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AD7

Three Points – My name is Donovan Mitchell

Il rookie degli Utah Jazz si è preso il palcoscenico nell'ultima settimana NBA

Con le feste sempre più vicine, è in arrivo un periodo molto intenso per la NBA. Non solo per le sfide più attese della regular season (su tutte l’ennesimo rendez-vous tra Warriors e Cavs il giorno di Natale), ma anche per i primi scambi con cui alcune franchigie proveranno a dare una scossa alla stagione. La settimana appena trascorsa è stata foriera di brutte notizie dal fronte infortuni (è toccato a Stephen Curry, Anthony Davis, Kristaps Porzingis, Tim Hardaway Jr., Devin Booker e Jusuf Nurkic), ma è stata anche caratterizzata dall’annuncio di Derrick Rose di voler proseguire la sua avventura a Cleveland, scongiurando l’ipotesi di un prematuro quanto triste ritiro. Mentre Houston Rockets e Boston Celtics continuano a volare al comando delle rispettive Conference e Bradley Beal si regala una notte leggendaria con i 51 punti di Portland, la copertina di questa edizione di ‘Three Points’ se la prende Donovan Mitchell, una delle maggiori sorprese di questa prima parte di 2017/18.

 

1 – My name is Donovan Mitchell

Donovan Mitchell, giovane rivelazione degli Utah Jazz
Donovan Mitchell, giovane rivelazione degli Utah Jazz

L’ultima settimana è stata quella in cui Donovan Mitchell si è presentato ufficialmente al grande pubblico NBA. Lo ha fatto tramite una memorabile prestazione da 41 punti, necessaria ai suoi Utah Jazz per battere i New Orleans Pelicans e a Mitchell stesso per incassare i complimenti di DeMarcus Cousins (uno non certo famoso per elargire parole al miele nei confronti degli avversari). Il numero 45 (scelto, a quanto pare, in onore della carriera nel baseball di Michael Jordan; non proprio il picco massimo della sua leggenda…) è diventato il primo giocatore nella storia della franchigia a toccare quota 40, ma quella notte è stata solo la punta di un iceberg su cui in pochi si aspettavano di infrangersi.

Nato nei dintorni di New York e cresciuto tra Connecticut, New Hampshire e Kentucky, Donovan si è messo in luce al secondo – e ultimo – anno con la maglia dei Louisville Cardinals, guidandoli fino al secondo turno del torneo NCAA (perso contro Michigan). Il suo sbarco nella lega è passato quasi sotto silenzio. Nel corso di un draft potenzialmente ricchissimo, in cui ad oscurare Mitchell c’erano giovani decisamente più ‘pubblicizzati’ (giustamente o no, ce lo dirà solo il tempo), i Denver Nuggets hanno scritto il suo nome sulla cartellina finita poi nelle mani di Adam Silver. Non che in Colorado lo aspettassero come il Messia; anche a causa di un roster sovraffollato di guardie, i Nuggets lo hanno prontamente ceduto agli Utah Jazz, in cambio di Trey Lyles (ala grande e oggetto misterioso nello Utah) e della ventiquattresima chiamata, poi convertita in Tyler Lydon (ala grande, esattamente quello che serviva a Den…no, scusate).

Sarà che la scelta con cui è stato selezionato evoca grandi ricordi (la 13, come Karl Malone, ma anche come Kobe Bryant e Devin Booker), sarà perché i Jazz erano alla disperata ricerca di un realizzatore, fatto sta che Mitchell è presto esploso, entrando nelle grazie di tifosi e allenatore. Prima una Summer League eccezionale, poi un inizio di regular season altalenante, quindi un novembre da assoluto protagonista (18.1 punti di media con sei gare oltre quota 25) che gli è valso un posto in quintetto. Il mese di dicembre è cominciato con le 41 gemme ai Pelicans, i 21 punti nel massacro ai danni dei malcapitati Washington Wizards e i 31 nella sconfitta di Oklahoma City, che ha interrotto una striscia di 6 vittorie consecutive necessaria a Utah per mantenersi in zona playoff. Cifre a parte, a elettrizzare maggiormente i mormoni è lo stile di gioco di Mitchell. Spesso e volentieri sopra il ferro, attacca il canestro con un dinamismo che a Salt Lake City non si è visto spesso. In questo primo scampolo di stagione ha dimostrato di poter giocare sia da guardia tiratrice che da playmaker, il tutto con la tranquillità di un veterano.

