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NBA Passion Awards 2017/18

I premi della redazione di NBA Passion per la regular season 2017/18

Per molti appassionati NBA, la seconda metà di aprile significa principalmente una cosa: mentre le giornate continueranno ad allungarsi, le nottate saranno sempre più corte. L’arrivo dei playoff segna l’inizio della fase decisiva della stagione. Per sedici delle trenta franchigie inizia la corsa verso il Larry O’Brien Trophy, per le altre quattordici inizia ufficialmente la lunghissima off-season. Per la redazione di NBA Passion, invece, la fine della regular season è l’occasione per assegnare gli ‘ambitissimi’ premi stagionali. Certo, ormai la lega ha posticipato gli esiti delle votazioni a fine stagione (quest’anno addirittura a luglio), con i vincitori che saranno annunciati nel corso di uno show televisivo. Noi, invece, preferiamo rimanere fedeli alla tradizione, evitando che l’esito dei playoff e il tempo possano influenzare i nostri giudizi. D’altronde, questi riconoscimenti si riferiscono a quanto successo da ottobre ad aprile. Per cui, basta preamboli: è il momento degli NBA Passion Awards 2017/18!

 

Rookie Of The Year: Ben Simmons (Philadelphia 76ers)

Ben Simmons, al debutto tra i pro nel 2017/18
Ben Simmons, al debutto tra i pro nel 2017/18

La stagione 2017/18 è stata fantastica per i rookie. Una bellissima inversione di tendenza, dopo le difficoltà e le delusioni degli ultimi anni. Lo scorso draft verrà ricordato fra i migliori di questo decennio, con diversi giocatori capaci di avere da subito un impatto significativo. Prendiamo come primi esempi Dennis Smith Jr. e Lauri Markkanen, già oggi colonne portanti del futuro di Dallas Mavericks e Chicago Bulls. Il lungo finlandese ha chiuso la stagione come miglior realizzatore (tra i giocatori con almeno 30 gare disputate) e rimbalzista di squadra, mentre l’esplosivo playmaker da NC State ha riacceso quel fuoco dell’entusiasmo che nella ‘Big D’ mancava da troppo tempo.

Anche Josh Hart (Lakers), Dillon Brooks (Grizzlies), John Collins (Hawks) e Sindarius Thornwell (Clippers) hanno saputo ritagliarsi un certo spazio. Nonostante le attenzioni verso di loro non fossero quelle riservate alle primissime scelte, sono annoverabili tra le poche note liete nella stagione delle rispettive squadre. C’è anche chi ha saputo fare molto bene in contesti vincenti, come Jordan Bell (Warriors) e O.G. Anunoby (Raptors).
A proposito di primissime scelte, su alcune delle potenziali star del futuro il giudizio va rimandato. Josh Jackson (Suns) ha vissuto una stagione altalenante, chiusa però con un nettissimo crescendo. Dei primi due nominati da Adam Silver, ovvero Markelle Fultz (Sixers) e Lonzo Ball (Lakers), abbiamo visto ancora poco; buoni lampi, ma parecchia incostanza (Ball) e infortuni che li hanno tenuti fermi a lungo (Fultz è rimasto ai box per 5 mesi per un misterioso problema alla spalla). La questione infortuni ha compromesso anche il 2017/18 di Jonathan Isaac (Magic), sceso in campo solamente in 27 occasioni.

Fin qui abbiamo trattato di ottimi debutti, ora passiamo ai debutti eccellenti, quelli che hanno reso davvero speciale il draft 2017. Cominciamo da Kyle Kuzma, che ha letteralmente ‘rubato la scena’ nella Los Angeles gialloviola. Mentre tutti aspettavano le magie di Ball e l’esplosione di Brandon Ingram (che è certamente cresciuto, ma non ha ancora fatto il salto di qualità defnitivo), l’ala da Utah si è caricata la squadra sulle spalle, chiudendo come miglior realizzatore (a pari media con Ingram e Julius Randle) pur partendo spesso dalla panchina. Eletto Rookie Of The Month per la Western Conference a dicembre, ha poi avuto un calo nella fase centrale della stagione, per poi rialzare il livello nell’ultimo periodo. La sua inattesa esplosione (ventisettesima scelta al draft, arrivato da Brooklyn nella trade per D’Angelo Russell) ha dato una forte scossa alla risalita dei Lakers, che ora possono contare su un’assoluta certezza (almeno nella metà campo offensiva) per guardare con ottimismo al futuro prossimo.
Se Atene sorride, anche Sparta non se la passa malissimo. Cedendo ai Sixers la prima scelta assoluta (poi tramutatasi in Markelle Fultz), il general manager dei Boston Celtics, Danny Ainge, ha estratto l’ennesimo coniglio dal cilindro. E che coniglio! Jayson Tatum è arrivato in NBA dopo una sola stagione a Duke, in cui aveva mostrato, più che altro, di essere un abilissimo attaccante. Neanche il tempo di mettere piede in campo, che il paesaggio intorno a lui è stato completamente stravolto: Gordon Hayward, grande rinforzo estivo dei biancoverdi e suo pari-ruolo, out for the season dopo una terribile caduta. Anziché farsi schiacciare dalla pressione e dalle responsabilità, improvvisamente aumentate, Tatum ha reagito da fenomeno. I 13.9 punti e 5 rimbalzi di media non dicono nulla sul reale impatto di un ragazzo che gioca con la classe di un predestinato e con una maturità totalmente inspiegabile per un neo-ventenne.

