L’ultima perla di Sua Maestà

Molti ricordano ‘The Shot‘, il buzzer beater messo a segno in gara 5 del primo round dei playoff 1989 contro i Cleveland Cavaliers, come il tiro più famoso e più emozionante effettuato da Michael Jeffrey Jordan. Ma c’è un’altra prodezza, salita agli onori della cronaca anni dopo, che probabilmente ha un significato maggiore ed un prestigio che hanno permesso al 23 dei Chicago Bulls di scrivere una pagina leggendaria dell’almanacco della NBA.

NBA Finals 1998, gara 6 tra gli Utah Jazz del mirabolante duo John Stockton e Karl Malone e il team dell’Illinois, avanti 3-2 nella serie. La partita è accesa e combattuta, coi padroni di casa che vogliono portare la disputa a gara 7. Ultimi 40 secondi: Jordan va in penetrazione e con l’ausilio del tabellone infila il canestro del -1. 86-85 per i Jazz, che gestiscono il possesso seguente. La palla arriva tra le mani di Malone, posto spalle a canestro e marcato da Dennis Rodman: dal nulla però, come un ninja dal passo felpato, sbuca MJ che gli stappa la sfera dalle mani. Mancano 15 secondi, Jordan decide che quella giocata deve essere sua, decide di fare ancora una volta la storia. Con Bryon Russell, un difensore piuttosto arcigno, che gli sta alle costole, entra in area, compie un crossover da favola liberandosi del marcatore e andando a segno con un tentativo in sospensione. Successivamente Stockton sbaglierà la disperata tripla del sorpasso sancendo così la vittoria del titolo da parte dei Bulls.

His Airness concluse la partita con 45 punti, con gli ultimi 4 che aiutarono pesantemente i Bulls a completare il secondo three-peat della franchigia dopo i tre titoli consecutivi vinti dal 1991 al 1993. Jordan inoltre si aggiudicò il suo sesto premio come miglior giocatore delle finali. Dopo quella partita disse addio al basket per la seconda volta, salvo poi tornare nel 2001 con la casacca dei Washington Wizards. Niente da dire: questa rimane l’ultima preziosa perla di Sua Maestà.

Throwback Time: Kobe alla Virtus Bologna

Era appena iniziata la stagione di Serie A di basket 2011/12, ma l’attenzione su essa non era mai stata così alta. Tutta Italia era in fermento e non solo gli appassionati della palla a spicchi, stava avvenendo un evento di importanza nazionale, nelle ultime due settimane di settembre non si parlava di altro, anche ai telegiornali di punta, dove di basket non si è mai annunciata alcuna notizia.

Kobe incontra i fans italiani
Kobe incontra i fans italiani

“Il miglior giocatore del mondo viene a giocare a Bologna” era l’affermazione rilasciata ai maggiori quotidiani sportivi da Carlo Sabatini, patron di una delle squadre più vincenti del panorama cestistico italiano, la Virtus Bologna; si parlava ovviamente di Kobe Bryant, reduce da due campionati vinti con i Los Angeles Lakers. A causa del lockout NBA ciò che poco tempo prima sembrava una follia era quasi realtà. L’unica faccenda da sbrigare era il contratto, perché fin da subito c’era il pieno consenso del campione e del suo procuratore. Le opzioni contrattuali erano ambigue, all’inizio si parlava di giocare fino a Natale, poi arrivò la proposta più importante: dieci partite per un ingaggio totale di 3 milioni di euro, tra il 9 ottobre e il 16 novembre 2011, un tour tra tutti i principali palazzetti italiani per il giocatore, amatissimo dagli italiani.

Kobe declinò l’offerta, l’NBA avrebbe potuto riprendere da un momento all’altro e non valeva la pena rischiare di perdere più di un mese di regular season. Sabatini non si diede per vinto e piazzò un’ultima strabiliante offerta per

Bryant in mezzo alla folla calorosa in Italia
Bryant in mezzo alla folla calorosa in Italia

portare il pupillo gialloviola nella capitale della pallacanestro italiana: 2 milioni di euro per giocare 40 minuti, una normalissima partita per Kobe, sicuramente meno per i tifosi, contro la Benetton Treviso, all’Unipol Arena, il 12 ottobre 2011. L’offerta però era troppo onerosa, il numero 24 avrebbe disputato volentieri quella partita, ma gli sponsor non ci furono nel momento del bisogno. Non si riuscì ad arrivare al budget necessario a portare Bryant in Italia, saltò tutto. Un sogno per milioni di appassionati poté rimanere solo tale e in pochi giorni arrivò la smentita.

