Warriors-Rockets, l’eleganza di Durant sul disordine di Houston

I primi due match di Warriors-Rockets andati in scena alla Oracle Arena di Oakland hanno sentenziato un 2-0 in favore degli uomini di coach Kerr. Due gare parallele, con esiti uguali ma copioni diversi. Due partite in cui ci aspettava qualcosa di più dagli Houston Rockets (soprattutto in termini di gioco), che non hanno approfittato delle poche lacune messe in evidenza da Curry & company.

Per i Golden State il protagonista assoluto è stato senza ombra di dubbio Kevin Durant, forte di un mirabile periodo di forma. Non solo il miglior scorer (64 punti tra gara 1 e gara 2), ma anche trascinatore emotivo degli uomini della Baia che, nei momenti di difficoltà delle altre due stelle, hanno trovato nel #35 uno scoglio fidato a cui affidare il pallone scottante. Proprio in questo aspetto è stato James Harden a deludere nelle file dei Rockets. Un Barba da pessime percentuali (45.7 di eFG%) e da eccessivi isolamenti indotti ha manomesso le poche possibilità di vittoria dei biancorossi.

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Harden dopo il colpo subito in gara 2 di Warriors-Rockets

Tiri forzati e senza ritmo, giro palla inesistente ed erronee letture di gioco da un lato. Circolazione di palla, ribaltamenti armonici, tagli in back-door, isolamenti brillanti dall’altro. In gara 1 e 2 di Warriors-Rockets ha trionfato la pallacanestro sagace su quella devota ai numeri. Analizziamole in dettaglio.

WARRIORS-ROCKETS: FISCHIETTI PROTAGONISTI IN GARA 1

Il primo match giocatosi alla Oracle Arena ha visto le polemiche in primo piano. Parecchie chiamate arbitrali sono state contestate da entrambi i team, sia durante che alla fine del match. Aldilà delle diatribe arbitrali, gara 1 si è rivelata intensa quanto piena di errori sia da un lato che dall’altro. Houston ha faticato a trovare conclusioni pulite, essendosi affidata ad isolamenti irresoluti di Harden, Paul e Gordon. La fluidità di gioco è stata quasi inesistente e dunque le percentuali al tiro ne hanno risentito in negativo. Il pezzo forte del gioco di D’Antoni, ovvero il pick & n’roll tra guardia e centro, è stato sfruttato in maniera inopportuna dagli interpreti. Ciò ha portato pochi punti nel pitturato (6% in meno rispetto al primo turno) e tiri da fuori dall’arco senza ritmo.

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Tucker su Durant: una delle sfide più avvincenti della serie Warriors-Rockets

Golden State ha cercato di far circolare il pallone quanto più possibile per trovare più conclusioni semplici possibili. Ciò ha favorito gli incursori dei tagli senza palla quali Looney, Green e Iguodala e messo in difficoltà a tratti la difesa di Houston. La filosofia di coach Kerr ha tuttavia portato a molti extra-pass da arma a doppio taglio: canestri smarcati si alternavano a palle perse (20 turnover per i “guerrieri” sono tanti). Gli Splash Brothers non erano nella loro miglior serata (5/15 da 3 punti), mentre Durant ha giocato da vero e proprio leader offensivo con canestri da urlo anche quando messo in difficoltà da un egregio difensore quale PJ Tucker.

La palla pesa? Nessun problema, ci pensa KD

Alla fine i Warriors hanno avuto la meglio per 104 a 100. Il risultato è stato in bilico per tutto l’arco dell’incontro e gli ultimi possessi (in particolare il canestro di Curry a 25 secondi dalla sirena finale) hanno regalato agli Warriors il primo match. Tutto il quintetto di Golden State ha raggiunto la doppia cifra, mentre dall’altra parte un’ottima prestazione offensiva di Gordon ha tenuto costantemente a galla i Rockets che hanno difeso con una non indifferente perspicacia (da sottolineare a riguardo il sostanziale apporto di Nené). L’unica aspettativa rispettata di gara 1 è stata proprio quella del risultato in bilico: un pallone che entra e un altro che esce avrebbero potuto stabilire il vincente e proprio così è stato.

Gli attimi finali di gara 1 di Warriors-Rockets

WARRIORS-ROCKETS: D’ANTONI RIMESCOLA IN GARA 2, MA LA MUSICA RIMANE LA STESSA

Le mosse adottate da coach D’Antoni in gara 1 avevano sorpreso molti addetti ai lavori. Nenè aveva fatto rifiatare un deludente Capela più volte e Faried era stato fatto sedere per l’intero arco del match. Ma quella tra il coach italo-americano e Steve Kerr è una continua partita di scacchi ed è così che il primo decide di stravolgere le rotazioni. Rivers torna da un virus intestinale e diventa il sesto uomo a scapito di Danuel House. Il centro svizzero stavolta risulta più decisivo da rollante e colleziona qualche rimbalzo offensivo in più (0 in gara 1, 4 in gara 2) e convince D’Antoni a tenerlo in campo per buona parte del match. Le percentuali dei Rockets migliorano (+7% di eFG%) grazie soprattutto all’esplosività di Austin Rivers che con le sue incursioni in area riesce a liberare molti più spazi per i tiratori.

Warriors-Rockets
Austin Rivers rientra in gara 2

Ma dall’altra parte c’è un uomo in missione: Kevin Durant. L’ex OKC è un osso duro per la difesa dei Rockets. Kerr studia schemi a tavolino per la sua stella al fine di posizionargli di fronte un qualsiasi difensore, purché non sia l’accorto PJ Tucker. Ed è così che il #35 può sfruttare appieno le sue abilità offensive per tirare in faccia al suo diretto marcatore e trovare così due o tre punti “facili”. Anche questa volta gli Warriors hanno dimostrato di essere più squadra rispetto ai Rockets: un giro palla continuo per trovare il tiratore smarcato avrebbero aumentato le percentuali e portato in fiducia tutti i giocatori di Oakland. E così è stato. Gara 2 si è così conclusa 115-109 in favore degli uomini di coach Kerr e questa volta ogni giocatore del quintetto ha superato i 15 punti a testa.

 Spaziature e gestione ordinata degli Warriors

E’ stata questa la chiave per GS in queste prime due gare: tutti i giocatori in campo hanno la possibilità di poter cambiare la partita. Chiunque decida di prendersi i tiri decisivi deve e può sentirsi in fiducia. Chiaramente, ciò risulta molto più semplice quando ogni giocatore del tuo quintetto è un all star che sa bene come trasformare un possesso in due o tre punti. Tuttavia, la stella in questione deve essere altruista e saper mettere ognuno in ritmo: un problema che aveva avuto Lebron James e che adesso sta colpendo il Barba. Una patologia che invece non colpisce quasi mai i Golden State Warriors

COSA ASPETTARCI?

Il prossimo match tra Warriors e Rockets sarà sicuramente decisivo per gli esiti della serie. James Harden e compagni faranno di tutto per portare a casa gara 3, altrimenti il loro destino sarà fortemente precluso. Per far ciò, sarà proprio il Barba a dover portarsi sulle spalle i suoi. Non cercando isolamenti continui, forzando incessantemente step-back da fuori dall’arco, sperando che il fattore casa possa farli entrare dentro. Sono le letture sui pick & n’roll giocati con Capela che possono svoltare la serie a favore di Houston. Ma anche gli aiuti del difensore sul lato debole per compensare i miss-match in cui si ritrova Curry lasciano bagliori di speranza per Houston. Situazioni che D’Antoni dovrà spiegare e rispiegare ai suoi affinché possano sfruttare il vantaggio di pochi secondi che si ritrovano per buona parte delle azioni offensive.

Warriors-Rockets
Curry e Paul: due tra i play più forti della Lega

Occorre un giro palla maggiormente folto per riuscire a trovare tiri da tre punti in ritmo e così cercare di aumentare le percentuali. Fattore rilevante in questo contesto è certamente CP3 che dovrà aumentare il ritmo per ogni possesso affinché ognuno entri in fiducia. Al contempo gli Warriors proveranno in tutti modi a vincere una delle due partite al Toyota Center. Nel caso in cui vi riuscissero, sarebbe tutto molto più facile per gli uomini di Kerr per la qualificazione alla finale di Conference. Le pessime percentuali al tiro degli Splash Brothers fanno quasi ben sperare gli Warriors: i due difficilmente possono fare peggio e nonostante ciò i guerrieri continuano a vincere. Chissà se vi riusciranno un’altra volta. Lo scopriremo la notte tra sabato e domenica alle 2:30, in Texas.

NBA playoff power ranking: Golden State sul trono, è bagarre ad Est

schedule finali nba

I playoff NBA sono ormai alle porte e si preannunciano più spettacolari che mai, pur dovendo fare a meno di LeBron James, assente dopo 13 stagioni. La fine della regular season ha sancito le 16 squadre che si giocheranno il titolo, 8 per la Western Conference e altrettante per la Eastern Conference.
Immancabile il Power Ranking per analizzare tutte le franchigie che proveranno a darsi battaglia per arrivare alle Finals e conquistare il Larry O’Brien Trophy.

NBA PLAYOFF POWER RANKING: LA GRADUATORIA

#16 Orlando Magic

Steve Clifford.

Sette anni sono bastati per interrompere il digiuno playoff dei Magic. Alla sua prima stagione in Florida, coach Steve Clifford è riuscito nell’impresa di ricondurre Orlando nella postseason, spuntandola su Heat e Hornets in un’entusiasmante lotta nella Eastern Conference. Grande merito della qualificazione a Nikola Vucevic. Il centro montenegrino è reduce da un’annata fantastica, conclusa con una doppia doppia di media, e che gli è valsa anche la prima convocazione in carriera all’All Star Game.

Abbastanza incostante e meno brillante del solito invece Aaron Gordon, secondo miglior realizzatore stagionale seguito dagli ottimi Evan Fournier, Terrence Ross e D.J. Augustin. Una frattura alla tibia ha messo fine anzitempo alla regular season del rookie Mo Bamba, per il quale i Magic non hanno divulgato nessuna informazione riguardo il suo rientro in campo. L’euforia dell’accesso alla postseason potrebbe risultare il principale fattore a vantaggio di Orlando, che parte sulla carta come una delle squadre meno attrezzate per mettere in difficoltà le contender.

