Auguri Shaq, 47 anni per il giocatore più dominante di sempre?

The most dominant player ever, così a Shaq, ovvero Shaquille O’Neal piace chiamarsi e farsi chiamare. Draftato dai Magic con la prima scelta assoluta, entra nella lega nel 1992. Nel ’95 partecipa alla sua prima finale NBA, perdendo contro i Rockets di Hakeem Olajuwon. Nell’estate del 1996 passa ai Lakers come free agent, spinto dal sogno giovanile e dall’ingaggio più alto offertogli dalla franchigia di Los Angeles. Qui vince tre titoli back to back dal 2000 al 2002, con il giovane Kobe Bryant e allenato da Phil Jackson.

Shaquille O’Neal vince l’MVP nel 2000 e l’MVP delle Finals tre volte su tre. La relazione con Kobe e i Lakers resterà sempre una delle più vincenti e allo stesso tempo complesse di sempre. Infatti Shaq nel 2004 chiede e ottiene una trade a Miami. Qui gioca con un’altra grande guardia a inizio carriera, Dwyane Wade, e i due vincono il titolo nel 2006. Dopo gli Heat, Shaq passa ai Phoenix Suns, dove gioca con Steve Nash, poi ai Cleveland Cavs, dove affianca Lebron James, ed infine a Boston, dove chiude la sua carriera.

 

Numeri e riconoscimenti di Shaq

 

O’neal è ricordato da tutti come uno dei big men più dominanti che abbiano mai calcato i parquet NBA. La sua stazza gli ha permesso di raggiungere traguardi incredibili nella sua carriera nonostante il suo gioco fosse essenzialmente limitato al pitturato. Shaq ha vinto 4 anelli, 1 oro mondiale (1994) e 1 olimpico (1996), un MVP e 3 Finals MVP. E’ stato selezionato 8 volte nell’All-NBA first team, 2 nel second team e 3 nel third team. E’ stato convocato per 15 All-Star Game, vincendo per 3 volte il titolo di MVP (’00, ’04, ’09). Nel ’95 e nel 2000 ha vinto il titolo di miglior realizzatore della Lega ed è, ad oggi, l’ottavo marcatore di sempre.

 

Curiosità e aneddoti sul centro

 

Oggi Shaq fa l’opinionista e lo showman per l’emittente americana TNT. Ha la sua rubrica “Shaqtin’ a fool“, nella quale prende in giro i giocatori che commettono errori grossolani o fanno figuracce in campo. Ha i suoi bersagli preferiti da tormentare. Uno di questi, Javale McGee, decise di ribellarsi e rispondere a tono a Shaq, supportato dai suoi allora compagni dei Warriors. La faida tra i due nacque dal fatto che McGee in uno Slam Dunk Contest si diede il nome di Superman, storicamente soprannome di O’Neal. All’intero della sua rubrica allora, per vendicarsi del furto di immagine subito a suo avviso, Shaq lo chiamava “Stuperman“.

 

Shaq detiene un record piuttosto unico e particolare, che TNT evidenziò durante le Finals 2016. Dalla sua prima apparizione nelle Finals in poi, quando mancava lui, almeno un suo ex compagno ha sempre preso parte alla serie valida per l’anello NBA.

 

Altri aneddoti divertenti e interessanti risalgono ai suoi primi anni NBA. Appena entrato nella Lega, Shaq riuscì a frantumare ben due tabelle di vetro con due schiacciate durante due partite, record curioso. Si dice poi che Shaq, dopo le finali perse nel ’95 contro i Rockets, chiamò personalmente Hakeem “The Dream” Olajuwon. L’allora giocatore dei Magic era convinto che la sconfitta fosse responsabilità solo dei compagni e voleva dimostrare la sua superiorità sul ben più esperto centro dei Rockets sfidandolo in un 1 vs 1. Nel 2000 invece, proprio nel giorno del suo compleanno, invitò tutta la famiglia a vederlo allo Staples Center per il derby con i Los Angeles Clippers. I rivali non gli fecero sconti di compleanno e gli fecero sborsare ben 6000$. Shaq si innervosì un po’, poi entrò in campo e rifilò ai cugini di LA ben 61 punti con 28 rimbalzi. Forse sarebbe stato meglio fargli uno sconticino.

 

 

NBA, il quintetto Chicago Bulls all-time

Quintetto Chicago Bulls-All Time

Miglior quintetto Chicago Bulls all-time? Ecco, secondo Yahoo Sports, il miglior quintetto di sempre dei Chicago Bulls, la terza squadra più titolata di sempre nella NBA, seconda solo a niente meno che Boston Celtics Los Angeles Lakers. La franchigia che ha dominato gli anni 90′ di questo fantastico sport con 6 titoli in 8 anni, grazie a colui che secondo moltissimi è indubbiamente uno dei giocatori migliori di tutti i tempi, ovvero Michael Jordan. Probabilmente questo quintetto farà molto discutere per via di alcune scelte contradditorie. Ecco le scelte:

  • Joakim Noah
  • Luol Deng
  • Scottie Pippen
  • Michael Jordan
  • Derrick Rose

QUINTETTO CHICAGO BULLS ALL-TIME C: JOAKIM NOAH

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Il Centro francese, figlio del famoso tennista Yannick Noah, dal 2007, il suo anno da rookie, ha militato solo fra le fila di Chicago; secondo Yahoo é il miglior Pivot nell storia dei Bulls, a discapito di altri grandi nomi come Horace Grant Artis Gilmore. Il cestista classe 85′ è arrivato in NBA come un giocatore incompleto, con un agonismo, una tenacia e una intensità fisica sopra la media, ma privo di tecnica e tiro. Negli anni successivi Noah, con un grande lavoro e nonostante vari problemi alle ginocchia, è notevolmente migliorato nella metà campo offensiva. Ha fatto anche trasparire doti prima nascoste, come la sua grande intelligenza cestistica, attraverso un’ottima visione di gioco; dote che pochissimi centri hanno e che spesso è riservata solo ai playmaker  e più in generale ai piccoli

