Three Points – I dolori dei giovani Celtics

Three Points – I dolori dei giovani Celtics

Con il mese di dicembre ormai alle porte, la stagione NBA resta indecifrabile. Molte delle squadre più quotate (come Golden State Warriors e Boston Celtics, questi ultimi protagonisti della nostra copertina) viaggiano all’insegna dell’incostanza, rendendo i vertici delle due Conference accessibili anche a protagoniste inattese. Sarà questo il filo conduttore dell’edizione di ‘Three Points’ di questa settimana. Una settimana caratterizzata anche dal passaggio di Kyle Korver agli Utah Jazz, con i Cleveland Cavaliers che hanno ricevuto in cambio Alec Burks e due seconde scelte future, e dalla pseudo-polemica a distanza tra Gregg Popovich e Kawhi Leonard, ‘accusato’ dal suo ex-allenatore di non essere un leader. Dichiarazioni probabilmente indotte dal rancore e, non secondariamente, dalla necessità dell’intervistatore di creare un caso. Meglio dunque sorvolare, e concentrarci sui nostri ‘Three Points’!

 

1 – I dolori dei giovani Celtics

Vecchie e nuove star dei Boston Celtics. Da sinistra, Jayson Tatum, Jaylen Brown, Kyrie Irving e Gordon Hayward

Vecchie e nuove star dei Boston Celtics. Da sinistra, Jayson Tatum, Jaylen Brown, Kyrie Irving e Gordon Hayward

Torniamo, con la memoria, allo scorso 27 maggio. Gli stremati e decimati Boston Celtics si arrendono ai Cleveland Cavaliers di LeBron James nella decisiva gara-7 delle finali di Conference. Malgrado la sconfitta, attorno alla squadra aleggia grande ottimismo, e soprattutto un pronostico condiviso da molti: con il roster finalmente al completo, e magari con il Re dall’altra parte degli States, i Celtics avranno la strada spianata per le NBA Finals 2019.
Sei mesi dopo, realizziamo che il sentiero che porta all’appuntamento col destino è più tortuoso del previsto. Boston, al momento, è impantanata al settimo posto nella Conference, con il mediocre record di 11 vittorie e 10 sconfitte (di cui 4 nelle ultime 5 gare). Tra questi k.o. troviamo quelli, ben poco onorevoli, contro Orlando, Charlotte, New York e Dallas, partite con ambizioni nettamente più modeste, rispetto ai biancoverdi. La cosa che più colpisce, però, è che questi Celtics non somigliano affatto a quelli combattivi e gagliardi della passata stagione. E’ vero, i pregi difensivi (secondo miglior defensive rating NBA) e i difetti offensivi (venticinquesimo attacco della lega) sono gli stessi, ma della grande squadra del 2017/18 stiamo vedendo solo una copia sbiadita. Considerata la giovane età media del gruppo, potrebbe trattarsi di semplici ‘dolori della crescita’, ma le radici di questo avvio così stentato potrebbero essere ben più profonde.

I rientri di Kyrie Irving e Gordon Hayward, i grandi assenti dello scorso anno (il primo solamente per i playoff, il secondo per tutta la stagione), hanno effettivamente influenzato gli equilibri del gruppo, ma in negativo. A livello tecnico, ‘Uncle Drew’ non si discute: è un autentico fenomeno. In questo inizio di 2018/19 viaggia a 22 punti di media e ha già regalato qualche punto esclamativo, come la sontuosa performance da 43 punti contro i Raptors. Anche se gli manca ancora qualcosa in termini di costanza, è lui l’indiscusso go-to-guy; i Celtics sono la squadra di Kyrie Irving, e questa realtà non sembra essere accettata di buon grado da tutti. Pur trattandosi di un giocatore di primissimo livello, a Kyrie manca una cosa importantissima: il vissuto dei compagni. La memorabile cavalcata della stagione scorsa è stata resa possibile dall’esplosione di Jayson Tatum e Jaylen Brown, ma anche dalle eroiche prestazioni di giocatori come Terry Rozier, Al Horford, Marcus Smart, Aaron Baynes e Marcus Morris. Tra questi, solo l’ultimo sta mantenendo (e addirittura migliorando) gli standard precedenti. Tutti gli altri sono in netto e visibile calo. Brown e Rozier sono quelli maggiormente penalizzati, in termini di minutaggio e responsabilità, dai reintegri di Irving e Hayward. L’ex stella degli Utah Jazz, alla continua ricerca della condizione psicofisica di un tempo, viene schierata, in media, per oltre 26 minuti da coach Brad Stevens. Più che lecito a inizio stagione, quando gli esperimenti sono concessi e incoraggiati. Meno probabile, invece, vedere un Hayward non al top in campo così a lungo con l’avvicinarsi dei playoff, quando la forma ottimale sarà indispensabile, nonché pretesa. Nel frattempo questi 26 minuti, con i relativi tiri e possessi, vengono tolti a coloro che avevano guidato i Celtics fino a un passo dalla finale. Al media day si dicevano tutti felici e contenti di fare un passo indietro, oggi qualche nodo sta venendo al pettine.

