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Minnie Drivers: a Super Bowl story

La partitissima per eccellenza: il Super Bowl. Eagles e Patriots a confronto

Occhio a Minneapolis. No, non per un particolare stato di forma di una squadra cittadina. Occhio a Minneapolis perché allo U.S. Bank Stadium potrebbe esserci un passaggio di consegne tra la vecchia dinasty e un corso tutto nuovo. Le aquile gironzolano in cielo studiando l’assalto al Vince Lombardi Trophy, difeso da un gruppo di veterani che di battaglie ne hanno vinte tante, grazie all’affiatamento e a una buona dose di classe. Ma le aquile sono veloci, affamate, altrettanto unite: servirà lustrare le armi a dovere per scacciarle via. L’entusiasmo contro l’esperienza.  Il pragmatismo contro l’eclettismo. Philadelphia Eagles contro New England PatriotsSuper Bowl LII, per servirvi.

 

EAGLES FLY

Sottotitolo scontato, ne conveniamo, ma mai in questo caso azzeccato, persino veritiero. “Well you come upstairs but not to talk”. Sembra la descrizione dei Philadelphia Eagles di questa stagione. Sono saliti di sopra, ma non per parlare. La canzone “Always alright” degli Alabama Shakes, è d’altra parte, colonna sonora de “Il lato positivo”, film che, tra un Oscar a Jennifer Lawrence come miglior attrice protagonista e un premio BAFTA a David O. Russell come miglior sceneggiatura non originale, ha trovato tempo e modo di parlare anche di football.

Dei Philadelphia Eagles e dei loro supporter, in particolare, da sempre considerati belli movimentati e fumantini. La domanda è se fumeranno anche nel gelo di Minneapolis. Gli Eagles hanno iniziato la stagione tra i cori di bene ma non benissimo”, hanno ingranato tanto che gli avversari a un certo punto ne hanno perso di vista persino la targa. Poi hanno perso Carson Wentz, il pilota principale. Opinione general generica era che era stata una buona corsa, ma a quel punto il traguardo del Super Bowl sarebbe stato un miraggio, rinviato a data da destinarsi.

Evidentemente non erano di questo avviso gli Eagles, che si sono affidati alle mani di Nick Foles ricevendone in cambio una guida stabile, pur se qualitativamente inferiore a quella di Wentz. Così, succede che nonostante la posizione di vantaggio con cui gli Eagles partono, agli occhi degli spettatori neutrali già contro gli Atlanta Falcons, pur passati attraverso le wild card. Uguale contro i  Minnesota Vikings, dopo aver eliminato Atlanta per un ciuffo di capelli, indicata come squadra più in forma. Vero all’inizio, ma lungo la partita i giri del motore di Minnie sono scesi, mentre quelli di Phila sono saliti fino a portare a casa la contesa.

Il dead team walking, inaspettatamente, ha staccato un biglietto per il Super Bowl.

La base dei successi della compagine della Pennsylvania è la difesa. La secondaria dei biancoverdi è solida, come dimostrato dagli incontri con Falcons e Vikings, e coesa, pressa molto, fa uso di blitz e arriva spesso al sack sul quarterback avversarioDi certo Phila è una squadra migliore a difendere sulle corse che sui lanci, grazie soprattutto alla propria defensive line. D’altronde basta vedere le solo 79.2 rushing yard che hanno lasciato agli avversari in regular season (primo posto in graduatoria). Long, Cox, Graham, Barnett concedono poco tempo e spazio al quarterback avversario per concretizzare il gioco chiamato, e la pressione a Tom Brady sarà una delle chiavi di lettura di questo incontro. Assortimento, forza, grinta. Specialmente Fletcher Cox è uno capace di penetrare nel backfield in scioltezza (5.5 sack in postseason): una bestia nel vero senso della parola, l’uomo che se è in giornata chiude ogni porta a doppia mandata.

Sulle corse gli Eagles non mollano di un centimetro.

Sul fronte offensivo, nonostante un pacchetto di ricevitori di tutto rispetto Agholor-Ertz-Smith-Jeffery è running game l’arma in più degli Eagles: LaGarrette Blount, ex di turno, e Jay Ajayi hanno sciorinato tutta la propria esplosività scardinando le maglie difensive opposte, grazie al lavoro di una offensive line eccezionale.

Per giocarsi un Super Bowl come Dio comanda, tanto più che i Patriots non hanno mai vinto con scarti stratosferici e dunque sono esperti ma non inaccessibili, servirà prima di tutto un Foles in spolvero, che troverà dall’altra parte una squadra che porta il QB avversario dove vuole lui. Dovrà essere freddo, lucido e concreto, resistere alla pressione.

Da lui passa la tenuta mentale di tutta la squadra, e da quest’ultima l’arrivo del primo Super Bowl sotto la Liberty Bell.


