma in fin dei conti si è rivelata una perdita di tempo per tutti. Capita l’antifona, l’ex guardia dei Chicago Bulls ha chiesto la cessione, e la sua partenza in direzione Philadelphia ha dato il via libera per la cacciata dell’allenatore-presidente. In quel momento, i Timberwolves hanno riavvolto il nastro, cercando di tornare a quel bivio da cui, evidentemente, avevano preso la direzione sbagliata. Peccato che questa annata ‘di transizione’ fosse ormai compromessa. I playoff sono rimasti alla portata solo nella fase iniziale della regular season, quando a Ovest gli unici esclusi dalla bagarre erano i derelitti Phoenix Suns. Col passare dei mesi, i reali valori sono emersi e Minnie si è trovata ancora una volta fuori dai giochi. Il 2018/19 dei T’Wolves ha avuto anche dei risvolti positivi: su tutti la ‘rinascita’ di Derrick Rose, ma anche gli arrivi di Robert Covington e Dario Saric e il buon debutto di Josh Okogie rappresentano dei mattoncini importanti per il futuro. Il presente, però, parla di una squadra mediocre e tragicamente incostante.

A preoccupare di più è l’incertezza creatasi attorno a coloro che avrebbero dovuto trascinare la franchigia verso una nuova era di successi. Towns è cresciuto visibilmente nelle ultime settimane, ma per il resto della stagione ha avuto un rendimento ben al di sotto delle aspettative (dovute soprattutto all’eccellente anno da rookie), sia in termini statistici che di leadership. Che dire poi di Wiggins? Alla vigilia del draft 2014, il canadese era atteso come un talento generazionale, che negli anni a venire avrebbe fatto le fortune di chi lo avesse scelto. In costante crescita nelle sue prime tre stagioni NBA, ha subito una spaventosa involuzione dopo l’arrivo di Butler. Anche in questo caso, le statistiche aiutano solo in parte; i sei punti e i quasi tre minuti di media in meno rispetto al 2015/16 sono un brutto segnale, ma lo è ancor di più vederlo in campo. Un giocatore ‘anonimo’, con guizzi sempre più rari di quel talento fuori dal comune e, più in generale, un ragazzo che trasmette la sensazione di essersi in qualche modo ‘perso per strada’. Peccato che sul suo contratto sia riportata la notevole cifra di 148 milioni di dollari, con scadenza fissata a giugno 2023… Insomma, il rischio impasse è piuttosto concreto. Con le ambizioni da ‘Next Big Thing’ che sembrano ormai naufragate, la dirigenza (il cui operato non è sempre stato impeccabile) sarà chiamata a una serie di importanti decisioni, prima fra tutte quella sul nuovo allenatore: confermare Ryan Saunders (figlio del compianto Flip, il coach degli anni d’oro con Kevin Garnett) o chiamare qualcun altro (si è fatto spesso il nome di Fred Hoiberg, che nella squadra di KG è stato un prezioso gregario), con l’augurio che faccia ‘scattare la scintilla’ alle aspiranti stelle?

Three Points – Davis-Lakers, gioco a perdere

NBA scambi estivi-Anthony Davis in dubbio per l'ASG

La volata finale prima della sospiratissima pausa per l’All-Star Weekend è stata vissuta all’insegna delle strisce. Chiaramente non parliamo di droga, sebbene i giocatori siano stremati e soprattutto noi, arrivati a metà febbraio, non abbiamo ancora fatto battute su Mohamed Bamba. James Harden ha allungato a 31 la serie di partite con almeno 30 punti a referto (eguagliando Wilt Chamberlain) e Russell Westbrook ha scritto l’ennesima pagina di storia con 10 triple-doppie consecutive (superando Wilt Chamberlain). Anche i New York Knicks hanno centrato un ‘prestigioso’ record: le 18 sconfitte filate sono quanto di peggio la franchigia abbia mai fatto in 73 anni di vita. E dire che ce ne voleva, d’impegno…
Messa agli archivi la trade deadline, questa edizione di ‘Three Points’ non poteva che partire con il tema più ‘caldo’ delle ultime settimane: L’affaire Davis-Lakers.

 

1 – Davis-Lakers, gioco a perdere

Anthony Davis e LeBron James sognano un futuro insieme in maglia Lakers
Anthony Davis e LeBron James sognano un futuro insieme in maglia Lakers

Come cantava Amy Winehouse, Love is a losing game, ma anche la vicenda Anthony Davis – Los Angeles Lakers si è rivelata un gioco senza vincitori. Piccolo riassunto, per chi si fosse sintonizzato solo ora: Anthony Davis è uno dei migliori giocatori NBA, le cui ambizioni di gloria sono però limitate da una squadra, i New Orleans Pelicans, che non riesce a uscire dal tunnel della mediocrità. Qualche settimana fa, Davis comunica al suo agente, Rich Paul, il suo desiderio di cambiare aria, e quest’ultimo pensa bene di rivelare la notizia al ‘principe’ del mercato NBA, il giornalista Adrian Wojnarowski. Non solo: Paul informa la stampa che al suo assistito piacerebbe davvero giocare con i Lakers, tanto da ritenerli l’unica franchigia con cui rinnoverebbe il contratto, la cui scadenza (con player option sulla stagione successiva) è prevista per l’estate 2020. Nei suddetti Lakers gioca un certo LeBron James, noto per essere il più grande cestista vivente e per avere dunque un’enorme influenza sulle decisioni del front-office. Durante la stagione, James non solo aveva speso parole al miele per Davis, ma si era spinto un po’ oltre, invitandolo a una deliziosa cenetta in cui discutere del proprio futuro, possibilmente comune. Tutte mere supposizioni, fino alla fatidica richiesta di cessione. Piccolo dettaglio: l’agente del signor James è nientemeno che… Rich Paul, lo stesso del signor Davis. Eccoci dunque alle intense settimane appena trascorse: da una parte la dirigenza Lakers, che arriva a offrire a quella dei Pelicans tutti i giocatori del roster, dall’altra New Orleans, che si ostina a rifiutare, oltretutto ‘perculando’ Magic Johnson e soci in svariati modi. Scoccate le 21 italiane di giovedì 7 febbraio, la trattativa sfuma ufficialmente, almeno fino al termine della stagione.

Da questa patetica commedia escono male tutti i protagonisti coinvolti. In primis lo stesso Davis, ovviamente. Il fatto che abbia voglia di competere per il titolo non è certo una colpa (anzi, ne invocavamo a gran voce la ‘liberazione’ in una recente edizione di ‘Three Points’), ma permettere che le sue intenzioni venissero rese pubbliche in questo momento della stagione gli ha inevitabilmente gettato addosso le ire dei tifosi, pronti a sommergerlo di fischi da qui ad aprile. Davis ha tolto ai Pelicans gran parte del vantaggio nelle trattative, costringendoli a studiare in fretta e furia una soluzione per trarre il maggiore profitto possibile dal suo ormai certo addio. Per la franchigia della Louisiana, la partenza della sua più grande stella non sarà solo un problema tecnico, bensì un fortissimo colpo alla credibilità dell’organizzazione stessa. Se a tutto questo sommiamo la già scarsa affluenza di pubblico e le parole (come sempre a sproposito, ma che potrebbero nascondere un pensiero condiviso da altri) del padre di Lonzo Ball, che di fatto hanno indicato New Orleans come una destinazione indesiderata dagli aspiranti All-Star, capiamo che un possibile trasferimento della franchigia non sia un’idea da scartare a priori.
Poi, ci sono i Lakers. Probabilmente, LeBron James, Magic Johnson e Rob Pelinka avevano un piano ben preciso in testa, nel momento in cui il sodalizio tra le parti è stato ufficializzato. Forse si aspettavano di poter arrivare subito a un’altra stella. Magari Paul George, che avrebbe prontamente seguito il Re a Hollywood. Oppure Kawhi Leonard, che i San Antonio Spurs avrebbero spedito senza problemi in California. Finora, tutti questi progetti sono miseramente falliti: PG13 è rimasto a Oklahoma City, Leonard è finito a Toronto e Davis ‘delizierà’ i tifosi dei Pelicans per almeno altri due mesi. Quello che è certo è che il celeberrimo ‘nucleo giovane’, decantato da Magic e soci come il fulcro del progetto gialloviola, è stato sacrificato senza remore sull’altare del grande colpo, dell’irresistibile richiamo del ‘vincere subito’. Inevitabile, quando il tuo giocatore di punta si avvia verso i 35 anni, mentre a tutti gli altri serviranno forse due o tre stagioni per far fruttare il loro potenziale. Però, ora che la ‘pazza idea’ Davis è sfumata, bisognerà ricucire gli strappi. Saranno pure dei professionisti, ma non si prospetta un’impresa semplice. Nel frattempo, le sconfitte si accumulano, e l’esclusione dai playoff, che suonerebbe come un fallimento epocale, diventa un’ipotesi sempre meno assurda

La principale ‘vittima’ di questa vicenda, però, avrebbe potuto essere il sistema NBA, da sempre basato sul potere contrattuale delle franchigie e ora scosso fino alle fondamenta da casi come questo, o come quelli di Leonard e Kyrie Irving. Casi in cui sono i giocatori, o peggio, gli agenti a cercare di cambiare gli equilibri della lega, forzando la mano ai proprietari. Forse anche questo aspetto ha inciso sulla scelta di Dell Demps, general manager dei Pelicans, di declinare l’offerta. Forse, che Anthony Davis non sia (ancora) finito ai Lakers, o che perlomeno che non ci sia finito in questo modo, è un bene per tutti.

 

2 – Big Four

Ci saranno anche I Raptors di Kawhi Leonard e i Sixers di Jimmy Butler nella corsa alle NBA Finals 2019
Ci saranno anche I Raptors di Kawhi Leonard e i Sixers di Jimmy Butler nella corsa alle NBA Finals 2019

A dire il vero, una vincitrice chiara di questa trade deadine c’è, ed è la tanto vituperata Eastern Conference. Mentre i Lakers si affannavano nel disperato ‘corteggiamento’ ad Anthony Davis, altre squadre hanno approfittato della recente finestra di mercato per mettere a segno importanti colpi.

Particolarmente aggressivi sono stati Philadelphia 76ers e Toronto Raptors. I primi, che a stagione in corso avevano già messo le mani su Jimmy Butler, si sono aggiudicati anche Tobias Harris, protagonista di un eccellente avvio di stagione con i Los Angeles Clippers. Completato il notevole quintetto (Simmons-Redick-Butler-Harris-Embiid), il general manager Elton Brand ha rinforzato anche la panchina, con gli innesti di Boban Marjanovic, Mike Scott, James Ennis e Jonathon Simmons. Toronto si è invece aggiudicata Marc Gasol, ‘scippandolo’ ai Memphis Grizzlies (i contratti da rinnovare di Jonas Valanciunas, Delon Wright e C.J. Miles in cambio dell’uomo-simbolo della tua storia; si poteva fare decisamente meglio…) e ha arricchito la second unit con l’esperienza di Jeremy Lin. Una serie di mosse che estremizza ulteriormente quel concetto di ‘proviamoci subito’ che sembra regnare sovrano, in una Conference senza più LeBron James e (forse) senza ancora Kevin Durant. Se i piani a lungo termine vanno a farsi benedire (soprattutto in casa Sixers), è indubbio che, per il 2018/19, queste due formazioni abbiano tutte le carte in regola per puntare alle NBA Finals.

Così, la caccia al trono dell’Est diventa ufficialmente una corsa a quattro (dato che gli Indiana Pacers hanno perso Victor Oladipo, out for the season). Le altre pretendenti, Boston e Milwaukee, sono state più ‘conservative’: i Celtics non si sono mossi (in attesa del secondo capitolo della saga-Davis, in onda a luglio), mentre i Bucks hanno ceduto l’ ‘oggetto misterioso’ Thon Maker e aggiunto Nikola Mirotic. Vero, a New Orleans il serbo-spagnolo è calato vistosamente dopo i due ‘trentelli’ con cui aveva aperto la stagione, ma la sua capacità di aprire il campo è come la Nutella sul pane, per la squadra di Mike Budenholzer e Giannis Antetokounmpo. Tra le ‘Big Four’, Milwaukee è l’unica ad avere già un’identità ben precisa; Toronto e Phila dovranno riorganizzarsi con i nuovi innesti, mentre Boston sembra ancora un cantiere aperto, con la solidità dello scorso anno che sta lasciando sempre più spazio ai dissapori interni. Si preannuncia comunque una lotta entusiasmante, che però dovrà passare da molti ‘se’. Se i Celtics dovessero ritrovarsi, se i ‘maschi alfa’ di Brett Brown si sintonizzassero sulla stessa lunghezza d’onda, se Gasol si rivelasse il tassello mancante per far svoltare un’eterna incompiuta e se Milwaukee tenesse questi ritmi fino alla fine, allora potremmo avere davanti a noi i playoff più entusiasmanti degli ultimi anni. Almeno sulla costa atlantica, e almeno per questa stagione.

 

3 – Ricomincio da capo

Jonathon Simmons e Markelle Fultz, protagonisti dello scambio tra Magic e Sixers
Jonathon Simmons e Markelle Fultz, protagonisti dello scambio tra Magic e Sixers

Nell’omonimo film, Bill Murray ripete continuamente la stessa giornata. Se inizialmente la cosa lo destabilizza, col tempo riesce a trovare il modo di sfruttare al meglio la situazione, cambiando in positivo il corso degli eventi. Per Markelle Fultz, il Giorno della Marmotta sarebbe quasi certamente il 22 giugno 2017, data in cui i Philadelphia 76ers lo hanno selezionato con la prima scelta assoluta al draft.
Quello che per tutti è un grande onore, per moltissimi si trasforma presto in un fardello troppo pesante da reggere. Fultz è arrivato in NBA dopo una carriera collegiale durata la miseria di 25 partite, spesa come unico giocatore di alto livello nei non irresistibili Washington Huskies. A differenza di molte altre top picks, non è approdato in una franchigia in ricostruzione, dove pazienza e minuti non sono mai negati ai giovani. E’ stato invece catapultato in una versione dei Sixers che stava finalmente abbandonando ‘The Process’, pronta a lanciarsi verso una nuova scalata ai vertici della Eastern Conference. Una squadra che non poteva permettersi di aspettare i progressi di Fultz, specialmente se rallentati da un misterioso infortunio a una spalla che sembrava condizionarne la meccanica di tiro. Dopo qualche apparizione in regular season e i playoff visti dalla panchina, i nuovi problemi fisici e la contemporanea impennata delle ambizioni di Phila hanno decretato come una separazione fosse l’unico epilogo possibile. Il giorno della trade deadline, ecco l’offerta degli Orlando Magic: Jonathon Simmons, una prima e una seconda scelta futura in cambio del talento proveniente dal Maryland.

In Florida, Markelle avrà la possibilità di svegliarsi di nuovo su quel letto, magari con I Got You Babe di Sonny & Cher alla radio, e di ricominciare da capo la sua carriera NBA. Si troverà in una realtà che ha ormai perso ogni speranza di trovarsi in casa un uomo-franchigia, dopo anni passati ad accumulare ‘oggetti misteriosi’, giocatori dall’indubbio potenziale, ma mai in grado di esplodere. Questo 2018/19 era iniziato con gli squilli di tromba, anche grazie a Nikola Vucevic, unico All-Star dei Magic dopo Dwight Howard, salvo poi inabissarsi come tutte le altre stagioni. Il buon avvio, oltretutto, ha compromesso un buon piazzamento alla draft lottery, riducendo all’osso le chance di accaparrarsi lo Zion Williamson di turno. Chissà che la via d’uscita da questa tetra spirale non possa essere proprio Markelle Fultz. Dovrà soltanto lasciarsi alle spalle i complicatissimi esordi e mostrare sul campo il motivo per cui, alla vigilia di un draft così ricco, nessuno avesse dubbi su chi sarebbe stato scelto per primo. Facile, no?