Kobe fu oggetto anche di una petizione, lo scorso inverno, di alcuni tifosi per portare il Laker a giocare la sua ultima partita nella città in cui trascorse qualche anno della sua vita e a cui lasciò molto, Reggio Emilia. Gli italiani lo amano, lo vogliono, perché se è diventato il più forte al mondo è anche un po’ merito nostro e, se non sono riusciti a vederlo sul parquet, lo hanno ammirato in TV, accomunati da un solo grido “We want Kobe”.

A rise of an era: Kobe Bryant fa il suo ingresso nella NBA! (VIDEO)

Kobe Bryant alla presentazione come giocatore dei Los Angeles Lakers.

Un’infanzia trascorsa in Italia, cercando continuamente e minuziosamente di emulare il padre Joe, ai quei tempi giocatore del campionato di basket del Paese. Poi il ritorno negli Stati Uniti e l’iscrizione alla Lower Marion High School, dove arriva a vincere il titolo statale infrangendo qualche record. Davvero tanto era il talento da regalare al college e così, il non ancora 18enne Kobe Bryant, decise direttamente il salto tra i grandi della NBA.

Il 26 giugno 1996, a Rutherford, nel New Jersey, l’allora commissioner David Stern pronunciò il suo nome durante uno dei draft più ricchi di sempre: furono i Charlotte Hornets a sceglierlo con la tredicesima chiamata assoluta. Tuttavia, Bryant non mette nemmeno un piede in Carolina del Nord perchè gli stessi Hornets lo spediscono ai Los Angeles Lakers in cambio del centro Vlade Divac. Quello, alla fine dei conti, si è rivelato uno degli affari più sbilanciati della storia della lega, con la lunghissima storia d’amore tra il Black Mamba e i gialloviola che ebbe inizio.

Ecco il video di quella storica notte:

Il Mamba nella sua ultima sfida con i Jazz ha chiuso con 60 punti, lasciando a bocca aperti tutti: dal giorno del draft ad oggi, la carriera di Kobe Bryant si è portata avanti con prestazioni super, culminata con il Kobe Day.

Gli 81 punti di Bryant: una passeggiata sul viale della memoria

Durante la stagione 2005-2006, essere tifoso dei Los Angeles Lakers non era affatto facile.

Dal giorno della cessione di Shaquille O’Neal e della dipartita di Phil Jackson, i tifosi gialloviola avevano dovuto accettare uno scenario diverso rispetto a quello a cui erano abituati. Se, un tempo, erano stati personaggi del calibro di Robert Horry, Rick Fox e dello stesso Shaq a comporre il quintetto di partenza, i Lakers del 2006 si dovevano accontentare di un gruppo di giovani giocatori che definire “talenti”, per molti di essi, sarebbe stato un autentico eufemismo. C’era Sasha Vujacic, con i capelli corti ed ancora ben lontano dal diventare “The Machine”; Smush Parker, la cui imprevedibilità poteva lasciare di sasso gli avversari (ma spesso, purtroppo, anche i compagni); Kwame Brown, prima scelta assoluta al draft del 2001 ed oggi considerato uno dei più grandi flop nella storia della NBA; Chris Mihm, l’anonimo lungo del Wisconsin, i cui infortuni ne hanno dilaniato una carriera che, tutto sommato, avrebbe potuto essere dignitosa; Lamar Odom, al tempo limitato dall’inesperienza e dalla poca fiducia in sé stesso. Soprattutto, però, c’era il numero 8: Kobe Bean Bryant, il capitano indiscusso di quello strampalato vascello.

Nell’estate del 2004, quando la dirigenza di Los Angeles aveva dovuto scegliere intorno a quale stella ricostruire una squadra che, ormai, era stata spremuta fino all’osso, la preferenza era caduta proprio sul prodotto di Lower Merion, sancendo di fatto la fine dell’esperienza di O’Neal nella Città degli Angeli. I notissimi rapporti conflittuali tra Shaq e Kobe avevano saturato le pagine dei principali giornali statunitensi per troppo tempo, ormai, e la misura divenne colma dopo la pesante sconfitta per mano dei Detroit Pistons alle NBA Finals del 2004, quando i cattivi ragazzi di Larry Brown (Billups, Hamilton, Prince ed i due Wallace) si sbarazzarono dei lacustri in sole cinque partite.

Al termine dell’ultima partita della serie, nella sala conferenze del Palace, un O’Neal visibilmente irritato annunciò alla stampa: “quest’estate cambieranno molte cose”, lasciando intendere che il mondo non avrebbe più visto lui e Bryant indossare la stessa casacca.

