La stagione NBA procede a grandi passi verso il periodo natalizio, che solitamente rappresenta un importante checkpoint sullo stato di salute delle trenta franchigie. Chi di certo non supererà l’esame sono Chicago Bulls e Phoenix Suns, che nel corso dell’ultima settimana hanno raggiunto il punto più basso delle rispettive stagioni. L’avventura a Chicago del nuovo allenatore Jim Boylen, sostituto di Fred Hoiberg, non è iniziata nel migliore dei modi. L’umiliazione subita per mano dei Boston Celtics, un clamoroso -56 casalingo (peggiore sconfitta nella storia della franchigia), ha dato il via a un vero e proprio ammutinamento; pare infatti che i giocatori si siano opposti in massa ai metodi troppo duri e agli allenamenti troppo intensi del nuovo coach, minacciando addirittura di rivolgersi al sindacato giocatori. A concludere questi giorni di fuoco è arrivato il caso-Jabari Parker, ormai a un passo dal buyout. La situazione non è stata accolta benissimo dai tifosi dello United Center, che hanno sommerso di fischi i loro (ormai ex) beniamini.
Eppure, in quella che fu la casa di Michael Jordan dovrebbero sentirsi fortunati, paragonando la loro situazione a quella dei Suns. Come se non bastassero gli stravolgimenti dirigenziali, le ripetute sconfitte, gli infortuni di Devin Booker e i malumori di DeAndre Ayton, di recente è arrivata anche la minaccia (poi parzialmente ritrattata) del proprietario, Robert Sarver: “Se la città di Phoenix non finanzia la ristrutturazione della Talking Stick Resort Arena, trasferirò la franchigia a Seattle o a Las Vegas”. Wow! Buon Natale anche a te, Robert!

 

1 – Wade – James, l’ultimo duello

Dwyane Wade e LeBron James in occasione del loro ultimo incontro, di scena allo Staples Center di Los Angeles
Dwyane Wade e LeBron James in occasione del loro ultimo incontro, di scena allo Staples Center di Los Angeles

Lunedì notte, allo Staples Center di Los Angeles, è andato in scena il capitolo finale di una storia lunga oltre quindici anni: Dwyane Wade e LeBron James si sono affrontati per l’ultima volta su un parquet NBA. Quella tra D-Wade e LBJ è la storia di due grandi avversari divenuti poi compagni in una grande squadra, legati da una profonda amicizia che, per quanto hanno voluto mostrare, trascende il contesto sportivo. Al di là della facile retorica, le carriere parallele di Wade e James hanno segnato un’epoca che si chiuderà definitivamente con il ritiro del leggendario numero 3 a fine stagione. Il draft con cui i due entrarono nella lega, quello del 2003, portò effettivamente a una svolta generazionale. Non a caso, seguiva di poche settimane il definitivo ritiro di Michael Jordan, colui dopo il quale sembrava dovesse esserci solo il buio eterno. Invece Dwyane e LeBron (così come Carmelo Anthony, scelto nello stesso draft dai Denver Nuggets) fecero capire presto che gli appassionati avrebbero avuto ancora buoni motivi per seguire il basket americano. Fin dai primi passi si imposero come nuove star della lega, e da subito presero il timone delle rispettive squadre. A tre anni dal debutto, Wade guidò i Miami Heat a una delle più sorprendenti vittorie di sempre, con la rimonta da 0-2 a 4-2 sui Dallas Mavericks e il primo, storico stendardo innalzato a South Beach. L’anno dopo, James andò vicino a completare il romanzo, portando in finale una versione piuttosto mediocre dei Cleveland Cavaliers. Dall’altra parte c’erano però i San Antonio Spurs, che spazzarono via gli avversari con un inevitabile 4-0. Dopo i rispettivi viaggi in finale, i due amici / rivali dovettero far fronte a continue delusioni. Se sul piano individuale dominavano, facendo incetta di trofei (il Re fu nominato MVP sia nel 2008 che nel 2009) e riconoscimenti, i risultati di squadra tardavano ad arrivare, con Heat e Cavs che non tornarono più a disputare la serie per il titolo.