Three Points – An All-Star is born

Uno degli snodi cruciali della stagione NBA è finalmente arrivato. Dopo settimane di rumors incontrollati e di roster rivoluzionati con la fantasia, giovedì 7 febbraio alle 21 italiane scadrà il termine ultimo entro cui effettuare degli scambi. Una trade deadline che verrà seguita da NBA Passion con una maratona di 8 ore (in diretta dalle 15:30 sul nostro canale YouTube) ricca di ospiti. Gli osservati speciali saranno i Los Angeles Lakers, impegnati nella disperata trattativa per portare in gialloviola Anthony Davis. Se avere mezzo roster sul mercato non fosse già di per sé causa di tensione, dopo la recente sconfitta contro i Golden State Warriors è emersa la notizia di un duro confronto tra coach Luke Walton e alcuni veterani del gruppo. Ma il peggio doveva ancora venire. LeBron James è rientrato giusto in tempo per subire la peggiore sconfitta della sua carriera, il pesantissimo -42 di Indianapolis, contro i rimaneggiati Pacers. A sottolineare come la situazione dei californiani sia giunta ai limiti del grottesco, è arrivato il fantastico coro “LeBron’s gonna trade you!” rivolto dai tifosi di Indiana a Brandon Ingram. Cose che succedono, soprattutto all’interno di franchigie smaniose di vincere subito…
Non se la passano bene neanche a Washington, dove è arrivata la notizia di un nuovo infortunio al già infortunato John Wall; lesione al tendine d’Achille, almeno un altro anno di stop. Piccolo dettaglio: tra qualche mese, Wall entrerà nel nuovo contratto, che per le prossime quattro stagioni porterà nel suo disneyano deposito la bellezza di… 170 milioni di dollari!
Gli infuocati giorni che precedono la chiusura del mercato hanno inevitabilmente messo in secondo piano un altro appuntamento tradizionale di questo periodo: l’All-Star Game. Nelle scorse settimane sono stati selezionati i 24 giocatori che si esibiranno domenica 17 febbraio a Charlotte. Come sempre, non sono mancate le sorprese e le delusioni.

 

1 – An All-Star is born

D'Angelo Russell e Ben Simmons faranno il loro debutto all' All-Star Game di Charlotte
D’Angelo Russell e Ben Simmons faranno il loro debutto all’ All-Star Game di Charlotte

La nascita di nuovi All-Star è la miglior notizia possibile per la NBA e per i suoi appassionati. Soprattutto se la convocazione non è un riconoscimento ‘obbligato’ e prematuro (vedi Karl-Anthony Towns, chiamato durante la mediocre stagione passata e confermato – con maggiori meriti – quest’anno), bensì un traguardo ampiamente meritato. Nell’edizione 2019 dell’evento saranno ben cinque i debuttanti: uno per la Western e quattro per la Eastern Conference. Due di questi potrebbero tranquillamente disputare il loro primo e il loro ultimo All-Star Game contemporaneamente: Khris Middleton, convocato abbastanza a sorpresa (forse come premio per la grande stagione dei Milwaukee Bucks), e Nikola Vucevic, che sta mettendo insieme cifre individuali mai registrate prima, e difficilmente registrabili in futuro. Per gli altri tre, invece, questo sembra essere un vero e proprio ‘debutto in società’, il primo passo di una carriera potenzialmente ricca di soddisfazioni.

Ben Simmons è certamente quello che più di tutti aveva l’All-Star Game scritto nel destino. E’ uno dei pochissimi eletti ad essere arrivato in NBA con l’etichetta di ‘fenomeno generazionale’ e ad essere poi riuscito a non far crollare le aspettative (non è andata altrettanto bene, ad esempio, a Markelle Fultz). Certo, un anno e mezzo di professionismo è un campione ampiamente insufficiente per valutare una carriera, ma guardando giocare Simmons si capisce perché i Philadelphia 76ers abbiano speso per lui la prima scelta assoluta nel 2016. Fin dai primi passi nella lega, l’australiano si è imposto come ‘faro’ dei Sixers, guidandoli fuori da un lungo tunnel di mediocrità. Il tiro dalla distanza è ancora un bel problema, ma se a 22 anni è il tuo unico problema, e per il resto hai le doti tecniche dei più grandi e una visione di gioco che raramente si abbina a un atletismo del genere, i tuoi margini di miglioramento non possono che essere sconfinati. Seppur giovanissimo, Ben sarà chiamato a un’importante prova di maturità nel prosieguo della stagione: trarre il massimo da compagni tanto talentuosi quanto ‘impegnativi’ come Joel Embiid e Jimmy Butler (a cui ora si è aggiunto Tobias Harris) per legittimare la posizione di Phila tra le candidate al titolo.

Decisamente più tortuose le strade che hanno portato all’All-Star Game D’Angelo Russell e Nikola Jokic. Il primo era entrato presto nella lista di quelli che, a differenza di Simmons, non erano riusciti a mantenere da subito le esagerate aspettative. Letteralmente ‘schiacciato’ dalla pressione agli esordi con i Lakers, franchigia non particolarmente nota per la pazienza (ogni riferimento all’attualità non è puramente casuale), Russell è invece esploso una volta inserito nel giusto contesto. I Brooklyn Nets stanno vedendo le prime luci dopo gli anni terribili causati dalla nefasta trade per Kevin Garnett e Paul Pierce. Da quando Sean Marks è dietro la scrivania e Kenny Atkinson siede in panchina, la squadra ha pian piano acquisito un’identità, e ora è una credibilissima pretendente ai playoff. Una volta ambientato e finalmente libero dagli infortuni, D’Angelo ha fatto fruttare al meglio l’innato talento, disputando quella che finora è la miglior stagione della sua giovane carriera. La chiamata tra gli All-Star è stata la naturale conseguenza.

Jokic non era stato accolto con lo stesso hype degli altri due. A chiamarlo per quarantunesimo al draft 2014 (l’elenco di quelli selezionati prima di lui è troppo lungo, ma è obbligatorio citare Bruno Caboclo, alla 20) erano stati i Denver Nuggets, alle prese con la fase di transizione post-George Karl. Dopo aver trascorso un altro anno nella natia Serbia, ‘The Joker’ è sbarcato in Colorado. Nel giro di tre stagioni, ha sbaragliato la concorrenza per il ruolo di uomo-franchigia, tanto da guadagnarsi una maxi-estensione contrattuale da 148 milioni di dollari in cinque anni. Merito delle innate abilità di passatore e di un controllo di palla e gioco talmente sopraffini da eclissare un atletismo decisamente sotto media. Con il suo contributo a tutto tondo (fin qui sette triple-doppie stagionali, contro le dieci totalizzate nell’intero 2017/18) sta trascinando i Nuggets in un improbabile testa-a-testa per la vetta della Western Conference con i grandi Golden State Warriors. Vista la giovane età del gruppo di coach Mike Malone (anch’egli presente al prossimo All-Star Game, come allenatore del ‘Team LeBron’), viene da pronosticare che vedremo ancora a lungo Denver tra le grandi del West. E che il suo fenomenale centro sarà protagonista di altre partite delle stelle, in futuro.

 

2 – I grandi esclusi

Derrick Rose e Luka Doncic, tra i principali esclusi nelle selezioni per l' All-Star Game 2019
Derrick Rose e Luka Doncic, tra i principali esclusi nelle selezioni per l’ All-Star Game 2019

Finché la lega sarà popolata da cotanti fenomeni, le selezioni per l’All-Star Game porteranno giocoforza ad esclusioni eccellenti. Sarà anche un’esibizione in cui conta solo lo spettacolo (e ci mancherebbe, visto che si tratta di un’indispensabile pausa dai ritmi frenetici della regular season), ma a partecipare ci tengono tutti, maledettamente. Altrimenti non si spiegherebbero le genuine lacrime di Rudy Gobert, che evidentemente aveva posto la chiamata tra le stelle fra i principali obiettivi stagionali. Se gli Utah Jazz riuscissero a mantenersi stabilmente ai piani alti della Western Conference, però, sia per lui che per Donovan Michell potrebbe trattarsi di un appuntamento solo rimandato.

Fra tutte, l’esclusione più ‘rumorosa’ è stata certamente quella di Luka Doncic. L’ottimo impatto dello sloveno con il mondo NBA ha scatenato una vera e propria ‘LukaMania’, tanto che il voto popolare (valido al 50% solo per i quintetti, giova ricordarlo) lo aveva messo davanti a gente come Kevin Durant, Paul George e Anthony Davis. Fortunatamente, i voti andavano poi uniti a quelli dei media e dei giocatori stessi, che hanno avuto un minimo di senno in più; con tutta l’ammirazione, Doncic dovrà farne di strada, per essere anche solo inserito nella stessa frase con quei tre. Vederlo tra le riserve, invece, non sarebbe stata una follia. Difficile, però, lasciare a casa uno tra LaMarcus Aldridge, Karl-Anthony Towns e Nikola Jokic. Si tratta pur sempre di stelle affermate, e la NBA aveva già dimostrato l’anno scorso, con Simmons, di andarci cauta con i rookie. Forse, prima di Doncic, gli allenatori (che hanno votato per le riserve) avrebbero scelto Tobias Harris, ma il recente calo dei Los Angeles Clippers ha probabilmente influito sulla sua esclusione.

L’altra assenza ‘pesante’ (sempre in relazione al valore dell’evento) tra i prossimi All-Star è quella di Derrick Rose, eroe romantico protagonista della stagione della rinascita con i Minnesota Timberwolves. Anche in questo caso, il ‘lieto fine’ è stato rovinato da una concorrenza troppo agguerrita: chiamare lui avrebbe significato escludere Russell Westbrook, Damian Lillard o Klay Thompson. Senza contare DeMar DeRozan, uno che gli ultimi due All-Star Game li aveva (meritatamente) giocati da titolare.
Per quanto riguarda la Eastern Conference, l’unica esclusione di spicco è quella di Jimmy Butler, a cui è stato preferito un Khris Middleton individualmente inferiore, ma la cui squadra sta dominando incontrastata. Tra i non selezionati ci sarebbe stato anche Dwyane Wade, ma il comissioner Adam Silver, con un inatteso ‘colpo di coda’, ha assegnato due posti ‘bonus’ a lui e a Dirk Nowitzki, entrambi alla stagione d’addio. Per queste due leggende e per quello che ci hanno regalato negli anni non si può che nutrire un’assoluta adorazione e una sconfinata riconoscenza, però Adam… A questo punto, a cosa diavolo servono le votazioni?

 

3 – Trade deadline, si parte coi botti

Kristaps Porzingis e Tobias Harris (qui in maglia Pistons) sono i primi, grandi colpi di questa sessione di mercato
Kristaps Porzingis e Tobias Harris (qui in maglia Pistons) sono i primi, grandi colpi di questa sessione di mercato

In attesa di scoprire il finale della telenovela-Davis, molti scambi sono avvenuti con largo anticipo sulla scadenza delle trattative. I più importanti sono quelli che hanno coinvolto Kristaps Porzingis, passato dai New York Knicks ai Dallas Mavericks, e Tobias Harris, che i Los Angeles Clippers hanno ceduto ai Philadelphia 76ers. Due operazioni per certi versi simili, che spiegano perfettamente quali ingranaggi muovano la gestione di una franchigia NBA.

Sia i Knicks sia i Clippers hanno perso un potenziale All-Star (Porzingis era stato selezionato l’anno scorso, ma non aveva partecipato all’evento causa infortunio) ma, paradossalmente, alla lunga potrebbero rivelarsi le ‘vincitrici’ dello scambio. Anche perché i contratti di questi potenziali All-Star avrebbero dovuto essere ridiscussi in estate, e non si tratta mai di scelte facili.
Per avere il lettone, Dallas ha spedito a Manhattan un giovane di grande prospettiva come Dennis Smith Jr., soppiantato come possibile uomo-franchigia ai Mavs da Luka Doncic (sul fatto che i Knicks avrebbero potuto scegliere proprio Smith nel 2017, ma gli preferirono Frank Ntilikina, meglio sorvolare…). Insieme a lui sono arrivate due prime scelte future (non protetta nel 2021, valida dalla 11 in poi nel 2023) e la coppia formata da DeAndre Jordan e Wesley Matthews. Due nomi di spicco, se non fosse per un particolare fondamentale: il loro nutrito contratto (oltre 18 milioni a testa) scadrà il prossimo luglio. Tradotto: con ogni probabilità, Jordan e Matthews sono a New York solo di passaggio, tra poco verranno ‘scaricati’ via buyout e il monte-salari di New York si abbasserà enormemente. Anche perché in Texas, oltre a Porzingis, sono finiti Tim Hardaway Jr., Courtney Lee e Trey Burke: giocatori superflui, per una squadra che vuole solo perdere da qui ad aprile, e titolari di contratti impegnativi (i primi due sono a libro paga almeno fino al 2020). Ora New York si trova con qualche giovane interessante da far crescere senza fretta e, soprattutto, con lo spazio salariale per poter ‘corteggiare’ due grandi free-agent in estate.

Nella corsa ai vari Kevin Durant, Kawhi Leonard e Kyrie Irving (i cui arrivi, comunque, sono tutt’altro che scontati) ci saranno anche i Clippers. Gli ingredienti della trade che ha portato Harris a Phila sono più o meno gli stessi di quella analizzata in precedenza: ai Sixers sono finiti anche i contratti in scadenza di Boban Marjanovic e Mike Scott, a L.A. quelli di Wilson Chandler e Mike Muscala, più un giovane (Landry Shamet, fin qui sorprendente nel suo anno da rookie) e quattro scelte future (due seconde e due prime, tra cui quella non protetta di Miami nel 2021; attenzione…). Per la franchigia californiana, lo scambio apre anche un ulteriore scenario. Chissà che, con tutte quelle scelte e quei contratti in scadenza, non si possa mettere a punto un’offerta allettante per New Orleans

Naturalmente, anche Dallas e Philadelphia potrebbero aver guadagnato molto da queste trade. I Mavs si ritrovano con una coppia, formata da Doncic e Porzingis, potenzialmente in grado di dominare il prossimo decennio, mentre Phila può schierare un quintetto (Simmons-Redick-Butler-Harris-Embiid) che, nella Eastern Conference, non ha eguali. Per entrambe, le ambizioni di successo dovranno passare attraverso alcuni interrogativi: Quando e come tornerà Porzingis? Riusciranno a coesistere le star dei Sixers? Non ci resta che metterci comodi: this is why we watch.

Three Points – Derrick Rose e altre rinascite

Derrick Rose

Il ciclone Anthony Davis si è abbattuto sulla NBA. Stavolta non parliamo delle sue azioni in campo, bensì delle dichiarazioni del suo agente Rich Paul, secondo cui Davis non sarebbe intenzionato a prolungare la sua permanenza a New Orleans. Uno sviluppo non certo sorprendente (abbiamo anche dedicato all’argomento la copertina di ‘Three Points’, due settimane fa), ma che ha inaugurato ufficialmente i giorni più caldi del mercato, con la trade deadline del 7 febbraio che si avvicina a grandi passi (e che NBA Passion coprirà con una lunga diretta YouTube). Il primo, grande colpo è arrivato qualche ora fa, con lo scambio che ha portato Kristaps Porzingis, Tim Hardaway Jr., Trey Burke e Courtney Lee ai Dallas Mavericks e Dennis Smith Jr., DeAndre Jordan e Wesley Matthews ai New York Knicks. Anche il campo, però, sta offrendo spunti interessanti. Prima di buttarci a capofitto nella marcia di avvicinamento all’All-Star Weekend di Charlotte, in questa edizione ci occupiamo di tre giocatori che sembrano aver finalmente iniziato una ‘nuova vita’ cestistica, dopo le tante difficoltà degli ultimi anni. Partiamo subito!