Dura la vita dei tifosi Jazz: i grandi talenti non arrivano mai spontaneamente, ma bisogna trovarseli in casa. Dopo l’addio del più grande giocatore home-made degli ultimi anni, Gordon Hayward, la squadra di coach Quin Snyder si trovava senza un punto di riferimento, soprattutto in attacco; Rodney Hood non è mai stato costante, Ricky Rubio non è mai stato un realizzatore, Rudy Gobert e Derrick Favors non sono mai stati Anthony Davis e DeMarcus Cousins. Oltretutto, i compagni sopra citati sono finiti, a turno o contemporaneamente, in infermeria. Ecco dunque Donovan Mitchell, detto ‘Spida-man’, spuntato quasi dal nulla e pronto a caricarsi sulle spalle una franchigia e uno stato intero. Sempre meglio essere cauti con ragazzi così giovani. ma potrebbe essere nata una nuova stella tra i mormoni.

 

2 – Cavs’ not dead

Kevin Love, LeBron James e Dwyane Wade, trio di punta dei Cavs
Kevin Love, LeBron James e Dwyane Wade, trio di punta dei Cavs

Come il punk, anche i Cleveland Cavaliers non vanno dati per ‘morti’ troppo presto. Fino a un paio di settimane fa, in giro per il web, si leggevano analisi e commenti sulla stagione fallimentare di LeBron James e compagni (“Battere Golden State? Bisogna vedere se arrivano ai playoff prima!” è la perla più scintillante della collezione). Effettivamente, i Cavs erano partiti male, anzi, malissimo; 5 sconfitte nelle prime 8 partite (tra cui quelle contro Orlando, Brooklyn e Atlanta), 7 nelle prime 12, Tyronn Lue già virtualmente licenziato, LeBron ai Lakers e Dwyane Wade in pensione. Poi, è arrivata la svolta; 13 vittorie consecutive e inarrestabile scalata ai piani alti della Eastern Conference, fino al secondo posto attuale. Ecco dunque una finale (già scritta, ovviamente) tutto sommato più equilibrata – anzi, con Cleveland favorita –,  James MVP, Wade sesto uomo dell’anno e Lue Coach Of The Y… No, forse questo no.

Eppure i Cavs sono gli stessi di ottobre, fatta eccezione per l’assenza dell’infortunato Tristan Thompson e del povero Derrick Rose, nel bel mezzo di un’autentica crisi esistenziale. Il roster a disposizione è ultra-competitivo, così come lo era prima. Semplicemente, dopo i tanti (troppi) esperimenti iniziali, Lue e il suo staff hanno trovato maggiori equilibri. Una volta stabilite le gerarchie e le rotazioni, molti di quelli che non si chiamano LeBron James hanno visibilmente innalzato il loro livello di gioco. Primo fra tutti lo stesso Wade, che dopo una pessima partenza si sta affermando come uno dei migliori ‘sesti uomini’ della lega. Anche Kyle Korver, Jeff Green (che comunque era stato uno dei più positivi anche all’inizio) e J.R. Smith (veramente inguardabile in avvio) sono molto cresciuti, mentre Kevin Love sta attraversando uno dei suoi classici momenti di grazia (25 punti e 12.4 rimbalzi di media nelle ultime cinque uscite, con la perla di un primo quarto da 22 punti contro Miami). L’unico rendimento constante è stato quello di King James. Che fosse un giocatore mai visto lo si era capito ormai da tempo; che fosse in grado di migliorare anno dopo anno – in quella che dovrebbe essere la fase calante della carriera – era invece difficile da pronosticare. Il titolo di MVP non sarà certamente la sua priorità, ma non includerlo nelle discussioni per il premio sarebbe pura blasfemia. Quasi in tripla-doppia di media (28.2 punti, 8.6 rimbalzi, 8 assist), scende in campo ogni sera con lo sguardo e l’atteggiamento da ‘uomo in missione’. Visti i precedenti, è facilmente presumibile che questa intensità aumenti ulteriormente con l’avvicinarsi dei playoff. Cattive notizie per gli avversari…