Per il nostro NBA Passion Award, però, non potevano che esserci due principali contendenti. Da un lato abbiamo Ben Simmons (Sixers), dall’altro Donovan Mitchell (Jazz). Entrambi hanno trascinato la loro squadra ai playoff da assoluti protagonisti, ma i loro percorsi non potrebbero essere più diversi. Simmons era una star annunciata. Pubblicizzato ed acclamato all’inverosimile ai tempi del liceo, aveva trascorso qualche mese (di malavoglia, a quanto pare) a LSU per poi essere scelto con la prima chiamata assoluta da Phila al draft 2016. Dopo un intero anno passato ai box per una frattura a un piede, era atteso come il Messia dai tifosi e dalla dirigenza dei Sixers. Mitchell, cresciuto con la doppia passione basket-baseball (il suo numero 45 è un omaggio alla parentesi sul diamante di Michael Jordan), si era dichiarato eleggibile per il draft 2017 senza nemmeno assumere un agente. D’altronde, nei due anni di college a Louisville aveva fatto intravedere buone doti realizzative, ma sulla sua schiena non compariva nessun tatuaggio con la scritta “The Chosen One”… Tredicesima scelta dei Denver Nuggets, Utah lo aveva ottenuto scambiandolo con Trey Lyles e Tyler Lydon (scelta numero 24).

Il valore assoluto dei due giocatori, almeno in termini di talento puro, non è neanche paragonabile. Simmons è un potenziale MVP, con una combinazione di tecnica, atletismo e intuito che passa una volta ogni vent’anni. E’ salito alla postazione di comando dei Sixers, reduci da anni di umiliazioni, e li ha resi (al fianco di un Joel Embiid finalmente in salute) una potenza della Eastern Conference a suon di prestazioni strabilianti, con cifre e giocate spettacolari che richiamano sinistramente (per gli altri) il primo Magic Johnson. Dal canto suo, Mitchell è arrivato nello Utah come la Manna arrivò agli Israeliti sul Monte Sinai. Il suo exploit offensivo (20.5 punti di media, primo per distacco tra le matricole, 7 volte oltre quota 30 e due ‘quarantelli’) ha tolto le castagne dal fuoco a una squadra storicamente in difficoltà sul piano realizzativo. Dopo l’addio di Hayward, l’unico modo per restare in orbita playoff era sperare che un rookie diventasse un punto di riferimento in attacco. Detto, fatto. Incredibilmente.
Tra i membri della redazione di NBA Passion ha iniziato a prendere forma l’ipotesi di una vittoria ex aequo, ma alla fine ha prevalso la consapevolezza di trovarsi di fronte al debutto di un giocatore, Simmons, che potrebbe lasciare un segno profondo sulle prossime generazioni.

Albo d’oro:
2016/17: Dario Saric (Philadelphia 76ers)
2015/16: Karl-Anthony Towns (Minnesota Timberwolves)

 

All-Rookie Team:

  • Dennis Smith Jr. (Dallas Mavericks)
  • Donovan Mitchell (Utah Jazz)
  • Ben Simmons (Philadelphia 76ers)
  • Jayson Tatum (Boston Celtics)
  • Kyle Kuzma (Los Angeles Lakers)

 

Coach Of The Year: Mike D’Antoni (Houston Rockets)

Mike D'Antoni, coach della migliore squadra NBA nel 2017/18
Mike D’Antoni, coach della migliore squadra NBA nel 2017/18