Nell’estate del 2010 fu chiaro a entrambi che l’unico modo per salire una volta per tutte sul trono NBA sarebbe stato unire le forze. La contestatissima ‘Decision’, con cui LeBron annunciò il suo trasferimento in Florida, attirò sul giocatore e sulla sua nuova squadra l’ira dell’intero mondo cestistico. L’immediata aggiunta di Chris Bosh, altro All-Star uscito dal draft 2003, diede vita al primo ‘Superteam’ dell’era moderna. Gli Heat di Erik Spoelstra raggiunsero quattro finali consecutive. Nel 2011 furono beffati dagli esperti Mavericks di coach Rick Carlisle, guidati da Dirk Nowitzki, Jason Kidd e Jason Terry, ma Wade, James e compagni si presero la rivincita con gli interessi. L’anno dopo respinsero l’assalto degli arrembanti Oklahoma City Thunder dei futuri MVP Kevin Durant, Russell Westbrook e James Harden, mentre nel 2013 vinsero un’epica serie contro gli Spurs, segnata indelebilmente dal miracolo di Ray Allen in gara-6. L’era dei ‘Big Three’ si chiuse dopo la quarta finale, quella in cui la San Antonio del ‘Beautiful Game’ si prese quel titolo che aveva perso per un soffio l’anno prima.

Con il ritorno del Re a Cleveland, le due strade si separarono nuovamente. James riportò in alto i Cavs e riuscì a regalare alla città uno storico titolo nel 2016, mentre Wade, rimasto orfano anche di Bosh (ritiratosi per problemi polmonari nel 2016), vide i suoi Heat sprofondare nella mediocrità. Poche settimane dopo il trionfo dell’amico, ‘Flash’, in rottura con il presidente Pat Riley, lasciò South Beach. Tentò fortuna nella natia Chicago, ma quei Bulls, guidati da lui, Jimmy Butler e Rajon Rondo, si rivelarono alquanto disfunzionali. Dopo una sola stagione, Wade fu chiamato ‘a corte’ da LeBron, intenzionato a radunare un gruppo di veterani per cercare di interrompere l’egemonia Warriors. Se i Bulls erano disfunzionali, quei Cavs si rivelarono tragici. Dopo un avvio di stagione imbarazzante, condizionato dalle forti tensioni interne, la dirigenza decise di ‘rovesciare il tavolo’ e di cedere ben sei giocatori, tra i quali lo stesso D-Wade. Il fenomeno da Marquette decise di tornare nella sua vera casa, quella Miami che lo riaccolse come un eroe.
Dwyane e LeBron non giocheranno mai più insieme, almeno in competizioni ufficiali. Si ritroveranno da avversari in altre tre occasioni, tra cui la gara di commiato dello Staples Center. Per D-Wade la corsa sta per finire, mentre per King James, ultimo superstite di una grande generazione, la strada è ancora lunga, con molte pagine di storia del gioco ancora da scrivere.

 

2 – Natale a New York

D'Angelo Russell (Nets) marcato da Tim Hardaway Jr. (Knicks)
D’Angelo Russell (Nets) marcato da Tim Hardaway Jr. (Knicks)

Ormai da parecchio tempo, da New York non arriva il sole che ti sveglia nel mattino, come nel brano dei Thegiornalisti, ma una nebbia simile a quella che fuoriesce dai tombini della Big Apple. New York Knicks e Brooklyn Nets passeranno l’ennesimo Natale nei bassifondi della Eastern Conference. Rispetto alle ultime stagioni, però, c’è quantomeno la sensazione che il vento stia cambiando. Archiviata definitivamente l’era delle assurde ambizioni da titolo, quella di Carmelo Anthony, Paul Pierce e Kevin Garnett, le due franchigie sembrano sulla buona strada per aprire un nuovo capitolo della loro tormentata storia.

