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From The Corner #27: Salvato il soldato Allen

Qualora siate dediti alla letteratura del gioco, sapreste che il titolo posto in testa a questo articolo, si rifà ad un vecchio capitolo dell’immortale “Black Jesus”, capolavoro d’antologia dell’ex avvocato Federico Buffa. Quel capitolo assumeva come interprete principale un altro “Allen”, tale Iverson da Hampton, Virginia. Ovviamente non mi sogno nemmeno minimamente di togliere nulla al maestro della comunicazione per eccellenza e mi limito solamente a prendere il prestito il titolo per parlare e soprattutto ‘salvare’ (con una pinza grande), l’altro Allen, Ovvero Ray Allen.

I fatti: finalmente viene riconosciuto il lavoro immenso prodotto durante una quasi ventennale carriera, comprensivo di 2 anelli vinti, con l’introduzione nella Hall Of Fame. Se lo merita eccome, il Candy Man californiano. Proprio per via di quei dolciumi che ha distribuito in tutta la sua carriera, intese come triple, che lo portano ad ora al primo posto della storia NBA per tiri pesanti realizzati. Una e forse la più importante, quella in Gara 6 nelle finali NBA 2013, per sigillare il 95 pari a danno degli Spurs. Miami ha gustato il sapore dolce dolcissimo di quella caramella, ai Texani è appassita nel gargarozzo.
Fin qui, nulla di male, anzi, se avesse bisogno di scrivere il discorso di ringraziamento, una mano gliela diamo anche. Tranne che… Tranne che siate Kevin Garnett, Rajon Rondo o Paul Pierce, il cui rapporto a seguito del salto della barricata in direzione Florida, è appassito come la caramella dei texani. Anche peggio.

Da semplici tifosi NBA la cosa fa solo che dispiacere. Ok, Kevin Garnett è un uomo impossibile, a suo tempo offese il vecchio Charlie Villanueva chiedendogli se avesse il cancro, quando in realtà soffriva e soffre di alopecia areata. E’ ovviamente solo la punta di un vizio chiamato Trash Talking vecchio e datato. Il 5 in maglia C’s, però, prese molto male la scelta di Allen di approdare alla corte del Re. Così male da chiudere i rapporti con Allen e costringere anche gli altri compagni o ex a non rivolgergli più la parola, quasi rendendolo un appestato. Ray-Ray non ha preso per niente bene il comportamento dei suoi ex compagni ed anche se dapprima ha cercato di passarci sopra e concentrarsi sul basket, una volta che si è ritirato, il pensiero è volato più volte su quanto era successo, manifestandosi in incredulità e disappunto.

 

Doc Rivers, all’ora coach di quella squadra campione NBA 2008, in prima istanza non ha proferito verbo, magari pensando che si sarebbe tutto sgonfiato da sé e giustificando il comportamento con l’immenso ego dei giocatori:  “Una volta appese le scarpe al chiodo, tutto passa in cavalleria”, avrà pensato. Accortosi che effettivamente così non è mai andata e che Ray Allen non usufruirà della presenza dei suoi ex compagni in maglia verde, ha cercato di fare mea culpa ed attenuare le polemiche:

“Odio vedere questa frattura nella squadra. Vorrei che per Ray Allen questo fosse un grande momento. Ray Allen ha vinto un titolo con Boston, senza di lui non sarebbe stato possibile. Boston dovrebbe celebrarlo. E’ il motivo per il quale c’è quel banner affisso al palazzo dello sport. Avrei dovuto essere più bravo a tenere unito quel gruppo. Tanti ancora sono molti uniti, ma non tutti. Fa davvero molto male vedere quello che sta accadendo.”

 

Magari l’orgoglio è stato tradito, ma diciamoci la verità: se hanno fatto pace Shaq e Kobe, figurati se non possono farlo loro.

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