E’ un James Harden in versione ‘Black Santa’ a prendersi di prepotenza la copertina del primo ‘Three Points’ del 2019. Un’edizione che arriva forse nel momento più caotico della stagione NBA, quello che porta dalle feste all’All-Star break, passando per la trade deadline del 7 febbraio, che potrebbe cambiare molti scenari. La situazione meno serena è forse quella dei Minnesota Timberwolves, che hanno deciso di silurare l’allenatore-presidente Tom Thibodeau. Una decisione che sorprende solo per il tempismo (arrivata subito dopo la miglior gara stagionale dei suoi), ma il divorzio tra un coach e una squadra che, come direbbe Tiziano Ferro, sono figli di mondi diversi, era assolutamente inevitabile. Interessanti le reazioni delle due giovani stelle dei T’Wolves: Karl-Anthony Towns ha dichiarato che “nessuno se lo aspettava” con tanto di risata finta in sottofondo, Andrew Wiggins ha piazzato una performance da 40 punti contro OKC e ha dato del gay all’avversario Dennis Schroder. Aria di rottura anche tra i Memphis Grizzlies e Chandler Parsons, ex-astro nascente rimasto impigliato in un vortice di lunghi e infortuni e prigioniero di un contratto senza senso. Ma torniamo al protagonista indiscusso delle feste…

 

1 – Buone feste da James Harden

James Harden si è 'impossessato' della NBA durante le feste
James Harden si è ‘impossessato’ della NBA durante le feste

L’inizio di stagione di James Harden era stato tutto sommato tranquillo. Anche a causa di un fastidioso infortunio muscolare, che aveva fatto saltare tre gare (di cui due perse malamente) al loro leader, gli Houston Rockets erano sprofondati nella mediocrità assoluta. A fine novembre, ecco i primi colpi dell’MVP in carica: un filotto da 43-33-40-54 punti, con l’aggiunta di 13 rimbalzi nell’ultima partita della serie. Quindi un nuovo calo, con la magia della passata stagione che sembrava aver abbandonato il Texas. Il punto di svolta è stato il -27 subito il 6 dicembre per mano degli Utah Jazz, con il Barba fermo a quota 15. Da lì in avanti, Harden si è impadronito della NBA. 39.3 punti e 8.9 assist di media con il 40% dall’arco, quattordici gare consecutive oltre quota 30, otto (cinque di fila) oltre i 40, quattro triple-doppie, di cui una da 50 punti contro i Los Angeles Lakers. In due parole: dominio totale.

Il fatto che Harden sia nel miglior momento della sua carriera non si nota solo dai numeri, ma soprattutto dal senso di onnipotenza che trasmette a compagni, avversari e spettatori. Vedere, per credere, l’incredibile sfida contro i Golden State Warriors, di scena il 3 gennaio a Oakland. Non tanto per la tripla-doppia da 44 punti, 15 assist e 10 rimbalzi, quanto per le due giocate che hanno fatto cadere ai suoi piedi l’intera lega: tripla in step-back per mandare tutti all’overtime, poi bomba allo scadere (in faccia a Klay Thompson e Draymond Green) per espugnare la Baia. In fondo, ci si innamora della NBA ammirando gesta simili, compiute da fenomeni di tale calibro.
Questa raffica di prodezze ha immancabilmente risvegliato anche i detrattori dell’MVP. In particolare, Harden viene accusato di essere favorito dall’altissimo numero di tiri liberi a lui concessi. Non c’è dubbio che alcune chiamate arbitrali siano eccessivamente generose nei confronti di un giocatore che non ne avrebbe bisogno. Non a caso, la NBA aveva cercato di limitare le ‘agevolazioni’ verso i grandi attaccanti come lui con delle regole ad hoc, che però non sono mai state applicate fino in fondo. E’ sacrosanto, dunque, che un atleta cerchi di trarre il massimo vantaggio da una condizione favorevole. Del resto, il gioco del basket si basa proprio sulla ricerca di un vantaggio. Oltretutto, i difensori avversari sanno benissimo cosa li aspetta, vengono meticolosamente istruiti su come impedirgli di fare alcune cose. Eppure, Harden riesce sempre e comunque a farle, da dieci anni a questa parte.

Il ‘magic moment’ del Barba ha permesso a Houston di portarsi a ridosso della vetta a Ovest, nonostante le prolungate assenze di Chris Paul ed Eric Gordon. Come spesso accade, però, non è tutto oro quello che luccica. Anzi, la Harden-mania sta esponendo sempre più i grossi limiti strutturali dei Rockets. La rosa a disposizione di Mike D’Antoni è decisamente poco profonda, con rotazioni ridotte all’osso (emblematica l’epopea di Danuel House, passato dal taglio al quintetto base nel giro di poche settimane). In tal senso, l’innesto di Austin Rivers è l’unica nota lieta. Il solo in grado di aiutare in modo consistente Harden, finora, è stato Clint Capela, centro ‘tagliato su misura’ per finalizzare le funamboliche visioni del suo leader. Tutti gli altri, a cominciare da Gordon e Paul (che prenderà 160 milioni di dollari da qui al 2022, giova ricordarlo), fin qui hanno reso ben al di sotto dei loro standard. Se si vuole davvero arrivare fino in fondo, il problema va risolto al più presto: gli one-man-team non hanno mai vinto nulla.

 

2 – Tifare è umano, ma…

Destini incrociati per Kawhi Leonard (a sinistra) e DeMar Derozan, nella sfida di San Antonio
Destini incrociati per Kawhi Leonard (a sinistra) e DeMar Derozan, nella sfida di San Antonio

Certo, parlare di ‘cattivo approccio allo sport’ vivendo in un paese in cui ci si ammazza per il diverso colore della sciarpa può suonare ridicolo. Ma altrettanto ridicolo, se rapportato alla quasi impeccabile cultura sportiva made in USA, è il comportamento dei sostenitori di San Antonio Spurs e Los Angeles Lakers, che di recente si sono contraddistinti per un paio di episodi quantomeno discutibili.