I Knicks di David Fizdale sono quanto di più simile a un cantiere aperto, Se escludiamo l’infortunato Kristaps Porzingis (i cui tempi di recupero sono ancora sconosciuti), tutti i componenti del roster sono giocatori in cerca di una loro dimensione nel mondo NBA. Forse l’hanno già trovata Tim Hardaway Jr. ed Enes Kanter, i giocatori più affidabili, almeno nella metà campo offensiva. Tra i molti giovani, finora si sono messi in luce Allonzo Trier (che si è guadagnato un’estensione contrattuale), Damyean Dotson e Noah Vonleh. Anche Trey Burke ed Emmanuel Mudiay hanno avuto qualche momento di gloria, anche se per loro, come per quelli citati in precedenza, ci sono grossi problemi di costanza. I due interessantissimi rookie Kevin Knox e Mitchell Robinson hanno mostrato qualche sprazzo di ciò che potrebbero diventare, ovvero pezzi fondamentali del nuovo corso, ma per avere giudizi più chiari servirà ancora parecchio tempo.
Ciò che sembra ormai lampante, invece, è che alcuni di questi ‘personaggi in cerca d’autore’ abbiano steccato un’altra volta, forse compromettendo il loro futuro nella lega. E’ il caso di Mario Hezonja, ad esempio. Ai tempi del Barcellona, il croato avrebbe dovuto essere la prossima, grande sensazione europea. Giunto alla quarta stagione NBA (scelto con la quinta chiamata assoluta da Orlando nel 2015), non ha mostrato nulla su cui valga la pena investire. Stesso discorso per Frank Ntilikina; anche se si tratta di un sophomore, la cui carriera è quindi agli albori, in questo 2018/19 non si è visto alcun segnale di miglioramento, rispetto alla mediocre stagione da rookie.

In casa Nets, la situazione di partenza era diversa. La sciagurata gestione dell’era-Prokhorov aveva lasciato a Brooklyn un cumulo di macerie; un gruppo povero di talento e impossibile da arricchire via draft, visto che tutte le prime scelte degli ultimi anni erano state ‘scippate’ dai Boston Celtics. Con l’arrivo del nuovo general manager Sean Marks e del nuovo coach Kenny Atkinson c’è stata una decisa inversione di rotta. Scavando tra le rovine e sfruttando al meglio gli esigui margini di manovra a disposizione, si è riusciti ad assemblare un roster non certo stellare, ma comunque dignitoso, da cui sono emerse delle piacevoli sorprese. Le principali si chiamano Caris LeVert, Spencer Dinwiddie e Joe Harris. LeVert (ventesima scelta al draft 2016, girata da Indiana) era uno dei primi candidati al premio di Most Improved Player Of The Year, grazie a un avvio di stagione da 18.4 punti di media, ma un brutto infortunio al ginocchio lo ha messo k.o. a tempo indefinito. Quelle di Harris e Dinwiddie sono le classiche ‘favole NBA’: pescati entrambi al secondo giro nel 2014 e finiti presto ai margini della panchina di Cavs e Pistons, sono transitati dalla D-League prima di trovare finalmente un posto al sole in quel di Brooklyn. Per Dinwiddie, l’ultima settimana sarà difficile da dimenticare: prima la notte da superstar (39 punti, massimo in carriera) contro i Sixers, poi il rinnovo contrattuale da 34 milioni di dollari in tre anni. Mica male, considerando che il suo attuale stipendio è di ‘appena’ 1,6 milioni!
LeVert a parte, anche i Nets hanno qualche giovane di buon livello su cui puntare. D’Angelo Russell non appare certo destinato a diventare “il nuovo Magic Johnson”, come azzardato inopinatamente dallo stesso Magic qualche anno fa, ma sta confermando le ottime potenzialità offensive intraviste già ai tempi dei Lakers. Jarrett Allen, nel frattempo, continua il percorso che potrebbe renderlo uno dei migliori centri della prossima generazione.

Le prospettive attuali delle due franchigie newyorchesi sono certamente limitate, ma l’ampio spazio salariale che si libererà in estate toglie ogni dubbio sul contenuto delle rispettive lettere a Babbo Natale: “Ti prego, caro Babbo, lascia la filmografia di Woody Allen sotto l’albero di Kevin Durant, Kawhi Leonard e Kyrie Irving… Siamo stati buoni quest’anno!”.