Se Rozier è particolarmente motivato per l’imminente scadenza del suo contratto, Brown e Tatum sono lanciati verso un futuro da All-Star. Per quanto intelligenti e responsabili possano essere, vedere la loro ascesa anche solo rallentata dal rientro di compagni con nomi più altisonanti non è così semplice da digerire. Ecco allora Brown, come Rozier, visibilmente lontano dai livelli di coinvolgimento tecnico ed emotivo visti l’anno scorso. Tatum si sta legittimando come ‘secondo violino’ di questi Celtics, ma la sua spiazzante (per un ventenne) saggezza tattica lascia spesso spazio a momenti di ‘hero ball’ degni del miglior – o peggior, a seconda dei punti di vista – Kobe Bryant (con cui Jayson, non a caso, si è allenato in estate). E se il pollaio fosse diventato troppo piccolo per tutti questi galli?
Con l’avanzare della stagione, tutto sarà più chiaro: se si tratta di semplici ‘problemi di gioventù’, l’organizzazione Celtics ha la struttura adatta per risolverli. Se invece qualcosa si fosse rotto per davvero, allora servirebbero cambiamenti drastici. D’altronde, i playoff non faranno sconti a nessuno, nemmeno ai predestinati.

 

2 – Don’t sleep on the Clips

Da sinistra, Danilo Gallinari, Lou Wiliams e Tobias Harris, tra i protagonisti del grande avvio di stagione dei Clippers

Da sinistra, Danilo Gallinari, Lou Wiliams e Tobias Harris, tra i protagonisti del grande avvio di stagione dei Clippers

Chi l’avrebbe mai detto, dopo l’arrivo in gialloviola di LeBron James, che la migliore squadra di Los Angeles sarebbero stati i Clippers? Beh, forse ci si poteva aspettare che i nuovi Lakers avessero bisogno di una fase di ‘assestamento’, necessaria ad assorbire l’impatto con il più grande giocatore vivente. Però in pochi avevano previsto che gli uomini di Doc Rivers potessero fare così bene. Invece, dopo un mese e mezzo di regular season, i ‘cugini poveri’ di L.A. si godono il primato in solitaria nella Western Conference.
Tra le mille incertezze e i continui saliscendi con cui le franchigie più quotate hanno iniziato la stagione, i Clippers sono un raro esempio di stabilità. In una sola occasione hanno perso due gare di fila, nelle trasferte a Oklahoma City e Philadelphia. Per il resto, una marcia regolare e impreziosita da vittorie convincenti e altisonanti. Finora, tra gli altri, sono stati battuti Rockets (due volte, di cui una con uno scarto di 20 punti), Thunder (che si sono poi presi la rivincita a campi invertiti), Bucks, Warriors, Spurs e Blazers.

Per certi versi, la squadra di Rivers ricorda i Boston Celtics versione 2017/18, a cui abbiamo accennato in precedenza; nessuna superstar, ma tanti giocatori versatili e affidabili. Nessuna gerarchia ferrea, ma un roster profondo ed equilibrato, in cui ognuno sa come e quando rendersi utile. C’è chi fa il lavoro sporco in difesa (Patrick Beverley, Avery Bradley, Luc Mbah a Moute), chi dà solide garanzie in attacco (Tobias Harris e Danilo Gallinari, entrambi con le migliori medie realizzative in carriera), chi porta un prezioso contributo anche giocando pochi minuti (Mike Scott e Boban Marjanovic) e chi sale in cattedra nei momenti decisivi (Lou Williams, autentico ‘luminare’ in materia). Poi ci sono le grandi rivelazioni, coloro che hanno dato la spinta decisiva per questo eccellente avvio di stagione. La prima è certamente Montrezl Harrell, vera anima della squadra e ‘portatore sano’ di intensità sui due lati del campo. L’ex ala grande dei Rockets è già annoverabile fra i candidati al premio di Most Improved Player Of The Year: rispetto all’anno scorso, ha innalzato esponenzialmente il suo rendimento in tutte le categorie statistiche. L’altra è Shai Gilgeous-Alexander, arrivato con l’undicesima chiamata allo scorso draft dopo una stagione a Kentucky. Alla ventenne point guard canadese sono bastate nove partite per conquistare un posto in quintetto. Doc Rivers non ha saputo resistere alla sua incredibile maturità e versatilità, lasciando al ragazzo il posto di Beverley e relegando sempre più ai margini Milos Teodosic, destinato a un imminente ritorno in Europa.