#15 Detroit Pistons

Blake Griffin.

Non tutte le squadre qualificate ai playoff possono vantare la presenza nel proprio roster di due all star, possibilità di cui i Pistons possono invece godere, grazie alla coppia Andre Drummond-Blake Griffin. I due hanno vissuto prestazioni altalenanti nel corso della stagione, ma comunque di alto livello. Il vero problema dei Pistons in ottica playoff è però rappresentato dal cast di supporto ai due lunghi.

Fatta eccezione per alcuni eccellenti tiratori come Reggie Jackson, Luke Kennard e Wayne Elligton, pochi altri elementi di valore sono a disposizione di Dwane Casey, che con la sua esperienza potrebbe tuttavia rappresentare l’arma in più di Detroit. Chance importanti per veterani come José Calderon e Zaza Pachulia; e per i giovani Thon Maker e Sviatoslav Mykhailiuk, entrambi arrivati via trade a febbraio.

#14 Brooklyn Nets

Borsino playoff.
D’Angelo Russell.

Mentre tutti gli occhi a New York sono puntati sui Knicks e sulle possibili mosse estive, Brooklyn si è resa protagonista di una stagione indimenticabile. Il lungo processo di rebuilding ha iniziato finalmente ha portare i risultati sperati dalla dirigenza. L’investimento D’Angelo Russell si è rivelato più che mai azzeccato, con l’ex Lakers capace addirittura di diventare all-star per la prima volta in carriera.

Difficile capire quanta strada potrà fare la squadra di coach Kenny Atkinson, guidata da giovani con esperienza nei playoff pari a 0. I talentuosi Spencer Dinwiddie, Joe Harris e Jarrett Allen sono però  pronti a supportare Russell al meglio delle proprie possibilità. C’è ancora tanta voglia di stupire.

#13 Los Angeles Clippers

Danilo Gallinari.

La trade che ha coinvolto Tobias Harris poco prima dello scadere della trade deadline, sembrava voler significare che i Clippers erano intenzionati ad alzare bandiera bianca nella corsa playoff, da cui sono invece usciti trionfatori. Doc Rivers è riuscito a tirare fuori il meglio da una franchigia il cui obbiettivo principale era trascorrere una stagione nella norma in attesa dei possibili fuochi d’artificio che si accenderanno durante la free agency.

Un fantastico Danilo Gallinari è più che mai pronto a fare il proprio ritorno nella postseason, dopo un’avvicinamento in cui si è dimostrato leader indiscusso del quintetto titolare, mettendo a referto circa 20 punti di media a partita. L’impegno contro i Golden State Warriors nel primo turno è sulla carta proibitivo. A rendere ancora più pericolosa LA in vista dei playoff è però la grande profondità del proprio roster, che può contare su un mix di giovani (Shai Gilgeous-Alexander, Ivica Zubac, Landry Shamet), e veterani pronti a rendersi pericolosi subentrando dalla panchina, guidati da Lou Williams e Montrezl Harrell.

#12 Indiana Pacers

Bojan Bogdanovic in azione contro Jayson Tatum.

Il grave infortunio di Victor Oladipo sembrava aver seriamente compromesso la stagione di Indiana, che è invece riuscita a rimanere a galla nella Eastern Conference. Gli avversari nei playoff sono agguerritissimi, e l’assenza di una star di livello a cui poter affidare le giocate-chiave dei match rischia di risultare determinante nel percorso che conduce verso il titolo NBA. Affrontare Boston al primo turno inoltre non è di certo il migliore dei modi per fare più strada possibile nel percorso che conduce alle Finals.

Le ottime cose viste fino ad ora infondono comunque speranza nei tifosi di Indiana, consapevoli della presenza in squadra di giocatori decisivi ma spesso sottovalutati come Bojan Bogdanovic e Domantas Sabonis. Ci si aspetta come sempre qualcosa in più da Myles Turner, mentre può essere data grande fiducia all’assortito gruppo di uomini di esperienza, di cui fanno parte Wesley Matthews, Thaddeus Young, Darren Collison e Tyreke Evans.

#11 San Antonio Spurs

Gli eterni Spurs sono pronto a dare battaglia ai playoff per il 22° anno consecutivo. La trade che ha spedito Kawhi Leonard ai Toronto Raptors sembrava il punto di partenza di una possibile ricostruzione, che invece continua a non verificarsi. La squadra di Gregg Popovich non parte certo con i favori del pronostico, soprattutto nel selvaggio West, ma non si è abituati a vederli perdere.

DeMar DeRozan ha continuato a mettersi in mostra come trascinatore assoluto, così come fatto in passato con i Raptors. Grande stagione anche da parte dell’altro all star della squadra texana, LaMarcus Aldridge. I due hanno le potenzialità per provocare seri danni a diverse contender, supportati da un eccellente gruppo di giovani e soprattutto di veterani, fra cui Rudy Gay e gli inossidabili Patty Mills e Marco Belinelli. Un roster composto in gran parte da uomini di esperienza che potranno dare una grande mano durante la postseason. Attenzione al tiro da tre, grazie alla presenza di numerosi giocatori dalle alte percentuali da dietro l’arco (Dante Cunningham, Davis Bertans, Rudy Gay, Bryn Forbes, Patty Mills e Marco Belinelli), elemento di cui invece continua a scarseggiare DeRozan.

#10 Utah Jazz

Donovan Mitchell.

Pur essendo sempre ai vertici della lega durante la regular season, ci si aspetta un ulteriore miglioramento da parte della franchigia dello Utah in ottica postseason. Anche in questa stagione gli Jazz sono reduci da un eccellente piazzamento in classifica nella Western Conference e sono chiamati a rispondere presente nei playoff, in cui lo scorso anno sono riusciti a rendersi protagonisti di un’ottima prestazione, battendo Oklahoma nel primo turno.

Avere in squadra due giocatori dal calibro di Rudy Gobert e Donovan Mitchell non è certamente un fattore di poca importanza, a cui vanno aggiunti altri elementi di grande valore. Tra questi vi sono Darrick Favors, Joe Ingles, e i due esperti Ricky Rubio e Kyle Korver. Nonostante Utah non sia di certo la squadra più talentuosa della lega, Quin Snyder guida un sistema che si è ormai consolidato ed è rimasto di fatto inalterato rispetto al 2017/2018, in attesa di alzare l’asticella dell’obbiettivo già a partire da questa stagione.

#9 Denver Nuggets

Jamal Murray e Nikola Jokic.

Ad inizio stagione probabilmente nessuno avrebbe pensato ad un tale piazzamento dei Nuggets, capaci di dare battaglia ai Warriors per la vetta della Western Conference. Denver ha a che fare con una situazione intrigante e che presenta molte analogie con quella dei Milwaukee Bucks, ovvero un eccezionale miglioramento rispetto al passato, guidati da una star di alto livello (Nikola Jokic), e da un buon roster costituito da elementi di spessore (Jamal Murray, Paul Millsap, Will Barton,  Gary Harris).

C’è grande curiosità per capire se tutto quel che di buono si è visto da ottobre ad oggi permetterà alla franchigia del Colorado di consacrarsi definitivamente ai vertici della lega. A prescindere da come andrà nella postseason però, grande merito a coach Mike Malone, che ha dato vita ad una delle più grandi sorprese della regular season. L’inesperienza dei componenti del roster di Denver tuttavia, non gioverà affatto nel corso delle prossime settimane, e rischia di rivelarsi il principale avversario dei Nuggets stessi.

#8 Portland Trail Blazers

Damian Lillard e C.J. McCollum.

L’incognita di ogni postseason. Portland è da sempre una delle squadre più sottovalutate della lega ma che riesce, nel silenzio, a concludere ogni regular season nelle prime posizioni ad Ovest, così come dimostrato dal terzo posto appena ottenuto. Nel passato i playoff si sono però dimostrati un tabù, compresi quelli dello scorso anno in cui è arrivata l’eliminazione al primo turno contro i New Orleans Pelicans.

Guidati da uno dei migliori playmaker in circolazione, Damian Lillard, i Blazers hanno tutte le carte in regole per far male a chiunque intralci il loro cammino. Purtroppo per i fan della franchigia dell’Oregon, gli infortuni di C.J. McCollum e Jusuf Nurkic rischiano di compromettere anche i prossimi match. Meno grave del previsto il problema di McCollum, già rientrato sul parquet ma senza certezze riguardanti la sua forma fisica. Molto più complicata la situazione del centro bosniaco. Un terribile infortunio alla gamba ha tenuto con il fiato sospeso gli appassionati del mondo della palla a spicchi, e lo costringerà a rimanere fuori dal terreno di gioco sino alla fine del 2018/2019. Ci si aspetta dunque molto da Enes Kanter, che si è rivelato l’acquisto ideale della dirigenza di Portland, permettendo di avere un sostituto di livello allo sfortunato Nurkic.

Punto di domanda anche sulla panchina, che potrebbe rivelarsi decisiva, nel bene o nel male.

#7 Oklahoma City Thunder

Una grande stagione chiusa nel peggiore dei modi. I Thunder fino a dicembre potevano essere visti come i principali candidati ad insidiare Golden State per ottenere lo scettro della Western Conference. La pazzesca annata di Paul George non si è però rivelata sufficiente, almeno ad oggi. Il pessimo ed inspiegabile finale di stagione ha generato più di qualche perplessità fra gli addetti ai lavori.

L’uomo dei record Russell Westbrook potrebbe rivelarsi l’arma decisiva a vantaggio di OKC, andando a formare una fantastica coppia di all star con PG 13. Il ruolo in uscita dalla panchina di Dennis Schroder risulterà di primaria importanza, così come il lavoro svolto da altri uomini chiave del sistema di Donovan, quali Steven Adams, Jerami Grant e l’ultimo arrivato Markieff Morris. Occhi puntati anche su Terrence Ferguson, che potrebbe essere determinante. Una cosa è certa, nonostante un finale in affanno, guai a sottovalutare Oklahoma dopo averne intraviste le potenzialità nel corso della regular season, ovvero una squadra in grado di conciliare nel migliore dei modi la fase difensiva e quella offensiva.