 

3 – Italiani si diventa

Lebron James dimostra il suo indiscutibile legame con l'Italia
Lebron James dimostra il suo indiscutibile legame con l’Italia

Nelle ultime settimane si è discusso della possibilità di concedere il passaporto italiano ad alcuni giocatori NBA, in particolare a Donte DiVincenzo, Ryan Arcidiacono e Raul Neto. Se per il rookie dei Milwaukee Bucks c’è qualche speranza, per il suo ex compagno a Villanova e per il brasiliano degli Utah Jazz (il quale, durante una recente media call, ha affermato di non essere mai stato contattato dalla nostra federazione), sembra non ci sia nulla di fattibile. La FIP, però, non si è persa d’animo e ha sguinzagliato un pool di investigatori per rintracciare altri possibili legami tra il Bel Paese e le star d’oltreoceano, in modo da poter finalmente rilanciare il nostro basket; altro che investimenti sui settori giovanili! I risultati di questa certosina ‘caccia al naturalizzabile’ sono racchiusi in un documento scottante, che pubblichiamo di seguito in anteprima assoluta, dal quale emerge il potenziale nuovo quintetto della Nazionale italiana.

PG – Giannis Antetokounmpo. Il suo passato da venditore ambulante fa assolutamente al caso nostro. Basterà dichiarare che, durante il tragitto verso la Grecia, la sua famiglia abbia lavorato un’estate sulla spiaggia di Porto Cesareo. Potrebbe sembrare cinico, ma se si vuole rilanciare il movimento non esistono scrupoli morali. E poi, vedendo giocare Antetokounmpo al posto di Brian Sacchetti, nessuno avrebbe più da obiettare sullo ius soli.

SG – Kyrie Irving. Di recente è stato reso noto che la madre aveva origini Sioux, ma qualcuno ha indagato sul ramo paterno della famiglia? Con il giusto incentivo, si potrebbe convincere Irving a travestirsi da Uncle Drew e riprenderlo mentre valuta le operazioni in un cantiere di Fiuggi. D’altronde, gli americani hanno sempre uno zio di Frosinone. Kyrie avrebbe anche un futuro assicurato fuori dal parquet: le dichiarazioni sul terrapiattismo fanno di lui il perfetto leader di qualche movimento complottista, stile No Vax.

SF – Carmelo Anthony. Con un nome del genere, non può ingannare nessuno. Se aggiungiamo che ha fatto il college a Syracuse, affibbiargli un’imprecisata discendenza sicula sarà piuttosto semplice. Inoltre, le sue recenti esperienze a Oklahoma City e Houston lo rendono un perfetto capro espiatorio. E in Italia c’è sempre bisogno di un capro espiatorio.

PF – LeBron James. Il fatto che abbia sempre dichiarato di non sapere chi sia suo padre gioca indiscutibilmente a nostro favore. Chi potrà mai obiettare, quando la paternità sarà rivendicata da… Gianni Petrucci? Per l’Italbasket, questo ed altro… Oltretutto, LeBron giocherebbe a Est; dopo Pavlovic, Dellavedova e Mozgov, portare in finale Filloy e Biligha sarebbe una passeggiata di salute.

C – DeMarcus Cousins. Modificare i documenti trasformandolo in Marco Cusin sarebbe un gioco da ragazzi; siamo pur sempre il Paese che ha inventato i dischi orari rotanti, dannazione! Se qualcuno dovesse asserire che Marco Cusin non ha mai fatto triple-doppie da 55 punti, 20 rimbalzi e 15 assist, potremmo tranquillamente rispondere che lo spirito patriottico migliora sempre le prestazioni dei singoli in Nazionale. O forse no, bisogna studiarne un’altra…

PRINCIPALI RISERVE – Rudy Gay e Kevin Love. Risalire a fantomatiche parentele sarebbe leggermente più complicato (anche se magari lo zio di Love, Mike, fondatore dei Beach Boys, ha avuto qualche relazione con groupie nostrane), ma schierarli contemporaneamente nella second unit rappresenterebbe senz’altro un forte messaggio a sostegno dei diritti civili. L’importante sarebbe non scadere nella volgarità, come già successo in altri Paesi.

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