Realisticamente, questi Clippers non possono puntare alla finale di Conference, ambizione che invece nutrivano negli anni di ‘Lob City’. A questo punto della loro storia, però, una stagione positiva e un viaggio ai playoff sarebbero di vitale importanza. Sia per dare consapevolezza e mentalità vincente al gruppo, che per attrarre i prestigiosi free-agent (Kevin Durant e Kawhi Leonard su tutti) di cui tanto si parlerà con l’arrivo dell’estate.

 

3 – Magic, dov’è il trucco?

Gli Orlando Magic, protagonisti di un sorprendente avvio di stagione

Gli Orlando Magic, protagonisti di un sorprendente avvio di stagione

In questo folle inizio di regular season si stanno inaspettatamente facendo largo gli Orlando Magic. Partiti con aspettative non altissime, dettate da una ricostruzione che sembra procedere a rilento, gli uomini di Steve Clifford sono stabilmente in zona playoff, con un record (10-12) non molto diverso da quello degli attesissimi Celtics. Gli stessi Celtics battuti il 22 ottobre al TD Garden di Boston. Tra le altre vittime illustri della corsa dei Magic troviamo San Antonio, Philadelphia e i Los Angeles Lakers, sconfitti in entrambi i confronti stagionali. Per Orlando vale chiaramente il concetto espresso la scorsa settimana per Memphis, ovvero che a novembre tutto è possibile. Però è innegabile come molte cose, in Florida, stiano finalmente girando per il verso giusto.

Le attese della vigilia erano tutte per il ‘frontcourt del futuro’, formato dal rookie Mohamed Bamba e dal secondo anno (ma di fatto anch’egli debuttante, visto il lungo infortunio della scorsa stagione) Jonathan Isaac. I due, utilizzati con parsimonia in uscita dalla panchina, stanno ancora completando la necessaria fase di rodaggio. Con ogni probabilità potremo avere giudizi più chiari a fine stagione, ma lo straordinario potenziale (offensivo e difensivo) è sotto gli occhi di tutti. Nel frattempo, a guidare questa spericolata corsa sull’ottovolante della Eastern Conference, è un gruppo di ‘giovani veterani’: Evan Fournier, Terrence Ross, il redivivo D.J. Augustin e Aaron Gordon (sempre a caccia di un briciolo di continuità e alle prese con dei fastidi alla schiena). La vera scintilla, però, è stata innescata da Nikola Vucevic, uomo-copertina di questi Magic e Player Of The Week a Est. Entrato nell’ultimo anno di contratto, il centro montenegrino sta viaggiando a 20.8 punti (massimo in carriera) e 11.1 rimbalzi di media. Quando si è trovato di fronte l’inadeguata difesa dei Lakers, Vucevic è sembrato la reincarnazione di Shaquille O’Neal: 36 punti e 13 rimbalzi il 17 novembre all’Amway Center, 31+15 (con 7 assist e 3 stoppate) nel rematch dello Staples Center, vinto sempre da Orlando. Il tour californiano di Nik si è chiuso con un’altra prova superba da 30 punti e 12 rimbalzi, stavolta contro i Golden State Warriors. Tra gli altri protagonisti di questo buon avvio, da segnalare Wesley Iwundu, entrato nella lega ‘in silenzio’ come trentatreesima scelta al draft 2017 e capace, quest’anno, di ritagliarsi un posto nel quintetto di coach Clifford.

Insomma, quella massa informe di ‘mezzi giocatori’ sta diventando pian piano una squadra, capace di infastidire le avversarie più accreditate e di avanzare una timida candidatura – favorita anche dalla scarsa concorrenza – per un posto ai playoff. Lo sta facendo senza un gioco particolarmente ‘rivoluzionario’ (circolazione di palla piuttosto statica con i titolari in campo, contropiede e ritmo più alto con le giovanissime riserve), ma lo sta facendo. A voler essere negativi, ci sarebbe il solito rischio di finire in un limbo (troppo avanti per una buona scelta al draft, troppo indietro per poter competere) in cui Orlando, dopo anni di buio totale, non può permettersi di entrare. Però, come diceva Tonino Guerra all’amico Gianni, “l’ottimismo è il profumo della vita”, quindi lasciamo che la magia (o meglio, il trucco) continui! Quanto durerà?

Stefano Belli
stefmiik@hotmail.it

Rapito (come tanti in quegli anni) dai Bulls di MJ, perso e poi riconquistato dai Lakers del Three-Peat e dall'ascesa di D-Wade, può vantare lo stesso numero di canestri rotti di Shaq: 2, nella vecchia cameretta.

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