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Lauri, Kris, Zach, il futuro dei Chicago Bulls tra alti e bassi

È un vento freddo e acuto quello che ha soffiato nella tiepida estate dei Chicago Bulls. Come un tornado, ha fatto piazza pulita e per i Bulls è tempo di rivoluzione.

 “Chicago, è finalmente giunto il momento di ricostruire!”

Scrivono i Mass Media sportivi più importanti di tutto il mondo in seguito alla trade che ha portato Jimmy Butler alla corte della sua vecchia conoscenza Tom Thibodeau.

Una scelta dolorosa, impopolare ma che andava presa e, forse, fin troppo rimandata nel corso delle scorse Off Seasons. Come contropartita per l’ex numero 21 dei tori, come ben sappiamo, la franchigia della Windy City ha ottenuto dai TimberWolves un trio abbastanza insolito per un All star player: LaVine, Dunn e lo scambio delle prime scelte al Draft; con l’idea principale di ringiovanire il proprio roster e porre le fondamenta di una ricostruzione che avrebbe visto i Chicago Bulls impegnati, come minimo, per i prossimi tre anni. Un passo avanti per una franchigia che pochi giorni prima del Draft rischiava di rimanere bloccata in un limbo troppo pericoloso: troppo “forte” per tankare ma altrettanto scarsa per essere una pericolosa contender.

Ed è proprio di questi tre ragazzi che parleremo: analizzandone le aspettative che si sono create intorno a loro subito dopo la trade e come, dopo un Regular Season senza obiettivi ma fatta di tanti minuti e altrettante responsabilità, siano riusciti a muoversi nell’ambìto panorama dell’Nba.

 

LAURI MARKKANEN: TRA ASPETTATIVA E REALTA’

La notizia della cessione di Butler in quella lunga notte di giugno non ha lasciato tanto spazio alle emozioni ma solo un enorme vuoto interno con il quale tutti i tifosi Bulls, come il sottoscritto, hanno dovuto convivere per qualche ora in attesa di capire con chiarezza la futura contropartita dei lupi.

Per trovare un paragone azzeccato, viste le reazioni sui social, la mossa della cessione di Jimmy Butler ha causato malumori paragonabili solo a quello associato all’infortunio di DRose.

E così che l’arrivo dei giovane europeo è stato accolto da un misto di indifferenza e rassegnazione: agli occhi di gran parte dei tifosi Markkanen era solo una pallida contropartita in un affare mal digerito e non voluto, che avrebbe definitivamente condannato i Chicago Bulls a un lungo periodo di magra nei bassi fondi della classifica. Ma se queste circostanze hanno mutilato gli entusiasmi, sono anche servite in gran parte a togliere tantissima pressione.

Tra i prospetti al Draft del 2017 spunta, però, un giocatore finlandese molto interessante e voluto fortemente fino all’ultimo da Phil Jackson, dalle caratteristiche fisiche molto simile a Dirk Nowitzki: Lauri Markkanen.

A scogliere ogni tipo di dubbio sul talento del giovane finlandese, uscito da Arizona, le sue prestazioni a settembre durante Eurobasket. Davanti al pubblico di casa, Markkanen è sostanzialmente riuscito a ripetere nel mondo “di quelli che contano” quello che gli riusciva benissimo nelle nazionali giovanili e al college dominando qualsiasi aspetto del gioco offensivo: post alto, efficacia di tiro, schiacciata etc.

Chiusa la prima fase a quasi 20 punti di media, ha poi trascinato la Finlandia agli ottavi di finale, persi proprio contro la nostra Nazionale, giocando quella partita con un problema all’anca che lo ha fortemente limitato e che lo accompagnerà per tutto il suo anno da rookie ai Chicago Bulls.

A primo impatto l’etichetta di specialista del tiro, dal perimetro al midrange, sorge spontanea appena lo si vede all’opera ma, Lauri Markkanen è anche un giocatore capace di mettere la palla a terra e in possesso di una buona fisicità. Anche nel suo anno nel college di Arizona, sotto la guida di Sean Miller, Markkanen era il leader della propria squadra a tutto tondo: punti, rimbalzi, minuti, ma ancora più importante in tiri (4.5 di media a partita) e una percentuale (42.8%) da oltre l’arco, che per un 7 piedi puro (2m e 13cm) hanno una valenza ancora più determinante, rendendolo un giocatore offensivo dentro-fuori dall’arco, capace di colpire le difese sfruttando continui mismatches a suo favore e tiri dalla lunga distanza.