Shaquille O'Neal e Kobe Bryant.
Shaquille O’Neal e Kobe Bryant.

Anche Phil Jackson, la cui bacheca poteva già vantare un numero di titoli impressionante, sentiva di aver perso le motivazioni per continuare, complice anche una filosofia societaria riluttante all’idea di assecondare le esigenti richieste dell’illustre coach newyorkese.

Davanti a questo quadro a dir poco desolante, Jerry Buss prese la strada del cosiddetto rebuilding process: rinnovò il contratto di Kobe Bryant, lasciò partire O’Neal e Phil Jackson, ed assunse Rudy Tomjanovich, due volte campione alla guida degli Houston Rockets, a metà anni ’90, nel periodo in cui Michael Jordan si era allontanato dalla pallacanestro per dilettarsi nel gioco del baseball.

I Lakers che, da quel momento in poi, si ritrovarono ad affrontare le altre franchigie della lega, sembravano un intimorito gruppo di dilettanti allo sbaraglio: chiusero la prima annata con un record di 34-48, non si qualificarono ai playoffs e persero per strada Tomjanovich, il quale fu sostituito nella seconda parte della campagna dal non certo migliore Frank Hamblen (10-29).

Ci volle un anno di strazio totale per convincere il patron Buss che, per tornare a competere e tenere a bada la difficile tifoseria losangelina, bisognava cominciare da un allenatore che conoscesse sia la materia che l’ambiente. Non potendosi permettere di ponderare ad oltranza, quindi, il colorito proprietario – con la determinante mediazione della figlia Jeanie – andò a ripescare Phil Jackson, il quale, nel frattempo, si era rintanato nel suo isolato ranch in Montana, in linea con i suoi ben noti principi zen, che prevedono ore di meditazione nella pace e nel silenzio più totali.

Il ritorno di Phil Jackson, a luglio 2005, fece intendere che Los Angeles avrebbe intrapreso un percorso particolare, forse privo di risultati immediatamente visibili, ma certamente promettente nel lungo termine. A parte Kobe Bryant, come illustrato all’inizio della narrazione, Jackson non poteva contare su molti altri elementi: sapeva di avere tra le mani qualche giocatore dall’elevato potenziale, ma il collettivo ai suoi ordini peccava ancora di estrema inconsistenza.

Phil Jackson.
Phil Jackson.

Domenica 22 gennaio 2006, i Los Angeles Lakers dovevano affrontare i Toronto Raptors, tra le mura casalinghe dello Staples Center.

Il record dei gialloviola, fino a quel momento, era di 22-19, un passo in avanti rispetto all’anno precedente, ma ancora troppo poco per poter parlare di crisi superata.

La partita, fin da subito, lasciò intendere che sarebbe stata un’altra serataccia per i padroni di casa: il gioco espresso era magro, macchinoso e poco incisivo, mentre gli ospiti riuscivano a passare con imbarazzante facilità tra le maglie della difesa (se vogliamo considerarla degna di questo nome) dei Lakers. Alla fine del primo tempo, il tabellone luminoso parlava chiaro: Toronto 63, Los Angeles 49.

L’unica nota positiva, che dava ancora senso alla permanenza del pubblico nel palazzetto, erano i 26 punti di Kobe, che aveva fallito qualche tiro ma che sembrava comunque avere la mano piuttosto calda.

Al ritorno dal riposo, però, il quadro divenne presto chiaro: tiro dopo tiro, il numero 8 fu in grado di annullare il margine di svantaggio dei suoi, portandoli addirittura sopra di 6 alla fine del terzo quarto, sul 91-85.

Il resto, come si sa, è storia: la partita si tramutò in un lungo red carpet per Bryant, al quale i compagni affidarono ogni pallone, senza più seguire alcuna logica strategia di gioco, al solo fine di lasciarlo tirare e permettergli di ingrassare il più possibile il suo ruolino personale. Il pubblico, dal canto suo, si comportò come se stesse assistendo ad un’esibizione di tiro al bersaglio: ad ogni ciuffo, che fosse un semplice appoggio a canestro o un’impossibile tripla dall’arco, lo Staples esplodeva in un assordante boato, rendendo l’aria – già carica di tensione – ancora più maestosa ed evocativa. Due liberi negli ultimi secondi di gioco portarono il figlio di Jellybean a quota 81, e le danze si chiusero sul 122-104. Quella sera, ogni singolo individuo che aveva assistito alla partita – dal pubblico agli addetti alle pulizie, fino ai fans che avevano l’avevano seguita in diretta nei quattro angoli del globo – tornò a casa con la luce negli occhi, ben consapevole di aver assistito alla stesura di uno dei capitoli più entusiasmanti dello sport del XX secolo.

