Aaron Gordon’s revenge

La vendetta di Aaron Gordon si sta consumando a freddo per tutti i suoi detrattori degli ultimi tempi. Dal predestinato degli Orlando Magic ci si aspettava molto al suo arrivo in NBA. Fino ad adesso aveva deluso moltolasciando dubbi e rammarichi con prestazioni altalenanti e poco convincenti. La sua storia è un’ascesa continua fino al basket professionistico dove ha subito un crollo improvviso. Vale la pena ripercorrerla.

HIGH SCHOOL

Sono le 8 del mattino di un sabato autunnale a San Jose, California. Il cielo è grigio, l’umidità è straziante ed una leggera, ma fastidiosa brezza annulla i pensieri degli abitanti del posto su una possibile passeggiata mattutina. Eppure, in quest’opaca atmosfera, si sente il rimbalzo ripetuto di un pallone da basket, al Paul Moore Cherry Park. Quattro individui ridono e si allenano sul tiro, si sfidano in 2 vs 2, 1 vs 1, non si fermano mai. Passano tre ore e il vento comincia ad aizzarsi con sempre più potenza, è il momento di tornare a casa, ma non prima di un contest di schiacciate tra due ragazzi, tra i quattro presenti. Sono Aaron, Drew, Elizabeth e il padre Ed.

La famiglia di Aaron Gordon è, infatti, geneticamente predisposta per lo sport. Il capofamiglia, Ed, ha giocato a football e basket, ai tempi dell’High School ed adora portare i suoi figli a praticare del sano sport all’aperto, migliorando le loro capacità motorie tramite il baseball, il football, il calcio e il basket. E’ questa la mentalità con cui ha costruito un futuro per i tre, che sta diventando prospero e glorioso per il più piccolo: Aaroon, che si dilettava a schiacciare violentemente bimano a soli 15 anni, sul parquet della sua Archbishop Mitty High School. Mentre Drew cerca di barcamenarsi a UCLA per ottenere una chiamata al draft NBA ed Elizabeth si sposta sulla costa Est per studiare a Yale, Tim Kennedy, il coach di Aaron, si gode il talento sedicenne alto 1 metro e 90, con un ball-handling di una guardia 10 centimetri più bassa, in grado di andare sopra il ferro con una ferocia tale, da mettere letteralmente k.o. gli avversari con prodezze del genere: 

COLLEGE

Durante l’adolescenza, varie università avevano tenuto sott’occhio il prospetto della Contea di Santa Clara e conclusasi la scuola, molte di queste decidono di offrirgli una borsa di studio, grazie all’ottima prestazione al Jordan Brand Classic (partita tra i migliori prospetti liceali americani), che gli permette di vincere l’MVP (preferito ad un certo Andrew Wiggins). Il fratello maggiore, Drew, aveva optato per rimanere in terra Californiana spostandosi a Los Angeles; Aaron, invece, viene convinto dall’esperienza tecnica di coach Sean Miller e si sposta in Arizona, presso l’Università con sede a Tucson che ha forgiato giocatori di eccellente calibro tra i quali Steve Kerr (attuale coach dei GSW), Mike Bibby e The Agent Zero Gilbert Arenas. Il clima non è quello californiano, ma non è ciò che interessa all’ormai diciottenne Gordon che ha come interesse primario il migliorarsi con il lavoro duro ma, senza mai dimenticare, il divertimento che il padre poneva come obiettivo primario nella crescita dei propri figli.

Grazie a mister dunk che non smette di incantare il McKale Center con giocate eclettiche e voli da atleta olimpico che si concludono, perennemente, con il ferro tremante, il suo difensore stordito per terra e il boato celebrativo degli studenti, i Wildcats chiudono la stagione con il miglior record della gestione Miller (33-5), sfiorando le Final 4 a causa di una sconfitta di un solo punto all’overtime contro i sorprendenti Wiscounsin. Aaron Gordon conclude la stagione con poco più di 12 punti e 8 rimbalzi ad allacciata di scarpe, medie che gli valgono l’inserimento nel terzo miglior quintetto degli All-American e la convocazione al mondiale under 19 da coach Billy Donovan. Quel mondiale lo vincerà da protagonista, venendo eletto MVP della manifestazione.

WITH THE 4TH PICK…

La sua struttura fisica (206 centimetri per 102 chili), il suo enorme potenziale futuro e la sua capacità di saper intrattenere il pubblico con prestazioni atletiche imparagonabili a qualsiasi altro diciannovenne lo spingono a rendersi eleggibile per il draft del 2014, dopo il solo anno da freshman che lo ha consacrato definitivamente. E’ una scelta saggia, poiché l’ex numero 11 di Arizona viene selezionato, con la quarta chiamata assoluta, dagli Orlando Magic. E’ la prima volta che Aaron veste la maglia di una compagine della costa Est e, con i riflettori puntati addosso, la pressione è molto alta. Ci sono ancora molti aspetti su cui gli addetti ai lavori sono in dubbio: è un’ala piccola o un’ala grande? Può veramente migliorare le mediocri percentuali sul tiro dalla media e lunga distanza? Sa solamente schiacciare?

