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C’era una volta il basket jugoslavo: Partizan Belgrado

La storia del basket jugoslavo, le origini del mito della grandiosa cultura cestistica nei paesi dell’ex Jugoslavia, oggi parliamo del Partizan Belgrado.

Partizan Belgrado: basket jugoslavo senza la Jugoslavia

Quando Pop84 Spalato vinse la sua terza ed ultima Eurolega nel 1991 batteva ancora bandiera jugoslava. Poche settimane più tardi la bandiera della Jugoslavia sarebbe stata sostituita da quella della Croazia. Il 25 giugno 1991, infatti, Croazia e Slovenia si dichiararono indipendenti e la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia scricchiolava spaventosamente. L’8 settembre del 1991 anche la Macedonia si staccava dalla Federazione. La Bosnia avrebbe aspettato il marzo 1992. Le campane da morto suonavano sinistramente sulla fu Jugoslavia. La battaglia di Vukovar finì a novembre ’91 con migliaia di morti ed una città quasi distrutta. La guerra in Bosnia e l’assedio di Sarajevo sarebbero iniziati pochi mesi dopo. Macerie e macellerie nel cuore d’Europa dove non si vedeva una guerra da decenni. L’intera penisola balcanica ribolliva e la frase di Sir Winston Churchill: «I Balcani producono più storia di quanta ne possano digerire» suonava ancora una volta sinistramente attuale. L’Europa ed il mondo osservavano senza fare nulla: «Ci fotte la guerra che armi non ha, ci fotte la pace che ammazza qua e là, ci fottono i preti i pope i mullah, l’ONU, la NATO, la civiltà» avrebbero cantato a proposito i C.S.I. Ma la vita proseguiva perché non potrebbe essere altrimenti e perché l’uomo deve esorcizzare la paura per non doverla affrontare, anche se i successi tennistici della divina Monika Seleš o il trionfo della Stella Rossa di Belgrado in Coppa Campioni 1991 non riuscirono veramente a distrarre menti impaurite. E così iniziò l’Eurolega 1991-92 con il Partizan Belgrado a rappresentare una Jugoslavia sempre più smembrata, mentre Cibona e Slobodna Dalmacija (estemporaneo nome della compagine spalatina) rappresentavano la Croazia.

 

Partizan Belgrado: Želimir Željko Obradović, the man from Čačak and his boys

Jugoslovensko sportsko društvo Partizan è una delle polisportive più grandi ed importanti d’Europa, la sezione di pallanuoto, per esempio, è una delle squadre regine d’Europa, mentre quella calcistica fu la prima compagine made in YU a disputare una finale di Coppa dei Campioni. La sezione di basket, pardon: košarka, Košarkaški klub Partizan ad inizio anni novanta era al contempo soddisfatta per i risultati ottenuti nel decennio precedente (aveva vinto: due campionati ed una coppa nazionale, una Korać contrò Cantù, ed era arrivata terza nell’Eurolega 1988) ma preoccupata per il ricambio generazionale. Lontanissimi i fasti della coppia Kićanović-Dalipagić,

La maglia storica del Partizan Belgrado

ma anche i più recenti idoli della Hala Pionir (casa del club e catino infuocato da più di cinquemila posti) erano un ricordo ormai sfumato: Vlade Marlboro Man Divac si godeva il sole di L.A.,