 

1 – Derrick Rose, il romanzo continua

Derrick Rose è letteralmente 'rinato' in maglia Timberwolves
Derrick Rose è letteralmente ‘rinato’ in maglia Timberwolves

All’inizio del decennio, sui campetti e nelle palestre di tutto il mondo spopolava una maglia rossa fiammante con il numero 1. Sul petto c’era scritto “BULLS”, sulle spalle “ROSE”. Anche chi non seguiva la NBA finiva per indossarla, era un capo che faceva quasi tendenza. L’intero pianeta, non solo quello cestistico, si era innamorato di Derrick Rose.
Il panorama sportivo statunitense è pieno di storie ‘difficili’; qualcuna finita bene, molte altre finite malissimo. Quella di Rose è iniziata a Englewood, sobborgo a sud-ovest di Chicago noto per la dilagante criminalità. Una volta intuite le potenzialità del ragazzo, madre e fratelli (il padre non l’aveva mai conosciuto) fecero di tutto per toglierlo dalle strade, consapevoli che fosse l’unica maniera per fuggire anch’essi da quell’inferno dominato da droga e violenza. Riuscirono nel loro intento, e per Derrick e il suo ‘clan’ iniziò una nuova vita. Alla Simeon High School di Chicago, Rose scelse il numero 25 in onore di Ben Wilson, star della scuola negli Anni ’80 e uno dei tanti Jesus Of Suburbia a cui era andata male (ucciso con due colpi di pistola a soli diciassette anni). Mantenne quella maglia anche nei pochi mesi passati al college, con i Memphis Tigers di John Calipari, ma ben presto si capì che il suo nome sarebbe stato associato a un altro numero. Quando i Chicago Bulls si aggiudicarono la prima scelta assoluta al draft 2008, non ebbero alcun dubbio: il ‘figliol prodigo’ sarebbe tornato nell’Illinois. La rapida e inarrestabile ascesa del nuovo numero 1 (in tutti i sensi) dei Bulls, che lo portò a conquistare i fan di tutto il mondo, a rendere di nuovo rilevante una squadra che viveva ancora dei ricordi dell’era-Jordan e a sollevare il trofeo di MVP nel 2011 (il più giovane vincitore di sempre), sembrava un hollywoodiano ‘lieto fine’ a una vicenda umana così drammatica. Invece, era solo l’inizio.

Il punto di svolta della carriera NBA di Derrick Rose fu quel nefasto 28 aprile 2012. Sul finire della prima partita di playoff, ormai stravinta, contro Philadelphia, il ginocchio sinistro cedette. Rottura del crociato anteriore, stagione finita. E non solo quella, forse. La Adidas, che aveva deciso di costruire intorno a D-Rose un impero simile a quello che la Nike aveva messo in piedi con Michael Jordan, inaugurò un’aggressiva campagna pubblicitaria incentrata sullo slogan “The Return”. Un ritorno che verrà atteso in eterno.
Dopo aver saltato l’intera stagione 2012/13 e aver disputato una manciata di partite in quella successiva, Derrick si infortunò nuovamente (menisco del ginocchio destro), rimandando ancora i sogni dei Bulls. Una volta rientrato stabilmente in campo, nell’autunno 2014, si capì che il vero D-Rose non c’era più. Il prepotente atletismo e la furia agonistica di un tempo avevano lasciato spazio ai continui problemi fisici e, soprattutto, a un velo di perenne tristezza sul volto dell’ex-MVP. Quando i Cleveland Cavaliers di LeBron James fecero tramontare una volta per tutte le ambizioni di quella squadra, eliminandola al secondo turno nonostante un epico buzzer beater di Rose in gara-3, la dirigenza capì che era il momento di cambiare pagina. Il primo a partire fu coach Tom Thibodeau, che lasciò il posto a Fred Hoiberg, ma il fallito assalto ai playoff della stagione successiva spinse anche alla cessione dei due giocatori-simbolo di quell’epoca: Joakim Noah e, per l’appunto, Derrick Rose.

Il biennio seguente, passato tra New York e Cleveland, aveva gettato una grossa ombra sul futuro del fenomeno da Englewood. Ogni tanto si vedeva qualche lampo della sua classe innata, ma a prendere il sopravvento erano stati i soliti guai fisici e le vicissitudini extra-parquet, dall’accusa di stupro (poi decaduta) all’improvvisa ‘sparizione’ del gennaio 2017. L’anno dopo, quando Rose era finito nel vortice di trade che aveva fatto ‘piazza pulita’ alla corte di King James, in molti avevano pensato la stessa cosa: ritiro imminente. Ecco però l’ultima spiaggia: la chiamata di Thibodeau, diventato presidente-allenatore dei Minnesota Timberwolves. La buona serie di playoff disputata contro Houston era stato solo il preambolo di quella che sarebbe stata la sua effettiva ‘rinascita’. In questo 2018/19, ecco il “Return” che ogni appassionato NBA aspettava da troppo tempo. La leggendaria partita da 50 punti contro Utah, finita con un Rose in lacrime, è stato solo l’antipasto. Oggi, Derrick è di fatto la seconda stella dei T’Wolves (dietro a Karl-Anthony Towns), nonché uno dei principali candidati al premio di 6th Man Of The Year. Soprattutto, sembra aver ritrovato l’entusiasmo dei tempi migliori, quando il mondo si era riempito di maglie rosse con il numero 1.
Una torta del genere avrebbe meritato forse una commovente ciliegina, ovvero la convocazione al prossimo All-Star Game. Invece, ed è notizia di poche ore fa, Rose a Charlotte non ci andrà. Guai però a pensare che questo sia l’epilogo di un romanzo così avvincente: i capitoli migliori sono ancora tutti da scrivere.

 

2 – Unleash the Manimal

Per Kenneth Faried un nuovo inizio con gli Houston Rockets
Per Kenneth Faried un nuovo inizio con gli Houston Rockets

Poche settimane dopo l’incoronazione di Derrick Rose come più giovane MVP della storia NBA, i Denver Nuggets utilizzarono la ventiduesima chiamata al draft per selezionare Kenneth Faried, ala grande da Morehead State University. In quel 2011, i Nuggets erano arrivati a un punto di svolta. A febbraio, Carmelo Anthony e Chauncey Billups, coloro che avevano portato Denver nell’élite della Western Conference, erano stati spediti ai New York Knicks. Come contropartita erano arrivati Danilo Gallinari, Wilson Chandler, Timofey Mozgov, Kosta Koufos e Raymond Felton; di fatto, l’ossatura del nuovo corso. L’innesto di Faried, inarrestabile macchina da rimbalzi e atleta fuori dal comune, diede a coach George Karl un ingrediente fondamentale per mettere in tavola un piatto coi fiocchi. Le ‘foglioline di basilico’ finali furono gli arrivi di Andre Iguodala, già All-Star a Philadelphia, e JaVale McGee, centro dal potenziale inferiore solo alla sua incostanza.
Senza una vera e propria superstar, ma con la velocità del giovane playmaker Ty Lawson, la classe di Iguodala, la versatilità del Gallo e un frontcourt che poteva vantare l’esplosività del duo Faried-McGee e la solidità di Koufos e Mozgov, Denver disputò un 2012/13 strepitoso. Chiuse con il terzo piazzamento a Ovest, che valse a Karl il premio di Coach Of The Year. Faried, che nel 2012 era stato superato solo da Kyrie Irving e Ricky Rubio nelle votazioni per il miglior rookie, impreziosì quella stagione con la nomina a MVP del Rising Stars Challenge, tradizionale evento di apertura dell’All-Star Weekend.

Proprio quando i Nuggets sembravano sul punto di ‘sbocciare’ definitivamente, il castello di carte crollò. Un grave infortunio di Gallinari contribuì all’eliminazione al primo turno contro gli emergenti Golden State Warriors, Iguodala si trasferì proprio nella Baia, il general manager Masai Ujiri firmò per i Toronto Raptors e Karl, in contrasto con la dirigenza per il rinnovo contrattuale, venne licenziato. ‘Manimal’, nel frattempo, era uscito dalla gabbia. Il 2013/14 fu la miglior stagione della sua carriera, tanto che Mike Krzyzewski, il leggendario ‘Coach K’ di Duke, volle Faried nella spedizione di Team USA ai Mondiali di Spagna. Nella consueta ‘passeggiata’ verso l’oro degli statunitensi, Faried fu una delle grandi attrazioni (insieme all’MVP Kyrie Irving) di quella nazionale, annientando con la sua energia i lunghi avversari e finendo nel quintetto ideale della manifestazione. Le sue eccellenti prestazioni spinsero i Nuggets a concedergli un’estensione contrattuale da 60 milioni di dollari in quattro anni.
Faried rimase un punto fermo della squadra anche nelle due stagioni successive, ma Denver non riuscì mai a tornare ai playoff. Una serie di problemi alla schiena mise ‘Manimal’ ai margini della squadra e l’arrivo di Paul Millsap, nell’estate del 2017, lo spinse pian piano fuori dalle rotazioni di coach Mike Malone.

Arriviamo così ai giorni nostri, con la sua cessione a Brooklyn e le tante panchine scaldate in maglia Nets. Quando ormai il treno sembrava passato, ecco che una serie di circostanze ha spianato la strada per un nuovo inizio. L’infortunio di Clint Capela ha infatti spinto i rimaneggiati Houston Rockets a cercare disperatamente rinforzi nel ‘sommerso’ NBA. La scelta è ricaduta proprio su Faried, che nelle prime settimane in Texas non ha assolutamente tradito tale fiducia. Innescato dalle magie di James Harden, ‘Manimal’ è tornato a ruggire; 15.2 punti e 9.8 rimbalzi di media nelle prime cinque uscite con la nuova maglia, tra cui spicca una prova da 21+14 decisiva nella vittoria sui Raptors. La sua ferocia agonistica, il suo atletismo e la sua abilità nello sfruttare le voragini create dai raddoppi sull’MVP in carica lo rendono un giocatore perfetto per questi Rockets, che potrebbero aver trovato una risorsa inaspettata nella difficilissima caccia al trono dei Golden State Warriors.

 

3 – Jahlil Okafor: la grande occasione

Primo anno a New Orleans per Jahlil Okafor
Primo anno a New Orleans per Jahlil Okafor

Anche quella di Jahlil Okafor è una storia di redenzione. Nel 2015 era arrivato in pompa magna al draft NBA. Aveva guidato da protagonista Duke al titolo NCAA, e in pochi mesi aveva conquistato la stima incondizionata di Coach K, che spenderà parole al miele per lui rispondendo alle prime critiche. Sì, perché la strada di Okafor in NBA è stata quasi subito una salita. Avvicinandosi a quel draft, il suo nome veniva inserito tra le papabili prime scelte assolute. Invece Minnesota aveva optato per Karl-Anthony Towns, mentre i Lakers avevano preferito D’Angelo Russell. Jahlil era finito ai Philadelphia 76ers, con il famigerato ‘Process’ di Sam Hinkie nel pieno del suo ‘splendore’. In realtà, Phila aveva già draftato due lunghi nel biennio precedente, ma sia Nerlens Noel sia Joel Embiid avevano passato un’intera stagione ai box alle prese con seri infortuni. Con il camerunense costretto a saltare anche l’annata successiva, Okafor si era imposto come il miglior giocatore di una delle peggiori squadre della storia (10 vittorie e 72 sconfitte il record finale). Se in campo tutto procedeva alla grande (17.5 punti e 7 rimbalzi di media e inclusione nel primo quintetto All-Rookie), fuori si addensavano le prime nubi. Prima il coinvolgimento in una rissa sulle strade di Boston, che gli era costata una sospensione, poi un infortunio al ginocchio e la fine anticipata del suo anno da matricola.

Nell’autunno del 2016, lo straordinario debutto di Embiid aveva messo presto in chiaro cosa si intendesse per ‘uomo franchigia’. Il ginocchio destro di Okafor, nel frattempo, continuava a non dare tregua all’ex pupillo di Coach K, che collezionava la miseria di 50 presenze (erano state 53 l’anno precedente). Per i Sixers, la scommessa poteva già considerarsi persa. Il 2017/18 si era aperto con l’annuncio della mancata estensione contrattuale, poi erano arrivate le infinite panchine e i cori di sostegno dei tifosi, che sollecitavano invano Brett Brown affinché lo rimettesse in campo. L’inevitabile separazione aveva gettato ulteriore amarezza su un connubio mai sbocciato: incapace di ottenere contropartite sufficienti per un giocatore ormai fuori rosa, Phila aveva di fatto ‘regalato’ la terza scelta assoluta del draft 2015, spedendola ai Brooklyn Nets, insieme a Nik Stauskas e a una seconda scelta 2019, in cambio di… Trevor Booker.

Il vortice di sconforto che aveva inghiottito Kenneth Faried si era abbattuto anche sul suo nuovo compagno, ormai fuori forma e finito presto sul fondo della panchina dei Nets. La famosa ‘ultima spiaggia’, quella che ‘Manimal’ ha trovato a Houston e su cui Derrick Rose si è rialzato a Minneapolis, per Jahlil Okafor si è materializzata a New Orleans. Se l’avvio di stagione sembrava confermare il definitivo declino dell’atleta, con l’arrivo del 2019 il vento è cambiato di colpo. Tutto ‘merito’ di Anthony Davis, stella dei Pelicans. Prima l’infortunio a un dito, poi la già citata richiesta di trade. In mezzo al polverone, si sta facendo largo il nostro Jahlil; dal 21 gennaio viaggia a 20 punti e 10.5 rimbalzi di media, con due fondamentali doppie-doppie nelle vittoriose trasferte a Memphis e Houston. Ora il futuro della franchigia è più incerto che mai, con l’imminente addio di Davis che preannuncia l’inizio di un’era segnata dal caos e dalle sconfitte; insomma, il contesto adatto a Okafor per ritrovare una strada abbandonata troppo presto.

Three Points – Ci sono anche i Thunder

OKC-Thunder-tre-punti

La fase più calda della regular season è arrivata. Quando mancano poche settimane all’All-Star Game di Charlotte (con i titolari appena annunciati e le riserve che saranno scelte nei prossimi giorni), le franchigie NBA si trovano al punto in cui decidere che direzione seguire, con il mercato delle trade che sta per prendere il sopravvento. I Memphis Grizzlies, in crollo verticale dopo una buona partenza, stanno facendo più di un pensiero sulla cessione di Mike Conley e Marc Gasol, che darebbe ufficialmente il via a una ricostruzione troppe volte rimandata. I Golden State Warriors, d’altro canto, sono alle prese con l’inserimento di DeMarcus Cousins, potenziale ciliegina su una torta già squisita. L’unica certezza, rispetto alle scorse settimane, è rappresentata da James Harden. Il Barba ha coronato il suo momento di onnipotenza cestistica con la leggendaria notte del Madison Square Garden, chiusa con 61 punti (massimo in carriera) e 15 rimbalzi, necessari a Houston per vincere in volata contro i New York Knicks. Intanto, l’ex-compagno Carmelo Anthony continua la sua personale odissea; ‘parcheggiato’ dai Rockets a Chicago, verrà tagliato dai Bulls per poi cercare un’ultima, disperata chance in una squadra dai playoff (con i Los Angeles Lakers principali indiziati). In casa gialloviola tiene banco la questione infortuni: LeBron James continua a posticipare il suo rientro, mentre Lonzo Ball dovrà fermarsi per almeno un mese a causa di un problema a una caviglia. Purtroppo a qualcuno è andata molto peggio, ma ne parleremo tra poco. Ora spazio agli Oklahoma City Thunder, che stanno facendo alzare più di un sopracciglio in questo 2018/19.

