NBA Jersey Stories – Minneapolis Lakers, la prima dinastia

NBA Jersey Stories – Minneapolis Lakers, la prima dinastia

Prima o poi, nella mente di un appassionato di basket, si sarà affacciata una domanda: Ma cosa vuol dire Lakers? Non ci sono laghi a Los Angeles!”. Anche a coloro che, comprensibilmente, avessero deciso di non porsi il problema, sarà magari capitato di chiedersi cosa diavolo significasse la scritta “MPLS.” che ha fatto bella mostra di sé sulle maglie celesti indossate da Kobe Bryant e Shaquille O’Neal nei primi Anni Duemila e, in tempi recenti, da Kyle Kuzma e compagni. La risposta a entrambi gli interrogativi è da ricercarsi agli albori della NBA, quando andò in scena la prima, grande dinastia della pallacanestro statunitense: quella dei Minneapolis Lakers.

Kobe Bryant con la maglia celebrativa dei Minneapolis Lakers

Kobe Bryant con la maglia celebrativa dei Minneapolis Lakers

Nel 1946, il mondo era chiamato a un nuovo inizio. La Seconda Guerra Mondiale aveva spazzato via sogni e speranze di intere generazioni e gran parte del pianeta si trovava a dover ricostruire quello che era stato distrutto. Per gli statunitensi, la fine delle ostilità fu anche una buona occasione per tornare a concentrarsi sulla loro più grande passione: lo sport. Se per baseball, football e hockey lo spettacolo era continuato anche negli anni più bui, per il basket professionistico il secondo dopoguerra rappresentò a tutti gli effetti l’inizio di una nuova era. Fino a quel momento, lo sport inventato a fine Ottocento da James Naismith era stato praticato perlopiù come ‘contorno’ ad altri eventi, come concerti o serate da ballo. Un minimo di popolarità arrivò soprattutto grazie a squadre itineranti, come gli Original Celtics, i New York Renaissance, i Detroit Vagabond Kings o gli Harlem Globetrotters (che in seguito abbandoneranno ogni velleità competitiva per lasciare spazio al solo entertainment). I primi tentativi di organizzare un vero e proprio campionato ebbero fortune alterne. Sia la American Basketball League (Anni Venti), che la National Basketball League (fine Anni Trenta) dovettero presto scontrarsi con la dura realtà dell’epoca; le modeste risorse economiche permettevano agli indomiti pionieri di esibirsi solo in strutture ‘di fortuna’ (oratori, sale da ballo, palestre scolastiche) e comunque lontano dai grandi mercati. La svolta arrivò proprio in quel 1946, con la fondazione della Basketball Association of America (BAA). La nuova lega era stata ideata dai proprietari delle maggiori arene sportive americane, e aveva il dichiarato obiettivo di offrire agli spettatori qualche valido motivo, che non fosse l’hockey o il circo, per recarsi al palazzetto. Questo nuovo punto di vista, pur prettamente commerciale, ebbe il merito di gettare le basi per quella che sarebbe diventata la lega sportiva più famosa al mondo. Nel 1949, infatti, le franchigie superstiti della NBL furono ammesse nella BAA, dando ufficialmente vita alla National Basketball Association.

Tra le nuove squadre confluite nella futura NBA c’erano i Minneapolis Lakers. Nata a Detroit nel 1946 con il nome Gems, la franchigia era stata venduta dopo una sola, tremenda stagione, chiusa con 4 vittorie e 40 sconfitte. Fu acquisita da Ben Berger e Morris Chalfen (fondatore del fortunato show Holiday On Ice) i quali, con il fondamentale contributo del giornalista Sid Hartman, la trasferirono nella ‘terra dei diecimila laghi’, definizione da cui scaturì il nuovo nome della squadra: Lakers, per l’appunto. Il primo compito di Hartman, nominato general manager, fu trovare un allenatore. La ricerca si focalizzò sui grandi coach collegiali del Minnesota. Dopo il rifiuto di Joe Hutton, che preferì rimanere a Hamline University per allenare suo figlio (Joe Jr., che indosserà la maglia dei Minneapolis Lakers), fu contattato il trentunenne John Kundla. Già ottimo giocatore alla University of Minnesota, aveva dovuto interrompere la sua giovane carriera da allenatore per arruolarsi nella marina militare, salvo poi riprendere sulla panchina di University of St. Thomas. Dopo diversi tentennamenti, un’astronomica offerta da seimila dollari annui lo convinse a diventare il primo allenatore dei Minneapolis Lakers.