La corsa al premio di allenatore dell’anno è sempre la più agguerrita. Come nelle stagioni precedenti, anche in questo 2017/18 ci sono tanti pretendenti, ognuno con validi motivi per portare a casa il Red Auerbach Trophy. Il nostro premio ‘virtuale’, dopo l’egemonia di Brad Stevens nell’ultimo biennio, va a Mike D’Antoni. Dopo che, l’anno scorso, aveva trasformato gli Houston Rockets da eterna incompiuta a credibile contender, l’ex-baffo è riuscito a superare se stesso. I suoi Rockets sono stati – per distacco – la migliore squadra della regular season, chiudendo con il miglior record della loro storia (65-17). Non sono solo i risultati a rendergli onore, bensì l’aver dimostrato – ancora una volta – di essere tra i più grandi innovatori che la lega abbia mai conosciuto. Se nel 2016/17 aveva avuto l’intuizione di ‘convertire’ James Harden a playmaker ‘full-time’, quest’anno ha vinto un’altra scommessa che in molti ritenevano folle: affiancare al Barba un’altra point guard di assoluto livello, ovvero Chris Paul. Non solo i due hanno coesistito splendidamente, suddividendosi le responsabilità e i minuti in campo, ma la loro unione non ha minimamente scalfito i principi cardine del gioco dantoniano, basato sugli attacchi al ferro e sugli scarichi per i tiratori. Anzi, l’arrivo di CP3 ha portato nuove soluzioni offensive e un’applicazione difensiva con cui è riuscito a contagiare persino un difensore ‘pigro’ come Harden. Nel mentre, il sistema creato dall’allenatore ha reso Clint Capela uno dei giocatori più determinanti nel panorama NBA. Insomma, un vero capolavoro.

A insidiare l’ex playmaker dell’Olimpia Milano nella corsa al nostro Award troviamo Dwane Casey, timoniere dei migliori Toronto Raptors di sempre, e Quin Snyder, capace di guidare gli Utah Jazz a una qualificazione ai playoff tutt’altro che scontata, dopo il doloroso addio di Gordon Hayward. Sorprendente anche il lavoro di Nate McMillan, che ha portato alla post-season una squadra apparentemente destinata al tanking come gli Indiana Pacers, rimasti ‘orfani’ di Paul George in estate. Menzioni doverose anche per Alvin Gentry (Pelicans) e Terry Stotts (Trail Blazers), mentre il futuro è tutto dalla parte di Brad Stevens, il cui splendido operato ha fatto volare i Boston Celtics nonostante i gravi infortuni di alcuni elementi chiave del roster.
Dopo anni di umiliazioni, il 2017/18 è stata la stagione del riscatto per Brett Brown. Una volta completato il famigerato ‘Process’, i suoi Philadelphia 76ers sono decollati ai vertici della Eastern Conference. Le meraviglie di Ben Simmons e Joel Embiid sono state certamente un fattore decisivo, ma la solidità e la coesione con cui il gruppo si presenta ai playoff sono indubbiamente frutto delle sapienti mani dell’allenatore.

Albo d’oro:
2016/17: Brad Stevens (Boston Celtics)
2015/16: Brad Stevens (Boston Celtics)

 

6th Man Of The Year: Lou Williams (Los Angeles Clippers)

Lou Williams, leader per punti dalla panchina nel 2017/18
Lou Williams, leader per punti dalla panchina nel 2017/18

Stabilire se un giocatore NBA sia effettivamente un ‘6th man’ non è semplicissimo, visto che durante la stagione i quintetti e le rotazioni cambiano continuamente. Ci sono però casi di ‘sesti uomini di professione’. Quelli che, per le loro caratteristiche, vengono ritenuti più idonei a guidare la ‘second unit’, piuttosto che a partire tra i primi cinque. E’ assolutamente il caso di Lou Williams. Nel corso della sua carriera da ‘girovago’ del parquet, per il ‘Mago Lou’ il copione è stato sempre lo stesso: entrare a partita in corso e stracciare le retine. E’ successo a Philadelphia, dove Williams ha chiuso la stagione 2011/12 da miglior realizzatore di squadra e si è rivelato l’unica alternativa credibile a James Harden per il 6th Man Of The Year Award. E’ successo ad Atlanta, nonostante il brutto infortunio che lo ha costretto a saltare la prima stagione, e a Toronto, dove finalmente ha conquistato l’ambito riconoscimento. L’anno scorso ha alzato ulteriormente il tiro, facendo benissimo sia nei disastrosi Lakers che nei rampanti Rockets. In questo 2017/18 Lou si è superato, tenendo a galla i decimati Los Angeles Clippers grazie ai suoi 22.6 punti di media (massimo in carriera, leader NBA tra i giocatori con almeno 10 gare iniziate in panchina) e sfiorando la convocazione all’All-Star Game di Los Angeles. Nella stagione di Willams c’è anche una notte da 50 punti contro Golden State (10 gennaio). Tutto sommato facile, dunque, assegnare il nostro Award al numero 23.