Divac del Partizan Belgrado

Žarko Paspalj si era trasferito sotto il Partenone, Miroslav Pecarski si era fatto allettare dall’idea di giocare a Salonicco con la coppia Galīs e Giannakīs, Marko Ivanović accettò la corte dei macedoni del Rabotnički, mentre il play Želimir Željko Obradović (argento olimpico ’88 e oro mondiale ’90) si era ritirato. La dirigenza della squadra decise di puntare su Željko come allenatore e mai scelta fu più giusta. Obradović era nato il 9 marzo 1960 in una cittadina serba nel distretto di Moravica: Čačak. Questa è uno snodo commerciale importante, circondato da monasteri antichissimi e negli anni ha sempre mantenuto uno stretto legame con la cultura. Nella cittadina vi sono un paio di facoltà universitarie, un museo nazionale, molteplici istituti superiori specializzati ed una fervente attività artistica: mostre fotografiche, stagioni teatrali e festival musicali. Anche paesaggisticamente Čačak ed i suoi dintorni hanno molto da offrire: dominata dal monte Ovčar-Kablar ed attraversata dal fiume Morava garantisce scorci stupendi. Ma nonostante tutto ciò la città è nota per essere stata la città che ha dato i natali a svariate leggende della palla a spicchi. Scrive infatti Sergio Tavčar nel suo La Jugoslavia, il basket e un telecronista: «Čačak era e rimane un fenomeno irripetibile nel mondo. A Čačak sono nati e cresciuti […] Dragan Kićanović, i centri più volte nazionali Radivoje Živković […] e Milun Marović, campione di Jugoslavia col Radnički, il famoso uomo dalle forbici facili di Limoges Goran Grbović […] e poi ancora il bravissimo play al fosforo Želimir Obradović, diventato uno dei santoni delle panchine europee, questo solo per citarne alcuni senza menzionare tutta una serie di altri giocatori […] di eccellente livello che avrebbero sicuramente fatto di Čačak, se fossero rimasti nel club d’origine […] la capitale del basket europeo, per me di livello sicuramente superiore a Badalona che tutti considerano la città europea del basket per eccellenza». Badalona in questa storia, e nella storia personale di Obradović, ritornerà…

Obradović accettò forse nemmeno immaginando che stava per iniziare una carriera sfavillante senza precedenti. Tuttavia per facilitare il lavoro del giovane (32 anni) allenatore gli venne affiancata un’autentica leggenda baskettara: Aleksandar Aca Nikolić, il padre del basket jugoslavo (il tecnico che aveva già vaticinato e preparato la Jugoplastica/Pop84 Spalato); un ideale passaggio di consegne…

Il roster era composto da moltissimi giovani promettenti che vedevano in Obradović un fratello maggiore ed in Nikolić un oracolo: le guardie Nikola Lončar (classe ’72) ed Igor Perović (classe ’74), l’ala macedone Igor Mihajlovski (classe ’73), i centri Mlađan Šilobad (classe ’71) e Željko Rebrača (classe ’72). Più “anziani” erano l’ala croata Ivo Nakić (classe ’66) già vincitore di due edizioni di Eurolega con Cibona e quindi dotato di grande esperienza internazionale, la guardia Vladimir Dragutinović (classe ’67), l’ala grande Slaviša Koprivica (classe ’68) ed il centro Zoran Stevanović (classe ’70). L’ala piccola Dragiša Šarić (classe ’61, scomparso nel 2008 per attacco cardiaco) era il più “longevo” della squadra ed ebbe anch’egli la sua fetta di minutaggio. I fuoriclasse più osannati dai grobari (letteralmente: becchini), i tifosi del Partizan Belgrado, erano il playmaker Aleksandar Saša Đorđević, belgradese classe ’67 (bronzo europeo ’87 ed oro europeo ’91), e la guardia serba di Bosnia Predrag Saša Danilović, classe ’70 (oro europeo ’89 e ’91). Storie e parabole diverse le loro, in comune una classe autentica.

Đorđević si avvicinò alla pallacanestro naturalmente, essendo figlio del grande allenatore Bratislav Bata Đorđević; quando aveva diciassette anni la leggenda Zoran Moka Slavnić lo fece esordire. Al Partizan Belgrado con Paspalj e Divac si integrò magnificamente diventando uno spauracchio per tutte le difese, i pick and roll con Vlade facevano venire il mal di testa a tutti gli allenatori avversari. Đorđević nei primi anni di carriera era il sostituto di Obradović ma quando quant’ultimo iniziò la fase calante della propria carriera il giovane Saša trovò sempre più spazio. Fin da giovane era uno dei più grandi esponenti del basket come veniva inteso nella penisola balcanica, vale a dire: tecnica spaventosa, gusto della sfida, meglio se proibitiva, un’innata predilezione per lo spettacolo; impossibile non amare quel sontuoso direttore d’orchestra – ottimo difensivamente e brillante offensivamente – le cui giocate trasmettevano ribalderia e gusto della provocazione.