George Mikan porta in spalla coach John Kundla dopo l'ennesimo trionfo dei Minneapolis Lakers

George Mikan porta in spalla coach John Kundla dopo l’ennesimo trionfo dei Minneapolis Lakers

Per costruire un roster competitivo, Hartman iniziò una feroce operazione di reclutamento tra i migliori prospetti collegiali. Il colpo più importante fu l’ingaggio di Jim Pollard, ala da Stanford University. Soprannominato ‘The Kangaroo Kid’ per le sue capacità di salto fuori dal comune (per gli standard dell’epoca), fu uno dei primi giocatori professionisti a utilizzare la schiacciata per concludere a canestro. La sua ascesa non venne frenata nemmeno dalla guerra; Pollard riuscì a dispensare la sua classe anche nella squadra della guardia costiera, facendole vincere svariati tornei tra il 1943 e il 1946. Per convincerlo a lasciare la sua amata California (dove era tornato a giocare nei circuiti amatoriali), Hartman dovette replicare la ‘strategia’ usata con Kundla, ovvero scucire dei bei dollaroni. Ottenuti i servigi del ragazzo e aggiunti altri giovani talenti, i Minneapolis Lakers cominciarono a prendere forma. Affinché la nuova squadra potesse diventare una grande squadra, però, serviva che all’amo abboccasse il pesce più grosso di tutti.

L’ultima, indecorosa stagione dei Detroit Gems aveva lasciato in eredità alla nuova franchigia i diritti sulla prima scelta assoluta di un dispersal draft reso necessario dal precoce fallimento della Professional Basketball League of America, ennesimo prototipo malriuscito di lega professionistica. Sid Hartman e soci, senza pensarci un attimo, selezionarono colui che sarebbe stato nominato “il più grande giocatore della prima metà del secolo”: George Mikan.
Primo vero ‘centro dominante’ del basket americano, nonostante i ‘soli’ 208 cm (la stessa altezza di Ben Simmons, per intenderci), Mikan era esploso alla DePaul University, guidando i Blue Demons alla vittoria del National Invitation Tournament nel 1945. Era noto per uno stile di gioco alquanto rude (rimase celebre l’episodio in cui, lottando per un rimbalzo, ruppe il naso al fratello Ed, allora centro dei Chicago Stags), ma lavorò molto anche per ampliare il suo repertorio tecnico. Negli anni del college aveva sviluppato un tiro in gancio (sia destro, che sinistro) pressoché immarcabile. In lunetta, invece, utilizzava un movimento che sarà tanto caro, qualche decennio più tardi, anche a Rick Barry: a due mani, dal basso. Le sue incredibili doti atletiche (sempre riferendosi ai parametri degli Anni ’40) gli permettevano di ‘cancellare’ i tiri avversari togliendoli dal canestro in parabola discendente; qualche anno dopo, per vietare questa pratica, verrà introdotta la regola del goaltending.
Non appena Mikan, con i suoi caratteristici occhialoni da vista, passò al professionismo, fu chiaro a tutti che sarebbe diventato un giocatore epocale. La sua carriera iniziò ‘dietro casa’ (era nato a Joliet, Illinois), con la maglia dei Chicago American Gears. Primo anno, primo titolo: quello della NBL, vinto nel 1947. Travolto dall’entusiasmo per la superiorità della sua squadra, il proprietario dei Gears, Maurice White, decise di lasciare la NBL e di formare una lega tutta sua. Nacque così la PBLA; la stessa che, dopo pochi mesi, dichiarò bancarotta. Ecco dunque il dispersal draft, ed ecco che ‘Big George’ divenne la prima, grande star nella storia dei Lakers.