Jalen Rose osserva Bryant levarsi al tiro.
Jalen Rose osserva Bryant levarsi al tiro.

Chi scrive, tuttavia, non vuole limitarsi a fare la cronaca di quello storico match di regular season. In questi anni, tantissimo è stato scritto ed innumerevoli retroscena sono già stati raccontati, motivo per cui sarebbe pretenzioso voler narrare i fatti di quella splendida serata senza suonare noioso. Molto più interessante, invece, sarebbe raccontare quanto il sottoscritto ricorda di quell’evento, invertire le lancette del tempo e tornare, almeno con la mente, a quel freddissimo gennaio di dieci anni fa, per poter riassaporare vividamente l’atmosfera che si respirava.

Nel 2006, avevo 14 anni. La NBA, allora, era profondamente diversa rispetto a come la conosciamo oggi: i San Antonio Spurs restavano l’avversario più temibile, ma gli eroi di quell’epoca rispondevano al nome di Tracy McGrady, Allen Iverson, Steve Nash e Baron Davis; Metta World Peace si chiamava ancora Ron Artest, la città di Seattle aveva ancora i suoi SuperSonics e Dwyane “Flash” Wade, poco più che ragazzino, stava per portare i Miami Heat sulla vetta del mondo.

Da giovane tifoso gialloviola, il mio idolo era ovviamente Kobe Bryant. All’epoca ventottenne, Kobe stava facendo registrare numeri da capogiro (avrebbe chiuso la stagione 2005-06 con 35.4 punti di media, il suo massimo in carriera), anche se sarebbero passati ancora due anni prima di vederlo alzare al cielo il trofeo di MVP.

All’epoca, frequentavo il primo anno di scuola superiore e, per motivi scolastici, non potevo permettermi di restare sveglio fino a notte fonda per seguire la mia squadra del cuore. Senza TV satellitare e con YouTube ancora allo stadio embrionale, poi, seguire le imprese di Bryant era assai complicato, motivo per cui i risultati delle partite riuscivo a saperli soltanto la mattina seguente, sul sito ufficiale della NBA.

Il 23 gennaio, ancora assonnato e un po’ disorientato dalla vista incerta del primo mattino, credetti per qualche minuto di trovarmi nel bel mezzo di un sogno: il box score di nba.com, nella tabella relativa alla partita contro Toronto della notte precedente, registrava 81 punti per Kobe. Pensai ad un errore. 81 punti erano troppi, forse anche per un maestro della palla a spicchi come il numero 8. Tuttavia, dovetti rapidamente ricredermi: la notizia era già in prima pagina su tutte le edizioni online dei principali quotidiani, sia esteri che nazionali; la NBA celebrava l’evento in tutta la sua unicità, ed il nome di Wilt Chamberlain (che di punti ne aveva fatti 100, quarant’anni prima) fu subito associato a quello del fuoriclasse di L.A. Mi ci volle poco tempo per rendermi conto che, più che di una semplice vittoria dei miei contro la modesta Toronto, si era trattato di un vero e proprio avvenimento storico: tutti i precedenti record – dai 69 punti di Michael Jordan ai 71 firmati Elgin Baylor – erano stati spazzati via dal mio eroe durante la notte, ora dietro soltanto al “grande” per eccellenza.

Bryant marcato stretto da Matt Bonner.
Bryant marcato stretto da Matt Bonner.

A scuola, quel lunedì, non riuscii a parlare d’altro: il basket d’oltreoceano non era ancora molto familiare al grande pubblico nostrano, ma il bisogno di esternare i miei sentimenti riguardo a quanto avevo appena saputo fu in grado di annullare ogni mio freno inibitorio, e quindi dilaniai i timpani dei miei compagni per tutta la mattinata, con frasi sconnesse tra loro, ripetitive, volte a sottolineare all’infinito il mio sbigottimento davanti a tale performance: “ma sapete quanti sono 81 punti?”, “no, ma avete presente Kobe Bryant?”, “ha vinto da solo contro tutti!”, “è stato qualcosa di storico per il basket mondiale!”, e tante altre non molto dissimili.