Dopo due terzi di stagione, prima della pausa degli All Star Games, il finlandese viaggiava a 15.2 punti e 7.7 rimbalzi a partita in poco più di 30’ di impiego. È stato il giocatore più veloce di sempre a raggiungere 100 triple in carriera, con solo 41 partite all’attivo. È attualmente il rookie con la più alta media di tiri da tre segnati a partita di sempre (2.3, alla pari con la stella dei Portland, Damian Lillard per intenderci). Ed è stato il primo giocatore nella storia della NBA a segnare 10 triple nelle prime tre partite in carriera e il primo rookie a battere con 145 triple il record del capitano dei Chicago Bulls ai tempi di Derrick Rose, Kirk Hinrich. Ma al di là dei primati, Markkanen ha rapito tutti per la sicurezza con cui si è mosso in campo nella prima stagione da professionista. Sciolto, freddo, costante, sempre pronto a stupire con qualche nuovo movimento offensivo. Come se giocasse nella NBA da un decennio.

In una squadra senza ambizioni, dove l’unico obiettivo è quello di migliorarsi a vicenda e con tifosi disperatamente alla ricerca di qualche ragione per svegliarsi la mattina e seguire la franchigia dopo anni spesi ad oscillare tra delusioni e mediocrità, Markkanen si è trovato davanti una strada senza i tipici ostacoli che un rookie deve affrontare: minuti, responsabilità offensive, spazio per sbagliare. E, soprattutto, un allenatore disponibile a concedergliele e che, nei due anni precedenti, un ala forte con queste caratteristiche lo aveva fortemente desiderata ma mai ottenuta.

Il finlandese ora, a stagione conclusa, può tranquillamente guardarsi indietro e vedere tutti i progressi fatti dall’inizio del suo viaggio in Nba: 68 partite giocate, 29.7 minuti e 15.2 punti di media e una percentuale al tiro del 43.4%. Non malaccio per una matricola se poi contiamo che in questi 2020 minuti giocati la franchigia, con lui sul parquet, può vantare di un +2.2 in Defensive Rating! Questo semplice dato smentisce le credenze popolari secondo cui Lauri sappia solo “tirare ed attaccare il perimetro”. Con il passare degli anni, il nostro finlandese potrà diventare, grazie alle sue prestazioni, un punto di riferimento non solo per lo United Center ma per un intero paese che, di basket, si ciba quotidianamente.

 

KRIS DUNN, RIPARTIRE DAL DELUDENTE ANNO A MINNESOTA

Secondo elemento della trade-Butler è Kris Dunn: giocatore abbastanza ignoto agli occhi di un tifoso Nba ma non di uno NCAA. Prodotto dell’università di Providence, Dunn ha vissuto una carriera di college decisamente particolare.

Pur avendo formalmente trascorso quattro anni nel proprio college, in una delle quali gli viene applicata la cosiddetta Medical Redshirt per via di un grave infortunio alla spalla che lo costringe ad interrompere la seconda annata dopo sole quattro partite.

Nelle ultime due stagioni al college Dunn si è affermato come giocatore di livello assoluto, confermando quanto di buono si diceva su di lui sin dai tempi del liceo. In entrambe le stagioni è stato nominato nominato MVP e Difensore dell’Anno della Big East e, a 22 anni compiuti, decide di rinunciare alla possibilità di essere un 5-Year-Senior dichiarandosi così eleggibile per il Draft NBA del 2016.

A sceglierlo sono infatti proprio i Minnesota Timberwolves alla numero 5, nonostante la presenza ingombrante di Ricky Rubio nel reparto di point guard, per il quale veniva dato già per certo uno scambio ai Jazz già nell’Off-Season a seguito di questo Draft.

Il sacrificio di Dunn da parte dei Timberwolves, dopo tutto, non si è rivelato così doloroso, anzi. Forse proprio per via di una stagione da rookie ampiamente sotto le aspettative dei tifosi di Minnesota: 3.8 punti e 2.4 assist di media delle 78 partite disputate.