 

1 – Ci sono anche i Thunder

Russell Westbrook e Paul George, stelle dei Thunder
Russell Westbrook e Paul George, stelle dei Thunder

Il 4 luglio 2016, il destino degli Oklahoma City Thunder sembrava segnato irrimediabilmente. Il controverso addio di Kevin Durant, vera e propria icona sin dall’ultimo anno a Seattle, appariva come il primo tassello di un domino che avrebbe fatto cadere i Thunder nel limbo della ricostruzione. Invece, quella è stata l’ultima occasione in cui la moneta è caduta dal lato sbagliato. Parlare di buona o cattiva sorte è però inopportuno, analizzando la seconda fase della storia della franchigia che Clay Bennett strappò alla Emerald City nel 2008. I Thunder sono ‘rimasti in vita’ perché la loro organizzazione ha acquisito negli anni una grande credibilità, al di là del fatto che pescare un MVP in tre draft consecutivi non capiti proprio a tutti.

Il primo a sposare il progetto di continuità proposto dal GM Sam Presti e soci è stato Russell Westbrook. Il veleno accumulato nel traumatico ‘divorzio’ dal compagno di sempre, KD, avrebbe potuto spingere il fenomeno da UCLA a gettare la spugna, magari diventando la prima superstar a dar retta a un tormentone che non passa mai di moda: “E’ di Los Angeles, quindi l’anno prossimo andrà sicuramente ai Lakers”. Invece Westbrook ha incanalato la (eccessiva) frustrazione nel modo migliore possibile, abbattendosi sulla NBA con una furia inaudita. Ecco dunque la stagione dei record, coronata con un sacrosanto trofeo di MVP. Per riportare in alto i Thunder, però, un one man show, per quanto esaltante, non poteva certo bastare. Quando la dirigenza, con due mosse piuttosto sorprendenti, ha portato nell’Oklahoma Carmelo Anthony e Paul George, per la franchigia e per il suo leader la missione è apparsa più chiara che mai: puntare nuovamente all’anello.
La prima (e unica) stagione dei ‘Big Three’ è stata a dir poco fallimentare. La squadra ha mostrato un ottimo potenziale, che però tale è rimasto. Le imminenti scadenze contrattuali di ‘Melo e PG13 non hanno certo aiutato, con una sensazione di precarietà che ha accompagnato OKC fino alla prematura eliminazione dai playoff. Mentre Anthony era ormai invischiato in una ‘crisi d’identità’ tecnica da cui non è ancora uscito, George era atteso con festoni e coriandoli dalla Los Angeles gialloviola. Ai Thunder sarebbe rimasto solo Westbrook, non certo impaziente di riprendere la sua battaglia solitaria contro il mondo. Invece Paul George è rimasto, e da quel momento la storia della franchigia è cambiata per davvero.

Certa di poter contare su due star di primissimo livello per un periodo medio / lungo, la squadra si è presentata al via di questo 2018/19 con una consapevolezza diversa. Con la mente finalmente sgombra e archiviata una volta per tutte la separazione con Indiana, PG13 sta giocando il miglior basket della sua carriera. Determinante su entrambi i lati del campo, al momento è in lizza sia per il premio di MVP, sia per quello di Defensive Player Of The Year. Anche perché la difesa dei Thunder è una delle migliori della lega, statistiche alla mano, nonostante all’appello manchi Andre Roberson, specialista fermo da parecchi mesi per infortunio. Trovare qualcuno che ne faccia le veci è ancora il maggiore cruccio di coach Billy Donovan, che finora ha puntato sul giovane Terrance Ferguson, tanto promettente quanto incostante. Il resto del quintetto è ormai una certezza; Jerami Grant è cresciuto a dismisura, dal suo approdo nell’Oklahoma (2016, scambiato dai Sixers per Ersan Ilyasova), mentre Steven Adams è già annoverabile tra i migliori centri NBA. Da quando Durant ha cambiato aria, la sua perfetta intesa con Westbrook ne ha innalzato mostruosamente il rendimento. A proposito… E Westbrook?
L’ex-MVP ha indubbiamente faticato nel passaggio da ‘unica opzione offensiva’ a ‘facilitatore’. L’anno scorso ci aveva provato con un avvio in sordina ma, quando è diventato chiaro che le cose non avrebbero funzionato, si è rimesso ‘in proprio’, cadendo nelle consuete esagerazioni con cui nutre da anni i suoi haters. In questa stagione, complici anche l’infortunio iniziale e le difficoltà al tiro, sembra accontentarsi di un ruolo secondario. Viaggia comunque in tripla-doppia di media (sarebbe la terza stagione di fila, mai nessuno come lui) con quasi 22 punti a sera, che non è pochissimo, ma è evidente che, finora, il palcoscenico sia stato tutto per George, ormai pronto a sedersi al tavolo dei migliori. Guai però a sottovalutare Russ e i Thunder quando la pressione aumenterà, ai playoff. Tra gli ostacoli più grossi sulla strada per le Finals, ci saranno anche loro.

 

2 – Working class hero

Per Victor Oladipo stagione finita
Per Victor Oladipo stagione finita

Nelle ultime ore, la scure degli infortuni si è abbattuta con particolare crudeltà su Victor Oladipo, messo k.o. per tutta la stagione da una lesione al tendine del bicipite femorale. L’espressione affranta con cui ha abbandonato il terreno di gioco vale più di mille parole: per lui e per gli Indiana Pacers è una beffa tremenda.
Quella di Oladipo è la tipica storia americana, del genere che autori e sceneggiatori aspettano con ansia ogni anno. Figlio di immigrati (padre della Sierra Leone e madre nigeriana), diventa un idolo al college con la maglia degli Indiana Hoosiers. Viene chiamato per secondo (dopo Anthony Bennett…) al draft 2013 dagli Orlando Magic, ma delude le aspettative. Quando viene ceduto prima agli Oklahoma City Thunder e poi ai Pacers, la sua carriera sembra destinata ad arenarsi, ma ecco che la storia si trasforma in una favola. Il 2017/18 è l’anno dell’incredibile esplosione, con la convocazione all’All-Star Game e il premio di Most Improved Player Of The Year. Le sue prestazioni stellari stravolgono di colpo le prospettive di Indiana, partita con idee di ricostruzione dopo l’addio di Paul George e arrivata a un soffio dal mandare a casa LeBron James, al primo turno playoff.

Con l’arrivo della nuova stagione, i Pacers sono consapevoli di non essere più una sorpresa, ma una certezza. Al momento, la squadra di Nate McMillan è terza a Est, davanti alle favoritissime della vigilia, Boston e Philadelphia. Ha una delle migliori difese della lega e gioca un basket corale e ‘democratico’, con sei giocatori in doppia cifra di media. Oladipo, stella di questi Pacers ‘operai’, viaggiava con cifre meno esaltanti rispetto all’anno scorso (18.8 punti di media, contro i 23.1 del 2017/18), ma la sua leadership e la sua classe su entrambi i lati del campo mancheranno da morire.
Sconfitta solo tre volte nelle ultime quindici uscite, Indiana dovrà ulteriormente serrare le fila, per continuare la corsa alla post-season. In assenza della loro sfortunata stella, i compagni saranno chiamati a farsi avanti. E dovranno farlo tutti, dai giovani di prospettiva come Domantas Sabonis (eccezionale dalla panchina), Aaron Holiday e Myles Turner (da cui ci aspetta ancora tanto) ai molti veterani in scadenza di contratto (Thaddeus Young, Darren Collison, Tyreke Evans, Bojan Bogdanovic). Chissà mai che la grande solidità del gruppo non possa rivelarsi più forte dello scintillante talento individuale di alcuni avversari. D’altronde, è così che finiscono le favole…

 

3 – A dimensione D’Angelo

Grande stagione a Brooklyn per D'Angelo Russell
Grande stagione a Brooklyn per D’Angelo Russell

Nella Eastern Conference, dall’inizio del 2019, nessuno ha fatto meglio dei Brooklyn Nets. No, non ci sono refusi: la squadra di Kenny Atkinson ha vinto nove delle undici partite disputate, prendendosi addirittura gli scalpi di Boston Celtics e Houston Rockets, e attualmente è stabile al sesto posto, con un buon vantaggio sulle inseguitrici. Certamente avere un roster giovane e ‘disciplinato’ come quello di Brooklyn (di cui Spencer Dinwiddie e Joe Harris sono i perfetti rappresentanti) è un vantaggio, in una Conference ancora priva di gerarchie. Però l’avvio di stagione mediocre, sommato agli infortuni di Caris LeVert e Allen Crabbe, sembrava condannare i Nets all’ennesima annata da dimenticare. Se invece sono in piena corsa per la post-season è anche merito dell’esplosione di D’Angelo Russell, fresco di nomina a “giocatore della settimana”.

Russell era arrivato in NBA nel modo più complicato possibile. Chiamato con la seconda scelta assoluta al draft 2015, era stato presentato come colui che avrebbe riportato in alto i Los Angeles Lakers. La sua stagione da rookie si era presto trasformata nel Kobe Bryant Farewell Tour. Con i riflettori sempre puntati addosso, il grande numero 24 raccoglieva i tributi delle arene di tutta America, mentre la squadra si inabissava sempre più. Il progetto di rinascita, almeno per il momento, era destinato a fallire e, nel giro di un paio d’anni, quel giovane nucleo sarebbe stato smembrato. Larry Nance Jr. e Jordan Clarkson avrebbero accompagnato LeBron James alle ultime Finals in maglia Cavs, Nick Young li avrebbe sconfitti con gli Warriors, laureandosi campione NBA. Lou Williams avrebbe continuato a macinare punti in uscita dalle panchine di Rockets e Clippers, mentre Julius Randle si sarebbe accasato a New Orleans. La mossa più rappresentativa del passaggio di consegne tra Mitch Kupchak e la coppia Magic JohnsonRob Pelinka dietro la scrivania gialloviola sarebbe stata però quella che avrebbe coinvolto D’Angelo Russell. Il definitivo ‘colpo di spugna’ sulla gestione precedente era stato dato con la sua cessione ai Nets; da un lato si liberava spazio salariale (con lui era partito anche Timofey Mozgov, titolare di un contratto assurdo), dall’altro si lasciava campo libero alla prossima, grande speranza dei Lakers: Lonzo Ball.

Mentre in California non è ancora chiaro se la scommessa sia stata vinta o meno, Russell ha trovato a Brooklyn la sua dimensione ideale. Dopo un primo anno altalenante e condizionato dagli infortuni, l’ex playmaker di Ohio State ha fatto finalmente il salto di qualità. Già in grado di ritoccare diversi record personali sul finire del 2018, con l’arrivo del nuovo anno è letteralmente esploso, viaggiando a oltre 24 punti di media e avanzando una seria candidatura per una chiamata tre le stelle di Charlotte. Certo, la costanza non è ancora di casa; nelle prestigiose vittorie contro Celtics e Rockets ha fatto registrare 5 e 10 punti, mentre nelle ultime tre gare non è mai sceso sotto i 25. Però finalmente Brooklyn ha un giovane talento da ammirare e su cui potrebbe costruire il futuro. Il condizionale è d’obbligo, perché in estate Russell sarà soggetto a qualifying offer; prima di pareggiare o meno eventuali proposte di altre franchigie, i Nets dovranno avere le idee chiare sui desideri dei grandi free-agent.

Three Points – Free Anthony Davis

padre Anthony Davis

Mentre i primi rumors su possibili scambi inaugurano il periodo che ci porterà alla trade deadline, la NBA si prepara a conoscere la versione definitiva del ‘mostro’ Golden State Warriors. Stanotte, infatti, dovrebbe debuttare DeMarcus Cousins; se tutto dovesse andare per il verso giusto (e non è affatto scontato), Steve Kerr si troverebbe fra le mani una macchina da pallacanestro mai vista. Non che prima andasse malissimo; i 142 punti rifilati martedì notte ai Denver Nuggets (allora primi a Ovest) sono piuttosto eloquenti.
Se la passano decisamente peggio i loro primi rivali, gli Houston Rockets. Con Chris Paul ai box da tempo ed Eric Gordon fresco di rientro (ma si teme un nuovo stop), l’infermeria si è ‘arricchita’ di un pezzo molto grosso: Clint Capela, che dovrà saltare almeno un mese per un infortunio al pollice. Oltretutto Danuel House, uno dei più positivi nelle ultime settimane, ha rifiutato un rinnovo di contratto al minimo salariale, rientrando così in G-Laegue. Tutto ciò aumenta esponenzialmente il peso sulle spalle di James Harden (protagonista della scorsa edizione di ‘Three Points’). Il Barba non solo ha continuato a dominare, ma ha innescato il livello ‘alieno’, chiudendo le ultime due gare con 57 e 58 punti. E pensare che c’è ancora chi lo critica… Parlando di fenomeni, è Anthony Davis a conquistare la copertina di questa settimana. Partiamo subito!

 

1 – Free Anthony Davis

Anthony Davis è sempre più dominante, i suoi Pelicans sempre più mediocri
Anthony Davis è sempre più dominante, i suoi Pelicans sempre più mediocri

Se l’ipotesi (ventilata ogni tanto) di una nuova espansione della NBA, magari aggiungendo (e non trasferendo) una franchigia a Seattle e una a Las Vegas, vi stuzzica particolarmente, fermatevi un attimo a riflettere: sareste disposti ad assistere ad altri casi come quello di Anthony Davis?
La stella dei New Orleans Pelicans è rinchiusa da anni nella ‘prigione dorata’ di una squadra che non sembra avere una singola chance di portarlo a grandi traguardi. In questo 2018/19, lo spreco di talento è più evidente che mai; Davis sta dominando ancor più del solito. Viaggia a 29.4 punti e 13.5 rimbalzi di media, massimo in carriera per entrambe le statistiche. Oltre quota 40 in sette occasioni, quattro delle quali aggiungendo almeno 16 rimbalzi, è al suo meglio anche in termini di assist (4.4) e palle rubate (1.8). I Pelicans, per contro, mostrano la solita incostanza: quattro vittorie filate per iniziare la stagione, poi sei sconfitte, quindi altre cinque vittorie su sei partite, poi altre quattro batoste consecutive, e così via. I successi iniziali avevano illuso coach Alvin Gentry di avere a disposizione un roster competitivo, ora invece si sta accorgendo che, dietro al fenomeno da Kentucky, c’è davvero poca roba. Certo, Jrue Holiday ha trovato in Louisiana l’ambiente giusto per esprimersi al meglio e Julius Randle, lontano dai (troppi) riflettori di Los Angeles, sta disputando una signora stagione, ma nessuno dei due si avvicina al concetto di ‘seconda stella’, indispensabile per fare strada nella lega delle superstar. Il supporting cast sarà pure affidabile, ma presentarsi al cospetto di Steph Curry e compagni con Elfrid Payton, E’twaun Moore e Nikola Mirotic (letteralmente colato a picco, dopo due ‘trentelli’ nelle prime due uscite) suonerebbe come un preludio per l’ennesima eliminazione precoce.

Se New Orleans non è mai riuscita a spiccare il volo, è anche a causa di Anthony Davis. O meglio, degli svariati guai fisici che, nei primi quattro anni di carriera, non gli hanno mai permesso di raggiungere le 70 presenze. A proposito, anche il grave infortunio al tendine d’Achille subìto l’anno scorso da un DeMarcus Cousins al suo meglio ci ha messo lo zampino. Così come il fatto di trovarsi in un mercato assai poco appetibile (problema che sarebbe ingigantito dall’avvento di ipotetici expansion teams), dunque con poche scelte in fase di mercato. Qualunque sia il motivo, Davis si avvicina al suo prime (pensare che non ci sia ancora entrato del tutto mette abbastanza paura…) con un palmarès piuttosto arido: MVP del peggior All-Star Game dell’era moderna e, soprattutto, una sola serie playoff vinta (il 4-0 inflitto nel 2018 a Portland). Il primo luglio 2020, quando AD avrà la possibilità di uscire dal contratto, è la data che pende come la spada di Damocle sulla testa della franchigia. La pressione cresce, e intorno alla barca arrivano sempre più squali. Dai corteggiatori più aggressivi (i Los Angeles Lakers di LeBron James, multato secondo le assurde normative sul tampering) a quelli più pazienti (i Boston Celtics, che potrebbero tentare il colpo in estate), tutti sanno che Davis è sempre più vicino al punto di svolta. Loro lo aspettano, ma lo aspettiamo anche noi, ansiosi di vedere un fenomeno di tale calibro sui palcoscenici che merita.

