Lode alle Intangibles: i numeri contano, fino ad un certo punto…

Avete presente quelle meravigliose statistiche, tutti quei meravigliosi dati e numeri NBA, quell’infinito agglomerato di fattori che determinano le prestazioni individuali?
Bene, dimenticatevele per tutta la durata di questo pezzo. Oggi voglio lodare tutt’altra cosa, vorrei mettere in risalto tutti quegli aspetti, e relativi giocatori, che esaltano le Intangibles, ovvero quelle giocate che non vanno nella “Stats line” ma che sono fondamentali per vincere partite, serie e titoli.

La definizione letterale di Intangibles è “incapable of being perceived by the sense of touch”, aggiungo anche by the sense of Stats. Ovvero quel qualcosa di “hard to value”, difficile da valutare e difficile anche da comprendere sia visivamente che statisticamente.

Siccome si stava parlando di Basket, perchè non portare 3 esempi recenti/attuali di giocatori che hanno questo “materiale” nel sangue? Ho scelto un giocatore perfetto, in campo e nei comportamenti, ritiratosi appena un anno fa dai San Antonio Spurs, Tim Duncan, e due cavalli totalmente pazzi dentro e fuori dal campo. Il primo di questi due è un ex di Pistons, Spurs, Bulls e piccole parentesi nei Lakers e nei Mavericks, ovviamente Dennis Rodman. Il terzo e ultimo giocatore è ancora sui parquet, non si sa bene ancora per quanto, attualmente ai Lakers ma ex di Bulls, Pacers, Kings, Rockets, Knicks e Cantù. Ovviamente Metta World Peace/Panda Friend’s/Ron Artest!

Tim Duncan

Partiamo da Duncan, ovvero tutto quello che serve su un campo da Basket per vincere. Di Tim ho un ricordo particolare legato ad una serata in compagnia della NBA: arrivo tardi a casa e accendo la tv, trovo gli Spurs avanti di 22/23 punti a metà gara. Tra me e me ricordo di aver detto: “Come mai Duncan ha giocato 20 minuti su 24 del primo tempo e ha fatto solo 2 punti, 1 rimbalzo e 3 assist?”. Ricordo poi di aver guardato il Plus-Minus leggendo +17.

Il video con la spiegazione di Flavio Tranquillo va vedere, spiega tutto ciò che Duncan fa, offensivamente e difensivamente, per essere un giocatore determinante anche andando avanti con gli anni.

Duncan, giusto per fare un’ultima chiusura, ha anche delle ottime statistiche che lo aiuteranno a passare alla storia. Tipo queste.

MOSTRUOSE.

Dennis Rodman

Passiamo al secondo “soggetto di studio”, ovvero Dennis Rodman. Trovare una definizione per l’uomo Rodman è difficile, quasi impossibile, d’altronde una vita della sua vale circa 50 delle nostre o giù di lì.

Il Rodman giocatore invece è facilmente identificabile: lottatore, rimbalzista, uomo dalla grande energia (a volte troppa), una grinta spaventosa e, ultimo ma non meno importante, un quoziente intellettivo per il gioco fuori dal mondo. Non riesco bene a spiegare il gioco di Rodman, forse un video ci riesce meglio di me.

Il video ha mostrato una “passione” di Rodman per i rimbalzi offensivi, ovvero quelli per cui ci vuole una grinta paurosa, sopratutto se sei alto 2.01 e lotti contro gente di 2.15 o 2.20 in alcuni casi. Però, sempre perchè alcune stats vanno citate, metto questo dato che è la percentuale di rimbalzi offensivi del giocatore in relazione a quelli di squadra. Quelli in grassetto sono giocatori ancora in attività. Ecco, il 17.21%, in confronto, ad esempio, a Joakim Noah che ha il 12.89% significa che la differenza è abissale. Noah grande rimbalzista, persino Pachulia, che nelle sue squadre è lì solo per quello ha il 12.28%. Rodman ha lo 0.80% in più del secondo in classifica. Una follia. D’altronde uno che va a rimbalzo così come fai a non amarlo.

Dennis ha anche vinto tanto dall’alto dei suoi 2.01 metri. Per 7 anni consecutivi, dal 1992 al 1998 è stato il miglior rimbalzista della lega. Ha vinto 5 titoli, 2 a Detroit e gli altri insieme a Michael e Scotty Pippen, formando quello che a mio parere è il trio più forte della storia. Per questa affermazione mi perdonino Duncan-Parker-Ginobili, Allen-Pierce-Garnett, Magic-Worthy-Kareem e in ultimo Bird-Mchale-Parish.