QUINTETTO CHICAGO BULLS ALL-TIME  PF: LUOL DENG

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Il 2 volte All-Star, oggi giocatore dei Miami Heat, ha giocato nei Tori Rossi dal 2004 fino al 2014; è lui la scelta di Yahoo per le Ali Grandi, anche qui, preferito ad altri importanti giocatori, uno su tutti Dennis Rodman, ben 5 volte campione NBA, definito da Phil Jackson come il giocatore piú atletico che abbia mai allenato. Proveniente dai Duke Blue Devils, ed iscrittosi al Draft NBA 2004 in classe di Freshman, Deng, è un giocatore molto atletico, bravo a rimbalzo, e con un notevole tiro dalla media distanza, che gli ha permesso di viaggiare durante la sua carriera con una media di 16 punti a partita, e 6.4 rimbalzi. Il nativo del Sudan del Sud, ha conosciuto il basket in Egitto, sotto la guida di un grande come Manute Bol.

QUINTETTO CHICAGO BULLS ALL-TIME SF: SCOTTIE PIPPEN

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Primo dei due Hall of Famer nella lista, è una delle migliori Ali Piccole di sempre; secondo molti sarebbe diventato molto più forte e famoso se non fosse stato il così detto “secondo violino” nei Chicago Bulls degli anni 90′ di Michael Jordan. Pippen, scelto dai Knicks, nel 1987 come quinta scelta assoluta del Draft NBA e subito scambiato con Chicago in cambio di Olden Polynice, fu una delle pedine piú importanti se non la piú importante per la costruzione della squadra attorno a “The Airness”. Il numero 33 dei Bulls, che é sempre stato considerato un grandissimo atleta, spesso viene paragonato all’odierno Lebron James. Pippen fa anche parte della lista rilasciata dalla NBA che cita i piú grandi 50 giocatori di sempre.

QUINTETTO CHICAGO BULLS ALL-TIME SG: MICHAEL JORDAN

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É considerato, per acclamazione, il miglior giocatore di tutti i tempi secondo la biografia del sito ufficiale della National Basketball Association; secondo ESPN é stato il piú grande sportivo del secolo davanti ad atleti del calibro di Muhammad Ali; sei volte é stato in finale e sei volte ha vinto; sei MVP delle Finals; cinque volte MVP della Regular Season, quattordici volte All-Star; 10 volte nell’All-NBA First Team; leader in media punti in carriera nella storia NBA con 30,12; membro della Hall of Fame dal 2009; inserito nei migliori 50 giocatori di sempre; signore e signori: Michael Jeffrey Jordan. 

QUINTETTO CHICAGO BULLS ALL-TIME PG: DERRICK ROSE

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La prima scelta del Draft NBA 2008, come il giá citato Joakim Noah, anche lui ha trascorso la sua  carriera professionistica in casa Bulls. Nel 2011, a soli ventidue anni, ha vinto il premio di MVP della regular season, confermandosi cosí uno dei giovani piú promettenti nella NBA di oggi, salvo poi perdere quasi due stagioni per via di gravi infortuni al ginocchio. È rientrato definitivamente solo in questa ultima stagione, senza peró quell’atletismo e quell’elevazione che lo avevano contraddistinto nelle prime due stagioni NBA.

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MJ’s redemption: il primo anello ha un sapore speciale

MJ e Magic. ESPN e Netflix produrranno un documentario su Jordan di 10 ore

Sono i Chicago Bulls targati 1990/1991. Allo United Center sfilano Michael Jordan, Scottie Pippen, Horace Grant & co. In panchina, per la seconda stagione consecutiva, siede Phil Jackson. La delusione dell’anno passato (sconfitta in finale di Eastern Conference per 4-3 inflitta dai Detroit Pistons) è pian piano diventata motivazione fondamentale per ottenere il miglior record nella regular season e affrontare i playoffs con 4 partite su 7 regolarmente in casa. Gli animi sono caldi e le telecamere puntate verso la capitale dell’Illinois. Quei playoffs rimangono tuttora nella mente di molti, e per l’interpretazione incantevole di MJ del gioco a triangolo e per la facilità con cui il team di Jackson ha messo al tappeto avversari di talento e fama mondiale.

Di chi stiamo parlando? Sono quattro franchigie che vantano hall of famer e giocatori inseriti nella lista degli NBA’s 50 Greatest Players of All Time. Ognuno di loro si è trovato di fronte un uragano che non è riuscito più a fermare. Da qui, infatti, parte la Bulls Dynasty. Da qui spicca il volo una leggenda che risponde al nome di Michael Jeffrey Jordan.

New York Knicks: Patrick Ewing sta capeggiando il suo team con quasi 27 punti e poco più di 11 rimbalzi. Quando il gigante di origine giamaicana è in serata diventa compito veramente arduo fermarlo. Tocca, così, al duo difensivo Pippen-Grant costringere il centro dei Knicks ad esecuzioni di tiro forzate. L’operazione riesce meravigliosamente: Pat chiude la serie con 18 su 45 dal campo. I Chicago Bulls passeggiano in gara 1 (+41) e vincono di forza gara 2 e 3 (+10 e +9). 29 punti, 6 assist e 3 recuperi di media per MJ. L’altruismo comincia a diventare centrale nel gioco di Jordan. Occorre, infatti, più coinvolgimento nell’azione offensiva da parte di tutti. Secondo coach Zen, in questa maniera vincere sarà più semplice. Michael intanto, disposto a seguire qualsiasi consiglio pur di alzare il Larry O’Brien Trophy, impara.