Si chiude così il primo anno della Lega di colui che veniva considerato come il giocatore più “NBA Ready” tra le primissime chiamate. Con la peggiore stagione al tiro tra tutti i giocatori in campo per almeno 1.000 minuti, un pessimo ed inaspettato 37%, e prestazioni, nell’insieme, sotto tono.

Dunn si presenta alla corte dei Chicago Bulls come un giocatore con tanti miglioramenti da fare a livello di tiro e playmaking, visto che è un ball-hogger; il che peggiora i ritmi offensivi e ne derivano, di conseguenza, scelte altamente discutibili e forzate: il -3.6 di Off Rating con lui in campo a Minnesota, dato di gran lunga peggiore rispetto a quello degli altri due compagni di reparto Rubio e Tyus Jones, non depone certamente a suo favore. La sua nuova avventura nella Windy City inizia con il botto: minuti, attenzioni, punti e assists. Il grande impatto nella stagione è dovuto alla valorizzazione del suo ruolo da principale ball handler di un roster giovane senza leader.

Nelle 52 partite giocate (43 delle quali da starter) Kris Dunn sembra essere tornato la versione più “accettabile” di quella vista l’anno scorso a Minnesota. Sicuramente il sistema di gioco ideato da Fred Hoiberg, incentrato principalmente sullo pace (spazio), è già familiare per il ragazzo originario di New London che, proprio a Providence, si è fatto notare per le sue rapide transizioni, recuperi palle e grande corsa sul campo da gioco. Purtroppo, però, per un problema all’alluce destro, il numero 32 chiude prima del previsto la propria Regular Season (ultima apparizione il 15 marzo) con una media di: 13.4 punti, 6.0 assists and 4.3 rimbalzi. L’ upgrade delle prestazioni del nuovo play di Chicago sono tanto evidenti da poterlo ritenere uno dei giocatori più migliorati della lega. Se l’anno precedente, il rating offensivo aveva un meno davanti, in questa Regular Season Kris Dunn fa la differenza in campo. Il suo on/off the court è di +1,7 in mille minuti giocati.

Ricordate il suoi problemi al tiro?

Ad oggi, 42 % dal campo e 32% da oltre l’arco che, se consideriamo il 28% scarso dell’anno scorso, è sicuramente un buon salto di qualità anche se non ancora sufficiente per legittimarsi come starter di una franchigia con grandi aspirazioni. Grande merito, in parte, allo staff dei Chicago Bulls che, nel corso della scorsa Off Season e in vista della Summer League, ha dedicato tanto tempo all’ex Minnesota di lavorare al proprio jump shot. Il suo futuro a Chicago è, però, ancora incerto. Tutto dipenderà da come si muoveranno le palline il prossimo 15 maggio. Un’eventuale scelta al Draft di Trae Young, giovane play maker dell’Università di Oklahoma, farebbe scalare più in basso nelle gerarchie il nostro Kris che, per caratteristiche fisiche e qualità cestistiche, non è il prototipo ideale di ball handler intorno al quale Hoiberg costruirebbe la propria starting lineup ipotetica.

 

 ZACH LAVINE, L’UOMO VOLANTE FERMATO DA UN LUNGO INFORTUNIO

Dulcis in fundo il pezzo mancante del nuovo trio da cui Chicago dovrà ripartire nei prossimi anni è: LaVine. Pur non essendo comparabile a Butler rappresenta per Chicago il pezzo più pregiato ricevuto nella trade. Il prodotto degli UCLA Bruins è un esterno esplosivo, capace di fare canestro in svariati modi e con alle spalle tre anni (quattro se contiamo questa a Chicago) in Nba.

Fermato da un lungo infortunio, che lo ha visto fuori dal parquet nei mesi da inizio Regular Season fino a gennaio, Zach Lavine ha giocato solo 24 partite (tutte da titolare) con una media di 16.7 punti, 3.9 rimblazi e 3 assists nei 27 minuti a partita.