#6 Philadelphia 76ers

Philadelphia Sixers
Joel Embiid e Ben Simmons.

La dirigenza 76ers sembra aver ormai accelerato il Processo di ricostruzione, dopo la scelta dei migliori free agent della scorsa estate di non trasferirsi in Pennsylvania. La volontà di Philadelphia è quindi chiara: vincere il prima possibile. È questa la spiegazione dietro le trade effettuate per affiancare Tobias Harris e Jimmy Butler alle due giovani star Joel Embiid e Ben Simmons.

Nonostante un quintetto di partenza favoloso, di cui fa parte anche un esperto tiratore come J.J. Redick; apparentemente manca ancora qualcosa per fare il definitivo passo in avanti. I due grandi scambi fatti durante la stagione hanno inoltre tolto abbastanza profondità all’organico a disposizione di coach Brown, che comunque può contare su ottimi giocatori anche dalla panchina (McConnell, Scott, Ennis, Bolden). Potrebbe rivelarsi importante anche l’esperienza della scorsa stagione, in cui Philadelphia fu eliminata al secondo turno per mano dei Boston Celtics.

#5 Boston Celtics

Pronostici NBA 18-19-Boston Celtics 2018/2019
Boston Celtics.

Forse una delle franchigie più deludenti della regular season. Strano, per una squadra capace di chiudere al quarto posto della Eastern Conference, ma le aspettative ad inizio anno facevano sperare in prestazioni più convincenti da parte dei bostoniani. Pur potendo contare finalmente su Gordon Hayward, sembra esserci stato un passo indietro rispetto alla stagione precedente, conclusa con una cocente eliminazione in gara 7 delle finali di Conference.

Nonostante ciò i Celtics rimangono avversari di prima fascia per chiunque voglia ambire al titolo NBA. Kyrie Irving è pronto a prendere in mano la propria squadra, prima di diventare free agent in estate. Dietro di lui tanti altri vogliosi di far bene per dimostrare tutte le proprie qualità. A guidare questo gruppo ovviamente Jayson Tatum, oltre al già citato Hayward ed i vari Al Horford, Jaylen Brown, Marcus Morris e Marcus Smart. Quest’ultimo però, a causa di un infortunio, sarà costretto a stare fuori circa 4-6 settimane. Un altro punto a favore di Boston è senza dubbio rappresentato da coach Brad Stevens, capace di rendersi protagonista anche dalla panchina.

#4 Milwaukee Bucks

Giannis Antetokounmpo
Giannis Antetokounmpo.

Dopo aver ottenuto il miglior record della regular season, i Milwaukee Bucks sono pronti a giocare un ruolo da protagonista nei prossimi playoff. L’arrivo di coach Mike Budenholzer ha giovato al sistema Bucks, in particolar modo a Giannis Antetokounmpo. Il greco è riuscito a conquistare meritatamente lo scettro di miglior giocatore della Eastern Conference, lasciato libero da LeBron James. Poter contare sull’apporto del candidato MVP è il principale vantaggio della franchigia del Wisconsin, che può fare affidamento anche su eccellenti tiratori dall’arco dei tre punti (Middleton e Brook Lopez in primis), e di un buon roster, migliorato dall’arrivo a stagione in corso di Nikola Mirotic, George Hill e Pau Gasol.

Il maggiore ostacolo in vista della postseason è rappresentato dall’inesperienza del gruppo a disposizione di Budenholzer. Pur avendo infatti a disposizione numerosi veterani, il risultato massimo raggiunto nelle ultime stagioni è la qualificazione ai playoff con successiva eliminazione al primo turno (sconfitta 4-3 contro Boston lo scorso anno). Quest’anno si prospetta un deciso miglioramento stando a quanto visto da ottobre ad oggi, ma la pressione potrebbe giocare un brutto scherzo ai Bucks qual’ora si dovessero verificare difficoltà.

#3 Houston Rockets

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Chris Paul e James Harden.

L’effetto Harden si è più che mai sentire nel corso della regular season. Il Barba è salito in cattedra dopo un complicato inizio di stagione, nel corso della quale i Rockets hanno dovuto fare i conti anche con la cattiva sorte, che ha colpito Chris Paul e Clint Capela, vittima di infortuni.

Se ad inizio stagione si poteva pensare ad una possibile rivale dei Warriors, Houston era senza dubbio la principale avversaria con cui gli uomini di Steve Kerr avrebbe dovuto fare i conti, forti del fatto che lo scorso anno una gara 7 ha separato la franchigia texana dalle Finals. Oggi Mike D’Antoni non può contare su giocatori importanti come Ryan Anderson e Trevor Ariza, ma saranno determinanti i soliti Eric Gordon, Paul e Capela. Da non sottovalutare gli ultimi arrivati Faried e Rivers, ma le speranze dei Rockets si basano inevitabilmente sulle prestazioni di Harden. Attenzione tuttavia al tabellone dei Rockets, che potrebbe compromettere il cammino playoff: in caso di approdo alle semifinali di Conference, affronteranno la vincente di Warriors-Clippers.

#2 Toronto Raptors

Kawhi Leonard.

Come ogni anno, i Raptors occupano le parti alte del power ranking pre-playoff. La postseason rappresenta da sempre l’ostacolo apparentemente insormontabile. Questa volta però la situazione sembra essere cambiata decisamente. Le pretendenti ad Est sono molte, ma non vi è più LeBron James, l’eterno giustiziere dei canadesi. L’arrivo di Kawhi Leonard aggiunge inoltre al roster a disposizione di coach Nurse un leader vincente, che vanta nella propria bacheca già un titolo NBA e di MVP delle finali con la maglia dei San Antonio Spurs.

Il n°2 non è di certo l’unico pezzo pregiato. Non possono essere messi in secondo piano Kyle Lowry, ormai un punto fermo dei Raptors; Il candidato MIP Paskal Siakam, e soprattutto Marc Gasol, su cui la dirigenza ha puntato poco prima dello scadere della trade deadline per fornire un altro rinforzo di spessore. Resta tuttavia ancora da capire se questo basterà per porre fine alla maledizione che aleggia su Toronto.

#1 Golden State Warriors

Il super-quintetto dei Golden State Warriors:, Kevin Durant, Draymond, Stephen Curry, Klay Thompson e DeMarcus Cousins.

I principali favoriti per alzare al cielo l’ambitissimo Larry O’Brien Trophy. Non potrebbe essere altrimenti per una squadra che ha vinto tre degli ultimi quattro titoli ed ha addirittura migliorato il proprio roster con l’aggiunta di DeMarcus Cousins. L’ex Pelicans è andato a completare un quintetto di soli all star in grado di far paura a chiunque.

La storia dei playoff NBA ha però insegnato che non può esistere un team imbattibile, e che le sorprese sono sempre dietro l’angolo. La squadra di coach Steve Kerr diverse volte nel corso della regular season ha mostrato tratti di vulnerabilità, ed ogni episodio da Aprile in poi potrebbe rivelarsi determinante, che si tratti di un infortunio o di un avversario complicato sin dai primi turni. Da tenere sott’occhio inoltre la coesistenza fra le cinque stelle titolari. Non può non tornare alla memoria la lite fra Kevin Durant e Draymond Green, ma anche l’inesperienza di Cousins nell’ambito dei playoff. Molto dipenderà dall’apporto degli Splash Brothers, Steph Curry e Klay Thompson; e della panchina, pur consapevoli che, sulla carta, nessun team ha le qualità per competere con i campioni in carica.

Perchè Luka Doncic è il rookie dell’anno?

Luka Doncic Rookie dell'anno

Lubiana, 28 Febbraio 1999. Queste coordinate potrebbero essere per lo sport mondiale molto più importante di quanto ad oggi crediamo: nasceva il nuovo volto del basket europeo, Luka Doncic. Faccia da bravo ragazzo, 2 metri di altezza e un talento incontenibile; è veramente Luka Doncic il miglior candidato al premio di rookie dell’anno?

Già dalle giovanili dell’Union Olimpija, sua prima squadra, si intravedeva che Luka era un ragazzo speciale. A Madrid l’esplosione: d’altronde non tutti possono vantare in 5 anni di cantera e giovanili premi quali Miglior Giovane della Liga, Miglior Giovane Eurolega, MVP del campionato spagnolo, MVP Eurolega e MVP Finals Eurolega. Ma i premi raccontano parzialmente quello che è questo ragazzo cresciuto a pane e basket, con un pizzico di Drazen che non guasta mai.

LUKA DONCIC ROOKIE DELL’ANNO? IL CONTESTO DI DALLAS

Dodicesima giornata Dunkest NBA
Luka Doncic a colloquio con coach Rick Carlisle.

L’impatto con la NBA molti addetti ai lavori lo pronosticavano, forse non a questo livello ma era un successo annunciato.

Nella scorsa estate Luka per non farsi mancare niente decide di caricarsi sulle spalle, insieme a Goran Dragic, una nazione e portarla al titolo europeo. Tornando a parlare di Luka e la NBA, la loro storia parte in sordina: selezionato alla 3 dagli Atlanta Hawks, scambiato subito a Dallas in cambio della scelta numero 5.
Tutti i riflettori sono su la prima scelta DeAndre Ayton, sul corso di LeBron a Los Angeles, e via discorrendo. Lui inizia subito a lavorare.

Dallas è uno dei contesti migliori in cui inserirsi per un giovane: un coach esperto e con una mentalità europea, una squadra ricostruita e senza troppe pressioni, un lungo da poter sfruttare per il gioco i pick and roll, specialità della casa Doncic ma soprattutto un maestro da osservare e da cui apprendere ogni dettaglio: Dirk Nowitzki.
L’impatto è devastante, a novembre il titolo di Rookie dell’anno sembra già suo. Ma Luka Doncic è il Rookie dell’anno? La risposta è si e no. Del rookie ha sicuramente l’età e l‘inesperienza NBA. Del rookie sicuramente non ha il timore nel gioco, la poca consapevolezza dei suoi punti forti, la determinazione.