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MJ vs Pat Ewing

Philadelphia 76ers: Anche in questa serie un fattore fondamentale diviene quello fisico. Non può non esserlo contro Charles Barkley. L’ala  dell’Alabama ha le stesse medie stagionali di Ewing, ma una tipologia di gioco differente. Il punto di forza in più del team della Pennsylvania è nel contempo rappresentato dalla guardia nativa di Chicago, Hersey Hawkins. Il ritorno allo United Center non è dei migliori (2 su 9 dal campo con 10 punti in gara 1). Ne farà 30, però, in faccia al 23 dei Bulls la partita successiva. MJ dominerà la serie con medie da brividi (33 punti e 8 assist). Il risultato finale sarà 4-1 per i Bulls. Quando Michael coinvolge i suoi, Chicago stravince. Difatti, la squadra di Jackson perderà l’unico match nella città dell’amore fraterno nonostante i 46 di Jordan, prova ineccepibile dell’altruismo di cui si parlava dinanzi.

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Una sfida d’altri tempi: MJ vs Barkley.

Detroit Pistons: The revenge. La serie attesa da un anno. L’epilogo è diverso per i Bulls che non avranno pietà nemmeno in un match. Il fuoco dentro i ragazzi di Phil Jackson brucia la macchina simil-perfetta messa su da coach Chuck Daly. L’asse di guardie Dumars-Thomas non riesce a risultare decisiva come l’anno precedente e i Pistons vengono spazzati 4 a 0. I test di fisicità contro NY e Phila portano i loro eccellenti risultati in questi 4 match. Pippen e Grant lavorano egregiamente nel pitturato: catturano almeno 16 rimbalzi a partita contro un certo Dennis Rodman e ingabbiano Bill Laimbeer sotto canestro forzando ogni sua conclusione. Jordan assume le sembianze di divinità nei due scontri decisivi: 33-7-7 e 29-8-8 al Palace of Ausburn Hills in gara 3 e 4. Dimostrare una tale onnipotenza contro coloro che l’anno scorso ti hanno sbarrato la strada verso il titolo non è solo pura rivincita. Michael sta mandando un segnale al mondo della pallacanestro. Vuole raggiungere traguardi che nessuno ha mai pensato di poter sfiorare.

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Gara 2: MJ vs Dennis Rodman. MVP vs il miglior difensore dell’anno.

 

Los Angeles Lakers: Non possono che essere loro ad arrivare alle Finals dalla sponda occidentale. James Worthy è nel picco della sua carriera. Magic Johnson sta per giocare la sua stagione prima di un lungo stop di 4 anni dovuto all’HIV. 22-12-8 sono le sue spaventose medie di questi playoff in cui il team di coach Mike Dunleavy sta annientando squadre che vantano di egual potenza se paragonate a quelle fatte fuori dai Bulls. I LAL battono gli Houston Rockets di Olajuwon, i Golden State Warriors dei Run TMC (Tim Hardaway-Chris Mullin-Mitch Ritchmond) e i Portland Trail Blazers di Clyde Drexler e Terry Porter. Ma adesso sanno che vi è tutt’altra faccenda da sbrigare. Pronti e via: 19-11-10 per Magic allo United Center in gara 1. I Lakers vincono di 2 soli punti grazie soprattutto ai 14 rimbalzi di Vlade Divac che riesce a reprimere lo strapotere fisico fino a quel momento palesato dalla squadra dell’Illinois. Le altre 4 gare sono una passerella per il duo MJ-Pippen. Il 23 e il 33 giocano alla perfezione in ogni singolo match e dominano sia sul piano tecnico che su quello fisico. La serie si chiuderà 4-1 con un Jordan da 31.2 punti, 11.4 assist e 6.6 rimbalzi e un Pippen da 21 punti e quasi 10 rimbalzi di media. L’MVP non può che andare al primo, ma quegli 11.4 assist sono il dato più importante. La difesa era sì caratteristica fondamentale, ma il team di Phil Jackson era già conosciuto per questo aspetto del gioco. L’approccio altruista che ha avuto Michael in fase offensiva è la chiave dei playoff 1990/1991 ed è il motivo principale del trionfo Bulls. Il primo di una dinastia vincente della franchigia dei tori.

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Quintetti All-Times: dai Bucks ai Bulls, passando ovviamente per Boston

Michael Jordan

Come sarebbe la pallacanestro odierna se Kobe Bryant e Magic Johnson avessero giocato insieme? E se Derrick Rose e Michael Jordan avessero calcato insieme il parquet?

Comporremo il quintetto di ognuna di queste squadre con un giocatore per ogni ruolo ed un Sixth man, rispettando questi standard:
– Deve aver giocato almeno due stagioni con quel team
– La scelta sarà fatta sommando le statistiche personali, i risultati di squadra e l’ importanza ricoperta dal giocatore all’ interno del team, dei fans e della città.
– La lineup sarà costruita secondo la linea di pensiero della “All-Nba”, perciò non saranno fatte distinzioni tra le posizioni separate nei ruoli di guardia e ala e la squadra sarà costruita solo sulla base di attente considerazioni di merito individuale.

Chiudiamo la serie di appuntamenti con gli “All-Times starting Five” presentandovi 7 squadre che hanno fatto la storia della lega e che hanno ospitato alcuni dei più grandi interpreti di questo gioco. Racchiudiamo in questo pezzo finale squadre di enorme spessore come: Milwaukee Bucks,Philadelphia 76ers, Houston RocketsBoston CelticsSan Antonio Spurs e Chicago Bulls, ed infine Los Angeles Lakers.