 

2 – Il ritorno di Spida-Man

Dopo un avvio difficile, Donovan Mitchell si sta confermando una star
Dopo un avvio difficile, Donovan Mitchell si sta confermando una star

Quello che è successo a Donovan Mitchell nell’ultimo anno e mezzo è pura follia. Nel giugno del 2017 era una guardia semi-sconosciuta in uscita da Louisville, chiamata dai Denver Nuggets e ceduta per quattro noccioline (Tyler Lydon e Trey Lyles) agli Utah Jazz. Oggi, i suoi 21.6 punti di media in NBA vengono definiti ‘deludenti’ da pubblico e critica. Sì, perché nel frattempo ‘Spida-Man’ è diventato una star.
Il suo arrivo a Salt Lake City si è rivelato per i Jazz meglio della Manna per gli ebrei in Egitto. Non solo ha colmato il vuoto lasciato dall’addio di Gordon Hayward, imponendosi come fulcro dell’attacco di Quin Snyder, ma è riuscito anche a salire di livello ai playoff, distruggendo gli Oklahoma City Thunder a suon di magie (24.4 punti di media al debutto in post-season). Insieme a Ben Simmons e Jayson Tatum, è diventato il simbolo di una classe di matricole destinata a lasciare il segno. Come per gli altri due, però, da un debutto del genere sono arrivate grandi responsabilità (tanto per restare in tema Spida-Man) e grandi aspettative. Alle prime difficoltà, ecco dunque le critiche e il disappunto delle folle, che probabilmente volevano già oggi un trio di MVP.

Eppure, non è che Mitchell stesse andando malissimo; i 20.1 punti con cui ha chiuso il 2018 sono grossomodo la stessa media della passata regular season. Solo che Utah, invischiata in una fase di ‘assestamento’ e penalizzata da un calendario ostile (finora è la squadra che ha giocato più trasferte in tutta la lega), tardava a prendere ritmo, e con lei il suo leader. Con l’anno nuovo sembra finalmente arrivata la svolta; i punti sono diventati 27.2, saliti poi a 30.0 nella settimana in cui il numero 45 è stato eletto Western Conference Player Of The Week. Schierato da Snyder come point guard titolare per via delle assenze di Ricky Rubio e Dante Exum, Mitchell (aiutato da un Rudy Gobert in netta crescita) ha condotto i Jazz a sette vittorie nelle nove gare disputate a gennaio. Con il pubblico ai suoi piedi e l’All-Star Game che lo attende (se fosse ad Est, probabilmente, ci andrebbe già quest’ anno), Donovan è chiamato ora al compito più importante: far tornare Utah ai piani alti della Conference, disturbando il sonno delle pretendenti al titolo e zittendo una volta per tutte i critici. Che poi, per la caccia all’MVP c’è ancora tanto tempo…

 

3 – Il talento di Mr. Collins

Secondo anno stellare per John Collins, giovane speranza degli Atlanta Hawks
Secondo anno stellare per John Collins, giovane speranza degli Atlanta Hawks

Oltre che da Mitchell, Simmons e Tatum, la rookie class 2017/18 è stata impreziosita da alcune ‘gemme nascoste’. Kyle Kuzma, al momento l’unica stella dei Lakers senza il 23 sulla schiena, è un esempio perfetto, ma presto le luci dei riflettori potrebbero puntare anche su John Collins, pescato dagli Atlanta Hawks con la diciannovesima chiamata.
Il suo impatto con la NBA è stato assolutamente notevole; al di là dei 10.5 punti e 7.3 rimbalzi di media e dell’inclusione nel secondo quintetto All-Rookie, ha dato l’impressione di poter essere fin da subito un pilastro fondamentale dei nuovi Hawks, impegnati in una scrupolosa e promettente ricostruzione.

Al suo secondo anno, dopo aver saltato le prime 15 partite per un infortunio alla caviglia, Collins è esploso; la sua media realizzativa è quasi raddoppiata (19.1, saliti a 23.0 nell’ultima settimana), i rimbalzi sono diventati 10.1. In 28 gare disputate ha già fatto registrare 18 doppie-doppie, tra le quali spiccano i due ‘trentelli’ (con 12 e 14 rimbalzi) contro Denver e Brooklyn. In tutta la sua prima stagione, le doppie-doppie erano state 11, e solo due volte aveva superato i venti punti. Ormai titolare inamovibile nel quintetto di coach Lloyd Pierce (e ci mancherebbe altro, visti i progetti a lungo termine), il lungo da Wake Forest sta ‘rubando’ parte della scena a Trae Young, playmaker entrato nella lega con la scomoda e inopportuna etichetta di ‘nuovo Steph Curry’ e, malgrado ciò, una delle migliori matricole in questa prima parte di 2018/19.

Come da copione, Atlanta naviga nei bassifondi della Eastern Conference, ma i primi lampi di talento della coppia Young-Collins (coadiuvata dall’ottimo Taurean Prince e da una schiera di veterani, tra cui spicca l’immortale Vince Carter) hanno permesso agli uomini di Pierce di strappare qualche vittoria in più del previsto.
Meglio rientrare presto nei rigidi dettami del tanking, se non si vuole rovinare il ‘diabolico’ piano architettato dalla dirigenza negli ultimi anni. Al prossimo draft, infatti, gli Hawks avranno due scelte in lotteria (se escludiamo quella dei Cavs, protetta fino alla 10), e a stringere la mano di Adam Silver ci saranno prospetti come Zion Williamson e R.J. Barrett. Considerando che la State Farm Arena, al momento, è il fanalino di coda della NBA per affluenza di pubblico, aggiungere un fenomeno di tale portata mediatica a un gruppo così giovane e promettente rappresenterebbe una svolta epocale. Salite sul carro, finché siete in tempo!

Three Points – Buone feste da James Harden

E’ un James Harden in versione ‘Black Santa’ a prendersi di prepotenza la copertina del primo ‘Three Points’ del 2019. Un’edizione che arriva forse nel momento più caotico della stagione NBA, quello che porta dalle feste all’All-Star break, passando per la trade deadline del 7 febbraio, che potrebbe cambiare molti scenari. La situazione meno serena è forse quella dei Minnesota Timberwolves, che hanno deciso di silurare l’allenatore-presidente Tom Thibodeau. Una decisione che sorprende solo per il tempismo (arrivata subito dopo la miglior gara stagionale dei suoi), ma il divorzio tra un coach e una squadra che, come direbbe Tiziano Ferro, sono figli di mondi diversi, era assolutamente inevitabile. Interessanti le reazioni delle due giovani stelle dei T’Wolves: Karl-Anthony Towns ha dichiarato che “nessuno se lo aspettava” con tanto di risata finta in sottofondo, Andrew Wiggins ha piazzato una performance da 40 punti contro OKC e ha dato del gay all’avversario Dennis Schroder. Aria di rottura anche tra i Memphis Grizzlies e Chandler Parsons, ex-astro nascente rimasto impigliato in un vortice di lunghi e infortuni e prigioniero di un contratto senza senso. Ma torniamo al protagonista indiscusso delle feste…

 

1 – Buone feste da James Harden

James Harden si è 'impossessato' della NBA durante le feste
James Harden si è ‘impossessato’ della NBA durante le feste

L’inizio di stagione di James Harden era stato tutto sommato tranquillo. Anche a causa di un fastidioso infortunio muscolare, che aveva fatto saltare tre gare (di cui due perse malamente) al loro leader, gli Houston Rockets erano sprofondati nella mediocrità assoluta. A fine novembre, ecco i primi colpi dell’MVP in carica: un filotto da 43-33-40-54 punti, con l’aggiunta di 13 rimbalzi nell’ultima partita della serie. Quindi un nuovo calo, con la magia della passata stagione che sembrava aver abbandonato il Texas. Il punto di svolta è stato il -27 subito il 6 dicembre per mano degli Utah Jazz, con il Barba fermo a quota 15. Da lì in avanti, Harden si è impadronito della NBA. 39.3 punti e 8.9 assist di media con il 40% dall’arco, quattordici gare consecutive oltre quota 30, otto (cinque di fila) oltre i 40, quattro triple-doppie, di cui una da 50 punti contro i Los Angeles Lakers. In due parole: dominio totale.

Il fatto che Harden sia nel miglior momento della sua carriera non si nota solo dai numeri, ma soprattutto dal senso di onnipotenza che trasmette a compagni, avversari e spettatori. Vedere, per credere, l’incredibile sfida contro i Golden State Warriors, di scena il 3 gennaio a Oakland. Non tanto per la tripla-doppia da 44 punti, 15 assist e 10 rimbalzi, quanto per le due giocate che hanno fatto cadere ai suoi piedi l’intera lega: tripla in step-back per mandare tutti all’overtime, poi bomba allo scadere (in faccia a Klay Thompson e Draymond Green) per espugnare la Baia. In fondo, ci si innamora della NBA ammirando gesta simili, compiute da fenomeni di tale calibro.
Questa raffica di prodezze ha immancabilmente risvegliato anche i detrattori dell’MVP. In particolare, Harden viene accusato di essere favorito dall’altissimo numero di tiri liberi a lui concessi. Non c’è dubbio che alcune chiamate arbitrali siano eccessivamente generose nei confronti di un giocatore che non ne avrebbe bisogno. Non a caso, la NBA aveva cercato di limitare le ‘agevolazioni’ verso i grandi attaccanti come lui con delle regole ad hoc, che però non sono mai state applicate fino in fondo. E’ sacrosanto, dunque, che un atleta cerchi di trarre il massimo vantaggio da una condizione favorevole. Del resto, il gioco del basket si basa proprio sulla ricerca di un vantaggio. Oltretutto, i difensori avversari sanno benissimo cosa li aspetta, vengono meticolosamente istruiti su come impedirgli di fare alcune cose. Eppure, Harden riesce sempre e comunque a farle, da dieci anni a questa parte.

Il ‘magic moment’ del Barba ha permesso a Houston di portarsi a ridosso della vetta a Ovest, nonostante le prolungate assenze di Chris Paul ed Eric Gordon. Come spesso accade, però, non è tutto oro quello che luccica. Anzi, la Harden-mania sta esponendo sempre più i grossi limiti strutturali dei Rockets. La rosa a disposizione di Mike D’Antoni è decisamente poco profonda, con rotazioni ridotte all’osso (emblematica l’epopea di Danuel House, passato dal taglio al quintetto base nel giro di poche settimane). In tal senso, l’innesto di Austin Rivers è l’unica nota lieta. Il solo in grado di aiutare in modo consistente Harden, finora, è stato Clint Capela, centro ‘tagliato su misura’ per finalizzare le funamboliche visioni del suo leader. Tutti gli altri, a cominciare da Gordon e Paul (che prenderà 160 milioni di dollari da qui al 2022, giova ricordarlo), fin qui hanno reso ben al di sotto dei loro standard. Se si vuole davvero arrivare fino in fondo, il problema va risolto al più presto: gli one-man-team non hanno mai vinto nulla.

 

2 – Tifare è umano, ma…

Destini incrociati per Kawhi Leonard (a sinistra) e DeMar Derozan, nella sfida di San Antonio
Destini incrociati per Kawhi Leonard (a sinistra) e DeMar Derozan, nella sfida di San Antonio

Certo, parlare di ‘cattivo approccio allo sport’ vivendo in un paese in cui ci si ammazza per il diverso colore della sciarpa può suonare ridicolo. Ma altrettanto ridicolo, se rapportato alla quasi impeccabile cultura sportiva made in USA, è il comportamento dei sostenitori di San Antonio Spurs e Los Angeles Lakers, che di recente si sono contraddistinti per un paio di episodi quantomeno discutibili.

Giovedì 3 gennaio, mentre James Harden preparava i suoi personalissimi auguri agli Warriors, è andato in scena l’atteso ritorno di Kawhi Leonard a San Antonio. L’ex pupillo di Gregg Popovich è stato accolto dal pubblico con fischi e “buuu”, ma anche con cartelloni e cori che lo definivano un “traditore”. Sicuramente il suo addio, per modalità e tempistiche, è una ferita che brucerà a lungo, ma le dinamiche che hanno portato a tale decisione non sono mai state chiarite, almeno pubblicamente. E comunque stiamo pur sempre parlando di colui che ha tenuto in piedi quasi da solo la franchigia al tramonto dell’era ‘Big Three’; perenne candidato MVP, due volte difensore dell’anno e miglior giocatore delle Finals 2014, quelle che hanno regalato agli Spurs un titolo forse insperato. Per fortuna se ne è ricordato coach Pop, che ha abbracciato e salutato Leonard al termine dell’incontro, con la tensione che andava scemando. Una situazione molto simile a quella vissuta un paio di anni fa da Kevin Durant, preso a ‘pomodori in faccia’ da quella Oklahoma City che, senza di lui, sarebbe stata cancellata persino dalle carte geografiche.
Ancora peggio, se possibile, era stato fatto la sera prima, allo Staples Center. In quel caso, i ‘tifosi’ non contestavano un loro ex-beniamino, bensì Paul George, reo di aver preferito restare ai Thunder anziché unirsi a un progetto, quello dei Lakers, fondato su un gruppo di ragazzini ancora da ‘svezzare’. Un progetto con cui George non aveva alcun tipo di vincolo, oltretutto.

A rimettere in primo piano il lato bello dello sport, per fortuna, ci hanno pensato i veri protagonisti: PG13 ha ammutolito i contestatori gialloviola schiaffando sul loro muso 37 punti, culminati con la schiacciata in alley oop che ha chiuso la partita. In Texas, Leonard e l’altro ex di serata, DeMar DeRozan, si sono scambiati prodezze, dando vita a un entusiasmante sfida nella sfida. Cari Paul, Kawhi e DeMar, anche se non leggerete mai queste righe, ve lo diciamo noi: grazie!

 

3 – “Il nostro è vero basket, altro che quello!”

Da sinistra, Patrick Beverley (statunitense) e Milos Teodosic (europeo). Uno è sempre in campo, l'altro marcisce sulla panchina dei Clippers
Da sinistra, Patrick Beverley (statunitense) e Milos Teodosic (europeo). Uno è sempre in campo, l’altro marcisce sulla panchina dei Clippers

Restando su temi non strettamente legati al parquet, ha fatto particolarmente rumore un pensiero condiviso su Facebook da Sergio Tavcar, storico telecronista di basket europeo. Il suo ragionamento si potrebbe riassumere così: in NBA, a parte le superstar (che imparano per istinto), il livello medio dei giocatori è osceno. I fondamentali sono talmente trascurati che, quando appare sulla scena un fenomeno come Luka Doncic (che nel post viene accomunato a Jordan. Magic e Bird), è naturale che possa sembrare giunto da un altro pianeta: arriva dall’Europa, dove si gioca il “vero basket”!