I 'Big Three' dei Minneapolis Lakers. Jim Pollard (#17), George Mikan (#99) e Vern Mikkelsen (#19)

I ‘Big Three’ dei Minneapolis Lakers. Jim Pollard (#17), George Mikan (#99) e Vern Mikkelsen (#19)

Guidati da due fenomeni del calibro di Mikan e Pollard, i Minneapolis Lakers si abbatterono come un tornado sulla mediocre NBL. Nella loro prima stagione vinsero subito il titolo, sbarazzandosi senza problemi di Oshkosh All-Stars e Tri-Cities Blackhawks (oggi Atlanta Hawks) e superando in finale i Rochester Royals di Al Cervi e di Red Holzman, futuro allenatore dei grandi Knicks. Anche in virtù di quella comoda vittoria (che però non viene conteggiata ufficialmente dalla NBA, in quanto ottenuta in un’altra lega), la dirigenza decise di tentare il salto di qualità, trasferendo la franchigia nella BAA. La futura NBA stava disperatamente tentando di emergere dalla caotica bagarre tra piccole/medie leghe professionistiche, e per riuscirci aveva bisogno di grandi team e grandi giocatori. Ecco dunque che, nel 1948, vennero incorporate quattro delle migliori squadre NBL; a Fort Wayne Pistons e Indianapolis Jets si aggiunsero le due finaliste della stagione 1947/48, Rochester Royals e Minneapolis Lakers. In un campionato ancora mediamente povero di talento, le nuove franchigie ebbero vita facile: Royals e Lakers dominarono la Western Division (all’epoca, le dodici squadre erano distribuite principalmente tra nord-est e midwest statunitense) e si trovarono nuovamente di fronte, stavolta per giocarsi l’accesso alle Finals. Ancora una volta, a spuntarla furono gli uomini di Kundla, che poi sconfissero in finale i Washington Capitols (allenati da un giovane Red Auerbach) aggiudicandosi il titolo BAA 1949. In due anni di vita, due trionfi; la dinastia era cominciata.

Durante l’estate che seguì, vennero aggiunti gli ultimi pezzi per la creazione di un vero e proprio ‘Dream Team’. Tramite la regola delle ‘territorial picks’, che all’epoca garantiva alle squadre la precedenza assoluta nella selezione di atleti della zona, fu scelto Vern Mikkelsen, stella della University Of Minnesota. Nello stesso draft fu chiamato Bob Harrison, guardia da University of Michigan. Poco dopo, fu messo sotto contratto Slater Martin, ‘funambolo’ dei Texas Longhorns. Con Martin e Harrison a dividersi i minuti da esterni con il playmaker Herm Schaefer (a Minneapolis fin dal 1947) e con il miglior frontcourt della lega, formato da Pollard, Mikkelsen e Mikan, i Lakers si preparavano a dominare la nascente National Basketball Association.
Nell’estate del 1949 la BAA, uscita vincitrice dalla sfida, assorbì le sei rimanenti franchigie della NBL, dando alla luce la lega che conosciamo oggi. O almeno la sua versione primordiale, visto che la stagione 1949/50 partì con appena diciassette squadre. Tra queste, le più credibili pretendenti al titolo erano le solite note: Rochester Royals e Minneapolis Lakers, a cui si aggiungevano i Syracuse Nationals di Dolph Schayes, dominatori incontrastati nella Eastern Division. Royals e Lakers vinsero 51 partite a testa, ma i futuri Kings caddero clamorosamente contro Fort Wayne, al primo turno. La squadra di coach Kundla ebbe quindi vita facile; non perse nemmeno una gara di playoff fino alla serie finale, quando sconfisse i Nats 4-2 e completò l’inimitabile ‘three-peat’: tre titoli consecutivi in quelle che, di fatto, erano tre leghe differenti.