Tornato a casa, quel pomeriggio, fui abbastanza fortunato da trovare una replica della partita sul web, in inglese, con il commento di Marv Albert e Steve Kerr (sì, proprio lui). Al diavolo lo studio e la possibilità di uscire per qualche ora di svago: i miei occhi non potevano staccarsi dallo schermo del computer. Cliccato il tasto “play”, entrai con anima e corpo nella partita, vivendola con gli spasmi di qualcuno che sta seguendo una diretta. Sapevo già qual era il risultato finale e sapevo anche benissimo perché avevo tutta quella fretta di guardare quella gara, ma la mia testa mi costrinse a dimenticare tutto in favore delle emozioni.

La magia mi pervase. Vedere Jalen Rose affannarsi alla rincorsa di Bryant, mentre quest’ultimo penetrava e tirava con una facilità disarmante, fu spettacolare quanto divertente. Kobe aggrediva da ogni posizione e la palla sembrava quasi costringersi a finire nel cesto, come se schiantarsi contro il ferro ed uscire rappresentasse uno smacco imperdonabile.

In quel momento, mi resi conto che Kobe Bryant era il basket.

Quando uscì dal campo, tra gli applausi di tutti (compresa la panchina dei Raptors), lo vidi alzare il dito al cielo, e qualche lacrima mi tracciò il volto. Quell’immagine, ormai rappresentata in centinaia di forme e colori, è entrata di diritto nella cultura popolare sportiva, al pari del tiro di Michael Jordan contro gli Utah Jazz alle Finals del 1998 e dello scatto che mostra un furibondo Muhammad Alì inveire contro Sonny Liston, steso sul tappeto del ring di Lewiston a pancia in su, nel 1965.

Quando le immagini del video si fermarono, mi sentii semplicemente felice. Ricordare quei giorni, ora, fa un certo effetto, e la nostalgia – quando si presenta in tutta la sua solennità – ti piega in due con istantanee, parole e suoni che credevi di aver dimenticato, in maniera sottile, silenziosa, sussurrando quanto basta al tuo orecchio per farti sentire un nodo alla gola. Una sorta di trash talking.

Kobe segna gli ultimi punti della serata, dalla lunetta.
Kobe segna gli ultimi punti della serata, dalla lunetta.

E così, mentre mi ritrovo a scrivere queste righe, nel buio del mio studio, mi rendo conto di quanto, in fondo, il bellissimo episodio appena raccontato sia legato a doppio filo con lo sfrenato romanticismo che, dieci anni or sono, riesce ancora a farmi sorridere e commuovere. Ed è allora che capisco molte cose: capisco qual è il profumo della vittoria sofferta, che cos’è il basket, e perché lo sport appassiona miliardi di persone in tutto il mondo. Ognuno di noi porta gelosamente nel cuore una serie di storie, che rappresentano tappe importanti per la nostra vita. Ebbene: per me, quegli 81 punti sono stati e resteranno speciali, perché è soprattutto grazie ad essi che ho capito, nella mia innocenza di giovane adolescente, quanto in là si può spingere l’epica, capace di travolgere con la sua maestosità tutto ciò che incontra sul suo cammino, instillando passione e gioia nelle sue “vittime”.

Sono passati molti anni, è vero, ma che importa? Oggi come allora, i sentimenti restano, ed il tempo non ne sbiadirà il calore con la sua tirannia. Bryant è ormai un giocatore sulla via del tramonto, pochi mesi lo separano dal ritiro, ma la storia che ha scritto di suo pugno vivrà in eterno, e questa è una bella consolazione. Il futuro chiama, e di certo non lo faremo aspettare. Chi come me, però, ha avuto la fortuna di testimoniare con i propri occhi quanto Kobe fece quel 22 gennaio 2006, non potrà che dare un’occhiata indietro, almeno di tanto in tanto, per riprovare brividi unici, irripetibili. Per le generazioni che verranno, invece, be’… che cosa vi siete persi, ragazzi.

NBA Throwback Time: Hakeem Olajuwon e la partita da sogno, con tanto di quadrupla doppia (VIDEO)

Hakeem Olajuwon

E pensare che quando giunse negli Stati Uniti per frequentare l‘Università di Houston, ad attenderlo all’aeroporto non trovò nessuno, tanto che dovette chiamare un taxi per recarsi al college. Forse la fiducia e le aspettative nei suoi confronti non erano altissime ma dopo un bel po’ di anni gli scettici si sono dovuti ricredere, eccome. Due titoli NBA portati a casa con gli Houston Rockets, 1 MVP della regular season, 2 MVP delle Finals, due titoli come miglior difensore dell’anno, due volte miglior rimbalzista e tre come miglior stoppatore della lega: il sogno di Hakeem ‘The Dream’ Olajuwon si è realizzato, ossia dominare nel campionato di basket più famoso del mondo ed entrare nell’Olimpo di questo sport.