Alle sue spalle troviamo le punte di diamante di alcune tra le migliori panchine NBA, da Eric Gordon (Rockets, vincitore del premio l’anno scorso) a Terry Rozier (Celtics), passando per la rivelazione Fred Vanvleet, principale punto di riferimento della strepitosa ‘second unit’ dei Toronto Raptors. Tra i nominati ci sono anche giocatori per i quali 2017/18 è stato ben più soddisfacente a livello personale, che di squadra. Su tutti Tyreke Evans, letteralmente ‘rinato’ nei pessimi Memphis Grizzzlies, ma anche Kyle Kuzma, grande sorpresa di una versione dei Los Angeles Lakers ancora troppo acerba. Come nel caso di Lou Williams, è pressoché automatica la candidatura di altri specialisti della materia come Andre Iguodala (Warriors) e Jamal Crawford (Timberwolves).

Albo d’oro:
2016/17: Eric Gordon (Houston Rockets)
2015/16: Jeremy Lin (Charlotte Hornets)

 

Defensive Player Of The Year: Rudy Gobert (Utah Jazz)

Rudy Gobert, faro difensivo degli Utah Jazz nel 2017/18
Rudy Gobert, faro difensivo degli Utah Jazz nel 2017/18

Tra i vari premi stagionali, quello di miglior difensore è uno dei più difficili da assegnare. Se non altro perché il concetto in sé è un po’ vago, ci sono troppi parametri da considerare. Ci sono difensori eccellenti nell’uno-contro-uno, altri perfetti nelle chiusure, altri ancora abili a proteggere il ferro. Poi ci sono quelli capaci di ergersi a veri e propri ‘registi difensivi’, forse la specie più rara del panorama NBA. Tra questi è doveroso citare Al Horford, ‘totem’ difensivo dei Boston Celtics, ma il migliore è senza dubbio Rudy Gobert, che per il secondo anno di fila si prende il nostro Award. Il suo dominio sotto i tabelloni e la sua innata capacità di organizzare la retroguardia sono tra i principali fattori dell’ottima stagione 2017/18 degli Utah Jazz. Non a caso, una volta recuperato il loro centro dopo una serie di problemi al ginocchio, gli uomini di Quin Snyder hanno iniziato un’inarrestabile marcia verso i playoff; 29 vittorie e 8 sconfitte. La prolungata assenza dai campi ne ha compromesso la selezione per il suo primo All-Star Game, ma l’anno prossimo sarà difficile lasciar fuori il gigante francese dalla cerchia dei migliori.

Tra gli inseguitori di Gobert per il nostro premio ne troviamo uno piuttosto insospettabile, almeno fino a poche stagioni fa: Kevin Durant. Il fenomeno dei Golden State Warriors, già oggi uno dei migliori attaccanti della storia NBA (quattro volte miglior realizzatore della lega e MVP della stagione 2013/14), ha mostrato un’incredibile evoluzione anche nella metà campo difensiva. La ‘trasformazione’ di KD si era già intravista ai tempi dei Thunder quando, soprattutto ai playoff, era riuscito a innalzare sensibilmente il livello anche nei pressi del proprio canestro. Con il trasferimento agli Warriors, il numero 35 è diventato una formidabile arma, anche da questo punto di vista, per la cavalcata verso il titolo. In questo 2017/18, Durant ha giocato da autentico ‘MVP difensivo’, eccellendo in tutti gli aspetti della specialità; difesa sul pallone, aiuti e protezione del ferro. Che ambisca a diventare un Kevin Garnett 2.0?
Nella corsa al riconoscimento, una menzione la meritano anche fenomenali rim protector come Anthony Davis, Giannis Antetokounmpo e Joel Embiid, oppure fuoriclasse del single coverage come Paul George, Jimmy Butler, Klay Thompson e Chris Paul. A proposito di ‘giocatori totali’…

Albo d’oro:
2016/17: Rudy Gobert (Utah Jazz)
2015/16: Kawhi Leonard (San Antonio Spurs)

 

Most Improved Player Of The Year: Victor Oladipo (Indiana Pacers)

Per Victor Oladipo, il 2017/18 è stata una stagione da All-Star
Per Victor Oladipo, il 2017/18 è stata una stagione da All-Star