L’intento di questo paragrafo non è certamente quello di screditare una voce così autorevole, che di fatto è la voce di moltissimi altri appassionati della pallacanestro nostrana. E nemmeno di difendere gli americani, che sanno fare benissimo da sé; i risultati internazionali parlano chiaro, così come il fatto che i giocatori europei in grado di fare realmente la differenza negli USA si possano contare sulle dita di una mano. Anche perché Tavcar, pur con delle iperboli che non si è mai fatto mancare, non ha torto su tutto.
E’ vero, il gioco europeo è più incentrato sui fondamentali rispetto a quello NBA. Anche perché in Europa non si sono mai visti giocatori come Russell Westbrook o LeBron James, in grado di ridefinire il concetto di ‘dominio fisico’ (pur padroneggiando anch’essi fondamentali mostruosi). Però un’analisi più approfondita del sistema NBA darebbe modo agli ‘europeisti’ più accaniti di accorgersi che, per vincere al livello più alto, non bastano i fondamentali. Altrimenti, perché ai Los Angeles Clippers farebbero giocare Patrick Beverley al posto di ‘sua Maestà’ Milos Teodosic, che invece marcisce in panchina?

L’NBA è innanzitutto la lega delle superstar, ovvero di giocatori con caratteristiche tecniche e atletiche estremamente superiori alla media, che li rendono unici. Intorno a queste star (che, oltre al contributo sul campo, portano benefici economici che da noi possiamo solo sognare, anche nel calcio) bisogna costruire una squadra, per cui i compagni dovranno essere prima adatti a giocarci insieme, poi, nel caso, bravi tecnicamente. Ecco allora ‘ragazzi prodigio’ come Mario Hezonja e Dragan Bender ancora alla ricerca di un’occasione, mentre colleghi dalle mani meno ‘educate’ come Tristan Thompson e Javale McGee, o anche come Gerald Green e Marcus Smart, recitano ruoli da protagonisti nelle partite che contano. L’adattamento fa quindi la differenza, e spesso sapersi adattare vale molto più di saper usare al meglio il piede perno. La lega migliore al mondo, quella dove giocano i migliori, chiede questo. Che poi, tutto considerato, non è che il risultato finale faccia sempre così schifo…

Three (x 2) Points – Top e flop pre-natalizi 2018/19

Tobias Harris-76ers.

L’arrivo delle feste, per gli appassionati NBA, coincide con un’abbuffata di grandi partite, che culminerà la notte del 25 dicembre con l’ennesima sfida tra LeBron James (stavolta in maglia Lakers) e i Golden State Warriors. I bi-campioni in carica si presenteranno al cospetto del Re con una ritrovata sicurezza (dopo le difficoltà di novembre) e con l’entusiasmo alle stelle per il doppio milestone raggiunto da Stephen Curry e Kevin Durant nella vittoria casalinga sui Memphis Grizzlies; il primo ha varcato la soglia dei 15.000 punti in carriera, il secondo ha superato Larry Bird come trentatreesimo marcatore di sempre nella lega. Nell’incontro successivo, KD si è lasciato alle spalle anche Gary Payton; con un tassametro che non smette di correre, le prossime due vittime (Clyde Drexler e Dwyane Wade) saranno quasi certamente mietute già in questo 2018/19.
L’ultima settimana ha visto lo scambio che ha spedito Kelly Oubre (e Austin Rivers, poi svincolato) a Phoenix e Trevor Ariza a Washington. In attesa di capire cosa se ne faranno le due squadre di questi due giocatori, entrambi in scadenza di contratto, arriviamo al punto focale di questa doppia edizione di ‘Three Points’. Il periodo natalizio è infatti una buona occasione per fare i primi bilanci, per valutare cosa ha funzionato e cosa è andato storto. E’ dunque il momento dei top e flop pre-natalizi!
Piccolo disclaimer: le valutazioni sono state fatte soprattutto in base alle aspettative della vigilia, non solamente in virtù della classifica attuale. Ecco perché non troverete Golden State fra i top e Atlanta nei flop, ad esempio.

 

Flop 3 – Phoenix Suns

"Quindi noi dovremmo giocare con quei tizi in maglia bianca?"
“Quindi noi dovremmo giocare con quei tizi in maglia bianca?”

Nella trade con protagonisti Ariza e Oubre avrebbero dovuto essere coinvolti anche i Memphis Grizzlies, che avrebbero dovuto mandare a Phoenix Dillon Brooks, promettente esterno al secondo anno. Peccato che i Suns abbiano capito male: il Brooks che intendevano i Grizzlies era MarShon (ventinovenne passato anche dall’Olimpia Milano), non Dillon! Questo bizzarro malinteso, che ha portato all’inevitabile annullamento dell’affare, è stato senza dubbio la cosa più divertente della stagione dei Phoenix Suns.
E’ vero, i pronostici della vigilia non erano certo dalla parte degli uomini di Igor Kokoskov. Però, dopo anni passati nei bassifondi, si sperava in qualche piccolo segnale di miglioramento. E poi, anche a fare schifo bisogna essere bravi. Fin qui, il 2018/19 dei Suns è stato orribile sotto tutti i punti di vista. In campo sono arrivate solo 8 vittorie (metà delle quali nelle ultime 4 uscite!) su 32 partite. In due occasioni, Phoenix ha chiuso il primo quarto con soli 9 punti realizzati. Devin Booker, la grande speranza per il futuro, si è ripetutamente fermato per infortunio e DeAndre Ayton, prima scelta assoluta allo scorso draft, è entrato in conflitto con lo staff tecnico per aver espresso la sua frustrazione più con i media, che sul terreno di gioco. Fuori dal parquet, il sole è ancora più nascosto; prima il terremoto societario, costato il posto al general manager Ryan McDonough a pochi giorni dal via, poi le recenti minacce del proprietario Robert Sarver di trasferire la franchigia, qualora la città non finanzi il rinnovamento della Talking Stick Resort Arena. Insomma, ci sono modi migliori per iniziare una nuova era…

 

Flop 2 – Chicago Bulls

Da sinistra, Zach LaVine, Fred Hoiberg e Jabari Parker. Dopo due mesi, solo uno di loro fa ancora parte dei Chicago Bulls 2018/19
Da sinistra, Zach LaVine, Fred Hoiberg e Jabari Parker. Dopo due mesi, solo uno di loro fa ancora parte dei Chicago Bulls 2018/19

Dopo Phoenix, un altro caso di ricostruzione che procede davvero male. Dopo il reset dell’estate 2017 (con gli addii di Jimmy Butler, Rajon Rondo e Dwyane Wade) e l’incoraggiante stagione passata, questo 2018/19 doveva essere l’anno del definitivo rilancio. Gli innesti di Wendell Carter Jr. (via draft) e Jabari Parker sembravano le ciliegine sulla torta per completare un roster potenzialmente in grado di avvicinarsi alla zona playoff. Invece, la nuova stagione si sta rivelando un disastro: 7 vittorie e 25 sconfitte, ultimi a Est e peggior attacco della lega. Il pessimo avvio ha portato al licenziamento (forse prematuro, forse tardivo) di coach Fred Hoiberg. Il suo sostituto, Jim Boylen, è finito subito al centro di un incredibile ‘ammutinamento’, con i giocatori che hanno minacciato di rivolgersi alla Players Association per protestare contro i suoi metodi di allenamento, a loro avviso troppo intensi. Tra questi, a pagare le maggiori conseguenze è sembrato proprio Parker, messo fuori squadra (e di conseguenza sul mercato) dopo 29 apparizioni non esaltanti, ma neppure tragiche (15.2 punti e 6.9 rimbalzi di media in 30.1 minuti).
La principale buona notizia, finora, è Zach LaVine, che sta disputando la miglior stagione in carriera (23.8 punti a partita) ed è tra i candidati al premio di Most Improved Player Of The Year. Anche l’ex re delle schiacciate, però, sta vivendo un periodo di leggero calo, e oltretutto si è fermato per via dell’ennesimo infortunio (anche se non grave), stavolta alla caviglia. Ecco, gli infortuni sono la principale attenuante per questa pessima partenza; Denzel Valentine, costretto a un’operazione alla caviglia, è già out for the season, mentre Lauri Markkanen, Bobby Portis e Kris Dunn sono appena rientrati. Con il roster quasi al completo, per Chicago inizia il vero esame.

 

Flop 1 – Cleveland Cavaliers

"Allora, J.R., per capodanno siamo d'accordo. Io porto il pandoro, tu tutto il resto"
“Allora, J.R., per capodanno siamo d’accordo. Io porto il pandoro, tu tutto il resto”

I Cavs sono indubbiamente la peggiore delusione di questa prima parte di 2018/19. Certo, perdere LeBron James è sempre una condanna, ma il resto del gruppo era pressoché identico a quello che, appena sei mesi fa, contendeva il titolo NBA ai Golden State Warriors. Se a roster hai una stella come Kevin Love, più che validi elementi da rotazione come George Hill, Rodney Hood, Jordan Clarkson, Larry Nance Jr. e Cedi Osman e i veterani Tristan Thompson e J.R. Smith, puoi legittimamente ambire a un piazzamento ai playoff, soprattutto nella Eastern Conference attuale. I fatti hanno invece dimostrato che la presenza di King James era l’unico collante in grado di tenere in piedi una baracca costruita malissimo. Senza il suo storico leader, la franchigia è andata in pezzi. Prima le continue sconfitte (su cui ha pesato anche l’infortunio di Love), quindi la spaccatura tra veterani e giovani sul minutaggio, poi il licenziamento di Tyronn Lue (vedi Hoiberg, per il tempismo) e l’epurazione dei veterani (Hill spedito a Milwaukee, Kyle Korver a Utah e J.R. messo fuori rosa). Insomma, la squadra che doveva restare competitiva anche senza il numero 23 si è trasformata nel miglior esempio possibile del concetto di ‘tanking mode’. L’importante è che l’approdo dello Zion Williamson di turno non porti a ricominciare con i soliti, vecchi errori.

 

Questo era il peggio della prima parte di regular season 2018/19. Ora passiamo al meglio, con la top 3!

 

Top 3 – Sacramento Kings

Da sinistra, Buddy Hield, Bogdan Bogdanovic e De'Aaron Fox, colonne portanti dei giovani Kings 2018/19
Da sinistra, Buddy Hield, Bogdan Bogdanovic e De’Aaron Fox, colonne portanti dei giovani Kings 2018/19

Archiviata la stagione ‘di assestamento’ seguita all’addio di DeMarcus Cousins, i Kings sono entrati ufficialmente in una nuova era. Nell’inedita bagarre di questa Western Conference, con 14 squadre dalle legittime ambizioni playoff, troviamo anche Sacramento. Probabilmente, con il passare dei mesi la situazione si ‘normalizzerà’ e la maggiore esperienza delle concorrenti avrà la meglio, però la franchigia sembra finalmente sulla strada giusta.
Liberi una volta per tutte dall’ingombrante presenza di veterani come Zach Randolph (che in teoria c’è ancora, ma in pratica è fuori squadra), George Hill e Vince Carter, i giovani sono finalmente al centro del progetto. A trarne maggiori benefici è De’Aaron Fox, vero motore di una fuoriserie lanciata a tutta velocità. Con la point guard da Kentucky a dirigere le operazioni, i Kings hanno il secondo maggior numero di possessi di media in tutta la NBA. Il che non è per forza sinonimo di vittorie, visto che il primato appartiene agli Atlanta Hawks, ma è sicuramente un vantaggio se in squadra hai tiratori come Buddy Hield, Justin Jackson e Nemanja Bjelica o giocatori come Willie Cauley-Stein e Bogdan Bogdanovic, abili ad approfittare del ‘campo allargato’ per punire le difese. Gli ultimi arrivati, Harry Giles (di fatto un rookie, avendo saltato interamente la scorsa stagione per infortunio) e Marvin Bagley (attualmente ai box per un problema al ginocchio), hanno certamente bisogno di ulteriore ‘rodaggio’, ma il talento è fuori discussione.
Con un’età media così bassa, le prospettive per il futuro non mancano. Gli ottimi segnali di questi primi mesi, però, stanno facendo venire un certo appetito a tifosi e dirigenza: e se i Kings tentassero il colpo playoff già quest’anno? D’altronde, al prossimo draft non avranno scelte al primo giro (cedute tramite scambi passati), e da qui alla trade deadline c’è ancora tempo per studiare qualche buona manovra.

 

Top 2 – Denver Nuggets & Los Angeles Clippers

Nikola Jokic marcato da Montrezl Harrell e Tobias Harris. Nuggets e Clippers hanno iniziato alla grande questo 2018/19
Nikola Jokic marcato da Montrezl Harrell e Tobias Harris. Nuggets e Clippers hanno iniziato alla grande questo 2018/19

In una Western Conference così incerta, a distinguersi dalla massa sono state due squadre profonde e organizzate come Nuggets e Clippers. Denver al momento guida la classifica a Ovest, mentre gli uomini di Doc Rivers, dopo uno splendido inizio, stanno affrontando un periodo di calo. Le due franchigie sono accomunate dall’assenza di una star di primissimo livello. Sì, Nikola Jokic sta mostrando doti tecniche ben sopra la media dei centri NBA, e Tobias Harris potrebbe anche ambire all’All-Star Game, ma di sicuro non parliamo di fenomeni generazionali, tipo Anthony Davis o Giannis Antetokounmpo. Per avere un’idea, Harris è l’unico giocatore, considerando entrambe le squadre, a superare i 20 punti di media. Clippers e Nuggets stanno giocando da top team perché Rivers e Mike Malone hanno incastrato alla perfezione i pezzi del puzzle, tirando fuori il massimo dai buoni elementi a loro disposizione.
Denver è in quella posizione malgrado le assenze di Gary Harris, Paul Millsap e Will Barton, con Isaiah Thomas e Michael Porter Jr. che non hanno ancora debuttato (al momento non si sa nemmeno se debutteranno). Oltre a Jokic, a guidare la squadra c’è un Jamal Murray in rampa di lancio, sempre più efficace e continuo. Gli altri protagonisti sono quantomeno inattesi: Juancho Hernangomez, Trey Lyles, Malik Beasley, Torrey Craig, Monte Morris… Chi ci avrebbe scommesso, alla vigilia?
Che i Clippers avessero un roster versatile e profondo, invece, lo si capiva dall’inizio. Però in pochi pronosticavano che un gruppo in buona parte rinnovato potesse rendere così tanto fin dalla prime partite. Invece, eccolo gravitare stabilmente in orbita playoff, passando anche dalla prima posizione a Ovest qualche settimana fa. Merito dell’exploit di Harris e di quello di Montrezl Harrell, ma anche della grande produzione di Danilo Gallinari, della difesa di Avery Bradley, Luc Mbah a Moute e Patrick Beverley, dei canestri pesanti di Lou Williams e dell’eccellente impatto, ai due lati del campo, del rookie Shai Gilgeous-Alexander. Se tornare ai playoff sarebbe un grandissimo risultato, il beneficio maggiore per questo ottimo 2018/19 potrebbe essere in termini di appeal nei confronti dei grossi free-agent. Nel 2019, giocatori come Kevin Durant e Kawhi Leonard saranno senza contratto. E se non fossero i Lakers la squadra più appetibile di Los Angeles?

 

Top 1 – Toronto Raptors

"Guardali, Kawhi... Dicevano che quest'anno avresti pensato solo ai Lakers!"
“Guardali, Kawhi… Dicevano che quest’anno avresti pensato solo ai Lakers!”