Il nativo di Lagos, durante la sua carriera, si è consacrato come uno dei migliori centri di ogni epoca, dimostrandosi un vero e proprio maestro nei fondamentali e dettando legge nel pitturato sia in attacco che in difesa. Celebre è la sua giocata in post, quel Dream Shake con cui ha castigato avversari di grosso calibro e strappato applausi a milioni di spettatori. Insomma, Olajuwon è stato un giocatore completo sotto ogni aspetto del gioco, basta ricordare una partita in particolare dove ha mostrato tutto quello di cui era capace.

29 marzo 1990: i Rockets sfidano i Milwaukee Bucks e The Dream elargisce una vera e propria lezione  mettendo a referto una leggendaria quadrupla doppia da 18 punti, 16 rimbalzi, 10 assist e 11 stoppate. Il classe 1963 entrò così in una strettissima elite composta da solo quattro giocatori.

 

https://www.youtube.com/watch?v=ZlRAY5n9K3Q

NBA Throwback Time: quei 35 secondi di talento puro e follia firmati Tracy McGrady! (VIDEO)

Do you believe in miracles?

Sono passati ormai 11 anni da quel 9 dicembre 2004, quando Houston Rockets e San Antonio Spurs stavano giocando una semplice gara di regular season al Toyota Center. Semplice, ma solo all’apparenza. Già, perchè la banda guidata da Gregg Popovich sembra avviarsi alla vittoria quando mancano poco meno di 40 secondi (il punteggio è di 76-71): peccato quel piccolo lasso di tempo sia abbastanza sufficiente ai padroni di casa (anzi, al PADRONE di casa) per ribaltare praticamente la partita.

Un ragazzone di nome Tracy McGrady decide quindi di salire in cattedra e scrivere un pezzo di storia della lega con una delle migliori prestazioni individuali di sempre. Già, ‘The Big Sleep’ unisce talento e follia e riesce a mettere a referto 4 triple di fila (compreso un tiro libero supplementare) per un totale di 13 punti, facendo esplodere d‘incredula gioia i tifosi di casa e lasciando attoniti e sorpresi gli speroni, battuti alla fine con un il risultato di 81-80. McGrady, giocatore dal talento potenzialmente illimitato ma dotato allo stesso tempo fisico fragile (che lo ha condizionato per tutta la carriera, insieme ad una dote di carisma non proprio eccezionale), toccò quello che probabilmente è il picco più alto della sua carriera, facendo innamorare molti appassionati di basket alle sue gesta. Se Andy Warhol sosteneva che tutti avranno prima o poi i loro 15 minuti di celebrità, al buon T-Mac bastarono circa 35 secondi per strappare applausi ed entrare, in un certo senso, nell’Olimpo del basket.

NBA Throwback Time: quando Dikembe Mutombo gridò per 31 volte “NOT IN MY HOUSE!” (VIDEO)

Dikembe_Mutombo_ ex Houston Rockets

Per tutto l’arco della sua carriera ha respinto gli attacchi avversari al celeberrimo grido di “Not in my house!”, rifilando stoppate a destra e manca che col tempo sono diventate il suo inconfondibile marchio di fabbrica: eh si, Dikembe Mutombo è sicuramente stato uno dei giocatori difensivi più bravi di sempre.

Di ruolo centro, il nativo di Kinshasa è stato per tutti un ostacolo difficile da sormontare per arrivare a canestro, coi suoi 218 cm di altezza che ne hanno agevolato il lavoro di rim protector: in tal senso vanta ben quattro titoli di miglior difensore dell’anno e soprattutto il secondo posto nella classifica all time delle stoppate messe a segno ( circa 3.289) dietro al solo Hakeem Olajuwon. Nella lega ha militato per 18 anni, spesi con Denver Nuggets, Atlanta Hawks, Philadelphia Sixers, New Jersey Nets, New York Knicks e Houston Rockets. E proprio una delle sue ex squadre, gli Hawks, lo omaggeranno ritirando la storica casacca numero 55 in occasione dell’intervallo della gara contro i Boston Celtics. Alla cerimonia (come riportato dall’ ‘Atlanta Journal-Constitution’) presenzieranno il commissioner Adam Silver, il sindaco di Atlanta Kasim Reed, l’owner della franchigia Tony Ressler e il vecchio compagno di team Steve Smith.