La giovane guardia quest’estate potrebbe aspirare a un massimo salariale di 25 milioni di dollari annui ma viste le sue condizioni fisiche, ancora precarie per un’ambiente competitivo e di alto livello bisognerà vedere chi intenderà (Chicago Bulls o altri) scommettere su di lui. L’esordio di Lavine, però, ha fatto in un primo momento ben sperare. Degne di nota le sue due prime prestazioni in maglia Bulls contro Pistons (14 punti in 19 minuti) e Heat (18 punti sempre in 19 minuti). La limitazione dei minuti, voluta da Hoiberg e dal suo staff, sembrava solo un piccolo ostacolo che, con il passare dei mesi e delle partite, si sarebbe pian piano eclissato. La partita fuori da comune disputata il 22 febbraio, dove ha letteralmente tolto la scena con i suoi 35 punti nel ritorno del figlio al prodigo, Jimmy Butler, a Chicago ha solo confermato quanto si era visto di lui nelle tre stagioni precedenti. Riguardando indietro alla stagione altalenante dei Bulls, era abbastanza intuibile che Zach non avrebbe disputato la sua miglior Regular Season. Una nuova squadra, un nuovo sistema, una chimica tutta da creare, un nuovo allenatore e, probabilmente, il peso del mondo sulle sue spalle sono alcuni dei fattori che hanno inciso sulle prestazione del due volte vincitore dello Slam Dunk Contest e che noi, non possiamo ignorare. Ci vorranno anche mesi prima che ritorni la guardi da 82 partite vista a Minnesota.

 

Intanto i tre insieme hanno disputato solo 12 partite, totalizzando 255 minuti sul parquet durante i quali, però, i punti subiti (119.2 di Defensive Rating) superano di gran lunga quelli messi a segno (97.5 Offensive Rating). Ovviamente non c’è nulla di cui preoccuparsi, questo è uno small sample visto che i tre ragazzi hanno giocato troppe poche partite insieme e condannarli prima del previsto non è che sia una scelta molto lungimirante! . Spesso, soprattutto dall’altra parte dell’oceano, si è parlato di una loro “mancata chimica” sul campo di gioco, forse per il -10.3 di Net Rating quando Kris e Lauri giocano insieme; dato accentuato soprattutto nell’ultima metà della stagione. C’è anche da dire che nella fase post All Star il tanking spudorato e disperato per aggiudicarsi una pick di alto livello ha preso il sopravvento e ha deciso gran parte delle sorti delle ultime partite.

CHICAGO BULLS COSA CI ASPETTA IL PROSSIMO ANNO:

 

 

Nell’economia di questo scambio, bisogna anche valutare cosa pescheranno alla sesta e alla ventiduesima scelta i Chicago Bulls nel prossimo Draft. Le parole di Paxson scorsa settimana sono state chiare: “Ci serve un ala, capace di tirare e difendere” e, quasi di per certo, il profilo che in quel momento il dirigente aveva in mente e che sembrerebbe più adatto alla causa Chicago Bulls è: Mikal Bridges.

Molte voci parlano, invece, di Michael Porter e Trae Young ma, aldilà su chi deciderà Chicago di puntare, il nuovo roster così assemblato (giovani in crescita e da testare, Lavine con una probabile estensione di contratto e, sempre stando alle parole del duo manageriale, il veterano Robin Lopez) entrerà presumibilmente alla stagione 2018/2019 senza troppe pretese ma con l’obiettivo di fare un passo in avanti rispetto a questa stagione. Forse è proprio l’anno prossimo che la dirigenza Chicago Bulls si aspetterà un andamento simile a quello che si è tenuto nel periodo dicembre- febbraio con Mirotic in campo da farla padrona. Probabilmente, però, con ancora un anno di rodaggio ma facendo vedere quello che di buono hanno mostrato sul parquet. I Bulls potrebbero fare una seconda stagione dettata da tanti bassi e pochi alti, ma sicuramente con più consapevolezza della loro forza in ottica futura e con un gruppo più amalgamato. Magari, o meglio, quasi sicuramente, si punterà ad una scelta alta, che si aggiri intorno alla 7-10. Quindi è probabile che si andrà molto aggressivi in free agency per portare a casa qualche nome più importante. Un esempio su tutti, anche se non ha fatto balzare dalle seggiole i tifosi, è proprio Killpatrick.

E se Dunn, Lavine e Markkanen torneranno nuovamente sul campo da gioco insieme allora una nuova era a Chicago può considerarsi già iniziata.

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