George Mikan festeggiato dal resto dei grandi Minneapolis Lakers

George Mikan festeggiato dal resto dei grandi Minneapolis Lakers

L’ennesimo trionfo proiettò quella formazione nella leggenda dello sport americano. Minneapolis era ormai il centro del mondo cestistico, e le stelle dei Lakers erano assurte allo status di vere e proprie celebrità. Nei primi Anni ’50 vennero persino girati dei documentari in stile Istituto Luce su quel gruppo di eroi, in cui venivano esaltate sia le doti tecniche dei singoli, che la fluidità del gioco orchestrato da Kundla. Dimentichiamoci delle accelerazioni al ferro di Russell Westbrook o del ‘Beautiful Game’ degli Spurs 2014, ma il movimento di palla di quei Lakers, così come i tiri dalla distanza (piedi per terra) di Martin e le invenzioni acrobatiche di Pollard, rappresentavano comunque una rivoluzione per l’epoca.
In particolare, George Mikan divenne una sorta di ‘semidio’. In occasione di una sua visita da avversario a New York, sul tabellone luminoso del Madison Square Garden comparve la scritta: “Mercoledì, basketball: George Mikan vs. Knicks”. Il centro dei Lakers raccontò in seguito che i compagni, offesi per essere stati ‘snobbati’, si rifiutarono di cambiarsi e gli dissero di andare là fuori da solo, salvo poi convincersi a scendere in campo con lui. Miglior realizzatore di ogni lega in cui avesse giocato da professionista (fino al 1951), aveva chiuso i playoff del 1950 a 31.3 punti a partita. A partire dalla stagione successiva, la NBA iniziò a tenere le statistiche sui rimbalzi, mettendo così nero su bianco un ulteriore aspetto del dominio di ‘Big George’ sotto canestro; saranno 13.4 di media in carriera. Le difese avversarie tentavano i più disperati escamotage per limitarlo. Il 22 novembre 1950, i Fort Wayne Pistons optarono per la più semplice delle strategie: stare fermi con il pallone in mano, senza fare assolutamente niente. D’altronde, non esistevano ancora limiti di tempo per concludere l’azione. Quando un giocatore si sarebbe stancato, avrebbe passato la palla ad un compagno, che avrebbe continuato la pantomima. Tra le urla indispettite del pubblico di Minneapolis e quelle degli arbitri, la partita si trascinò stancamente finché, a nove secondi dal termine, Larry Foust segnò il canestro che diede il definitivo vantaggio ai Pistons: finì 19-18, il più basso punteggio della storia NBA. Dei 18 punti totali dei Minneapolis Lakers, Mikan ne segnò 15 (a cui se ne aggiunsero 2 di Harrison e 1 di Pollard, tutti dalla lunetta). L’increscioso episodio spingerà la lega verso l’introduzione del cronometro dei 24 secondi, che entrerà in vigore nel 1954. C’era però un’altra regola che stava per cambiare, proprio in virtù dello strapotere di Mikan: al termine della stagione 1950/51 fu infatti allargata l’area dei tre secondi, in modo da costringere gli ‘spauracchi’ come Big George a giocare più lontani dal canestro.

Nel frattempo, la dinastia dei Minneapolis Lakers aveva incontrato il primo, imprevedibile intoppo. La regular season era stata come al solito dominata, con il 44-24 finale che rappresentava il miglior record della lega. Anche il primo turno playoff, contro gli Indianapolis Olympians, era filato via liscio, o quasi; prima di staccare il biglietto per il consueto ‘showdown’ con i Rochester Royals, valido ancora una volta per l’accesso alle Finals, George Mikan si fratturò una gamba. Fasciato a dovere, il colosso non si fece pregare, e scese comunque in campo. Chiuse la serie a 23.8 punti di media, segnandone addirittura 32 in gara-4. Per la prima volta, però, vinsero i Royals, che ebbero finalmente la strada spianata per il loro primo (e ad oggi ultimo), sospiratissimo titolo NBA.