A proposito di Kawhi Leonard, tra i pronostici più curiosi dell’ultima off-season c’era quello secondo il quale l’ex stella dei San Antonio Spurs avrebbe affrontato questo 2018/19 come una stagione di attesa, con la testa già rivolta al sicuro approdo ai Lakers. Non che ci fosse proprio bisogno di smentire tali assurdità, però oggi troviamo Leonard tra i principali candidati al premio di MVP e i suoi Toronto Raptors con il miglior record NBA. Il nativo di Compton è leader di squadra per punti (26.4 di media), rimbalzi, recuperi e minuti, ma il grande avvio degli uomini di Nick Nurse non è solamente merito suo. Forse è proprio il nuovo allenatore la chiave della rinascita di una squadra che sembrava definitivamente sepolta dall’ennesima eliminazione subita per mano di LeBron James e dei suoi Cavs. Nurse, continuando l’opera di ‘svecchiamento’ del gioco iniziata da assistente di Dwane Casey (transizione più rapida e campo allargato dal maggiore utilizzo del tiro da tre punti), ha dato un senso alla presenza contemporanea di Jonas Valanciunas e Serge Ibaka, ha sfruttato al meglio l’arrivo di Danny Green e ha valorizzato al massimo l’atletismo e la versatilità di Pascal Siakam, uno dei giocatori più migliorati della stagione. Il ritrovato entusiasmo ha contagiato anche Kyle Lowry; lo scorso maggio sembrava sul viale del tramonto, oggi tallona Russell Westbrook come miglior assistman della lega.
Il fatto che i Raptors abbiano vinto spesso anche senza la loro superstar, è la definitiva dimostrazione della solidità di un gruppo che magari non avrà futuro (sacrificare DeMar DeRozan per un Kawhi Leonard in scadenza è stato di fatto un all-in), ma che in questo 2018/19 bisognerà tenere d’occhio con estrema attenzione. Sicuri che sia già tutto deciso?

Three Points – Wade vs. James, New York e i nuovi italiani

La stagione NBA procede a grandi passi verso il periodo natalizio, che solitamente rappresenta un importante checkpoint sullo stato di salute delle trenta franchigie. Chi di certo non supererà l’esame sono Chicago Bulls e Phoenix Suns, che nel corso dell’ultima settimana hanno raggiunto il punto più basso delle rispettive stagioni. L’avventura a Chicago del nuovo allenatore Jim Boylen, sostituto di Fred Hoiberg, non è iniziata nel migliore dei modi. L’umiliazione subita per mano dei Boston Celtics, un clamoroso -56 casalingo (peggiore sconfitta nella storia della franchigia), ha dato il via a un vero e proprio ammutinamento; pare infatti che i giocatori si siano opposti in massa ai metodi troppo duri e agli allenamenti troppo intensi del nuovo coach, minacciando addirittura di rivolgersi al sindacato giocatori. A concludere questi giorni di fuoco è arrivato il caso-Jabari Parker, ormai a un passo dal buyout. La situazione non è stata accolta benissimo dai tifosi dello United Center, che hanno sommerso di fischi i loro (ormai ex) beniamini.
Eppure, in quella che fu la casa di Michael Jordan dovrebbero sentirsi fortunati, paragonando la loro situazione a quella dei Suns. Come se non bastassero gli stravolgimenti dirigenziali, le ripetute sconfitte, gli infortuni di Devin Booker e i malumori di DeAndre Ayton, di recente è arrivata anche la minaccia (poi parzialmente ritrattata) del proprietario, Robert Sarver: “Se la città di Phoenix non finanzia la ristrutturazione della Talking Stick Resort Arena, trasferirò la franchigia a Seattle o a Las Vegas”. Wow! Buon Natale anche a te, Robert!

 

1 – Wade – James, l’ultimo duello

Dwyane Wade e LeBron James in occasione del loro ultimo incontro, di scena allo Staples Center di Los Angeles
Dwyane Wade e LeBron James in occasione del loro ultimo incontro, di scena allo Staples Center di Los Angeles

Lunedì notte, allo Staples Center di Los Angeles, è andato in scena il capitolo finale di una storia lunga oltre quindici anni: Dwyane Wade e LeBron James si sono affrontati per l’ultima volta su un parquet NBA. Quella tra D-Wade e LBJ è la storia di due grandi avversari divenuti poi compagni in una grande squadra, legati da una profonda amicizia che, per quanto hanno voluto mostrare, trascende il contesto sportivo. Al di là della facile retorica, le carriere parallele di Wade e James hanno segnato un’epoca che si chiuderà definitivamente con il ritiro del leggendario numero 3 a fine stagione. Il draft con cui i due entrarono nella lega, quello del 2003, portò effettivamente a una svolta generazionale. Non a caso, seguiva di poche settimane il definitivo ritiro di Michael Jordan, colui dopo il quale sembrava dovesse esserci solo il buio eterno. Invece Dwyane e LeBron (così come Carmelo Anthony, scelto nello stesso draft dai Denver Nuggets) fecero capire presto che gli appassionati avrebbero avuto ancora buoni motivi per seguire il basket americano. Fin dai primi passi si imposero come nuove star della lega, e da subito presero il timone delle rispettive squadre. A tre anni dal debutto, Wade guidò i Miami Heat a una delle più sorprendenti vittorie di sempre, con la rimonta da 0-2 a 4-2 sui Dallas Mavericks e il primo, storico stendardo innalzato a South Beach. L’anno dopo, James andò vicino a completare il romanzo, portando in finale una versione piuttosto mediocre dei Cleveland Cavaliers. Dall’altra parte c’erano però i San Antonio Spurs, che spazzarono via gli avversari con un inevitabile 4-0. Dopo i rispettivi viaggi in finale, i due amici / rivali dovettero far fronte a continue delusioni. Se sul piano individuale dominavano, facendo incetta di trofei (il Re fu nominato MVP sia nel 2008 che nel 2009) e riconoscimenti, i risultati di squadra tardavano ad arrivare, con Heat e Cavs che non tornarono più a disputare la serie per il titolo.

Nell’estate del 2010 fu chiaro a entrambi che l’unico modo per salire una volta per tutte sul trono NBA sarebbe stato unire le forze. La contestatissima ‘Decision’, con cui LeBron annunciò il suo trasferimento in Florida, attirò sul giocatore e sulla sua nuova squadra l’ira dell’intero mondo cestistico. L’immediata aggiunta di Chris Bosh, altro All-Star uscito dal draft 2003, diede vita al primo ‘Superteam’ dell’era moderna. Gli Heat di Erik Spoelstra raggiunsero quattro finali consecutive. Nel 2011 furono beffati dagli esperti Mavericks di coach Rick Carlisle, guidati da Dirk Nowitzki, Jason Kidd e Jason Terry, ma Wade, James e compagni si presero la rivincita con gli interessi. L’anno dopo respinsero l’assalto degli arrembanti Oklahoma City Thunder dei futuri MVP Kevin Durant, Russell Westbrook e James Harden, mentre nel 2013 vinsero un’epica serie contro gli Spurs, segnata indelebilmente dal miracolo di Ray Allen in gara-6. L’era dei ‘Big Three’ si chiuse dopo la quarta finale, quella in cui la San Antonio del ‘Beautiful Game’ si prese quel titolo che aveva perso per un soffio l’anno prima.

Con il ritorno del Re a Cleveland, le due strade si separarono nuovamente. James riportò in alto i Cavs e riuscì a regalare alla città uno storico titolo nel 2016, mentre Wade, rimasto orfano anche di Bosh (ritiratosi per problemi polmonari nel 2016), vide i suoi Heat sprofondare nella mediocrità. Poche settimane dopo il trionfo dell’amico, ‘Flash’, in rottura con il presidente Pat Riley, lasciò South Beach. Tentò fortuna nella natia Chicago, ma quei Bulls, guidati da lui, Jimmy Butler e Rajon Rondo, si rivelarono alquanto disfunzionali. Dopo una sola stagione, Wade fu chiamato ‘a corte’ da LeBron, intenzionato a radunare un gruppo di veterani per cercare di interrompere l’egemonia Warriors. Se i Bulls erano disfunzionali, quei Cavs si rivelarono tragici. Dopo un avvio di stagione imbarazzante, condizionato dalle forti tensioni interne, la dirigenza decise di ‘rovesciare il tavolo’ e di cedere ben sei giocatori, tra i quali lo stesso D-Wade. Il fenomeno da Marquette decise di tornare nella sua vera casa, quella Miami che lo riaccolse come un eroe.
Dwyane e LeBron non giocheranno mai più insieme, almeno in competizioni ufficiali. Si ritroveranno da avversari in altre tre occasioni, tra cui la gara di commiato dello Staples Center. Per D-Wade la corsa sta per finire, mentre per King James, ultimo superstite di una grande generazione, la strada è ancora lunga, con molte pagine di storia del gioco ancora da scrivere.

 

2 – Natale a New York

D'Angelo Russell (Nets) marcato da Tim Hardaway Jr. (Knicks)
D’Angelo Russell (Nets) marcato da Tim Hardaway Jr. (Knicks)

Ormai da parecchio tempo, da New York non arriva il sole che ti sveglia nel mattino, come nel brano dei Thegiornalisti, ma una nebbia simile a quella che fuoriesce dai tombini della Big Apple. New York Knicks e Brooklyn Nets passeranno l’ennesimo Natale nei bassifondi della Eastern Conference. Rispetto alle ultime stagioni, però, c’è quantomeno la sensazione che il vento stia cambiando. Archiviata definitivamente l’era delle assurde ambizioni da titolo, quella di Carmelo Anthony, Paul Pierce e Kevin Garnett, le due franchigie sembrano sulla buona strada per aprire un nuovo capitolo della loro tormentata storia.

I Knicks di David Fizdale sono quanto di più simile a un cantiere aperto, Se escludiamo l’infortunato Kristaps Porzingis (i cui tempi di recupero sono ancora sconosciuti), tutti i componenti del roster sono giocatori in cerca di una loro dimensione nel mondo NBA. Forse l’hanno già trovata Tim Hardaway Jr. ed Enes Kanter, i giocatori più affidabili, almeno nella metà campo offensiva. Tra i molti giovani, finora si sono messi in luce Allonzo Trier (che si è guadagnato un’estensione contrattuale), Damyean Dotson e Noah Vonleh. Anche Trey Burke ed Emmanuel Mudiay hanno avuto qualche momento di gloria, anche se per loro, come per quelli citati in precedenza, ci sono grossi problemi di costanza. I due interessantissimi rookie Kevin Knox e Mitchell Robinson hanno mostrato qualche sprazzo di ciò che potrebbero diventare, ovvero pezzi fondamentali del nuovo corso, ma per avere giudizi più chiari servirà ancora parecchio tempo.
Ciò che sembra ormai lampante, invece, è che alcuni di questi ‘personaggi in cerca d’autore’ abbiano steccato un’altra volta, forse compromettendo il loro futuro nella lega. E’ il caso di Mario Hezonja, ad esempio. Ai tempi del Barcellona, il croato avrebbe dovuto essere la prossima, grande sensazione europea. Giunto alla quarta stagione NBA (scelto con la quinta chiamata assoluta da Orlando nel 2015), non ha mostrato nulla su cui valga la pena investire. Stesso discorso per Frank Ntilikina; anche se si tratta di un sophomore, la cui carriera è quindi agli albori, in questo 2018/19 non si è visto alcun segnale di miglioramento, rispetto alla mediocre stagione da rookie.

In casa Nets, la situazione di partenza era diversa. La sciagurata gestione dell’era-Prokhorov aveva lasciato a Brooklyn un cumulo di macerie; un gruppo povero di talento e impossibile da arricchire via draft, visto che tutte le prime scelte degli ultimi anni erano state ‘scippate’ dai Boston Celtics. Con l’arrivo del nuovo general manager Sean Marks e del nuovo coach Kenny Atkinson c’è stata una decisa inversione di rotta. Scavando tra le rovine e sfruttando al meglio gli esigui margini di manovra a disposizione, si è riusciti ad assemblare un roster non certo stellare, ma comunque dignitoso, da cui sono emerse delle piacevoli sorprese. Le principali si chiamano Caris LeVert, Spencer Dinwiddie e Joe Harris. LeVert (ventesima scelta al draft 2016, girata da Indiana) era uno dei primi candidati al premio di Most Improved Player Of The Year, grazie a un avvio di stagione da 18.4 punti di media, ma un brutto infortunio al ginocchio lo ha messo k.o. a tempo indefinito. Quelle di Harris e Dinwiddie sono le classiche ‘favole NBA’: pescati entrambi al secondo giro nel 2014 e finiti presto ai margini della panchina di Cavs e Pistons, sono transitati dalla D-League prima di trovare finalmente un posto al sole in quel di Brooklyn. Per Dinwiddie, l’ultima settimana sarà difficile da dimenticare: prima la notte da superstar (39 punti, massimo in carriera) contro i Sixers, poi il rinnovo contrattuale da 34 milioni di dollari in tre anni. Mica male, considerando che il suo attuale stipendio è di ‘appena’ 1,6 milioni!
LeVert a parte, anche i Nets hanno qualche giovane di buon livello su cui puntare. D’Angelo Russell non appare certo destinato a diventare “il nuovo Magic Johnson”, come azzardato inopinatamente dallo stesso Magic qualche anno fa, ma sta confermando le ottime potenzialità offensive intraviste già ai tempi dei Lakers. Jarrett Allen, nel frattempo, continua il percorso che potrebbe renderlo uno dei migliori centri della prossima generazione.

Le prospettive attuali delle due franchigie newyorchesi sono certamente limitate, ma l’ampio spazio salariale che si libererà in estate toglie ogni dubbio sul contenuto delle rispettive lettere a Babbo Natale: “Ti prego, caro Babbo, lascia la filmografia di Woody Allen sotto l’albero di Kevin Durant, Kawhi Leonard e Kyrie Irving… Siamo stati buoni quest’anno!”.

 

3 – Italiani si diventa

Lebron James dimostra il suo indiscutibile legame con l'Italia
Lebron James dimostra il suo indiscutibile legame con l’Italia

Nelle ultime settimane si è discusso della possibilità di concedere il passaporto italiano ad alcuni giocatori NBA, in particolare a Donte DiVincenzo, Ryan Arcidiacono e Raul Neto. Se per il rookie dei Milwaukee Bucks c’è qualche speranza, per il suo ex compagno a Villanova e per il brasiliano degli Utah Jazz (il quale, durante una recente media call, ha affermato di non essere mai stato contattato dalla nostra federazione), sembra non ci sia nulla di fattibile. La FIP, però, non si è persa d’animo e ha sguinzagliato un pool di investigatori per rintracciare altri possibili legami tra il Bel Paese e le star d’oltreoceano, in modo da poter finalmente rilanciare il nostro basket; altro che investimenti sui settori giovanili! I risultati di questa certosina ‘caccia al naturalizzabile’ sono racchiusi in un documento scottante, che pubblichiamo di seguito in anteprima assoluta, dal quale emerge il potenziale nuovo quintetto della Nazionale italiana.

PG – Giannis Antetokounmpo. Il suo passato da venditore ambulante fa assolutamente al caso nostro. Basterà dichiarare che, durante il tragitto verso la Grecia, la sua famiglia abbia lavorato un’estate sulla spiaggia di Porto Cesareo. Potrebbe sembrare cinico, ma se si vuole rilanciare il movimento non esistono scrupoli morali. E poi, vedendo giocare Antetokounmpo al posto di Brian Sacchetti, nessuno avrebbe più da obiettare sullo ius soli.

SG – Kyrie Irving. Di recente è stato reso noto che la madre aveva origini Sioux, ma qualcuno ha indagato sul ramo paterno della famiglia? Con il giusto incentivo, si potrebbe convincere Irving a travestirsi da Uncle Drew e riprenderlo mentre valuta le operazioni in un cantiere di Fiuggi. D’altronde, gli americani hanno sempre uno zio di Frosinone. Kyrie avrebbe anche un futuro assicurato fuori dal parquet: le dichiarazioni sul terrapiattismo fanno di lui il perfetto leader di qualche movimento complottista, stile No Vax.

SF – Carmelo Anthony. Con un nome del genere, non può ingannare nessuno. Se aggiungiamo che ha fatto il college a Syracuse, affibbiargli un’imprecisata discendenza sicula sarà piuttosto semplice. Inoltre, le sue recenti esperienze a Oklahoma City e Houston lo rendono un perfetto capro espiatorio. E in Italia c’è sempre bisogno di un capro espiatorio.