Danilović venne notato ancora ragazzo proprio da Obradović ad un campus estivo a Zlatibor. Želimir consigliò il giocatore alla sua dirigenza, Predrag non vedeva l’ora di trasferirsi a Belgrado ma per il trasferimento, essendo Predrag ancora minorenne, era necessario il nulla osta della sua squadra, il Bosna. La società di Sarajevo non volle sentire ragioni e si rifiutò di privarsi della stellina. Le leggende del basket jugo ed ex compagni di nazionale Delibašić e Kićanović, rispettivamente dirigente del Bosna e del Partizan, litigarono aspramente senza giungere ad una soluzione. La federazione salomonicamente spedì Danilović a farsi le ossa negli Usa e quando, un anno dopo, tornò firmò per il Partizan. Saša era fisicamente fortissimo ed atleticamente esplosivo, grande difensore ed ottimo in attacco; grazie ad instancabili e meticolosi allenamenti riuscì addirittura a migliorarsi, un progresso impensabile viste le sue già enormi doti naturali. Era un’autentica macchina da canestri spaventosamente continua.

 

Partizan Belgrado: Eurolega 1991-92 – Europa Crno-Beli

L’avventura del Partizan Belgrado in Europa iniziò ai primi di ottobre quando ai sedicesimi incontrò la squadra ungherese Szolnoki Olaj. Già all’andata in terra magiara si capì che non v’era partita (65-92; 25 punti di Danilović, 15 di Nakić). Il ritorno si giocò due giorni dopo – 3 ottobre – sempre in Ungheria, a causa della guerra che deflagrava nella (ex) Jugoslavia le squadre della penisola balcanica dovettero fissare un’altra arena casalinga, il Patizan avrebbe optato, ma solo dagli ottavi, per il Pabellón Polideportivo Municipal Fernando Martin a Fuenlabrada, vicino Madrid. Fu un match più tirato ma ugualmente vinsero i serbi (89-72; Nakić il mattatore: 19 punti). Fra ottobre e febbraio avvennero gli ottavi che erano organizzati in due gironi da otto squadre. L’Eurolega si era allargata, passando da 27 a 33 partecipanti e così nazioni come Italia e Spagna videro le seconde classificate nei loro campionati partecipare ugualmente alla Coppa dei Campioni. Inoltre le nazioni (Croazia, Spagna, Israele ed Italia) che nell’annata precedente avevano visto una loro squadra fra le semifinaliste ottennero un’ulteriore partecipante e così le squadre azzurre erano Virtus Bologna, Milano e Caserta. I crno-beli (bianconeri, soprannome della compagine  a causa dei colori sociali) finirono nel gruppo B con Milano (l’anno successivo avrebbe vinto la sua seconda Korać), Arīs Salonicco (trascinato per l’ultima annata dalla mitologica coppia Galīs-Giannakīs), Badalona (campione di Spagna in carica e vincitrice un paio di anni prima della Korać), Bayer Leverkusen (già incontrato nelle stagioni precedenti da Pop84 Spalato), Estudiantes (team madrileno), Racing Mechelen (franchigia fiamminga, attualmente trasferitasi ad Anversa, dominatrice del campionato belga) e Den Helder (squadra olandese non più esistente e capace quell’anno di vincere campionato e coppa nazionali).
I ragazzi di Obradović iniziarono con un trittico di vittorie: in Olanda (75-81; Danilović a referto ne mise 22), in “casa” sui belgi che capitolarono disastrosamente (87-67) e su Milano di coach D’Antoni (86-70; mostruoso Saša Danilović quella notte: 31 punti). Dopo un ottimo inizio un pessimo prosieguo, tre sconfitte: a Badalona (76-79), in Germania (80-73) e a Fuenlabrada contro i madrileni (75-95). La vittoria in terra greca (75-83; 21 punti di Koprivica) e la trentina abbondante di punti rifilati agli olandesi (111-77; 24 by Danilović, 20 di Stevanović e 19 Đorđević) rinfrancarono gli animi quando accadde il passo falso nelle Fiandre (86-72) che scombussolò i piani di coach Željko. Per raddrizzare la classifica gli jugoslavi sfornarono un altro trittico di vittorie: a Milano (89-94; 23 punti di Saša Đorđević), in casa su Badalona (76-75; 21 by Đorđević) e sul Bayer (93-69; oltre alle solite ottime prestazioni degli Saša e di Nakić in questa occasione si segnalò un imberbe ventenne futuro NBA: Željko Rebrača, 14 punti). Seguì una sconfitta contro Estudiantes (75-72), quindi la larga vittoria sull’Arīs (99-65; 29 punti di Danilović).
E così il Partizan Belgrado con un record non stupefacente (9-5) si qualificò come quarto e a marzo incrociò la Virtus di coach Messina, prima nel girone A. Per piegare gli italiani i crno-beli necessitarono di gara 3. In gara 1 il Partizan vinse in casa (78-65), quindi perse di misura a Casalecchio dove due giorni dopo vinse (65-69; 23 punti di Danilović) strappando il pass per le final four di Istanbul.