Milwaukee Bucks:

Milwaukee Bucks
Milwaukee Bucks

C: Kareem Abdul-Jabbar

È difficile spiegare l’ impatto avuto da quest’ uomo nel suo periodo di permanenza a Milwaukee. Già nel suo anno da rookie dimostra di poter essere un fattore nella lega, migliorando il record della sua squadra di 29 vittorie rispetto all’ anno precedente. Abdul-Jabbar fu il trascinatore del team che vinse il titolo NBA nel 1971, non a caso è il Leader All-Times per punti segnati in NBA. Senza metterci ad elencare gli innumerevoli traguardi personali raggiunti, vi basti sapere che nel tempo speso con i Bucks le sue medie sono pressoché surreali: 30.4 punti, 15.3 rimbalzi, 4.3 assists e 4.6 sommando stoppate e palle rubate. E tutto ciò prima che venisse scambiato per andare ad LA.

F: Giannis Antetokounmpo

Questo ragazzo è stato creato in laboratorio appositamente per giocare a basket, altrimenti non si spiega!! Le misure del suo corpo sono incredibili: le mani, sono studiate ad hoc per trattare la palla da basket come una pallina da tennis e quelle braccia infinite intimoriscono ogni giocatore che pensa di avventurarsi sotto il canestro del greco.
È sicuramente vero che la decisione di metterlo nel quintetto titolare può sembrare un po’ prematura, vista la giovanissima età e la poca esperienza sul parquet, ma il potenziale di questo ragazzo è davvero infinito, è stato convocato nella stagione passata per l’ All-Star Game e come diceva Biggie in una sua celebre canzone, per lui “sky is the limit”.

F: Sidney Moncrief

I Bucks durante gli anni ’80 hanno giocato le finali della Eastern conference ben 3 volte ed il loro “go to guy” era proprio Moncrief.
Uno di quei giocatori che non hanno mai avuto il riconoscimento che meritano, non solo nella propria era ma anche e soprattutto ai giorni nostri. In 10 stagioni con i Bucks è stato selezionato per 5 All-Star Games, tenendo una media punti di 20 a partita e vincendo il Defensive Player Of the Year awards in due stagioni consecutive, vale a dire 1982-’83 e nel 1983-’84.

G: Ray Allen

Uno dei più grandi tiratori puri nella storia della lega, Ray Allen cominciò quella che poi sarà una carriera da Hall Of Fame con i Milwaukee Bucks. Dopo essere stato acquisito grazie ad una trade il giorno stesso del draft, Allen inizia un percorso che lo porterà 3 volte alla partita delle stelle con la canotta bianco/verde addosso e 3 volte in postseason arrivando anche fino alle Conference Finals nel 2000/2001 (risultato migliore dei Bucks dopo la finale NBA persa nel 1974).
Ray Allen, che tra l’ altro appare anche in un film di Spike Lee chiamato “He Got Game”, è uno dei migliori tiratori da tre punti della storia; il suo movimento di tiro è incantevole, ma negli anni ai Bucks, quando era ancora un ragazzino, non perdeva occasione per dimostrare il suo atletismo schiacciando e portandosi via il ferro.

G: Oscar Robertson

Giocatore incredibile che, prima di venire superato nella passata stagione da Westbrook, deteneva il record di triple doppie messe a referto in una stagione. Arrivando a Milwaukee Robertson fu capace di reinventarsi, diventando il veterano al fianco di un giovanissimo Kareem Abdul-Jabbar e riuscendo finalmente a vincere l’ agognato anello che inseguiva da anni. “Big O” rimase solo 4 stagioni ai Bucks, ma giocò due All-Star Games e guidò il team a 4 Division Titles e a due apparizioni alle finali NBA, compreso il titolo del 1971.
Un immenso giocatore che ha lasciato un segno profondo nell’immaginario dei tifosi dei Bucks e che ha spianato la strada per le point guards dei giorni nostri.

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Cinque squadre, Cinque Quintetti All-time: Southeast Division

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Come sarebbe la pallacanestro odierna se Kobe Bryant e Magic Johnson avessero giocato insieme? E se Derrick Rose e Michael Jordan avessero calcato insieme il parquet?

Ogni settimana tratteremo una Division. Comporremo il quintetto di ognuna di queste squadre con un giocatore per ogni ruolo ed un Sixth man, rispettando questi standard:
– Deve aver giocato almeno due stagioni con quel team
-La scelta sarà fatta sommando le statistiche personali, i risultati di squadra e l’ importanza ricoperta dal giocatore all’ interno del team, dei fans e della città.
– La lineup sarà costruita secondo la linea di pensiero della “All-Nba”.
– Non saranno fatte distinzioni tra le posizioni separate nei ruoli di guardia e ala e la squadra sarà costruita solo sulla base di attente considerazioni di merito individuale.
Siamo partiti la settimana scorsa con la Pacific Division, oggi passiamo alla Eastern Conference, in particolare nella Southeast Division.
Presenteremo i migliori quintetti “all-time” di squadre quali Washington Wizards, Atlanta Hawks, Miami Heat, Orlando Magic e Charlotte Hornets.

Eastern conference - SouthEst Division
Eastern conference – SouthEast Division

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Ready to go: Washington Wizards

Wizards

Avere una delle stelle della Lega ma non la squadra in grado di supportarla nella corsa verso l’anello. Quante volte abbiamo sentito questa storia? È il bello dello sport americano, impostato sulla convinzione (corretta) che una diffusione del talento porta competitività diffusa (e qui ci siamo), e che una competitività diffusa aumenta l’interesse verso il campionato. Il benessere dell’altro è un benessere mio. Come sempre, a queste latitudini abbiamo da imparare.

 

CAMBIAMENTI DI GIOCO

Ah, chiaramente la stella di cui sopra è John Wall, e la squadra i Washington Wizards (Capitan Ovvio, se no non avreste aperto l’articolo appositamente dedicato: gli altri li ritrovate grazie alla nostra magica app https://play.google.com/store/apps/details… ). Ce lo ricordiamo a inizio carriera: rapido, sgusciante, con il turbo nelle gambe, ma insicuro nel piazzato. Negli anni ha messo su anche quello, ha avuto la squadra in mano sin da subito, liberato presto e (presumiamo) volentieri dalla presenza ingombrante di un Arenas caduto in disgrazia. Non ne ha abusato, nonostante fosse preventivabile trattandosi in fondo di una prima scelta assoluta, con tutto quello che comporta questo titolo in termini di reputazione e machismo.

