Denver Nuggets: una squadra bizzarra tutta da scoprire

Denver Nuggets

Denver Nuggets: una squadra bizzarra tutta da scoprire

Denver Nuggets sono una squadra decisamente stravagante che ondeggia sulla sottile linea tra meraviglia e schifezza, per questo può iniziare la stagione con 10 vittorie nelle prime 11 partite, alcune prestigiose vedi quella contro Golden State, e poi inanellare 6 sconfitte e 2 vittorie nelle successive 8. Capire cosa vogliano o cosa possano fare in questa stagione è piuttosto complicato anche perché i primi a non saperlo sono loro stessi ed è proprio per questo che sono interessanti, sono unici nella lega e meritano attenzione.

DENVER NUGGETS: LAVORI IN CORSO

Il gruppo dato in mano a coach Mike Malone è il secondo più giovane della NBA, 24.2 di età media (Chicago prima con 24.0) e sempre dopo i Bulls è quella con in media meno anni d’esperienza in NBA per giocatore: 3.3 anni, mentre Chicago è a 2.7 (per dei riferimenti: Grizzlies 4.9, Lakers 5.6, Rockets 7.4 fonte: en.hispanosnba.com). Questo non basta per giustificare gli alti e bassi, ma sicuramente aiuta; un altro aspetto da tenere in considerazione è il tentato cambiamento d’approccio nella fase difensiva. L’anno scorso i Nuggets erano tanto inebrianti in attacco, quando terrificanti nella propria metà campo, nonostante il defensive rating fosse da ultime 10 della lega sono stati in grado di giocarsi l’accesso ai playoff nell’ultima partita proprio contro Minnesota, hanno perso in casa dei TWolves e si sono ripromessi di fare qualcosa di diverso nel 2018/2019.

Innanzitutto la difesa sul pick and roll in cui è coinvolto Jokic (quindi molto spesso essendo un anello debole da attaccare e stancare il più possibile per non averlo fresco in attacco) ha modificato i suoi principi, il lungo serbo non aspetta più sotto canestro passivamente, anzi cerca di spingere fuori aggredendo e cercando di obbligare il portatore di palla a prendere una decisione in pochissimo tempo. Questa modifica è dovuta sostanzialmente a 3 fattori: 1) Jokic non ha un atletismo rimarchevole e dunque non riusciva a difendere il ferro con efficacia; 2) per chi è scarso in difesa o molto pigro (o entrambe le cose) mentalmente è più facile applicarsi nelle vicinanze del pallone piuttosto che lontano; 3) con la scelta dello scorso anno l’attaccante o avanzava verso il ferro (vedi punto 1) oppure si doveva accontentare di un midrange shot parzialmente contestato, ma questo solo in teoria perché in pratica non funzionava. Per ora questo cambiamento, insieme al pieno reintegro di Paul Millsap, assente per ben 44 partite nel 2017/2018, defensive quarterback e notevole difensore in generale e insieme a uno sforzo maggiore del roster tutto nell’applicazione difensiva stanno dando i frutti e il 7° posto di defensive rating momentaneo ne è la parziale prova.

 

Sia chiaro, non si sta chiedendo ai Nuggets di diventare un juggernaut difensivista, per caratteristiche dei giocatori la vocazione offensiva sarà sempre predominante in questa squadra, ma è altrettanto evidente che senza acquisizioni di rilievo i miglioramenti attuabili sono prevalentemente in quella metà campo.

LINEA DELLA CARITÀ E PALLE PERSE 

Le palle perse al momento non sono una preoccupazione considerevole per coach Malone dato che la sua squadra è settima per assist-turnover ratio con 1.81 (curiosità: il giocatore con la ratio migliore dell’intera NBA è proprio un Nugget, Monte Morris con 6.45), però Denver troppo spesso ha dei momenti di blackout in cui concede 3-4 canestri facili e perde un paio di palloni banali. E’ una squadra capace di forzare molte palle perse con aggressività anche a ball handler di livello, ma allo stesso tempo ne perde un filo di troppo considerando che il pace è il sestultimo della lega (98.79, bassino per gli standard del 2018) e ovviamente è più concesso effettuare turnovers se si corre a spron battuto, un po’ meno se si va al trotto con tempo per ragionare sul da farsi.

Attualmente i Nuggets sono ventunesimi per tiri liberi tentati, con una media di 22.2 a partita. Molte delle migliori squadre ne tentano pochi ad esempio gli Warriors sono ventiduesimi e i Raptors venticinquesimi, dunque il problema non sussiste? Nì, il punto è che va benissimo essere una squadra che tira pochi liberi, ma allo stesso tempo devi concederne pochi agli avversari, cosa che Denver non fa in quanto è nona per falli fatti con 21.7 di media. Questa è un’altra situazione da poter limare, così come le percentuali dalla linea della carità ventiduesimi con il 74.2% è un dato migliorabile.

C’E’ VITA OLTRE JOKIC

Gary Harris

DENVER, CO – JANUARY 21: Denver Nuggets head coach Michael Malone pats guard Gary Harris (14) on the stomach after he got hit with his second foul during the first quarter at the Pepsi Center on January 21, 2016 in Denver, Colorado. (Photo by Brent Lewis/The Denver Post)

Il backcourt non è secondo a molti, Harris e Murray sono due giocatori giovani che si incastrano bene l’uno con l’altro e specialmente il primo ha un upside elevato su entrambe le fasi di gioco. Jamal Murray è un giocatore che i Nuggets hanno scelto di sfruttare come primo ball handler, per beneficiare a pieno della sua capacità di creare e anche segnare dal palleggio. Per ora viaggia a 17.2 punti di media, non sarebbe strano vederlo intorno ai 20 a fine stagione. Gary Harris è un ex Spartans e come tale non può non partecipare alla difesa, altrimenti con coach Tom Izzo il campo te lo sogni. Il suo impatto in attacco è sotto gli occhi di tutti a maggior ragione è lecito attendersi qualcosa di più in difesa, anche perché rispetto a Murray sembra avere le capacità per fare un salto ulteriore in tal senso. La trade con i Bulls che lo ha portato in Colorado sembra più che mai una mossa giusta del front office, perché quella diciannovesima chiamata sta dimostrando di meritarsela appieno.