Gli ultimi, grandi Minneapolis Lakers, stagione 1953-54

Gli ultimi, grandi Minneapolis Lakers, stagione 1953-54

Con il nucleo storico ancora nel fiore degli anni, gli uomini di coach Kundla si lasciarono presto alle spalle quell’incidente di percorso. La stagione 1951/52, la prima con la ‘Mikan rule’ in vigore (quella che allargava l’area piccola), fu l’ennesima marcia trionfale. A dispetto della norma restrittiva pensata appositamente per lui, la star dei Lakers segnò quasi 24 punti a sera, regalandosi anche una mostruosa performance da 61 punti contro i Royals (allora dietro solo ai 63 di Joe Fulks nel 1949). Sconfitti nuovamente gli Olympians al primo turno, Minneapolis si prese la rivincita su Rochester, tornando in finale dopo un anno di assenza. Gli avversari, i New York Knicks di coach Joe Lapchick, opposero una più che degna resistenza, ma vennero schiacciati in gara-7 dai grandi Lakers. Quella serie fu disputata in un contesto surreale; con Madison Square Garden e Minneapolis Auditorium già occupati, la NBA dovette accontentarsi di location ‘alternative’. In particolare, le gare nella ‘Big Apple’ vennero giocate in una storica armeria cittadina. Altri tempi…

Recuperato a pieno regime Mikan, che nel 1953 fu nominato MVP del terzo All-Star Game della storia NBA, i Minneapolis Lakers non si fermarono più; i Knicks vennero letteralmente ‘schiaffeggiati’ nel rematch delle Finals, mentre nel 1954 toccò ai Syracuse Nationals inchinarsi ai padroni incontrastati della lega. I Lakers vinsero il sesto titolo nei loro primi sette anni di vita, il quinto – e terzo consecutivo – da quando si erano uniti alla BAA / NBA. Una supremazia che verrà replicata (e migliorata) solo dagli invincibili Boston Celtics di Bill Russell, negli Anni ’60.

La prima dinastia del basket americano vide calare il sipario proprio sul più bello; subito dopo il titolo del 1954, George Mikan annunciò il ritiro. Aveva appena trent’anni, ma il suo fisico era ormai logoro; dopo aver lottato come un guerriero per sette stagioni senza mai battere ciglio, nonostante i numerosi infortuni (un bottino complessivo di dieci ossa rotte e sedici punti di sutura), decise che era giunto il momento di appendere le scarpe al chiodo e dedicarsi alla famiglia. Tracciando il sentiero per ciò che farà Michael Jordan quarant’anni più tardi, Big George tentò il grande ritorno nella stagione 1955/56, per cercare di aiutare i calanti Lakers. Sebbene avessero trovato in Clyde Lovellette un buon sostituto, gli uomini di John Kundla non erano più riusciti a tornare alle Finals. Il comeback di Mikan fu tutt’altro che trionfale (10.5 punti e 8.3 rimbalzi; un’inezia, per gli standard abituali), così il leggendario centro disse il definitivo “basta” con l’arrivo dell’estate 1956. In quello stesso anno, arrivò ad un passo dall’elezione al Congresso degli Stati Uniti. Tentò di esercitare come avvocato, ma lo scarso successo e le pressioni di Kundla lo convinsero a riavvicinarsi al mondo che lo aveva reso immortale. Prima gli fu assegnato l’incarico di general manager, poi, nel 1957, prese il posto del suo vecchio allenatore sulla panchina dei MPLS. Anche la nuova esperienza fu un flop. Minneapolis, dopo due premature eliminazioni nelle stagioni precedenti, non riuscì neanche a qualificarsi per i playoff. Dopo un inizio di regular season da 9 vittorie e 30 sconfitte, Mikan fu esonerato, mentre Kundla, nel frattempo eletto GM, riprese il ruolo di head coach. Per Big George non fu comunque l’ultimo punto di contatto con il mondo del basket; nel 1967 fu nominato commissioner della nascente American Basketball Association, mentre sul finire degli Anni ’80 fu una figura chiave per il ritorno del grande basket nel Minnesota (tanto che oggi, fuori dal Target Center, campeggia una statua eretta in suo onore).

George Mikan, Kareem Abdul-Jabbar e Shaquille O'Neal, i tre grandi centri della storia dei Lakers

George Mikan, Kareem Abdul-Jabbar e Shaquille O’Neal, i tre grandi centri della storia dei Lakers

Già, perché dal 1960 i Minneapolis Lakers non esistevano più. Il ritiro di Mikan era stato un colpo durissimo per la squadra, sia dal punto di vista tecnico che in termini di ‘appeal’. L’affluenza di pubblico calò drasticamente e, dopo la disastrosa stagione 1957/58, il nuovo proprietario Bob Short prese definitivamente in considerazione l’ipotesi di un ricollocamento. Nel frattempo, Los Angeles aveva accolto la sua prima franchigia professionistica: i Dodgers (baseball) si erano infatti trasferiti da Brooklyn. Se da un lato l’operazione suscitò feroci polemiche a New York, dall’altro si rivelò un enorme successo commerciale. La cosa non sfuggì a Short il quale, dopo aver valutato le opzioni Chicago e San Francisco, decise di spostare i Lakers nel sud della California.