PF – LeBron James. Il fatto che abbia sempre dichiarato di non sapere chi sia suo padre gioca indiscutibilmente a nostro favore. Chi potrà mai obiettare, quando la paternità sarà rivendicata da… Gianni Petrucci? Per l’Italbasket, questo ed altro… Oltretutto, LeBron giocherebbe a Est; dopo Pavlovic, Dellavedova e Mozgov, portare in finale Filloy e Biligha sarebbe una passeggiata di salute.

C – DeMarcus Cousins. Modificare i documenti trasformandolo in Marco Cusin sarebbe un gioco da ragazzi; siamo pur sempre il Paese che ha inventato i dischi orari rotanti, dannazione! Se qualcuno dovesse asserire che Marco Cusin non ha mai fatto triple-doppie da 55 punti, 20 rimbalzi e 15 assist, potremmo tranquillamente rispondere che lo spirito patriottico migliora sempre le prestazioni dei singoli in Nazionale. O forse no, bisogna studiarne un’altra…

PRINCIPALI RISERVE – Rudy Gay e Kevin Love. Risalire a fantomatiche parentele sarebbe leggermente più complicato (anche se magari lo zio di Love, Mike, fondatore dei Beach Boys, ha avuto qualche relazione con groupie nostrane), ma schierarli contemporaneamente nella second unit rappresenterebbe senz’altro un forte messaggio a sostegno dei diritti civili. L’importante sarebbe non scadere nella volgarità, come già successo in altri Paesi.

Three Points – Luka conquista il West

Questa edizione di ‘Three Points’ è un viaggio tra i diversi volti del selvaggio West NBA. Quello sorridente di Luka Doncic, quello amareggiato di Gregg Popovich e quello perplesso di DeAndre Ayton. Tutti protagonisti, nel bene e nel male, degli ultimi sette giorni.
La settimana appena trascorsa ha visto le nomine di Giannis Antetokounmpo (abbastanza pronosticabile) e Tobias Harris (decisamente meno prevedibile) come Players Of The Month, ma è stata anche segnata dal licenziamento di Fred Hoiberg, rimpiazzato dall’assistente Jim Boylen. I Chicago Bulls sono stati martoriati dagli infortuni in questo avvio di stagione, e non partivano certo tra le big della Eastern Conference. L’arrendevolezza mostrata in campo, però, va in senso nettamente contrario alle aspettative di una franchigia ormai pronta per concludere la ricostruzione; inevitabile, dunque, cambiare qualcosa. A Philadelphia, il caso-Markelle Fultz si arricchisce di ulteriori sviluppi: alla prima scelta assoluta del draft 2017 è stata infatti diagnosticata una “sindrome dello stretto toracico superiore”, che la terrà ferma a tempo indeterminato. Da segnalare alcuni movimenti di mercato: Memphis ha riportato nella lega Joakim Noah, passato (nel giro di quattro stagioni) da candidato MVP a colossale ‘zavorra’, mentre Houston ha deciso di tagliare Danuel House, protagonista di cinque apparizioni tutt’altro che negative (8.4 punti in 21.2 minuti di media) con la maglia dei Rockets. Due giorni dopo, il giocatore è stato reinserito nel roster con un two-way-contract. A uscire peggio da questa bizzarra vicenda sono chiaramente i genitori di House: che nome è Danuel?? Daniel o Manuel erano troppo mainstream?

 

1 – Luka conquista il West

Luka Doncic (qui con Dennis Smith Jr., nel 'remake' di una vecchia foto con Nowitzki e Nash) ha già conquistato il pubblico di Dallas
Luka Doncic (qui con Dennis Smith Jr., nel ‘remake’ di una vecchia foto con Nowitzki e Nash) ha già conquistato il pubblico di Dallas

Nel 1999 usciva il quarto e ultimo capitolo della saga d’animazione sul topolino Fievel (dal secondo film, Fievel conquista il West, è preso il titolo di questo paragrafo). Nello stesso anno Luka Doncic, il protagonista del primo dei nostri ‘Three Points’, veniva al mondo a Lubiana. Sin dalla tenera età si è portato addosso la scomoda etichetta di enfant prodige, ma è riuscito a far ricredere uno scettico dopo l’altro. Precettato a soli tredici anni dal Real Madrid, con la maglia dei blancos ha vinto tutto quello che c’era da vincere, sia a livello di squadra, che individuale. Restava solo l’ultimo scoglio da affrontare: l’approdo nella NBA. A giudicare dal premio di Rookie Of The Month conferitogli di recente, sembra che l’atterraggio sia stato piuttosto morbido…

Le statistiche parlano di 18.1 punti in 32.6 minuti di media (entrambi record di squadra), ma non dicono nulla sull’effettivo impatto di Luka sui Dallas Mavericks. Quello che si vede in campo è un leader fatto e finito, sia a livello tecnico, che carismatico. I compagni si godono i suoi assist al bacio e i suoi canestri pesanti (come quello che ha messo in ghiaccio la sfida con Portland), il pubblico lo osanna ad ogni giocata spettacolare e la sua capacità di ricoprire almeno tre ruoli permette a coach Rick Carlisle di sbizzarrirsi con svariate soluzioni tattiche. Insomma, a Dallas è scoppiata la Luka Mania. Probabilmente (avverbio da sottolineare), Luka Doncic ha margini di miglioramento inferiori, rispetto ad altri prospetti del draft 2018, però il fatto che sia un veterano nel corpo di un diciannovenne lo rende il giocatore perfetto per questi Mavs. E’ per questo che non si devono biasimare le squadre che hanno deciso di ‘trascurare’ il probabilissimo Rookie Of The Year; inserirlo in una franchigia in piena ricostruzione come Phoenix, Sacramento o Atlanta sarebbe stato deleterio per Luka e insufficiente a permettere il salto di qualità a Suns, Kings o Hawks.
Doncic è arrivato a Dallas nel momento giusto: archiviati gli anni bui seguiti al titolo 2011, i texani sono pronti a tornare a farsi sentire nell’agguerrita Western Conference. Per farlo servono giocatori pronti da subito. Giocatori come Luka Doncic, quindi, ma anche giocatori come Harrison Barnes. Nelle scorse stagioni, l’ex ala degli Warriors non si è dimostrata in grado di reggere da sola il peso dell’attacco. Con le responsabilità ‘scaricate’ su Doncic e su Dennis Smith Jr., esplosiva point guard al secondo anno, Barnes può invece rendere al meglio, fino a risultare decisivo. Non a caso, il 2018/19 dei Mavs ha avuto una svolta positiva con il suo pieno recupero: partiti con sette sconfitte in nove gare, i texani ne hanno vinte nove delle successive dodici, battendo squadre come Thunder, Warriors, Celtics, Rockets e Clippers. A proposito di Clippers: il loro ex-centro, DeAndre Jordan, sta mostrando a tutti il motivo per cui Mark Cuban lo ha inseguito così a lungo; con 11.1 punti (e il 76% ai liberi, nettamente la miglior percentuale in carriera) e 13.5 rimbalzi di media, è un’autentica garanzia in prossimità dei tabelloni. Averlo messo a contratto per un anno si sta rivelando un grosso affare.

A parte il buon impatto del quintetto, la vera arma in più di questi Mavericks è la panchina, da cui escono inaspettati protagonisti; dai veterani J.J. Barea e Devin Harris ai sorprendenti Maxi Kleber, Dorian Finney-Smith e Dwight Powell. Tra poco dovrebbe anche rientrare Dirk Nowitzki, presumibilmente alla sua ultima stagione NBA. Una stagione che difficilmente verrà coronata dai playoff, per cui la concorrenza sembra troppo agguerrita. Con queste premesse, però, la leggenda vivente può stare tranquilla: il futuro dei Mavs è in ottime mani.

 

2 – Non tutto è più grande, in Texas

Gregg Popovich a colloquio con LaMarcus Aldridge (a sinistra) e DeMar DeRozan
Gregg Popovich a colloquio con LaMarcus Aldridge (a sinistra) e DeMar DeRozan

Se lo sguardo fanciullesco di Luka Doncic rappresenta il lato felice del Texas cestistico, il volto rabbuiato di Gregg Popovich è la migliore testimonianza del momento attraversato dai San Antonio Spurs. Il record attuale, 11 vittorie e 14 sconfitte, dice poco: l’avvio di stagione di San Antonio è stato disastroso. Quattro di quelle sconfitte sono arrivate contro Phoenix, Sacramento, Orlando e Miami. Nell’ultima settimana ne sono arrivate tre con almeno 30 punti di scarto. In poche parole, gli Spurs sono irriconoscibili. Se l’attacco tutto sommato gira (grazie soprattutto alla grande produzione di DeMar DeRozan), è la difesa a far sorgere i maggiori dubbi sul fatto che si tratti della stessa franchigia capace, negli ultimi vent’anni, di vincere cinque titoli NBA e di qualificarsi sempre ai playoff. Al momento, il defensive rating nero-argento è il secondo peggiore della lega (113.4 punti concessi su 100 possessi), con quello dei Cleveland Cavaliers non troppo lontano (114.5).
In questo senso, dopo le partenze di Kawhi Leonard e Danny Green, perdere anche Dejounte Murray (fuori per tutta la stagione a causa di un infortunio al ginocchio) è stato davvero un brutto affare. Il ventiduenne di Seattle era uno dei giocatori su cui Popovich puntava maggiormente, sia per la spiccata attitudine difensiva, sia per la crescente abilità nel dettare il ritmo dell’attacco. Gli infortuni, che hanno colpito anche il rookie Lonnie Walker, l’emergente Derrick White e il veterano Pau Gasol, sono certamente un’attenuante, ma non fanno altro che mettere a nudo le innumerevoli carenze dell’organico. Nonostante gli addii di Tony Parker e Manu Ginobili, l’età media è ancora troppo alta; tra i giocatori con almeno 20 minuti di media, i soli DeRozan White e Bryn Forbes hanno meno di 30 anni. Gli altri elementi chiave (Patty Mills, Rudy Gay, Marco Belinelli, Dante Cunningham) sono certamente affidabili, ma il loro chilometraggio non li rende certo il supporting cast ideale per una squadra da titolo. Lo stesso LaMarcus Aldridge, che l’anno scorso aveva tenuto a galla la franchigia, viaggia verso le 34 primavere, e un minimo di ‘usura’ inizia a farsi sentire (18.3 punti di media, contro i 23.1 del 2017/18). Tra i giovani non infortunati, Jakob Poeltl sta faticando ad inserirsi nel nuovo contesto, mentre Davis Bertans, alla terza stagione in NBA, non ha ancora compiuto l’atteso salto di qualità.

In mezzo a questo mare di difficoltà, il ‘comandante’ Popovich appare sempre più frustrato e scoraggiato. Dalle lamentele sulla NBA moderna, a suo dire “troppo noiosa” per via dell’esasperazione del tiro da tre punti (poco importa che formazioni come gli Warriors e gli stessi Spurs, grazie anche alla loro abilità dall’arco, abbiano ampliato a dismisura la dimensione tattica del gioco), all’accusa di “poca leadership” mossa nei confronti di Kawhi Leonard. La diatriba è stata velocemente liquidata dal rimpianto ex, il cui tormentato addio rappresenta una ferita difficile da rimarginare, ma tutto ciò è distante anni luce dallo ‘stile Spurs’, diventato negli anni un modello da imitare. Forse il più grande allenatore in attività ne ha davvero abbastanza, forse questa NBA non è più fatta per lui, e lui non è più fatto per questa NBA. Probabilmente, dal prossimo giugno deciderà di concentrarsi esclusivamente sulla nuova avventura alla guida di Team USA (quando, stiamone certi, non ripudierà affatto i fenomenali tiratori a sua disposizione). Sta di fatto che, all’ombra dell’Alamo, i fasti dell’era-Tim Duncan non sono mai sembrati così lontani.

 

3 – Black Hole Suns

DeAndre Ayton (a sinistra) e Devin Booker, giovani speranze dei Suns
DeAndre Ayton (a sinistra) e Devin Booker, giovani speranze dei Suns

Dopo quasi due mesi di regular season, la Western Conference è più equilibrata e aperta che mai. Con una differenza di 6.5 vittorie tra la prima e la quattordicesima posizione, l’obiettivo playoff, per il momento, rimane alla portata di tuti. O meglio, quasi tutti; in mezzo a tutta questa incertezza, infatti, i Phoenix Suns fanno schifo come e più di prima. 21 sconfitte su 25 partite disputate, peggior differenziale punti fatti/subiti della lega, terzultimi sia per offensive che per defensive rating. Il primo quarto delle ultime due gare spiega meglio la situazione: 36-9 – in trasferta – per i Kings, 34-9 (comunque un miglioramento difensivo!) per i Blazers a Portland. Un vero e proprio ‘buco nero’, nel deserto dell’Arizona.
Le aspettative della vigilia non vedevano certo gli uomini di Igor Kokoskov tra i favoriti per il titolo, e nemmeno per un piazzamento ai playoff. Però questo 2018/19 sta andando oltre le peggiori previsioni. Prima il licenziamento del general manager Ryan McDonough (reo di non aver saputo completare il roster con un playmaker di livello accettabile), avvenuto una settimana prima del via, poi la raffica di umiliazioni sul campo, quindi i continui infortuni di Devin Booker. Il sostituto di McDonough, James Jones (che ricopre anche il ruolo di vice presidente, senza che lo staff del vecchio GM sia stato rimpiazzato), dopo aver di fatto ‘regalato’ Tyson Chandler a LeBron James (forse una piccola contropartita per i tre anelli che il Re ha regalato a lui, tra Miami e Cleveland), ha tagliato Isaiah Canaan, una delle pochissime point guard in organico. Ora si prepara a lasciare liberi – senza quindi ricevere contropartite – anche Trevor Ariza e Ryan Anderson, presentati come ‘grandi rinforzi’ solo due mesi fa.

L’aspetto peggiore dell’ennesima stagione miserabile è che le giovani promesse tardano a sbocciare. Quando il fisico gli ha dato tregua, Booker ha regalato qualche fiammata del suo debordante talento, ma non ha ancora mostrato un significativo passo avanti, rispetto alle prime tre stagioni; anzi, la sua media punti è in leggero calo (23.5 contro i 24.9 del 2017/18, altra annata compromessa dagli infortuni). Anche Josh Jackson, ogni tanto, mostra sprazzi dell’eccellente two-way-player che potrebbe diventare, ma al momento il suo impatto è tutt’altro che consistente. Con Dragan Bender ormai destinato al ritorno in Europa e Marquese Chriss spedito senza rimpianti a Houston, le altre giovani speranze si chiamano Mikal Bridges, Elie Okobo e De’Anthony Melton, tre rookie che la dirigenza (?) è pronta a cedere immediatamente per portare a Phoenix un grande nome (John Wall?).
Un contesto del genere non è certo l’ideale per l’approdo in NBA di DeAndre Ayton, prima scelta assoluta al draft 2018. Il centro bahamense sta facendo registrare ottimi numeri, per una matricola (15.8 punti e 10.1 rimbalzi di media), ma gli inesistenti progressi difensivi e l’eccessiva ‘morbidezza’, oltre che limiti tecnici, sono segnali tipici dell’inadeguatezza dell’ambiente circostante.
Con tali premesse e prospettive, meglio pensare alla prossima estate che, per forza di cose, dovrà rappresentare il punto di svolta. A tal proposito, tutto ruoterà intorno alla draft lottery del 14 maggio. Nel migliore dei casi, la sorte porterà Zion Williamson o R.J. Barrett, e di colpo il sole (o meglio, le luci dei riflettori) si riaccenderà su Phoenix. Qualora il ‘buco nero’ dovesse persistere, invece, l’unico stravolgimento rimasto da fare sarebbe quello più pesante: cambiare proprietà.