Luka non è un rookie, pare non esserlo con quel palmares, con quelle responsabilità a Madrid e con il successo con la nazionale. La sfida per il titolo di matricola, per un affascinante gioco del caso, è proprio con il giocatore che ha ottenuto Atlanta al posto di Doncic, Trae Young. Una bella sfida, un duello a suon di triple e assist da una parte e triple doppie dall’altra.

IL FUTURO?

Kristaps Porzingis con la casacca dei New York Knicks.

Ora il futuro cosa ci riserva? Quanto può migliorare ancora il suo gioco? Sicuramente per quanto riguarda la difesa può e deve notevolmente crescere. Il suo essere clutch è già molto sviluppato,  ci sono già ottime capacità di playmaking unite alla visione di gioco e capacità realizzative.
Solo il tempo può darci la risposta e il prossimo anno ci sarà anche Kristaps Porzingis, per un duo tutto made in Europe niente male. Dallas scalda i motori, saranno una realtà da qui in avanti?

Los Angeles Lakers: un’annata fallimentare, su tutta la linea

Los Angeles Lakers

Dall’entusiasmo alla disperazione, all’amarezza, allo sconforto. Basta poco per passare da uno stato d’animo all’altro, per veder le proprie aspettative bruciare inesorabilmente e cercare la ricetta giusta per ripartire da capo. Doveva essere la stagione della definitiva rinascita dei Los Angeles Lakers, e invece il tutto si è concluso con un clamoroso fiasco: nemmeno l’arrivo di LeBron James è servito per centrare un obiettivo, quello dei playoff, che almeno fino a Natale sembrava alla portata. Dopo l’impresa contro i Golden State Warriors, qualcosa si è rotto. Anzi, tutto si è rotto, facendo sfociare l’annata in un fallimento.

Fallimento su tutta la linea, in cui ognuno ha contribuito negativamente alla causa.

LE COLPE DI LUKE WALTON

Lakers Walton
Luke Walton.

Il primo nome che balza sul banco degli imputati è quello di Luke Walton. L’operato dell’head coach è stato alquanto discutibile, tra una gestione troppo farraginosa delle rotazioni e minutaggio dei giocatori e nessun miglioramento tecnico registrato a livello collettivo. Troppe volte i Los Angeles Lakers sono parsi una squadra senza anima, senza una trama specifica, o uno spartito da eseguire. Offensivamente la transizione ha comunque prodotto (19.2 punti a partita), ma quando di fronte c’è stata la difesa schierata si è ricorso spesso agli isolamenti o a conclusioni poco fruttuose. Il pick and roll centrale non è bastato, insomma. Per non parlare della difesa che ha lasciato a desiderare: rotazioni fuori tempo, close out eseguiti male o del tutto assenti, giocatori poco reattivi negli aiuti dal lato debole. Fattori che, uniti alla mancanza di applicazione, hanno generato un mix amaro per i gialloviola e dolce degli avversari, andati spesso a segno facilmente. Il destino del figlio del grande Bill è in bilico, dopo tre stagioni potrebbe salutare la Città degli Angeli senza aver messo i pezzi del puzzle al posto giusto.

L’OPERATO DEL FRONT OFFICE

Magic Johnson & Pelinka (Lakers.com)
Magic Johnson e Rob Pelinka.

Hanno costruito la squadra firmando diversi ball handler ed elementi versatili, in grado di dare una mano a livello difensivo per poi sfruttare il contropiede. Magic Johnson e Rob Pelinka, in estate, si sono adoperati per assemblare una squadra pronta a seguire questa filosofia anche se, forse, sarebbe servito prendere un tiratore puro in modo da aprire meglio in campo. Tutto sembrava filar liscio almeno fino a gennaio, quando i Lakers hanno imboccato un tunnel da cui non sono più usciti. A sparigliare le carte inoltre ci ha pensato la famigerata richiesta di trade ai New Orleans Pelicans da parte di Anthony Davis, divenuto all’improvviso obiettivo principale dei due dirigenti losangelini. Magic e Pelinka hanno fatto quello che dovevano fare per un giocatore del genere, ossia all-in (in modo da anticipare la concorrenza).

Il problema è stato la gestione mediatica della trattativa, con le troppe indiscrezioni trapelate che alla fine hanno creato una telenovela terminata in un nulla di fatto. Dopo lo scoccare della trade deadline, le scorie del mancato accordo hanno avuto effetto su gran parte dei giocatori , che si sono sentiti messi in discussione, usati come semplici pedine di scambio. Un atteggiamento ingiustificabile a certi livelli, soprattutto in una lega come la NBA dove, tranne per le superstar, tutti possono essere scambiati da un momento all’altro; altrettanto vero che un po’ di ordine nella faccenda avrebbe fatto comodo.

Incomprensibile la trade che ha portato Ivica Zubac ai Clippers (insieme all’esubero Michael Beasley, una delle scommesse perse dalla dirigenza) in cambio di Mike Muscala.

LOS ANGELES LAKERS: TRA SCONFITTE PESANTI E TROPPI INFORTUNI

LeBron James, Los Angeles Lakers vs Indiana Pacers at Bankers Life Fieldhouse
LeBron James ha saltato ben 17 partite consecutive dopo il suo infortunio.

Perdere partite contro Cleveland Cavaliers, Atlanta Hawks, New York Knicks e Phoenix Suns (tutte franchigie in piena ricostruzione) alla fine ha pesato nel mancato accesso ai playoff. L’atteggiamento è stato troppo superficiale in questi appuntamenti che erano da non sbagliare. L’incostanza e gli errori tecnici, a volte davvero grossolani, si sono presi la scena soprattutto nella seconda parte di stagione.

Non bisogna dimenticare però gli infortuni che hanno colpito il roster. Rajon Rondo costretto a fermarsi due volte a causa dei problemi alla mano destra, il guaio alla schiena di Kyle Kuzma , la polmonite di JaVale McGee che è rimasto fuori nel suo momento migliore; fino ad arrivare al problema alla caviglia di Lonzo Ball e alla trombosi di Brandon Ingram, problemi che hanno causato la prematura conclusione della stagione ai ragazzi. Ma di importanza è stato di sicuro lo stop di LeBron James, avvenuto proprio quando la squadra pareva aver trovato un minimo di quadra. Fino a Natale, il Prescelto ha avuto le redini delle operazioni, ha vestito il ruolo di classico trascinatore mascherando alcuni difetti della squadra. Poi l’infortunio all’inguine nella gara contro i Golden State Warriors che è stato come l’inizio di un effetto domino rivelatosi poi fatale.

Al suo rientro James non è riuscito a dare quella marcia in più che serviva per raggiungere l’agognato traguardo.  La modalità playoff ha tutt’altro che ingranato, forse a causa di un recupero che è avvenuto in maniera parziale. C’è da dire anche che il poco mordente nella metà campo difensiva e alcune esternazioni pubbliche sui compagni potevano essere evitate; sta di fatto che James ha promesso di interromperela maledizione regalando il ritorno in postseason nella prossima annata. Il Prescelto ha tutto il tempo per rimettersi in sesto e tornare ai suoi livelli abituali.

UN’ESTATE DA NON SBAGLIARE

L’estate 2019 sarà cruciale per i Lakers, che vanno incontro ad un’altra rivoluzione tecnica. Rivoluzione che é partita dal front office viste le clamorose dimissioni di Magic Johnson. L’obiettivo, in ogni caso, é portare in dote un’altra superstar al fianco di LeBron in modo da alzare finalmente l’asticella. E non solo, perchè servirà costruire il roster a seconda dell’allenatore che verrà. Lo spazio salariare c’è, e anche gli asset per una eventuale trade. Insomma, serve procedere con attenzione e premura: un altro fallimento costerebbe caro all’intera organizzazione.

 

 

Quanto durerà l’egemonia Warriors?

SuperTeam NBA-DeMarcus Cousins si sta davvero inserendo nel quintetto divino dei Warriors?

Ogni fan NBA sa perfettamente quale sia il team per eccellenza da battere ormai da qualche anno a questa parte. I  Golden State Warriors hanno creato un nucleo di giocatori difficilmente correlabili al concetto di sconfitta, anche se i fan di LeBron o di qualsiasi altra squadra/giocatore, ogni anno, sognano e pregustano l’abbattimento dell’armata di Oakland. E’ quasi stupida come domanda, ma…  quanti di voi, in questi anni hanno dato per scontato la finale LBJ vs Steph? Molti forse, ma non è una questione poi così ovvia. Vediamone i plausibili motivi.

LA SITUAZIONE DAL PUNTO DI VISTA DI LEBRON

Warriors-Cavaliers-pista Lakers
LeBron James a duello con Stephen Curry.

Ogni cosa, quando diventa scontata, rischia di risultare noiosa; però questo faccia a faccia evolutosi nel corso di questi ultimi anni, ha reso magico quel senso di aspettativa insito in ognuno di noi appassionati, anche se uno dei due team coinvolti è sempre stato troppo in bilico e mai veramente stabile come avrebbe dovuto. Stiamo chiaramente parlando di Cleveland, che però, tra le sue linee, ha sempre potuto contare su uno dei giocatori migliori di sempre: Mr. James. Il Prescelto (soprannome alquanto privo di responsabilità) ha letteralmente caricato la squadra sulle sue spalle, vincendo ad est, arrivando costantemente in finale e affrontando a testa altissima i suoi più grandi rivali. I risultati sono a tutti noi noti, però è il gesto in sè, di arrivare dove sono arrivati, ad avere dell’incredibile. Dobbiamo essere sinceri con noi stessi, LeBron ci ha abituato molto bene in questi ultimi anni. Pensandoci, è un po’ come vedere giocare gli Harlem Globetrotters… spiegazione:  se andate ad una loro partita/show, è chiaro che vi aspettate di vedere canestri da metà campo, acrobazie e cose simili, però le devono fare… non è così naturale, che tutte le sere, se in un momento dello spettacolo uno dei giocatori deve eseguire e realizzare(!) cinque tiri half court di fila, li faccia . E’ il loro lavoro e si alleneranno tutto il giorno a farlo, però comunque ha dell’incredibile. Forse il segreto è continuare a stupirsi e non abituarsi a quello che vediamo, recependolo come normale e scontato. Il concetto appena espresso, è facilmente traslabile sul mondo di LeBron James, Steph e di tutta la NBA in generale.

