Houston Rockets, abbiamo tre problemi

Houston Rockets record

Si è appena conclusa gara 7 delle finali di conference: i Golden State Warriors si sono imposti al Toyota Center ai danni degli Houston Rockets, privi di Chris Paul. Una sconfitta dolorosa che però certifica la crescita di una squadra capace di impensierire una corazzata ritenuta invincibile. Paul e Harden costituiscono il miglior backcourt della lega, il sistema D’Antoniano funziona e la panchina fornisce garanzie in zona d’attacco. Ci sono tutti i presupposti per prendersi la rivincita e battagliare per il titolo nella successiva stagione. Sono passati solo 9 mesi da allora ma la situazione sembra essersi capovolta: gli Houston Rockets occupano il quinto posto della Western Conference anche se a 3 gare di distanza dall’ottavo . Hanno il terzo miglior attacco ma la quinta peggior difesa. E pensare che l’anno scorso erano settimi nel rating difensivo e primi in quello offensivo. Come si spiega questa inversione di rotta? proviamo ad analizzarlo nel dettaglio.

PESSIME SCELTE DI MERCATO DEGLI HOUSTON ROCKETS

Rifirmare Capela e Paul era un dovere da adempiere ma non a quelle cifre: un quinquennale da 90 milioni di dollari per il primo, 160 milioni di dollari in quattro anni per il secondo. I due non stanno tenendo lo stesso rendimento dell’anno scorso, complice qualche infortunio di troppo. In particolare l’ex Clippers che però nelle ultime gare sta ritrovando lo smalto dei giorni migliori. Il dispendio economico versato dalla dirigenza limiterà le manovre di mercato dei Rockets nelle successive edizioni ed è costato il sacrificio di Trevor Ariza. L’attuale giocatore dei Wizards era il perfetto 3&D dello scacchiere di D’Antoni, segnando valanghe di triple e difendendo egregiamente sulle ali avversarie. La sua cessione risulta ancora più dolorosa se si considera che il suo sostituto, Carmelo Anthony, si è rivelato un pesce fuor d’acqua, tanto da costringerlo al buyout dopo solo mezza stagione. Inutile dire che si poteva (doveva) fare di più.

Carmelo Anthony.

 

HARDEN-DIPENDENZA

Mentre la scorsa stagione James Harden era solo il fiore all’occhiello di una collettivo che funzionava, quest’anno sembra un uomo solo al comando. Houston offensivamente dipende dalle lune del suo numero 13 che si sta prendendo più di 25 tiri di media a partita. Le percentuali dal campo non sono ottimali (44% da due e il 36.4% da tre) ma i numeri non mentono: 36.6 punti. 6.6 rimbalzi e 7.7 assist ad allacciata di scarpe. 6 cinquantelli, svariati quarantelli e due gare da 60 o più punti. Stats del genere non li aveva nemmeno Shaq nel suo annus domini. Poi però c’è l’altra faccia della medaglia: ovvero i 29.036 palleggi registrati finora (Curry, Durant e Thompson ne hanno fatti insieme 26 mila) che detonano una scarsa fluidità di gioco a livello offensivo. Su 76 canestri consecutivi realizzati a fine gennaio, nessuno è arrivato da assist. The Beard è sicuramente il miglior attaccante one on one della lega, ma gli Houston Rockets non possono prescindere dalle sue mani sopratutto quando ai playoff il gioco si farà duro. Se gli altri suoi compagni non entreranno in ritmo il rischio di una prematura uscita al primo turno non sarebbe più cosi improbabile.

 

L’ASSENZA DI GIOCO 

Uno stile, quello di Harden, che può piacere e o non piacere ma che è motivato dall’assenza di un solido sistema di gioco corale. Il 7 second or less sembra un lontano ricordo, D’Antoni al di la dei risultati non è ancora infatti riuscito a dare un impronta alla sua squadra. L’attacco è incentrato su Harden o Paul che, dopo una serie di palleggi sul posto, ingaggiano l’uno contro uno. Harden predilige lo step back da tre punti anche se non disdegna la penetrazione per poi chiudere in lay-up o scaricare per un compagno in angolo pronto a tirare. Paul invece tende a smarcare l’avversario e chiudere col suo solito jumper dalla media. Se finora la strategia ha funzionato il merito è tutto di Harden, mai cosi dominante come quest’anno. Ma, come detto nel punto precedente, potrebbe non bastare in pieno clima playoff. Lo hanno dimostrato i Thunder nella scorsa stagione e lo ha sempre rammentato Micheal Jordan: “l’individualismo fa vincere le partite, il gioco di squadra fa vincere i campionati”.