Michael Porter Jr e Isaiah Thomas per ora non sono stati a disposizione, sulla carta potrebbero essere due innesti determinanti nella pazza corsa ai piazzamenti playoff nella Western Conference. Prima dell’infortunio alla schiena Porter era dato stabilmente in top 3 dei vari mock draft, il rientro forzato durante la Madness per provare a riscalare posizioni ha sortito l’effetto contrario ed è scivolato fino alla scelta dei Nuggets. Potrebbe tornare a disposizione durante la stagione o direttamente l’anno prossimo, probabilmente bisognerà attendere a lungo per vederlo a pieno regime. Lui però può davvero essere quel pezzetto che manca per trasformare la squadra, da una che lotta per guadagnarsi spazio tra la sesta, settima e ottava casella, a una che è stabilmente top 6 della conference, considerando il fattore età. Per Thomas il discorso verte molto sull’aspetto mentale, in poco più di un anno è passato da essere un giocatore da massimo salariale, a uno costretto ad accettare un minimo a Denver. Sicuramente per lui ci sarà voglia di mettersi in mostra e di dimostrare ciò che vale, ma in una squadra con lacune difensive sarà complicato inserire un altro pessimo difensore e, come se non bastasse, non è scontato che giochi soltanto per il bene della squadra accettando il ruolo più congeniale senza pensare alle statistiche e al contratto che dovrà firmare in estate (verosimilmente l’ultimo dove potrà portare a casa bei soldi, tra l’altro per lui che è stato spesso sottopagato potrebbe non essere propriamente una sciocchezza).

Il terzo punto della vita oltre Nikola Jokic è dedicato al president of basketball operations Tim Connelly e al general manager Arturas Karnisovas, i quali sono i responsabili materiali dell’aver pescato Monte Morris con la 51esima scelta del 2017. Il primo anno è stato spedito in G-League ai Vipers per far crescere e maturare, giocando soltanto 3 partite con la maglia dei Nuggets. Quest’anno invece è parte attivissima delle rotazioni e addirittura vanta 1 partenza in quintetto. 9.1 punti, 3.9 assist, 2.6 rimbalzi e 0.8 rubate in 23.8 minuti di media per la point guard proveniente da Iowa State. Come detto in precedenza ha la miglior assist-turnover ratio della lega e questo dato è un po’ il manifesto di cos’è lui in campo tanta sostanza abbinata a qualità e intelligenza tattica. E’ raro scegliere con la 51 un giocatore così importante per le rotazioni e anche se questo suo spazio è possibile che diminuisca in primavera, c’è comunque da fare un plauso a chi gli ha dato fiducia.

Porter Jr-Nuggets

Porter Jr è potenzialmente il tassello mancante dei Nuggets, ma può anche essere che diventi un oggetto misterioso. Insomma Denver ha scelto di giocarsi il jolly e rischiare perchè il talento è sotto gli occhi di tutti.

AMBIZIONI, TRA IL REALE E NON

In una puntata di The Jump su ESPN The Truth e T-Mac hanno discusso della possibilità di vedere i Nuggets in finale di conference e francamente sembra un po’ eccessivo viste le premesse. Denver è sì una squadra difficilmente prevedibile, ma a tal punto da fare un exploit del genere?! I playoff sono quasi un altro sport, le difese salgono di livello e per quanto tu possa avere un attacco strepitoso segnare 120 per vincere è una missione ardua, in più abbiamo parlato dell’età media come buon segno di futuribilità e di potenziale, il rovescio della medaglia indica inesperienza con gli appuntamenti chiave. La difesa di quest’anno è decente non d’elite e un veterano come Millsap nel proseguo dell’anatta potrebbe incontrare due sgradite compagne di viaggio: fatica e vecchiaia e coprire le carenze altrui in difesa sarà sempre più dura.

La città di Denver è in altitudine e numerosi giocatori NBA hanno sottolineato come il fattore campo in quelle condizioni sia accentuato perché esserci abituati non è cosa da poco. Questo verosimilmente conta anche durante i playoff, però incide più nel corso di un’estenuante stagione NBA da 82 partite con back-to-back e 4 partite in 6 giorni dove si dorme poco e niente. L’obiettivo dei Nuggets deve essere quello di tornare a giocare una postseason facendo fare esperienza a questo nucleo; se l’accoppiamento del primo turno dovesse essere favorevole e/o il seed sarà top 4 (improbabile, ma mai dire mai) allora un secondo turno potrebbe pure essere centrato, da lì in poi sembra quantomeno ambizioso pretendere di più.

PS: Se i rumors provenienti da Washington dovessero diventare concreti e uno tra Otto Porter e Bradley Beal dovesse sbarcare in Colorado ovviamente il panorama cambierebbe e di conseguenza anche le ambizioni.

Giacomo Manini
giacomomanini96@gmail.com

Nato a Roma nel 1996. Alunno di "Letteratura, musica e spettacolo" alla Sapienza, appassionato di sport.

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