La grande sfortuna di LeBron, è stata quella di trovare sul suo cammino delle squadre paragonabili a dei rulli compressori…  In primis San Antonio, ma ci sono poche parole da aggiungere all’evidenza delle immagini proposte dai plotoni del generale Pop. Detroit non è sicuramente da meno… c’è stato un momento , circa a metà della prima decade del 2000, in cui si è generata una di quelle squadre diverse da qualsiasi altra. Non erano delle superstar (almeno inizialmente), ma dei grandissimi giocatori di sicuro, ognuno specializzato nel suo e facilmente complementari tra loro; il tutto si è amalgamato ed evoluto definitivamente con l’arrivo del mitico Rasheed Wallace.. Hanno reso la vita del Re sicuramente molto dura. Lo stesso vale per i Boston Celtics, che hanno creato una rivalità piuttosto intensa ad est con i Cavs/Heat di James, ma su quella realtà c’è poco da dire… un team unito e spettacolare su entrambe le parti del campo. Dallas. Semplicemente wow. Una favola vissuta realmente… Dirk immarcabile in quella stagione e vittoria clamorosa contro una delle squadre più forte di sempre; gli Heat dei Big 3.  Per ultimi dal punto di vista cronologico troviamo i GSW… C’è veramente bisogno di dire qualcosa?

BATTERE I WARRIORS: MISSIONE IMPOSSIBILE?

La Run TMC: Tim Hardaway, Chris Mullin e Mitch Richmond.

LeBron nella sua carriera, si è trovato di fronte a vari ostacoli, ma nulla mai come i Warriors di questi ultimi anni. Questa franchigia storicamente ha visto grandi giocatori indossare la loro maglia, uno su tutti Wilt Chamberlain, quando la squadra era ancora nel quel di Philadelphia. La bandiera che tutti associamo a Golden State, è senz’altro Chris Mullin, spettacolare giocatore e tiratore, membro anche del Dream Team del 1992. Negli anni ’90, possiamo ricordare fenomeni come Tim Hardaway, Chris Webber e un leggendario Latrell Sprewell.  Poco dopo, la situazione divenne alquanto buia e l’aria dei playoff tirava veramente poco, tanto che si è dovuto aspettare un momento leggermente più thug, giusto per citare 2Pac. Infatti i perni di quel team (stagione 2008) erano Matt Barnes, Stephen Jackson e … il Barone. OK, i risultati sono decisamente migliorati e considerando gli anni precedenti, direi anche di molto, ma comunque vengono eliminati nei playoff, ai quali non riusciranno ad accederci più, fino all’esplosione di Steph Curry. In tutta questa sintetica cronostoria, non è stata menzionata la virgola color verde – bianco – rosso di questa franchigia; è sempre piacevole ricordare che proprio loro hanno selezionato al draft Marco Belinelli, il quale oltre ad una summer league strepitosa, ha collezionato, se pur con pochi minuti concessi, giocate entusiasmanti.

Quando nel 2009 arrivò Steph, gli infortuni bussarono prontamente alla sua porta, difficoltà fisiche che  rallentarono di qualche hanno l’inevitabile. Era destino che ci trovassimo una star alquanto anomala, se confrontata al prototipo di super giocatore che abbiamo ben in mente; Steph è uno di noi, c’è poco da dire… sia dal punto di vista fisico, che nell’immaginario visivo. E’ il classico bravo ragazzo, ma chiaramente ossessionato dalla vittoria… non può non essere così, chiunque abbia quei mezzi e quella confidenza in essi, non può non pensare costantemente a vincere. C’è da dire che la franchigia gli ha dato una grossa mano, merito anche delle numerose stagioni perdenti!

Essere riusciti a portare tra le proprie fila giocatori come Andrew Bogut, Klay Thompson e Harrison Barnes, ha aiutato notevolmente…  Avere una quasi totale protezione dell’area grazie al primo, potenziale di fuoco dal perimetro grazie al secondo (1/2 degli Splash Brothers), grande consistenza da entrambe le parti del campo grazie al terzo… insomma cosa si vorrebbe avere di più? Semplice… una buona panchina.                                                                 Anche in questo caso ci sarebbero diversi nomi, ma uno vale su tutti, Shaun Livingston; probabilmente una delle storie sportive più incredibili di sempre… un giocatore messo k.o. da uno degli infortuni più ardui da superare, torna e nel corso degli anni diventa ancora più forte, tanto da diventare campione.. per più di una volta. Spettacolo.

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Stephen Curry e Klay Thompson, gli Splash Brothers.

Attenzione però, ci sono ancora un paio di nomi che vanno assolutamente menzionati… Andre Iguodala e Draymond Green. Forse il vero collante di questo roster, fossero chiaramente loro. Il primo è un giocatore silenzioso, che a fine partita magari non mette a referto cifre stratosferiche, ma è maestro in tutte quelle importantissime giocate invisibili alla gente, senza le quali la partita potrebbe scappare di mano. Il secondo è evidentemente la continuazione di quello spirito guerriero e barbaro, presente nei Warriors del 2008.               Spesso criticato proprio per il suo comportamento in campo, ma è proprio grazie a lui se la difesa ha retto anche agli attacchi più duri. Tutto il contesto in cui è inserito e circondato, lo ha agevolato nello svolgere al meglio e più liberamente il suo lavoro.

MEGLIO PREVENIRE CHE CURARE!

Ci sono state varie partite, in cui l’assenza (sempre per i famosi problemi fisici) del figlio di Dell Curry, si è sentita parecchio, tanto da portare i tifosi e anche determinati addetti ai lavori, a pensare se anche senza la loro superstar per eccellenza, i GSW avessero potuto raggiungere gli stessi traguardi. Per non porsi neanche il problema, la società ha messo le mani, prima su Kevin Durant e poi su DeMarcus Cousins. Vedendo il fascino di un possibile quintetto All-Star in campo e andando più a fondo della faccenda, a livello storico, vengono in mente pochissime situazioni paragonabili a queste. Probabilmente i Bulls di Jordan e le squadre sopra elencate, ma un concentrato di talento ed istinto killer di questo tipo, è più unico che raro.

Kevin Durant.

KD probabilmente è il più letale giocatore attivo in questo momento e senza dubbio sfiora il livello di immarcabilità. E’ riuscito a raggiungere il suo scopo diventando campione, anche se la polemica (che sia sterile o meno) del modo in cui ha conquistato il trofeo, lo insegue ancora oggi; che abbia scelto la strada più facile? Forse non è  proprio così, anche perché il sistema in cui si è proiettato era già collaudato, funzionante e certificato, perciò mantenere l’equilibrio è stato tutt’altro che semplice. A proposito di adeguarsi, DMC non è e realmente inquadrabile in questo momento Il titolo di miglior centro della lega ora è attribuito a Joel Embiid; ma Boogie può ancora ben dire la sua, in maniera anche alquanto espansiva. Il problema è che deve stare bene ed essere inserito in un contesto dedito a valorizzarlo, cosa che Golden State ha fatto nella propria maniera. Bisogna vedere se nel futuro le strade del giocatore e della società, potranno realmente essere compatibili.

L’UOMO GIUSTO AL MOMENTO GIUSTO

Come si riesce a gestire al meglio un roster così talentuoso, ma altrettanto caldo? Sulla panchina deve esserci per forza un coach con gli attributi.  Steve Kerr è uno di quelli. Lo era da giocatore a fianco di Jordan e di Tim Duncan, e lo è anche da allenatore. Un buon merito credo lo abbiano i suoi maestri: Il coach più zen di tutti, Phil Jackson e Gregg Popovich. E’ chiaro che Kerr oggi sia uno degli allenatori più vincenti, anzi, il più vincente, non tanto per i numeri, ma proprio a livello attitudinale: la situazione è tale proprio perché è sempre stato abituato a giocare/lavorare in contesti vincenti, circondato da persone vincenti. Gli Warriors nella loro storia recente, hanno avuto altri allenatori simbolo se così possiamo chiamarli. Don Nelson: il personaggio esplica e rispecchia chiaramente l’andamento delle stagioni dei Warriors, dalla metà degli anni ’90 alla metà dei 2000, anche se non in tutte, era lui il capo allenatore.  Geniale ma situato in un mondo tutto suo. L’altro è Mark Jackson, oltre ad essere stato un ottimo giocatore, è stato colui che ha risollevato i  Warriors portandoli ai playoff, creando un modello base, successivamente migliorato e finalizzato da Steve Kerr.

 

Steve Kerr
Steve Kerr, head coach dei Golden State Warriors.

 

Ora la domanda delle domande che un po’ tutti ci facciamo è: Per quanto ancora i GSW, domineranno incontrastati la lega? Ognuno può dire la sua ovviamente, però se le cose continueranno così, Steph & co. potranno faticare più o meno in base alla situazione, però saranno sempre loro a spuntarla. Perché non è tanto il talento che hanno a disposizione ad impressionare (anche se), ma come quest’ultimo viene gestito ed utilizzato. Quest’anno ad ovest ci sono state delle belle sorprese (Nuggets e Clippers), ma la sensazione di fondo è sempre la stessa. Golden State è troppo forte. Ovviamente può anche a trionfare  sia una squadra dell’est, ma al momento sembra utopistico .                                                                                                                                                                                                Di certo possiamo solo dire che quello che il team di Oakland ha creato, è qualcosa di unico, sia per il calore dei tifosi, pronti a  rendere l’arena infuocata, sia per il tipo di squadra assemblata: fino a che riusciranno a gestire tutti i tasselli del puzzle come hanno fatto fino ad oggi, sarà un’impresa ardua spodestarli. Dalla prossima estate si vedrà

 

 

I segreti dei Denver Nuggets? Uno in particolare, Paul Millsap

Manuale Denver Nuggets: sarà ancora chiave l'esperienza di Paul Millsap?