Torniamo con la memoria al 6 luglio 2017. Paul George, ormai da tempo in rottura con la dirigenza, viene scambiato da Indiana con gli Oklahoma City Thunder. In cambio della loro star, i Pacers ricevono Domantas Sabonis e Victor Oladipo. Subito inizia una tempesta mediatica nei confronti del neo-presidente Kevin Pritchard (che ha da poco sostituito Larry Bird), reo di aver ceduto l’uomo-franchigia in cambio di due ‘mezzi giocatori’, due ‘bidoni’ destinati a far sprofondare la squadra negli abissi del tanking. Nove mesi dopo, quello che ci troviamo di fronte è uno scenario estremamente diverso; Indiana si prepara a un nuovo viaggio ai playoff, e lo fa soprattutto grazie al contributo dei due ex-Thunder. Il figlio di Arvydas è passato dai 5.9 punti e 3.6 rimbalzi della sua stagione da rookie agli 11.6 e 7.7 del 2017/18. Questo farebbe di lui un legittimo candidato al premio di ‘giocatore più migliorato’, anche se per un atleta al secondo anno ci vorrebbe un discorso a parte. Ciò che ha fatto Oladipo, però, va oltre ogni concetto di ‘miglioramento’. Tornato nello stato in cui era diventato un idolo del pubblico con la maglia degli Hoosiers, ha riscattato in una sola stagione tutte le amarezze di quelle passate, dalle delusioni con gli Orlando Magic (che lo avevano scelto per secondo, dietro all’ormai ‘leggendario’ Anthony Bennett nel 2013) fino all’annata vissuta nell’ombra del ‘Russell Westbrook Show’. Al massimo in carriera in tutte le categorie statistiche, Oladipo si è trasformato in un All-Star. Oltre alla prima apparizione in carriera alla partita delle stelle, il suo memorabile 2017/18 ha fruttato a Indiana un’insperata (alla vigilia della stagione) qualificazione ai playoff, addirittura con il quinto miglior record a Est.

Riconoscimento ‘obbligatorio’, quindi, anche se la regular season appena conclusa ha visto parecchi giocatori salire notevolmente di livello. Ad esempio Kristaps Porzingis e Bradley Beal, che come Oladipo hanno raggiunto per la prima volta l’All-Star Game. A differenza dell’ex-Hoosier, però, per questi due ci si aspettava un salto di qualità. Ce lo si aspettava decisamente meno da Spencer Dinwiddie, una delle poche note liete della stagione dei Brooklyn Nets.
Che dire poi di Tyreke Evans? Un giocatore che sembrava quasi sparto dai radar NBA, ma che a Memphis è stato protagonista di un’improvvisa ‘seconda giovinezza’. In netta crescita, rispetto al recente passato, anche Aaron Gordon (Magic), Julius Randle (Lakers), il nostro 6th Man Of The Year Lou Williams e Tobias Harris (Pistons / Clippers). Se finora, esclusi Oladipo e Sabonis, abbiamo citato solo elementi di roster mediocri (o comunque deludenti), troviamo degli ‘improved players’ anche nelle squadre più competitive: dallo splendido Clint Capela di Houston alla coppia Terry Rozier-Jaylen Brown di Boston (anche se per Brown vale lo stesso discorso fatto per Sabonis, come lui al secondo anno), passando per Jrue Holiday, inatteso trascinatore (insieme alla coppia Davis-Cousins) dei sorprendenti New Orleans Pelicans.

Albo d’oro:
2016/17: Nikola Jokic (Denver Nuggets)
2015/16: C.J. McCollum (Portland Trail Blazers)

 

Disappointing Team Of The Year: Oklahoma City Thunder

2017/18 al di sotto delle aspettative per i Thunder di Paul George (#13), Carmelo Anthony (#7) e Russell Westbrook (#0)
2017/18 al di sotto delle aspettative per i Thunder di Paul George (#13), Carmelo Anthony (#7) e Russell Westbrook (#0)

I Thunder erano tra le franchigie più attese di questo 2017/18, se non altro per gli arrivi di Paul George e Carmelo Anthony alla corte dell’MVP Russell Westbrook. Almeno fino a questo momento (magari ai playoff arriverà una radicale trasformazione), tali aspettative sono state deluse. La squadra di Billy Donovan ha sempre dato l’impressione di essere lì lì per esplodere, per dare sfogo a tutto il suo enorme potenziale. Solo che, a furia di aspettare, la regular season è terminata, e dopo i proclami iniziali ci si è dovuti ‘arrangiare’. E’ vero, è arrivato il quarto posto finale, ma ottenuto all’ultima partita, dopo aver oscillato per mesi tra il quinto e il settimo piazzamento. Poca roba, per un roster tutto sommato competitivo e impreziosito dalla presenza delle tre stelle. Ecco, le superstar…