A beneficiare della generosità che Wall quest’anno saranno i soliti noti, nel senso che non rispetto all’anno passato è cambiato virgola o poco più. Il fromboliere designato sarà ancora Beal, Porter sarà portatore (sì, il gioco di parole è voluto) della consueta imprevedibilità e Gortat assicurerà quella combinazione di gioco spalle a canestro e mani educate che ne fanno un elemento valido malgrado l’età non sia più verdissima. Si miscelerà bene con l’unica plausibile novità in quintetto, quel Markieff Morris che può sciorinare alternativamente difesa, rimbalzi, apertura per il tiro dall’arco e finalmente quel buonumore perso a Phoenix nel 2015 per le relative ambizioni e la cessione del fratello.

Dalla panchina Satoransky darà ordine, Burke cambi di velocità, Thornton rottura (oseremmo azzardare anche un “in più sensi”…), Oubre taglia fisica, Smith tiro dalla media e Mahinmi,.. beh, Mahinmi due noci ben assestate che tornano sempre utili. Sarà interessante vedere Scott Brooks se riuscirà a ripetere nella capitale quanto fatto ad Oklahoma City, ovvero portare una banda del buco di ragazzotti più o meno cresciuti a un livello di maturazione tale da raggiungere le Finals. Qui è addirittura avvantaggiato: rispetto al 2009, l’alba del thunderismo, il gruppo è già formato e più esperto. Così come lui.

 

PREVISIONI WASHINGTON WIZARDS

Questo sarebbe il momento in cui abbassiamo i toni dopo averli alzati: “Abbiamo parlato di Finals, ma nel breve periodo…”. Ecco, no. Chiaro che qualificarsi per la post season dopo averla mancata l’anno passato sarebbe un passo in avanti, ma nella capitale sono affamati. Il nucleo dell’anno scorso è eccellente, i rinforzi hanno fatto quello che dovrebbero fare i rinforzi, cioè rinforzare, e ancorché con una concorrenza orientale agguerrita (Bucks, Knicks, Hornets, Pistons) non crediamo possibile che il grido di battaglia sia “Comunque vada sarà un successo”.

C’è ambizione, a Washington, e chissà se per questo i Maghi non facciano volatilizzare sotto un telo qualche concorrente. Tutto è possibile.

Ready to Go: Utah Jazz

Utah Jazz

Utah Jazz pronti al salto di qualità definitivo? Dopo l’ultima stagione con il record di 40 vittorie e 42 sconfitte la franchigia è pronta a migliorarsi ancora, portando a compimento un processo di ricostruzione silenzioso ma sicuramente con basi solide. Utah è migliorata di 15 vittorie in due stagioni, ultimo gradino (anzi penultimo o terzultimo) riprendersi i playoffs.

Sono partiti Trevor Booker,  Trey Burke,  Kendall Marshall,  Tibor Pleiss e Taurean Prince ma sono arrivati Joel Bolomboy,  Tyrone Wallace,  Marcus Paige (via Draft), l’esperto Joe Johnson con Boris Diaw e  George Hill (ultimi due via trade). Insomma aggiunti giocatori che possono essere decisivi per formare una mentalità vincente nei Jazz ed in questa direzione è andata la trade della prima scelta per arrivare ad Hill, una guardia che può aiutare molto la franchigia nel presente. In pratica una dichiarazione d’intenti: gli Utah Jazz vogliono i playoffs.

L’infortunio di Gordon Hayward (sei settimane ai box) ha smorzato ma non frenato gli entusiasmi di una franchigia che vuole stupire tutti con la solidità che l’ha contraddistinta nelle ultime due stagioni. George Hill, Dante Exum (ai box per l’operazione al ginocchio) e Mack costruiranno il back court o meglio occuperanno gli slot di playmaker. Da loro due potrà imparare il giovane (21 anni) Exum di cui si parlava un gran bene. Stesso discorso per Derrick Favors con Boris Diaw (ma diverso il contesto, visto che Favors è un giocatore che si sta davvero costruendo una carriera interessantissima). Rudy Gobert, Joe Johnson, Hood, Burks faranno il resto di un roster davvero molto interessante guidato da Quinn Snyder.

Questione salary cap: Hayward è il “problema” visto che il suo contratto scadrà nel 2017-2018 se eserciterà la player option per la prossima RS. La stella della squadra andrà rifirmata per evitare di perderlo restando con un nulla in mano: 16 milioni sono un po pochini, e Gordon si aspetta di sicuro una offerta molto superiore.

Salary Cap Utah Jazz

Giocatore2016/172017/182018/192019/202020/212021/22
Gordon Hayward$16,073,140$16,736,710$0$0$0$0
Derrick Favors$11,050,000$12,000,000$0$0$0$0
Joe Johnson$11,000,000$10,505,000$0$0$0$0
Alec Burks$9,904,495$10,595,506$11,286,515$0$0$0
George Hill$8,000,000$0$0$0$0$0
Boris Diaw$7,000,000$7,500,000$0$0$0$0
Dante Exum$3,940,320$4,992,385$6,619,903$0$0$0
Shelvin Mack$2,433,334$0$0$0$0$0
Trey Lyles$2,340,600$2,441,400$3,364,249$3,706,357$0$0
Rudy Gobert$2,121,287$3,145,868$0$0$0$0
Joe Ingles$2,100,000$0$0$0$0$0
Rodney Hood$1,406,520$2,386,864$3,472,887$0$0$0
Christapher Johnson$1,050,961$0$0$0$0$0
Jeff Withey$1,015,696$0$0$0$0$0
Raul Neto$877,800$1,014,746$0$0$0$0
Joel Bolomboy$0$0$0
Eric Dawson$0$0$0$0$0
Quincy Ford$0$0$0$0$0
Marcus Paige$0$0$0$0
Henry Sims$0$0$0$0$0
TOTALE$80,314,153$50,851,962$11,286,515$0$0$0

Pronostico Stagione Utah Jazz:

Difficile dire dove potranno arrivare questi Jazz, meno difficile dire dove non arriveranno, o meglio in che posizione non li troveremo a fine stagione: i playoffs sono alla portata, preparate un posto dalla #5 alla #8 per loro. Se riusciranno a confermare Favors, Gobert e Hayward il futuro sarà tutto per loro.