ANOTHER PATS’ RUN

I New England Patriots sono come una di quelle lussuose fuoriserie d’annata dalla sfumatura vintage, che va sempre di moda. Ci può essere qualche graffio sulla carrozzeria, può invecchiare la pelle dei sedili, qualche pezzo della meccanica può essere cambiato per necessità: la fuoriserie però avrà sempre il suo fascino e sarà allo stesso modo performante ed efficiente. Non poteva essere altrimenti per la banda di Bill Belichick visto che, dopo l’impresa del Super Bowl LI, la mentalità vincente e la funzionalità di un’intera organizzazione sono rimaste invariate.

E dire che la stagione era partita senza la scheggia Julian Edelman (infortunio in preseason) e ben 42 punti subiti nella gara d’apertura persa contro i Kansas City Chiefs. Ombre, dubbi. Subito spazzati via, perchè i Patriots sono solidi, non si lasciano intimorire. Vanno avanti per la loro strada, fluidi ed imperterriti, proprio come una una fuoriserie.

Regular season condita da 13 vittorie (tra cui spicca quella contro i Pittsburgh Steelers che è valsa il primo posto nella AFC) e 3 KO, secondo miglior attacco con 28.6 punti di media a partita e 276.1 passing yard portate a casa (seconda posizione in graduatoria). Ai playoff, la vittoria ai danni dei sorprendenti Tennesse Titans sembrava aver reso le cose semplici; al Championship game però è servito l’ennesimo comeback per liberarsi degli arcigni Jacksonville Jaguars: i 14 punti nell’ultimo quarto hanno così consegnato ai Patriots la possibilità di portare a casa il secondo titolo consecutivo (ci riuscirono già nelle edizioni XXXVIII e XXXIX).

Altro giro, altra corsa, altra possibilità di fare la storia.

La storia la vuole scrivere ancora Tom Brady, quarterback quarantenne dotato di un radar in testa e una mano fine e chirurgicamente precisa. Il nativo di San Mateo è la mente, la giuda, il motore indissolubile dell’attacco dei Patriots: sfruttando l’agilità e la calma olimpica nel muoversi all’interno della tasca, può eseguire passaggi a lunga gittata per guadagnare un bel po’ di terreno. Le 635 passing yard guadagnate in postseason parlano chiaro, meglio hanno fatto solo i New Orleans Saints. L’intesa con la batteria dei ricevitori è alquanto maniacalmente curata e consolidata. Chris Hogan, Danny Amendola e Brandin Cooks sanno smarcarsi a dovere e svariare su tutto il fronte, agevolando l’operato di Brady; in particolare Cooks, sostituto di Edelman, corre rapido a campo aperto e va ad abbrancare importanti deep ball. Amendola è invece l’uomo dei momenti decisivi.

Non bisogna mai concedere troppa libertà d’azione a Brady.

Inutile dire che l’altro importante ingranaggio della macchina sarà Rob Gronkowski. Il versatile tight end è capace di aprire gli spazi per i compagni coi suoi soliti blocchi o di fungere lui stesso da ricevitore, creando fastidiosi matchup grazie alla sua potenza fisica. Gronk rende i Patriots ancora più mutevoli offensivamente poichè il suo lavoro sporco incide anche nei rushing game. Già, le corse, altra opzione del playbook di Belichick. Dion Lewis è abile nel trovare il varco nella difesa avversaria e ad infilarla (4 yard di media a corsa nei playoff), mentre James White legge le diverse situazioni e agisce di conseguenza.

Brady è molto bravo a costruire gioco col fiato sul collo, ma ciò non deve lasciare troppo tranquilli i Patriots. La difesa degli Eagles è nota per la sua aggressività e alla continua ricerca del sack: la perforabile offensive line potrebbe creare situazioni scomode per il quarterback californiano, che dovrà sfuggire alle grinfie di Cox.  Inoltre, la retroguardia in formazione 4-3 dei Pats lascia alla squadra opponente pochi punti concedendo però tante yard. Un fattore da non sottovalutare a fronte dell’intesa tra l‘atletica OL degli Eagles e gli straripanti Blount e Ajayi. Qui entrerà in gioco l’intelligenza e la copertura attenta di Kyle Van Noy.


WHO WILL WIN?

I giocatori degli Eagles hanno scherzato così sul loro essere underdog…

L’esperienza avrà un ruolo di rilievo nella contesa. Il sodalizio Belichick-Brady è all’ottava presenza in un Super Bowl, avendo messo in bacheca ben 5 trofei; per non parlare del fatto che ben 32 giocatori del roster hanno già preso parte al grande evento, contro i 7 degli Eagles. Questi ultimi sono alla terza apparizione alla finalissima e non hanno mai vinto: la condizione di underdog può esser d’aiuto ad una squadra vogliosa che dovrà puntare sulla concretezza di Foles e la rabbia di Cox. Belichick, da ricordare,è un maestro nel sapersi adattare ad ogni partita e ciò porta i Patriots ad essere favoriti. Ma le ragioni motivazionali potrebbero mettere la gara su un binario diverso…

Scritto da: Olivio Daniele Maggio e Luigi Ercolani

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