Siamo ad aprile 2018 ed i Denver Nuggets di coach Mike Malone hanno appena perso lo scontro diretto da dentro o fuori valevole per la qualificazione alla post-season contro i  Minnesota Timberwolves dell’ormai ex Jimmy Butler, dalla sconfitta del Target Center Denver ne esce con le ossa rotte dal momento che, il giocatore firmato in estate ossia Paul Millsap, dal quale ci si aspettava il definitivo salto di qualità, aveva deluso le aspettative sia in questa partita fondamentale ma anche nell’arco di tutta la stagione.

Il prodotto di Lousiana Tech veniva da stagioni esaltanti con la casacca degli Atlanta Hawks che gli erano valse la ricca offerta contrattuale da parte della franchigia del Colorado, proposta che ovviamente non poteva rifiutare: 90 milioni di dollari in tre anni con la team option valida per l’ultima annata. Tutti pensavano che questo colpo fosse un ulteriore passo avanti per Denver che mirava ad una qualificazione ai playoffs mancante ormai da troppo tempo.

Tim Connelly.

Ecco che allora la delusione era tanta dopo il mancato raggiungimento di tale obbiettivo e il GM dei Nuggets, Tim Conelly, affiancato dalla fondamentale presenza di Arturas Karnisovas, si trovava davanti ad un bivio che presentava due strade diverse: la prima, più attendista era quella di continuare a portare pazienza ed aspettare che Millsap trovasse la giusta chimica con i suoi compagni di squadra; la seconda opzione, molto radicale, riguardava l’esplorazione del mercato delle trade coinvolgenti il numero 4 che, dall’alto dei suoi 33 anni vedeva il suo valore diminuire sempre di più. Conelly ha correttamente scelto la prima opzione e quest’anno si sono visti i risultati dal momento che ad oggi, 4 aprile 2019, i Nuggets si trovano al secondo posto di una temibilissima Western Conference con un discreto distacca sulle terza piazza occupata momentaneamente dagli Houston Rockets.

L’IMPATTO DI PAUL MILLSAP NEL SISTEMA DEI DENVER NUGGETS

Il sistema ideato da Mike Malone risulta essere perfetto per sfruttare al meglio giocatori come Jokic, Harris, Barton, Murray ed infine Millsap. Il contributo di quest’ultimo si fa sentire sotto tutti i punti di vista infatti, analizzando le statistiche dell’ex Hawks noteremo come in nessun aspetto egli emerga, però una stat-line composta da 12.6 punti, 7.3 rimbalzi conditi da 1.2 palle rubate, il tutto con il 48.4 % dal campo va assolutamente tenuta in considerazione quando si pensa ai segreti del successo di Denver.

Millsap è bravo nel dare il suo apporto sotto i tabelloni con un’ottima presenza a rimbalzo ed è inoltre abile nel sfruttare i possessi in the clutch dove è richiesta freddezza non indifferente. Talvolta decide di affrontare il suo diretto avversario spalle a canestro. Al di là del prodotto di Louisiana Tech, i Nuggets hanno la loro miglior arma offensiva nel pick and roll tra Jokic e Murray il quale è un vero rompi-capo per le difese avversarie.

 

La presenza di Paul Millsap nel pitturato è fondamentale per i Nuggets.

Inoltre, forse il vero punto di forza di Denver è l’apporto che viene fornito dalla panchina che può vantare la presenza di giocatori del calibro di Plumlee, Morris, Beasley ed anche Hernangomez. Il backcourt del secondo quintetto di Malone formato dai già citati Morris e Beasley è una combinazione di punti veloci e difesa che risulta essere fondamentale nelle gerarchie del coach ex Kings. Entrambi i due giocatori stanno avendo la loro miglior stagione dal loro ingresso nella lega e sono in grado di dare energia extra ogni volta che calcano un parquet di gioco.

QUALCHE DUBBIO IN VISTA DEI PLAYOFF

Ovviamente come sempre bisogna analizzare entrambe le facce della medaglia e bisogna dire che, se tutte le squadre con il biglietto per la postseason farebbero carte false per incontrare i Nuggets anziché Rockets, Thunder ecc. un motivo ci sarà. Questo motivo è la difesa dei ragazzi di coach Malone che nonostante in regular season abbia mantenuto numeri positivi, sembra essere alquanto vulnerabile soprattutto grazie alla presenza della star offensiva Nikola Jokic. Anche offensivamente si nutre delle riserve su Denver dal momento che il loro sistema viene ritenuto inadatto alla pallacanestro di maggio.
Non ci resta che aspettare e vedere se la franchigia che gioca un miglio sopra il livello del mare riuscirà ad eliminare i dubbi di tutti gli insider o fallirà al contatto con la post season NBA.

IL CONTRATTO DI PAUL MILLSAP

Denver Nuggets Jokic e Millsap
Nikola Jokic e Paul Millsap.

Nonostante l’ottima stagione di Paul Millsap, difficilmente la dirigenza dei Nuggets deciderà di esercitare la team option che farebbe intascare a Paul la modica cifra di 30 milioni di dollari nella stagione 2019/2020. Tale ammonto di denaro è riservato solo all’èlite della lega, della quale il nativo di Monroe non sembra più fare parte. Nel caso probabile che questa opzione venga declinata non è comunque da escludere che lo scenario che vedrebbe Millsap rifirmare con Denver ad una cifra più contenuta per far sì di avere spazio salariale libero con lo scopo di portare in Colorado un altro giocatore di livello.

Minnesota Timberwolves: un’annata al di sotto delle aspettative

Minnesota Timberwolves

Una stagione al di sotto delle aspettative per i Minnesota Timberwolves, i quali non hanno centrato l’obbiettivo playoff e stanno terminando la stagione peggio di come l’avevano iniziata. Le cause sono molteplici: il rendimento poco soddisfacente di Andrew Wiggins, lo scambio che ha portato Jimmy Butler, leader tecnico della squadra a Philadelphia e Dario Saric (poco integrato nella squadra) e Covington (fuori per infortunio fino al termine della stagione) ai Wolves, il licenziamento di  Tom Thibodeau per scarsi risultati con la conseguente scelta di mettere Saunders come allenatore ad interim. La stagione di Minnesota è sicuramente negativa, ma ci sono alcune note positive da cui ripartire.

MINNESOTA TIMBERWOLVES: LA FINE DEI BIG THREE

Derrick Rose ha ‘preso il posto’ di Butler e ha preso per mano i compagni di squadra. Il suo pick and roll coi lunghi ha  funzionato.

La stagione è iniziata rilento con 4 vittorie e 9 sconfitte e la conseguente decisione di Butler di essere ceduto a tutti i costi. Il 13 Novembre 2018 si accasa ai Philadelphia 76ers. Con lui in campo si è preferito a far circolare poco la palla, dividendo i possessi con Wiggins e Towns che spesso utilizzano l’isolamento spalle a canestro per concludere in solitaria. Indubbiamente i Wolves hanno perso una superstar su entrambi i lati del campo ma ne hanno guadagnato in serenità all’interno dello spogliatoio e in gioco di squadra. A sostituire uno dei big three ci  ha pensato Derrick Rose, il quale ha giocato probabilmente la miglior stagione della carriera post infortunio. Con lui in campo Minnesota ha messo in mostra un’ottima pallacanestro di squadra, una circolazione di palla più fluida, registrando una media di 24.5 assist per partita. L’attacco riprende a girare con 112.7 punti di media per partita, la difesa invece fa acqua da tutte le parti con 113.9 punti subiti di media. I dati poco incoraggianti  i risultati hanno poi causato il licenziamento del capo allenatore Tom Thibodeau il 7 Gennaio del 2019.

TUTTA COLPA DI THIBODEAU?

Tom Thibodeau a colloquio con Karl Anthony Towns.

La squadra poi è stata affidata a Ryan Saunders (allenatore in seconda). I Minnesota Timberwolves hanno minimamente reagito facendo registrare nel mese di gennaio un record di 8 vittorie e 6 sconfitte (unico mese in positivo della stagione). In generale hanno fatto fatica a trovare un’identità di gioco e si sono affidati alle giocate di un ritrovato Rose e del giovane talento Towns per risolvere le partite. Jeff Teague, il playmaker titolare, non è riuscito a far cambiare marcia alla squadra, Wiggins invece sembra essersi perso in questa stagione e anche Saric sembra un lontano parente del giocatore che era a Philadelphia. Il 12 Marzo è arrivato un nuovo infortunio per Rose che lo ha costretto a terminare la stagione anzitempo. Senza di lui Minnesota è calata definitivamente. Tutto questo unito a un difesa disastrosa ha prodotto una stagione di transizione. Possiamo indicare Thibodeau come unico colpevole? Di  sicuro l’ex guida dei Chicago Bulls non è riuscito a mettere assieme i pezzi del puzzle, ma i giocatori non sono sempre stati costanti nel rendimento, per non parlare di un roster assemblato in maniera disfunzionale con le idee di basket del momento.

INCERTEZZE E CAPISALDI PER IL FUTURO

Wiggins e Towns, le due stelle della squadra.

La stagione sta volgendo al termine e i Wolves devono programmare il futuro ripartendo dalle note positive di quest’anno e facendo attenzione ad alcune incognite. La scelta del nuovo allenatore è fondamentale per gestire al meglio un gruppo che ha bisogno di una guida forte. L’ennesimo infortunio di Rose lascia in apprensione tutta Minnesota con la speranza che non sia nulla di grave e possa tornare più forte di prima. il contratto pesante di Wiggins a fronte di una stagione poco positiva è un altro tema da affrontare in casa Timberwolves. Per ripartire  si può contare sul completo inserimento di Saric e Covington , oltre alla stagione comunque positiva di Karl Anthony Towns in doppia doppia di media, sempre più leader e uomo franchigia a cui affidarsi per le speranze future.