Le prime prestazioni del giovane californiano cominciano a destare vari sospetti sia tra i giornalisti sia per la dirigenza Magic. Al ragazzo non viene concesso molto spazio in una lega dove il tiro da tre punti diventa sempre più importante per i risultati sul campo. Glen Davis e Nikola Vucevic sono titolari inamovibili e lui è costretto a giocare da small forward, ma le sue caratteristiche sono tutt’altro che adattabili a questo ruolo. Le prime due stagioni si rivelano, di fatto, un flop con medie tutt’altro che soddisfacenti: 5.2 punti, 3.6 rimbalzi e 27% da oltre l’arco dei 7.25 da matricola e 9.2 punti, 6.5 rimbalzi e 29% da 3 al suo secondo anno. Ma Aaron non si arrende e si allena durante l’estate per adattare il suo gioco alle nuove richieste generazionali.

SLAM DUNK CONTEST 2016

Riesce, nonostante i pessimi risultati personali e di squadra, a strappare la convocazione all’All Star Game per lo Slam Dunk Contest a Toronto. E’ l’occasione per dimostrare a tutti che le sue doti atletiche non sono da sottovalutare e per far ricordare ad ogni critico che il suo nome non è stato chiamato per errore alla quarta chiamata, l’anno precedente. Qui sfida Zach Lavine: i due atleti sono di un altro pianeta e, con salti da far rabbrividire Lebron James, Kobe Bryant, James Harden e molte altre stelle passate e future, stupiscono il mondo intero così da far ricordare l’edizione di quell’anno, come una delle più spettacolari mai viste tra le gare di schiacciate del nuovo secolo. Alla fine avrà la meglio il giocatore di Minnesota, ma arrivano varie congratulazioni per Gordon, in particolare per questa schiacciata:

AARON GORDON: “I’M MUCH MORE THAN A DUNKER”

La stampa statunitense e gli appassionati di basket professionistico cominciano ad etichettare il giocatore di Orlando come un giocatore capace solamente di fare schiacciate spettacolari, ma Aaron non ne vuole completamente sapere di queste voci. La sua terza stagione comincia a far intravedere che gli allenamenti estivi si sono rivelati utili al fine delle sue prestazioni e il nuovo head coach, Frank Vogel, decide di premiarlo concedendogli più minuti. Ciò che mette in campo il classe ’95 in alcuni match sembra poter far intravedere di cosa è capace, ma la sua discontinuità continua a gettare dubbi sulla sua persona e i rumors criticanti continuano a fioccare. Il ragazzo ha, tuttavia, solo 21 anni e il giovane allenatore ex Indiana Pacers continua a credere in lui e nella crescita del team, pieno di giocatori giovani e con poca esperienza, ma con tanta voglia di miglioramento. Il gruppo della Florida finirà 13esimo ad Est con appena 29 vittorie su 82 partite e Aaron Gordon chiuderà la regular season con quasi 13 punti e 5 rimbalzi di media.

NEW SEASON, NEW RULES AARON GORDON

Alla fine delle amichevoli prestagionali, Aaron è stato chiaro ai microfoni di NBA TV: “Continuerò a migliorare nel mio gioco, non ho alcun limite. Sto cercando di diventare, arrivato ad un certo punto della mia carriera, il migliore della lega. Continuerò a migliorare e ad aiutare i miei compagni a vincere”. Parole forti e improvvise quelle dell’ala che, tuttavia, non sembra stia smentendo nelle prime quattro settimane di questa stagione. Appare evidente che questo sia l’anno della consacrazione per il ventiduenne che ha innalzato improvvisamente le sue medie a 19.6 punti e 8.2 rimbalzi a partita, portando il divertimento e i risultati a Disney World: 8 vittorie e 5 sconfitte, quarta posizione della Eastern Conference. Le sue giocate spettacolari si stanno coniugando ad un gioco concreto e fluido e il lavoro estivo ha, certamente, portato benefici a questa sua inaspettata crescita, proprio quando erano rimasti in pochi a credere in un suo possibile exploit. Difatti, con il 56% dal campo e il 55.3 % da 3 punti, la sua sicurezza nel tiro è l’arma in più per il team di Vogel. Dopo 3 stagioni di incertezze, critiche, prestazioni sottotono, con la nomina di “schiacciatore, niente di più“, Aaron Gordon si sta prendendo la sua rivincita sul campo, con il solito sorriso sul volto, perchè, proprio come ha insegnato papà, si gioca sì per migliorarsi, ma la base è divertirsi.

 

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