Le finals si disputarono ad Istanbul fra il 14 ed il 16 aprile presso l’Abdi İpekçi Arena, casa dell’Efes Pilsen, squadra più titolata di Turchia. Per la terza volta il Partizan Belgrado incrociava in stagione Milano e per la terza volta vinse. Non ci fu nulla da fare per i ragazzi di Mike D’Antoni che ancora una volta sbatterono contro il muro belgradese: finì 82-75 (Danilović 22, Đorđević 21, Koprivica 14); per i meneghini, magra consolazione la vittoria in finale per il terzo posto contro l’Estudiantes, 99-82.

All’atto conclusivo della manifestazione, quindi, i ragazzi di Željko Obradović trovarono Badalona, una squadra che fra la fine degli anni ottanta ed inizio novanta visse il suo massimo fulgore (due campionati ed una coppa nazionale, due Korać). L’allenatore era la leggenda iberica Lolo Sainz che proprio quell’anno avrebbe conquistato la sua decima Liga, un coach capace di vincere nei suoi quattordici anni di permanenza sulla panca del Real Madrid letteralmente qualsiasi cosa: tutte le competizioni in patria (campionato, coppa e supercoppa) ed in Europa (Eurolega, Coppa delle Coppe, Korać ed Intercontinentale). Era alla sua ultima stagione in un club – avrebbe poi allenato la nazionale spagnola portandola all’argento ad Euro ’99 dove in finale a sbarrargli la strada trovò l’Italia di Bogdan Boša Tanjević – e voleva chiudere con l’ennesimo alloro. Le sue legittime aspettative risiedevano in un roster di ottimo livello: i fratelli Rafael e Tomás Jofresa, entrambi play (il primo era un veterano della nazionale spagnola con cui l’estate precedente agli europei di Roma era giunto terzo, il secondo avrebbe giocato per Treviso), la guardia Jordi Villacampa (altro pilastro della nazionale iberica ed attuale presidente di Badalona) ed infine lo statunitense Harold Pressley, ex Sacramento Kings. Il percorso stesso di Badalona nella competizione permetteva ai tifosi catalani sogni di gloria: la squadra, che aveva iniziato l’Eurolega direttamente agli ottavi, aveva il record migliore (11-3) degli ottavi oltreché il miglior attacco del proprio gruppo; inoltre ai quarti si era sbarazzata agevolmente del Cibona Zagabria che pochi anni prima metteva a ferro e a fuoco i palazzetti del continente. Per la Peyna (l’antico nome del club era Penya Spirit of Badalona, nel 1939 venne ribatezzato Club Joventut Badalona) che si fregiava del titolo di capital europea de baloncesto era arrivato il momento della consacrazione su scala continentale.