Ready to Go: i Toronto Raptors vanno a caccia di conferme

I Toronto Raptors sono tra le squadre che hanno attuato meno operazioni di mercato, superati solo da Denver e Phoenix. Nonostante le poche mosse, la loro pelle è cambiata radicalmente: via Biyombo, Scola e Johnson, dentro Sullinger e sei rookie. Nessuna di queste transazioni dovrebbe però stravolgere il quintetto, che sarà quindi formato da Lowry-DeRozan-Carroll-Patterson (unica novità)-Valanciunas.

DEROZAN, BIYOMBO, LOWRY: I TRE PROTAGONISTI DEGLI ULTIMI PLAYOFF
DEROZAN, BIYOMBO, LOWRY: I TRE PROTAGONISTI DEGLI ULTIMI PLAYOFF

 

I CAMBIAMENTI DI GIOCO

Quintetto quasi identico all’anno scorso, stesso allenatore dell’anno scorso, a livello di gioco non dovrebbe cambiare molto. L’ago della bilancia di questa squadra saranno quindi sempre i due leader tecnici Lowry e DeRozan, con il contributo più che ben accetto di Valanciunas. Coach Casey avrà però a che fare con una squadra molto più giovane dell’anno scorso: questo comporta più energie ma anche meno esperienza, fattori non indifferenti soprattutto in ottica playoff. Alcuni rookie però sono davvero interessanti, soprattutto Poltl: potrebbero riuscire a farsi valere già in questa stagione.

 

PREVISIONI TORONTO RAPTORS

Perdere dei giocatori importanti delle rotazioni per puntare su dei giovani non è stata sicuramente una scelta facile. Parliamoci chiaro però: l’Est è saldamente nelle mani dei Cleveland Cavs di Lebron James. Toronto probabilmente non può ambire a qualcosa di più del secondo posto e della finale di Conference, già ottenuti nella scorsa stagione. La scelta di ringiovanire il roster viene da se: perchè continuare ad arrivare secondi (se va bene) e perdere terreno per il futuro quando già oggi si possono gettare le basi una squadra che possa ambire ai primi posti? Sotto la guida tecnica di Lowry e DeRozan, il futuro può essere davvero luminoso per i Raptors. Bisogna puntare su di loro e su un quintetto di buon livello, che può raggiungere agevolmente i playoff. Il secondo posto resta ampiamente alla portata dei canadesi: quello dev’essere l’obiettivo. I Raptors hanno fame e hanno intenzione di portare tutta la loro energia sul parquet: la NBA è avvisata.

 

Ready to Go: San Antonio Spurs

“Ho un buco nello stomaco. Ci sono tante persone che non rimangono sposate per 19 anni”.

Stiloso, mai banale. E in questo caso anche sensibile. Così Gregg Popovich ha commentato il ritiro di Tim Duncan, dopo una vita al servizio della causa San Antonio Spurs. Dopo anni di gioie e trionfi, e anche qualche delusione. Un’era è finita, ma il cerchio non è ancora chiuso (Tony Parker e Manu Ginobili son lì ancora a dare una mano): proprio per questo bisogna andare avanti ed affrontare una stagione per certi versi enigmatica, con l’intenzione comunque di voler far bene.

‘The Big Fundamental’ è stato sostituito da Pau Gasol, arrivato via free agency (dopo l’assalto fallito a Kevin Durant). Il reparto lunghi è stato quello che ha subito maggiori variazioni: sono stati firmati David Lee e Dewayne Dedmon, mentre hanno lasciato il Texas Boris Diaw (via trade), Matt Bonner, David West e Boban Marjanovic. Senza contare anche le partenze di Kevin Martin e Andre Miller. Il draft ha inoltre portato in dote Dejounte Murray e Livio Jean-Charles. Il lettone Davis Bertans, dopo l’esperienza col Saski Baskonia, farà il suo esordio assoluto in NBA.

Il quintetto sarà probabilmente questo: Parker-Green-Leonard-Aldridge-Gasol.

I CAMBIAMENTI DI GIOCO

Free Agency 2016
Pau Gasol, volto nuovo dei San Antonio Spurs.

La scorsa annata, soprattutto durante i playoff, la ‘Spurs Culture‘, il tanto decantato e lodato sistema di gioco, si è inceppato spesso, a causa dei tanti, troppi isolamenti che hanno visto protagonisti LaMarcus Aldridge e Kawhi Leonard. Bisognerà far circolare il pallone, creare spaziature e costruire azioni per prendere tiri puliti: in tal senso Gasol, con le sue mani educate, potrà essere utile sia come passatore (anche dal post, dato i suoi fondamentali enciclopedici) che col suo range di tiro. Lo spagnolo infatti è in grado di allargare il campo per permettere le penetrazioni di Parker e compagnia. Il problema però è legato all’atletismo e alla difesa. L’ex Los Angeles Lakers e Chicago Bulls non è più un giovanotto, e potrebbe faticare a marcare colleghi più giovani e pimpanti: Dedmon presumibilmente avrà un significativo impiego. Le sue mansioni principali saranno catturare rimbalzi in quantità industriale e proteggere il ferro. Ma basterà?