Giovedì 3 gennaio, mentre James Harden preparava i suoi personalissimi auguri agli Warriors, è andato in scena l’atteso ritorno di Kawhi Leonard a San Antonio. L’ex pupillo di Gregg Popovich è stato accolto dal pubblico con fischi e “buuu”, ma anche con cartelloni e cori che lo definivano un “traditore”. Sicuramente il suo addio, per modalità e tempistiche, è una ferita che brucerà a lungo, ma le dinamiche che hanno portato a tale decisione non sono mai state chiarite, almeno pubblicamente. E comunque stiamo pur sempre parlando di colui che ha tenuto in piedi quasi da solo la franchigia al tramonto dell’era ‘Big Three’; perenne candidato MVP, due volte difensore dell’anno e miglior giocatore delle Finals 2014, quelle che hanno regalato agli Spurs un titolo forse insperato. Per fortuna se ne è ricordato coach Pop, che ha abbracciato e salutato Leonard al termine dell’incontro, con la tensione che andava scemando. Una situazione molto simile a quella vissuta un paio di anni fa da Kevin Durant, preso a ‘pomodori in faccia’ da quella Oklahoma City che, senza di lui, sarebbe stata cancellata persino dalle carte geografiche.
Ancora peggio, se possibile, era stato fatto la sera prima, allo Staples Center. In quel caso, i ‘tifosi’ non contestavano un loro ex-beniamino, bensì Paul George, reo di aver preferito restare ai Thunder anziché unirsi a un progetto, quello dei Lakers, fondato su un gruppo di ragazzini ancora da ‘svezzare’. Un progetto con cui George non aveva alcun tipo di vincolo, oltretutto.

A rimettere in primo piano il lato bello dello sport, per fortuna, ci hanno pensato i veri protagonisti: PG13 ha ammutolito i contestatori gialloviola schiaffando sul loro muso 37 punti, culminati con la schiacciata in alley oop che ha chiuso la partita. In Texas, Leonard e l’altro ex di serata, DeMar DeRozan, si sono scambiati prodezze, dando vita a un entusiasmante sfida nella sfida. Cari Paul, Kawhi e DeMar, anche se non leggerete mai queste righe, ve lo diciamo noi: grazie!

 

3 – “Il nostro è vero basket, altro che quello!”

Da sinistra, Patrick Beverley (statunitense) e Milos Teodosic (europeo). Uno è sempre in campo, l'altro marcisce sulla panchina dei Clippers
Da sinistra, Patrick Beverley (statunitense) e Milos Teodosic (europeo). Uno è sempre in campo, l’altro marcisce sulla panchina dei Clippers

Restando su temi non strettamente legati al parquet, ha fatto particolarmente rumore un pensiero condiviso su Facebook da Sergio Tavcar, storico telecronista di basket europeo. Il suo ragionamento si potrebbe riassumere così: in NBA, a parte le superstar (che imparano per istinto), il livello medio dei giocatori è osceno. I fondamentali sono talmente trascurati che, quando appare sulla scena un fenomeno come Luka Doncic (che nel post viene accomunato a Jordan. Magic e Bird), è naturale che possa sembrare giunto da un altro pianeta: arriva dall’Europa, dove si gioca il “vero basket”!

L’intento di questo paragrafo non è certamente quello di screditare una voce così autorevole, che di fatto è la voce di moltissimi altri appassionati della pallacanestro nostrana. E nemmeno di difendere gli americani, che sanno fare benissimo da sé; i risultati internazionali parlano chiaro, così come il fatto che i giocatori europei in grado di fare realmente la differenza negli USA si possano contare sulle dita di una mano. Anche perché Tavcar, pur con delle iperboli che non si è mai fatto mancare, non ha torto su tutto.
E’ vero, il gioco europeo è più incentrato sui fondamentali rispetto a quello NBA. Anche perché in Europa non si sono mai visti giocatori come Russell Westbrook o LeBron James, in grado di ridefinire il concetto di ‘dominio fisico’ (pur padroneggiando anch’essi fondamentali mostruosi). Però un’analisi più approfondita del sistema NBA darebbe modo agli ‘europeisti’ più accaniti di accorgersi che, per vincere al livello più alto, non bastano i fondamentali. Altrimenti, perché ai Los Angeles Clippers farebbero giocare Patrick Beverley al posto di ‘sua Maestà’ Milos Teodosic, che invece marcisce in panchina?

L’NBA è innanzitutto la lega delle superstar, ovvero di giocatori con caratteristiche tecniche e atletiche estremamente superiori alla media, che li rendono unici. Intorno a queste star (che, oltre al contributo sul campo, portano benefici economici che da noi possiamo solo sognare, anche nel calcio) bisogna costruire una squadra, per cui i compagni dovranno essere prima adatti a giocarci insieme, poi, nel caso, bravi tecnicamente. Ecco allora ‘ragazzi prodigio’ come Mario Hezonja e Dragan Bender ancora alla ricerca di un’occasione, mentre colleghi dalle mani meno ‘educate’ come Tristan Thompson e Javale McGee, o anche come Gerald Green e Marcus Smart, recitano ruoli da protagonisti nelle partite che contano. L’adattamento fa quindi la differenza, e spesso sapersi adattare vale molto più di saper usare al meglio il piede perno. La lega migliore al mondo, quella dove giocano i migliori, chiede questo. Che poi, tutto considerato, non è che il risultato finale faccia sempre così schifo…

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