Per la quarta volta in finale (terza consecutiva) si affrontarono una squadra spagnola ed una jugoslava: ancora una volta per gli iberici non fu un incontro piacevole.
Obradović preparò magnificamente i suoi alle due fasi di gioco: il Partizan Belgrado nella finale esibì una spietata difesa ed un velocissimo attacco mortifero; Sainz invece venne tradito da due dei suoi giocatori più rappresentativi: Thompson e Villacampa che, imbrigliati nel gioco jugoslavo, sciorinarono una serie di svarioni ed errori di valutazione.

Gli spagnoli iniziarono bene ma gli jugoslavi chiusero la prima metà della finale in vantaggio (40-34), nonostante ciò l’incontro era tiratissimo ed in sostanziale equilibrio. A tre minuti dalla fine del terzo quarto il Partizan trovò il suo vantaggio più largo (53-43) ma al quarto minuto dell’ultimo quarto i catalani conducevano (65-68), i tifosi iberici accarezzavano sogni europei. Ad un minuto dalla sirena una tripla di Danilović rimise in carreggiata il Partizan ed i grobari tirarono un sospiro di sollievo.

Gli ultimi trenta secondi dell’incontro furono letteralemente al cardiopalma: Tomás Jofresa portava palla per poi penetrare nel pitturato e far partire un tiro sbilenco che rimbalzò sul ferro per poi entrare: Badalona 70-68 Partizan e dieci secondi da giocare. Đorđević chiamò subito palla e dalla propria porzione di campo entrò in quella avversaria, si fermò ad uno sputo dalla linea dei tre in posizione angolata, saltò e scoccò il tiro. Tomás Jofresa che lo marcava fin da quando il play aveva preso palla non saltò sbilanciato dal brusco stop del belgradese, nemmeno Morales, lo spagnolo più vicino, saltò. Il tiro di Đorđević partì quando mancavano quattro secondi. I dodicimila del palazzetto turco trattennero il respiro vedendo la parabola della sfera. Il pallone si infilò magicamente dentro il canestro ed il Partizan portò il risultato sul 71-70: i tifosi jugoslavi non credevano ai loro occhi, quelli spagnoli vivevano un incubo. Pressley tentò il tiro della disperazione con due secondi a disposizione, invano. Fu una beffa atroce per i catalani ed una gioia epocale per i serbi. Đorđević esultò ebbro di gioia – la giocata che valeva la coppa era sua – e per poco non venne alle mani con un tifoso che insistentemente gli chiedeva la canotta. Morales, il volto fra le mani e lo sguardo sbarrato. Una moltitudine invase il campo, per Obradović solo baci, abbracci, pacche sulle spalle e ringraziamenti. Morales non lo sapeva ma proprio quell’uomo due anni dopo trascinerà lui ed i suoi compagni del Badalona alla vittoria in Eurolega.

Partizan Belgrado, uno dei giocatori più rappresentativi

Nonostante la tripla vincente Đorđević (23 punti quella notte) non vinse l’MVP che fu vinto da Danilović (25 punti), anche top scorer delle finals. I due Saša e Koprivica trovarono spazio nell’All-Final Four Team.
Il Partizan Belgrado avrebbe reso ulteriormente indimenticabile quella stagione vincendo anche il proprio campionato e la coppa nazionale.

 

Partizan Belgrado: whatever happened?

Želimir Željko Obradović: impossibile raccontare la leggenda del miglior tecnico cestistico europeo in poche righe. Proponiamo solo meri dati che rendono, anche se solo parzialmente, la grandezza e la professionalità dell’allenatore: 9nove9 Euroleghe (!!!), 16 campionati vinti in tre nazioni, 13 coppe nazionali, 2 Coppe delle Coppe e, con la Jugoslavia (intesa come Serbia&Montenegro), 1 argento olimpico (’96), 1 oro europeo (’97), 1 oro mondiale (’98). Il suo nome figura fra i 50 contributori più importanti dell’Eurolega. No wonder God loves him.

