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Non dev’essere facile essere Tyronn Lue

Qualcuno spenda una buona parola anche per il coach dei Cleveland Cavaliers

Lo scorso marzo Tyronn Lue, il capo allenatore dei Cleveland Cavaliers, è stato costretto ad abbandonare temporaneamente la sua panchina per concedersi un periodo di assoluto riposo in cui concentrarsi a pieno sulla propria salute: nel corso della travagliatissima stagione regolare vissuta dai Cavs, Lue ha dichiarato di aver sofferto ripetutamente di insonnia e di forti dolori al petto causati probabilmente da un carico di stress diventato ingestibile anche per uno abituato da tempo, nelle vesti di giocatore prima e in quelle di allenatore poi, alle pressioni e alla frenesia che contraddistinguono il jet set NBA. Un mix esplosivo in cui si riversano beffarde ombre dal passato, ego regali difficili da gestire, aspettative quasi irrealistiche realizzatesi in modo impronosticabile e insistenti criticismi che non permettono di valutare correttamente le attenuanti, i meriti e i demeriti del coach dei Cavaliers. Solo una cosa rimane certa: non dev’esser facile essere Tyronn Lue.

Tyrron Lue avrà ancora gli incubi
Tyronn Lue avrà ancora gli incubi

“Voglio dire, se guardi bene l’immagine, ho difeso bene: lui è balzato all’indietro e io gli ho contestato ugualmente il tiro. Stavo guardando la traiettoria della palla, sono caduto a terra e lui mi è passato sopra. Non ho comunque nessun problema con questa cosa. Verrà ricordato probabilmente come il miglior giocatore sotto i 6 piedi della storia della NBA. Per questo, davvero, non c’è nessun problema”.

 

Il nome di Allen Iverson non viene citato chiaramente, ma è il suo fantasma il vero protagonista delle parole con cui Tyronn Lue descrive per ESPN.com l’indimenticabile giocata che decise la prima gara delle NBA Finals 2001 tra i Philadelphia 76ers e i Los Angeles Lakers: un’istantanea che con il tempo ha assunto i caratteri dell’icona sacra per i tifosi Sixers, tanto che a distanza di diciassette anni c’è ancora chi si diverte (con il compiacente contributo di The Answer) a vestire i panni del povero Lue, caduto a terra e scavalcato irriverentemente da Iverson mentre la palla attraversava dolcemente la retina. Nonostante la tenacia e le abilità del loro leader, Philadelphia finirà comunque per perdere quelle Finali permettendo ai Lakers di Kobe e Shaq di aggiudicarsi il loro secondo anello consecutivo grazie anche al discreto apporto proprio di Tyronn Lue: lontano dalla luce dei riflettori, il numero 10 si farà sempre trovare pronto nei minuti concessi da Phil Jackson per far rifiatare Derek Fisher, cercando per quanto possibile, di limitare l’onnipotenza cestistica di Iverson. Una delle tante contraddizioni del percorso all’interno della Lega di Lue, che inaspettatamente riceverà dal suo ex antagonista (divenuto nel frattempo confidente e buon amico) l’augurio, in seguito al licenziamento di David Blatt, di iniziare al meglio la sua nuova carriera da allenatore.

TYRONN LUE: IL RAPPORTO CON BLATT

licenziato Lue LeBron James insieme a David Blatt e Tyronn Lue
LeBron James insieme a David Blatt e Tyronn Lue

Sul rapporto tra David Blatt e il suo ex associate head coach (ruolo che Lue ricoprì tra il 2014 e il 2016 percependo lo stipendio più alto tra tutti i viceallenatori della lega), si è davvero detto e visto di tutto: dalle insistenti voci secondo cui fosse lo stesso Lue a prendersi la responsabilità di chiamare i time out alle spalle del suo superiore (notizia peraltro fermamente smentita da Blatt, il quale ha definito questi rumors “insensati e squallidi”),  al tragicomico finale di gara 4 delle semifinali di Eastern Conference 2015 tra Chicago e Cleveland, in cui l’attuale allenatore del Darussafaka, senza essersi accorto di aver terminato le interruzioni a disposizione della sua squadra, venne frettolosamente trattenuto dal suo assistente mentre provava a chiamare un timeout che sarebbe costato un imperdonabile fallo tecnico. Nonostante l’esuberanza di Lue, Blatt definì comunque il contributo del suo vice come “essenziale sia in termini di esperienza all’interno della lega che di conoscenza del gioco” e contrariamente a quanto si possa pensare, fu lo stesso Blatt, secondo il sito Cleveland.com a credere nelle indiscutibili capacità dell’ex assistente di Doc Rivers ai Celtics e a convincere il management dei Cavaliers ad assumerlo all’interno del suo staff.