Nell’attesa di diventare la prima squadra NBA della West Coast, i Minneapolis Lakers diedero un ultimo, fortissimo colpo di coda. La stagione con Mikan in panchina, chiusa con il terribile record di 19 vittorie e 53 sconfitte, aveva garantito la prima chiamata assoluta al draft 1958. La scelta ricadde su Elgin Baylor, sensazionale ala piccola da Seattle University. Curiosamente, Baylor era già stato scelto dagli stessi Lakers al draft del 1956, ma aveva deciso di rimanere al college. Non appena il nuovo arrivato mise piede su un campo NBA, fu evidente che avrebbe cambiato le sorti non solo della squadra, ma della lega intera. L’impatto di ‘Rabbit’ con il basket professionistico fu esaltante: 24.9 punti e 15 rimbalzi di media, MVP dell’All-Star Game, Rookie Of The Year e, soprattutto, uno stile di gioco che nessuno aveva visto prima. Le sue acrobazie lo resero la prima superstar ‘moderna’, il vero precursore dei fenomeni che vediamo esibirsi oggi. Baylor si impose subito come il leader di un gruppo ormai ‘anziano’ che, grazie al suo talento, tornò ai playoff dopo un anno di assenza. In post-season i Lakers si sbarazzarono dei Pistons (che nel 1957 si erano definitivamente stabiliti a Detroit) e dei campioni in carica St. Louis Hawks, staccando un inatteso biglietto per le NBA Finals. Ad attenderli c’erano i Boston Celtics, che li umiliarono 4-0 e diedero ufficialmente inizio alla più grande rivalità sportiva di sempre.

Elgin Baylor, prima scelta dei Minneapolis Lakers nel 1958

Elgin Baylor, prima scelta dei Minneapolis Lakers nel 1958

L’ultima stagione dei Minneapolis Lakers si concluse al secondo turno dei playoff 1960, quando gli Hawks si presero la rivincita dell’anno precedente. Ormai, della grande dinastia restava ben poco. Dopo le finali perse contro Boston, John Kundla rassegnò le dimissioni. Con il trasferimento a Los Angeles sempre più vicino, il grande allenatore preferì restare nel suo amato Minnesota. Tornò sulla panchina dei Gophers, da dove tutto era partito, e fu il primo coach nella storia dell’ateneo a offrire borse di studio anche ad atleti afroamericani. Fu anche l’unico esempio ad oggi conosciuto di un cinque volte campione NBA che si ‘ricicla’ insegnante di educazione fisica. Manterrà vita natural durante contatti stretti con gli altri protagonisti della travolgente cavalcata di quei Lakers, da George Mikan a Vern Mikkelsen, che si ritirò insieme a lui nel 1959.
Una volta abbandonata la ‘terra dei diecimila laghi’ per la soleggiata California (che di laghi ne aveva ben pochi) la franchigia scelse di mantenere il nome originale; nacquero così i Los Angeles Lakers. Qualche anno più tardi, nel 1966, scomparve anche l’ultimo lascito dei ‘padri fondatori’ del team: i colori delle maglie passarono dallo storico bianco-blu (riadattamento del vecchio giallo-celeste indossato nei primi anni da George Mikan e compagni) all’attuale giallo-viola. Un nome e un look destinati a rimanere impressi a fuoco nell’immaginario collettivo.

Stefano Belli
stefmiik@hotmail.it

Rapito (come tanti in quegli anni) dai Bulls di MJ, perso e poi riconquistato dai Lakers del Three-Peat e dall'ascesa di D-Wade, può vantare lo stesso numero di canestri rotti di Shaq: 2, nella vecchia cameretta.

No Comments

Post A Comment