Westbrook ha iniziato piano, cercando di favorire l’inserimento degli illustri compagni. Poi ha scalato le marce e ha ripreso la consueta velocità, divorando parquet, ferri, retine e nuovi record. Alla fine, per lui è arrivata un’altra stagione storica, la seconda consecutiva in tripla-doppia di media (pur senza le irripetibili cifre del 2016/17). Mai nessuno come lui. Stagione di alti e bassi per Paul George, il cui andamento è spesso coinciso con quello della squadra; picchi di eccellenza (in entrambe le metà campo) e alcuni giri a vuoto. Decisamente un ‘pesce fuor d’acqua’ Carmelo Anthony. Ormai lontano dai suoi giorni migliori, dopo un inizio promettente è apparso sempre più intristito e fuori contesto. Che l’era degli ‘OK3’ sia già al capolinea?

Tra gli altri ‘disappointing teams’ di questo 2017/18 è obbligatorio citare i Minnesota Timberwolves. Reduci da un 2016/17 caratterizzato dalle aspettative deluse, venivano indicati tra le squadre più interessanti del selvaggio Wesr. Merito di una off-season da assoluti protagonisti, con l’arrivo di Jimmy Butler e di altri veterani di qualità (Jeff Teague, Jamal Crawford, Taj Gibson). Tra la carta e il campo, però, c’è la stessa distanza che passa tra il dire e il fare. Guidati da un Tom Thibodeau sempre più furioso, questi T’Wolves non hanno mai convinto. In avvio di stagione, la leadership di Butler è la ‘voglia’ dei giocatori più esperti hanno tenuto la squadra ben oltre la linea di galleggiamento, tanto che Minnie è arrivata fino al terzo posto della Western Conference. Con l’infortunio di ‘Jimmy G. Buckets’, però, sono emerse tutte le lacune del gruppo. Nove sconfitte in venti partite, e ottavo biglietto per i playoff staccato solo all’ultima gara, vincendo all’overtime lo scontro diretto con Denver. Più che l’inesistente applicazione difensiva (Karl-Anthony Towns) o l’incostanza di rendimento (Andrew Wiggins), ciò che balza maggiormente all’occhio è la scarsa alchimia tra l’allenatore e le due giovani stelle, coloro che dovrebbero rappresentare non più il futuro, bensì il presente della franchigia. I playoff acciuffati per i capelli gettano una nuova ombra sul futuro, o almeno su quello prossimo. Anche stavolta, la stagione del grande salto di Minnesota sarà la prossima…

Anche la regular season dei Cleveland Cavaliers si potrebbe benissimo definire deludente. Coloro che nelle ultime tre stagioni hanno dominato la Eastern Conference hanno messo in scena un’inedita ‘altalena’ di grandi momenti e terrificanti pause, culminata con la ‘rivoluzione’ della trade deadline. Una serie di mosse che, in un solo colpo, ha screditato gran parte del lavoro fatto dalla dirigenza a partire dalla scorsa estate. Il tutto con la scadenza del contratto di LeBron James sempre più vicina…
Ci sono altre squadre che, pur qualificandosi per la post-season, sono andate ben al di sotto delle aspettative iniziali. Su tutte Washington Wizards e Milwaukee Bucks, dal rendimento mai costante e nettamente superate da organici sulla carta inferiori (vedi Indiana). O ancora, quelle che ai playoff non ci sono arrivate. Ecco dunque Los Angeles Clippers (condizionati da molti infortuni, ma inguardabili anche al completo), Detroit Pistons e Charlotte Hornets. Più che di semplici delusioni, in questi casi sarebbe meglio parlare di progetti clamorosamente falliti.

Albo d’oro:
2016/17: New York Knicks
2015/16: Chicago Bulls

 

Breakout Team Of The Year: Utah Jazz

Da sinistra, Rudy Gobert, Ricky Rubio e Donovan Mitchell, 'anima' degli Utah Jazz 2017/18
Da sinistra, Rudy Gobert, Ricky Rubio e Donovan Mitchell, ‘anima’ degli Utah Jazz 2017/18

Come accade pressoché in ogni stagione, anche questo 2017/18 ha riservato parecchie sorprese. Prendiamo i Toronto Raptors; si sapeva che i canadesi, almeno in regular season, avrebbero potuto ambire ai piani alti della Eastern Conference. In pochi, però, si aspettavano un dominio assoluto, condito dal miglior record nella storia della franchigia (59-23) e da una supremazia casalinga con pochi eguali (34 vinte e 7 perse – solo Houston ha fatto altrettanto).