In quel surreale finale di partita contro i Chicago Bulls, Blatt dovette ingoiare un altro boccone amaro: in seguito al suo canestro risolutivo, LeBron rivelò con quella stessa delicatezza che contraddistingue le sue stoppate chasedown o le sue schiacciate nel traffico, di aver cambiato volontariamente la rimessa disegnata dal suo allenatore, decidendo egli stesso che avrebbe preso lui il tiro finale sulla sirena. Una relazione quella tra le due personalità più autorevoli della franchigia, fortemente segnata da questo ed altri messaggi concessi in modo più o meno velato dal Re a favore delle telecamere e che hanno spesso delegittimato e scalfito l’autorità di Blatt all’interno dello spogliatoio dei Cavs. Anche Lue ha dovuto imparare a confrontarsi con l’ego regale di James, tollerando in più frangenti le lamentele e gli sguardi supponenti della sua superstar, finendo però per trovare comunque un’armonia in grado di assicurare alla squadra la serenità necessaria per vincere. Un microcosmo di relativa tranquillità e fiducia, in grado di non essere scalfito da tutti gli episodi da soap opera avvenuti durante la stagione, dai frequenti capricci dei giocatori e dalle insistenti voci di mercato riguardanti il Re. Questo è stato probabilmente la più grande conquista ottenuta da Lue durante la sua gestione: essere stato in grado di trovare un equilibrio duraturo in grado di accontentare le tante personalità istrioniche e dominanti presenti nella squadra, compresa proprio la sua. Un tacito compromesso, realisticamente distante dai proclami da famiglia unita che puntualmente giocatori e staff si premurano a sbandierare ogni qualvolta si manifesta del nervosismo tra di loro, ma che rappresenta comunque la base per ogni inaspettato successo ottenuto dai Cavs in seguito a malumori, contrasti e conflitti apparentemente insormontabili.

TYRONN LUE AL CENTRO DELLE CRITICHE ANCHE OGGI

 

Mentre i Cavaliers affrontano la serie di semifinale di Conference contro i Boston Celtics dopo aver ottenuto cinquanta vittorie in regular season e aver rifilato un netto 4-0 nella precedente serie contro Toronto (la testa di serie numero 1 ad Est), la figura di Tyronn Lue continua comunque ad essere al centro delle critiche: a causa di scelte spesso discutibili (come la frenetica rotazione tra i giocatori che costituiscono il supporting cast di James) o statistiche di squadra negative (come l’efficienza difensiva, tra le più basse tra le trenta franchigie della Lega per lunghi tratti della stagione), Lue è stato spesso ritenuto il responsabile per tutti i mali di una squadra assemblata in fretta e furia all’inizio della stagione, smontata in corso d’opera e ricostituita con altrettanto principio d’urgenza poco prima della trade deadline. Un gruppo che inevitabilmente si trova dunque a dover vivere un periodo di transizione e rifondazione, ma che contemporaneamente, grazie alla collezione di prestazioni leggendarie che LeBron sta aprendo al pubblico durante questi Playoff, si trova comunque a quattro partite dalle Finali NBA.

“Ridi e il mondo riderà con te, piangi e piangerai da solo”. Questa è la frase ripetuta come un mantra da Oh Dae-su, lo sventurato protagonista del film Old Boy, capolavoro diretto nel 2003 dal regista Sudcoreano Park Chan-wook: una didascalia che incornicia meravigliosamente l’immagine di Tyronn Lue, solo e completamente sopraffatto dalle emozioni al termine della leggendaria gara 7 delle NBA Finals 2016 tra i Cavs e i Golden State Warriors. Il pianto di Lue, anche questa volta contrariamente a quanto ci si possa aspettare, è dettato però da una gioia incontenibile: la sua squadra è riuscita nell’impresa all’apparenza impossibile di ribaltare la serie da uno svantaggio di 3 partite ad una a favore dei Warriors. Per una volta, non è il mondo ad isolare e a puntare il dito contro il coach dei Cavaliers, ma è proprio Lue, a ritagliarsi uno spazio tutto suo, lontano da critiche e pressioni, in cui godersi  finalmente un momento di meritata euforia. Non dev’esser facile essere Tyronn Lue. Ci sono dei momenti però, in cui dev’essere bellissimo.

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