Denver weather

Ci sono nuvole grigie, a Denver. Non tanto letteralmente, anche se una delle località sciistiche della upper class americana non dista molto.

No, a Denver ci sono nuvole grige perché da una stagione all’altra si sono vissuti lo zenit e il nadir di una squadra di football.

E tutto per la perdita di un uomo, anche se non era uno qualunque.

Svoltare il 50

Ha tutto inizio dopo la conquista del Super Bowl 50. Chissà, forse Petyon Manning l’idea di lasciare ce l’aveva già avuta pochi secondi dopo avere vinto il massimo titolo footbalistico pro.

Sarebbe anche comprensibile. Uno dei cervelli migliori dell’era moderna veniva da un precedente doloroso.

Due anni prima i Broncos avevano concluso la loro avventura come finalisti, contro Seattle. Runner up, si direbbe in inglese, ma di corsa quel giorno se n’era vista ben poca.

Era finita con i Seahawks a maramaldeggiare 43-8 su una Denver che quel giorno non aveva azzeccato nulla, con addirittura una safety ad inizio match, giusto per capire da che parte tirava il vento quel giorno.

Poi, nel 2015-2016, la redenzione: il gioco orientato alla corsa con bloccaggio a zona, la difesa aggressiva impostate dallo staff tecnico del nuovo coach Kubiak permisero di toccare di nuovo il cielo dopo sole due stagioni.

Fuori gli Steelers e subito dopo i Patriots di soli due punti in un confronto tra nonni (Brady quasi 39 e Manning quasi 40) dall’arguzia fina.

In finale, Carolina. Doveva essere un match tirato, la realtà è che dopo che Malik Jackson riportò in end zone il sack di Miller su Newton la gara era di fatto già indirizzata.

Nella postseason, Carolina fino a quel punto non si era mai trovata in svantaggio. Arrivò fino a -3, ma non ebbe le forze per sorpassare.

E forse, fu proprio finito il tempo e iniziati i festeggiamenti che Peyton Manning meditò di ritirarsi (l’annuncio arrivò però a inizio marzo) ed iniziarono i guai dei Broncos.

A cavalli scappati

Perché mentre Manning lasciava, il qb di riserva Osweiler trovava l’accordo con i Texans, Jackson con i Jaguars e Caldwell con i Redskins.

Trevor Sieman e Paxton Lynch, draftato alla 26 del primo giro, dovevano sostituire in un sol colpo Manning e Osweiler.

Roba da andare in guerra armati solo di stuzzicadenti. Aggiungiamo poi il fermo per guida in stato di ebbrezza di Keo e si avrà un quadro definito.

I Broncos erano campioni in carica eppure sembrava fossero diventati a metà tra un riformatorio e un lazzaretto, da cui andarsene il prima possibile.

Von Miller, nominato MVP del Super Bowl 50, è possibile non sapesse più che pesci prendere, tant’è che durante la stagione 2016 hanno raggiunto l’infermeria Marshall, Walker, Anderson e Brown.

Tutta gente che non si sostituisce con schioccar di dita, e il fondo il record 9-7 si spiega anche così.

Sì, ma cosa darà dei Broncos 2017/2018? Avendo mantenuto sostanzialmente l’organico dell’anno passato, verosimilmente la stagione non si discosterà dall’ultima.

Buone cose dovrebbero arrivare dall’offensive tackle Garrett Bolles e dal defensive end DeMarcus Walker. Bel puledro di razza, e ci sta a pennello visto il nome della nuova compagine, parrebbe Carlos Henderson.

Sono tutti da verificare, con la certezza quasi matematica che, se anche dovessero aiutare la squadra a raggiungere un upgrade, questo non sarebbe comunque sufficiente per raggiunere il terzo Bowl in cinque anni.

Pronti, però, a lasciarci stupire.

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