Tra le imprese di Mutombo la più memorabile rimane quella che lo ha visto protagonista ai playoff 1994, dove i suoi Nuggets (che si erano classificati ottavi nella Western Conference)  affrontarono i Seattle Supersonics (primi in regular season). Nella serie terminata 3-2 per Denver il classe 1966 riuscì a stoppare per ben 31 volte gli avversari in 5 partite, regalando ai suoi uno degli upset più clamorosi della storia della NBA. Dopo la battaglia Mutombo si accasciò a terra piangendo, regalando uno dei momenti più emozionanti mai visti in postseason. 

NBA Throwback Time: Curry, sprazzi di talento nel suo debutto assoluto nella lega! (VIDEO)

evidenza

Prima degli elogi a non finire e della fama (oltre che alla gloria conquistata con il titolo MVP e l‘Anello nella scorsa annata) le aspettative sul suo conto erano tutt’altro che positive. Molti dubbi erano legati al suo fisico esile, non adatto secondo alcuni critici per farsi valere sui duri parquet della NBA: ma si sa, gli scettici spesso vengono smentiti con i fatti, cosa che alla fine Stephen Curry è riuscito a fare. Il play dei Golden State Warriors si è ormai imposto, a suon di triple, come una delle stelle dell’intera lega in un crescendo che ha avuto il suo culmine nelle Finals 2015 vinte contro i Cleveland Cavaliers.Il nativo di Akron, per arrivare a questi livelli, si è dato da fare, lavorando sui fondamentali e sfruttando anche il sistema di gioco imposto da coach Steve Kerr. Guardando indietro nel tempo, si può dire che di strada ne ha fatta tanta.

28 ottobre 2009. I Warriors iniziano la stagione tra le mura amiche, affrontando gli Houston Rockets. Curry, scelto con la settima chiamata del draft, viene subito schierato in quintetto. Il debutto non è affatto negativo, anche se arriva la sconfitta per 107-108: il prodotto del Davidson College mette a referto 14 punti, 7 assist, 4 palle rubate e 2 palle perse in 36 minuti di gioco.

 

Sprazzi di talento in una lontana notte di sei anni fa. Ci è voluto un bel po’ per arrivare al top, ma alla fine i diffidenti sono stati zittiti e risultati sono arrivati. Curry continuerà imperterrito a macinare record e a riportare i suoi in trionfo?

Per NBA Passion,

Olivio Daniele Maggio ( @daniele_maggio on Twitter)

NBA Throwback Time: l’opening night dell’84 segna l’esordio di MJ nella NBA! (VIDEO)

Il 27 ottobre 2015 riprenderanno finalmente le ostilità: Chicago Bulls e Cleveland Cavaliers si sfideranno allo United Center nel match dell’opening night della stagione NBA 2015-16.  Si sa, ogni volta che ci si trova ai nastri di partenza ci sono sempre un sacco di aspettative e la speranza che sul parquet si possa assistere ad un grande spettacolo, dalla prima palla a due fino ad arrivare alle trepidanti Finals. E chissà cosa pensarono i tifosi che, il 26 ottobre 1984, assistettero alla gara tra i Bulls e gli allora Washington Bullets: uno scontro che non può essere relegato ad una semplice gara d’apertura, perchè quella sera esordì un giocatore che avrebbe riscritto la storia del basket.

Dopo esser stato scelto al draft con la terza chiamata assoluta, un certo Michael Jordan calcò per la prima volta il palcoscenico della lega statunitense, mettendo a referto 16 punti, 6 rimbalzi e 7 assist (vittoria per 109-93 del team della Windy City). Una prova solida, di carattere, che segnò l’inizio del cammino trionfante di quello che è considerato il miglior cestista di tutti i tempi: dopo esser stato eletto Rookie of the Year, MJ aiuterà in seguito la squadra a conquistare a conquistare 6 titoli (in due storici three-peat) e si aggiudicherà in carriera 5 MVP e 6 premi come miglior giocatore delle finali.

 

Per NBA Passion,

Olivio Daniele Maggio (@daniele_maggio on Twitter)

 

 

NBA Throwback Time: il ‘principe’ Sabonis dispensa una lezione di basket contro i Suns! (VIDEO)

La maggior parte dei critici e degli addetti ai lavori lo definiscono il miglior centro europeo di ogni epoca. E forse, analizzando quello che ha fatto vedere in campo, difficile dire il contrario. Un fisico erculeo (220 cm per 130 kg),  una visione di gioco degna di un ottimo playmaker e una tecnica e dei fondamentali ‘principeschi‘: questo concentrato esplosivo ha il nome di Arvydas Sabonis, leggenda lituana che ha dominato nel Vecchio Continente e mostrato successivamente la sua classe anche in NBA.