La stagione di Lou Williams

Low Williams buzzer beater

La stagione di Lou Williams è semplicemente mostruosa e sembra di aver trovato la piazza giusta per diventare una vera e propria stella della NBA, in quanto la guardia dei Los Angeles Clippers sta giocando una pallacanestro esemplare ed efficacissima, utilizzando al meglio le sue caratteristiche che da sempre lo contraddistinguono: segnare e seguire il proprio istinto. Inoltre la stagione di Lou Williams (e non solo) sta permettendo alla squadra biancorossa di LA di raggiungere un posto tra le magnifiche otto squadre della Western Conference nonostante ad inizio anno i Clippers non sembrassero essere una seria candidata per raggiungere la postseason.

Infatti i Los Angeles Clippers stanno beneficiando dei grossi contributi dati alla causa da Tobias Harris (prima di viaggiare verso Philadelphia) e da Lou Williams, Montrezl Harrell e Danilo Gallinari. Infatti la stagione di Lou Williams lo vede come vero leader del gruppo allenato da coach Doc Rivers insieme a Danilo Gallinari; la guardia statunitense sta viaggiando con 20.3 punti, 5.3 assist e 2.9 rimbalzi di media a partita ed è diventato recentemente il giocatore a segnare più punti partendo dalla panchina nella storia della NBA, un record sicuramente di cui vantarsi.

Lou Williams, stella dei Los Angeles Clippers

IL GIOCO DI LOU WILLIAMS

La stagione di Lou Williams si può definire anche innovativa rispetto alle sue passate stagioni, in quanto sta dimostrando di avere anche una leadership che in passato non gli era attribuita e di essere anche un giocatore clutch (ha segnato contro i Brooklyn Nets il suo primo buzzer beater della sua carriera) ed in grado di coinvolgere molto i lunghi, eguagliando anche il suo record personale di assist distribuiti al momento in media stagionale. Lou Williams nasce come un realizzatore micidiale, un giocatore in grado di segnare tanti punti ogni volta che si allaccia le scarpe; la guardia dei Los Angeles Clippers ha sempre avuto un buon tiro da 3 punti, ma la sua specialità è sicuramente il tiro da 2 punti, il quale lo bilancia molto bene tirando sia in avvicinamento al ferro e sia dalla media distanza.

La stagione di Lou Williams lo ha visto anche migliorare nelle conclusioni al ferro, infatti sta dimostrando di saper gestire meglio la pressione negli aiuti dei lunghi nonostante la sua statura, riuscendo spesso ad eludere l’aiuto del lungo avversario oppure a scaricare per il proprio lungo permettendogli di segnare due punti facili. Inoltre Lou Williams in questa stagione ha instaurato un’intesa ottima con Montrezl Harrell, un lungo dinamico ed esplosivo che fa dell’atletismo il suo punto di forza: infatti la maggior parte degli assist di Lou Williams sono destinati al lungo americano ed in generale circa l’80% degli assist di Lou Williams sono destinati ai propri lunghi.

Sweet Lou si sta dimostrando un’arma efficace anche in pick and roll.

La capacità di segnare ma anche di servire i propri lunghi con passaggi precisi sta anche condizionando le difese avversarie. Infatti quando in campo c’è Lou Williams bisogna in qualche modo adeguarsi e fare delle scelte proprio per lui, ovvero si deve costruire il proprio piano partita difensivo basandosi sulle caratteristiche della guardia dei Clippers.

PROSPETTIVE E FUTURO

Il futuro di Lou Williams dovrebbe essere legato ancora ai Los Angeles Clippers, al netto del suo contratto fino all’estate 2021 e al fatto che sembra abbia finalmente trovato un sistema dove si può esaltare. Uscendo dalla panchina sta dando il meglio di sé, in quanto riesce a spaccare la partita con i suoi canestri e ad entrare quindi subito in ritmo; salvo qualche colpo di scena i Clippers, continueranno a puntare su di lui. Inoltre, grazie a diverse prestazioni messe in scena nell’arco di questa annata (alcune da record), ha grosse possibilità di aggiungere in bacheca il suo terzo titolo di sesto uomo dell’anno già vinto da lui sia nel 2015 che nel 2018.

Western Conference, dove l’equilibrio regna (quasi sovrano): che bagarre per i playoff 2019

playoff 2019

Anche in questa stagione la Western conference si è dimostrato il campionato più equilibrato della lega, eccezion fatta per Golden State e i Denver Nuggets che hanno fatto una gara a parte restando al vertice da inizio stagione ad oggi. Le altre squadre si sono date battaglia superandosi reciprocamente in classifica in più occasioni. Ad oggi La situazione ad Ovest è la seguente: Oklahoma City Thunder , San Antonio Spurs, Utah Jazz e Los Angeles Clippers occupano le ultime quattro posizioni utili per i playoff con un record identico di 42 vittorie e 30 sconfitte, divise solamente dagli scontri diretti che determinano le posizioni finali. Una vera e propria bagarre in vista dei playoff 2019.

LOS ANGELES CLIPPERS

Lou Williams, Danilo Gallinari e Karl-Anthony Towns

Un ottima stagione per la franchigia meno blasonata di Los Angeles, un solidissimo Danilo Gallinari (19.5 punti-2.5 assist- 6.0 rimbalzi) e la tecnica e l’estro del Mago Lou Williams (20.3 punti- 5.3 assist- 3.0 rimbalzi) diventato il primo marcatore di sempre in uscita dalla panchina stanno trascinando i Clippers che ad oggi occupano l’ottava posizione. A completare il trio fino a metà stagione c’era Tobias Harris che probabilmente stava disputando la sua miglior stagione, neanche lo scambio che lo ho portato a Philadelphia ha scombinato i piani per i playoff. Delle otto squadre sono sicuramente la meno talentuosa, la grinta e la buona difesa sono le armi principali, ottimi giocatori in uscita dalla panchina come Beverley e Harrel, le iniziative personali del Gallo e di Williams e la straordinaria guida tecnica di Doc Rivers fanno dei Clippers una mina vagante.

UTAH JAZZ

Utah Jazz.

La franchigia guidata da coach Snyder si appresta a partecipare ai playoff per il terzo anno consecutivo. L’inizio di stagione non è stato dei migliore, ed è coinciso con le brutte prestazioni del suo giovane Leader Donovan Mitchell. A tenere in piedi la squadra ci hanno pensato i due veterani: Gobert (15.4 punti- 2.1 assist- 12.9 rimbalzi) e Rubio (12.6 punti -6.2 assist-3.7 rimbalzi), ma  la mancanza delle giocate decisive di Mitchell si sentiva, capace con le sue penetrazioni e l’ottimo tiro da tre di risolvere le partite. Con il rientro in forma del giovane  la squadra ha ripreso a girare alla grande mettendo a segno cinque vittorie consecutive nel mese di ,arzo, occupando la settima posizione. Utah è una delle indiziate ad uscire al primo turno ma con Mitchell in piena forma possono dare fastidio a tutte.

SAN ANTONIO SPURS

DeMar DeRozan e Gregg Popovich.

Dati per morti prima dell’inizio  della stagione a causa dei vari cambiamenti subiti i San Antonio Spurs sono la squadra rivelazione di quest’anno. Il gioco è incentrato sulle due superstar: DeRozan e Aldridge che spesso utilizzano iniziative personali per vincere le partite,  mentre il secondo quintetto utilizza più circolazione di palla e tiro da tre, da non trascurare l’ottima difesa di squadra. Gli Spurs hanno disputato una stagione fantastica posizionandosi attualmente al sesto posto. Come Utah sono una delle squadra sfavorite per la corsa al titolo per la mancanza di un sistema di gioco credibile, ma siamo tutti convinti che quello stratega di Popovich ha ancora qualche asso nella manica.

OKLAHOMA CITY THUNDER

Paul George e Russell Westbrook.

I Thunder che occupano la quinta posizione sono l’incognita di questi playoff, talento pazzesco fornito dalle due superstar: Paul George (28.2 punti- 4.2 assist-8.2 rimbalzi) miglior difensore della lega per palle recuperate, e Russell Westbrook (23.2 punti- 10.4 assist- 11.2 rimbalzi) il quale rischia di chiudere per la terza stagione consecutiva in tripla doppia di media nonostante abbia tirato malissimo da tre durante l’anno (28.8%) . il resto della squadra è molto meno talentuosa ma utilizza la grinta, l’atletismo, l’ottima difesa e i rimbalzi offensivi come arma vincente, un esempio lampante sono Adams e Grant. Hanno dimostrato di potersela giocare contro tutti durante la stagione, sono la squadra più accreditata come antagonista di Golden State. Se George giocasse i playoff come la regular season e Russell ritrovasse fiducia nel sul tiro, chissà dove potrebbero arrivare.

La situazione in casa Dallas Mavericks: il futuro promette bene

La stagione dei Dallas Mavericks è stata una stagione in cui si sono gettate le basi per un futuro luminoso, visto che la scelta di puntare su Luka Doncic ha ripagato eccome.

Infatti il talento sloveno ha disputato sin qui una stagione straordinaria, dimostrando di poter segnare in tutti i modi possibili ma non solo; infatti l’ex giocatore del Real Madrid è anche un ottimo passatore oltre a saper anche catturare vari rimbalzi ed è sicuramente il candidato numero uno alla vittoria del Rookie Of The Year. Le statistiche in stagione della stella dei Dallas Mavericks sono esorbitanti: 21.1 punti, 7.5 rimbalzi e 5.8 assist di media, anche se deve migliorare leggermente le sue percentuali al tiro, specialmente quello da 3 punti e dalla lunetta.

DALLAS MAVERICKS: IL CAMBIO DI ROTTA CON LA MAXI-TRADE PER PORZINGIS

Kristaps Porzingis con la casacca dei New York Knicks.

Prima della trade deadline i Dallas Mavericks si trovavano in lotta per un posto nei playoff, ma poi la scelta della trade per portare Kristaps Porzingis a Dallas insieme a Trey Burke, Courtney Lee e Tim Hardway Jr. in cambio di DeAndre Jordan, Wesley Matthews , Dennis Smith Jr. e due prime scelte future ha sicuramente cambiato le aspettative sui Dallas Mavericks in questa stagione, vista specialmente l’assenza di Kristaps Porzingis fino alla prossima stagione. Da quel momento in poi la stagione dei Mavs è precipitata, visto che sono arrivate molte sconfitte, ma le ambizioni sono diventate molto più elevate in quanto la prossima stagione Luka Doncic avrà al suo fianco un’altra superstar come il lettone, un lungo dal talento cristallino in grado di sfornare doppie doppie e ventelli a raffica.