Non è un mistero che la coperta del frontcourt sia troppo corta. Lee è un discreto giocatore ma anche lui è in avanti con l’età. E Bertans è tutto da scoprire. L’impiego dello small ball, con Leonard da PF è tutt’altro da escludere. Ci si aspetta che il numero 2 continui nella scalata come leader emotivo e tecnico del team (già nella RS 2015/2016, nella quale ha vinto per la seconda volta consecutiva il DPOY, ha registrato progressi in attacco con 21.2 punti di media).

Jonathon Simmons potrebbe trovare più spazio nel pacchetto guardie, dando fiato al 39enne Ginobili, che potrebbe giocare meno minuti, ma più intensi. Più graduale sarà l’inserimento delle matricole Murray e Jean-Charles. Senza scordare Kyle Anderson, chiamato a compiere quel salto di qualità che può renderlo più incisivo nelle rotazioni dei neroargento.

PREVISIONI SAN ANTONIO SPURS

La panchina è, almeno sulla carta, un po’ carente e alcuni elementi del roster come già accennato sono anzianotti. L’impressione è che Pop vorrà centellinare attentamente le forze in modo da disputare una regular season senza grossissime pretese. I texani potrebbero collocarsi presumibilmente tra la terza e la quinta piazza della Western Conference. E ai playoff? Ai playoff l’idea è sempre quella di giocarsela senza paura, ma molto dipenderà dalle condizioni e dallo stato di forma che il team avrà quando calcherà il palcoscenico della postseason.

 

Ready to Go: i Sacramento Kings partono con gli sfavori del pronostico

I Sacramento Kings si affacciano alla nuova stagione con molti cambiamenti. Partiti Rondo e Belinelli, sono arrivati ottimi innesti come Afflalo, Lawson e Barnes. Labissiere è inoltre un rookie con ottime prospettive e potrebbe trovare presto spazio. Il quintetto titolare inizialmente vedrà in campo Collison-Afflalo-Gay-Cousins-Koufos.

 

I CAMBIAMENTI DI GIOCO

Con l’arrivo di Joerger, si dovrebbe vedere qualche aggiustamento a livello tattico. La difesa è stato uno dei cardini dei suoi Memphis Grizzlies e molto probabilmente tornerà ad investire su questo fondamentale, con buona pace del proprietario Vivek Ranadivé che qualche anno fa promuoveva addirittura la difesa a 4.

I Kings hanno nel loro roster una delle più luminose stelle della NBA: DeMarcus Cousins. Il centro americano, che può giocare anche da 4 all’occorrenza, ha un arsenale offensivo mostruoso e dei mezzi fisici notevoli. Le sue medie stagionali parlano chiaro: 11.5 rimbalzi e 26.9 punti, con un ottimo33.3% da 3 punti. L’unico problema di “Boogieman” sta nel carattere, che troppo spesso lo porta a prendere falli tecnici. Nell’attesa che il lavoro di Joerger inizi a dare frutti, può essre proprio Cousins a farsi carico del peso offensivo della squadra.

DEMARCUS COUSINS IN AZIONE CONTRO MEMPHIS
DEMARCUS COUSINS IN AZIONE CONTRO MEMPHIS

 

PREVISIONI SACRAMENTO KINGS

Nonostante un buon mercato, un ottimo coach ed una superstar, non c’è anima viva che veda i Kings ai playoff. La scorsa stagione li ha visti terminare al decimo posto ma i cambiamenti sono stati positivi: è vero che la pardita di Rondo sulla carta toglie tantissimo talento dal roster ma è anche vero che “Rajone” non si è mai espresso sui suoi livelli bostoniani in California. Lo stesso roster nel complesso è migliorato: ha qualcosa in meno nel quintetto ma ha rafforzato la panchina, da cui usciranno giocatori esperti come Lawson e Barnes e giovani come McLemore e Labissiere. L’arrivo di Joerger dovrebbe poi conferire al tutto lo status di “progetto”, non l’accozzaglia di giocatori dello scorso anno. Tutto questo non è bastato a convincere la critica, forte dei passati fallimenti: il compito dei Kings sarà quello di smentire tutti.

Ready to Go: Portland Trail Blazers

Portland Trail Blazers da sorpresa a possibile…nuova sorpresa: si perché se dopo la prima stagione senza Aldridge, Afflalo, Robin Lopez e compagnia bella, nessuno ci si aspettava una qualificazione immediata ai playoffs, né tanto meno un secondo turno giocato anche con tanto onore da parte della franchigia dell’Oregon, adesso con qualche innesto, ma senza aver centrato alcun “colpo grosso” e svanito l’effetto sorpresa, tutti sono curiosi di vedere che ne sarà di Dame Lillard and co, che potrebbero confermarsi come una autentica mina vagante ad ovest.

Rifirmati Crabbe, arrivati Ezeli ed Evan Turner, con loro confermato anche McCollum a suon di milioni di dollari, con Shabazz Napier alle spalle del leader della squadra pronto magari ad esplodere. Dame Lillard è ben accompagnato, da tanti ragazzi terribili che possono davvero far divertire a Portland i fan.

Quintetto Portland Trail Blazers:

Lillard McCollum Fonte Batmattz
Lillard McCollum Fonte Batmattz

Dame Lillard sarà il leader della franchigia, per i prossimi anni sarà lui la point guard titolare (con Napier suo sostituto naturale), ed al suo fianco avrà il suo fedele scudiero: McCollum (con Turner pronto a dargli fiato e portare qualità dalla panchina).  Aminu più di Crabbe dovrebbe essere l’ala piccola titolare, ma i due sicuramente vedranno i loro minuti divisi in base alle situazioni di gioco. M. Harkless sarà l’ala forte, con Ed Davis pronto a dargli fiato. Mentre sotto canestro il ferro sarà protetto da Plumlee (Mason) con Noah Vonleh ed Ezeli alle sue spalle sulla carta.