Sabonis sbarca oltreoceano solo nel 1995, a causa della precedente situazione politica tra gli USA e l’allora Unione Sovietica. Veste per 7 stagioni la casacca dei Portland Trail Blazers racimolando una media totale di 12 punti, 7.3 rimbalzi e 2.1 assist in 470 partite giocate. Nella stagione 1997/98 calca il parquet 73 volte (partendo sempre titolare): in un match contro i Phoenix Suns dà una vera e propria lezione di basket sfiorando la tripla doppia da 31 punti, 10 rimbalzi e 7 assist. Nonostante una prestazione enciclopedica, il principe del Baltico non riesce a regalare la vittoria ai suoi, sconfitti per 140-139 all’overtime.

Per NBA Passion,

Olivio Daniele Maggio (@daniele_maggio on Twitter)

NBA Throwback Time: Robert Horry, buzzer beater d’antologia contro i Kings! (VIDEO)

Si sa, per giocare in NBA bisogna avere anche nervi saldi e una buona dose di freddezza, soprattutto quando si calca il duro e impegnativo palcoscenico dei playoff. Nervi saldi e freddezza, già: due qualità che Robert Horry aveva nel sangue. Il nativo di Andalusia (Alabama), durante la sua carriera, è stato nominato ‘Big Shot Rob’ per la sua capacità nel mettere a segno canestri decisivi allo scadere, meglio conosciuti come buzzer beater. Non a caso la sua innata dote gli ha permesso di infilare alle dita ben sette anelli con le casacche di Houston Rockets (2), Los Angeles Lakers (3) e San Antonio Spurs (2).

Durante la militanza nella compagine californiana ha regalato l’opera più bella lasciata ai posteri.                                                                            Western Conference Finals 2002, gara 4, Staples Center. I Lakers sono sotto per 2-1 nella serie contro i Sacramento Kings, che conducono il match per 99-97. Mancano pochi secondi alla fine. Kobe Bryant decide di penetrare in area: il pallone balla sul ferro, Shaquille O’Neal sbaglia il layup successivo e Vlade Divac spazza la palla fuori dall’area. Ma nella mani sbagliate. Horry si fa trovare al posto giusto al momento giusto infilando la tripla della vittoria che consente ai gialloviola di pareggiare e poi ribaltare la serie e  di volare alle Finals, conquistando il terzo titolo consecutivo ai danni degli allora New Jersey Nets (serie finita 4-0).

Per NBA Passion,

Olivio Daniele Maggio (@daniele_maggio on Twitter)

NBA Throwback Time: Moses Malone, il dominio nel pitturato di una leggenda underrated (VIDEO)

Se ne è andato a 60 anni, probabilmente troppo presto, ma le sue prodezze e la sua carriera rimarranno impresse per sempre nell’album dei ricordi della NBA: Moses Malone è stato senza dubbio uno dei migliori giocatori della storia della pallacanestro.

Centro di 208 centimetri, Big Mo combinava la sua maestria accademica nei fondamentali del gioco ad una straordinaria attitudine da rimbalzista: per ben sei volte ha dominato la graduatoria, arrivando ad essere (tutt’ora) il primo rimbalzista offensivo di tutti i tempi. Ma non solo. Malone è l’ottavo realizzatore della storia della lega, ha vinto tre volte il titolo di MVP, è stato convocato undici volte all’All Star Game ed è stato inserito tra i cinquanta migliori giocatori del cinquantennio NBA. Insomma, un percorso sportivo fantastico, da vera leggenda, che lo ha visto mettere l’anello al dito nel 1983, quando militava nei Philadelphia Sixers insieme a Julius ‘Doctor J’ Erving.

Tuttavia, rispetto ad altri grandissimi di questo sport, spesso è stato ‘trascurato‘. Urge dunque ricordarsi di come dominava nel pitturato, sia nella metà campo offensiva che in quella difensiva: in gara 5 delle Eastern Conference Finals contro i Milwaukee Bucks, Malone sfornò una prestazione maiuscola mettendo a referto 28 punti, 17 rimbalzi e 4 stoppate. I Sixers ebbero la meglio per 115-113, andando poi a trionfare alle Finals contro i Los Angeles Lakers, conquistando il titolo con un secco 4-0 nella serie.

Per NBA Passion,

Olivio Daniele Maggio (@daniele_maggio on Twitter)