Anche i Philadelphia 76ers partivano con tante ambizioni, forti del rientro di Joel Embiid e del debutto delle due prime scelte assolute Ben Simmons e Markelle Fultz. Anche qui, però, abbiamo esagerato: gli uomini di Brett Brown non si sono semplicemente limitati a tornare ai playoff, ma ci sono arrivati da terza testa di serie (superando perfino i Cavs, tre volte campioni della Conference) e con tutte le credenziali per essere la mina vagante ad Est. Sull’altra costa americana troviamo i Portland Trail Blazers, protagonisti di un avvio difficile e di un sontuoso 2018, che li ha visti salire fino al terzo piazzamento, alle spalle delle ‘corazzate’ Rockets e Warriors. Difficile chiedere di più ad un roster che, a parte un Damian Lillard formato MVP, non può certo contare su chissà quali fenomeni.

Ci sono poi quelle franchigie che, ai playoff, non avrebbero nemmeno dovuto arrivarci. Prendiamo gli Indiana Pacers, ad esempio. Per la truppa di Nate McMillan si prospettava una stagione di tanking selvaggio, preludio a una lunga ricostruzione. Ben presto, però, si è capito che i Pacers avevano intenzione di stupire. Trascinati dall’inaspettata esplosione di Victor Oladipo, dalla repentina crescita di Domantas Sabonis (più che quella di Myles Turner, l’uomo su cui avrebbe dovuto basarsi il rebuilding) e dall’altrettanto inatteso impatto di giocatori come Darren Collison e… Lance Stephenson (sì, quello che soffiava nell’orecchio di LeBron qualche anno fa!), sono entrati stabilmente in orbita playoff, fino a conquistare un insensato (almeno alla vigilia) quinto posto. Scagli la prima pietra che ci aveva creduto fin dall’inizio…
I New Orleans Pelicans avevano aspettative leggermente più ottimistiche, vista la contemporanea presenza a roster di due superstar come Anthony Davis e DeMarcus Cousins. Il progetto, però, sembrava destinato a fallire, vista la scarsissima propensione di DMC a coesistere con chicchessia e un roster piuttosto corto. Invece, ecco la deflagrazione, con le ‘Twin Towers’ più devastanti che mai e con un sorprendente supporting cast (dal ‘rinato’ Jrue Holiday a E’Twaun Moore, passando per il redivivo Emeka Okafor). Il grave infortunio patito da Cousins (tendine d’Achille, out for the season) sembrava la pietra tombale sulle ambizioni della squadra, ma un Davis mostruoso ha zittito tutti, riportando NOLA ai playoff dopo tre anni di digiuno.

Il nostro NBA Passion Award per la squadra rivelazione del 2017/18 va però agli Utah Jazz, ‘azzoppati’ in estate dall’addio di Gordon Hayward e in autunno dai continui infortuni di Rudy Gobert. Anche a Salt lake City c’era aria di ricostruzione, invece eccoli lì, a fare la voce grossa tra le grandi, guidati da un incredibile Donovan Mitchell, da un Gobert finalmente sano, da un Ricky Rubio ritrovato e da coach Quin Snyder, ormai consacratosi tra i migliori allenatori NBA.

Albo d’oro:
2016/17: Washington Wizards
2015/16: Portland Trail Blazers

 

Most Valuable Player Of The Year: LeBron James (Cleveland Cavaliers)

LeBron James, protagonista di un 2017/18 spaziale
LeBron James, protagonista di un 2017/18 spaziale