Aleksandar Saša Đorđević: dopo i trionfi col Partizan Belgrado si è trasferito in Italia: Milano, con cui ha vinto una Korać, e Fortitudo Bologna. Quindi l’approdo in NBA a Portland, ma negli USA fatica ad adattarsi e lamenta nostalgie del vecchio continente. Ritorna quindi in Europa, prima a Barcellona (vince due volte la Liga e la terza Korać), poi al Real Madrid (una Liga). Ritorna in Italia, Pesaro e Milano le sue ultime tappe professionali da giocatore, ma proprio nel Belpaese inizia la carriera da coach a Milano per poi proseguire a Treviso. Quindi Panathīnaïkos (vince una coppa nazionale) e Bayern Monaco (una Coppa di Germania). Dal 2013 è l’allenatore della nazionale serba (argento mondiale ’14, olimpico ’16, europeo ’17); da giocatore con la nazionale jugoslava: argento olimpico ’86, oro mondiale ’98, ori europei ’95 e ‘97. Il suo nome figura fra i 50 contributori più importanti dell’Eurolega.

Predrag “Saša” Danilović: dopo il banchetto di vittorie a Belgrado approda alla Virtus Bologna con cui vince tre campionati italiani, accetta poi la corte dell’NBA. Negli USA (Miami e Dallas) non sfigura ma mal si adatta a livello personale e rimane deluso dalla scarsa competitività delle sue franchigie. Ritorna alla Virtus e alla corte di coach Messina vince un campionato, una coppa nazionale ed un’Eurolega. Argento olimpico ’96 ed oro europeo ’95 e ’97 è padre della tennista Olga Danilović. Il suo nome figura fra i 50 contributori più importanti dell’Eurolega.

Željko Rebrača: resta al Partizan fino al 1995 quindi si trasferisce a Treviso dove ritrova Obradović, in Veneto vince un campionato, una coppa nazionale ed una Coppa delle Coppe. Segue coach Željko al Panathīnaïkos e vince due campionati greci ed un’Eurolega. Approda infine in NBA dove rimane sei anni (Pistons, Hawks e Clippers). Chiude a Valencia. Argento olimpico ’96, oro mondiale ’98, oro europeo ’95 e ’97.

Nikola Lončar: lascia il Partizan nel 1995 (vi ritornerà dieci anni dopo) per approdare al Real Madrid dove riabbraccia Obradović, proseguirà la propria carriera cambiando squadra quasi ogni anno (in Italia ha giocato per Varese, Montecatini e Milano). Le tappe più importanti della sua carriera, dopo il Partizan, sono state in Spagna: al Breogán, due anni, e all’Estudiantes, tre anni. Argento olimpico ’96, oro mondiale ’98, oro europeo ’97. Attuale direttore sportivo del Partizan.

 

Partizan Belgrado: this is the end

Il 27 aprile 1992, pochi giorno dopo la finale di Istanbul, nacque la Repubblica Federale di Jugoslavia (Savezna Republika Jugoslavija) formata da Serbia e Montenegro. La Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia (Socijalistička Federativna Republika Jugoslavija) era ormai un ricordo. La scuola cestistica della Jugo però non finirà mai, i Balcani saranno sempre una fucina di talenti, Luka Dončić è solo l’ultimo esempio. Ma è un dato di fatto che dopo la vittoria del Partizan non ci sono più stati cicli od exploit di squadre balcaniche in Eurolega, solo qualche piazzamento, per esempio: Partizan quarto nelle edizioni 1997-98 e 2009-10. Per uno strano e poetico caso della vita le uniche vittorie di compagini ex jugoslave sono state di squadre slovene la cui federazione (come quella macedone) non aveva mai visto quando era parte della Repubblica Socialista Federale trionfare nel continente le proprie formazioni: nel 1993-94 l’Olimpia Lubiana vinse la Coppa delle Coppe, mentre il Novo Mesto nel 2010-11 ha trionfato nell’EuroChallenge, entrambe le manifestazioni non esistono più.
E per chiudere questo lungo viaggio (iniziato qui) attraverso la storia del basket degli slavi del sud usiamo per l’ultima volta le parole asciutte di Sergio Tavčar che in più occasioni ci ha tenuto compagnia: «È finita la storia del basket jugoslavo? Come si sa, la Storia non finisce mai. Che però sia finita “una” storia è innegabile».

 

Artworks by Marija Markovic 

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