Quintetto:
PG Dame Lillard
SG McCollum
SF Aminu/Crabbe
PF Harkless
C Plumlee

Ecco la tabella del salary cap per capire a che cifre sono stati rifirmati i gioiellini e a quali costi sono stati firmati i nuovi Turner, Ezeli, Varejao and co.

Nome giocatore2016/172017/182018/192019/202020/212021/22
Damian Lillard$24,328,425$26,153,057$27,977,689$29,802,321$31,626,953$0
Allen Crabbe$18,500,000$18,500,000$19,332,500$18,500,000$0$0
Evan Turner$16,393,443$17,131,148$17,868,853$18,606,556$0$0
Anderson Varejao$9,300,000$0$0$0$0$0
Meyers Leonard$9,213,484$9,904,495$10,595,506$11,286,515$0$0
Moe Harkless$8,988,764$9,662,921$10,377,079$11,011,236$0$0
Al-Farouq Aminu$7,680,965$0$0$0
Festus Ezeli$7,400,000$7,733,000$0$0$0$0
Ed Davis$6,666,667$6,352,531$0$0$0$0
CJ McCollum$3,219,579$23,962,573$25,759,766$27,556,959$29,354,152$0
Noah Vonleh$2,751,360$3,505,232$4,749,590$0$0$0
Mason Plumlee$2,328,530$3,371,711$0$0$0$0
Shabazz Napier$1,350,120$2,361,359$3,452,308$0$0$0
Pat Connaughton$874,636$1,014,746$0$0$0$0
Jake Layman$600,000$905,249$1,050,262$0$0$0
Grant Jerrett$0$0$0$0$0
Luis Montero$0$0$0$0$0
Tim Quarterman$0$0$0$0
Greg Stiemsma$0$0$0$0$0
TOTALS$119,595,973$120,304,974$112,961,655$116,763,587$60,981,105$0

 

Prospettive prossima stagione:

Una cosa è certa, i Portland Trail Blazers, se continueranno a giocare come la scorsa regular season, con tanto cuore e tanta qualità, centreranno un posto nei prossimi playoffs: da vedere in che posizione ovviamente. L’ottavo posto è alla portata, ma Dame Lillard punta ad altro: obiettivo il quinto posto, andando a posizionarsi dietro a Spurs, Warriors, Clippers e probabilmente Grizzlies… Si probabilmente, i Portland Trail Blazers sono superiori a Rockets, Thunder, Jazz, Mavericks, Nuggets e Wolves, ma dovranno dimostrarlo sul parquet di gioco. Nostro pronostico: quinto posto ad Ovest. 

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Ready to go: Phoenix Suns

Phoenix-Suns-logo

Per ricordare l’ultima azione significativa dei Suns nella post season ci vuole uno sforzo improbo. Gara-6, il palasport ancora sponsorizzato US Airways: Grant Hill in difesa prodigiosa su Kobe Bryant. Inutile. Canestro, 107-100, time-out Gentry ma ormai buoi scappati, nella fattispecie vestiti di gialloviola in direzione Finals, poi vinte alla settima contro la Gramigna Verde. Ecco, se qualcuno si è avvicinato alla spicchiata dopo quel 2010, non ha mai visto i Suns ai playoff.  “Nemmeno altre”, si dirà a ragion veduta, e sarebbe precisazione corretta. Tuttavia, per quello che ha rappresentato Phoenix tra la rivoluzione dantoniana e l’arte nashana, ciò appare un peccato neanche troppo veniale. Un peccato a cui forse nemmeno nel 2017 si porrà rimedio.

 

CAMBIAMENTI DI GIOCO

 

Dall’Arizona con furore è necessario prima di tutto risolvere il dilemma del back court. Bledsoe e Knight sono due ottimi play moderni, ma tendono ad avere caratteristiche similari, e nessuno dei due propende conclamatamente verso lo spot di guardia, e fanno ombra a Tyler Ulis che certo non lo è una sua volta. Goodwin lo sarebbe, ma è un realizzatore estemporaneo, discontinuo, che magari trarrà beneficio da quel Marlon Garnett che vedemmo anche in Italia tra Treviso e Varese una decina d’anni fa, e che ora è assistente con compiti di sviluppo dei giocatori.

Booker resta un mistero non esplicabile o forse sì, i due lungagnoni in centro sono intimidatori (l’accento grave o acuto cambia relativamente il senso della parola), ma i presunti titolari dello spot di ala forte sono due diciannovenni (Chriss e Bender) che, per quanto talentuosi, devono pur sempre abbandonare la sezione “teen”. Un quintetto con il primo da 3 e il secondo da 4, promettente fin che si vuole, a questi livelli lo paghi, anche se è una scelta che magari darà dividendi nel lungo periodo e i due saranno le colonne portanti della squadra. Ma come ci insegna la moda da “The Decision” in poi, il leggendario “lungo periodo” è animale in via d’estinzione.

 

PREVISIONI PHOENIX SUNS

 

Eh, le previsioni… Le previsioni sono sotto la zona post season. I “se” da imbroccare sono tanti, troppi, per una squadra che non ha neanche una guida tecnica sicura e navigata. Per evitare di diventare viceversa un Avery Johnson 2.0, il dottor Watson dovrà dare prova di nervi saldi, mano ferma, elasticità mentale, competenza, idee chiare sulla direzione da seguire. Se ci riuscirà, Phoenix diventerà un brutto cliente, altrimenti sarà un’altra stagione di insuccesso. Quelle che in Arizona vedono ormai da sei anni, una continuità di cui avrebbero certamente fatto a meno.