Oltretutto, Cleveland non ha ancora raggiunto la sua forma definitiva. Isaiah Thomas è ancora scalpitante a bordocampo, Derrick Rose dovrebbe tornare nel giro di qualche partita e il ‘mercato di riparazione’ potrebbe portare nuove armi al già nutritissimo arsenale. Probabilmente dovremo aspettare i playoff per avere un’idea chiara sulle reali possibilità della squadra. Di certo, darla per ‘morta’ o per indiscussa favorita a questo punto della stagione sarebbero due errori di pari gravità.

 

3 – Miami Warm

Altro inizio di stagione sottotono per i Miami Heat
Altro inizio di stagione sottotono per i Miami Heat

Rimanendo in contesti cari alla coppia James-Wade, i Miami Heat sono una delle maggiori delusioni di questo avvio di regular season. E’ vero, anche l’anno scorso, di questi tempi, stavamo celebrando anzitempo il ‘funerale’ (giusto per restare in tema) degli uomini di Erik Spoelstra, protagonisti poi di un ottimo finale di stagione. E’ proprio da quella grande cavalcata che avrebbero dovuto ripartire gli Heat. Invece, dopo quasi due mesi di 2017/18, il sole della Florida è quanto mai tiepido. Miami ha un record mediocre (al momento 11 vinte e 13 perse, decimo posto ad Est) e un gioco ancora più incolore.

I protagonisti dell’avvincente corsa agli scorsi playoff (sfumati per pochissimo) stanno rendendo ben al di sotto delle aspettative. Goran Dragic non potrà essere sempre il dominatore visto ad EuroBasket, ma può fare molto meglio di quello che ha mostrato fin qui. Hassan Whiteside ha avuto a che fare con un infortunio dopo l’altro, mentre Dion Waiters ci aveva forse abituato troppo bene lo scorso anno; ad eccezione della partita da 33 punti (massimo in carriera) contro Minnesota, fino a questo momento è stato piuttosto altalenante. Anche Josh Richardson e Tyler Johnson sono in netto calo rispetto al 2016/17, ma una menzione ‘d’onore’ va a Kelly Olynyk: leone a Boston, quasi fuori contesto a Miami. L’uomo-simbolo di questo particolare momento degli Heat è però Justise Winslow. Il suo rientro, dopo un’operazione alla spalla che ne aveva compromesso gran parte della passata stagione, era uno dei fattori su cui coach Spoelstra contava maggiormente per il salto di qualità. Quello che ha rimesso piede in campo è invece l’ombra sbiadita del promettente two-way-player visto prima a Duke (dove vinse il titolo NCAA con, tra gli altri, Jahlil Okafor e Tyus Jones) e poi al primo anno in Florida. Vedendolo giocare si ha la sensazione di un atleta spaesato, privo di qualsiasi tipo di fiducia nei propri mezzi su entrambi i lati del campo. Non il massimo, per quello che doveva essere il primo pilastro su cui rifondare la franchigia. Se le fortune della tua squadra dipendono dagli ‘oggetti misteriosi’ per eccellenza James Johnson e Wayne Ellington (rispettivamente alla sesta e settima esperienza diversa in nove stagioni), significa che il progetto deve essere quantomeno rivisto…

Da qui a fine gennaio, Miami avrà un calendario ben più abbordabile che in precedenza (delle 13 sconfitte, 8 sono arrivate contro squadre di vertice). Le prossime saranno quindi le settimane che decideranno il futuro prossimo della franchigia: da una parte la possibilità di rimettere piede nel ‘salotto buono’ della Eastern Conference (magari catturando l’attenzione di qualche grosso free-agent), dall’altra una ricostruzione che, in caso di fallimento, non si potrebbe più rimandare.

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