Esatto, proprio LeBron James. L’edizione 2017/18 degli NBA Passion Awards si chiude con un risultato forse inatteso. In effetti, questo sembrava (e forse sarà, per la giuria NBA) l’anno di James Harden. Partiamo dalle cifre: i 30.4 punti di media rappresentano il suo massimo in carriera, e lo mettono saldamente davanti a tutti gli altri realizzatori NBA. La regular season del numero 13 è un’autentica collezione di perle; undici partite oltre quota 40, quattro (di cui due consecutive, 20 e22 dicembre) oltre i 50 e la leggendaria tripla-doppia da 60 punti, 11 assist e 10 rimbalzi rifilata il 30 gennaio agli Orlando Magic. Ridurre il 2017/18 di Harden alle mere statistiche, però, sarebbe ingiusto. Oltre alle sfuriate offensive, l’ex-Thunder ha messo in scena il solito spettacolo di assist fulminanti, giocate ad effetto (memorabile la combinazione crossover-step-back-tripla con cui ha ‘sdraiato’ il povero Wesley Johnson dei Clippers) e controllo totale del campo, tutto al suo solito, indecifrabile ritmo. Guidati da tale fenomeno, gli Houston Rockets hanno dominato in lungo e in largo la Western Conference, staccando nettamente gli Warriors campioni in carica e chiudendo con il miglior record nella storia della franchigia (65-17). Tutto straordinario, ma il Barba, come tutti gli altri grandi campioni di questa generazione, deve fare i conti con un ostacolo pressoché insormontabile.

Per LeBron James l’arrivo dei 33 anni non ha comportato una biblica dipartita, bensì il raggiungimento di un livello cestistico incredibile, persino per i suoi standard abituali. Se i Cleveland Cavaliers si presentano ai playoff come la più credibile pretendente alle Finals, nonostante le innumerevoli vicissitudini a cui abbiamo assistito, lo devono principalmente ad un incontenibile King James (che di tali vicissitudini è stato spesso tra le cause); 27.5 punti (miglior dato personale dal 2010), 9.1 assist e 8.6 rimbalzi (entrambi career-high) di media. Tutto ciò senza saltare nemmeno una delle 82 partite in calendario. Premesse più che sufficienti per aggiudicarsi il nostro NBA Passion Award come MVP stagionale.
Quanto mostrato dal numero 23 da ottobre ad aprile siamo abituati a vederlo più avanti, quando l’importanza delle partite aumenta. Solo i playoff ci diranno se ciò è stato un bene, oppure se invece il Re si sia ‘spremuto’ più del previsto. Di sicuro, il 2017/18 ha portato una serie di nuovi ‘milestones’ nella sua collezione: dal traguardo dei 30.000 punti, 8.000 assist e 8.000 rimbalzi (unico giocatore nella storia NBA a oltrepassarlo) a quello delle 867 gare consecutive in doppia cifra (superato Michael Jordan), passando per il mese intero in tripla-doppia di media (febbraio) e alla sontuosa prestazione da 57 punti (seconda miglior performance in carriera), 11 rimbalzi e 7 assist contro Washington. A fare da contorno, il terzo trofeo di MVP dell’All_Star Game. Nel suo caso, più che di una corsa all’MVP, si tratta di una corsa all’immortalità sportiva.

Tra gli altri candidati al premio, reduci come Harden e James dalla miglior stagione in carriera, troviamo Anthony Davis (New Orleans Pelicans), Damian Lillard (Portland Trail Blazers) e Giannis Antetokoumpo (Milwaukee Bucks), che con Harden e James completano il nostro All-NBA Team. Trascinatori indiscussi delle loro squadre, rispetto ai due sopra citati hanno avuto il demerito di una minore costanza. Il greco è partito fortissimo, per poi calare a metà stagione. Gli altri due hanno iniziato tutto sommato ‘tranquillamente’, salvo poi dare una brusca accelerata da gennaio in poi (soprattutto Davis, costretto agli ‘straordinari’ dal grave infortunio di DeMarcus Cousins). Ad inizio anno anche Kyrie Irving era in lizza per il premio, ma il calo dei suoi Boston Celtics e infortuni di vario genere ne hanno poi compromesso la stagione, e quindi la candidatura.
Ci sono poi tre ex-vinciitori tra gli altri papabili MVP. Se Stephen Curry e Kevin Durant, nonostante una stagione egregia, sono stati penalizzati dai numerosi problemi fisici, Russell Westbrook paga invece una regular season tutt’altro che convincente dei suoi Oklahoma City Thunder. Il fatto che un ‘mostro’ del genere, capace di chiudere la seconda stagione consecutiva in tripla-doppia di media (anche se con cifre meno altisonanti rispetto al 2016/17), non vinca nuovamente questo premio, ci dà un’idea ben chiara del livello di eccellenza a cui si è arrivati…

Albo d’oro:
2016/17: Russell Westbrook (Oklahoma City Thunder)
2015/16: Stephen Curry (Golden State Warriors) 

All-NBA Team:

  • James Harden (Houston Rockets)
  • Damian Lillard (Portland Trail Blazers)
  • LeBron James (Cleveland Cavaliers)
  • Giannis Antetokounmpo (Milwaukee Bucks)
  • Anthony Davis (New Orleans Pelicans)

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