L’extracampo di Rodman è, come già detto, off-limits, ma in campo tutti parlano bene di lui. Un uomo con una intelligenza mostrusa creata per il gioco. Riporto un “piccolo” aneddoto che spiega molto di Rodman, delle intangibles e del quoziente intellettivo cestistico di quest’uomo.

Isiah Thomas su Dennis Rodman: 

Eravamo sulla linea di fondo campo, riscaldandoci e tirando, e Rodman era lontano e guardava tutti tirare. Io gli dissi: “Hey, coraggio, devi partecipare: tutti stanno tirando in layup, devi farlo anche tu!” E lui disse: “Sto guardando la rotazione della palla”. “Come, scusa?” “Come quando tu tiri, la tua palla ruota 3 volte nell’aria. Quella di Joe (Dumars) ruota 3 volte e mezzo o 4”

Thomas aggiunse: “Questo è il motivo per cui Dennis ha portato i rimbalzi ad un livello totalmente differente. Lui conosceva la rotazione di ogni persona che tirava nella nostra squadra, se ruotava lateralmente, dove sarebbe caduto il rimbalzo, quanto spesso sarebbe rimbalzata a destra o a sinistra. Lui ha portato il rimbalzo a scienza pura, e non ho mai sentito di nessuno parlare o ragionare sul rimbalzo e sulla difesa come faceva lui. Quando parlo di IQ cestistico, io metto Rodman al livello del genio”

Metta World Peace

Passo ora all’ultimo capitolo di questo breve racconto. Metta World Peace, o chiamatelo come volete, Ron Artest. Ron è un giocatore aggressivo, iperattivo, a volte violento, un caso clinico (vedasi la gomitata ad Harden di qualche Play-Off fa), un pazzo scatenato ma, ed è un ma gigantesco, giocatore clamoroso.

Quando penso all’aiutare i compagni, al lottare per loro, ad annullare il miglior avversario dell’altra squadra e non chiedere niente in cambio penso a lui. L’Hustle Player per eccellezza. Quell’uomo che mette i muscoli e le braccia al servizio della squadra.

Qualcuno ha detto MUSCOLI? Ovviamente però, oltre che per il fisico, Metta è lì per la difesa, è lì per la lotta specialmente contro le squadre che, diciamo con un eufemismo, non adora. Buffa e Tranquillo commentano.

Metta è un difensore assurdo, non stacca gli occhi dalla palla, aiuta i compagni e, se serve, spende falli per i compagni. Un giocatore da 7 punti a gara è sempre stato uno dei più importanti nei Lakers di Kobe. Oltretutto è stato l’uomo che ha ottenuto da Phil Jackson il “permesso” di fermare il pallone nel movimento della Triangle-Offense. Però d’altronde uno che ti difende così come fa a non dargli qualcosa in cambio?

Tornando a noi, ad oggi, ci sono quei giocatori che vengono riconosciuti per queste Intangibles. Li ho divisi in 2 semplici categorie.

  1. Gli “Intangibles Player”, ovvero quelli che hanno molti grandi pregi che non sono statistici, che aiutano i compagni e che permettono di vincere. In questa categoria rientrano, e segnalo i più evidenti, Kawhi Leonard, Avery Bradley, Draymond “Dancing Bear” Green, Lebron Raymone James, Marcus Smart, Rudy Gobert, Gordon Hayward, Jonh Wall, il povero disperso nell’universo Clippers CP3 e Steven Adams. Ho citato ovviamente solo alcuni di quelli che rientrano in questa categoria.
  2. Poi ci sono coloro che le Intangibles non le usano.
    In questa categoria metto pochi giocatori, quelli che non migliorano i compagni, quelli che non lottano per i compagni e che appaiono, e spesso sono, svogliati.
    Ne cito solo 3: DeMarcus Cousins, uno che mangia ancora 3 sacchetti di patatine al giorno, e che peggiora i suoi compagni accentrando il gioco, Enes Kanter, che al contrario di Adams non lotta, non combatte e “non ha voglia di giocare”. In ultimo IL giocatore che non vorrei mai nella mia squadra, per cento motivi: Carmelo Anthony.

 

The End

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