FREE AGENCY E FUTURO

Kemba Walker, obbiettivo dei Dallas Mavericks nella prossima Free Agency

Con l’arrivo in quel di Dallas del lungo lettone Kristaps Porzingis, i Dallas Mavericks potranno anche tentare di firmare degli ottimi giocatori nella prossima free agency, visto che una squadra con Luka Doncic, Kristaps Porzingis ed una società seria come quella dei Mavs gode sicuramente di ottima reputazione e di fascino all’interno della lega; a questo proposito, un nome interessante in orbita Dallas Mavericks è quello di Kemba Walker, che andrebbe a formare insieme alle due già citate stelle dei Mavericks dei nuovi big three, oltre magari a qualche altro buon giocatore di contorno che potrà essere firmato dalla franchigia di Dallas.

Infatti la prossima free agency sarà piena di ottimi giocatori e visto che ci saranno a disposizione stelle come Kevin Durant, Kyrie Irving e Kawhi Leonard, i Dallas Mavericks potrebbero approfittarne per avere meno concorrenza su altri ottimi giocatori come appunto Kemba Walker ma non solo, visto che ci sono tantissimi ottimi giocatori che potrebbero partire in estate. Insomma, il futuro promette bene in quel di Dallas. Per quanto riguarda invece le scelte al draft, Dallas ha scambiato molte delle sue scelte, infatti gli restano a disposizione soltanto una scelta al secondo giro del 2020 dai Rockets o dagli Warriors ed una seconda scelta nel 2023 dai Miami Heat.

Sarà dunque certa la presenza attiva nelle prossime offseason dei Dallas Mavericks, oltre magari a concludere qualche trade scoppiettante come quella conclusa positivamente per Porzingis.

Derrick Rose: storia di una rinascita in quel di Minneapolis

Derrick Rose

Gli atleti della NBA appaiono al pubblico come della macchine perfette: indistruttibili, inarrivabili, ma anche loro sono umani e come tutti hanno una storia alle spalle. Storie di povertà,  di vite difficoltose e di continui spostamenti in cerca di fortuna. Storie di cadute e rivincite. Tutte store accomunate da una sola cosa: l’amore per il basket. Una delle storie che più ha commosso il mondo del basket è quella di Derrick Rose, passato dall’essere il più giovane MVP della lega, al fantasma di se stesso, fino al riscatto nella stagione 2018/2019.

 

DERRICK ROSE: IL NUOVO INIZIO COI TIMBERWOLVES

Derrick Rose sta trovando una seconda giovinezza in uscita dalla panchina di Minnesota
Derrick Rose ha trovato una seconda giovinezza nella franchigia dei Lupi

A Minnesota Rose rincontra l’amore tecnico della sua vita: Tom Thibodeau, l’uomo che lo ha lanciato nel grande Basket e che crede tantissimo in lui. Il primo acuto del nuovo Rose arriva dopo la quarta partita di Regular Season; contro i Mavericks fa registrare una prestazione da 28 punti, 5 assist,  5 rimbalzi, 2 palle recuperate e un 40% al tiro da 3 e 52.4% complessivo dal campo in 32 minuti uscendo dalla panchina. Finalmente si inizia a intravedere il Derrick Rose che noi tutti conosciamo. Il vero capolavoro arriva il 31 Ottobre del 2018 contro gli Utah Jazz: Rose mette a segno: 50 punti (career high), 6 assist, 4 rimbalzi con il 57.1% da 3 punti e il 61.3% dal campo. Tutta la frustrazione, le critiche subite, la voglia di riscatto si evincono dalle lacrime a fine partita. Un nuovo inizio di carriera per D-Rose che finalmente scaccia via i fantasmi del passato.

 

UN ROSE… PIÙ RIFLESSIVO

 

Non sarà esplosivo come un tempo, ma Derrick Rose sa come sbarazzarsi del proprio marcatore. Anche sfruttando il pick and roll.

Il Rose di Chicago era un giocatore immarcabile grazie ad un primo passo che lasciava tutti sul posto, attaccava il ferro con tutta la sua potenza chiudendo spesso e volentieri con una schiacciata. Non coinvolgeva troppo i compagni, preferendo le iniziative personali. Adesso è un giocatore più riflessivo, conscio dei suoi limiti fisici sfrutta la tecnica e l’intelletto. Utilizza il suo ball handling per ubriacare gli avversari e poter entrare nel pitturato per concludere l’azione in layup (circa il 46% dei suoi punti proviene dal pitturato) o scaricando per i compagni liberi. Quando l’area è chiusa e non può penetrare ha inserito nella suo bagaglio tecnico un arresto e tiro piuttosto credibile (44.4 % dalla media e 37% da 3 ). Rose è il leader tecnico ed emotivo della squadra, è il giocatore che apre le difese attirando i raddoppi su di se lasciando così libero un suo compagno pronto a ricevere l’assist. I numeri della stagione in corso sono i seguenti: 18.0 punti di media 4.3 assist e 2.7 rimbalzi con il 48.2% dal campo e 85.6% ai tiri liberi. Un giocatore completamente ritrovato, spesso decisivo per le vittorie della sua squadra, dimostrando che la partita contro gli Utah Jazz  non era un caso fortuito.

 

IL FUTURO DEI TIMBERWOLVES

Derrick Rose assieme a Karl-Anthony Towns e Andrew Wiggins.

La stagione dei Minnesota Timberwolves sta volgendo al termine,  la franchigia può praticamente dire addio ai playoff. Sicuramente non è andata come l’ambiente sperava e ci sono altrettante incertezze sul futuro: la scelta di un nuovo allenatore, l’impatto di Andrew Wiggins che in questa stagione è stato davvero minimo. Ci sono anche delle certezze da cui ripartire: le prestazioni mostruose di Karl-Anthony Towns, l’inserimento da inizio anno di due ragazzi interessanti come Dario Saric e Robert Convigton, ma soprattutto l’aver ritrovato un giocatore così decisivo come Rose, capace di risolvere le partite quando serve. In scadenza di contratto, il suo futuro è tutto da scrivere. Ed intanto il buon Derrick può godersi la sua rinascita.

 

 

 

Phoenix Suns, aspettative deluse. Cosa è andato, cosa no

Phoenix Suns

Ultimi nella Western Conferencequartultimo attacco e penultima difesa della lega. Anche quest’anno i Phoenix Suns sperano di giocare i playoff la prossima stagione. Tuttavia non c’è da sorprendersi: la franchigia dell’Arizona nelle ultime annate ha iniziato un lento processo di rebuilding che l’ha portata a sbarazzarsi nel tempo delle sue punte di diamante (Goran Dragic, Eric Bledsoe…) e puntare tutto sul draft. Gli arrivi di Devin Booker e DeAndre Ayton fanno ben sperare per il futuro, ma il presente non è certo dei migliori. Ripercorriamo allora la regular season dei Suns, analizzandone le debolezze e i punti di forza.

PHOENIX SUNS: COSA HA FUNZIONATO

Devin Booker in azione.

A giudicare dai risultati, molto poco. Tra i pochi a salvarsi DeAndre Ayton e Devin Booker. La prima scelta al draft ha dimostrato di essere fisicamente e tecnicamente pronto per la NBA, al netto di qualche uscita a vuoto. I 16.6 punti, 10.3 rimbalzi e 1.9 assist di media fanno ben sperare per il futuro, del quale farà sicuramente parte Booker: il prodotto di Kentucky ha confermato quanto di buono visto negli ultimi 4 anni. In preseason Ayton ha detto che sarebbero diventati i nuovi Kobe e Shaq. Chissà che un giorno non ripercorrano le loro orme, ma per il momento il paragone sembra azzardato. Gli innesti tardivi di Kelly Oubre Jr. e Tyler Johnson segnano un punto a favore per la dirigenza, finalmente attiva sul mercato. In particolare l’ex Wizards, che si è ben integrato nel sistema di Phoenix, rilevandosi uno straordinario scorer in uscita dalla panchina. I Phoenix Suns inoltre nelle ultime gare si sono anche tolti la soddisfazione di battere i Warriors e due volte i Bucks, le capolista delle rispettive conference. Che qualcosa inizi finalmente a girare in vista della prossima stagione?

 

PHOENIX SUNS: COSA NON HA FUNZIONATO

deandre ayton sulla sua difesa
DeAndre Ayton.

Essere penultimi nella lega significa che molte cose sono andate storte sia a livello corale che individuale. I Phoenix Suns hanno segnato in media 104.9 punti a partita, pochi per aspirare alla postseason. L’attacco poggia esclusivamente sulle spalle di Booker che ha sempre dato il suo contributo quando chiamato in causa. Il numero 1 però ha saltato finora 17 gare manifestando una preoccupante attitudine agli infortuni. Il roster giovane e talentuoso si è rivelato troppo discontinuo e ancora acerbo per i parquet NBA. Josh Jackson, Dragan Bender e Mikal Bridges ne sono la prova. Manca forse la giusta dose di esperienza per incentivare la crescita di questi ragazzi. Trevor Ariza è infatti tornato nella capitale e il solo Jamal Crawford non può bastare. C’è poi il caso Ayton che, come detto in precedenza, ha alternato partite monumentali a prestazioni insufficienti. DeAndre dovrà soprattutto migliorare il rendimento difensivo, in quanto è apparso per nulla temibile sotto le plance, malgrado la sua grande mole (0.7 stoppate a partita, il peggiore tra i lunghi titolari). Proprio la difesa è il principale tallone di Achille di questa squadra: 113.4 punti di media subiti, peggio di loro solo i bistrattati Cleveland Cavaliers.

Urge quindi una ripetizione ai ragazzi dell’Arizona e anche in fretta. Booker è desideroso di giocare una posteseason a cui i Phoenix Suns però non partecipano da 9 anni. Se dovessero proseguire nel loro declino, sarà dura convincerlo a restare per le prossime annate.